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Full text of "Archivio glottologico italiano"

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HANDBOUND 
AT  THE 


UNIVERSITY  OF 
TORONTO  PRESS 


ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO  LTALIANO, 


DIRETTO 


DA 


Gr.  I.  Js^scai^j. 


VOLUME  DECIMOQUAKTO. 


\; 


TORINO, 

CASA    EDITRICE 

E  pai  ANNO    LOESCHER, 

1898. 


Riservato   ogni  d.iritto  di  proprietà 
e   d.i   traduzione. 


V  1/^ 


MILANO,   TIP.   UEKNARDONI    DI   C.  KEBESCHINI   E  C. 


SOMMARIO 


Parodi,  Studj  liguri  (continua) Pag.       1 

Flechia,  Atone  finali,  determinate  dalla  tonica,  nel  dialetto  pi- 
veronese  (pubblicazione  postuma) »       111 

GuARNERio,   I  dialetti  odierni  di  Sassari,   della   Gallura  e  della 

Corsica  (continuazione) »       131 

Salvioni,  Annotazioni  sistematiche  alla  'Antica  Parafrasi  Lom- 
barda del  Neminem  laedi  ecc.'  (continua) »       201 

n^Nigra,  Note  etimologiche  e  lessicali  (prima  serie) »      2G9 

Bianchi,  Storia  dell'  i  mediano ,  dello  j  e  dell'  i  seguiti  da  vo- 
cale nella  pronunzia  italiana  (continuazione  ;  di  pubblica- 
zione postuma) »      301 

Ascoli,  Di  un  dialetto  veneto,  importante  e  ignorato;  e  di  ccqwr 

capare »       325 

NiGRA  e  Ascoli:  toccare,  laccare,  ecc »      337 

Ascoli:  truextu  ed  altro;  sampogna  e  caribo;  coslario  e  co- 

CLAEIO >       339 

NiGRA,  Note  etimologiche  e  lessicali  (seconda  serie)     ....       »      353 
OuARNERio,  I  dialetti  odierni  di  Sassari ,   della   Gallura  e   della 

Corsica  (continuazione  e  fine) »      385 


IV  Sommario. 

Pieri,  A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  Note  fonetiche.  Pag,  423 

Salvioni  e  Ascoli,  Etimologie »  436 

y      Salvioni,  Del  posto  che  spetta  al  sanfratellano  nel  sistema  dei 

dialetti  galloitalici  ;  e  lomh.  pras'i »  437 

^     Ascoli,  Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale  ....  »  453 
Ascoli,  Due    parole   di    anticritica  (cdpor  càpore,   coslario; 

toccare  ecc.) »  409 

Salvioni,  Indici  del  volume »  473 


STXJDJ    LIQ-XJRI, 

DI 

E.   G.   PARODI. 


Sommario.  —  §  1.  Le  carte  latine:  A.  Spoglio;  B.  Documento  latino-genovese  del- 
l'a.  1156;  con  annotazioni  lessicali.  —  .^  2.  Il  dialetto  nei  primi  secoli:  A.  Testi; 
B.  Spoglio  fonetico  e  morfologico;  C.  Lessico.  —  §  3.  Il  dialetto  di  Genova  dal 
se  e.  XVI  ai  nostri  giorni:  A.  Fonetica;  B.  Morfologia;  C.  Lessico.  —  g  i.  Gli 
altri  dialetti  liguri. 


1.   LE    CARTE   LATINE. 


Avvertenza  preliminare. 

Questo  primo  paragrafo  contiene  un  breve  spoglio  delle  più  antiche  serie, 
0  inedite  nell'Archivio  di  Stato  genovese  o  già  divulgate  per  le  stampe, 
di  carte  medievali  latine ,  d' origine  ligure  ;  e  lo  scopo  esclusivo  della  ri- 
cerca è  quello  di  giovare  alla  storia  del  dialetto  della  regione  nei  sec.  X> 
XI  e  XII,  ai  quali  dette  carte  risalgono.  Per  quanto  concerne  in  ispecie  il 
lessico,  un  maggior  profitto  si  sarebbe  potuto  trarre,  mercè  un'indagine 
più  estesa,  dai  nomi  personali,  d'origine  romanza,  che  nei  documenti  meno 
antichi  e  nelle  cronache  ci  vengono  innanzi  in  tanta  copia;  ma  codesto 
è  uno  studio  che  per  varj  motivi  non  poteva  ancora  qui  esser  fatto  con 
quell'ampiezza  che  si  meriterebbe. 

Le  raccolte  da  me  esaminate  nell'Archivio  genovese,  son  queste  due: 
Carte  dell'Abbazia  di  S.  Siro  (SS),  e  Carte  dell'Abbazia  di  S.  Stefano  (SSt). 
Comincia  la  prima  con  una  carta  dell' a.  960,  la  seconda  con  una  del  965, 
e  scondono  poi  l'una  e  l'altra  fino  a  tempi  assai  tardi.  Io  perù  non  le 
seguo  oltre  la  fine  del  sec.  XII.  —  Citerò  assai  poche  volte  una  terza  rac- 
colta, intitolata  delle  Materie  politiche  (MP). 

Molto  numerosi  sono  i  documenti  a  stampa,  e  si  contengono  nelle  pub- 
blicazioni che  ora  dico  : 

Cartario  genovese,  edito  dal  prof.  L.  T.  Belgrano  negli  Aiti  della  So- 
cietà ligure  di  storia  2ia(ria,  voi.  II,  parte  I  (C).  La  carta  più  antica  di 
questo  Cartario  è,  per  quanto  si  può  congetturare,  dell' a.  965.  Vi  si  com- 
Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  •  1 


2  Parodi , 

prendono  non  pochi  àoi  documenti  di  SS  o  di  SSt,  da  me  esaminati  sul- 
l'originale, e  io  l'avverto  con  la  doppia  citazione;  per  cs.  :  SSt  1045  (C  156). 

Registro  della  Curia  Arcivescovile  di  Genova,  edito  dal  medesimo,  Atti  ecc., 
voi.  II,  parte  II  (R);  —  Il  secondo  Registro  della  Curia  Arcivescovile  di 
Genova,  pur  del  medesimo,  Atti  ecc.,  voi.  XVIII  (R*).  —  Con  R  e  R*  non 
si  risale  più  alto  del  sec.  XII. 

Liber  luriicm  reipublicae  lanuensis,  in  Monumenta  historiae  patriae,  VII 
(LI).  Il  più  antico  documento  di  questa  raccolta  porta  la  data  del  958. 

Il  Cartolario  del  notajo  Giovanni  Scriba,  ibid.,  Chart.  II  (Scr.).  L'origi- 
nale si  conserva,  primo  della  serie  notarile,  nell'Archivio  di  Stato,  e  la 
grande  scorrettezza  dell'edizione  mi  indusse  a  ricorrervi  più  d'una  volta. 
<Juosti  atti  vanno  dal  1140  al  1166. 

Nel  citare  i  documenti  inediti  e  i  raccolti  in  C  e  LI,  mi  parve  sufRcente 
indicar  l'anno  a  cui  risalgono.  A  questo  feci  precedere  anche  il  numero 
della  pagina,  per  R"  e  per  Scr.  Citai  invece,  nella  più  parte  dei  casi,  sol- 
tanto la  pagina  di  R,  che  è  bensì  una  raccolta  che  abbraccia  tempi  diversi 
e  spesso  molto  antichi,  ma  compilata,  quasi  per  intero,  nell'a.  1143.  Alcuni 
tratti  sono  però  aggiunti  un  po'  più  tardi,  e  di  questi,  come  di  altri  pochi, 
segno  pure  la  data. 

Cito  finalmente  per  'Rimo'  entrambe  le  parti  delle  'Rime  genovesi',  edite 
iieir 'Archivio  glott.  it. ',  voi.  II  e  X;  e  se  la  distinzione  è  necessaria,  ri- 
mando, colla  sigla:  ri,  alla  prima  parte,  e  colla  sigla:  rp,  alla  seconda. 


A.   Spoglio. 


Appunti  fonologici. 
Vocali  toniche. 
A.  1.  In  e  davanti  r  complicato:  cum  erbore  uno  C  1016,  erboribus  SSt 
1019,  erbores  SSt  1028,  de  Erchis  R-  95,  1172,  cfr.  LI  1128.  —  2.  -ariu  -ari.v  : 
Albario  SSt  1012  (C  82),  ni.,  ora  Arbà,  super  Altario  SS  1019,  ni.,  ora  Artà, 
Martinus  campanarius  SSt  1104,  calegarius  SSt  1108,  oto  fornarius  SSt  1109, 
barrilarius  SS  1180;  campo  de  canale  clario  R  171  (ante  1083);-  de  Fe- 
raria  SSt  1108,  cf.  §  2  B,  terra  caualaria  SS  1147;  coli' z  internato:  de  ri- 
naira  LI  1128,  carbonaira  LI  1134,  in  aira  R*  93,  1172  'nell'aja',  Rolandus 
bnrlaìra  R^  45  e  46,  1174,  in  Coriiaira  R*  56,  M75,  cum  terra  Rodaire  R^  57, 
1156,  acc.  a  Rodar,  de  uulpaira  SSt  1196,  Barbauaira  R"  353,  1214,  ecc.  — 
Altro  esito:  blancus  panateì-ins  LI  1102,  oberti  caualerii  SSt  1109  (ma  dal 
frc.  :  terra  ziualerii  R*  356,  1211,  due  volte),  foresterii  R  38,  Petrus  alferiiis 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carte  latine:  Fonetica.  3 

R  45,  Wilielmus  quarter  R  82,  in  alio  fercierio  R  135,  in  senterio  R  147, 
mons  lanei'ius  R  298,  cancellerius  R  388  (1153),  harateì-ius  SS  1173,  Loei-ius 
R'  200,  1184,  acc.  a  Loterii  201,  1180.  Due  altri  nomi  proprj,  dei  quali  al- 
meno il  secondo  venuto  di  fuori:  gnalterij  SSt  1011,  oliueri  SS  1109, 
cliuerii  SS  1137,  ulmeriits  ib.  Per  Teodoro  C  969,  Teoderus  SSt  1026,  cfr. 
Arch.  X  357  390.  Sarà  una  falsa  ricostruzione  lohannes  maxelladrus  R  154. 
—  3.  Con  r  e  così  largamente  diffuso  (cfr.  Ardi.  X  168  ecc.):  manso  de 
casteneis  R35,  pecia  que  dicitur  castegna  bona  R  167  (1018),  iohannis  riki 
de  castegna  R  236  (966). 

E  lungo.  4.  Due  esempj  del  dittongo:  meise  lunio  C  969,  méise  Decenber 
SS  1035.  Forse  di  puro  valore  ortografico  mixi  C  1017.  Non  par  genovese 
Wilielmo  paise  SSt  1103,  che  Yoà.  pàis'e  è  recente  contrazione  di  paéis'e^. 

E  di  posizione.  5.  drictmn  rendemus  C  1028,  prò  dricto  R'  287,  1205. 

I  lungo.  6.  Puramente  ortografico:  aprelis  C  1000,  apreli  C  1017;  più 
notevole:  ansaldi  sardene  R  47,  plano  de  la  sosena  R  285  (1060),  Gandulfus 
sardena  LI  1146,  opizo  savdena  Scr.  338,  1156,  Pizena,  se  non  al  num.  14, 
cfr.  §  3  A. 

I  breve.  7.  streiaporcus  'Strigliaporco'  npr.  Scr.  357,  1156,  lohanne 
Streiaporco  R'  399,  1243,  nel  genov.  stor.  striga;  de  cellio  bianco  SSt  1173, 
fino  a  tempi  vicini  srgu,  ora  caduto,  ecc.  Ma  Tigna  L  1102,  R  20. 

0  lungo  e  p  di  posizione.  8.  ad  fucem  SSt  1153,  R'  35,  1173,  halde- 
zun  SSt  1118,  baldizun  SSt  1136  ecc.;  mense  octubris  SS  1100,  de  la  curie 
SS  1100,  Casal  de  curie  R50;  pratum  lungum  C  999,  ubi  dicitur  Munte 
IMoro  C  1017,  in  loco  et  fundo  Munte  Mauro  C  1017,  Aqualunga  C  1019. 

T.  9.  Iohannis  qui  dicitur  bisxola  R  342,  lohannes  bixola  343:  1'  i  proba- 
bilmente da  ?V;  cfr.  num.  15  e  il  §  3  A. 

AU  latino  e  non  latino.  10.  Scrizioni  non  limitate  alle  carte  liguri: 
■octoris  vocem  C  965?  e  1011  'auctoris';  aufcrsionis  C  1017  'offersionis', 
auposita  'opposita'  ib.,  octori  ib.,  auberti  SSt  1033  'Oberti',  aiiliuas  SSt  1037, 
cn'.ferimus  SS  1039  'olferimus',  aufersio  ib. ,  cartula  ipsa  aufcrsionis  ib. , 
aufertor  SS  1041,  dono  et  aufero,  aunibus  omnibus,  aittulit  obtulit,  in  uno 
stesso  documento,  C  1045,  auglerius  SSt  1097,  due  volte,  'Oggero'.    Son 


'  K  assai  frequente  miesi  miexi  npr.:  'de  oredos  quondam  Oberti  vico- 
comitis  et  de  ìuiesi"  C  1003,  'de  eredes  quondam  miesi'  SSt  1009  e  1014 
(C  92),  'filius  quondam  miesi'  SSt  1014  (C  91),  'nos  ingo  filius  quondam 
uiiesii'  SSt  1019,  e  cosi  pure  in  carte  del  1027  e  1029.  L'edit.  lo  rende  con 
*Migesio';  ma  chissà  che  non  sia  da  ricorrere  alla  baso  médiu. 


4  Parodi, 

tutti  casi  (li  au  inizialo,  per  lo  più  atono  ;  e  sareljbe  forse  troppo  spiccio 
il  tenerli  senz'altro  per  'scrizioni  a  rovescio'.  Più  chiari:  Munte  Moro 
C  1017  acc.  a  Munte  Mauro,  Casal  de  Loro  R  51,  Mainfredus  de  Lori  ib., 
acc.  a  Manfredus  de  Lauro  53,  Oberti  de  elodo  SS  1158.  Qui  stieno  anche: 
mali  ocelli  R  58,  npr.,  frequentissimo  in  Scr.,  e  Onedu  R  266  *alnetu, 
npr.  vivente  'Oneto'.  In  malahttus  SSt  1109,  oà.  niarotu ,  s'ha  una  scriz. 
etimologica.  E  il  ni.  cadaplauma  SSt  1027,  Caaploma  1194,  Caapioma  1194» 
Cadapluma  1196,  *cataplauma,  potrebbe  risalire  a  '^cataplagma;  ma 
come  intendere  un  ni.  di  questa  fatta? 

Vocali  atone. 

11.  Iniziali:  e-  da  i-:  en  le  sorte  C  1066  (copia  del  1201),  emcarnacionis 
C  1100,  embronus  LI  1102,  npr.,  sine  enganno  MP  1109,  Guillielmus  enganna 
deo  R  52,  cfr.  Embriaci  LI  1109,  Embriaco  R»  166,  1190.  —  12.  Finali. 
Allato  al  lat.  Johannes  C  1004,  1006,  1012,  1032,  1095,  iohanne  streiaporco 
R*  399,  1243,  occorrono  :  Gotiza  iugalibus  et  Ioani  germano  C  1006,  iohanni 
qui  dicitur  bom  fante  SSt  1026,  iohannis  de  landulfo  SSt  1088  (C  193),  io- 
hannis  blancus  SSt  1109.  Oggi  è  G'uane.  —  La  caduta  delle  vocali  dopo 
n  r  non  appare  se  non  nel  sec.  XII:  terra  de  baldeziin  SSt  1118,  de  bai- 
dizun  SSt  1136,  frexon  de  langasco  SS  1150,  baldicion  R  20,  de  caski- 
fenon  20,  lohannes  sierpon  43,  Wilielmus  ìnarenzan  82  ecc.;  ogler  sca- 
raglo  SS  1120,  Obertus  de  Rainer  LI  1135,  petrus  calegar  MP  1135, 
bonsegnor  rnallun  SSt  1136,  in  loco  qui  dicitur  pradal  SS  1137,  guilelmus 
guardator  SS  1141,  sciicator  LI  1142,  sclaracor  Scr.  14,  1143,  petrus  de- 
pauer  SS  1150,  dominicus  cazator  R  36,  dominicus  caciator  41  ecc.  Nei 
nll.  resta  1'  ~i  dopo  Z,  r:  in  ualle  Banali  C  990  e  in  Banali  SSt  1159,  ora 
Bàvai^  in  Clauari  C  980,  SS  1136,  Begàli  R  12,  SSt  1193,  ora  Begé ,. 
de  Sori  R*  146,  1190,  ora  Sài,  Oliuii  de  Mari  R*  34,  1178,  ora  de  3Iàii 
cfr.  §  3  A.  Ma  dell'  -i  che  cada  dopo  n  e  sia  risentito  nella  sillaba  prece- 
dente, quando  questa  contenga  un  «  o  un  u  (p.  e.:  genov.  ant,  cain  cani, 
bucuin  bocconi;  od.  Kurnigeh  Corniliani  ni.;  ecc.),  non  è  alcuna  traccia 
sicura  nelle  carte  latine.  Si  noti  tuttavia:  maugene  'in  loco  qui  dicitur  //;.' 
SSt  1145,  maduzene  R^  98,  1173,  de  ynagur-eno  SSt  1190,  in  magureno 
SSt  1196,  che  in  LI  hanno  quasi  una  spiegazione:  in  locas  et  fondas  matu- 
cianas  962,  in...  matutianensibus  finibus  963.  È  egli  però  da  credere  cho 
*Magusain  si  fosse  già  ridotto  a  Magusen,  quando  le  'Rime'  hanno  ancora 
esclusivamente  il  dittongo  aperto  ?  —  13.  e  da  a.  Lasciando  Genarins  G  999,. 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carte  latine:  Fonetica.  5 

abbiamo  il  noto  monesterio  C  997,  999  (tre  carte),  1003,  1005,  acc.  a  moni- 
slerio  C  1005,  monesterii  SSt  1014  (C  92),  monesterio  1016  ecc.,  caneuarius 
IV  23,  1173,  caneuarius  R^  44,  1174;-  tibi  Rehemzoni  monelli  C  1055,  cui 
•s'unirebbe,  se  spetta  ad  -a cu,  de  Comego  R*  127,  1188,  de  Cumcgo  R*  282, 
1203,  ni.,  ora  Co' magic.  Qui  è  normale  dissimilazione  in  compera  R^  149, 
1194;  155,  1196,  e  altrove,  camerarius  R*  406,  1255  e  spesso  altrove.  — 
14.  e  da  i:  in  fundo  caleniano  SSt  1000,  ora  Calvjinàn  (avrà  veramente 
un  e  orig.,  ma  pur  serve),  gotefredus  ib.,  deiiixione  SSt  1028,  semenadura 
C  1028,  macenabit  SSt  1108,  macenare  ib.,  calegarius  ib.,  SS  1141  e  altrove, 
letigatores  SSt  1109,  Bonefacius  SS  1137  e  altrove,  cfr.  Bonefaci  rp  IV  3,  Guil- 
Waìnwx?,  polesin  LI  1146  *pollicinu,  frexon  de  langasco  SS  1150,  Bietesa- 
l'ie  R  95,  in  besanio  101,  de  felippo  101,  Gandulfo  de  uecino  103,  de  uexino 
104,  corezarius  105,  besauus  noster  237  'bisavolo',  sempre  vivo,  costa  de 
seluestro  243  (992)  ecc.  Variamente  scritto  il  nome  dell'od.  Sestri:  in  insula 
Siestri  R  79,  de  Sigestro  90,  Segestri  114,  de  Seestri  133,  fossato  de  cestri  274. 
—  In  penultima,  allato  a  forme  con  i  (come  :  in  gaterico  SS  1003,  in  loco 
et  fundo  gralanico  SS  1100  ecc.),  abbiamo  Casalego  C  1066,  martinus  de 
mazelega  R  82,  de  persego  143,  de  carpsìio  254  (1010),  campo  denego  275, 
guidotus  codega  Scr.  476,  1158;  Pizena  mulier  R  266,  se  l'accento  è  suU'  ?", 
quondam  Piceni  R'  19,  1175.  -  Scambio  di  prefisso  in  premontorio  Scr.  294, 
1155,  ora  Premehtuh.  • —  15,  L' t  di  penultima  deve  forse  la  sua  conserva- 
zione alla  palatina,  nei  numerosi  nnll.  in  -ici:  niontdnisi  SS  993,  Cauàlixi 
C  1089,  acc.  a  Cauàlexi  R  82,  Sauàrixi  SS  1137;  cfr.  Celanisi  Moconisi  Pa- 
nisi Trepelixi  nell" Indice'  di  R,  e  gli  od.  Siànezi  Mucònezi  Pdnezi  ecc. 
Citerò  anche  Tunisini  Scr.  301,  1155,  ora  Tunezi.  -  Un  i  da  ù:  a  Bri- 
gnono  R*  137,  1188,  quatuor  arboribus  ficuum  et  unius  brignoni  R*  427, 
1257,  acc.  a  Brugnun  Scr.  428,  1157;  434,  1157,  a  Lanfranco  brugnone 
R^  51,  1174:  ora  è  briniaì.  —  16.  a  da  e,  i,  u  :  Saraftne  Scr.  312,  1150,  per 
assimilazione;  [boni  cordeanerii  Scr.  327,  1156,  coli' od.  kurdané  'funajo' 
opp.  con  'cordovano'?];-  cum  mdscaro  LI  1127,  filius  datali  (dattero; 
od.  ddtou  *dattaru)  SSt  1138,  Obertus  siilpliarus  R  316,  acc.  a  sulferus  124, 
Oto  sulfar  R*  194,  1153,  ansaldus  sulfarus  Scr.  411,  1157,  ego  garofalus 
Scr.  415,  1157,  ogerius  lugarus  Scr.  418,  1157.  —  17.  u  da  o  :  lungobar- 
dorum  C  992,  1000,  funtenele  SSt  1007,  acc.  a  fontanele,  in  sorte  de  fun- 
tana  C  1040,  acc.  a  fontana,  Custantini  C  1055,  uliuerius  SS  1137,  iohannis 
curtesi  SS  1141.  Più  numerosi  gli  u  da  il  lat.;  ma  qui  mi  limito  all' -m  : 
bruningu  num.  35,  do  lu  zerbu,  de  lu  cerredu,  Ugo  magru  LI  1135. 


G  Parodi, 

Dittonghi.  18.  Oltre  i  casi  citati  al  n.  10,  motto  qui,  per  quel  che  val- 
gono, Todeuerga  Toderada  C  971  (ali.  a  tefredi  SSt  1011,  teberga  1022,  teu- 
derada  1030  ecc.),  ofrasia  SS  1035.  Poco  c'insegnano  inperator  agitslus 
SSt  1031,  Sancti  Agiistini  C  1003,  cum  i^vìore  ...  agustino  SSt  1145;  ma 
può  notarsi:  in  loco  qui  dicitur  Austana  R  422. 

Consonanti  continue. 

J.  19.  Già  citato  Genariiis  C999;  e  si  aggiunge:  meliorcntur  non  pego- 
rentur  SSt  1097.  Ma:  Zoagii  num.  20  e  42.  Di  nessuna  importanza:  mense 
rnadius  SSt  1009?  ecc.  E:  de  lo  poio  R  146,  de  supra^Oio  de  leocaria  R  184 
(1018),  ubi  dicitur  poio  R  230  (1060),  non  sono  che  varianti  pseudoetimolo- 
giche di  'podi uni',  od. pohi.  Di  contro  all'od.  lilgii,  luglio,  SS  1039  lulius. 

J  implicato.  20.  LJ:  \n  pelio  SSt  1009?  (C  72),  ma  pegli  SS  1100,  in  uihi 
pegi  SS  1175,  ora  Pegi,  ubi  dicitur  maleolo  SSt  1030?,  ma  usque  in  maglolo 
SSt  1145,  de  magloleto  R  47,  in  loco  Bergalli  SSt  1027  (C  135),  in  hergaUi 
R  288  (1000),  Bargagii  R  298,  in  caniogi  Scr.  257,  1145,  monacus  de  camogi 
Scr.  288,  1155,  de  roca  taiada  R  105,  in  capella  de  rumallio  R  14,  capelle 
ramagii  320,  Rolandus  cegii  blanci  349,  corneiano  SS  1163,  ora  Kurnigoii, 
de  Zouaio  R*  125,  1188,  ora  S'uàgi.  Gli  esempj  più  antichi  per  la  ridu- 
zione in  (j  sono  della  metà  del  sec.  XII.  Cfr.  -cl-.  —  21.  MJ:  Se  mugna- 
negasco  'in  m.'  G  1047,  derivato  del  ni.  che  oggi  è  Mìnànegu,  è  da  Mum- 
mianus,  otteniamo  un  es.  di  mj  protonico  in  n,  cfr.  Banali,  ecc.  §  3A  e 
Settignano  Septimianus,  presso  Firenze,  Rom.  XVIII  603  n.  —  22:  SJ  : 
carta  oferscionis  C  969  (s);  ubi  dicitur  falexiano  SSt  1011,  C  1012,  occa- 
xione  SSt  1022,  ambroxius  SSt  1027,  deuixione  SSt  1028,  camixa  una  de 
dopso  C  1055,  ubi  cerexa  dicitur  SS  1109,  due  volte,  Turlexanus  R  38  {:■). 
—  23.  CJ  :  riuo  Yernazola  C  post  987?,  se  non  va  al  n.  24,  baldezun  num.  8 
e  12,  anselmo  cauaza  R  84,  Rubaldus  besaza  86,  de  brazamonte  146,  in  vico 
Molalo  R*201,  1180,  cfr.  Molaciana  R  11,  ora  Muasdha,  Obertus  de  cannega 
SSt  1179,  cogn.  vivente  Canossa;  scalgauegia  num.  30,  in  fossato  de  preda 
marza  R  188  (1061)  'di  Pietra  Marcia'.  —  24.  TJ:  Lasciando  mense  marciu.s 
SSt  1014,  porcione  SSt  1028  e  pedala  SSt  1031,  due  volte,  abbiamo:  ma' 
ziico  p.  17,  scurlamaze  num.  34;  anzanits  R  29  'anziano',  alzapé  num.  48; 
de  opizone  struxolo  R  13,  88,  se  è  'strutiolo',  e  più  dubbj  ancora:  Johannes 
reza  R  53,  lanfrancus  rezano  ib.  -  PTJ  :  dominicus  cazator  R  36  e  passim, 
Luxius  cazabouem  SS  1175.  Le  scrizioni  come  dominicus  caciator  R  41  di- 
pendono dalle  apparentemente  analoghe:  molaciana  ecc.  —  25.  DJ  :  Campura 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carte  latine  :  Fonetica.  7 

mezanum  C  1050,  Wilielmus  laiiezo  R  88  *lapideu,  ctV.  Rom.  XIX  484, 
de  caìnporzasco  R  266.  Se  in  iohannes  ragius  R  39  s'ha  veramente  radius, 
ne  risulterebbe  una  scrizione  sul  genere  di  caciator.  Ma  forse  risaliamo 
a  un  i  implicato.  —  26.  Per  BJ  ecc.  ho  soltanto:  per  caìuhlo  SSt  1103, 
'scrizione  a  rovescio',  e  probabilmente  Zoblolo  C  1023,  diminutivo  di 
'Eusebio',  cfr.  l'od.  Santii  S'óyu. 

L.  27.  Tre  esempj  di  -l-  in  r  :  a  fcletore  R  294,  cfr.  'Filettole',  Symoii  do 
merello  R  467,  se  con  l'od.  merelu  melu,  fragola,  risaliamo  a  *melillu; 
Wilielmi  de  Datavo  R*  362  e  363,  1210.  Forse  è  una  'scrizione  a  rovescio' 
nel  frequente  Silus  per  Siriis  :  manibu»  Johanni  et  Silo  C  1023,  Sancti  Sili 
SS  1017  (C  98),  SS  1026  ecc.,  e  in  caldelarius  Scr.  458,  1157,  tre  volte,  cal- 
delar  496,  1158.  Allato  a  'siluis  biiscaleis"  C  1089,  occorre  'siluis  buscareis'' 
SS  1085  (C  187);  ma  è  alternazione  che  non  si  limita  alle  carte  liguri.  Per 
L^  in  r:  guilliennus  Scr.  238,  1141,  tre  volte.  —  28.  ALT  ALD  ecc.:  Ru- 
baudus  SS  1180,  Arnaudus  SSt  1187,  Wilielmus  de  Ando  SSt  1187,  Obertus 
baudigoìius  SS  1193.  Curiosi:  Ansaido  R218,  Ansaida  220.  Per  ULT  ricordo 
'non  mutnrn  longe'  SSt  1118,  dubbio  perchè  isolato,  quando  s' hanno  bnl~ 
zaneli  SS  1158,  de  Bolqcnelo  R^  129,  1188,  ora  Bòsandm.  In  una  carta  di. 
SS  1138  è  tra  i  consoli  di  Tortona  nominato:  Obertus  scopellus;  ma,  sa 
pur  c'è  il  signif.  di  'scalpello',  non  sarebbe,  io  credo,  valido  esempio  ift 
questo  numero;  cfr.  §  3  A.  —  29.  L'N  in  II,  nel  sufi",  -allo:  de  runcallo- 
R  47,  fossado  de  ceredallo  178,  costa  de  cernilo  235,  fine  roca  qui  dicitur 
nizalla  292  ecc.  Ha  notoriamente  ragione  sua  propria:  prò  multone  et 
agno  R  45  (prò  muntonibus  duobus  R  33,  prò  muntone  35  ecc.). 

L  implicato.  30.  CL,  GL.  Il  più  antico  esempio,  ch'io  abbia,  por  la 
risoluzione  in  a  </,  a  formola  inizialo,  è  de  iarolo  R  300  'do  glareolo';  dov'è 
da  confrontare  la  grafia  corrispondente  delle  'Rime'.  Del  resto,  sempre 
intatta  la  formola  iniziale:  elusa  SSt  1024  e  1103,  clerico  SSt  1109,  clanica 
SSt  ino,  a  mansione  de  lo  clapacio  R  164  (1068),  ora:  ou  C'apàsu,  lacus 
de  la  clapella  R  213,  ora  C'apéla;  glareto  R  204  (992),  glariolo  300  (1164),. 
in  molendino  glarie  SSt  1170  ecc.;  sclaraeor  Scr.  14,  1143;  cfr.:  marchia 
de  crauexana  SSt  1196.  Interno,  dopo  consonante:  tordo  SSt  1099,  ma  ad 
torchinm  LI  1141,  se  esatto.  Tra  vocali:  uegius  arpini  LI  1102,  uegii  ih., 
cfr.  Petri  uegii  R  109,  in  uilla  uegia  Scr.  288,  1155,  musso  de  scalqauegia 
SSt  1156  (autenticità  incerta),  musscus  scalciauegic  Scr.  324,  1156,  Johannes 
uilla  uegia  SSt  1193;  usque  ad  conigium  R  B9  ;  damianus  de  fontanegio 
Scr.  336,   1156,  acc.  a  de   fontanegli  LI  1128,  fontanegio  R  164  (1068),  ora 


8  Parodi, 

Fuiitaneffi;  fine  lauaglo  pagnano  R  218,  fine  lauaclo  R  249  (998).  Una 
*  scrizione  a  rovescio',  significativa  di  molto,  è  quella  per  cui  gì  è  nelle 
veci  di  g  :  oglerio  SSt  1005,  'Ogerio',  auglerius  auglerio  SSt  1097,  Oglerius 
SSt  1173,  R*  27,  1176;  80,  1170,  ecc.;  cfr.  Ruglarius  SSt  1167.  —  31.  PL  BL. 
Iniziali,  non  offrono  sicuri  esempj  di  risoluzione.  Abbiamo  :  blauas  collegit 
SS  952,  de  blaua  SSt  1097,  bianco  SSt  1103,  Johannis  blancus  SSt  1109,  de 
celilo  bianco  SSt  1173,  ma  Brundo  R*  66,  1180,  npr.,  Brondus  ib.,  §  3  A. 
Interni:  dublum  C  999,  1000,  in  dublo  C  1003,  in  dublum  SSt  1014  (C  92), 
pena  diibla  SSt  1026,  dublum  SS  1065,  fosato  de  ponpliaìia  SSt  1049,  ali. 
a  fosato  qui  pergit  a  Ponpiana  C  1077,  in  .uultablo  SS  1003,  uultahiimi 
Scr.  288,  1155,  de  Monte  Obio  R^  138,  1188,  che  sarà  Mons  Opulus, 
cadaplauma  SSt  1027  e  caapioma  1194,  num.  10;  ma  notevole  sopra  tutti: 
fosato  de  staliani  SSt  1018,  od.  Stage'n  (che  non  so  staccare  da  stabulu,  e 
risalirà  perciò  a  *stabulani),  Stniano  LI  1128,  ad  Staianiim  SSt  1173  ecc. 
Non  popolare:  uia  puplica  SSt  1011,  1027,  uia  plubica  SSt  1074,  uia  pu- 
prica  SSt  1100:  cfr.  num.  26.  —  32.  FL.  Fulcus  reflatus  SSt  1173,  Wi- 
lielmus  reflao  ib. 

R.  33.  Scempiata  la  doppia,  come  nel  genovese  storico  :  iera  SS  1036 
(C  82),  ubi  dicitur  Sera  C  1059,  curii  SSt  1069,  ubi  dicitur  tocafero 
SSt  1081,  terarusa  C  1085,  iusta  tera  Andrei  C  1086,  tre  volte,  ali.  a  terra, 
tera  beloni  SSt  1095,  tera  rustici  ib.,  ugo  de  ture  SSt  1109,  de  Magneri 
ali.  a  Magnerri  R^  63,  1177,  Menaguera  80,  1170,  Obertum  Caparum  R^  336, 
Ì210,  più  volte,  terucio  p.  16.  —  34.  Metatesi:  casalle  preda  strecta  C  1019 
*Pietra  stretta',  in preta  streta  C  1040,  Preda  strecta  C  1047,  filli  scurlamaze 
R  17  'CroUamazza';  cfr.  scorlando  Arch.  Vili  387,  catthredam  R  430  (1008). 

S.  35.  Il  dileguo  di  s  finale  domina  pur  nella  scrittura:  (ego)  Elde- 
prando...  firmaui  SSt  964,  adelberto  index  ib. ,  cunrado  rogatus  ib. ,  Teo- 
dero  C  969,  ansaldo  silueradus  SSt  1000,  est  fosato  ib.,  nos  martinus  et 
hruningu  SSt  1007,  ubi  dicitur  canpo  zuconi  SS  1012  (C  84)  ecc.-  Per  l'i- 
niziale, oltre  si-  da  si-  in  scindicus  scindico  R' 360  e  361,  1211  (cfr.  su- 
scìdium  SSt  1014),  noterò  lo  :.-,  come  nell'italiano,  di  'Oberti  zocolariV 
SS  1177.  Per  :  d'altre  provenienze:  in  canpo  zuconi  SS  1012,  C  1040,  1047, 
otto  zopo  ss  1138  (Tortona),  zebaruni  e  ziriale  p.  17,  oltre  l'oscuro  Aqua 
zole  C  987,  od.  gen.  Akasó'a,  nomo  del  pubblico  giardino.  Il  suono  z  (e  z) 
è  ignoto  al  dialetto  od.  della  città,  ma  forse  non  fu  sempre  così.  Cfr.  i 
numm.  19,  23,  24,  25  e  46.  —  36.  SCI:  grexencius  SSt  1099,  se  è  'Cre- 
scenzio', .Johannera  Pexum  R*  40,  1172  ecc. 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carte  latine  :  Fonetica.  9 

N.  37.  Pochi  gli  esempj  della  trascrizione  nn  :  a  porta  superanna  C  1000, 
donno  nostro  Ardoinno  C  1003,  in  fontana  de  granna  R  164,  sancte  marie 
patrannie  R  274,  in  molaganna  SSt  1187;  di  che  vedi  Arch.  X  152  e  §  3  A. 
Per  l'uscita,  aggiungi  agli  es.  del  num.  12:  buccadasen  Scr.  369,  1157, 
boccadasen  370,  1157,  npr.,  cfr.  l'od.  Bukadas'e,  ni.,  male  italianizzato  in  'Boc- 
cadasse'.  — 38.  La  nasale,  antica  di  certo,  degli  od.  stranhic  e  s'ehbu,  si 
riscontra  in  Strambus  et  consanguinei  ejus  R  18,  Strambus  Medicus  R'  109» 
1182,  Guilienzono  Zembo  R"  32,  1178,  cfr.  Rom.  xvii  52  sg.,  St.  it.  di  fil. 
class.,  I  433  n. 

Consonanti  esplosive. 

C.  39.  Wilielmum  Gamehctn  R- 79,  1170,  tre  volte,  con  §-  antico;  Ilen- 
riffo  rex  C  1005,  ubi  dicitur  ualle  fiigaciaria  SSt  1022,  monagos  SSt  1031, 
due  volte,  monagorum  ib.,  due  volte,  ubi  dicitur  Yigo  C  1087,  in  palaiia- 
nego  SS  1088  (C  193)  ecc.;  fontana  sagrada  R  254  (1010).  Notevoli  gra- 
fìe sono  h  e  he:  ìnonahus  C  971 ,  Waraho  C993,  raonahis  C  997,  mona- 
horum  C  999,  monahus  C  1000,  monahorum  SSt  1018,  1029,  marhio  SSt  1033, 
monahcorum  SSt  1100,  monahcos  ib.  ecc.  —  40.  CT  :  saletis  LI  958,  C  965, 
979,  1020,  SSt  1049,  ali.  a  salectis  C  969,  993,  SSt  1019,  in  preta  streta 
C  1040  ni.,  ali.  a  preda  strecia,  cfr.  num.  34,  e  a  felecto  C  1027;  finalmente 
Dominicus  de  feleito  R  82,  in  saleito  R*  22,  1177,  Oberto  Peitenato  R'  123, 
1183;  140,  1186,  coi  quali  manderemo  Guaita  tana  LI  1142,  filius  guaita 
folio  R  34,  facit  guaitam  cottidie  R  37.  Di  et  che  per  falsa  analogia  prenda 
il  posto  di  ?,  sono  esempj  :  imperactor  C  1000,  Ictalia,  cecteri^  iota  ut,  prò 
ctempore,^  clune  ib. ,  salectis  practis  G  1004  ecc.  — 41.  CS  :  nos  saxo  filius 
SS  1035,  saxo  et  ofrasia  ib.,  bisxola  e  bixola  num.  9;  e  a;  varrà  di  certo  s. 

G.  42.  Caduto,  ne' due  soliti  esempj  jugu  fagu:  iuuo  LI  962,  C  979,  993, 
SS  1004  (C  62),  de  Zouaio  R*  125,  1188,  num.  20;  usque  ad  Fauni  Cascaui 
R  18,  fine  fao  frigido  273;  e  sono  scrizioni  pseudoetimologiche:  in  fagido 
frigido  R274  (1060),  per  fadum  frigidum  R  315  (1145).  Di  g  non  etimo- 
logico, ma  di  effettiva  pronunzia,  è  notevole  es  :  Rolandi  pigoiarii  R*  215, 
1195,  ali.  a  'fontana  pioglosa''  R  254  (1010),  ora  pi^ógu  pigugus'u  ;  e  proba- 
bilmente gli  si  aggiunge:  de  maguqeno  SSt  1190,  in  magu^eno  SSt  1196, 
cfr.  num.  12.  Metto  qui  il  frequente  saonese  LI  1139  ecc. 

QV  GV.  43.  quintanascum  'fogna'  R*  234,  1193,  per  acquistum  R'  269, 
•994;  19,  1175;  Ogerio  frenguello  SSt  1164,  Lanfranco  frenguello  SSt  1165. 
In  'Enricum  Rustiguellmn'  R'  372,  1218  si  ha  -gue-  per  -()e-,  come  tal- 
volta nelle    'Rime'.    Si  spiega  coU'influonza   di  'carro':   cadrubius  R' 83, 


10  Parodi , 

1171,  in  carrubio  R^  362,  1210.  — 44.  W.  uuido  SSt  1005,  uuaraco  1011  ecc., 
ma  guardiam  LI  958,  gualterij  SSt  1011,  guiliehni  SSt  1014,  guilielmus 
SSt  1105,  1109  ecc.,  cfr.  Gulielmo  pezuUo  R  19. 

CE  CI.  46.  in  alpe  maxeria  C  987,  iusta  pedem  de  maxerie  ib. ,  costa 
albinoti  maxenasco  C  1066  (copia  del  1201),  in  alpe  maxeria  SSt  1097,  ad 
pedem  maxerie  ib.,  malauxelo  SSt  1099,  Rollandus  de  montexello  LI  1142, 
baldus  colexella  R  37,  fliimexello  225,  de  axereto  ib.  (male  italianizz.  in 
Assereto),  baldi  caulixelli  R  315,  molendini  de  piguixello  SSt  1190,  1196  ecc. 
CtV.  anche  il  num.  15.  Qui  stia  pur  Pizena  num.  6  e  14. 

6E  61.  46.  zinestedo  C  965,  un  pò*  sospetto,  in  loco  et  fundo  Zumin[ianiJ 
C  1017  Geminiani,  cfr.  in  Zimignano  SS  1120,  uilielmus  de  zermano 
SS  1137,  de  zinestedo  R  133,  SSt  1171,  Guilienzono  Zembo  K"^  32,  1178,  Ze- 
noardus  R*  33,  1178;  aproazenare  R^  275,  1201  'propagginare';  cfr.  core- 
zarius  num.  14,  col  quale  manderò:  Gazio  C  1019,  ubi  dicitur  Gaqum 
{q=~  0  /?)  R'  233,  1193,  ali.  a  costa  de  gagio  C  1010,  od.  gen.  munte  dii 
Gas'u,  cfr.  Arch.  IX  409  sg.  n.  Ricordo  ancora  la  scrizione  t,  J,  benché  già 
latina  e  frequentissima  nelle  carte  medievali  :  Jenzior  C  979,  980,  lermani 
C  980,  jermanis  SSt  1005,  jermanus  SSt  1015,  1024,  campis  ierbis  SSt  1049, 
jermanis  SSt  1142;  [a  palis  in  iuso  SSt  1108];  inieniurn  ingenium 
SSt  1016  (G  98),  leie  SSt  1024,  aiere  SSt  1026  'agere'  (C  132),  in  falò  fri- 
gido R  277,  cfr.  num.  42,  ecc.  Da  j-  francese  :  de  monte  jardino  R  26,  in 
jardino  SSt  1179,  cfr.  Moniardini  R»  392  e  393,  1240.  —  47.  In  dileguo 
nella  protonica:  a  te  oberto  guaina  Scr.  286,  1155;  decem  fossas  proana- 
rum  R^  409,  1253,  cfr.  num.  46.  Non  hanno  importanza  i  nomi  germanici, 
rainardus  SSt  1027,  mainardo  SSt  1037,  reinaldos  reinardus  SSt  1045,  ri- 
naldo  C  1045,  maginfredi  SS  1064  (C  169),  mainfredus  SS  1137,  R  51,  Man- 
fredus  R  53  ecc.  Scrizione  a  rovescio:  Eginriciis  rex  C  1004?,  1012,  1014, 
ali.  ad  Inricus  1006,  Anricus  SS  1008. 

T.  48.  nudalo  et  honorado  LI  962,  nudali  honoradi  ib. ,  Costa  de  Prado 
C  979,  fossado  ib.,  fine  fossadus  R'  269,  994,  refudauimus  C  1003,  Mortedo 
C  1004?,  fosudo  SSt  1005,  garsanedo  ib.,  quondam  Leda  cuniux  mea  SSt  1009? 
(C73),  cfr.  nos  lohannes...  et  Leta  C  1012,  in  locas  et  fundas  Codoledo  C  1023, 
due  volte,  SS  1039  (oggi  'Cogoleto'  Cugu),  mortedo  SSt  1025,  1060,  1099,  ni., 
ubi  dicitur  pradello  SSt  1031;  uie  publice  qui  nominatur  strude  SSt  1103, 
cfr.  strue  'strada'  ri  xiv  454,  xxi  12,  e  i  §§  2  e  3;  de  sosenedo...  de  mirtedo 
de  cerreto...  de  prudello  LI  1128  ecc.  In  cadiuu  C  1005,  se  'captiva',  si  ha  una 
*  scrizione  a  rovescio'.   Palese  il  dileguo  in:  de  uendea  LI  1134,  Carmaini 


Studj  ligiin.  §  1,  A.  Cai't'3  latine  :  Fonetica.  11 

Caivìiaino  R  29,  R^  127,  1188,  ali.  a  Idonis  de  carmadino  R  31,  do  panie 
R  46,  Guilielmii  caiti  R  60  'caduto',  Citaini  acc.  a  Citadinus  K^  83,  1171, 
Bruxaello  R*  244,  1192;  ubi  dicitur  pe  de  monte  SSt  1018,  Anselmus  al- 
zapé  R  82.  —  49.  TR  :  quondam  Perus  judici  SSt  1009?  (C  73),  e  il  npr. 
madrona  SS  1030,  frequente  più  tardi.  Non  m' è  chiaro  :  tibi  Manzo  de 
Molazana  filio  quondam  Peironi  l<?  364,  1209. 

P.  60,  in  locas  et  fundas  Riuariole  C  969,  de  loco  riuariole  SSt  1011 
(C  77),  1016  (C  97),  a  la  louaria  C  1016,  pauariano  C  1019,  ali.  a:  in  villa 
papariano  SSt  999,  1022,  ma  de  Pauarano  R'  197  e  198,  1184,  oggi  Paviàh, 
Canarina  C  1047,  Wilielmus  lauezo  R  88,  num.  25,  Rubaldo  cewo^te  R^  250, 
1193  e  259,  1203;  aproazenare  proanarum  num.  46  47;  Martinus  Baticaic 
R  235  (1039),  se  è  'Batticapo'.  —  51.  PR.  Caurasco  C  1019,  in  uilla  Caurasco 
SSt  1033,  de  cabriata  SS  1107,  1109,  de  cauriada  SS  1137,  aldeurandi  R  286. 

B.  52.  Inutile  citare  esempj  come  'de  sancta  sauina'  SS  1039  e  simili, 
e  mi  ristringerò  a  'thome  scatnni''  SS  952. 

Accidenti  generali.  —  53.  Qualcosa  più  che  un  esempio  d'aferesi:  per 
nimiam  firmitatem  SSt  1027,  C  1029,  SS  1039:  cfr.  l'od.  fennàja  infermeria. 
Siamo  allo  stesso  caso  di  'fante':  Bonafante  C  1047  ecc.  E  qualcosa  più  che 
un  esempio  d'apocope  è  il  solito  ca:  terra  de  ca  subtana  de  ponte  R  48. 
Qui  metto  anche  Giromus  Scr.  432,  1157  'Gerolamo',  od.  G'omu.  — 54.  As- 
similazione vocalica,  oltre  che  nel  comune  salamonns  K^  72,  1168,  più  tardi 
Saramun,  e  in  Sarafìne  num.  16,  pure  in  centatiario  R*441,  1254,  ora 
sentano..  —  55.  Dissimilazione  di  consonanti ,  non  specifiche  :  Vicoicius 
R' 79,  1170,  Sancti  Vicencii  101,  1173,  ora  Visensu,  propietas  R  183,  od. 
propÌK.  Non  oso  aggiungere  galea  R  118,  R"  269  e  272,  1194,  cfr.  Rom. 
IX  486.  — 56.  Metatesi  sillabica,  non  specifica:  de  padttle  R  237  (966),  de 
paule  R  46.  Par  che  rimanesse  tuttavia,  nella  disposizione  etimologica , 
snraffo,  oberto  sarago  Scr.  472,  1158,  obertus  de  sarago  479,  1158,  sargus, 
ora  sà()ou,  anter.  sàgaru.  Agg.  Rainarolius  R' 256,  1194,  ni.,  cfr.  l'od.  rcsna 
rana.  —  57.  Commistione  di  temi,  oltre  che  nell'ant.  rendere  C  1006,  anche 
in  bergamena  C  1005  'pergamena',  acordio  R'' 412,  1254,  od.  akórdhi,  su 
'concordia',  in  eius  terratorio  R*  383,  1228,  cfr.  Schuchardt  vok.  II  103. 
Ma  contangit  R  162  e  224  (972)  rientra  nella  generalo  tendenza  a  reinte- 
grare il  verbo  composto. 

Riassunto.  58.  I  fenomeni  più  caratteristici  del  dialetto  genovese  del  300, 
si  può  dire  che  appariscano  già  tutti    nello  più  antiche  nostro  carte.    Per 


12  Parodi, 

alcuni  pochi,  cho  non  si  mostrano  se  non  alquanto  più  tardi,  possiamo 
talvolta  restar  dubbj,  se  ciò  sia  da  attribuire  alla  scarsità  del  materiale 
che  dalle  carte  ricaviamo  (così  per  la  caduta  delle  uscite  vocali  dopo  «,  r), 
o  se  piuttosto  non  sia  da  ammettere,  che,  fenomeni  secondarj  come  sono, 
essi  spettino  a  età  seriore.  A  ogni  modo ,  ha  la  guarentigia  di  una  ben 
rispettabile  vecchiaja  ogni  caratteristica  dialettale  che  in  codeste  carte  si 
riveli  ;  e  qui  è  riassunta  la  nostra  esposizione,  indicandosi  per  ogni  feno- 
meno l'anno  dell'esempio  più  antico.  —  Vocali:  d  in  e  davanti  r  com- 
plic,  1016,  num.  1;  -erius  per  -arius,  1102,  num.  2;  e  in  e/,  969,  num.  4; 
-INA  in  -ena  1060  (copia  del  1143),  num.  6;  p  in  ?(,  999,  num.  8;  àu  in  o, 
1017,  num,  10;  —  e  vocale  atona  predominante,  997,  num.  13  e  14.  — 
Consonanti:  -LJ-  in  g,  1143,  num.  20,  e  questo  è  veramente  l'ultimo 
esito,  a  cui  dovette  precedere  la  fase  del  j,  serbata  da  gran  parte  dei 
dialetti  liguri.  Un  g-  da  GL-  è  del  1143,  num.  30,  cfr.  Qoendam  a  p.  21;  e 
-CL-  -GL-in^  sono  indirettamente  attestati  da  Oglerio,  num.  30,  fin  dal  1005. 
-PL-  -BL-,  ridotti  prima  nell'unico  -bl-,  danno  pure  g  fin  dal  1018,  num.  31  ; 
cfr.  num.  26.  E  poiché,  nei  dialetti  liguri,  LJ,  CL,  PL  si  sono  svolti  cia- 
scuno per  diversa  via,  §  4,  non  sarà  caso  fortuito  che  la  fase  g  s'  abbia  più 
tardi  nel  primo,  che  non  negli  altri  due.  -ALT-  ecc.  in  -aict-  1180,  num.  28. 
Doppio  R  scempiato,  1023,  num.  33.  N  'faucale',  1000,  num.  37.  -C-  in  -g-, 
1005  e  1022,  num.  39;  -CT-  in  jt:  feleito  1143,  num.  40,  e  quivi  insieme  si 
confrontino  le  'scrizioni  a  rovescio'.  -CE-  -CI-  in  ;;,  987,  num.  45;  GÈ  Gì 
in  se  s'i  (o  ze  ziì),  965  e  1017,  num.  46,  cfr.  num.  19  e  25.  -T-  caduto,  1134. 
num.  48;  -TR-  in  -r-  1009?,  num.  49;  -P-  in  -y-,  969,  num.  50. 

Appunti    morfologici. 

Articolo.  —  59.  da  uno  capite  . . .  da  alio  capite  SSt  999,  a  perticas  de 
pedes  XII  a  pedes  liuprandi  quond.  regis  SSt  1011;  in  loco  lo  mulinello 
C  1089;  a  la  louaria  C  1016,  carta...  ostensa  et  «  Z  ordine  lecta  SS  1039, 
in  lo  casale  C  1040,  in  la  fontana  ib.,  quinta  pecia  da  l  oliua  C  1086,  per 
lo  tonninus  SSt  1142  ecc.  Curiose  scrizioni:  da  buno  latere  (due  volte)... 
da  balio  latere  R  218  (1019),  220.  Notevolissimi  e  non  facili  a  spiegare: 
in  0  polo  R  164  (1068),  in  a  costa  ib. ,  in  o  runco  171,  in  o  broglo  ib., 
usque  in  a  plano  195  (1096),  in  o  roncallo  219,  in  o  brolo  254  (1010),  in 
0  planello  ib.  Vedi  §  3,  s.  'Articolo'. 

Nome.  —  60.  Come  altrove:  ipses  pecies  C  1013,  calendes  genarius  SS  1017 
(C  98),  omnes  pecies  de  terra  C  1029,  a  suprascriptes  dues  porciones  C  1030. 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carto  latine:  Morfologia.  13 

In  'filii  selueradi  de  le  iiallV  R  265,  è  V  -i  che  ci  aspettiamo  pel  fem,  plur. 
di  3%  ora  -e.  Nei  nomi  di  tipo  germanico,  la  differenza  tra  il  nominativo  e 
i  casi  obliqui  sembra  osservata  un  po'  meglio  che  nei  latini  ;  ma  non  no- 
terò se  non  'quondam  aldani'  SSt  1027,  quondam  gazani  SSt  1088.  — 
61.  Genere  ecc.:  in  eadem  monesterio  C  1003,  SSt  1016  (C  97),  SSt  102G  e 
altrove,  in  locas  et  fundas  Riuariole  C  969  e  spesso  altrove,  anche  in  locns 
et  f Linda  SSt  1019;  nepota  mea  SS  1089  (C  194),  nemina  persona  SSt  1045 
(C  157),  SSt  1100  (C  204).  Si  fonda  sull'uso  volgare,  tuttora  vivo,  oltre 
* suprascripto  pedo"  C  1031,  anche  'uinea  et  fìcas''  SSt  1026,  C  1079,  od.  gen. 
fi^e.  Pel  neutro,  oltre  i  citati  ^ locas  et  fundas\  sieno  addotti  ancora:  de 
jam  dieta  mobilia  SS  1039,  ubi  noncupatur  Campora  C  1006,  SSt  1085  (C  188), 
1095  ecc.;  dna  milia  mancusos  aureos  SS  1039,  tuttora  dna-mìa.  —  62.  Com- 
parazione :  de  plus  propinquioribus  parentibus  nostris  SSt  1019  (C  115). 

Pronome.  —  63.  Unico  ma  doppio  es.  di  pron.  congiunt.  nel  npr.  Deilo- 
mede  R'  155,  1196,  Deilomedis  R*  226,  1198,  cioè  Be-lu-me-dé  {Bei  per  De 
anche  in  Qualdeivol  Scr.  404,  1157),  'Dio-lo-mi-diede',  cfr.  Bemerodé  §  2  A, 
num.  4.  Ed  è  di  particolare  importanza,  perchè  il  solo  esempio  genovese  in 
cui  si  mostri  la  condizione,  secondo  me  originaria,  cioè  il  pronome  atono 
accusativo  che  precede  al  dativo  ;  di  che  ho  toccato  nel  Giorn.  stor.  d. 
Iettar,  it.,  X  189  sgg.,  e  in  Rom.  XVIII  20  sg. 

Verbo.  —  6i,  Conjugazione  mutata:  libellum  petire  SS  1004  (0  64), 
C  1012.  —  65.  Desinenze:  rendemus  C  1028,  iiendemus  Scr.  300,  1155;  de- 
heunt  SSt  964,  concambiunt  R  11,  che  ci  riportano  alle  3*  plur.  tuttora  vive 
in  parte  della  Liguria,  cfr.  §  3;  sie  data  'sit'  SS  1039;  de  uilla  henestai 
R  264  (1170).  —  66.  Tempi.  Presente  con  accento  di  terz' ultima  nel.  sng.  : 
pizeffa  formatico  R  405,  cfr.  iohannes  bizegans  formatico  392,  di  certo  pì- 
zega  'pizzica',  ora  pesiga.  Imperf.  cong.  :  debesset  SSt  1024  (C  124).  Per- 
fetti: tradedit  SS  1019  (G  161,  male  attrib.  all' a.  1049),  tradeditis  ib.,  ma 
è  carta  scritta  a  Tortona,  uindedimus  C  1003,  SS  1004  (C64),  probabil- 
mente già  latini,  offersimus  offersistis  SS  1019  (C  161).  Participj  :  Johannes 
pento  R  82,  Nichela  Caitiis  R»,  160,  1197;  223,  1198  ecc. 

Indeclinabili.  —  67.  de  superiore  capite  fine  iuuo  cerexole  C  979,  e 
spesso;  a  palis  in  iuso . . .  et  a  molendino  in  suso  SSt  1108;  da  la  ripa  in 
la  SSt  1142.  Frequentissimo  è  siue  que  'sia  che':  sibe  que  alii  sunt  coe- 
rentes  C  997,  siue  que  alii  sunt  coer.  C  999,  sibe  que  a.  s.  e.  C  1013  ecc. 

Suffissi.  —  68.  Mi  fermo  al  caratteristico  e  frequentissimo  -asce:  casa 
nouasca  SSt  1018,  in  locas  et  fundas  Langasco  C  1019,  Caurasco  ib.,  terra 


14  Parodi, 

seninasca  C  1029,  in  miignanc(jasco  C  1040,  1047,  in  cagensasco  C  1040, 
Aznensasco  C  1047,  Maxenasco  C  lOGG,  fossato  Lcuassco  C  106G,  de  casta- 
neto  stropasco  C  1087,  ubi  dicitur  horlasco  SS  1100,  usque  ala  sorte  vata- 
ridzasca  SSt  1142,  in  emdidasco  R  18,  in  terra  campasca  ib. ,  de  seuasco 
(siepe,  cogn.  od.  Cevasco)  19,  in  laco  htgasco  148,  terra  pradasca  174,  terra 
uallasca  190,  castaneto  uallasco  223,  de  campar zasco  266  ecc.  —  Di  -allo, 
al  n.  29.  —  E  sia  ancora  notato:  deccmtm  R*  368,  1198,  cfr.  l'od.  gen.  deze'ii, 
specie  di  misura. 

Appunti  lessicali. 

Son  tenuti  in  confini  assai  ristretti  :  per  altro  materiale,  meno  caratteristico  o  più  in- 
certo, si  possono  veder  gli  indici  delie  varie  raccolte.  In  fondo  sono  uniti  alcuni 
nomi  proprj,  che  hanno  per  il  lessico  una  certa  importanza. 

amhlatorium  R  263  :  '■amhlatorium  quod  liabebitis  super  elusa  et  super  uia 
ista ...  in  suspense,  quod  nuUomodo  impediat  uiam  liane  neque  euntes 
et  redeuntes  per  eamdem  viam,  neque  impediat  quolibet  modo  clusam 
molendini'.  Cfr.  R  288:  '■ambulatorio  de  uinea',  e  sopratutto  R' 36,  1173, 
ove  si  descrive  un  vero  pergolato.  E  dunque  il  gen.  od.  ancjòu,  ligure 
occid.  ahgav!  'pergolato',  che  già  ricondussi  ad  ambulatorium  in 
Giorn.  ligust.  1885,  p.  247,  prima  di  conoscer  le  forme  basso-latine.  Si 
veda  anche  Due.  s.  ambulatorium-2,  dove  si  cita  Giovanni  da  Genova. 

harhanus:  'de  harhnnis  seu  parentibus  meis'  C  973.  Cfr.  CIL  IX  6402. 

bedum:  'uia  decurrit  iusta  bedum  istius  eluse  none'  R  262,  cfr.  263;  'da  una 
parte  bedo  et  aqua  ductile'  R  294.  E  l'od.  béu  canale,  gorello.  Cfr.  Due. 
s.  bedum  bediura,  Kòrting  n.  1101. 

binellus,  od.  gen.  binelu  gemello;  'in  molendinis  illis  binellis'  SSt  1149, 
'in  molendinis  binellas"  SSt  1172. 

hlaua  biada.  Per  gli  esempj,  v.  il  num.  31.  Anche  il  verbo  derivato:  'ita 
tamen  ut  possint  runcare  de  bosco  et  imblavare'  R^  229,  1201. 

bosco:  'insuper  dare  debeant  mcdietatem  de  bosco  quem  ibidem  coltum 
fuerit,  excepta  murta'  SSt  1097.  La  raurta  myrtus  è  il  'bosso',  cfr.  l'od. 
gon.  murtih  mortella;  e  bosco  vai  'legno'  in  generale,  come  tuttora 
nel  piemontese  e  in  qualche  dialetto  ligure. 

buscalea:  'terris  arabelis  et  erbis  silvis  busioleis^  C  1089.  L'od.  gen.  bu- 
skaga  vale  'bruciaglia,  fruscolo',  ma  buskaga  boscaglia  è  negli  scrittori 
de'  secoli  precedenti.  Cfr.  n.  27,  dove  è  già  citata  la  forma  secondaria 
buscareis  SS  108-5,  e  Due.  s.  v. 

bucins;  'in  galoam  vel  bucium  vel  in  aliquo  ligno  quod  non  sit  navis 
magna'  R*  454,  1228;  'quia  medietas  honoris   seu  carrici  unius   bucii 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carlo  latino:  Lessico.  15 

«st  ipsius  Raimundi  Restagni,  et  in  ipso  bucio  marinari!  xv  fuerunt" 
R*  352,  1214;  'prò  qualibet  persona  veniente  in  nave,  sive  bucio,  sive 
tarida,  sive  galiota,  sive  sagitea'  R*  432,  1256,  e  così  altrove.  Per  altri 
•esempj,  di  tempo  e  luogo  diverso,  è  da  vedere,  oltre  a  Jal,  Archeo- 
logie navale,  Parigi  1840,  II  249,  sopratutto  Belgrano,  Documenti 
inediti  riguardanti  le  due  Crociate  di  S.  Ludovico  ix  Re  di  Francia , 
raccolti  ordinati  ed  illustrati,  Genova  1859,  pp.  312  sgg. ,  ov' è  anche 
data  una  minuta  descrizione  del  'bucius'.  I  documenti,  noti  al  Bei- 
grano,  in  cui  si  parli  di  questa  sorta  di  nave,  non  scendono  oltre  il 
sec.  XIII  ;  io  la  trovo  però  ricordata  nello  Statuto  dei  Padri  del  Co- 
mune della  Repubblica  genovese,  jìiibblicato  per  cura  del  Municipio, 
illustrato  dall'Avv.  C.  De-Simoni,  Genova  1886,  p.  93,  all'a.  1436. 
E  cfr.  Due.  s.  bussa,  buzia,  bucia.  —  Le  'Rime'  ci  offrono  buzo  huzi, 
•che  rimasero  enigmatici  al  Flechia,  VIII  335,  ed  altro  non  sono  se 
non  la  voce  che  ora  studiamo.  La  pronunzia,  come  dimostra  1'  u  ben 
fermo,  doveva  essere  biisu,  da  unire  coll'ant.  frc.  buce  busse,  che  il 
Kluge  Etw.  *  47  deriva  da  una  base  germanica,  ant.  nord,  biiza,  angl- 
sass.  busse,  ingl.  buss,  od.  ted.  bilse.  Cfr.  Mackel,  Die  german.  elem. 
in  der  franz.  u.  provenz.  spr.  20  e  174  ;  e  aggiungi  l'od,  spagn.  buzo 
e  il  catal.  bussò. 

calare:  'et  abbas  non  possit  inferius  ponere  scilicet  calare  inferius  sua 
canalia^  SSt.  1187.  Cfr.  §  2  e,  e  Due. 

cabnus  colle:  'prò  calmo  Asegnino'  R  280  (1039;  cfr.  'de  Monte  Asignano' 
R  267,  'de  Montasignano'  ib.,  che  è  lo  stesso  luogo,  oggi  Muntes'inàn, 
Mons  Asinianus);  'usque  in  calìiio  de  Carello'  R  279,  R'  56,  1175. 
Cfr.  Rom.  XXI  9  n. 

■erosa:  'uia  que  dicitur  erosa'  SSt  1011,  cfr.  1026,  1118;  'in  fossato  eroso 
R  272  (966).  E  l'od.  gon.  cròs'a  viuzza,  e  cros'u,  più  raro,  in  frasi  come 
ihtu  cros'u  da  man  'nella  concavità  della  mano.'  Cfr.  Arch.  I  545, 
Kòrting  2280. 

inserere:  'pastenatum  et  inseritum  non  habuerimus'  SSt  1007;  'atque  annis 
singulis  viginti  busmos  inserere'  R'243,  1192.  Vaio  'innestare',  gen. 
od.  inséi.  Non  so  invece  che  significhi  busmos. 

nauclerius  R»  269  e  272,  1194;  440,  1228,  nnucherius  R'  454,  1228,  bis,  nau- 
cherus  451,  1228,  bis,  naucherios  R'^  449,  1228  ecc.  Il  noihé  nozhé  nozhér 
delle  'Rime'  non  è  da  leggere,  come  il  Flechia  propone,  nocér  noce,  che 
sarebbe  anormale,  bensì,  come  anche  la  grafia  dimostra,  no(jrr  nogr'. 
Né  mi  pare  verosimile  l'oscillazione  supposta  dal  Pieri,  Arch.  XII  158. 
Si  potrebbe  invece  ammettere  un  doppio  tipo  per  una  voce  affine,  an- 


16  Parodi, 

ch'essa  studiata  dal  Flechia,  Arch.  Vili  400,  tigé  voghe,  così  che  la 
prima  forma  {vuge')  rispondesse  a  *vog''lariu,  la  seconda  a  *voga- 
riu.  Potrebbe  darsi  però  che  in  voghe  Vh  fosse  puramente  ortografico; 
efr.  vocherius  del  Continuatore  di  Caffaro  a.  1244  e  vochieri  in  DeSimoni, 
op.  cit. ,  p.  271.  —  Quale  uffizio  avesse  il  'nocchiere'  sulle  navi  e  in 
che  si  distinguesse  dal  '  pilota',  espone  il  Belgrano,  op.  cit.,  pp.  23  sg. 

paxonadas  R  300,  palizzate,  gen.  od.  ;:)rt.sV</i  palo.  Cfr.  Kòrting  5970. 

phiolam  unam  olei  LI  1128.  È  notevole,  per  la  vocale  che  ha  comune  col  ri- 
flesso francese.  All'incontro:  fialas  C  987.  Cfr.  St.  it.  di  fil.  class.,  I  421  n. 

giiintanascum  R'  234,  1 193,  fogna.  Altrove  quintana,  che  vive  noU'od.  gen. 

kintaha,  di  scarso   uso,  tranne  in  qualche  frase  stereotipa.  Cfr.  Due. 

s.  quintana  quintanea  e  Arch.  VIII  381.  L'etimo  è  incerto.  Con  lo  stesso 

suffisso:  forana,  Forster,  Galloital.  Predigt.,  X  18,  riana  od.  piemont, 

che  valgono  tutti  e  due  'chiavica,  fogna'. 

rexentarmn  unum  R*  368,  1218.  Cfr.  rexentar,  pag.  21. 

scincUda:  'facit  palos  prò  vinea  . . .  et  scindulas . . .  et  stringit  butes  et  tor- 
cularia  et  tinam'  R  37;  assicella;  cfr.  Due.  s.  schindula. 

seràbula:  'surexit  in  serabulis  cum  rapagulo  in  manu'  R*  330,  1218.  Cfr- 
Due.  s.  saraballa  sarabola. 

sene  siepe:  'fine  seue  de  pradello'  R  150  e  204  (992);  anche  setiale:  'fine- 
seuale  de  persego'  R  143,  e  seuasco,  'de  seuasco'  R  19,  n.  68. 

spitum  spiedo:  'Turtexanus  dat  fascium  unum  spitorum''  R  38  ;  cfr.  Due.,, 
e  Kòrting  7688.  L'od.  gen.  spldu  è  importato;  e  spitum  riviene  forse 
a  un  dialettale  *spéu;  cfr.  imspea  §  2  e. 

terucio  terrazzo:  'ego  salivi  in  terucio"  R'  328,  1218,  'super  quodam  teru- 
cio  ubi  habebat  granum'  ib.  330.  Cfr.  Due. 

topia  pergolato:  'topia  una  de  vinea'  R  164.  E  vocabolo  non  popolare,  con- 
servato tuttora  nel  contadinesco  tópia,  e  diffuso  piuttosto  largamente. 

trexenda  'intercapedine  tra  due  case',  onde  poi  anche  'ricettacolo  di  im- 
mondizie': 'non  possit  facere  vel  habere  latrinam  in  trexendis  iusta 
domum  eius  positas'  Scr.  256,  1145,  e  inoltre  SSt  1181;  più  tardi  è 
molto  frequente;  cfr.  Due.  s.  transenda. 

iritina:  'iuxta  ortum  qui  est  post  truinam  sancti  Laurentii'  R  100,  1180. 
È  la  'tribuna'  o  abside  delle  chiese  medievali  e  ricorre  spesso  in  altri 
documenti  genovesi.  Cfr.  Due.  s.  tribuna  truyna  trofina.  Due  esempj,. 
relativamente  moderni,  ho  dalla  'Cronaca  di  Giovanni  Antonio  di  Faie' 
(Lunigiana),  edita  negli  Atti  d.  Soc.  lig.  di  St.  patr.  X  :  'Del  mese  de 


Studj  liguri.  §  1,  A.  Carte  latine:  Lessico.  17 

Luglio  1443  s'è  fatta  la  troyna  dela  chiesa  de  S.  Maria  de  Ghotola' 
p.  544;  Tano  del  1452,  del  mexe  d'agosto,  fo  depiiito  la  troìjìin  dela 
Chiesa  de  Croia'  p.  572.  L'etimologia  corrente  fra  i  cultori  degli  studj 
storici  è  'tribuna';  ma  non  è  agevole  dimostrarla. 

zebanim  unum  R^  368,  1198.  E  l'od.  gen.  srbrii  bigoncia.  Cfr.  pag.  21,  s_ 
rexentar. 

zirlale  :  'ortum  seu  zirlale''  R*  312,  1215,  anche  ciriale  313.  Cfr.  il  ni.  Ce- 
rlale.  Sarà  cereale. 


baconus  Wassallus  292,  1197;  cfr.  Kòrting  980  e  il  num.  seg. 

baffadosso,  'Andrea  b.\  R  406,  due  volto.  Probabilmente  ha  fa  irosu,  cfr. 
Arch.  X  12  n,  Kòrting  988,  989.  Giovanni  da  Genova  ap.  Due.  :  'Perna: 
baconus  vel  baffa  porci';  cfr.  §  3  e. 

bisxola:  'lohannis  qui  dicitur  bisxola''  n.  9,  od.  gen.  bùsua  'bussola'  e 
'portantina',  bisunta  salvadanajo. 

boletus:  'Ingo  b.'  Scr.  332,  1156,  'Johannes  boleium'  R-  202,  1185;  cfr.  §  3. 
calabronus:   'Otto  e'  R  29.  I  dizionarj  danno  all' od.  gen.:    gravalùn,   che- 
io  però  non  ho  sentito  mai. 

crusetus,  'Wilielmus  cr.\  Scr.  329,  1156.  Sarà  l'od.  gen.  kum'eiif,  specie 
di  pasta  da  vermicellajo. 

faollus,  'marescotus  /",  Scr.  434,  1157;  par  l'od.  genov.  fòuln  granchio.. 
Cfr.  §  3  C. 

flaono,  'lohanni  fl.\  R*  296,  1207;  risponderà  all'it  fìadonc,  Kòrting  3175- 

grita,  'Bonus  lohannes  gr."  R^  205,  1186;  od.  gen.  f/rlta  granchiolino. 

gri(r/m(s,  'Obertus  gr.\  R^  214,  1195;  ital.  grugno,  gen.  grinotu  colpo  sul 
viso. 

hcstaliboi ,  'Petrus  /(.',  Scr.  316,  1156;  sarà:  'osta-i-buoi';  cfr.  Ardi.  VII 
523-24. 

lauezo  'Wilielmus  l.'  R  88,  num.  25. 

maimoni'.s  'Vasallus  m,\  e  anche  ìnaimonij,  R*  46,  1172;  va  coU'it.  gatto 
rnammone,  gen.  gatu  ìnahnuh,  Kòrting  5033. 

manente,  'filius  martini  mancntr  R  405.  Potrebbe  anch'essere  nome  co- 
mune; vivissimo  tuttora:  ^nanrhte  mezzadro.  Forse  riviene  qui  il  ni. 
Manese'h,  variamente  scritto  nelle  carte:  manezani  SS  1100,  de  Ma- 
neniiono  R  21,  Manegano  li^  127,  1188,  Manengano  R'  130  e  131,  1188. 

An^hivio  trlottol.  ital.,  XIV.  2 


18  Parodi, 

margon  'Rainaldus  )».'  Scr.  303,  1155,  'rainaldus  margomis  ib.  ;   gen.  ma- 

grùii  *mergone  'palombaro'. 
mazucQ,  'Aubertus  m.\  SSt  1105,  cognome  tuttora  vivo,  Masucu,  nura.  24. 

olicedo  R  148,  oliceto  272  (966),  de  olisceto  1.57,  de  Olexedo  R-  40,  1172; 
ni.  che  deve  risalire  ad  ulex,  del  quale  non  si  citano  che  riflessi  spa- 
gnuoli,  Kòrting  8466. 

pantaxadus,  '■  \ià\a.n\\m.  pantaxadum\  R  71  ;  cfr.  prov.  jwntets^r  ecc.  Kòr- 
ting 6106  *p[h]antasiare  e  l'od.  gen.  spantCìzima  fantasma. 

peto,  'Gandulfus  pelo  de  lupo',  R  154.  Non  andava  perciò  messa  in  dubbio 
r  antichità  del  vocabolo,  Rom.  XIX  486. 

picamilio,  'a  te  p.\  Scr.  413,  1157,  frequentissimo  nelle  cronache.  Se  ne 
ricava  un  verbo  pikó,  probabilmente  col  senso  di  'beccare'. 

polesin,  'Guillielmus  p.\  LI  1146,  '  Ansaldi  pidicini'  R^  195,  1153;  cfr.  §  2  e. 

fachinus,  'Bernardus  t.\  Scr.  417,  1157.  Ora  solo  bibiii. 

tafur,  'Obertus  t.\  R  25,  cfr.  Kòrting  2384,  e  §  3  e. 

B.  Documento  latino-genovese  dell' a.  1156. 

[E  propriamente  un  inventario,  annesso  al  testamento  di  Raimondo  Piccenado,  del 
5  marzo  1156,  e  contenuto  nel  già  citato  'Cartolario'  del  notajo  Giovanni  Scriba.  Dopo 
la  convalidazioni  d'uso,  'Testes  arnaldus  tolose  ]\[artinus  peoolus  lonbardus  sancii 
Effidii'  ecc.,  si  passa  nel  testamento  ad  afTerraar  l'esistenza  d'una  carta  supplementare, 
ore,  da  un  certo  seg'oo  in  poi,  devon  trovarsi  enumerati  gli  og'getti  spettanti  alla  ve- 
dova:  'omnen  raubam  que  scripta  est  in  papiro  ilio  a  i'^  inferius  iiossit  accipere  uxor 
mea  quomque  voluerit  et  iubeo  quod  absoluatur'.  Difatti,  accanto  al  testamento,  fra  un 
rjuaderno  e  l'altro,  è  inserita  di  traverso  e  cucita  insieme  una  carta,  di  carattere  diffe- 
rente, dove  si  trova  il  segno  indicato.  Sopra  questa  carta  scrisse  inoltre  alcune  parole, 
di  propria  mano,  il  notajo  stesso,  nell'inchiostro  rossiccio  del  cartolario.  L'autenticità 
non  n'è  dunque  dubbia.  —  Fu  naturalmente  pubblicata,  col  resto,  anche  la  nostra  carta, 
e  trovasi  a  p.  309  della  citata  edizione:  ma,  pur  troppo,  non  meno  scorrettamente  del 
resto.  Né  so,  d'altronde,  che  finora  abbia  richiamato  l'attenzione  degli  studiosi.  Trat- 
tandosi d'un  testo  così  antico,  io  mi  attengo  strettamente  all'originale,  e  sciolgo  bensì 
-le  abbreviazioni,  ma  rendendo  in  corsivo  le  lettere  aggiunte.] 

Duos  sospeales.  una  archeta  pania,  septe;;^  tabulai  de  aueto. 
diias  botas.  una  mastra,  et  duas  bancas  de  maniar.  et  duas  ta- 
bulas  de  maniar.  et  quatuor  bancas  de  sedere  in  ])utega.  et 
coendam  de  cosina,  seiar.  fogolariu^y^  tabulas  fenestre  de  cai- 
5  mara.  clauatura  de  camara.  latina,  duos  lectos.  coendas  balco- 
mim  de  caimera.   duas  tendas  de  canauacio  qnarum  coope^iu;^- 


Studj  liguri.  §  1,  B.  Doc.  lat-gonovese.  19 

tur  pannos.   mmm  mantellum  de  coniculis  coop^/'tum  de  scar- 
lata.  unum  mantellu^i  uulpis.  duas  segias  ^ 

Unu;yi  morter  de  ramo.  II  pestelos  ^.  duas  catenas  ab  igne, 
una  graica  de  ferro  ad  ponendu/;^  scutellas.  una  arpa  de  ferro,  io 
una  conca  de  ramo.  HIP''  senauerios.  mmm  pede?n  de  candeler 
de  ramo,  duos  candelerios  de  ramo,  unum  scutellam  picta«z 
de  almaria.  et  una  scutella  de  ramo,  duos  bacinos  de  ramo, 
duos  lebetes.  et  duos  pairolos.  unum  rexentar  de  ramo,  duos 
anelos  de  auro,  et  unum  cuiar  argenti  ruptum.  quatuor  ca-  15 
tenas  de  pertega.  un[a]  lucerna  de  ramo,  et  unum  docol  de 
ramo  cwa  penditore.  unum  ìectui/i  inpictum.  duas  coceras  de 
piuma,  duo.?  cosinos  unus  de  corre,  et  alius  de  carpita  de  •" 
lana,  et  unum  auriger.  unum  col^erer  de  cor.  duos  coopertores. 
duos  lenQoles.  et  una.m  uellata;n.  unuwi  orinale,  quatuor  meia-  20 
role  de  oleo.  et  una  orca,  et  una.m  secure;/z.  et  unam  haìanquì/i 
cum.  y.  libris  de  ramo,  et  unum  marcum  de  ramo,  et  unam 
cupam  de  terra,  et  unam  amolaw^  cum  aqua  nanfa,  et  una«^ 
cacam  de  ramo,  et  unum  coiar  de  ferro,  unum  uaxellum  de 
ure[to.  u]nu;;?.  enaper  cum  uno  enapo  de  ureo,  una  enaper  25 
cum  una  cupa  de  ligno.  unam  botam.  una;;i  mecena//i  de  porco, 
una  bota  ub{  ponuntur  omnes  minutas  res.  duas  almusala.?.  duos 
baracamos  iauni.  una  pelle  uaira  pellatas.  una/;^  cooperturam  de 
cendal  uetera  *.  omnes  res  istas  qiias  hic  scripte  sunt  raciono 
uxori  jnee  p>'0  x.  Uh.  (IIII  et  coYmum  et  padella//^  et  ueru)^'.     30 

Noto    lessicali. 
<'l,naria  12,  Almeria. 

«Imicsalas  26.  E  certo  lo  sp.  almogala,  Kòrting  5522,  Due.  s.  almucium,  al- 
mucella.  Dirà:  'coperta',  forse  da  letto. 


*  Con  questa  linea  finisce  la  prima  parte  della  carta,  che  è  divisa  dalla 
seconda,  contenente  l'enumerazione  degli  oggetti  spettanti  alla  vedova,  per 
mezzo  d'una  riga  in  inchiostro  nero,  sulla  quale  appare  il  segno  voluto,  e 
poco  lontano  da  esso  la  valutazione  :  Ib.  in. 

^  //  pestelos,  sopra  la  detta  riga. 
'  dr,  ma  il  r  è  espunto. 

*  Seguono  dopo  uetera,  ma  cancellato  da  chi  scriveva,  le  parole  :  in  domo 
montis  lìCsiUani  expendi,  xxxx.  sol.  una  arca  ferrata  que  ualet  xx.  sol. 

'"  Le  parole  fra  parentesi  sono  scritte  in  rosso,  dal  notajo  stesso. 


20  Parodi, 

mnolam  22,    od.  gen.  fimua,  misura  di  liquidi,  poco  inferiore  al  litro,   it, 

atnola.  Cfr.  Arch.  I  486. 
archeta  1,  arca,  cassa. 

arpa  10.  Va  forse  coU'it.  arpione,  prov.  aria   artiglio  ecc.,  Kòrting  3893.. 
Non  oso  proporre  che  s'abbia  a  leggere  arca\  v.  però  la  nota  a  1.  23. 
aneto  1,  abete,  ora  perduto. 

auriger  18,  od.  gén.  uége  origliere.  ' 

baracamos  27,  1.  haracanos?  Ognuno  sa  che  'barracano',  nel  senso  d'una 
specie  di  tela  e  d'una  specie  di  panno,  è  voce  tuttora  vivissima  e 
molto  diffusa;  ma  qui  si  tratta  piuttosto  di  uno  'stragulum',  denomi- 
nato dalla  materia  ond'era  fatto.  Cfr.  Due.  s.  barracana.  Circa  il  m,  vien 
da  pensare  all'it.  bar  vacarne;  ma  il  genovese  ha  solo  harakah. 
botas  2,  botam  22,  bota  23,  botte. 

carpita  17:  'et  alius  (col^erer)   de   carpita  de  lana'.   Ducange   s.  carpita: 
'panni  villosi  vel  crassioris  genus,  et  vestis   ex  eo   panno'.   Cfr.  lo 
sp.  carpita  carpeta,   che   è   forse  il  vocabolo   originario  (<  =  tt).   Nello 
'Statuto  dei  caravana'  (genov.-bergam.)  trovo  ima  carpila  (a.  1391). 
caqam  23  'romajuolo',  Kòrting  1838. 
clauatiira  5,  ora  cavò'ja,  anter.  cawaura. 
colinum  29,  colino. 

colgerer  18.  Ci  dà  un  * culcitr arili;  cfr.  coceras. 
corre  17,   cor  18,  cuojo.   La  forma  genovese   schietta  è  da  riconoscere  in' 

cor,  cioè  cor;  ora  non  abbiamo  che  un  semiletterario  hcìju. 
coceras  16.    Parrebbe  dire  'materasso';    e  la  forma   conviene    coU'ant.  sp. 
cozedra.  Cfr.  colqerer  e  rexentar.  Nel  cit.  'Statuto',  trovo  culcidera,  e 
più  notevole:  ^strapointa  una,  cosereta  una\  allato  a  cocei'eta. 
cuiar  14,  coiar  23,  cucchiajo,  od.  gen.  kugd,  il  cui  u  pare  adombrato  nel 

primo  esempio. 
doQol  15,  quasi  'doccinolo'?  L'aggiunta  'cum  penditore',  dimostra  trattarsi 

d'uno  strumento  che  si  può  appendere  in  alto. 
enaper  24  ;  enapo  ib.  ;  Kòrting  3967. 
fogolarium  4.   Nel  nostro    contado   fugua  focolare.   Qui   però   si   tratta  di 

cosa  che  può  muoversi,  e  perciò  molto  semplice. 
gratta  10.  L'od.  genov.  ne  manca,  ma  possiede  due  vocaboli  affini:  greisiu 

'graticcio',  del  contado;  grizela  'graticola'. 
iauni  27  gialli.  E  dal  francese  ;  ora  gami, 
mastra  2,  madia. 
meiarole  19,   'mezzaruole'.  Come  misura,  la  mezzaruola  equivaleva  a  due 

barili. 
meQenam  25.   Par  difficile  separare  questa  voce  da  mezena  'succidia'  che 
il  Ducange  illustra  con  esempj   di  Galvano   Fiamma  e  d'altri,  benché 


Studj  liguri.  §  1,  B.  Doc.  lat.-genovese.  21 

sarebbe,  nella  nostra  carta,  il  solo  termine  estraneo  agli  arnesi  o  uten- 
sili domestici.  E  voce  sempre  viva  e  molto  diffusa. 

morter  9,  mortajo,  od.  mia-td.  La  desinenza  -er  non  so  se  abbia  valor  reale. 
Complemento  indispensabile  del  mortajo  sono  i  pestelos  ib. 

orca  20. 

pairolos  13,  pajuoli. 

pertega  15.  Non  è  chiaro  cosa  significhi  'catenas  de  pertega',  poiché  le 
'catenas  ab  igne'  son  già  ricordate  di  sopra,  1.  9. 

ramo  9,  11,  12,  15,  21,  od.  ràmu,  ramo. 

rexentar  13,  cfr.  Flechia  Arch.  II  29-30,  Korting  6718.  Ritorna  il  nostro 
vocabolo  in  R^  368,  1188:  'culcidram  unam,  cussinum  unum,  cooper- 
torium  unum,  linteamina  tria,  sarabolam  unam,  interulam  unam,  toa- 
giam  unam,...  calderam  unam,  lebetem  unum,  concam  rami  unam, 
banchetas  duas,...  iupum  unum,  situlam  unam,  caciam  unam  ferri, 
zebarum  unum,  rexentarum  unum,...  decenum  unum'.  Per  sarabolam 
e  zebarum,  vedi  pp.  16  e  17;  per  decenum,  num.  68. 

seiar  4  *sit'lariu;  segias  8;  oggi  sega   e  srga\  cfr.  Arch.  I  485. 

^enauerios  11,  forse  'recipienti  per  la  senapa',  ma,  avuto  riguardo  al  loro 
numero,  più  per  conservarla  che  per  imbandirla  sulla  mensa.  Acquista 
cosi  valore  il  senaperius  del  Ducange,  eh'  egli  vorrebbe  correggere  in 
henapet'io.  Cfr.  il  Due,  pur  s.  senape. 

cendal  28,  zendado. 

goendam  4,  goendas  5  'chiudenda'.  Fa  difficoltà  il  f-,  che  dovrebbe  va- 
lere e-,  ma  probabilmente  lo  scrittore  si  trovava  impacciato  a  rendere 
il  suono  palatino.  E  un  cl-  in  e-,  che  va  aggiunto  all'esempio  dei 
num.  30  e  58. 

sospeales  1,  cfr.  Due.  s.  suppedaneum. 

tiaira  (pelle)  27;  l'aggiunto  pellatas  varrà  'spellata'. 

uaxellum  23;  cfr.  l'od.  vaselcea  tofìania. 

uellatam  19;  di  certo:  'coperta  vellosa'.  Cfr.  Due.  s.  vellata. 

ureo  24,  due  volte,  'vetro',  ora  vffdru,  vocabolo  tardo.  i\Ia  vrèu  era  an- 
cora vivo  nel  quattrocento,  §  2  e. 


Parodi, 

2.   IL  DIALETTO  NEI  PRIMI  SECOLI. 


A.  Testi. 


N.  1.  —  Istruzioni  politiche  a  Segurano  [Salvago?],  inviato   dal 

Comune  di  Genova  a  Cipro. 

Circa  il  MCCCXX. 
[Dall' originale,  neW Archivio  di  Stato  genovese;    Materie  politiche.  Mazzo 

Vili.]* 

A  uoi,  Segurnn,  cometamo  per  aregordo  e  a  memoria  redugamo,  si  corno  se 
dira  de  seta,  primo  : 

Quando  voi  serej  in  Famagosta,  presenterej  la  letera  a  li  mercanti,  la  quar 
Xoi  u'auemo  dajta.  In  apreso  informajue  de  l' intendo»  de  lo  rej,  e  se  li  nostri 
5  mercanjnti  an  reguardo  de  si.  Ancor  se  a  la  nostra  questiu»  elio  n'e  fauoreuer 
o  no,  e  segondo  che  uoj  trouerej  in  la  uoluntae  e  in  lo  8enbia[n]te  de  li  mer- 
canti, lantor  ve  porrej  conseiar  in  lo  descaregar  de  la  mercantia  et  in  la  nostra 
segurtae  ^  Chesto  digamo  inperzo  che  noi  no  sauemo  corno  li  seruixi  de  la  stan. 
In  atto  che  uoi  v'acorzesi  che  dubio  fosse,  a  uoj  e  a  li  mercanti,  che  ben  no 
10  uè  parese  star  seguri ,  lantor  porresi  cerchar  la  nostra  segurtae  e  de  lo  nostro 
aner,  segondo  che  a  uoi  e  a  li  altri  parrà. 

E  per  auentura  porreua  esser  che  lo  rej  aspejterea  archunna  anbaxa  secreta, 

0  parese  in  questo  pasagio  per  tractar  d'aconzo;  e  se  e  Ilo  fesse  sentir  inter  l[i} 

mercanti  o  per  alcum  de  li  nostri,  poresi  dir  che  uoj  crej  che  li  grandi  seruixi 

15    che  noi  auemo  a  far  de  questa  guerra  no  e  stao  prouisto  a  tae  cosse,  segondo 

che  uoi  crej. 

In  casso  che  perigo  parese  de  descaregar  le  garee  per  sospezon  —  intendaj  la 

quar  sospezo;;  paresse  dubiossa,   e  che  per  questo  dubio  no  uè  parese  segur  lo 

star  — ,  lantor  si  poresi  presentarne  deuanti  lo  rej  con  la   letera  de  [cjreenza- 

20    che  noi  v'  auemo  dajta,  e  seando  dauanti  da  lo  rej,  saluarlo  per  parte  nostra,  s[i] 

comò  se  dexe,  e  in  apreso  dir  cosi  comò  e  diro  de  seta  : 

"  Segnor  Rej,  noi  mercanti  senio  vegnuj  in  la  nostra  terra  con  gra;<  segurtae 
a  far  mercantia  e[n]  lanna,  [per]  la  nostra  terra  e  per  nostro  ben;  per  che  sea 


*  Questa  carta  fa  giù  pubblicata,  secondo  la  mia  copia,  da  C.  Desimoni, 
neir' Archivio  Storico  italiano'  XIX  106  ^gg.  Senonchè,  non  avendo  potuto 
l'illustre  uomo  rivedere  le  bozze,  usci  così  malconcia,  da  non  far  troppo 
onore  al  mio  nome,  sotto  la  cui  responsabilità  essa  era  posta.  Circa  il  Sfi- 
gurano, a  cui  le  'Istruzioni'  sono  consegnate,  vedasi  l'articolo  stesso  del 
Desimoni,  pp.  91  sg.  n.  —  Di  qui  innanzi,  nello  sciogliere  le  abbreviazioni, 
non  mando  in  corsivo  le  lettere  aggiunte,  se  non  quando  l'oscillare  del- 
l'ortografia possa  render  dubbia  la  restituzione. 

^  Sìffurtae  è  meno  probabile.  -  Il  e  di  creenza  manca  per  un  guasto  della 
carta. 


I 


Stiulj  liguri.  §  2.  Testi  :   1.  Istruzioni  ecc.  23 

uoetra  marce  de  darne  si^artae  de  star  e  de  andar,  si  corno  noj  eomo  usaj,  e  in 
pero  che  alcun[e]  re  eospezo»  son  ìnter  noj  per  alcune  cric  o  comandi,  fajti  per    25 
la  nostra  majstae,  che  se  alcunua  ìiaciun  farà  dapno  etc. 

"  Per  che  lo  duxe  de  Zenoa  e  lo  so  conseio  uè  manda  a  dir  per  mi,  comò  elio 
intende  de  uiuer  cnn  benna  paxe  e  pacificamenti  con  tuti  li  principi  de  lo  mondo, 
e  che  per  la  gracia  de  De  la  citae  de  Zenoa  e  Io  destreto   e  in  grau  iustixia  e 
paxe;  per  che  da  chi  auanti  non  e  da  dubiar  che  per  li  soi  destrituaj  sea  fajto    30 
offesa,  saluo  a  li  soj  innimixi. 

"  E  in  perzo  per  alcunne  discordie  chi  suu  stae  inter  la  eoa  coronna  e  li  Ze- 
noexi  —  chi  no  deuerea  '  esser  staita,  chi  considerasse  l'antigo  tewpo  de  li  soi 
strapasaj  e  ancor  de  li  nostri,  do  lo  grande  amor  e  de  la  grande  affetiu?z;  e  da 
l'unna  parte  a  l'atra  no  ghe  deuerea-  esse  altro  che  bonn  amor  — ,  por-    35 

rena  esser  che  per  lo  mar  stao,  lo  quar  gran  tempo  ^  fa  la  citae  de  Zenoa  a 
sostegnuo,  intcr  lor  gra[n]de  guere  e  grandi  dalmagi  —  e  donde  non  e  unitae 
no  pò  eser  iustixia  — ,  che  questa  ne  serea  parte  *  de  caxo»,  e  ancor  li  faci  ci- 
tajn,  chi  per  la  lor  specialitae  auera».  portao  ree  parolle  e  somenao  zinzanie, 
sor  per  esser  i»  gratia,  si  comò  trajtor  de  so  Comun  e  ancor  de  li  nostri  bor-  40 
ghesi  semeieue  menti. 

Perche,  Segnor,  quando  piaxese  a  la  uostra  Corronna  d'auer  firn  \n  bonna 
paxe,  houore[u]8r  per  l'unna  parte  e  per  l'atra,  si  come  se  deuerea  raxoneuer  ■' 
menti  far,  lo  nostro  Duxe  e  desposto  a  uiuer  pacificamenti  e  amoroesa  menti  cù:i 
tuti  quelli  de  questo  mondo  e  special  menti  con  la  uostra  Coronna.  Per  che,  45 
quando  ve  piaxesse  da  mandar  la  uostra  ambaxa  \n  corte  de  Roma,  lo  quar  e 
logo  comuu  e  honereuer  per  voj  e  per  lo  nostro  Comu>i,  elio  ne  serea  monto 
contento;  e  de  zo  ne  prega  che  gi  dsbiai  mandar  la  uostra  uoluntae,  azo  che 
tanto  beu  se  possa  compir,  a  honor  de  De  e  de  crestianitae.  „ 


N.  2.  —  Proposizioni    fatte    dal    Comune    di    Genova  al  re   d'Un- 
gheria, per  un'alleanza  contro  i  Veneziani. 
3  luglio  MCCCLII. 

\_DalV originale ,  neW  Archivio  di  Stato  genovese  ;  Materie  politiche,  !Mazzo 
Vili.  ] 

Sumus  contenti  de  far  liga  cum  lo  segnor  Rey,  ala^  offension  de  lo  Vene- 
ciam,  secondo  l'orde»  parlao  cum  maistro  Freyrigo,  in  questo  modo: 

Primera  menti  che  noi  se  troueremo  a  nostro  poey  Inter  lo  gorfo,  lo  pu  tosto 
che  noy  porremo,  a  ogni  offenssion  de  le  terre,  le  quae  tennen  li  Venecia/;, 
Beando  lo  dito  segnor  Rey  per  terra,  cum  le  soe  gente,  per  uia  ordenaa,  quando 
l'ordem  sera  dayto  inter  noy  e  lo  dito  Segnor  Rey,  abiando  in  le  terre  de  lo 
dito  Rey,  chi  gum  a  la  marinna,  aparegiao  refrescamento  per  le  nostre  garee, 
azo  che  per  defecto  de  victualia  le  nostre  eralee  no  perdcsem  lo  te«/po,  o  che  la 
via  e  la  speysa,  chi  sera  monto  grande,  no  fosse  stayta  inderno. 


^  Molto  dubbio.  "  Dubbio.  Forse  la  lettura  più  rigorosa  sarebbe  deiueraia 
o  deniereia.  ^La  finale  può  anch'essere  un  /.  Spurie  è  molto  incerto, 
faci  anche  peggio.        ^  raxonouer.        ®  alo. 


24  Parodi, 

10  Itom  che  por  lo  Seg'nor  Rey  secreta  menti  sea  dayto  in  tractao  a  lo  nostro 
sindico  presente  Io  modo  e  la  coudicion  de  quele  terre,  chi  seam  pu  afabel  a 
deueir  conquistar,  e  unde  lo  galee  poessem  meio  auer  reducto  e  refrescamento, 
per  pu  segurtae  de  le  diete  galee;  e  ancor  quae  sum  quele  terre,  donde  elo  a 
pu  amixi,  eciamde  quar  sum  quelle  le  quae  pu  lengeramenti  se  porream  inuagir. 

15  E  questo  digamo  per  pusor  raxo».  La  primera  si  e  che  quando  de  vegnua  se 
inuagisse  un  logo,  li  altri  se  inuagissem  poa  pu  lengeramenti.  L'atra  raxo»  si 
e,  che  possando  tosto  inuagir  un  logo  e  speciarmenti  cum  galee,  se  eli  s'apayran 
de  proueir,  monto  e  poa  grande  afano  in  star  in  proa  cum  galee,  comò  mani- 
festa menti  se  sa,  sea  per  li  temperai,  sea  per  le  grande  speyse  che  menna  galee, 

20  e  per  altre  raxo;?  asay,  chi  se  porrea?;  dir.  Per  che  à  meste  che  queste  cose  se 
fàzan  cum  grandissimo  ordem  e  secreto,  e  che  la  caualaria  fose  asi  tosto  alo 
opoxito,  corno  le  galee  se  demostrasem,  o  forsa  auauti  se  mostrase  la  caualaria, 
mostrando  de  dar  atento  a  un  logo,  per  ferir  sagazamenti  a  un  altro. 

Semo  contenti  che  ogni  terra  che  tene»   li  Venecia»   sea  de  lo  Rey,  roma- 

25  gnando  noy  franchi  e  liberi  in  lo  so  tegney.  La  roba  e  li  prexo»  conquista  per 
le  galee,  scade  le  galee.  La  roba  conquista  cum  l'oste  de  terra  e  cum  le  galee 
inseme,  sea  per  meitae. 

Se  per  auentura  fazando  questa  ligha  elo  requerise  tempo,  questo  lasemo  a 
uoy.   Semo  contenti  alo  pu  longo  per  agni  doi ,   e  per  questo  tempo  semo  con- 

"80  tenti  de  no  far  paxe,  fim  a  doi  agnj,  senza  soa  voluntae;  e  questo  poi  pi'ometer 
seguramenti,  e  da  li  auanti  no,  et  versa  vice. 

Semeieyuer  menti  abia  per  inimixi  li  Catala»  et  sequaces  ipsorum. 
Item  ne  sea  in  memoria  de  aregordar  a  lo  segnor  Rey,   de  defender   che  li 
mercanti  toeschi  no  zeysse»  a  Yenexia.   In  questo  iuprincipio  no  serea  grandis- 

S5    Simo  fauor. 


N.  3.  —  Lettera    del    Capitano    e    Luogotenente    Del    Verme    al- 
l'ammiraglio di  Turchia. 

20  novembre  MCCCLVIIL 

'^BaW originale,  neW xìrchivio  di  Stato  genovese,  cod.  5  San  Giorgio,  inti- 
tolato: 'Regulae  Coraperarum  Capitali',  f.  304  b. ]* 

A  l'aoto  e  magnifico  et  possente  Segnor  honoreyue  frae  nostro  e  de  lo  ho- 
iiorao  Comun  de  Zenoa  messer  Orcham,  grande  armiraio  de  la  Turchia,  lo  quar 
lo  Segnor  Dee  lo  mantegna  in  grande  honor  et  possanza,  sicomo  voi  dexirai.  Noi 
BÌ  receuemo  le  vostre  lettere,  faite  in  Nichia,  a  di  vinti  doi  de  lo  meise  passao 
de  Setembre,  per  le  quae  letere  noi  vimo  et  cognoscemo  la  vostra  sanitae  e  lo 
bon  stao;  de  la  ^  quar  cessa  noi  auemo  grande  alegreza,  sicomo  de  nostro  frai 
e  chi  e  stao  payre  de  li  nostri  de  Peyra,  e  speremo  che  cossi  serei  da  chi  auanti 


*  Questa  carta  fu  già  pubblicata  dal  L obero,  Memorie  storiche  della 
Banca  di  S.  Giorgio,  p.  22,  e  poi,  seguendo  il  Lobero,  dal  canon.  Olivieri 
nell'introduzione  al  suo  dizionario  genovese.  La  poca  accuratezza  dei  miei 
.due  predecessori  mi  consigliò  questa  ristampa. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  2-4.  Proposizioni  ecc  25 

e  si  pregemo  lo  Segnor  Dee,  chi  a  faito  lo  ce  e  la  terra,  che  elio  ve  guarde  e 
uè  defenda.  E  etiamde  viiuo  lo  bom   amor  e  piaxer  de  la  nostra  paxe;   do  che 
noi  ve  referamo  gratia  e  si  semo  apareiai   a  tuto  lo  vostro  piaxer  e  honor,  lo    10 
quar  e  nostro  proprio.  Ancor  si  inteisemo  in  quella  vostra  letera  de  lo  seruixo 
de  Filipo  Demerode  e  Bonefatio  da  Sori,  seruioi  e  amixi  vostri;  e  pero,   ancor 
che  sea  centra  honor  e  bem  de  lo  nostro  ComuM  e  dano  grande  zo  che  elli 
voren,  noi  si  corno  quelli  chi  semo  a  tuti  li  vostri  piaxer  et  seruixi  apareiai,  si 
mandemo  comandando  a  li  nostri  de  Peyra  ch'i  fazam  la  dieta  francheza  a  quelli    15 
Filipo  et  Bonifatio,  corno  voi  comandai,  si  che  la  dieta  francheza  sera  faita  per 
lo  vostro  amor  e  per  lo  vostro  honor.  Noi  ve  pregemo  che  uoi  ne  mandei  de  le 
vostre  letere  e  de  lo  vostro  bom  stao  e  si  ve  recomaudemo  li  nostri  de  Peyra, 
chi  sum  vostri  figi  e  seruioi  e  veraxi.  Lo  Segnor  De  si  uè  guarde  aera  e  sempre. 
Per  parte  de  noi  Luchim   de  lo   Verme   capitan  e  lego  tenente  in  la  citae  de    20 
Zenoa  per  li  grandi  e  magnifichi  Segnoi  de  Miram,  de  Zenoa  e  de  tuta  la  Lom- 
bardia, e  lo  Conscio  de  li  doze  Antiam  de  la  dieta  Citae  de  Zenoa.  Data  in 

o  o  o 

Zenoa  M  CCC  LYJ  die  xxj  Marcii. 


N.  4.  —  Proposizione  fatta  al  Consiglio  degli  Anziani  e  all'Uf- 
ficio di  Provigione  del  Comune  di  Genova,  per  ottenere 
fondi  occorrenti  a  scopi  diversi. 

12  Aprile  MCCCCIIII. 

l  Dall'  originale,  neW  Archivio  di  Stato  genovese,  Registro  6  dei  'Diverso- 
rum  Cancellariae',  f.  88'»  e  89^]* 

Como  voj"  sauej-,  Segnoy,  el  e  fermao  accordio  cum  li  Yeneciaym,  ratifficao  et 
approao  per  este  ComuH.  Per  caxom  de  lo  quar  acordio  se  de  far  alcanne  cosse 
ali  A''eneciaym,  per  le  quae  fa  mester  auey  certe  quantitae  de  dynay. 

E  auuo  meuro  exame»?  in  este  cosse,  per  lo  officio  de  la  prouixiom,  lo  quar 
a  pu  per  mam  e  pu  mastegay  questi  seruixi,  apar  che  de  neccessitae  so  couegna    5 
pagar  le  quantitae  che  voy  odirei,  e  per  le  caxoim  che  e  dyro,  per  obseruaciom 
de  lo  dito  accordio. 

Primeramenti  li  dynay    proinisi   l'ano   passao    d' acordio   a  meser   Zacharia 

o 
Trluixaw,  lo  qua  fo  ambaxao  per  li  Voneciaim  in  està  cytae.  fo  Ili  CCC. 

o 

Anchora  lo  dano  de  la  naue  preyza  in  Eiiiza,  lo  quar  P  111  se  auisa  che  eea.    10 


*  In  questo  testo  abbiamo  una  dello  solite  'proposizioni'  o  'proposto', 
che  si  presentavano  ai  Consigli,  perchè  discutessero  e  deliberassero  in- 
torno ad  esse.  I  Cancellieri  solevano  trascriverle  nei  loro  Registri  in  vol- 
gare, come  realmente  erano  state  lette,  mentre  della  discussione  conten- 
tavansi  di  dare  un  sunto  in  latino.  Il  giorno  12  aprile  [1404],  —  si  legge 
bell'indicato  volume  — ,  «  conuocato  et  congregato  Consilio  vocatorum  in 
sala  magna  Palatii  ut  moris  est,  et  lectis  et  vulgarizatis  in  praesentia 
vener.  Consilii  Antianorura  et  Officii  Prouisionis  ecc.,  tener  propositaruni 
lalls  est>.  E  seguo  il  nostro  testo. 


26  Parodi , 

[f.  89a]  Anchora  lo  dano  de  la  naue  e  de  la  p:areara  preise  per  le  nostre 
garee,  e  menae  a  Zenoa  cum  la  arma(r)  ;  lo  qua  dano  se  auisa  che  eea  f.»  d. 

Anchora  lo  dano  t'aito  a  Monsegnor  lo  Gouernaor  per  li  Veneciaim  per  lor 
reeza  e  maruaxitae;  lo  quar  Monsegnor  no  vor  ni  gi  par  coueneyuer,  che  li  diti 
1^  Veneciaim  se  debiam  poey  iactar  ni  vantar,  che  abiando  lor  faìto  dano  e  mar- 
uaxitae a  Monsegnor  e  elio  abia  auuo  in  soe  maym  e  in  soa  vertue  de  lo  auey 
e  de  li  beim  de  li  Yeneciaim,  elio  no  se  ne  sea  pagao  e  satisfaito.  Ben  che  elio 
no  abia  may  vossuo  ni  voia  remerteghe  ^^  si  uor,  corno  e  debito  e  coueneyue^ 
che  lo  dito  dano  a  elio  sea  a  lo  mem  bn  parte   satisfaito.  E  bem  che  lo  dito 

o 
-0    dano  de  lo  dito  Monsegnor  se  possa   raxoneiuer  menti   extimar  in  pu  de  Villi 
fyrim,  nientemem  lo  dito  Monsegnor,   considerando  teneramenti  ohe  questo  tar 

o 

dano  de  insyr  de  borssa  a  li  citaim,  no  uor  meter  quello  dano  no  ma  ini  f.  V;- 
Anchora  lo  souradito  officio  de  la  prouixiom  si  bezogna  per  li  soday,  o  sea 
per  la  gente  chi  som  oltra  zouo  e  a  j^oue,  e  per  satisfar  a  altri  lor  debiti  e  per 

o 

25    cosse  a  lo  bostuto  neccessarie  —  f  V. 


Le  quae  quantitae,  comò  voy  vey,  montani  a  soma  de  circha  f.  XVII.  Ma 
perzo  che  esti  dynay  couennem  tuti  manuatim ,  e  perzo  che  sempre  in  prestey 
e  ini  atri  nostri  moy  de  trouar  monca,  e  rey  debitoy  e  noxe  rancee,  si  par  a 
Monsegnor  e  a  lo  Consegio  e  a  lo  officio  de  la  prouixiom  i)redito  che  se  besogne 

o 

30    trouar  moo  de  auey  per  la  caxoim  souradite  —  f.  xx. 

E  perzo  piaxa  a  voy,  Segnoy  congregay  coci  a  conscio,  conseiar  e  auisar  unde 
e  per  che  moo  se  debia  recouerar  e  auey  questa  monca  presta  menti,  per  zo  che 
fini  che  a  questi  pagamenti  no  sea  dayto  co;«pimeuto,  li  nostri  prexoim,  chi  som 
in  Venexia,  no  poni  auey  liberaciom  ni  esser  rellaxai ,  ni  se  porreyua  obseruar 

35    le  cosse  ])romise. 

L'atra  caxom  per  la  quar  o  sei  requesti  a  conscio,  si  e  che,  comò  voy  sauey, 
ell'e  monte  fiay  scheyto  e  anchora  pò  schaze,  che  per  chosse  tochatiue  a  la 
Segnoria  e  alo  stao  de  nostro  Segnor  lo  Rey,  e  a  lo  bem  e  a  la  saluaciom  de 
questo  Comuni,  se  e  couegnuo  e  forssa  couei-ra  spender  secreta  menti  alcunne 

40  quantitae  de  dynay.  Le  quae  per  la  secrereza  fam  bom  fructo,  zo  che  serea  de 
grande  dano  parezarle,  e  per  esto  moo  si  se  e  obuiao  per  lo  tempo  passao  a 
monti  dalli  e  iiiconuenienti  de  questa  cytae,  e  cossi  se  e  visto  per  ihayra  proa. 
Per  che  par  bem  e  ^  cossa  neccessaria,  che  tuta  fia  che  ^lonsegnor  lo  Gouernao 
e  lo  Consegio  cognosceram  o  veyram  esser  uter  o  neccessario  per  bem  de  la  Se- 

45  gnoria  o  de  lo  stao  de  nostro  Segnor  lo  Rey ,  o  saluamento  e  bem  de  '  questa 
cytae,  che  se  spenda  secreta  menti  alcunna  quantitae  de  dynay  e  che  elli  lo  dc- 
liberem.  In  quelli  caxi  lo  dito  Monsegnor  cum  lo  conscio  o  cum  quella  parte  de 
Io  dito  consegio  che  a  Monsegnor  parrà,  o  etiamde  elio  tanto  possam  e  abiani 
bayria  de  far  quella  tar  speysa  secreta  menti,  de  la  nionea  de  lo  Coma;»,  in  le 

50  cosse  predite;  pur  che  per  elio  e  per  lo  Consegio  sea  faita  la  deliberaciom,  e  de 
la  quantitae. 

Su  le  quae  cosse  lo  dito  Monsegnor  ne  vor  sauey  le  intencioim  e  le  voluntae 
de  voi  citaym,  aora  coci  requesti. 

E  perzo  piaxaue  su  està  segonda  posta  assi  consegiar  e  dirne  li  nostri  pare}'. 


'  remerteghe  potrebbe  essere  un  errore  per  remetephe  rimetterci,  ma  non  pare: 
che  questo  si  accordi  del  tutto  bene  col  senso.        -  Forse  1'  e  va  tolto.        ^  che. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  5.  La  Passione.  27 


N.  5.  —   La   Passione. 

Ho  estratto  questa  Passione  da  un  manoscritto  della  Biblioteca  civica  di 
Genova,  che  porta  la  segnatura  1.  2.  7  ed  il  titolo  :  Cronaca  di  Jacopo  da 
Varagine.  È  un  bel  codicetto  in  foglio,  cartaceo,  legato  modernamente  in 
pergamena,  scritto  quasi  per  intero  da  una  medesima  mano  e  a  due  co- 
lonne, con  iniziali  rosse  e  turchine.  I  fogli  sono  QQ,  di  cui  4  bianchi;  il 
recto  del  primo  ò  circondato  d'un  fregio,  ed  ivi  comincia,  con  una  grande 
iniziale,  la  Cronaca  del  Varagine,  in  latino,  dalla  quale  il  cod.  s'intitola. 
In  fine  di  essa,  al  f.  39*=,  Y Explicit,  in  rosso,  ci  conserva  con  tutta  esat- 
tezza la  data  della  trascrizione  :  Explicit  cronicha  communis  lamie,  quara 
compilauit  venerahilis  pater  dominus  frater  lacobus  de  Varagine  de  ordine 
fratrum  predicalorum ,  Januensis  archiepiscopus ,  anno  domini  millesimo 
diicentesimo  nonagesiìuo  quinto.  Scriptam  manu  mei  leronimo  de  Bruno 
Ebredunensis  dyocesis,  anno  domini  millesimo  CCCLIIJ,  de  mense  februa- 
rio.  In  carceribus  Yenetoruni,  incarceratus  cum  lanuensibits ,  prò  nimio 
dolore  repjletus.  Questa  data  vale  a  un  dipresso  anche  per  la  Passione.,  che 
segue  subito  dopo,  dal  f.  40^  al  f.  47'',  scritta  dal  medesimo  e  adorna 
ancor  essa,  nel  recto  del  primo  foglio,  d'un  fregio  e  d'una  grande  iniziale. 

Terminano  il  codice  la  leggenda  di  Tundalo  in  latino,  f.  48^-55'';  1'' Epi- 
stola beati  Bernardi'  al  cavalier  Raimondo  di  castello  Ambrogio  f.  56-57% 
già  pubblicata  dal  prof.  Vincenzo  Crescini,  Giorn.  ligust.,  X  351  sgg.;  in- 
fine alcuni  frammenti  di  non  molta  importanza. 

Per  la  trascrizione,  nulla  ho  da  aggiungere,  tranne  che  ho  sempre  resa 
con  m  la  nasal  finale  delle  abbreviazioni,  eccetto  in  e  non.  Interrompo  la 
stampa  verso  la  fine  del  f.  43". 

[f.  40»]  Pensando  in  mi  mestesso  che  he  som  ordenao  e  misso  in  lo  campo 
de  Criste,  quamuisdee  indegno,  couienme  houerar  e  lauorar  lauor  clii  sea  ac- 
ceptao  dauanti  da  Dhee.  E  vegando  in  questo  campo  e  in  questo  mondo  monte 
pyamte  non  far  fvucto  per  deffecto  de  hiimor  e  de  aj'gue,  he  si  me  som  metuho 
a  prender  de  quella  celestial  fontanna  viua  della  scriptura  saynta,  segundo  la  5 
mea  possibilitae,  e  menarla  ^  per  conduyto  a  quelle  iaue  chi  som  lonzi  da  quello 
aygue,  a  zo  che  quando  sera  vegnuho  lo  tempo  delle  messoym,  non  me  diga 
lo  Segnor  de  questo  campo  che  lo  so  fruyto  sea  perio  per  pigreza  in  le  mee 
maym  e  me  togla  la  bayrìa  de  questo  lauor  e  me  zicthe  -  for  de  la  soa  terra,  e 
a  desonor  me  conuegna  mendigar.  Lo  fruyto  lo  qual  requere  Criste  delle  soho  10 
piamte  che  elio  a  pyamtao,  zoe  delle  nostre  anime  che  elio  a  creae,  e  si  e  amor 
e  caritae  a  Dhe  e  allo  proximo.  E  questo  testimonia  lo  sauio  Salamom,  chi  parla 
a  noy  in  persona  de  Criste  e  disse:  FiliJ,  da  iiiichi  cor  tuitm.  Conueu  doncha  a 
queste  pianto  adur  aygua  che  le  faza^  acender  in  l'amor  de  Dhee  e  render 
fnicto  do  caritae.  Trey  cosse  me  parcm  intor  le  aotre  che  specialmenti  ne  aduem  •*  15 
in  l'amor  de  Dhee.  La  primera  si  e  apensar  lo  beni  che  elio  n'a  fayto,  la  se- 


mernaìa,       -  zicche.       ^  la  faza.      *  !Xon  si  legge  con  sicurezza  se  non  ad. 


28  Parodi, 

e:imda  si  e  lo  bem  che  elio  n'a  promisso,  la  terza  ui  e  lo  mal  dello  qual  elio  n'a 
liberay  e  echampay.  Quamuisdo  che  lo  nostro  Segnor  ii'abia  faito  monti  grandi 
bem,  che  quasi  som  senza  nomerò,  solamenti  um  ben  n'a  fayto,  e  anco  e  si 
excellente  che  nissum  non  pò  astimar,  zoe  ch'elio  n'a  rehemuy  e  rechatay  dello 
5    so  sangue,  per  la  soha  i)assiom.  E  inperzo  YOglo  questo  bem  conyntar  auangi. 

Segundo  che  noy  lezamo,  in  lo  sabao  de  ramo  d'oliua  lo  nostro  segnor  messer 
Ihesu  Cristo  si  era  a  una  menssa  a  un  disnar  im  la  casxa  de  Sj^nom  lo  leuroso.  E 
Fapiando  la  Magdalena  queste  cosse,  si  corse  inconte[/;]nente  cum  una  bussula 
d'inguento  monto  sprecioso  e  monto  olente  e  si  lo  spansse  su  in  la  testa  de  Criste. 

10  A  quello  meysmo  disnar  si  mangiauam  li  discipuli,  Inter  li  quay  si  era  luda 
Scharioto,  lo  qual  era  procuraor  e  rcceueyua  tuto  zo  che  era  dayto  a  Criste  e 
alli  discipoli.  E  questo  Inda  si  era  layro  e  traytor  e  de  tute  le  cosse  che  gue 
eram  dayte  si  inuolaua  la  dexena  parte.  Quando  questo  vi  la  Magdalena  chi 
spansse  quello  precioso  inguento  su  la  testa  de  Criste,  elio  a\ie   monto   grande 

15  dolor,  e  inperzo  cum  grande  indignatiom  si  incomenza  a  mormorar  e  disse  : 
"  Questo  e  monto  grande  perdiciom,  que  questa  femena  a  fayto.  E  no  era  monto 
meglo  vender  questo  inguento,  chi  varca  bem.  ecc.  dynay,  e  dar  li  alli  poueri, 
ca  spander  lo?  „  E  zo  non  dixea  elio  miga  per  compassiom,  ch'elio  auesse  delli 
pdueri,  ma  perzo  ch'elio  ne  ^  uorea  inuorar  la  dexena  parte,  cossi  come  elio 

20  i'axea  de  le  aotre  cosse.  E  Criste  respoxe  alla  soa  mormoratiom  e  voze  se  alli 
soy  discipoli,  chy  tuti  paream  consentir  in  le  parolle  de  luda,  e  disse:  "  Segnoy, 
per  che  se  voy  cossi  molesti  a  questa  femena,  chi  m'a  spanynto  questo  inguento 
adesso?  Ella  si  l'a  fayto  in  memoria  della  mea  sopultura.  E  my  si  ve  digo  una 
cossa:  voy  si  auere  sempre  con  voy  li  poueri,  ma  voj'  non  auerey  sempre  my.  „ 

25  E  lantor  fo  [che]  un  delli  soy  apostoly,  odando  queste  parolle,  si  pensa  incon- 
tonente  la  iniquitae  dello  traymento  o  jmmagina  comò  elio  poesse  auer  li.  xxx. 
dina}"^,  che  elio  aueyua  perduo  dello  prexo  de  l' inguento,  chi  valea.  ecc.  dinay. 
Elio  incomenza  a  pensar  soura  questa  iniquitae  e  aregorda  se  che  li  Zue  si  aueam 
rea  voluntae  incontra  Criste  e  che  elli  lo  cerchauam  d'ocier  per  inuidia.  Per  zo 

30  se  n'anda  incontenente  a  lor  e  si  gue  disse:  "Segnoy,  e  so  tropo  bem  che  voy 
corchay  de  prender  Ihcsu  Criste.  Ma  se  voy  me  vorey  bem  pagar,  e  ve  Ho  darò 
in  bayria.  Che  he  si  som  so  disscìpulo  e  non  se  guarderà  de  my,  e  ordenaro  lo 
tempo  e  lo  logo,  unde  voy  porrey  lengeramenti  prender  lo.  „  E  quelli  respoxem  : 
"  Che  voy  tu  che  noy  te  dagamo?  „   E  luda  gue  disse:  "  Voy  me  darey.  xxx. 

35  dj'nay  de  bom  argento.  „  [e]  E  elli  si  gue  inpromissem  alla  soa  voluntae.  Allaora 
se  parti  Juda  dalli  Zue  e  -  retorna  a  Criste.  E  Criste  si  comanda  alli  sol  dissi- 
puli  che  elli  penssassem  de  apareglar  la  Pascha,  e  elli  si  fcm  segundo  che 
Criste  comanda.  La  zobia  sanynta  cena  Criste  Inter  quella  casa  con  tuti  li  soy 
dissipuli,  e  li  si  era  la  donna   in  la  compagna   dello  figlor,  e  ella   conseruaua 

40  tute  le  cosse  e  le  soe  parolle.  E  seando  Criste  alla  menssa  in  la  ceyna,  elio  si 
lireyxe  lo  pam  e  si  lo  beneyxi,  e  lo  calexo  dello  vim  atressi,  e  ordena  in  quella 
meyssma  ceyna  quello  sagi'amento  sprecioxo,  zoe  lo  corpo  e  lo  sangue  so,  e  si 
lo  de  a  mangiar  e  a  beyuer  alli  soj'  discipuli.  E  apresso  incomenza  a  parlar  e 
disse:  "  Vorej'  voy  odir  meraueglosa  cossa?  Segnoy,  he  ve  digo  che  un  de  voy 

4ò  si  me  de  trayr  e  dar  me  in  lo  maym  delli  pechaoy.  Aora  poei  veyr  e  sauer  e 
cognosser,   che  lo  figlo  de  l'omo  si  va  segundo  che  la  scriptura  testimonia.  In 

*  no.        *  Sembra  ei. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  5.  La  Passione.  20 

veritae  he  si  ve  digo,  che  gay  a  quello  per  chi  lo  figlo  de  l'omo  sera  trayo; 
che  ben  era  per  si  che  elio  non  fosse  zamay  nao  in  lo  mondo.  „  E  lantor 
li  dissipuli  incomenzam  tuti  a  scuzar  se  e  a  dir:  "Maystro,  chi  e  quello  chi 
te  voi  trayr  ?  he  non  som  desso  „  dixea  caschaum.  E  Juda  se  voze  a  Criste  e 
disse  :  "  Maistro,  som  he  desso,  chi  te  dom  trahir  ?  „  E  Ihcsu  Criste  si  gue  disse  :  5 
"Ti  mesmo  l'ay  dito.  „  Meseer  sam  Zohanne  si  era  alla  menssa  de  Criste,  in- 
perzo  che  elio  era  fantini  e  Criste  si  l'amaua  monto  tenera  menti,  che  za  l'a- 
ueyua  elio  ordenao  de  lassar  lo  in  camgio  so  alla  mayre;  e  mcsser  sam  Pero  si 
Bczea  a  llao  de  sam  Zohanne  e  era  monto  pim  de  dolor  de  lo  parelio,  che  Cristo 
auea  dite  in  la  menssa,  de  lo  so  traymento.  E  [in  per]  zo  se  voze  a  sam  Zohanne  10 
e  si  gue  disse:  "He  te  prego,  Zohanne,  che  tu  demandi  allo  to  maystro  chi  e 
quello  de  noy  chi  lo  voi  trayr,  e  quando  elio  te  Ilo  auera  dito,  ti  lo  diray  a  my.  „ 
E  questo  dLxea  sam  Per,  inperzo  ch'elio  volea  ocier  quello  chi  volea  trayr  Criste, 
che  monto  amaua  grandementi  Criste  e  tropo  aueyua  grande  dogla  che  Criste 
deuesse  esse  morto.  E  messer  sam  Zohanne  se  voze  a  Criste  e  si  li  demanda  e  15 
disse:  "  Maystro,  he  te  prego  che  tu  me  digui  chi  e  lo  traytor.  „  E  Criste  si  gue 
disse  pia[fZ]namenti:  "Elio  e  quello  a  chi  he  darò  lo  pam  bagnao.  „  E  allaor 
Criste  si  de  lo  pam  bagnao  a  Juda.  E  quando  messer  sam  Zohanne  aue  visto 
zo,  si  fo  monto  smarrio  e  vosse  responder  a  sam  Pero  so  che  Criste  gue  auea 
dyto,  ma  lo  Segnor  non  vosse  inpaihar  ^  la  eoa  passioni,  che  si  sam  Zohanne  20 
auesse  ^  dito  a  sam  Pero ,  Juda  si  e  quello  chi  do  trahir  lo  Segnor ,  sam  Per 
l'auerea  morto  incontenente,  e  Criste  non  voleyua.  E  inperzo  sam  Zohanne  si  cayte 
in  schosso  a  Criste  e  si  se  adormi  monto  forte,  e  non  poe  responder  a  sam  Pero 
zo  ch'elio  voleyua. 

Quando  Juda  aue  preyso  lo  pam  della  mam  de  Criste,  incontenente  gue  intra    25 
lo  demonio  in  lo  cor.  Inperzo  caschum  si  de  prender  assempio  in  queste  paroUe, 
de  non  receuer  lo  corpo  de  Criste  com  pechao,  per  zo  che  lo  demonio  si  e  ap- 
pareglao  de  vegnir  apresso,  conio  fé  a  Inda,  chi  aueyua  preLxo  indignamenti  lo 
pam  che  Criste  aueyua  beneyxio.  Per  zo  incontenente   se  lena  lo   faozo   dalla 
menssa  e  si  ze  a  ordenar  com  li  Zue,  ch'elli  s'apretassem  ^  e  apareglassem  de    30 
vegnir  a  prender  Criste.   E  lo  Segnor  chi  bem  saueyua  donde   elio   andana,  si 
gue  disse:  "  0  Juda,  zo  che  tu  dei  far  fa  tosto.  „  E  li  aotri  discipuli  se  pensam 
che  lo  Segnor  lo  mandasse  a  procurar  alchuna  cossa  per  la  Pascha;  inperzo  non 
se  maraueglam  che  elio  se  leuasse  dalla  mensa.  Quando  Juda  se  fo  partio  dalla 
mensa  della  compagnia   de   Criste,  si  se  nne   ze   incontenente  alli  Zue  e  disse:    35 
"  Segnoy,  appareglay  uè,  ch'elio  e  aera  tempo  de  compir  la  cossa  vostra,  che 
aera  me  som  partio  da  Criste  dalla  menssa,  unde  e  o  mangiao  e  beuuo  com  elio. 
E  sapiay  che  elio  andera  questa  seyra  a  horar  in  monte  Oliucto,  corno   elio  e 
usao.  Appareglay  uè  monto  bem  com  le  arme   e  vegni  com  mcgo;   che  se  voy 
andassi  senza  mi,  voi  non  faressi  niente,  che  elio  si  a  un  so  discipulo,  chi  e  so    40 
coxim  zermam,  chi  a  nome  Jacomo,  chi  se  gue  semegla  *  monto,  e  per  auentura 
voy  prenderessì  quello  in  camgio  de  Criste.  Ma  he  verro  com  voy,   che  monto 
bem  lo  cognoseo,  e  si  ve  dago  questo  segno,  azo  che  voy  lo  cognossay.  Elio  si 
a  usanza  com  li  soy  discipuli,  che  quando  nissum  de  lor  ven  de  fora,  che  elli  [41] 
lo  saluam  e  si  lo  baxam  per  la  bocha.  E  in  per  zo  he  si  faro  cossi,  che  quello    45 
allo  qual  he  diro,  Maystro,  Dhe  te  salue,  e  che  he  baxero  per  la  bocha,  prendi 
quello  e  sapiay  lo  tegnir  forte,  in  pcrzo  che  tropo  bem  s'asconderea,  se  voy  non 


'  irtpactihar        *  aiiesiic  ripetuto        '  sapreseniefassem        *  scgmegla 


30  Parodi , 

gue  auessì  la  mente ,  cossi  comò  elio  fé  quando  voy  lo  volesti  prender  in  lo 
tempio.  „ 

Quando  lo  fauzo  discipulo  aue  tute  cosse  ordenao,  seg^undo  che  o  dito,  e 
si  remase  ])er  compir  lo  traymento,  lo  Segnor  qui  era  remaso  alla  mensa, 
5  quando  Juda  se  fo  partio  ^  si  garda  alli  soy  discipuli  e  si  gue  disse  :  "  He  ve  so 
dir,  figioy  mey,  una  nona  monto  ferma,  che  voy  serey  tati  scliandaliza}'  per  my 
in  questa  noyte.  E  zo  che  se  troua  scripto  per  lo  Propheta,  sera  verifficaho  de 
my.  Yoy  eauey  bem  che  o  scripto,  che  ferio  ^  lo  paator  e  Ile  pegore  fuziran.  „ 
E  allaor  sam  Per,  chi  era  de  grande  ardimento,  si  respoxe  :  "  Maystro  —  disse 

10  sam  Per  —  non  pensay  che  he  feysse  tanta  falla.  He  te  imprometo,  se  tuti  li 
aotri  te  habandonassem  e  se  partissem ,  he  non  te  habandonarea  ^  firn  che  he 
fosse  vino.  „  E  lo  Segnor  si  respox'  a  sam  Per ,  per  senior  da  li  aotri  e  si  gue 
disse:  "He  te  digo,  Pero,  in  veritae  in  questa  noyte,  auanci  che  lo  gallo  caute, 
tu  me  renegaray  trey  fiae,  che  tu  non  me  cognossi.  „  De  queste  cosse  fo  monto 

15  torbao  sam  Pero  e  in  per  zo  respose  e  disse  :  "  Maystro,  non  me  dyr  pu  queste 
parolle,  che  te  imprometo,  si  e  bexogno,  e  som  apareglao  de  morir  coni  tego, 
auanti  che  te  abandonasse.  „  E  li  aotri  dissipuli  dissem  lo  semegieute.  Quando 
Criste  aue  dito  a  li  soy  discipuli  tute  le  parolle  che  o  dite,  e  allaor  se  lena  dalla 
menssa  e  si  aparegla  e  si  lana  li  pie  alli  soy  dissipuli.  E  quando  elio  fo  a  sam 

20  Per,  si  non  se  volea  lassar  lauar  li  pie,  e  si  gue  respoxe:  "  Sapi,  Maystro  — 
disse  sam  Per  —  che  tu  non  me  lauaraj'  li  pye.  „  E  Criste  respose:  "  Se  non  te 
lauero  li  pie,  tu  non  aueray  parte  com  mego  in  vita  eterna.  „  E  lantor  disse  sam 
Per:  "Messer,  se  non  te  basta  li  pie,  si  me  lana  le  maym  e  la  testa.  „  E  Criste 
si  respoxe  :  "  Elio  basta  ben  delli  pie.  „  Apresso  queste  parolle  iucomenza  Criste 

25  a  ordenar  lo  so  testamento  e  si  piama  li  soy  discipuli  e  si  gue  disse:  "Figioy 
me,  elio  e  tenpo  che  he  vaga  a  quello  chi  m'a  mandao.  Sapiay  che  he  si  an- 
dero  e  si  staro  un  jjoco  che  voy  non  me  veyre,  inperzo  che  he  vago  allo  me 
payre.  Infra  questo  tenpo  voy  si  auere  tribulatioym  e  peyna  e  pia[n]zere.  Ma  he 
ve  digo  che  poche  tempo  andera  [h]  apresso,  e  poa  me  veyrey  e  lantor  si  ve  al- 

30  legrarej'  e  la  vostra  allegreza  non  ve  porrà  esser  toUeyta.  He  ve  dago  —  disse 
Criste  —  un  novo  comandamento,  che  voy  debiay  amar  l'um  Taotro,  cossi  corno 
voy  sauey  che  amo  voy,  e  questa  si  e  la  hereditae  la  qual  era  perdua  per  lo 
pecchao  dolo  primer  parente,  chi  conscentando  allo  demonio,  si  perde  l'amor  de 
Dhee;  e  mi  som  quello  chi  combato  contro  lo  demonio  per  far  uè  render  questo 

35  amor.  E  vey  si  Vo  bem  trouao  e  che  peyna  gue  ho  durao  e  quanto  me  costa 
questo  amor  e  questa  vostra  hereditae.  Che.  xxxiii.  agni  e  che  la  som  andao  cer- 
chando  e  finalmenti,  azo  che  quello  amor  dello  me  payre  che  voy  aueyui  perduo  * 
ve  sea  renduo^,  si  me  couem  dar  la  mea  vita  e  sostegnir  orribel  morte  e  tuto 
lo  me  sangue  spander.  Doncha,  figioy  me ,  ve  prego  —  disse  Criste  —  che  voy 

4Q  gardei  beni  questa  hereditae,  che  me  costa  cossi  cara,  e  sapiay  che  ogni  gente 
cognosseram  che  seay  mey  figioy,  se  voy  avere  amor  e  caritae  inseme.  „ 

Quando  lo  Segnor  aue  conpie  "  queste  parolle,  si  se  parti  dala  casxa  com  tuti 

li  soy  discipuli,  e  seando  za  la  noyte  scura,  si  vegne  a  uni  fyome,  lo  qual  avea 

nome  torrens  Cedrom,  e  passa  dotra  dallo  fyome  con  la  soa  compagnia  e  vegne 

4j    in  su  lo  monte  Oliueto,  e  de  tuti  li  soy  discipuli  si   ne  preyse   solamenti  trey. 

Questi  si  fom  sam  Per  e  sam  Jacomo  e  sani  Zohaune,   e   questi  si  mona  coni 


^  se  for  2)Cì'ti.     -ferirò.     ^  Itahundonarea.     ^  2>erduci.      '"rendita.      ^  conpiee. 


Studj  liguri.  §  2.  Tosti:  5.  La  Passione.  31 

seguo  e  dauanti  da  Uor  si  inconienza  a  doler  ee  monto  e  a  contristar  e  disse: 
"  Trista  la  mea  vita  firn  alla  morte  „  disse  Criste  e  si  se  parti  da  lor  tanto  comò 
«  lo  trayto  d'una  prea.  E  allaor  comenza  a  considerar  e  a  contemplar  la  peyna 
e  la  crudera  morte,  che  se  aproximaua  alle  carne,  e  incomenza  forte  a  tremar 
per  lo  grande  spauento.  Preyxe  Criste  a  horar  lo  so  payre  e  a  dir  :  "  0  payre  5 
sue  celestial,  he  te  prego  che  tu  debi  veir  aotra  via,  se  te  piaxe,  azo  che  non 
beyua  questo  calexo.  Ma  tuta  fiae,  payre  me ,  sea  la  toa  voluntae.  „  E  quando 
■elio  aue  cossi  orao,  si  retorna  alli  soy  discipuli  e  trouali  che  elly  dormeam  bem 
forte.  E  si  li  deuegla  e  disse  gue:  "  Per  che  se  voj^  cossi  tosto  adormi':'  non 
poeyui  voy  una  hora  veglar  coni  mego?„  E  quando  elio  li  [c\  aue  dessiay,  si  10 
torna  anchor  a  orar  e  disse  quelle  mestesse  parolle,  che  elio  auea  dito  auanti.  E 
apresso  retorna  anchor  alli  trey  dissipuli,  li  quaj  si  eram  tornay  a  dormi  se.  E 
lo  segnor  si  li  desuegla  e  si  gue  disse:  "  Se  voy  non  poey  veglar  per  niy,  allo 
mem  veglay  per  voy,  azo  che  voy  non  intrey  in  temptatiom  rea,  che  lo  demonio 
ei  e  monto  sollicito  de  mesihar  l'animo  delle  persone,  cossi  corno  se  mesihia  lo  15 
gram  Inter  lo  criuello.  „  Apresso  queste  parolle ,  Cristo  retorna  un'  aotra  fia  a 
l'oratiom  coni  grande  afiictium  e  disse:  "  O  Payre  celestial,  e  so  bem  che  ogni 
cossa  e  possibel  *  a  ti,  e  inperzo  te  prego  che  questo  calexo  tu  non  me  Ilo  fazi 
beyuer.  Ma  tuta  fiae  sea  fayta  la  toa  voluntae  e  non  la  mea.  „  E  quando  elio  aue 
compia  questa  oratiom,  la  soa  carne  vegne  in  monto  grande  spauento,  che  per  20 
nissunna  cossa  la  carne  non  consentia  alla  morte,  ma  lo  spirito  e  la  raxum  si 
consentiua.  E  de  questo  si  n'aceyze  in  Criste  una  si  grande  batagla,  zoe  Inter 
lo  spirito  e  la  carne,  ch'elio  si  gue  vegne  un  suor  de  sangue  da  la  testa  fim  alli 
pye,  che  sgotaua  forte  menti.  E  alla[o]r  descende  l'angelo  da  cel,  mandao  da  lo 
80  payre  e  si  lo  conforta.  25 

In  questo  se  deuemo  apcnsar,  quando  noy  sostegnamo  alchunna  tribulatiom, 
quante  Criste  ne  sostegno  per  noy,  che  quello  chi  e  rey  de  lo  cel  e  della  terra, 
e  allegreza  e  conforto  delli  angeli,  vegne  a  tanta  miseria  che  lo  couegne  esser 
l'onfortao  da  l'angelo.  Qual  e  duncha  quella  persona,  che  per  l'amor  de  Criste 
no  debia  voleyr  portar  ognunchana  peyna  in  paciencia  per  lo  so  amor?  E  quando  30 
(lueste  cosse  fom  compie,  si  se  leua  Criste  de  l'oratiom  e  si  retorna  alli  dissipuli 
e  troua  che  eUi  dormeam.  E  allaora  li  dessia  e  si  gue  disse:  "  Segnoy,  voy  non 
auey  possuo  una  hora  veglar  com  mego  per  lo  me  amor.  Leuay  su  tosto,  che 
ccha  me  Inda,  lo  qual  me  vem  a  prender  e  a  dar  me  in  le  maym  delli  pechaoy. 
Yej'ue  che  elio  non  a  dormio,  an^y  e  staito  più  sollicito  a  veglar  per  far  lo  35 
traymento,  che  voy  non  sey  stayti  a  orar.  „  E  cossi  comò  elli  fom  desuegla j-  e 
leuay  susa,  echa  Juda  e  con  esso  vegnia  monti  scruenti  armay  e  com  siiae  e  com 
lance  e  com  bastoym  e  aueyuam  lanterne  atressi,  e  tuta  quella  gente  stauam  da 
una  parte  occultamenti  [d].  E  Juda  si  so  ne  ze  a  Criste,  comò  de  zo  non  fosse 
niente,  e  destexe  le  soe  brace  e  sì  lo  abraza  e  poj'  si  lo  baxa  i>er  la  bocha  e  si  40 
gue  disse:  '"  Maystro,  Dee  te  saluc;  bem  possi  tu  star.  „  E  lo  Segnor  si  go  re- 
spoxe  com  grande  umilitac  e  si  gue  disse:  "Amigo,  a  che  sey  tu  vognuho?  „ 
Incontenente  la  gente  che  Juda  aueyua  menao  com  sego  si  corsem  tuti  adosso  a 
Criste  com  grande  remor,  e  Criste  si  parla  e  disse:  "  Segnoy,  che  demanday 
Toy?  „  E  quelli  si  gue  resposem:  "  Noy  si  demandemo  Ihesu  nazareni,  a  chi  fo  45 
dito  Criste.  „  E  Criste  respoxe  e  disse:  "  Segnoy,  e  som  quello.  „  E  quando  elio 


^  i)>2)0Sfsihel. 


32  Parodi, 

aue  C088Ì  respoxo,  quelli  si  caytem  tuti  in  terra  e  non  gue  fo  alchum  chi  in  pie- 
se  poesse  Bostegnir.  Allaor  li  discipuli  si  respoxem  a  Cristo  e  si  gue  dissem: 
"  Messer,  voy  tu  che  noy  li  ociamo  tuti?„  E  Criste  disse  de  non.  E  sam  Per 
non  atexe  alla  responcium  de  Criste  e  mete  mam  a  um  so  coutello  e  dene  eula 
5  testa  a  um,  e  tagla  gue  iuza  l'oregla.  E  Criste  si  lo  repreyxe  e  disse:  "  0  Pero, 
Pero,  alloga  lo  to  cotello  e  guarda  che  tu  non  tochassi  più  nissum,  che  te  so  dir 
una  coesa,  che  chi  ferirà  de  cotello,  de  cotello  sera  ferie.  Pensite  tu,  Pero  — 
disse  Criste  —  si  me  Toresse  delFender,  che  lo  me  payre  no  me  mandasse  più 
de.  XII.  legioym  d'angeli?  Ma  non  uoglo  impaihar  la  mea  passioni.  „  E  laor  prexe 

10  l'oregla,  chi  era  cayta  in  terra,  e  si  la  retorna  in  la  testa  de  quello  a  chi  sam 
Per  l'auea  tagla,  e  si  gue  Ha  sana.  E  poa  disse  anchora  alli  seruenti  un  atra 
fiae:  "  Segnoy,  che  demanday  voy?  „  E  quelli  se  leuam  da  terra  alla  soa  voxe  e 
si  gue  dissem  :  "  Koy  demandemo  Ihesu  nazarem,  chi  a  nome  Criste.  „  E  Criste 
anchor  respoxe  e  disse:  "Segnoy,  he  v'o  dito  che  som  desso.   Se  voy  me  de- 

15  manday,  lassay  andar  questi  mey  discipuli,  inperzo  che  he  remagno  per  lor.  „ 
Lantora  questi  miseri  cegui  e  essorbay  si  prexem  Criste  e  si  Io  ligam  fortementi, 
conio  se  ligam  li  layri.  E  quando  elli  l'auem  ligao,  si  corssem  soura  alli  disci- 
puli, chi  tuti  fuziam,  saluo  messer  sam  Zohanne,  chi  era  fantim  e  non  poeyua 
forza  cossi  fuzir,  e  in  per  zo  fo  piglao  e  retegnuho  per  lo  mantello.  Ma  elio  si 

20  lassa  lo  mantello  in  le  maym  de  quello  chi  lo  tenea  e  se  ne  fuzi  poa  in  gonella.. 
E  vegando  lo  nostro  Segnor  messer  Ihesu  Criste  queste  cosse,  [42]  si  respoxe 
alli  Zue  e  si  gue  disse  :  "  Voy  sey  vegnhuy  ^  a  prender  me,  cossi  conio  he  ffosse 
un  layrom.  Per  che  non  me  prendeyui  voy,  quando  he  ve  amaystraua  continua 
menty  in  lo  vostro  tempyo?  Ma  he  cognosso  bem  che  questa  si  e  la  vostra  bora, 

25  la  qual  e  poestae  e  vertue  delle  tenebre.  Voy  auey  fayto  questo  mal,  che  lo  de- 
monyo  chi  e  stayto  vostra  guya  si  ve  a  obscurio  lo  vostro  cor,  in  tal  guisa  che 
voy  non  poey  sostegnir  la  luxe  della  doctryna ,  la  qual  ve  daxea.  „  Quando 
messer  sam  Zoanne  se  fo  partio  da  le  maym  de  li  Zue,  chi  l'aueyuam  preyxo,  cossi 
despoglao,  comò  elio  era,  si  se  n'anda  alla  casxa  donde  la   uergem  Maria  era 

30  reniasa,  in  la  compagnia  de  la  Magdalena  e  de  le  aotre  Marie,  e  bate  alla  porta, 
cossi  spauentao  e  tuto  pyamgorosamenti. 

Quando  la  donna  inteyxe  pianxer  sam  Zohanne,  tuta  se  smarrì.  Ella  s'are- 
gordaua  bem  le  parolle  che  Cristo  aueha  dyte  in  la  ceynna,  conio  elio  deuea 
esser  trayo  e  dayto  in  le  maym  delli  Zue,  e  monto  eciande  aueyua  in  memoria 

35  zo  che  auea  dyto  Symeoni  propheta  in  lo  tempio,  quando  ella  l'auea  portao  a 
offerir,  ch'elio  gue  disse:  "  O  donna,  questo  to  figlor  si  sera  niisso  quaxi  corno 
lo  segno  chi  e  misso  allo  berssaglo,  a  chi  caschum  fere.  „  Ancora  disse:  "  Final- 
menti  questo  to  figlor  si  sera  ferio  d'um  glayo  e  d'un  coutello,  lo  qual  strapassara 
l'anima  toha  de  dolor.  „   Tute   queste  cosse  la   donna   conseruaua  in  la  mente 

40  soha,  e  si  saueyua  bem  che  la  Scriptura  non  poeyua  mentir.  Si  che  ella  era  in 
grande  spauento,  aspectando  che  queste  cosse  se  compissem,  e  inperzo  ella  era 
tuta  esmarria.  Quando  ella  aue  oyo  la  voxe  de  sam  Zohanne,  si  respoxe  e  disse: 
"  0  figior  Zohanne,  che  none  som  queste  che  ay  tu,  figlor  me?  unde  e  lo  to 
maystro  ?  „  E  sam  Zohanne  si  respose   e   disse:   "Madonna,  sapi  per  certo  che 

45  elio  si  e  preyso;  che  Juda,  un  delli  dissipuli,  si  l'a  venduo  per.  xxx.  dynay  alli 
Zue,  chi  l'am  fortementi  ligao  e  si  Fan  menao,  e  non  so  dunde  se  seani  andayti 


^  ueghuy. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  5.  La  Passione.  33 

com  esso.  „  Lantor  si  preyxe  alla  donna  nn  dolor  cum  pyanto  sì  crudel  e  si 
forte,  che  ella  non  aue  bayria  ni  possa  che  ella  se  poesse  sostegnir  su  li  pye, 
ma  cayte  in  la  terra  conio  morta,  ni  non  aue  vertue  de  responder  a  sam  Zo- 
hanne.  E  allaor  le  donne  chi  eram  com  ella  si  la  releuam  [ò]  da  terra.  E  quando 
lo  spirito  gu  e  reuegnuho,  si  se  reforza  de  parlar  a  messer  sam  Zohanne  e  si  5 
gue  disse:  "  O  figlor  Zohanne,  perche  e  stayto  preyso  lo  me  figlor  e  che  aueha 
elio  fayto  alli  Zue?  Za  li  sanaua  elio  li  soy  infermi  e  gue  ressucitaua  li  soy 
morti.  Za  no  e  usanza  che  se  renda  per  beni  mal.  O  figlor  me  Zohanne,  donde 
eram  li  discipuli,  quando  lo  maystro  fo  preyso?  Non  gue  era  nissum  chi  l'ayasse 
e  chi  lo  schampasse  de  lor  maym?  „  E  sam  Zohanne  gue  respondea:  "  Sapi,  ma  io 
donna,  che  tuti  li  discipuli  si  fuzim,  quando  lo  maystro  fo  preyso,  che  l'um 
non  aspectaua  l'aotro.  „  E  lantor  la  donna  si  pianzea  coni  granyndi  sospiri  e  si 
dixea:  "  O  figlor,  or  te  ^  abandona  ogni  persona.  O  Pyero,  chi  ìnprometesti  de 
morir,  auanti  che  tu  abandonassi  lo  to  maystro,  e  aora  si  l'ay  i^erduo  e  si  te  e 
stayto  cossi  leuao  e  preyso!  „  E  poa  dixea:  "  O  Juda,  figlor  crudel,  tu  ay  mal  j5 
meritao  lo  me  figlor,  chi  te  auea  perdonao  lo  pechao  della  toha  mayre,  e  tu  si 
gue  ay  procurao  la  morte  soha.  Oy  me  dolenta,  tu  non  lo  achatasti  cossi  charo 
questo  me  figlor,  conio  my.  Che  he  som  quella  che  lo  portay  noue  meysi  e  che 
lo  norigay  conilo  me  layte  proprio  e  cum  fayga  lo  alleuay,  e  tu  si  l'ay  venduo 
e  dayto  per  cossi  vii  prexo,  conio  e.  xxx.*''  dinay.  „  Apresso  queste  paroUe  se  lena  20 
la  donna  e  insi  for  della  casxa,  e  apresso  gue  Tegne  la  Magdalena  e  le  aotre 
Marie  e  andauam  per  la  terra  pyanzando  e  criando  e  digando  :  "  Chi  auerea  visto 
lo  me  figlor?  „  Spesse  fiae  cazea  e  spesse  fiae  se  leuaua,  comò  quella  chi  auea 
lo  cor  e  lo  vigor  pcrduo,  per  li  grayndi  sospiri  e  per  li  grayndi  doloy  e  lamenti 
che  ella  faxea.  95 

Quando  li  Zue  auem  cossi  preyxo  e  ligao  Cristo,  comò  e  ve  0  contao,  elli  si 
lo  nicnam  a  casxa  d'um  ch'auea  rczuo  lo  pouol,  ma  allora  ^  non  rezeyua  pyu.  E 
quando  Cristo  fo  a  casxa  de  quello,  si  gue  ze  sam  Per  do  derrer.  Ma  cossi  corno 
una  ancella  dela  casxa  vi  sam  Per  aprouo,  si  l'aue  recognossuo  e  incomenza 
gue  a  criar  adosso  e  a  dir:  "  Veraxe  menti  he  te  cognosso,  che  tu  si  e  delli  di-  39 
scipuli  de  questo  homo.  „  E  sam  Per  aue  grani  paor  e  si  respoxe  tuto  spaucutao 
e  disse:  "  O  femena,  tu  non  di  veritae  de  nyente,  ny  non  say  che  tu  to  digj'.  „ 
E  parti  se  sam  Per  delle  parelio  de  questa  femena,  lo  più  tosto  ch'elio  poe,  e  ze 
se  ne  a'ssetar  ape  de  lo  fogo  e  si  se  aschadaua,  inperzo  che  era  freydo.  Quando 
lo  pontifficho  Anna  aue  uisto  Cristo,  [e]  che  li  Zue  auoyuam  preyso,  si  se  Ilo  fé  35 
menar  dauanti  e  si  lo  incomenza  a  demandar  e  disse  :  "  Or  me  di,  che  doctrina 
e  questa,  la  qual  tu  vay  predicando  per  ludea  e  per  lerusalem,  e  vay  preuari- 
cando  la  gente  e  ingannando  lo  mondo  ?„  E  Cristo  lantor  si  respoxe  e  si  disse: 
"  Frac,  la  mea  doctrina  no  e  mea ,  ma  e  dallo  me  payre.  Tu  say  beni  —  disse 
Cristo  —  che  he  si  0  parlao  pareyxementi  per  lo  mondo  0  non  ho  parlao  in  jq 
aschozo,  ma  dauanti  ogni  gente.  „  Quando  Cristo  aue  zo  dito,  si  vegno  un  delli 
serui  de  quello  Anna,  e  si  lena  la  mam  e  si  de  a  d'iste  una  grande  maschaa  su 
la  massella,  e  com  grande  ira  gue  cria  adosso  e  disse  :  "  Duncha  respondi  tu  cossi 
allo  pontLffico  ?  „  Alaora  Cristo  se  voze  cum  grande  humilitae  a  quello  chi  l'a- 
ueha  ferio  0  si  gue  disse  :  "  0  frae,  si  ho  mal  dito  si  me  reprendi  de  lo  mal,  ma  ir- 
si he  no  ho  dito  mal  porche  me  feri  tu?  „ 


fu        ^  alloro 
Archivio  glottol.  ital.,  XIY. 


34  Parodi, 

In  queste  cosse  n'amaystra  lo  segnor  Ihesii  Criste,  che  noy  debyamo  le  iniurie 
che  ne  som  fuyte  portar  in  paxe  e  pacienti  monti,  per  lo  so  amor,  cossi  corno 
elio  le  a  porta[e]  per  lo  nostro.  Quando  Criste  aue  respoxo  allo  seruo  chi  l'auea 
cossi  ferie,  si  comanda  Anna  che  elio  fosse  menao  a  casxa  de  Cayphas,  iuxe  in 
5  quello  anno  e  zuegaua  e  rezeyua  lo  pouol.  Laora  ei  fom  li  seruenti  appareglay 
com  le  arme,  e  si  preysem  Cristo  e  si  ne  Ilo  menam  e  si  lo  aprescntam  a  Cay- 
phas. E  sam  Per  si  gè  andana  apresso  e  intra  dentro  della  porta  de  Cayphas.  E 
incontenente  gue  cria(m)  adesso  ^  e  si  gè  disse(m):  "  Yeraxementi  tu  sey  de  Gal- 
lilea  e  si  sey  discipulo  de  questo  homo.,,  E  sam  Per  gue  respose  e  disse:  "  O 

10  femena,  tu  te  inganny,  he  no  som  de  quelli.  „  E  ze  sam  Per  e  si  se  mìsse  allo 
fogo.  E  lautor  un  de  la  famigla  de  Cayphas  si  l'aue  visto,  e  si  era  de  quelli  chi 
eram  stayti  a  prender  Criste.  E  quando  elio  l'aue  recognossuo,  si  gue  cria  adesso 
monto  forte  e  si  gue  disse:  "Che  homo  sey  tu?  No  sey  tu  delli  dissipuli  de 
questo  homo?  Pensi  ^  tu  che  he  non  te  cognossa?  „  E  sam  Per  si  se  excusaua 

15  a  quello  seruo,  e  lo  seruo  gue  disse:  "  Como  te  poy  tu  eschusar,  che  la  toa  pa- 
rolla  si  te  fa  manifesto?  Non  te  vi  he  coni  questo  homo  inter  Torto?  Non  fosti 
tu  quello  chi  tagliasti  l'oregla  a  me  f[r]ay  Marche  ?„  E  sam  Per  chi  se  veyua 
cossi  compreyse,  com  grande  penser  disse  :  "  He  te  zuro  scura  tuti  li  sacramenti 
della  leze,  che  zamay  questo  homo  he  non  vi  ni  gue  parlay.  Or  varda  se   tu 

20  m'ay  bem  piglao  in  camgio.  „  E  quando  sam  Per  aue  cossi  parlao,  in[(/]conte- 
nente  odi  cantar  lo  gallo,  e  le  Segnor  Ihesu  Cristo  si  gue  guarda  per  le  vixe. 
E  incenteneute  s'apensa  sani  Per  in  le  parolle  che  Criste  gue  auea  dite,  e  come 
elle  aueyua  impremisse  a  Cristo  de  non  may  abaudenar  lo.  E  allaor  se  partì  e 
iusi  for  deUa  casxa  e  ze  in  una  fessa  li  presso,  e  incemenza  a  pyauzer  monto  forte  lo 

25    se  pechae,  e  zamay  in  lo  tempo  della  soha  vita  quasi  non  stete  senza  lagrime;  si 

che  conuegne  che  olle  portasse  continuamenti  ^  un  sudario  per  essugar  se  li  ogi. 

Quando  lo  nostro  Segnor  fu  apresentao  dauanti  de  Cayphas,  chi  era  segnor 

de  far  juexio  in  quello   anno,  sì  comenza  Cayphas  a  interrogar  e  a  demandar 

Criste  de  monte  cosse.  E  li  farixey  si  auem  apareglae  monte  faoze  testìmo- 

30  nie,  le  quae  testimonie  si  incemenzam  a'chusar  Cristo  e  dir:  "Noy  si  auemo 
odio  de  la  bocha  de  queste  homo,  che  elle  si  pò  destruer  le  tempio  de  Dee  e 
rehedifficar  lo  in  trey  giorni.  Garday  che  presemtiom  e  questa  che  dixe,  che 
pur  de  queste  e  degne  de  morte.  Anchora  si  a  dito  che  chi  non  mangiera  la 
Boha  carne  e  beuera  lo  so  sangue  non  auera  ulta  eterna,   e  mostra  se  che  eUe 

35  sea  figlor  de  Dhe  payre.  Guaiday,  segney,  si  questo  e  da  soffrir.  „  E  Criste  non 
respondca  a  nessunna  de  queste  cesse.  Cayphas  si  gue  dixea  :  "  Non  odi  tu  queste 
cesse,  che  dixem  queste  testimonie  in  centra  ti?  Per  che  non  respendi  tu  a  queste 
raxoym,  che  questi  te  dixem?  e  perche  non  te  escuxi  tu?  „  E  Criste  pur  se  taxea. 
E  lantor  Cayphas  si  gue  cria  forte  e  si  dixea:   "He  te  sconzuro  per  Dee  viue, 

40  che  tu  me  debi  dire  la  veritae,  se  tu  sey  Criste  figlor  de  Dhe  beneyte.  „  Allaor 
non  vesse  lo  nostro  Segnor  che  le  nome  dello  so  payre  fosse  schonzurao  in  vam, 
e  si  respoxo  a  Cayphas  e  si  gue  disse  :  "  Certamenti  he  te  digo  che  voy  veyrey 
vegnir  lo  fìgier  de  l'omo,  zoe  lo  figlor  de  la  vergem  Maria  in  le  niuole  deUo 
cel  a  zuegar  le  mondo.  „  E  quando  lo  Segnor  aue  dito  queste  paroUe,  Cayphas 

45  se  scharza  tuta  la  cabezana  e  crìa  forte:  "  Segney,  no  auey  voy  odio  iastema, 
che  questo  homo  pechaer  a  fayte  a  Dhe?  Perche  andeme  noy  cerchande  aotre 


1  È  da  leggere:  quella  ancella  gue  cria  o  simile.         -  non  lìcnsi         ^  conti- 
nuar menti 


Stadj  liguri.  §  2.  Testi:  5.  La  Passiono.  35 

testimonie,  da  poy  che  noy  l'auemo  odio  parlar?  Che  ve  une  par,  segnoy,  de  far?  „ 
E  quelli  chi  erari  li  si  criam  tati,  digando  tut'a  una  voxe  :  "  A''eraxe  mente  elio 
a  bem  meritao  la  morte.  „  E  allaora  Caj^phas  bì  fé  despuglar  Criste  nuo  e  si  lo 
fa  ligar  a  una  colonna,  e  si  gue  fom  de  'utorno  aotri  cum  correze,  aotri  cum  ba- 
stoym,  aotri  cum  channe;  aotri  [43a]  gue  dauam  cum  le  maym,  aotri  gue  pelauam  5 
la  barba  e  la  testa  e  aotri  gue  zithauam  lo  lauaglo  per  lo  viso  e  per  la  carne, 
aotri  gue  spuauam  per  la  bocha  Cossi  staua  lo  nostro  Segnor  ligao  alla  colonna 
e  aueyua  li  soy  ogi  fassay  e  inbinday  cum  una  binda,  e  daxeam  gue  delli  ba- 
«toy  su  per  la  tosta  e  poi  dixeam:  "0  Criste,  adeuina  chi  e  quello  chi  t'a 
feryo.  „  E  in  questa  maynera  siete  lo  Segnor  tuta  quella  noyte.  O  misero  i^e-  10 
•chaor,  chi  non  say  sostcgneyr  un  pocho  de  peynna  in  seruixio  dello  to  payre, 
chi  a  tanto  approbrio  ^  e  vituperio  sostegnuo  per  aurir  te  la  porta  de  vita  eterna, 
quando  porressi  tu  satisfar  a  cotanta  benignitae?  Va,  leze,  o  pechaor,  quante 
iasteme  lo  Segnor  butaua  a  quelli  chi  gè  faxeam  cotanto  mal,  guarda  che  elio 
dixea  :  "  Payre  me  celestial,  questi  non  cognossem  lo  mal  che  olii  me  faxem.  15 
Perdonay  gue,  si  ve  piaxe.  „ 

Stagando  lo  nostro  Segnor  in  lo  tormento,  che  o  conintao,  in  la  casxa  de  Cay- 
phas,  la  mayre  soa  si  andana  per  la  terra  criando  e  querando  chi  dello  so  fijor 
gue  diesse  none.  E  comò  ella  s'aproximaua  allo  paraxo  de  Cayphas,  ella  aschota 
e  odi  lo  remor  e  la  voxe  delli  Zue.  E  allaor  la  donna  ^  si  pyama  la  Magdalena    20 
€  si  gue  disse  :  "  Za  figlerà,  za  tosto,  che  he  creo  che  lo  to  maj'stro  seha  in  questo 
logo.  „  Acosta  se  la  donna  allo  paraxo  e  aschotaua,  e  ella  si  odi  tropo  bem  comò 
li  Zue  lo  biastemauam,  e  le  menaze  che  elli  fauam.  Laora  incomenza  a  criar  alla 
porta  e  a  bater,  perzo  che  gue  fosse  auerto.  Ma  la  soha  voxe  era  fayta  per  lo 
Ijiamto  si  debel  e  si  rocha,  che  ella  non  poeyua  esser  odia.  Bem  era  vegnua  ve-    25 
riteuel  la  parola  de  leremia  propheta,  chi  disse  :  "  . . .  pianxando  e  lo  pyanto  in 
la  noto  e  ^  le  soho  masseile  e  non  gu  e  chi  gue  daga  consolatiom  de  tuti  li  soy 
chari.  „  E  anchor  fo  compio  in  ella  zo  che  David  propheta  gue  auea  dito,  eciam 
dee  de  ella  :  "  He  o  lauorao  criando  pyanzando,  tanto  che  la  mea  voxe  fayta  o 
rocha  e  sorda.  „  Or  pensa,  pechaor,  in  che  guisa  la   donna  staua  de  fora  dello    30 
paraxo,  e  odiua  le  acuse  che  faxeam  in  centra  lo  so  figlor  e  li  colpi  che  elio 
eostegnia,  e  no  intendeyua  ni  odyua  nissum  chi  lo   schusasse  ni  chi  lo  deffeu- 
desse,  ma  odiua  la  voxe  forte  criar  :  "  Mora  mora  questo  maluaxo  pecchaor.  „  Or 
qual  e  quella  mayre,   chi  compassioni  non   debia  auer  alla  mayre   de  Criste  e 
pianxer  com  ella  de  cotante   crudelitae,   [b]   chi  fom   fayte  allo  so  figlor  senza    35 
colpa  e  pechao?  Tuta  la  noyte  stete  quella  dolenta  maire  in  angustia  e  sospiri, 
aspectando  e  contemplando  la  peyna  che   lo  so   figlor  portaua.   Quando  la  note 
fo  compia,   che  za  se  fazea  lo  iorno,   e   echa  lo  remor   vegnìr  de  la  gente  alla 
casxa  de  Cayphas,  che  Pillato  mandana  a  prender  Cristo.  Noy  deuemo  intender 
e  sauer  che  alli  Zue  non  era  licito  ocier  nissunna  persona,  e  quando  elli  trouauam    40 
alchum  degno  de  morte,  si  lo  dauam  in  le  maym  de  Pillato,  lo  qual  rezeyua  la 
segnoria  e  era  comò  iuexe  de  mal  officio,  e  a  elio  s'apprtcgnea  de  dar  morte  e 
ocier  quelli  chi  falliam  e  faxeam  cura  de  morir.  E  questo  faxoa  in  persona  de 
l'imperaor  de  Roma,  chi  sognorozaua  per   tuta  ludea.   E  inporzo  Cayphas  aue 
Criste  in  bayria.  La  noyte,  comò  he  o  dito,  si  manda  a  Pillato,  come  elio  aueyua    45 
un  homo  prcyso  degno  de  morte,  e  Pillato  si  aspcyta  fini  allo  iorno,  e  allaor  fé 


Od  oj)probno?        ^  danna       ^  Andrebbe  qui:  io  pianto  in;  cfr.  Threni,  I,  2. 


36  Parodi , 

armar  li  Boy  chaualeri  e  li  soy  eerucnti  e  si  li  manda  ala  casxa  do  Cayphas, 
donde  Criete  era  preyxo.  Questa  gente  vegnia  a  som  de  trumbe  e  de  corni. 
Quando  elli  fora  vegnuy  alla  casxa  de  Cayphas,  si  fom  auerte  le  porte  e  si  andam 
tuti  dentro  da  lo  paraxo.  La  donna  chi  era  de  fora,  vosse  andar  apresso  per 
5  trouar  lo  so  figlor,  ma  ella  no  aueyua  possanza  ni  Tertue  d'andar  in  la  casxa, 
per  la  grande  spressa  della  gente,  si  che  ella  ne  fo  rebuta  de  fora  com  grande 
angossa.  Quando  Cayphas  aue  uisto  la  famigla  de  Pillato,  si  gue  de  Cristo  in 
bayria,  e  quelli  si  gue  ligam  le  maym  forte,  e  cossi  si  lo  manda  fragellao  a 
Pillato,  E  quando  elli  insim  for  della  porta  de  Cayphas,  la  donna  se  leua  comò 

10  ella  poe  e  guarda  si  ella  poesse  veyr  lo  so  figlor,  e  ella  non  lo  recognossea,  in- 
perzo  che  elio  era  tuto  caugiao.  Elio  aueyua  lo  so  viso  tuto  nizo ,  li  ogi  e  li 
meroym  neygri  e  lo  vixo  e  la  faza  tuta  pynna  de  spuazo  e  la  testa  tuta  peraa 
e  lo  corpo  era  tuto  pym  de  lauaglo  e  da  monte  parte  pioueyua  tuto  sangue,  si 
che  elio  non  poeyua  ^  più  auer  figura  humana.  Bem  era  compio  zo  che  Ysaya 

15  propheta  auea  dito  in  persona  de  Criste:  Non  est  in  eo  species-  neque  decor.  La 
mayre  che  se  guardaua  intorno,  questo  so  figio  non  sauea  cognosser,  e  inperzo 
ella  se  voze  alla  Magdalena  e  si  gue  disse:  "  0  figlerà,  [f]  guarda  so  tu  inter 
questi  cognossessi  lo  to  maistro.  „  E  la  Magdalena  laor  lo  gue  mostra  e  disse  : 
"  Sapi,  madonna  mayre,  che  quello  che  tu  vey  cossi  fragellao  si  e  lo  to  figlor.  „. 

20  La  donna  si  lo  guarda  e  si  lo  recognosse  e  incomenza  do  corre  apresso,  cossi 
comò  olla  poeyua,  e  a  cresser  la  voxe  più  forte  che  ella  poe  o  cria  :  "  Donde  e 
andayta  cotanta  belleza?  Tu  eri  lu  più  bello  homo  che  [e]  visse  may  e  aora 
sey  cossi  camgiao!  0  figior,  a  te  cossi  abandonao  lo  to  payre,  che  elio  non  te 
deffenda  de  cotanta  peyna?  0  figior  me  precioso,  per  che  voresti  tu  retornar  in 

25  Iherusalem  ?  Za  saueyui  tu  bem  che  li  Zue  to  procurauam  la  morte.  „  Monto  so 
abriuaua  la  donna  in  la  spreyssa  per  prender  lo  so  figlor,  ma  li  sementi  si  la 
rebutauam  e  si  la  deschazauam,  che  ella  non  se  poeyua  aproxiniar. 

Quando  Cristo  fo  menao  a  Pillato,  si  fom  apareglay  li  farixey  e  li  Zue  e  si  co- 
mensa(m)  d'axaminar  lo.  E  quando  elio  fo  bem  examiuao,  si  lo  retorna  de  fora  alli 

30  Zue  e  si  disse  :  "  Segnoy,  voy  m'auey  menao  cozi  questo  homo  o  me  l'auey  acusao 
per  mal  factor  e  per  rey.  Echa  me  che  l'o  sotirmenti  esaminao,  e  si  ve  digo  che 
non  trono  in  elio  caxum  alchunna,  per  la  quar  elio  sea  degno  do  morte  ni  de 
peyna.  Per  che  doncha  vorey  voy  che  e  spanda  lo  sangue  insto  de  questo  homo 
insto  senza  corpa  e  pecchao  ?  „  E  laora  li  Zue  si  respoxem  a  Pillato  e  si  dissoni  : 

35  "  Sapi  per  certo  che  si  questo  homo  non  fosse  mal  factor,  noy  no  te  l'auereamo 
acuxao.  iSToy  seme  gente  a  chi  Dee  a  dayto  la  leze  per  Moysen,  e  per  cessa  che 
fosse  noy  non  fareamo  tanta  falla.  Ma  noy  te  dìganio  per  veritae  la  reeza  do 
questo  homo,  che  elio  non  a  lassao  persona  do  Galilea  tam  fin  coci,  che  elio  non 
abia  preuarichao  da  la  nostra  leze.  „  E  allaor  si  demanda  Pillato  alli  Zue  donde 

40  Criste  era  nao,  e  elli  si  gue  dissoni  do  Galliloa.  E  allaor  si  rospoxe  Pillato  e  si 
gue  disse:  "  Segnoy,  si  questo  homo  e  de  Galliloa,  voy  sauey  bem  che  non  lo 
dom  zuegar,  che  non  o  iuexio  de  sangue  in  quelli  de  Gallilea  chi  som  in  Iheru- 
salem. Anday  doncha,  —  disse  Pillato  —  e  si  lo  menay  monto  bem  a  Herodes» 
a  chi  s'apertem  de  zuegar  quelli  de  Gallilea.  „ 


1  pareiua  ?       -  szms  ;  cfr.  Isaia  lhi,  2. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  6.  Da  una  Cronaca  universale.  37 

N.  6.  —  Da  una  Cronaca  universale. 

Il  presente  brano  e  la  traduzione  di  Boezio  che  segue,  sono  estratti  da 
un  medesimo  codice,  appartenente  alla  Biblioteca  delle  Missioni  Urbane  di 
Genova  S  dove  porta  il  num.  46.  Per  l'età,  si  può  assegnarlo  alla  prima 
metà  del  sec.  XV;  cartaceo,  legato  in  pergamena,  di  mm.  275  per  190,  man- 
icante del  primo  foglio  e  di  alcuni  in  fine.  La  numerazione  è  in  cifre  ro- 
mane, della  stessa  mano  che  il  codice;  comincia  col  secondo  quaderno  e 
va  poi  senza  interruzioni  fino  al  f,  391,  col  quale  il  cod.  ora  termina.  Ec- 
cetto, a  quanto  pare,  un  breve  tratto  del  primo  quaderno,  materia  forse  ag- 
giunta alquanto  più  tardi  sulle  pagine  lasciate  prima  bianche,  il  cod.  è  tutto 
d'una  stessa  mano;  ha  iniziali  maiuscole  in  rosso,  ma  rubriche  nere;  scritto, 
a  cominciar  dal  Boezio,  in  due  colonne,  per  motivo  dei  versi,  quantunque 
il  copista,  una  volta  preso  l'abbrivo,  continuasse  poi  fino  in  fondo. 

Ho  detto  che  manca  il  primo  foglio.  Esso  conteneva  parte  della  'Ta- 
vola', il  séguito  della  quale  occupa  ancora  la  metà  anteriore  del  primo 
quaderno,  cioè  5  carte,  tranne  il  verso  dell'ultima.  Ma  la  carta,  che  ora 
dovremmo  incontrare  per  la  prima,  si  trova  per  uno  spostamento  ad  es- 
sere la  quarta.  Nel  verso  della  quinta,  nelle  4  seguenti  e  nel  recto  della 
decima  è  contenuto  il  tratto,  che  abbiamo  detto  parer  d'altra  mano.  Co- 
mincia: «In  quelo  tempo  sapiando  lo  redemptor  de  la  humana  generation 
messer  Jhesu  Criste  quello  chi  deueiua  esser,  cognossando  za  esse)"  preuegnuo 
tanto  presso  ala  soa  ynorte  e  p)assion  quanto  era  lo  mercordi  santo  ...»  e 
termina  :  «...  e  la  dolce  niaere  lantora  no  lo  cognosce,  tanto  lo  aueiuarn 
hatuo  e  desfigurao.  E  cossi  fini  lo  raxonamento  de  la  gloriossa  Vergem 
3 f aria  cum  lo  so  glorioso  figio  messer  Ihesu  Criste,  la  grada  de  lo  qua 
semper  sea  com  noi.  Amen.  » 

Col  secondo  quaderno  comincia  propriamente  il  codice.  Esso  contiene  : 
dal  f  1*  al  f.  89^  una  specie  di  compendio  del  Vecchio  e  del  Nuovo  Te- 
stamento; poi  alcuni  capitoletti  sulla  Vergine,  89*^  sgg-)  a  cui  s'accompa- 
gnano 28  miracoli  di  lei,  104^-118'',  e  uno  dei  noti  'Pianti'  119^-124'';  una 
lunga  serie  di  'Vite  di  Santi'  e  di  'Sermoni',  che  occupano  non  meno  di 
172  fogli;  la  leggenda  di  Barlaam  e  Giosaffat,  298*-313'';  il  primo  capitolo 
della  vita  di  Giuda  Iscariota,  313''-314'',  che  non  è  se  non  un  pezzo  stac- 
cato della  'Cronaca',  con  cui  il  volume  comincia;  poi:  Cotno  se  comenssa 
lo  sancto  batessmo  in  Roma,  e:  Como  la  ueroniclia  fo  trouaa  e  portaa  in 
roma  in  lo  tempo  de  iiberio  Cessaro  Imperao  .  .  .  314''-318'';  una  leggenda 
di  Santa  Margherita,  che  va  fino  al  f.  321'';  la  Vita  di  S.  Giovanni  Evan- 
gelista, 322^-356'*,  altra  copia  di  quella  pubblicata  dall' Ive,  Arch.  Vili 
30  sgg.  ^;  de  le  questioim  de  Boccio,  357^-386^,  per  le  quali  è  da  vedere  il 


*  Fu  già  brevemente  descritto  dal  Banchero,  Genova  e  le  due  Riviere, 
513  sg.,  e  dal  prof.  L.  T.  Belgrano,  'Giorn.  Ligust. ',  a.  1882,  344  sg. 

^  Per  rendere  possibile  il  confronto,  riferisco  il  principio  della  leggenda, 
secondo  è  dato  dal  mio  codice: 


38  Parodi, 

numero  seguente;  infine  l'epistola  di  fra  Bonaventura  da  Bagnarea  ad  un 
suo  amico,  386'''-391'',  che  resta  incompleta  per  la  mutilazione  del  codice. 

Uno  studio  particolareggiato  delle  fonti,  a  cui  attinse  il  nostro  compi- 
latore, sarebbe  qui  fuor  di  luogo.  Ci  basterà  accennare  che  il  compendio 
biblico,  di  cui  riportiamo  il  principio,  non  è  che  la  traduzione  dell'antica 
'Cronaca  universale',  probabilmente  d'origine  catalana,  che  fu  studiata  dal 
SucHiER,  Denkmàler  der  provenz.  Literatur,  pp.  495  sgg. ,  e  dal  Rohde, 
ibid.,  pp.  589  sgg.  ^  Tuttavia  il  traduttore  s'è  anche  valso,  in  almeno  due 
luoghi,  della  Passione,  da  noi  pubblicata  al  n.  5,  inserendone  nel  suo  testo, 
al  f.  58^,  il  breve  tratto  introduttivo.  Pensando  in  ini  tnesmo  ecc.,  ed  un 
altro  capitoletto  al  f.  84^  :  Or  staxea  la  uerrjem  madona  sancta  maria  inter 
xmna  caxa  in  lerusaleni  .  .  . 

Per  la  correzione  dei  passi  evidentemente  errati,  io  ho  tenuto  a  riscontro 
della  traduzione  genovese  il  testo  catalano  del  cod.  Laur.  Red.  149,  già 
studiato  dal  Suchier  (R)  ". 

Dixe  in  lo  libero  de  Grenexis,  che  in  lo  comensameuto  de  lo  mondo  crea  ^  Dee 
lo  cel  e  la  terra.  E  la  terra  era  uoa  e  tute  lo  mondo  era  tenebrozo  e  lo  spiricto 
de  Dee  andana  soure  le  aigoe.  E  era  tuto  lo  mondo  corno  unna  pilota  reonda,  chi 
fosse  fayta  de  monte  cosse,  cossi  conio  de  puci  e  de  pree  e  de  fogo,  chi  fosse 
possaa  in  unna  conca  de  aigoa.  E  cotale  era  tuto  lo  mondo.  Disse  lo  nostro  se- 
gnor  Dee  :  "  Sea  fayta  la  luxe.  „  E  quando  la  luxe  fo  fayta,  foni  li  Angeli  creai. 
E  ui  Dee  che  la  luxe  era  bonna  e  desparti  la  luxe  da  le  tenebre  e  apela  la  luxe 


Coci  comenssa  la  nassìom  e  la  ulta  firn  a  la  morte  de  lo  bìao  messer  sani 
Zoane  Batesto,  corno  noi  odirei  apresso. 

A  lesso  de  Dee  e  de  la  docissima  vergem  madona  Sancta  Maria  e  de  lo  biao 
e  gloriosso  messer  sam  Zoane  Batesto,  de  lo  quar  noi  vogiamo  dir  alcunna  cossa 
a  lo  so  honor  e  a  delieto  e  conssoUaciom  de  le  annime,  le  quae  sura  soe  deuote. 
E  no  intendo  dir  de  le  soe  aotissime  virtue ,  per  so  che  e  no  sauerea ,  che  an- 
chora  sum  beneite  da  li  sancti  ;  si  che  e  no  intendo  de  dir  cossi  soma  alteesa,. 
ma  uoio  dir  de  la  soa  uita  meditandolla  e  penssandola,  aso  che  piceni  e  grandi 
chi  la  lezem  si  gè  ponnam  mente  a  le  maini  {sic).  Che  se  la  soa  mente  fosse 
denota  a  meditar  la  uita  de  Criste  e  penssando  de  elio  piceni  e  grande  cum  la 
morte  e  ressurressioni  soa  e  gloria,  non  e  da  lassiar  per  questo.  Persso  che  penssar 
de  elio  e  amar  elio  e  l'otima  parte,  e  questo  de  messer  sam  Zoane  fassamo  per 
dar  recreatiom  a  le  monte  infierme  e  unna  ouera  fantiolescha,  si  che  queste  an- 
nime fantiole[s]che  abiam  unna  leticia  spirictual  e  cossi  apparram  a  medictar, 
si  che  poa  possam  e  sapiam  intrar  a  meditar  la  vita  de  Criste  e  de  la  Dona 
nostra,  soa  maire.  E  se  eUi  (no)  troueram  leticia  in  penssar  la  uita  de  li  sancti 
in  cotae  cosse  fanciolesche,  quanto  maormenti  in  penssar  la  uita  de  Criste,  unde 
e  tuta  perffetiom?  E  auezando  la  mente  a  queste  meditacioim  bassete,  saueram 
possa  mogio  penssar  e  intrar  a  le  graiude  cosse  de  li  sancti  ;  e  cossi  intreram  a. 
penssar  de  messer  Ihesu  Criste,  chi  a  faiti  cossi  boim  li  sei  sancti  .... 

^  Cfr.  Studj  di  filol.  rom.,  II  292  sg.,  n. 

^  In  questo  codice,  al  f.  163^,  ossia  nella  seconda  colonna  del  recto,  co- 
mincia un  componimento  ascetico,  catalano,  che  certo  ha  da  fare  con  quel 
'Ragionamento  della  Vergine  col  figliuolo',  che  dicevamo  parere  d'altra 
mano  nelle  prime  pagine  del  nostro  manoscritto  genovese. 

^  cerca 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  6.  Da  una  Cronaca  universale.  39 

di  e  le  tenebre  nocte.  E  cossi  fo  conpia  l'onera  o  li  comensamenti  de  lo  primo 
iorno.  Disse  lo  nostro  segnor  Dee  lo  segondo  iorno  :   "  Sea  fayto  fermamento  in 
mezo  de  le  aigoe,  chi  partissa  l'unna  da  l'aotra.  „  E  cossi  fo  fayto  e  fé  lo  no- 
stro segnor  Dee  firmamento  e  possa  le  aigoe,  clii  eram  soura  lo  firmamento,  de 
sota,  e  apella  lo  nostro  segnor  Dee  quello  firmamento  cel.  E  cossi  fo  faita  Fo-    5 
nera  de  quello  segondo  iorno.  Disse  lo  nostro  segnor  Dee  lo  terso  iorno  :  "  Seam 
amasay  ^  le  aigoe,  chi  stam  sote  lo  firmamento,  in  um  logo  e  apaira  secha  ^.  "  E 
fo  fayto  cossi,  e  apella  Dee  quella  secha  terra   e  lo  amassamento  de  le  aigoe 
aijella  lo  mar.  E  ni  lo  nostro  segnor  Dee  che  tato  era  bom  e  disse:   "  Inzcnere 
la  terra  erba  e  erbori  chi  fassam  fructo,  segondo  lo  lor  linaio.  „  E  uì  lo  nostro    10 
segnor  Dee  che  tuto  so  era  bom,  e  cossi  fo   compia  l'ouera   de  lo  terso  iorno. 
Disse  lo  segnor  Dee  lo  quarto  iorno:   "Seam  faite  luminarie   in  lo  firmamento 
de  lo  cel,  chi  partissam  lo  iorno  da  la  nocte  e  seam  in  segnai  de  lo  di  e  de  lo 
tempo  e  de  l'ano,  e  si  resplendem  in  lo  firmamento  de  lo  cel  e  aluminem  la 
terra.  „  E  f o  faito  cossi ,   e  fé  lo  nostro  segnor  Dee  doi  gramdi  ^  luminarij ,  e  lo    15 
maor  chi  segnoi'ezasse  lo  di,   e  questo  si  e  lo  sol,  e  lo  menor  segnorezasse  la 
noite,  e  questa  si  e  la  lunna,  e  tute  le  stele,  e  misele  lo  segnor  Dee  in  lo  firma- 
mento de  lo  cel  e  che  elle  aluminassem  la  terra  e  che  elle  segnorezassem  lo  di 
e  la  nocte,  e  departi  *  lo  di  da  le  tenebre.   E  ui  Dee  che   tuto  era  bom  e  cossi 
fo  compia  l'ouera  de  lo   quarto   iorno.  Disse    lo  nostro  segnor  Dee  lo   quinto    20 
iorno  :   "  Congregemo  pessi  in  lo  aigoe  e  tuti  uiuam ,  e  li  oxelli  in  le  ayre.  „   E 
crea  lo  nostro  segnor  Dee   possi  graindi  e  ballenne  e  de  atre   generacioim,  e 
aotressi  li  oxelli  uiuessem  in  le   aire   segondo  lor  linaio.  E  ui  lo  nostro  segnor 
Dee  che  era  bom  e  benixilli  e  disse  :   "  Cressi  e  multiplicai  e  impij  le   aigoe  de 
lo  mar  „  [P]  e  semegieiuementi   [disse]   a  li  oxelli  che  elli   cresessem  e  multi-    25 
plicassem  soure  la  terra.  E  cossi  fo  compio  l'ouera  de  lo  quinto  iorno.  Disse  lo 
nostro  segnor  Dee  in  lo  sesto  °  giorno:  "  JTorige  la  terra  cosso  uiue,  bestie  e  tuti 
animai  chi  uagam  soure  la  terra,  piascunna  de  soa  figura.  „  E  f o  faito  cossi.  E 
ui  lo  nostro  segnor  Dee  che  so  era  bom  e  disse  :  "  Fassemo  l' omo  ala  ymagem 
e  similitudem  nostra,  chi  segnoreze  le  bestie  de  la  terra  e  tuti  li  animai  chi    30 
seam  soure  la  terra.  „  E  bem  sauemo  noi  che  in  quello  tempo  Dee  no  auea  figura 
de  homo,  ma  elio  profocta  de  si  mesmo   chi  deuea  esser   [in]  figura  de  homo*', 
quando  elio  disse:  "fassemo  l'omo  a  la  ymagem  e  similitudem  nostra.,,  Ma  per 
so  tuti  li  Zue  e  li  pagaim  no  uosscm  in  so  crer.  E  forma  lo  nostro  segnor  Dee 
l'omo  de  lo  pu  uil  alimento,  so  fo  de  terra,  e  no  de  la  pu  formaa  terra,  anci  lo    35 
fé  de  la  pu  uil,  e  so  fo  per  lo  trauaiamento  de  lo  diano,   e  crealo  perche  elio 
deuesse  goardar  quella  sancta  gloria,  che  lo  diano  auea  perdua  per  lo  so  orgoio. 
E  quando  elio  l'aue  creao,  si  misse  in  elio  spiricto  de  ulta  e  possallo  in  lo  pa- 
reyso  teresto  ;  e  felli  uegnir  uolentay  de  dormir  e  traeselli  unna  costa  do  lo  co- 
stao,  e  de  quella  costa  forma  Dee  la  femena.  E  mentre  che  elio  dormia,  fo  montao    -10 
in  cel  e  ui  in  spiricto  tuti  quelli  chi  deueam  insir  de   elio.   E  quando  elio  fo 
dessao,  profetiza  e  disse:  "  Queste  osse  e  queste  carne  si  sum  de  le  mee.  „  E  poa 
disse  lo  nostro  segnor  Dee  a  Adam  e  a  Eua  soa  moier:  "  Ueue  che  e  uo  dago 
a  uoi  atri  tuti  li  aotri  arbori,  chi  fam  fructo  soure  la  ferra  e  semenza  ^;  e  si  uè  dago 
la  segnoria  de  tuti  li  animai  e  de  tuti  li  oxelli,  in  li  quai  e  o  possao  spiricto  de    45 


^amesai/;  E,  ajustades.  -  Cfr.  R:  e  aparescha  sedia.  ^gramdi  piuttosto 
che  graindi.  ''  Forse  departiasem  ;  cfr.  R.  :  e  que  deiriasen.  °  quinto  "  que 
deuia  i^endre  forme  de  home  R.       '  chi  semode;  cfr.  R:  que  fan  friii/t  e  sament. 


40  Parodi, 

Ulta,  che  uoi  abiai  che  maniar  e  che  uiue.  „  E  ui  lo  nostro  seg'nor  Dee  che  tute 
le  coBse  che  elio  auea  faito  eram  tute  bonne,  e  cossi  fo  compia  l'ouera  de  lo 
Bexem  iorno.  Or  auei  odio  corno  lo  nostro  segnor  lo  prumer  ìorno  fé  la  sustancia 
de  lo  iorno,  soe  la  luxe,  e  tute  spirictuai  creature;  lo  secondo  iorno  fo  lo  cel 
5  per  che  le  spirictuai  creature  gi  habitassem,  e  im  li  aotri  trei  iornj  fé  lo  segnor 
nostro  le  cosse  chi  sum  emtro  li  alimenti:  ini  lo  ijrumo  de  quelli  trei  fé  tempe- 
ralitai  de  lo  iorno,  soe  lo  sol  e  la  lunna,  e  im  lo  sogondo  fé  li  pessi,  e  im  lo 
terso  iorno  fé  le  bestie  e  l'omo,  e  possallo  in  lo  pu  fermo  alimento  chi  sea,  [eoe] 
in  la  terra,  [e]  allogallo  im  lo  pareyzo  terreste.  E  se  [2aJ  Adam  no  avesse  peccao, 

JO  auerea  inzenerao  l'omo  sensa  peccao  e  sensa  luxuria  carnai;  e  la  femeua  auerea 
inzenerao  in  quella  maynera  e  sensa  dolor  auerea  partuio,  e  seream  staiti  sensa 
boxie.  E  im  pareyzo  terreste  De  auea  possao  erbori,  che  quando  elli  ne  aue88e[m] 
mangiao,  zamai  no  aueream  auuo  see  ni  fame,  e  uni  aotro  erboro,  che  quando 
elli  ne  auessem  mangiao,  zamai  no  aueream  auuo  see,  e  lo  terso  orbo  \  che  za- 

25  mai  nisum  no  li  auerea  possuo  noxer.  E  a  la  i)er  firn  mauieream  de  lo  erboro 
de  ulta,  e  da  poa  auanti  zamai  no  seream  staiti  uegi  ni  no  seream  staiti  ma- 
roti.  E  conio  aora  la  generaciuni  passa  e  more,  seream  staiti  in  lo  tempo  de 
trenta  agni  receuui  in  la  pu  ata  gloria,  zoe  im  lo  pareizo  celestiar,  e  zamai  no 
aueream  cessao  de  far  cossi,  tam  fini  che  no  fosse  compio  lo  nomerò  de  li  angeli 

20   chi  cheitem  de  cel.  E  fo  cossi  creao  l' omo  per  compir  quelli  logi  de  li  angeli. 
Or  stagando  Adam  in  lo  pareizo  terreste,  disse  lo  nostro  segnor  a  Adam  e 
a  eoa  moier  Eua:  "  E  ne  dago  parola  che  de  tuti  li  erbori  chi  sum  in  lo  pa- 
reyzo, che  uoi  ne  possai  mangiar  ^  e  uzar  a  tuta  uostra  uoluntay,  saluo  quello  ' 
in  lo  quar  e  la  sciencia  de  lo  bem  e  de  lo  mar.  „   E  si  gè  mostra  l' erboro.  "  E 

25  qual  bora  uoi  ne  mangerei,  uoi  morrei  per  morte.  „  E  lo  diano  chi  fo  de  quello 
pareizo  butao,  de  so  aue  inuidia,  e  pensa  conio  elio  lo  porrea  inganar;  perso 
che  elio  sauea  che  lo  linaio  de  l'omo  deuea  montar  im  cel,  soe  in  la  sancta  gloria, 
donde  elio  e  caito  per  la  soa  superbia.  E  pensa  in  che  meo  elio  lo  poesse  in- 
ganar, aso  che  l'omo  perdesse  lo  hereditagio  de  quella  sancta  gloria.  E  lo  ten- 

30  taor  preize  forma  de  serpente  e  ze  ala  moier  de  Adam  Eua  e  si  gè  disse:  "Per 
che  u'a  comandao  lo  nostro  Segnor  che  uoi  no  maniai  de  l'erboro  de  scientia 
de  beni  e  de  mar?„  E  ella  respoze:  "Perso  che  noi  no  moriamo.,,  E  elio  gè 
disse:  "  Creiuoi  morir*?  Anti  aerei  uoi  semeianti  ali  dee,  chi  sam  lo  bem  e  lo  mar. 
E  per  atro  no  uè  a  elio  deueao,  se  no  che  elio  no  uoi  che  uoi  sapiai  tanto  comò 

25  elio  sa.  „  E  de  so  menti  lo  diano,  chi  may  no  disse  ueritai;  unde  per  la  soa  boxia 
fé  tanto,  che  Adam  mangia  de  lo  fructo  e  sape  bem  e  mar.  Possa  che  Adam 
aue  mangiao  quello  fructo,  [2'']  vi  che  auanti  che  elio  auesse  peccao  si  auea  lo 
bem  de  sciencia  ^  e  possa  che  elio  aue  peccao  sape  lo  mar,  per  che  elio  crete  ala 
parola  de  lo  diauo.  E  cossi  Eua  preize  de  lo  fructo  e  si  ne  mania  e  si  ne  de  a 

40  so  marie.  Elio  ne  mangia  per  amor  de  quella,  e  de  presente,  come  elli  ne  auem 
mangiao,  elli  fom  aceixi  de  lo  fogo  de  la  luxuria  e  fo  nao  Inter  quelli  uni 
peccao,  lo  quar  eresse  Inter  noi  tuto  tempo,  e  fom  le  lor  annime  morte,  perso 
che  quelli  chi  peccani  le  lor  annime  sum  morte  e  iaxem  sote  terra,  cossi  comò 
lo  corpo  morto.  Ma  per  penitencia  l'annima  resussita  da  morte  a  uita,  cossi  comò 

45    resusitera  lo  corpo  nostro  per  la  uoluntai  de  Dee  alo  di  de  lo  zuixio. 

Coci  incomcn;a  le  sete  peccay,  chi   nassem  per  lo  bocon  che  Adam  mangia. 


^  Questo  terzo   albero  non  appare  in  R.  ^  man  ìiiangiar  ^  in  quello 

no  morir       ^  sciecia  ;  R  saòe  òe  2)er  sciencia. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  6.  Da  una  Cronaca  universale.  41 

Adam  fé  um  peccao  mortai,  chi  tuto  lo  mondo  impij  de  sete  peccae  mortae,  in 
lo  quar  fo  imbocao  ^  tuto  lo  so  linaio.  Lo  primo  peccao  fo  superbia,  quando  elio 
uosse  [esse]  in^oar  alo  nostro  segnor  Dee  e  uosse  esse  soure  tute  le  atre  gente  -: 
imperso  fu  posto  pu  basso  cha  nisum  aotro.  E  de  quello  peccao  dixe  lo  libero 
de  Salamon,  che  non  e  dauanti  da  Dee  ^  chi  exalte  lo  so  cor  per  peccao  de  su-  5 
perbia.  Lo  segondo  peccao  fo  dezobediencia ,  quamdo  elio  passa  lo  comanda- 
mento de  lo  nostro  segnor  Dee,  e  per  so  perde  tute  le  cosse  chi  li  eram  reco- 
misse,  e  poi  che  elio  pecca  si  gè  fo[m]  de  presente  dezobediente.  Lo  terzo  peccao 
fo  auaricia,  che  elio  daxea  men  che  elio  no  deuea  dar^,  e  per  quello  pecca  e 
perde  per  gram  drito  tute  le  cosse,  le  quai  li  fom  donai.  E  de  questo  peccao  10 
dixe  lo  apostoro  messer  sam  Poro,  che  F auaricia  si  e  seruitudem  de  le  ydole. 
Lo  quarto  peccao  fo  sacrilegio,  quando  elio  preize  la  cessa  la  quar  li  era  deuea 
de  lo  logo  sagrao;  e  de  questo  peccao  dixe  lo  profeta:  "Chi  defora  mostrerà 
santitay  ^,  de  esser  cassao  fora  de  lo  pareizo.  „  Lo  quinto  peccao  fo  de  la  gora, 
che  per  um  bocom  passa  lo  comandamento  de  lo  so  segnor.  Lo  sexem  peccao  15 
fo  fornicaciom,  per  so  che  l'annima  de  Adam  fo  e  era  aiustra  a  Dee  e  elio 
l'aiustra*^  a  lo  diano,  unde  perso  elio  mori  per  colpa  e  per  penna;  e  in  so  elio 
cernisse  auolterio  com  um  stranger  e  perde  l'amistansa  de  la  ueritay  ^,  e  de 
quello  peccao  fo  omicida,  che  si  mesmo  cum  tuto  lo  so  linaio  misse  a  morte.  E 
de  questo  peccao  dixe  [3»]  Moisses  profecta:  "Quello  chi  ocira,  sera  morto  in  20 
corpo  e  in  annima.  „ 

IL  Coci  se  cointa  so  che  lo  nostro  segnor  disse  a  Adam. 

Incontenente  che  Adam  aue  peccao,  uegne  lo  nostro  segnor  Dee  e  si  lì  disse  : 
**  Adam,  tu  ai  peccao,  che  tu  ai  falio  lo  me  comandamento  e  ai  faito  a  seno  de 
la  toa  moier.  E  in  perso  auerai  penna  cum  tuto  lo  to  linaio  e  cresseraì  de  iorno 
in  iorno,  e  con  suor  e  con  faiga  mangierai  lo  to  pam,  e  quando  tu  lauorerai  la  25 
terra  lo  di,  ella  no  te^  darà  so  fructo,  e  a  uiner  auerai  grande  travagio  e 
cressera  tuto  iorno  lo  affano  in  lo  to  linaio.  „  E  poa  disse  lo  Segnor  a  Eua: 
^  Imperso  che  tu  obedisti  a  lo  diauo  e  conseiasti  a  ^  to  mario  che  elio  passasse 
lo  me  comandamento,  e  tu  apartuirai  li  toi  figi  cum  dolor  e  lo  dolor  multipli- 
chera  per- tuto  tempo  in  lo  to  linaio.,,  E  imperso  lo  nostro  Segnor  disse  a  Eua:  30 
"tu  apartuirai  li  toi  figioi  cum  dolor  „,  possamo  noi  intende  che  se  ella  no 
auesse  peccao,  ella  auerea  infantao  con  alegressa  e  senza  penna.  Possa  se  zira 
lo  nostro  segnor  Dee  in  uer  lo  serpente  e  si  gè  disse:  "Imperso  che  tu  iuga- 
nasti  [la  donna]  ^^  e  la  feisti  peccar  per  passar  lo  me  comandamento,  tu  serai 
marcito  ti  e  tuta  la  toa  semensa  e  si  tirerai  tuto  tempo  lo  peto  per  terra;  e  si  35 
metero  inimistai  Inter  lo  to  linaio  e  lo  linaio  de  la  femena,  e  tuto  tempo  goar- 
derai  alo  pee  de  lo  so  linaio  e  guarderai  a  la  toa  testa  ^'.  „  E  imperso  che  lo 
nostro  segnor  Dee  disse  alo  serpente,  che  elio  anderea  per  terra  strassinandoso 
lo  pecto,  possamo  noi  intender  che  elio  auea  pee,  auanti  che  Dee  lo  marixisse. 


^  iinlocao;  R  emholcat.  agente;  correzione  di  coss?,  che  l'amanuense  aveva 
prima  scritto.  R  sohre  tots  Ics  altres.  ^  Cfr.  R:  que  no  es  he  deuant  deus  qui 
leua  soìi  cor.  *  Cfr.  Il  :  com  elio  cobega  mes  gite  no  li  era  atorgitaf.  ^  Cfr. 
R:  qui  desottra  los  santuaris,  ^ìo  itistra;  R  ajustala.  ''del  'uerdader 

espos  R.  8  ella  noctete  ®  conseiastato  '"  la  donna  agg.  secondo  R,  che  ha 
la  fernh-p.  "  Cfr.  R  :  e  ton  liìtatge  tois  temps  guarderà  al  falò  de  la  femhra 
e  l  seu  al  cap. 


42  Parodi, 

E  faite  questo  cosse,  lo  segnor  Dee  descassa  Adam  e  Eua  fora  de  lo  pare3'zo 
teresto.  E  quando  elio  ne  l'aue  zitao,  si  gc  disse  lo  nostro  scg-nor  Dee,  che  elio 
uerea  tempo  che  elio  li  manderea  lo  orio  de  la  misericordia.  Quando  Adam  fo 
butao  fora  de  lo  pareiso  teresto,  si  se  ne  ze  in  la  valle  de  Ebronzo. 

III.  Cocl  se  cointa  quando  Adam  fo  zitao  fora  de  lo  jxox'izo  tei'esto  e  corno  ze  in 
Ebron. 

5  Quando  Adam  fo  in  la  ualle  de  Ebron,  comensa  a  uiuer  de  lo  so  affano  o 
suor  e  aue  doi  figi ,  so  fo  Abel  e  Chaim.  E  per  raxou  de  lo  sacrifìcio  de  le 
bestie,  elio  inuea  '  [3'']  Cairn  in  uer  Abel,  per  so  che  Abel  offeriua  de  le  meior 
bestie  che  elio  auea,  e  Chaim,  chi  lauoraua  la  terra,  e  offeriua  de  le  pu  finne 
[frute]  che  elio  auesse  ni  recoiesse.  Ma  per  so  che  Dee  goarda  a  la  offerta  de 

10  Abel  e  a  quella  de  Caim  no  uosse  goarda,  si  ne  aue  Cain  dolor  e  ocisse  so  frai 
Abel.  E  dapoa  che  elio  l' aue  morto,  disse  lo  nostro  segnor  Dee  a  Caim  :  "  Dime, 
nnde  el  e  to  frae  Abel?„  Respoze  Caim:  "Segnor,  za  no  son  e  goardiam  de 
me  frae.  „  E  lantora  disse  lo  nostro  segnor  Dee:  "La  voxe  de  lo  sangue  de  to 
frae,  che  tu  ai  spainto  su  la  terra,  si  a  criao  a  mi,  ma  li  darò  ueniansa,  quanto  * 

15  a  mie„.  Per  quello  dolor  de  Abel  pianze  Adam  cento  agni  e  in  quelli  cento  agni 
no  uolse  andar  ape  de  soa  moier,  perso  che  lo  nostro  segnor  De  no  uoleiua 
nasse  de  la  maruaxe  semensa  de  Caim.  E  quando  Adam  aue  sete  cento  trenta 
e  doi  agni,  si  uegne  l'angero  e  comandagi  che  elio  deuesse  uzar  cum  soa  moie. 
E  lantora  elio  aue  um  fijo,  alo  quar  elio  posse  nome  Seth.  E  questo  Seth  fo  in 

20  logo  de  Abel,  e  de  lo  linaio  de  questo  Seth  nasce  la  nostra  dona  ^  sancta  Maria, 
de  la  qual  nasce  lo  nostro  segnor  messe  lesu  Cristo.  Quando  Seth  aue  cento 
agni,  Adam  era  *  uegio  e  recreseagi  la  uita.  E  um  iorno  elio  era  monto  stanco, 
che  elio  auea  derochao  monti  erbori,  e  butasse  cum  lo  pecto  sum  unna  iapa  e 
comensa  a  pianze  e  pensa  in  li  graiudi  mai  che  elio  veiua  nasce  in  lo  mondo, 

25  e  cognoscea  beni  che  tato  so  era  per  lo  so  peccao.  E  piama  lo  so  fijo  Seth,  lo 
qua  li  fo  de  prezente  dauanti,  e  disseli:  "  Yatene  alo  pareiso,  alo  angelo  che- 
rubim  chi  e  li  e  goarda  l' intra  de  lo  pareiso  e°  l'erboro  de  uita,  e  a  in  man 
unna  spa  de  fogo.  E  quella  goardia  fo  faita,  da  poa  che  toa  maire  e  mi  fomo 
cassai  defora  de  lo  pareizo  per  li  nostri  peccai.  „   E   Seteh  respoze  a  so  paire  : 

30  "  Mostrame  la  uia,  unde  e  debia  andar  a  lo  pareizo,  e  éo  '^  che  dom  dir  alo  an- 
gelo cherubim.  „  E  Adam  li  disse:  "Per  questa  via,  auerta  dale  '  peanne  chi 
fom  de  li  me  pee  e  de  *  toa  maire,  chi  sum  seche  e  marce ,  tanto  fo  grande  lo 
nostro  peccao,  fo[mo]  zitai^  de  lo  pareizo,  e  Ili  ^'^  unde  noi  scarchizamo  com 
li  nostri   pee,   mai  possa   no   gè   nasce  erba   zamai.  Per   quelle   peanne  tu  an- 

35  derai  in  lo  pareiso,  e  dirai  alo  angelo  cherubim  che  me  incresse  de  uiuer  e  che 
eUo  me  mande  de  Torio  de  la  misericordia,  che  lo  me  segnor  [4a]  Dee  me  im- 
promisse,  quando  elio  me  cassa  de  lo  pareiso.  „  Quando  Seth  aue  inteizo  lo  co- 
mandamento de  lo  paire  so,  elio  comensa  de  andar,  e  quando  elio  fo  alla  fim 
alo  cauo  do  la  ualle,  si  trova  le  peanne   de  so  paire   e  de   soa  maire,   le  quai 

40  eram  seche  e  marce,  corno  so  paire  li  auea  dicto,  e  fo  spaventao  de  lo  splendor 
chi  insiua  fora  de  lo  pareizo.  E   acostasse  a  lo  angelo  cherubim.  E  l'angero 


^  Cfr.  R:  e  per  raho  del  sacrifìci  de  les  hesties  crehec  a  Cat/in  envega  contra 
abel.  Io  ho  soppresso   chaim  chi,   davanti  a  per  raxon.        -  quando  ^  dono 

*  e  za        ^  si  e       ^  e  e  so        ''  cde  ;  R  :  oberta  deles  pejades.        '^  dee        ^  Cfr.  R  : 
com  fom  gitats.        ^'^ e  Ili:  que  la  on  nos  ccdciguanem  R. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  6.  Da  una  Cronaca  universale.  43 

uegTie;  si  li  disse:  "Che  demandì-tu?  „  E  Setli  gi  respoze:  "A  me  paire  Adam 
incresse  de  uiue  ;  si  me  [manda]  a  ti  a  pregarte  clie  tu  gì  mandi  de  l' orio  de  la 
misericordia,  che  lo  nostro  scgnor  De  li  impromisse,  quando  elio  lo  buta  fora 
de  lo  pareizo.  „  E  Tangere  gè  disse:  "Meti  la  testa  dentro  e  goarda  beni  so  che 
tu  ueirai. „  E  Seth  fo  ala  porta  de  lo  pareizo,  comò  lo  angero  li  auea  dicto,  e  5 
misse  la  testa  dentro  e  goarda,  e  ui  in  mezo  de  lo  pareizo  unna  foutanna 
grande,  de  la  quar  insiua  quatro  fiumi,  chi  sum  pfincipai,  ali  quai  noi  di  game 
per  nome,  alo  primo  Giom,  al' atro  Cum  ^,  al' atro  Trigus,  l'aotro  Auffratres,  e 
quelli  quatro  fiumi  ani  inipio  tuta  la  terra  de  aigoa.  E  aprono  de  quella  fon- 
tanna  era  uni  erboro  monto  grande  e  monto  pini  de  rami  e  no  auea  foie  ui  10 
scorsa.  E  Seth  goarda  a  quello  erboro  e  disse  infra  si  mesmo,  che  questo  erboro 
era  cosi  scorsao  per  lo  peccao  de  so  paire  e  soa  maire,  e  cognosce  le  lor  penne. 
E  poa  se  ne  torna  al' angero  e  disseli  tute  so  che  elio  auea  -visto.  E  l' angero  li 
disse  che  elio  tornasse  un'atra  fìa  firn  ala  porta.  E  misse  dentro  la  testa,  comò 
elio  auea  faito  dauanti,  e  ui  che  quello  erboro  tocaua  de  la  cima  ^  fini  a  lo  cel,  15 
e  in  la  cima  de  l'erboro  ui  star  um  fantini,  chi  parca  chi  pianzesse.  E  Seth 
asbasa  li  ogi  e  so  fé  per  l'erboro,  e  aue  uergogna,  e  [ui]  le  rame  ^  de  l'erboro 
chi  pertusauam  la  terra  e  tocauam  dentro  da  l'inferno,  e  cognosse  l'annima  de 
so  frai  Abel.  E  poa  torna  al'  angero  Cherubim  e  cointagi  so  che  elio  auea  uisto. 
E  Tangere  gi  disse:  "Aita  uisto  quello  fantini?  Quello  si  e  lo  fijor  de  Dee,  chi  20 
pianze  lo  peccao  de  to  pajre  e  de  toa  mayre,  e  elio  lo  de  destruer  quando  sera 
tempo.  E  quello  si  [e]  l'oi'io  de  la  misericordia,  che  lo  nostro  segnor  Dee  pro- 
niisse  a  to  paire,  quando  elio  lo  buta  fora  de  lo  pareizo.  „  E  quando  Seth  se  ne 
uosse  andar,  l' angero  li  de  tree  granne  de  la  semensa  de  quello  erboro  e  de  lo 
fruito,  lo  quar  auea  mangiao  so  paire,  e  disseli:  "  Quando  tu  serai  a  to  payre,  [4']  25 
a  lo  terso  ioruo,  che  tu  lo  sotererai,  nietige  queste  tre  granne  Inter  la  bocha, 
sote  la  lengoa.  „  E  Seth  se  ne  torna  a  so  paire  cum  queste  tree  granne  e  coin- 
tagi tuto  so  che  F  angero  li  auea  dito.  E  quando  Adam  aue  odio  che  elio  deuea 
morir,  si  fo  monto  alegro  e  incomensa  a  rier,  chi  in  tuto  lo  tempo  de  la  soa 
ulta  zamai  no  auea  rizo,  e  lena  le  maim  a  cel  e  disse:  "Segnor  Dee,  prendi  30 
l'annima  niea,  se  elio  ne  piaxe,  che  e  sum  asai  viscuo.  „  E  a  cauo  de  trei  ìorni 
Adam  mori  e  Seth  so  fijo  gè  misse  quelle  tree  granne  sote  la  lengoa,  corno 
Tangere  li  auea  comandao,  e  poa  lo  sepeli.  E  a  cauo  de  pocho  tempo  quelle  tree 
granne  nasseni  e  fe[m]  tre  uerge ,  le  quai  auea  piascunna  um  braso  *  de  lon- 
gessa,  e  de  quelle  uerge  l'unna  era  de  cedi'O  e  l'atra  cipresso  e  l'atra  palma,  e  35 
significauam  lo  paire  lo  fijo  e  lo  spiricto  sancto.  Lo  cedro  e  Io  pu  aoto  erboro 
chi  sea,  e  quello  significa  lo  payre;  lo  cipresso  e  lo  pu  oritozo  erboro  chi  sea  e 
lo  pu  spesso  de  rami,  e  quello  significa  lo  fijo;  la  palma  chi  e  spesa  de  fogia  e 
fa  lo  fruto  doce ,  significa  lo  spiricto  sancto.  E  steteni  quelle  tree  rame  in  la 
bocha  de  Adam  tam  fini  alo  tempo  de  Noe.  Aera  auei  odio  corno  mori  Adam,  -10 
e  de  poi  elio  roraaze  Seth  so  fijo  maor  in  la  generacium. 

IV.  Cocì  coììiensa  le  ^  generacium  de  Seth,  le  quae  foni  none.  —  La  prlniera  etae. 

Seth  aue  um  so  fijo,  lo  quar  auea  nome  Enos,  e  fo  la  aita  de  Seth  octo  cento 
e  trenta  e  doi  agni.  Enos  aue  um  fijo,  lo  qua  aue  nome  Malusel,  e  fo  la  aita  de 
Enos  octo  cento  e  cinque  agni.  Mallasel  aue  um  fijo  chi  aue  nome  Caiuna,  e  fo 


^  Clini  0  ciun\  R:  Si'f/ron  Fn'soìi  tigris  eufratcs.        -  cini        ^  Cfr.  E:  iiiu  les 
raells  del  dit  arbre.        ■*  Iroso;  R:  tina  brassa  de  lonch.        ^  la 


10 


44  Parodi, 

la  Ulta  de  Mallasel  mille  agni.  Cbaiima  aue  um  fijo  lo  qua  aue  nome  Jarech,  e 
fo  la  Ulta  de  Chainna  octo  cento  agni.  Jarech  aue  um  fijo  chi  aue  nome  Enoch, 
e  fo  la  uita  [de]  Jarech  octo  cento  e  quaranta  e  doi  agni.  Enoch  aue  um  fijo 
chi  aue  nome  Matnsalem,  e  quando  Enoch  aue  trexenti  sisanta  e  cinque  agni, 
bì  lo  lena  lo  nostro  segnor  Dee  e  mÌ8sello  in  lo  pareizo  terresto.  Matusalem  aue 
um  fijo  chi  aue  nome  Lamech,  e  fo  la  uita  de  Matusalem  none  cento  e  uinti  doi 
agni.  E  cossi  fo  compia  la  prumera  generaciom,  la  quar  aue  generacium  none. 

[f.  5a]  Y.  Como  io  nostro  segnor  Dee  comanda  a  Nohe  che  elio  feisse  V archa.  E 
incomensa  la  segoncla  etae. 

Quando  Noe  aue  cinque  cento  agni,  inzenera  trei  figi,  Sem  Chaim  e  Iffech. 
E  in  quello  tempo  eram  cressui  monti  mai  in  lo  mondo ,  tanto  che  lo  nostro 
segnor  Dee  disse,  che  elio  era  pentio  che  elio  auesse  faito  lo  omo  im  lo  mondo. 
E  disse  a  Nohe  :  "  E  uoio  abissar  tuto  lo  mondo  e  destruer  tuti  quelli  chi  uiuem 
soure  la  terra;  ma  ti  solo  uoio  salua,  che  te  porto  grande  amor  per  so  che  solo 
e  te  0  trouao  insto  in  questa  generacium.  linde  e  te  comando  che  tu  faci  unna 
archa  de  bom  legname,  chi  sea  bem  acetaa  '  e  beni  inuernisa  dentro  e  deffora, 

15  e  sea  de  questa  grandessa,  per  longessa  goa  trexenti  e  per  largessa  goa  sisanta. 
E  farai  in  questa  monti  sorai  e  monte  camere  e  intreraige  ti  e  toa  moier  con 
trei  toi  figi  e  con  soe  moier  dentro,  che  solamenti  ti  e  lor  o  trouai  iusti  soure  la 
terra,  e  meteraige  dentro  de  tuti  animai,  cossi  de  bestie  comò  de  animai^  e 
oxeli,  in  li  quai  e  spiricto  de  uita;  de  piascum  um  par,  masiho  e  femena,  aso 

20  che  elio  ne  romagna  semensa,  imperso  che  tuti  li  atri  morram  per  le  aigoe  de 
lo  deluuio.  „  E  lantora  Noe  misse  mani  a  l'arca.  E  quando  ella  fo  liura  de  far, 
segondo  che  Dee  li  auea  comandao,  elio  se  gè  recogie  dentro  com  soa  moier  e 
com  soi  figioi  e  com  le  lor  moier  e  com  tuti  li  animai.  E  quando  elio  gi  fo 
dentro  bem  serrao,  lo  nostro  segnor  Dee  auri  tute  le  fontanne  de  abisso  e  pioue 

25  quaranta  di  e  quaranta  nocte,  per  si  grande  forsa,  che  tuto  lo  mondo  fo  pini  de 
aigoa,  in  guiza  che  ella  monta  soure  lo  mondo  quaranta  goa  e  soure  le  mon- 
tagne chi  eram  in  terra.  E  l'arca  andana  soure  le  aigoe  corno  unna  nane.  E 
quando  le  aigoe  sessam,  l' archa  romaze  in  Erminia,  soure  unna  grande  mon- 
tagna, chi  e  ata  pu  cha  nisunna  aotra  che  homo  sapia.  E  quando   Noe  aue  co- 

30  gnosuo  che  monti  iorni  era  che  l'arca  era  staita  ferma,  elio  auri  unna  de  le 
fenestre  de  l' archa  e  goarda,  e  ui  che  elio  era  in  logo  aoto  e  ui  che  la  terra  era 
couerta  de  aigoa  ancora.  E  manda  um  corvo  deffora,  lo  quar  troua  la  terra  tuta 
couerta  de  carne  morta  e  ma[n]gia  e  no  aue  cura  de  torna  anche  ^.  E  quando 
Noe  vi  che  lo  coruo  no  ternana,  l'atro  iorno  manda  unna  columba,  la  qual 

35  trona  a  elio  a  l'ora  de  uespo  e  adusse  in  becho  unna  rama  de  oliua  uerde  [S**].  E 
quando  Noe  la  ui,  si  regracia  Dee  de  quelle  marauegie.  E  poa  stete  trei  iorni  e 
in  cauo  de  trei  iorni  manda  la  columba  unna  atra  fia,  e  torna  a  elio  de  presente 
e  nolana  in  ato  e  no  uosse  intrar  dentro,  per  dar  a  intende  a  Noe  che  asai  tro- 
uaua  da  mangiar.  Alaora  pensa  Noe  che  beni  poiua  insir  fora  de  l' archa  e  cassa 

40    fora  tuti  li  animai  e  tuti  li  oxelli,  chi  eram  in  l' archa.  E  alaora  incomensa  a 


^  acetao;  potrebbe  rispondere  ad 'assettato',  ma  sarà  da  correggere  acementaa 
con  R,  che  ha  simentada.  -  Cfr.  R:  toies  aniììicdies  axi  com  reptilies  com  de 
hesties  com  deles  volataires.  ^  anche \  credo  sia  sbaglio  di  lettura  per  a  nohe; 
de  tornar  a  nohe  R. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  6.  Da  una  Cronaca  universale.  45 

multiplicar  (;um  li  soi  figioi,  che  elio  impij  tuto  lo  mondo  de  gente;  unde  per 
questa  maynera  lo  nostro  segnor  Dee  recouera  lo  linagio  de  la  humanna  gene- 
racium,  chi  era  perduo  per  lo  diluuio.  E  cossi  incomensa  la  segonda  etae. 

YI.  De  la  generaciuin  de  Noe. 

Possa  che  ISoq  insi  fora  de  l'archa  e  aue  compio  se  cento  agni,  inzenera  uni 
fijo  forte,  lo  qua  auea  nome  Gerico;  e  questo  lerico  fo  grande  homo  corno  um    5. 
zagante.  E  odi  parlar  de  lo  logo,  unde  iaxea  lo  nostro  paere  Adam  soterao,  e  ze 
in  la  uale  de  Ebron;  e  quando  0  fo  in  la  ualle  unde  era  Adam,  elio  ui  quelli 
irei  rami  che  noi  auei  odio  dir  sa  derer,  chi  nassem  in  la  bocha  de  Adam,  e 
preizeli  e  pozeli  Inter  lo  deserto  e  alarga  l'um  da  l'atro.  Ma  per  la  uoluntay  de 
Dee  e  per  quella  cossa  chi  deuea  uegnir  \  questi  ^  trei  rami  s'acostan  tuti  in  um    io 
logo  e  fem  de  tuti  questi  treei  rami  um  grande  erboro,  e  no  aue  Inter  l' erboro 
arcum  partimento,  saluo  de  le  fogie,  chi  eram  de  cedro  e  de  cipresso  e  de  parma. 
E  stete  quello  erboro  in  quello  logo  tam  firn  alo  tempo  de  Moisses.  Or  de  soura 
auei  odio  corno  Noe  compi  se  cento  agni  [prima]  che  uegnisse  lo  diluuio,  e  apresso 
niue  trexenti  cinquanta  agni,  e  fo  la  ulta  de  Noe  noue  cento  e  cinquanta  agni.    15' 
E  mori  Noe  e  romaze  so  fijo  Sem  maor  in  la  generacium.  Sem  aue  un  fijo  chi 
aue  nome  Alchìsacam,  e  fo  la  vita  de  Sem  agni  se  cento.  Alchisacam  aue  um 
fijo  chi  aue  nome  Salac,  e  fo  la  uita  de  Alchisacam  agni  trexenti  noranta  e  oto 
agni.  Salac  aue  um  fijo  chi  aue  nome  Abel,  e  fo  la  uita  de  Salac  trexenti  agni. 
Abel  aue  um  fijo  chi  aue  nome  Sallog,  e  fo  la  uita  de  Abel  trexenti  agni.  Sallog    20 
aue  um  fijo  chi  aue  nome  Nachor,  e  fo  la  uita  de  Sallog  duxenti  e  trenta  e  octo 
agni.  Nachor  aue  um  fijo  chi  aue  nome  Tarech,  e  fo  la  uita  de  Nachor  ^  [f.  6"] 
duxenti  e  quaranta  e  octo  agni. 

VII.  Coci  contem  conio  Tarech  fé  unna  monea,  de  la  c/uar  font  li  trenta  dinai, 
per  li  guai  fo  uenduo  lo  nostro  segnor  messer  Jesic  Criste. 

Questo  Tarech  fé  unna  monea  monto  grande,  per  lo  comandamento  de  Brioro  ^ 
rei  de  Babilonia;  e  questo  Brioro  acata  de  quella  monea  trenta  dinai  per  so  25 
nome.  E  per  quelli  trenta  dinai  fo  uenduo  Josep  ali  Egispiain,  cossi  comò  voi 
odirei  de  chi  auanti.  E  quando  la  renna  Sibillia  uegne  de  Oriente  in  Jeruealem 
per  odir  lo  seno  de  Salamon,  intra  in  lo  tempio  per  orar  e  offerì  quelli  trenta 
dinai.  E  alaora  ui  lo  fusto  de  la  croxe  e  profetiza  corno  noi  odire  apresso.  E 
quando  ^  Nabuc-de-nossor  deroba  lo  tempio  de  Jerusalem ,  si  leua  questi  trenta  30 
dinai,  e  quelli  foni  possa  daiti  a  um  rei  de  Sabaem  per  sodo.  E  quando  lo  no- 
stro segnor  Dee  messe  Ihesu  Criste  nasce  in  Bethelem  de  la  uergem  glorioza 
madona  Sancta  Maria,  li  trei  rei  chi  la  uegneni  a  orar  e  offerim  quelli  trenta 
dinai,  comò  voi  odirei  in  la  istoria  de  li  trei  rei  de  Sabaem.  E  quando  la  nostra 
dona  fuzi  de  Bethelem  in  Egipto,  questi  trenta  dinai  li  caitem  a  la  riua  de  um  35 
fiume  cum  atre  cosse,  lo  quar  fiume  auea  nome  Nilo,  e  trouali  um  pastor  de 
Ermenia.  Quello  pastor  sauea  de  astrologia  e  coernosse  per  l'arte  de  astrologia 
la  uirtne  de  quelle  quatro  cosse  e  goardale  monto  bem  e  no  le  mostra  a  alcum, 
tam  firn  che  lo  nostro  segnor  messe  Jhesu  Criste  no  pricha  ini  lo  tempio.  Alaor 
lo  pasto  se  gè  acosta  a  lao  e  si  gè  de  queste  quatro  cosse,  le  quai  fom  soe.  E    40- 


^  chi  deuea  uegnir  è  nel  ms.  dopo  trei  rami.        -  quesfrì       ^  Nachor  ripetuto 
in  principio  del  veiso.        *  Brioro,  R  hiuero.        ^  quanda 


10 


46  Parodi, 

messer  Jhesu  Criste  le  cognosco  monto  Lem,  e  uestisse  la  camixia,  e  per  tuto 
che  la  camixia  fosse  pissena,  la  qual  li  uegne  da  cel  la  uocte  che  elio  nasce  de 
la  uergera  Maria,  e  quando  elio  la  uestia  ella  si  fo  sì  grande,  comò  li  faxea 
meste.  E  quando  fo  la  zobia  sancta ,  Juda  uende  messe  Jhesu  Criste  per  quelli 
trenta  dinai  ;  li  quinze  foni  daiti  a  Centurio  e  ali  sci  uassali,  chi  goardam  [6'']  lo 
morimento  de  messer  Jhesu  Criste,  e  li  aotri  quiuze  fom  daiti  per  um  campo, 
comò  uoi  odirei  in  la  passioni  de  lo  nostro  Segnor.  E  de  li  auanti  no  fo  nissum 
chi  sauesse  de  che  metalo  eram  queli  dinai.  E  alcum  dissem  e  pensam  che  elli 
fossem  de  argento,  inperso  che  li  Euangelista  li  apellam  de  argento,  ma  perso 
era  che  in  quello  tempo  tuto  lo  metallo  era  apellao  argento;  cosi  comò  [aora]  ^ 
per  questo  nome,  metallo.  Ma  quelli  dinai  no  eram  se  no  d'oro.  Uoi  aueì  odio 
comò  Tarech  fé  quelli  dinai,  chi  fo  paire  de  Abram,  e  per  quainte  main  elli  pas- 
sam;  e  aora  torneremo  ale  generacioim. 

TIII.   Coci  comensa  la  tersa  etae. 

Tarech  aue  un  fìjo  chi  aue  nome  Abram.  E  questo  Tarech  adoraua  le  j'dole 

15  e  era  saccrdoto  e  seruiua  in  lo  tempio,  unde  eram  monte  idole.  Ma  a  Abram 
agreuaua  monto  quella  ulta  che  faxeiua  so  payre.  E  auegne  um  iorno  che  Ta- 
rech andaua  alo  bosco  e  lassa  la  iaue  de  lo  tempio  a  so  fijo  Abram  e  coman- 
dalo che  elio  inluminase  le  lampe  de  lo  tempio.  E  quando  lo  paire  ne  fo  andao, 
Abram  intra  dentro  de  lo  tempio  cum  unna  manaira  in  man,  e  li  era  asai  idole, 

20  inter  le  quae  ne  era  unna  chi  era  maor  de  tute  le  atre.  E  Abram  si  le  taia  tute 
cum  la  picossa,  a  l'unna  taia  lo  braso,' a  l'aotra  la  testa  e  a  l'aotra  la  gamba, 
in  tar  guissa  che  no  li  romaze  arcunna  chi  no  auesse  taiao  quarche  cessa.  E 
quando  elio  le  aue  cossi  tagiae,  si  anda  a  quella  chi  era  la  maor  de  tute  le 
aotre,  e  degi  tree  ferie  de  la.  picossa  in  la  fassa,  ma  no  gè  taia  arcum  menbro 

25  a  deliuro,  e  possa  li  apeize  la  picossa  alo  collo  e  insi  fora  de  lo  tempio.  E  quando 
80  paire  fo  uegnuo,  si  gè  disse:  "Illuminasti  tu  le  lampe  de  lo  tempio ?„  E 
Abram  disse:  "Paire,  no,  che  no  li  ossai  intrai',  e  si  creao  che  li  toi  dee  seam 
ree  cosse  e  si  creao  che  elli  abiam  auuo  inseme  quarche  breiga,  che  elli  am 
faito  si  grande  bruda  insenie,  che  e  ne  sum  morto  de  poira.  „  E  Tarech  ze  alo 

30  tempio  cum  Abram,  chi  li  ze  derre,  e  quando  elio  fo  intrao  in  lo  tempio,  si 
troua  tute  le  idole  despesae  e  fo  forte  menti  spauentao.  E  Abram  li  disse  :  "  Che 
e  so,  che  tati  questi  toi  dee  sum  cossi  taiai?  Per  auentura  quello  dee  maor  a 
auuo  desdegno  che  tu  ori  quelli  atri  dee.  Unde  e  no  creao  che  nisum  debia  orar 
se  no  [7a]  un  solo  dee.  „  E  so  paire  Tarech  de  so  aue  grande  desdegno  e  no  li 

35  uolse  responde.  Yisque  Tarech  setanta  agni  e  possa  mori,  e  alaora  fo  compia  la 
segonda  etae  e  comensa  la  tersa  etae,  in  la  quar  ni  uè  Abram. 

IX.  Como  Ahram  aite  um  fy'o  de  la  soa  sihaua,  chi  aue  nome  Issmael. 

Quando  Abram  aue  compio  setanta  agni,  elio  aue  um  fijo  chi  aue  nome 
Ismael,  de  unna  soa  sihaua,  chi  auea  nome  Agal,  de  la  quar  uegne  lo  linaio  de 
li  Saraxim.  E  auelo  conio  e  ne  lo  diro.  Abram  si  era  uegio  e  no  poeiua  auei 
40  fijoi  alcum  de  soa  moier,  chi  auea  nome  Sarra.  E  Sarra  li  disse:  "  Poa  che  la 
mea  uentura  e  tanto  forte,  che  Dee  no  me  uor  dar  arcum  fijor,  abine  de  la  no- 
stra sihaua.  „  Quando  la  sihaua  -  fo  ingrauea  de  so  segnor,  si  se  insuperbi  e  no 


MI  traduttore  non  intese.  Cfr.  R:  axi  com  los  apella  hom  ara.        ^  sihauo 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  6.  Da  una  Cronaca  universale.  47 

uolea  far  li  comandamenti  de  soa  dona,  auanti  se  contrastaua  cum  ella;  perche 
la  dona  se  ira  e  cassala  fora  de  caza.  E  Agar  ze  aprono  do  unna  fontanna  e  li 
so  aseta  e  comensa  a  pianzer.  E  l'angero  li  aparse  e  lì  disse:  "Agar,  che  fai 
tu  coci  e  perche  pianzi  tu?  „  Ella  respoze:  "Imperso  che  niea  dona  si  m' a  feria 
e  si  m' a  cassa  fora  de  caza.  „  E  U'  angero  respoze  :  "  Tornatene  a  caza  de  toa  5 
dona  e  seruila  beni  do  chi  auanti  e  no  fossi  dezobedicnte  ali  soi  comandamenti. 
E  goarda  beni  che  tu  si  e  grauea  e  apartuire  fijo  chi  auera  nome  Ismael,  e 
quello  sera  homo  monto  fero,  e  le  main  de  tuti  li  homi  serara  centra  le  e  soe 
niain  centra  tuti.  „  E  lo  angelo  poa  se  parti  da  ella,  e  Agar  se  ne  torna  a  caza 
de  soa  dona  e  fogi  obediente  ^.  E  cossi  Abram  aue  um  fijo  de  la  soa  sihaua.  E  10 
poa  Sarra  per  la  gracia  de  Dee  mua  uentura  e  ingraueasse  e  aue  um  fijo  chi 
aue  nome  Issach.  E  quando  Abram  aue  noranta  e  noue  agni,  circoncixe  si  e  tuti 
li  soi  fijoi  e  tuta  la  soa  masua.  E  ["n]  quello  tempo  faxease  tanto  mar  in  lo  mondo, 
che  no  era  alcum  homo  chi  cognosesse  Dee.  E  Abram  goarda  e  cognosce  che 
no  era  alcum  Dee,  se  no  quello  lo  quar  auea  creao  tute  le  cosse  de  questo  15 
mondo.  E  quando  lo  nostro  segnor  Dee  aue  uisto  lo  bom  pensamento  de  Abram, 
si  li  manda  la  soa  gracia,  conio  uoi  odirei  coci  apresso. 

X.  Como  l'angero  comanda  Abram  che  elio  feisse  sacrifìcio  de  so  fìjo  Isach. 

Quando  Abram  aue  cento  agni,  si  aue  doi  figi^  de  soa  moier  [T**]  l'um,  qu'elli 
aue  nome  Issac,  e  lantora  aue  Sarra  noranta  agni.  E  quando  ella  aue  compio 
cento  agni,  si  mori  im  Ebrum  e  lassa  la  terra  a  Abram  in  lo  cauo  de  abria^.  £0 
E  lo  nostro  segnor  ui  lo  bom  cor  de  Abram  e  si  lo  uosse  proar  e  si  li  disse: 
"Abram  Abram.  „  Elio  respoze:  "E  sum  coci.  „  Disse  lo  nostro  segnor  Dee: 
'■  Prendi  lo  to  fijo  Issach,  che  tu  ami,  e  fané  sacrificio  a  mi  sum  um  monte  che 
e  te  mostrerò.  „  E  leuasse  Abram  de  nocte  e  insela  so  azem  e  preize  lo  so  fijo 
Issach  e  doi  seruenti  e  zesene  su  lo  monte,  cbi  l'auea  comandao  "^  e  mostrao  lo  25 
nostro  Segnor.  In  quello  tempo  era  costume  che  se  faxea  'Sacrificio  a  Dee  de  le 
bestie,  e  ociualem  sum  um  pozo  monto  aoto  e  bruxaua[n]le  in  quello  monte,  a  so 
che  lo  fumo  montasse  a  lo  nostro  segnor  Dee.  Or  quando  Abram  fo  sum  lo 
monte  cum  so  fijo  Issac,  disse  alaora  ali  soi  seruenti:  "  Aspeiteme  coci,  mi  e  me 
fijo  anderemo  un  pocho  auanti,  e  poa  torneremo  a  uoi,  quando  e  auero  faita  la  30 
mea  oracium.  „  Alaora  se  parti  Abram  e  preize  so  fijo,  e  quando  elio  fo  loitano 
da  li  aotri  fantim  disse  Issac  a  so  paire :  "Echa  le  legno  e  lo  fogo:  unde  e  lo 
sacrificio?  „  Respoze  Abram:  "Fijor,  lo  nostro  segnor  Dee  proueira  de  la  offerta 
e  de  lo  sacrificio.  „  Possa  Abram  fé  um  otar  de  terra  e  aceize  su  lo  fogo,  e  preize 
80  fijo  e  ligallo  e  misselo  sum  lo  fasso  de  le  legno  e  preizelo  per  li  caueli:  si  35 
lo  uolea  ocier,  tegnando  lo  brasso  leuao  cum  lo  cotello  in  man.  E  l'angero  da 
cel  cria  a  grande  uoxe:  "Abram,  Abram,  no  tochar  lo  fantim,  che  lo  nostro  se- 
gnor  Dee  a  cognosua  la  toa  fé  e  a  uista  la  toa  uoluntai  e  lo  to  cor,  che  tu  no 
pianzeiui  lo  to  fijo  ni  gè  uoleiui  perdonar  de  ocirlo,  per  amor  de  Dee.  „  Abram 
leua  la  testa  e  ui  uni  montoni  Inter  um  spineao,  chi  staua  apeizo  per  le  come,  40 
e  Abram  si  lo  preize  e  de  quello  fé  sacrificio  a  Dee,  in  lo  lego  de  so  fijo  Issac. 
E  quello  lego  apella  de  li  auanti  lo  nostro  segnor  Dee  Uc.  E  lantora  disse  lo 
angero:  "Abram,  lo  nostro  segnor  Dee  dise:  imperso  che  tu  ai  obeia  la  mea 


L 


1  ohedienti       -  doi  figi;  forse  errato,  cfr.  E:  hac  fili  de  sa  miiller  qui  hac  noni 
Issach.      3  R:  e  soterala  Abram  en  la  coua  doble.  Cfr.  Genesi  xxiii,  19.      ^  comanda 


48  Parodi, 

parola,  zuro  per  mi  mesrao  che  e  multiplichero  lo  to  linaio,  si  comò  le  stelle 
de  lo  cel  e  comò  la  arenna  de  lo  mar;  e  lo  to  linaio  poseera  ^  le  porte  de  li  toi 
inimixi  e  li  lor  logi.  „  Tornasene  Abram  e  so  fijo  a  li  aotri  fantim  e  zensene  a 
caza.  E  possa  mori  Abram  e  eoteralo  Issac  so  fijo  in  quella  ualle,  unde  era  so- 
5  terra  Sara,  e  romaze  lesac,  chi  auea  trenta  e  cinque  agni,  quando  so  paire  mori. 
Issac  aue  unna  moier  chi  auea  nome  Rebecha,  e  era  sor  de  um  chi  auea  nome 
Labam.  [S*»]  E  quando  Issac  aue  noranta  agni,  si  aue  doi  fìgi  de  eoa  moier  Ee- 
becha,  li  quai  nassem  a  um  i^arto;  lo  maor  auea  nome  Exau  e  lo  segondo  auea 
nome  Jacob. 

XI.  Como  Issac  de  la  henissium  a  Jacob,  in  cambio  de  Excni  so  frai. 

10  Dixe  in  lo  libero  de  Genexis,  che  in  quello  tempo  disse  Rebeca  a  so  fijo  Jacob  r 
"  E  0  odio  to  ^  paire,  chi  a  dito  a  to  frai  Exau  :  pija  lo  to  ercho  e  uà  a  cassar, 
e  de  quella  cassa  che  tu  pigerai  apareiemela,  che  e  uogio  maniar  e  poa  beni- 
xirte,  auanti  che  e  mora.  „  E  Rebeca  per  lo  amor  che  ella  auea  in  Jacob,  uo- 
leiua  far  in  guiza  che  elio  auesse  la  benissium,  e  disse:  "Fa,  fijo,  so  che  e  te- 

15  diro.  TJa  de  presente  a  lo  etabio  e  pija  doi  de  li  meioi  creueaoi  e  de  li  maoi  chi 
gè  seam,  e  si  li  apareiero  tosto  e  li  porterai  tosto  a  to  paire  a  maniar,  e  si  te 
benixira  auanti  che  elio  mora.  „  Respoze  Jacob:  "Maire,  comò  se  porcina  so- 
far,  che  me  frai  si  e  tuto  perozo  e  mi  sum  tuto  liuio,  sensa  pei  e  sensa  cauelli? 
E  se  per  auentura  me  paire  me  cognosesse,  e  temo  che  elio  no  me  deisse  la 

20  soa  marixom,  in  cambio  de  la  benissium. „  Disse  la  mayre:  "No  temi,  fijor» 
lassa  questa  cossa  soure  de  mie,  fa  pur  so  che  e  te  o  comandao.  „  Jacob  se  ne 
ze  ale  bestie  e  adusse  doi  craueaoi,  e  Rebecha  li  apareia  comò  ella  meio  sauea,^ 
che  pur  piaxessem  a  Issac  so  marie,  e  preixe  la  pelle  de  li  craueaoi  e  si  ne 
fassa  lo  coUo  e  le  main  de  Jacob  e  uestige  le  robe  de  Exau,  chi   eram  monto 

25  nober  e  benne.  Jacob  ze  a  so  paire  e  disseli:  "Paire  me,  lanate  su  e  mangia  de 
la  mea  cassa  e  beni^me,  auanti  che  tu  mori.  „  E  Issac,  chi  era  tanto  uegio  che 
elio  no  ueiua  quasi  niente  ni^  cognoscea  archum  per  uista,  inteize  che  quella 
no  era  la  uoxe  de  Exau.  Dotasse  e  disse  :  "  Chi  e  tu  ?  „  E  Jacob  disse  :  "  E  sum 
lo  primo  fijor  to  Exau  e  o  faito  zo  che  tu  me  comandasti.  „  Disse  Issac  :  "  Como 

30  pò  esser  che  tu  abij  si  tosto  troua  la  cassa  e  che  tu  sei  toruao  si  tosto  ?„  Diss& 
Jacob  :  "  Elio  e  stao  la  uoluntae  de  Dee,  che  o  si  tosto  trouao  so  che  uoleiua.  „ 
Disse  Issac:  "Acostate  a  mi,  fijo  me,  che  e  te  uoio  tocar,  se  tu  e  lo  me  prime 
fijor  Exau.  „  E  Jacob  se  accosta  a  elio  e  troualo  perozo  su  lo  collo  e  su  le  maìm. 
Disse  Issac:  "Le  maim  e  lo  collo  sum  de  Exau,  ma  la  uoxe  si  e  de  lacob.  „ 

35  Alaor  li  disse  che  [S*"]  elio  li  deisse  a  maniar,  e  quando  elio  aue  mangiao^  si 
demanda  a  beiuer.  E  quando  elio  aue  maniao  e  beuuo  si  gè  disse:  "Fijor,  aco- 
state a  mi  e  si  me  baxa.  „  E  lacob  se  acosta  a  elio  e  si  lo  baxaua.  Senti  Issac 
lo  odor  de  la  roba  de  Exau  e  disse  :  "  Cossi  me  uem  de  le  robe  de  mee  fijo,  comò 
uem  de  lo  odor  de  lo  prao  fresco,  lo  quar  a  benixio  lo  nostro  segnor  Dee.  „  E 

40  disse:  "Dee  te  dea  de  la  roza  de  lo  cel  e  de  la  grassura  de  la  terra  e  abun- 
dancia.  Sei  segnor  de  li  toi  frai  e  se  inzenogem  dauanti  da  ti  li  fijoi  de  la  toa 
maire,  e  chi  te  marixira  sea  marcito  e  chi  te  benixira  sea  beneìto  e  pim  de  he- 
niseioim. „  E  poa  se  ne  ze  a  caza  e  insi  defora  Jacob,  quando  elio  aue  receuua 


^  Cioè  posseera  ;  R  :  e  xjosseyrcai  les  ìxirtides  de  tos  enamiches.      -  a  to 
*■  mangio 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  6.  Da  una  Cronaca  universale.  49 

la  benixium.  E  intanto  uegne  Exaa  e  adusse  la  uianda,  che  elio  auea  apareiao 
in  caza  soa,  e  intra  a  so  paire  e  si  gè  disse  :  "  Paere,  leuate  su  e  si  mania  de  la 
cassa  che  o  preiza,  corno  tu  me  comandasti,  e  benixime  auanti  che  tu  mori.  „ 
Disse  Issac:  "  Chi  e  tu?  „  Eespoze  Exau:  "E  sum  lo  to  prumer  fijo  Exau  e  sum 
staito  in  caza  e  si  o  faito  so  che  tu  me  comandasti.  „  E  quando  Issac  inteize  so,  5 
fo  tuto  spauentao  e  maraueiase  monto  comò  poeiua  esser  quella  semeiansa  o 
disse:  "Chi  me  adusse  a  mauiar,  auanti  che  tu  uegnisi,  e  si  me  disse  che  elio 
era  Exau  e  si  ne  maniae  de  quella  uianda,  che  elio  me  adusse,  e  si  lo  benixi  e 
sera  beneito?„  DixeExau:  "Pregete,  paire,  che  tu  me  binixi. .,  Disse  Issac:  "E 
no  te  posso  benixi,  che  to  frai  m'e  uegnuo  monto  inganorozamenti  e  si  t'a  lena  10 
la  toa  benixum.  „  Disse  Exau  :  "  Per  certo  drito  e  apelao  lo  so  nome  lacob,  chi 
za  me  a  inganao  aotra  fia,  quando  elio  acata  lo  nome  de  lo  me  primo  genito;  e 
aora  me  a  inganao  e  inuorao  la  mea  benixum.  „  Questa  fo  la  conpera  che  lacob 
de  a  Exau  \  so  fo  de  lo  primo  genito.  Che  Exau  uegniua  da  lauora  da  lo  campo 
e  era  monto  stanco  e  auea  grande  fame;  e  lacob  stana  a  caza  e  apareiaua  a  15 
maniar  e  coxinaua  lentigie.  E  Exau  disse:  "Frae,  dame  quarche  cessa  che  e 
manie,  che  e  o  grande  fame.  „  Disse  lacob:  "E  no  o  niente  che  e  te  possa  dar.  „ 
Disse  Exau  :  "  Dame  de  quelle  lentigie  che  tu  coxi.  „  Disse  lacob  :  "  Dame  la  toa 
prima  genita  e  te  darò  de  le  lentigie.  „  Che  disse  Exau  ?  "  Che  me  fa  la  mea 
prima  genita?  Sea  toa.  „  E  lantor  lacob  preize  unna  scucila-  de  lentigie,  si  gè  la  20 
de  sete  quella  conueniencia;  e  in  questa  mainerà  acata  lacob  la  prima  genita 
de  Exau  so  frai.  E  perso  disse  Exau  unna  atra  fia  a  so  paire  :  "  No  me  ai  tu 
seruao,  paire,  alcanna  benixium ?„  Ilespose  Issac:  "E  o  daito  a  to  frai  abuu- 
dancia  de  pam  [f.  9^]  e  de  uim  e  de  olio  e  si  l'o  faito  segnor  de  sol  frai;  e  de 
chi  auanti  che  te  posso  e  far,  fijor  mee?„  Disse  Exau  forte  menti  pianzando:  25 
"  Pregote,  paire  me,  che  tu  me  dagi  alcunna  benixium.  „  Respoze  Issac  :  "  In  la 
rozaa  de  lo  cel  e  in  la  grassura  de  la  terra  sea  ^  la  toa  benixium.  „  Yisque  Issac 
agni  trexenti  e  poa  mori  in  Ebrum.  E  possa  lacob,  per  la  poira  che  elio  aue  de 
so  frai  Exau,  fuzi  in  Soptania,  e  Exau  pensa  de  ocier  lacob  per  lo  ingano  che 
elio  li  aueva  faito  de  farse  dar  la  benixium.  E  lantora  auea  lacob  agni  setanta.    ?,o 


X.  7.  —  De  le   questioim  de  Boccio. 

La  traduzione  di  Boezio,  che  presento  ai  lettori  dell' 'Archivio'',  traendola 
dal  codice  sopra  descritto,  non  è  fatta  sull'originale  latino,  ma  bensì,  come 
anche  appare  dal  'Prologo',  sulla  versione  francese  attribuita  a  lehan  de 
Meung  *.  Nel  codice  va  dal  f.  357*  fino  al  f.  386%  e  qui  rimane  interrotta,  sia 
perchè  l'amanuense  se  ne  fosse  stancato,  sia  piuttosto  perchè  trascrivesse 
egli  pure  da  un  esemplare  incompleto.  Il  luogo,  dove  la  traduzione  s'arresta, 
trovasi  nel  testo  latino  verso  il  fine  della  Prosa  IV  dell'ultimo  libro. 


1  Cfr.  R  :  questa  compra  que  iacoh  feu  de  Esaù  del  priiner  engendrament  fo 
en  aquesta  manera.  E  forse  da  leggero  fé  da  Exau.       ^  faiélla        ^  sea  sea. 

*  Si  veda,  intorno  a  questa,  un  articolo  del  D  elisi  e,  Bibl.  do  l'Éc.  des 
Oh.,  XXXIV  (1873),  pp.  8  sgg. 

Archivio  glottol.  ital.,  XIY.  4 


50 


Parodi, 


La  straordinaria  scorrettezza  del  'Boezio',  posta  a  confronto  colla  suf- 
ficonte  accuratezza  del  resto  del  codice,  dimostra  che  l'amanuense  aveva 
sotto  gli  occhi  una  copia  assai  guasta.  Io  mi  sono  adoperato  in  ogni  modo  per 
restituire  al  disgraziatissimo  testò,  fin  dove  era  possibile,  le  primitive  sem- 
bianze ;  nel  che  mi  furono  naturalmente  di  grande  vantaggio  il  testo  latino 
(ediz.  Teubner),  e  l'originale  francese,  nella  redazione  del  cod.  frane.  L.  IV.  9 
della  Biblioteca  Nazionale  di  Torino  (F).  A  questo  codice  non  mi  fu  dato 
ricorrere  cogli  occhi  miei  proprj  ;  ma  pienamente  m'assicura  l'opera  pre- 
statami, colla  consueta  gentilezza,  dal  mio  ottimo  amico  prof.  Vittorio 
Gian,  che  si  assunse  di  confrontare  i  due  testi.  Gliene  sieno  dunque  rese 
pubblicamente  vivissime  grazie.  Dove  né  il  latino,  né  il  francese,  per  le 
sue  peculiarità  ed  imperfezioni,  mi  venivano  in  ajuto,  dovetti  contentarmi 
di  congetture,  pur  studiandomi  di  sempre  contenerle  nei  limiti  della  più 
rigorosa  prudenza;  ed  ognuno  potrà  accertarsi  di  por  sé,  riscontrando  la 
lezione  del  ms.,  che  si  conserva  nelle  note,  se  io  mai  abbia  mancato  a 
questa  norma. 


10 


15 


[f.  357«] 

A  lo  nome  de  lo  nostro  Segnor  ueraxe 

e  de  la  grani  corte  de  cel 

e  de  la  uergem  Maria, 

chi  noia  esser  nostra  guia 

in  lo  so  sancto  reame: 

chaum  chi  ode  diga  amen. 

Questo  libero  in  Pania, 

ornao  de  phUlossofRa, 

fé  Boccio  in  prexom 

per  soa  conssollaciom; 

unde  elio  fo  descapitao 

e  sani  Seuerim  fo  apellao, 

per  la  uita  uirtuossa, 

che  cum  Elpes  soa  spossa 

fé,  e  imperso  che  elio  porta 

la  soa  testa  [e]  pressenta 

sum  lo  otar,  poy  che  tagia 

sì  fo  fora  in  lo  piassar; 


SI  corno  expoxiciom 

a  faito  loham  de  Meoni,  20 

chi  lo  uosse  translatar  ^ 

par  la  maiste  real 

de  Fillipo  quarto  '^  de  Franssa. 

E  le  merauegie  de  Irlanda, 

e  d'amistae  spirictual,  25 

e  la  uita  de  Bellart, 

e  *  lo  libero  de  la  Eossa, 

in  chi  l'arte  d'Amor  e  indossa, 

chi  castelli  insegna  aquistar 

e  roxe  cogie  per  oritar,  30 

trasse  de  raam  de  Gilloxia, 

Bellacoille  e  Cortexia: 

poi  le  millicie  de  Yegecio. 

Aora  trateremo  de  Boccio, 

de  che  elio  a  preisso  la  fior  35 

de  la  sentencia  de  1'  aotor. 


'  I  versi  precedenti  son  fattura  originale  dell'anonimo  traduttore,  e  di  qui 
incomincia  il  Prologo  dedicatorie  di  lehan  de  Meung;  al  quale  accennai  nel- 
1'  'Esordio',  ed  è  in  prosa,  laddove  il  traduttore  continua  in  versi.  Eccone  il 
principio,  secondo  che  è  dato  dal  Delisle,  loc.  cit.,  p.  6  :  "  A  ta  royal  majesté, 
très  noble  prince  par  la  grace  de  Dieu  roy  des  Francois,  Phelippe  le  quart,  je 
Jehan  de  Meun,  qui  jadis,  ou  rommant  de  la  Rose,  puis  que  Jalousie  ot  mis  cn 
prison  Bel  acucii  (v.  32),  enseignai  la  maniere  du  chastel  prendre  et  de  la  rose 
cueillir,  et  translatay  de  latin  en  francois  le  livre  Vegece  de  chevalerie,  et  le 
livre  des  merveilles  de  Hyrlande,  et  la  vie  et  les  epistres  Pierres  Abaelart  (v.  26) 
et  Heloys  sa  fame,  et  le  livre  Aered  de  esperituelle  amitie,  envoie  ore  Bocce  de 
Consolacion  „.        -  de  qtiarto  Fillipo       ^  e  in 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  prologo.  51 

Chaum  chi  a  iutelleto,  de  saueir  che  tute  cosse  tandem  a  beni  e  schiuam  so 
che  li  noxe,  e  so  mostreremo  per  raxom  e  [b]  per  experìencia;  che  tuti  naturai 
dexiderij  mostram  uolleir  so  saluamento  e  perffeciom  e  fuzir  so  contrario  e 
corruptiom.  Che  se  um  alboro  e  piantao  inter  doe  terre,  l'unna  benna  e  l'aotra 
rea,  noi  lo  negamo  meter  tute  soe  raixe  in  la  benna  terra  e  no  in  la  rea;  e  li  5 
picem  alboxelli  chi  nassem  sote  li  grandi,  semper  si  se  inchinnam  a  lo  callor 
de  lo  sol,  comò  a  beni,  e  schiuam  l'ombra,  segondo  lo  libero  de  le  piante.  E 
le  bestie  saluaige  fam  lo  semegieiuer,  chi  se  apriuaxani  fassandolli  beni,  e  per 
farlli  mal  le  domestege  insaluaigissem.  E  lo  humam  linagio  per  benefficij  re- 
ceuui  e  seruixi  meritae  ama  e  segue  l'um  l'aotro,  e  per  torti  e  otragij  discrepam  10 
lor  bemuogienssa  e  compagnia;  e  li  alimenti  per  nostro  bem  se  reduem  a  lego 
de  saluamento  e  fuzem  li  strannij  comò  coruptiom.  Si  che  tute  cosse  tendem  a 
bem  terminao  e  senssa  error;  anchor  que  Ili  homi  souenzo  se  mouem  senssa  ter- 
minaciom  ordenaa  a  '  diuerssi  bem,  per  conffuxiom  chi  li  menna  a  falir  de  lor 
perffeciom,  per  error  de  bem  senssiber  -  in  li  quai  elli  sum  norij,  chi  leuementi  15 
li  fam  lassar  lor  proprij  bem  e  cerner  li  strannij.  E  sentenciam  che  per  si  sea 
boni  chi  r  e  ^  per  accidente,  auanti  che  elli  uegnam  a  discretiom  de  partir  li  bem 
faoci  da  li  ueraxi,  per  cognossenssa  de  [r]  bem  intendaber;  a  lo  quar  li  couem 
menar  per  doctrinna  de  drita  experientia;  e  a  so  uegnui,  ioissem  in  le  cosse 
chi  sum  a  delletar,  unde  quando  e  tanto  corno  se  de.  Lo  contrario  de  pussor,  20 
chi  se  dolleam  de  so  che  per  raxom  se  de  ioir,  e  se  delletam  de  so  che  [per] 
raxom  se  [de]  doler*;  si  che  la  lor  vita  e  arrossa  e  amara,  comò  menai  da  li  bem 
senssiber,  li  quai  sum  de  picena  duraa  e  no  senssa  tristessa.  Per  che  a  tai  e 
proffeteiuer  la  translataciom  de  questo  libero,  per  la  disputaciom  chi  insegna 
comò  chaum  se  de  contegnei  in  li  prosperi  auegnimenti  e  auerssi.  25 

Questo  Boccio,  comò  leal  citaym  de  Koma,  semper  procura  de  sostegneir  lo 
bem  comuni  cum  raxom  e  uirtue,  si  franchamenti  centra  le  tiranie  e  felloim 
statuti  de  Theodoricho,  rey  de  li  Romaim,  in  guissa  che  elio  cheite  in  so  con- 
tumacie. Si  che  no  possando  Theodoricho  cum  raxom  acaxonarllo,  studia  conio 
cruder  malliciossamenti  de  destruerllo  cum  faosse  boxie  de  letere  apostice,  che  30 
fé  far  da  parte  de  l'imperaor  de  li  Grexi  a  Boccio,  inffenzandosse  che  fossem 
uegnue  a-  le  soe  maim,  de  thenor  che  de  lo  uolleir  era  aparegiao  in  tuto  de  se- 
[r/]  corre  lo  pouo  romam  centra  Theodoricho.  Per  le  quae  elio  mostra  che 
Boccio  fosse  in  traissom,  chi  de  so  era  monto  inocente  e  ignorante  ;  e  no  seando 
presente,  lo  fé  sentenciar  a  mandar  in  prexom  in  Paula.  Unde  ueraxe  uirtue  35 
senssa  uicio  sostene  e  tormento  e  aspere  fortunne  sauiamenti,  corno  sauio  e  de 
gram  cor,  sentando  gran  dol  de  soa  desauentura,  comò  apar  in  so  parllar.  Unde 
elio  statui  e  penssa  si  esser  homo  demenao  per  passiom  senssiber,  e  per  che  elio 
stabilii  fillossofSa  a  confforto  de  soi  doUoi  per  bem  intendaber;  per  che  lo  libero 
e  apellao  de  ConssoUaciom  per  fiUossoffia.  Che  turbaciom  de  cor  assende  in  li  40 
homi  seyui  per  beni  temperai,  ma  confforto  e  constancia  se  apertem  a  nober  e 
perft'eta  intcnciom.  Or  mostra  Boccio  soi  doUoi,  comò  ueiram  li  lezaoi. 

Explicit  prollogus. 


'  e        -  scrisaiòer       ^  a        *  dor 


52  Parodi , 

Libro  I. 

I.  E  '  chi  prudencia  solleiua  insegnar  Morte  me  fa  gram  torto, 

de  gram  materia  e  bem  ditar,  chi  no  me  prende  tosto, 

e  de  studio  portaua  ^  la  fior,  e  pu  che  ella  me  assataua  15 

or  me  compiansso  cum  gram  doUor.  quando  e  me  delletaua, 

5   Le  MuBsete  chi  indicio  aora  si  me  abandonna, 

eum  a  rissmar  e  principio,  che  ella  me  parca  si  bonna 

che  e  impresi  in  zouenessa,  a  trame  de  l'angustia, 

[358a]  me  restoram  in  uegiessa  ;  nnde  e  sum  per  industria.  20 

che  aotra  cossollaciom  Amixi,  per  che  apellao 

10    no  me  ual  a  goarixom  me  auei  uoi  bem  agurao? 

de  langor,  in  che  e  sum  uegnuo,  Che  me  stao  no  era  certo, 

deber,  descarnao  e  chanuo.  quando  fortunna  m' a  somerso  ^ 

I.  Hic  ostendit,  Proffeta  quomodo  uenit  ad  consoìlando\m]  ijìsum  in  hahitu  pulcre 
imdieyis. 

25         Comtemplando  me  dollor,  parceme  ueir  unna  dona  monto  ancianna,  da  aueir      v 
in  grande  reuerencia,   cum  li  ogi  monto  ihairi,   mostrandosse   per-fiaa  de  grau- 
dessa  de  dona,  e  aotra  fia  cresser  tam  firn  a  lo  cel,  tanto  che  li  mei  ogi  no  la 
poeam  ihairi.  Vestia   de  uestimenta  delicatissima  e  duraber,  che  monti  za  for- 
Bsam  de  strassar,  in  la  qual  era  [h\   scripto  de  sota  in  su,  comò  a  scharim,  in 

30  parolla  grega,  chi  signifficha  Proffeta,  so  e  Praticha  •*  e  Teoricha.  Quando  ella 
ui  le  Mussete  chi  me  confiortauam,  ella  se  ne  mostra  de  corossar,  digando  : 
"  Vagam  uia  questi  rubaodi  chi  no  dan  remedio  a  dollor,  ma  lo  acresscm,  cum 
dollsor  inueninao  e  spinne  d'africiom  ^  trayando  li  cor  de  li  homi,  strenzando 
lo  gram  fruto  de  raxom  per  soe  luzenge.  „   E  disse:    "  Lassenme   goarir  questo 

35  maroto,  chi  e  stao  norio  de  nostri  costumi.  „  Laor  quelli  repreixi  inssim  deffora 
uergognoxi,  e  mi  chi  auea  li  ogi  turbai  e  lacrimoxi  no  cognossea  bem  soa 
grande  aotoritae,  e  comò  xboio  atendea  pur  a  ueir  so  che  ella  farea.  E  ui-lla 
aprossimar  a  mi,  remirando  mea  fassa  angossossa,  digando  la  infFrascripta  rìxma 
per  nostra  turbaciom  : 

IL  Boeciom  skud  mirabillifer  docttini  ^  hic  laudai  Proffeta,  quod  vidit  ìpsum, 
tantì's  scientiis  innumerabilìihus  exj^ertnm  et  approbatum,  granari  dolloribus 
et  mente. 

40    0  raxom,  d'omo  lumera,  mantenente  che  te  cura 

chi  deschazi  in  tal  marnerà  de  terrennc  affliciom  ! 

e  deue  neigra  e  oschura, 


^  Se  nel  cod.;  ma  ho  corretto  col  testo  francese,  che  ha  le.  Certo  è  uno 
degli  errori  soliti  nelle  majuscole  miniate,  aggiunte  dopo.  -  portaiii  ^  Il 
cod.  ma  f omertà.  Si  confronti  il  testo  francese  nel  Delisle,  loc.  cit.  :  N' estoit  pas 
certain  nion  estat  Qitand  si  bas  fortune  me  abat.  L'assonanza  in  luogo  di  rima 
non  può  fare  difficoltà.  *  Patriarcha  ^  de  fereciom  ^  Il  ms.  dolce,  più 
sotto  tante  scientie.  Del  resto  sarebbe  fatica  sprecata  il  tentar  la  correzione 
di  simili  rubriche:  tutt'al  più  si  può  cercare  di  renderle,  quando  riesce,  intel- 
ligibili. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  I,  ii,  iii.  53 

[e]  Chi  Bolleiui  cel  contemplar,  sol,  chi  la  eeira  stramonta, 

Bol  e  lunna  uixitar,  lo  matim  da  aotra  parte  monta;  10 

le  stelle  e  le  planete,  primo  tempo  chi  fior  fa, 

lor  cerculli,  corssi  e  mete(r)  cotoni,  royxim  e  pome  da. 

5    per  certi  numeri  proauì,  Homo  sauio  e  inssegnao 

caxom  e  raxom  trouaui  or  e  uegnuo  in  lo  contrario, 

conio  le  unde  se  mouem  per  uento  che  cel  no  sa  più  contemplar  15 

e  lo  cel  se  uoze  in  lo  centro;  ni  de  trìstessa  cessar. 

II.  Eetrìbiiit  Propheta  medicinam  BoeciJ,  ut  per  Ulani  reclinai  samtatem. 

"  E  tu  quello  chi  e  etao  norio  de  nostro  laite  e  passuo  de  nostre  uiande,  a 
chi  noi  aueoio  dao  tai  arme,  che  se  tu  no  le  zitassi,  alcuni  no  porrea  uencer 
toa  fermessa  ?  cog-nossime-tu  ?  taxi-tu  per  unta  o  per  xboimento  ?  Men  mar 
serea  i)er  unita,  ma  o  par  che  tu  sei  xboio.  Ko  dubitar,  che  noi  te  goariremo  20 
de  li  ogi,  che  tu  ai  oschur[a]i  de  la  niuolla  de  le  cosse  oschure  e  terenne  ^  e  de 
la  malotia  de  to  cor,  inganao  pu(r)  che  tu  no  cognossi.  „ 

III.  Hic  Boecius  ostendit  se  conssollatum  aduentu  -  Prophetae,  ipsi  fideliter  me- 
dicantis  ^. 

[d]  Como  perturbao  *  s' aniuollisse  cossi  bonna  cognossenssa 

e  bello  iorno  s' afosschisse,  e  uirtue  e  paciencia 

25    senssa  parei  sol  ni  lunna  tram  lo  cor  de  osscuressa 

ni  de  note  stella  alchunna  ;  e  lo  rendem  a  proessa, 

se  da  tess»/era  '"  esse  la  bixa  In  tar  guissa  li  me  ogi,  35 

la  niuolla  cassa  e  debrixa,  chi  auanti  eram  scuri  e  molli, 

si  che  lo  sol  sodanamenti  °  am  recouerao  la  uista 

30    zeta  li  radij  planamenti;  piaira,  bella  e  prouìsta. 

III.  Hic  jionit  questione^  BoeciJ  et  P.,  dicentes  qiiod  maUorum  est  bonos  et  sa- 
2}ientes  per  vim  inffestare  et  eo[s]de»i  si(c)  possunt  offendere  ''  sine  caussa. 

Or  se  .parti  la  niuolla    de  mea   tristessa,   si  che  e  ui  lo  cel  e  preixi  cor   e 
coniforto,  e  cognossei  la  ihera  de  mea  fixicianua,  e  acertaime  che  ella  era  mea    40 
noriza  Proffeta,  in  la  maxom  de  chi  e  repairaua  in  mea  inft'ancia,   e  dissi  :  ''  O 
maistressa  de  uirtue,   comò  e  tu  uegnua  de  lassù  aoto  in  logo  de  nostra  exilla- 
ciom  a  esser  faossamenti  biassma  conio  my  ?  „   Phillossoffia  :  "  Dilieto  fijor  me, 
e  sum  [f.  359o]  la  caxom  de  to  trauagio  ;   a  mi  se  apertem   de  aiar  la  to  inno- 
cencia.  Or  no  dubitar,  che  saueir  dei  che  li  maluaxi  seniper  se  forssam  de  bater    45 
sapiencia.  Membrar  te  deuerea  che  souenzo  scriuamo  centra  lo  error  de  follia, 
per  che  Socrates,   maistro   de  nostro  Fratoni,   mori  in  nostra  presseucia   senssa 
colpa.  Herei  ®  de  lo  quar  uossem  esser  li  Pichori  e  li  Stoizi,  chi  a  forssa  me 
tiram  e  rompim  la  roba,  thessua  de  mea  mani,  chi  tuta  se  cretem  aueir,  per  um 
bochom  de   nostro  habito   che   elli  portauani.  E   penssandosse   esser   de   nostra    50 
massnaa,  ne  ocissem  unna  gram  partia.   De  la  fuga  de  xiaxagoras   te  de  soue- 
gnir   e  de  li  tormenti  do   Z[en]om;   anchor   de  Chanio   e  Sotom  ^,   chi  e   cessa 


^  cerenne  -  aduentus  ^  medica ntes  *  cel  t.?  ^  tessmera;  F  de  sa  tesmere, 
ì.  tesniere.  ^  sodornamenti  '' osfendere  ^  hereo  ;-  Pichori  sta.  per  Epicurei. 
^  B.  9,  30  eg.  'at  Canios  at  Senecas  at  Soranos...  scire  potuisti'. 


54 


Parodi, 


noua  e  pubicha  ',  li  quai  aotro  no  menna  e[n]  destructiom,  che  so  clie  eraiu 
inebriai  de  nostri  costumi  e  desemegieiui  a  li  maluaxi.  Si  clie  no  te  marauegiar 
se  tempesta  n'asaota,  che  nostra  special  intenciom  e  in  despiaxeir  ali  maluaxi. 
E  se  elli  sum  monti  ni  assembiam  lor  cauallaria  contra  noi,  nostra  conffaronera, 
chi  in  tuto  li  desprexia ,  atra  '-'  soa  gente  in  so  dominio  e  inzenze(r)  de  tai 
mure,  che  semo  a  segurO)  de  lor  bruzo  e  li  scriemo  e  metamo  a  derixom  de 
lor  bubanza  e  uanitae.  _ 


IV.  [b]  Hic  ponii  Propheta  quallem  sedem  sajn'eus  sì[hì]  debeat   facere,  ut  per- 
secuciones  non  timeat. 


Chi  l'or[go]gio  d'auentura 
sopeditasse  [e]  la  cura  ^ 
10    e  semper  raxom  obeisse 
in  tuto  so  che  li  auenisse, 
no  doterea  za  tempesta, 
formen  ardente  ni  mollestia. 


Folli,  no  dotai  menassa 
che  re  tirano  uè  fassa. 
Paor  de  cor,  faossa  speranssa 
per  *  couea  sta  in  dotanssa 
de  so,  chi  poeir  no  a 
e  chi  tosto  fallirà. 


15 


IV.  Hic  notai  Boecius  qiie  fecit  poimllo  romano,  ut  per  hec  ostendat  quod  ipse 
non  meruerat  condempnari. 

20  Hic  dicit  Proffeta:  "Intendi  tu?  o  e  corno  l'assem  a  l'arpap^  —  "  No  te 
compianzi  contra  de  mi?  Sum  iu  la  carrega,  unde  tu  me  soUeiui  assetar  e  de- 
uisear  le  cosse ,  chi  a  Dee  e  a  li  homi  aperteneam  ?  o  e[n]  tal  ihera  e  habito, 
corno  quando  e  cerchaua  lo  secreto  de  natura  e  la  uia  de  le  stelle,  che  tu  me 
inssegnaui  a  unna  brocha,  asemegiando  li  nostri  costumi  a  1'  ordem  de  lo  cel  ? 

25  E  questo  lo  guierdom  che  noi  auemo  de  seruite  ?  Za  sentencia  Platom  per  to 
comandamento,  che  li  sauij  e  boim  som  tegnui  a  gouernar  lo  bem  comuni,  a 
so  che  elio  no  uegna  in  le  maini  de  li  mainasi.  Per  la  quar  [e]  aotoritae  e  per 
la  saluaciom  e  proffeto  de  tuti  me  amixi,  [zei]  a  incontrar  ^  li  tirani  disscordanti 
de  paxe  e  de  raxom,  senssa  curar  de  so  corrozo.  Quanta  fia  sum  e  stao  con- 

30  trarlo  a  Congasto,  chi  tuto  iorno  assataua  li  fieiui  ?  E  corno  o  e  faito  souensso 
demete  a  Triguile  lo  preuosto  li  torti  che  elio  interprendea  ?  E  quanta  fiaa  o  e 
deffeisso  li  catini,  preixi  a  torto  da  li  barbari  per  lor  auaricia,  che  alchum  no 
puniua,  metando  mea  aotoritae  si  souensso  a  grandi  perigi,  per  no  pocir  lo  drito 
abandonar  ni  conssentir  a  torto  far,  habiando  si  gram  dollor,  negando  ramar  lì 

35  bem  de  li  tirani,  conio  li  otragiai  ?  E  quando  la  grande  famia  e  destructiom 
fo,  che  elli  uoUeam  agreuar  la  uendea  de  la  biaua,  e  preixi  lo  piao  per  lo  bem 
comum  contra  lo  rey  e  lo  preuosto,  e  fey  sentenciar  che  no  fosse  e  trassi  de 
bocha  ali  chaim  de  paraxo,  comò  elli  deuorauam,  le  richesse  de  Paollim  con- 
Bsollo.  E  aso  che  Paollim  conssollo  no  fosse  a  torto  agrauao,  me  mixi  in  F  ayna 


^  1.  prubicha  o  pubricha.  ^  aotra  ;  ma  sarebbe  forse  meglio  correggere  retrcc 
ritrae.  Il  cod.  torinese  legge:  Nostre  goffanonniere  retrait  ses  gens  en  son  donion; 
e  l'ultimo  vocabolo  fu  malamente  reso  dal  traduttore  per  domiìiio.  ^  F. :  Qui 
pourrait  V  orgiieil  d  auenture  Mettre  soubz   ses  pies  e  la  cure  *  chi  per 

^  Sembra  mancare  il  verbo  reggente,  andai,  mi  mossi,  o  simile.  Ma  confron- 
tando il  testo  frc,  che  fu  male  inteso,  può  anche  venire  il  sospetto  che  sia  da 
correggere  :  o  incontrao.  Ecco  il  frc.  :  por  ce  ay  ie  eu  ancontre  les  mauvais 
griefs  discordes  sans  tonte  2>('ix. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  I,  iv.  55 

de  Cepriara.  0  e  bem  percassao  grande  disscordia  centra  mi,  per  amar  pii(r)  la 
dritura  e  raxom  cha  la  gracia  de  li  cortexaim?  Ma  sai  tu  chi  m'acassa?  Baxille, 
per  la  neccessitae  de  so  debito,  chi  fo  nm  de  quelli  che  Io  rey  descassa,  quando 
Opilliom  e  Gaudencio  fom  condempnai  a  [d]  andar  in  conffinnie,  per  la  multi- 
tudem  de  lor  barati.  Li  quai  per  no  uolleir  obeir,  se  misseni  in  la  franchixia  5 
de  la  zexia;  e  quando  lo  rey  lo  sape,  si  fé  bandir  che  inffra  uni  termem  zeissem 
a  Rauena,  o  che  elio  li  farea  segnar  in  lo  fronte  e  cassar  uia  :  lo  iorno  che  la  ^ 
crudera  acussaciom  fo  receuua  centra  my  !  Che  pò  so  esser?  An  so  desseruio  li 
nostri  aifar,  che  fortunna  no  a  umta  de  l' acussaciom  de  nostra  inocencia,  ni  de 
la  uiotai  de  li  accussaoi  ?  chi  me  biasmam  d' aueir  schampao  li  Senatoi  de  morte,  10 
e  m'acaxonnam  che  e  o  impaihao  lo  portaor  de  le  letere,  chi  conteneam  che 
li  Senator  aueam  faito  crimem  centra  la  real  maistae,  a  perchassar  la  fran- 
chessa  de  Roma.  O  maistressa,  che  te  sembia  ?  Che  certo  lo  messo  no  impaihai 
e  za,  ma  li  Senatoi  uossi  e  bem  saluar  ; . . . .  no  possando  per  lo  merito  de  cosse  ^, 
segondo  lo  decreto  de  Socrates,  ueritae  negar  ni  coffessar  boxia.  Ma  tute  mete  15 
in  toa  sentencia  e  de  li  sauij  e  scrino  per  ordem,  aso  che  lo  sapiam  quelli  chi 
uerram  apresso.  A.nchor  che  bem  aueream(o)  ^  sapuo  lo  barato,  se  noi  auessemo 
auuo  copia  de  la  conffessiom  de  li  acussaoi;  e  bem  uorrea  aueir  re[s]posso  corno 
Canio,  a  chi  Graiuo,  fìjo  de  Grermanico  ^  disse  che  lo  era  stao  accussao  de  la 
coniuraciom  faita  contra  lui,  chi  resposse  :  se  e  lo  sauesse,  tu  no  lo  [f.  360a]  sa-  20 
ueressi.  Anchor  che  e  no  me  lamente,  se  li  maruaxi  se  forssam  contra  uirtue, 
ma  forte  me  merauegio  che  elli  possam  compir  so  che  elli  interprendem;  che 
uolleir  malliciar  contra  inocencia  uem  da  nostro  deffeto,  la  quar  a  chaum  de- 
slear  s:mbia  interprender  a  l'aya  de  Dee  ^.  Per  che  e  no  biassmo  uni  de  toi  fa- 
milliar  chi  demanda  :  se  De  e  unde  uem  lo  mar,  e  se  Dee  no  e  unde  uem  lo  25 
bem?  Questo  digo  e  bem,  persso  che  li  maluaxi  am  percassao  la  nostra  destru- 
ciom  per  inuea  de  la  Senatoria  ^  e  per  so  che  auenio  deffeisso  li  boìm  de  lor 
crudellitae.  Za  te  souem  che  tu  me  dixeiui  corno  e  deuea  dir  e  far,  se  lo  rei 
Theodoricho  incorpasse  a  torto  tuta  la  Senatoria  ^  de  lo  crimen  de  chi  elli 
acussam  Albim.  So  che  e  fei  tu  lo  sai  e  lo  perigo  in  che  e  me  missi,  per  def-  30 
fender  la  innocencia.  Xo  digo  zo  per  uanto,  che  guierdom  de  lesso  diminuisse 
demerito  .de  secreta  conssiencia,  ma  per  so  che  chaum  nega  a  che  fini  e  uegnuo 
lo  innocente,  chi  sostem  penna  de  maloflficìo  per  faossa  acussaciom,  abiando 
meritao  gui[e]rdom  de  ueraxe  virtue.  Chi  vi  umcha  li  zuxi  tuti  cossi  in  acordio 
a  punir  uicio,  senssa  che  alcuni  fosse  alquanto  atemperao  o  per  zo  [che]  inzegno  35 
d'omo  pò  arra,  0  per  fortunna,  che  homo  no  sa  umde  possa  tornar?  Che  se  noi 
auessemo  confFessao  aueir  [ò]  occisso  preui  e  bruxao  zexie,  si  no  se  deuerea  dar 
la  sentencia  che  elli  am  dao  contra  mie,  no  Beando  pressente,  d'andar  in  con- 
finie  lonzi  cinquecento  migia;  unde  e  sum,  per  la  dilligencia  de  deliberar^  la 
Senatoria,  no  possando  demandar  odiencia  a  scussarme  de  lo  biassmo.  De  che    40 


^  h>'?        2  Forse:  ^jcr/r  Io  m.  d.  e,  ni;  F:  Ceries  ie  confesse  qiie  les  senateiirs 

rueil  ie  estì-e  saufz mais  cerfes  en  droit  d  eulz  auoient  ilz   tmit  vera  ììioi/ 

meffait  par  leurs  faulx  iuc/emens  qu  il  me  semble  que  ie  feisse  mal  de  leur  bien 
rouloir.  Mais  la  menconge  de  folte  ne  peiit  changer  la  uerite  (1.  merité)  des  choses 
ne  il  me  loist  pus  selou  le  decret  Socrates  uerite  nyer  ou  confesser  menconge. 
"'  on  eiist  bien  sceii  F.  ■*  de  German  chi  ^  Errato.  F:  mais  pouoir  contre 
innocence  contre  la  quelle  cheun  desloial  emjjrent  au  sceu  de  Dieu  Qui  tout  voit 
semble  estre  monstre  et  grani  merueille.       ®  senotaria       ^  senatoria      s  ^^p^  liberar 


56  Parodi, 

alcuni  de  nostri  innimixi  per  so  merito  no  pò  esser  accussao  '  !  Per  senbianti  de 
menor  mallicia,  am  boxardamenti  dicto  che  noi  auemo  ussao  de  nigromancia 
per  aueir  Iionor,  la  quar  cossa  ti,  cbi  eri  cum  noi,  cassaui  de  nostro  cor  comò 
maluaxi  eperzuri  e  sacrillegij,  e  aregordaui  a  le  nostre  oregie  so  che  disse  Pita- 
5  goras  :  semi  a  um  Dee  e  no  a  pussoi.  Ancor  che  e  no  auesse  mester  de  aya  de 
spiricti,  seando  in  la  excellencia  che  tu  m' aueiui  misso  quaxi  senbiant'  a  Dee, 
e  per  mea  innocencia  e  la  honestae  de  me  amixi  e  la  sanctitae  de  lo  paire  de 
mca  mogier,  chi  grandementi  noi  deffende  de  la  sospessom  che  am  de  noi,  [Ma] 
per  toa  dotrinna  e  costumi,  de  che  noi  senio  imbeuerai  —  -  E  no  sufficia  d'aca- 

10  xonarme,  ma  voUem  dir  che  tu  sey  participeiuer  in  questo  crimen.  E  so  e  che 
lo  zuegar  de  pussor  no  se  deprende(r)  tanto  a  lo  merito  de  bem  corno  a  l'amor 
de  fortunna,  chi  penssa  che  so  sea  bom  tanto  comò  uom  bem  temporar.  Per 
che  li  mal  auenturoxi  se  departem  [e]  da  bonna  opinioni,  per  le  diuersse  e  con- 
trarie scntencie  de  lo  pouo,  le  quai  me  fa(m)  mal  aregordar  ^,  uegandome  descas- 

15  sao  e  despogiao  de  tuti  mei  bem  e  dignitae  per  faossa  renomaa.  De  che  li  ma- 
luaxi ouerer  m' acaxonnam,  li  quai  me  senbia(m)  ueir  cum  loia  fellounamenti 
frugar  mallofficij,  studiando  a  tuta  destruciom,  e  li  boim  esser  bassi  e  aterray 
per  paor  de  nostro  perigo.  Per  che  li  marfatoi  prendeni  "*  ardir  de  mal,  no  seando 
punij  de  lor  mallofficij;  de  che  ne  conuem  criar.  „ 

V.  Hk  Boecias  conguen'fur  de  Deo  2>f>'  modum  exclamacionis,  quia  videtur  sibi 
quod  Deus  ^  facta  hominiim  derellinquat  et  de  ipsis  non  curet,  quoniam  multi 
pessimi  dominantur  bonis  et  eos  acriter  j^ersecuntur. 
Boecius  querit  Prophcta[m]  : 

20    Tu  chi  sezi  in  to  trossno  [d]  uuerno  nuo  de  fogio 

seiissa  alcum  mouimento,  l'ai  ramar  e  brochir, 

e  fai  che  troni  e  loxno  (e)  la  stai  pinna  ■■  de  fogie, 

sum  a  to  comandamento,  e  poa  fructo  cogie; 

e  le  stelle  menar  comenssar  e  finir  ®  40 

25    senssa  desuiamento  lo  prumer  stao  che  tem 

a  lo  cel,  che  uirar  chaunna  creatura, 

fai  sum  80  fermo  contro,  si  che  ogni  cossa  uem 

chi  più  dolce  uiollar  a  so  tempo  e  dritura. 

fa  in  so  andamento  Ma  de  li  homi  par 

30    che  mai  per  musicar  che  tu  no  noi  auer  cura, 

organasse  strumento;  O  rei  cellestial, 

eresse  lunna  e  iorni  atempera  toa  messura; 

fai  adiminuir,  fa  raxom  dominar 

tempi  e  cosse  ®  adorni  e  cor  senssa  iaceura. 

35    a  maurar  e  fiorir; 


45 


50 


1  II  frc:  0  com  grani  est  la  inerite  de  noz  ennemis  doni  nulz  ne  peut  estre 
accuse  de  tei  blasme.  Cfr.  B.  15,  122  sg.,  che  non  è  in  tutto  ben  reso.  ^  Lacuna. 
Si  confronti  il  testo  latino,  16,  137  sgg.,  ed  anche  F  :  Cc(r  2)aurce  gue  nos  sommes 
embue  de  ta  doctrine  et  enformez  de  tes  meurs  il  cuident  que  nous  soions  ioins 
a  tei  maleffice  comme  a  user  de  lart  de  nygromance.  Et  encore  ne  leur  souf- 

fit ^  B.  16,  148:  piget  remtmsci.        *  prender       ^  eius       ^  cossa        '  Il 

ms.  ha  il  masch.  pim.        ^  Qui  il  punto  e  virgola?  In  tal  caso  si  sopprimerebbe 
il  che  del  verso  seg.,  d'accordo  con  F. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio.  I,  v,  vi. 


57 


10 


Lo  merir  de  mallicia 
inocencia  indura  ; 
uicio  sea  iu  atura; 
uertue,  chi  per  natura 
de  tu  inluminar, 
sta  bassa  e  oscliura. 
Li  iusti  uei  menar 
a  grani  disconfStura; 
faosso  eagramentar 
no  noxe  a  chi  lo  zura, 
pur  che  o  possa  trouar 
collor  per  couertura. 


Xo  uogiai  che  traizom 

regne  ni  fellonia, 

ni  che  ree  pu  cha  bom 

possa  per  maistria, 

za  che  alcum  secreto 

no  te  se  pò  crouir, 

e  che  a  chaum  tal  seto  ^ 

dai  comò  e  so  merir. 

Voi  li  meti  in  uia 

e  in  corsso  ueraxe, 

De,  chi  no  desuia  - 

[f.  361  a]  de  raxoni  e  de  paxe. 


15 


20 


Y.  Hic  ostendlt  Projjlieta  quanta  sit  iiiffifmifas  Boecij  et  qua  de  causa  fiiit  iii- 
ffirmatìis. 

"  Cossi  tosto  conio  e  te  ui,  si  cognosseì  che  tu  te  tegneiui  exilliao.  Ma  tu 
ressisti  in  to  penssar  ^.  Che  aotri  cha  ti  no  te  pò  exilliar;  che  se  tu  t'apenssi,  25 
tu  e  pur  in  lo  reame,  unde  tu  nassesti,  de  lo  souram  Segnor,  chi  alcuni  no  de- 
scassa, ma  fa  receiuer  citaj-m  a  grani  ioia  per  soa  francha  lei.  Che  ancianna- 
raenti  stai  tu  in  soa  citai,  in  la  qual  chi  uol  so  stallo  fondar  dentro  da  la  iho- 
ssura,  no  dubia  esser  exilliao.  Per  che  no  m' e  cura  de  lo  logo,  unde  tu  e,  pur 
che  to  cor  possa  assetar  e  far  cessar  lo  bruzo  de  toe  atfecioim,  de  so  che  tu  30 
m'ai  dito  che  te'tormentam.  A  che  aora  usseremo  leui  remedij,  firn  a  tanto  che 
tu  possi  receiuer  più  forte  meLxinna.  „ 


VI.  Hic  2Mnit  P/-02)hefa  modiim 

Quando  lo  sol  e  in  cancro 
chi  forte  scampissa  d'  antro  *, 
rscr-?^^  chi  laora  semenera 
za  beni  no  recogiera 
alcunna  biaua  ni  grani. 
Cossi  se  trauaia  in  uam 
chi  uioleta  cercha  in  boscho, 
40    quando  la  bixa  guza  lo  rosto  '. 
Se  bom  uim  voi  costumar 
temporir  no  uendiniiar, 


facilhm  trìhuendi  Boccio  medicinam. 

che  li  roxini  no  am  saxom 
firn  a  lo  tempo  d'aotom. 
Dee  uosse  le  cosse  ordenar 
e  no  niguni  intermesihaa. 
Caunna  sa  lo  so  tempo  " 
assi  in  fini  comò  a  [l'ajuento. 
Cossi  fé  Dee  lo  cor  humam, 
che  se  elio  uor  uiuer  certam, 
se  0  no  deslengoa  ni  desuia, 
tute  penne  cassa  uia. 


45 


50 


YL  Hic  ostendit  Proffeta  quomodo  iti f fimi ifas  Boecii  sii   lonrja  2)er  duas  qne- 
stiones,  quas  Proffeta  sìbi  fecit  et  quibus  Boecius  nessiiiit  debite-  respondeve. 

Propheta  dicit:  "  Crei  tu  che  lo  mondo  sea  faito  da  uentura  o  per  raxom  ?  „. 
B.  :  "  Scmper  foi  do  opinioni  che  Dee  chi  lo  a  faito  lo  gouerne.  „  Propheta  : 
"  Doncha  za  che  Dee  a  faito  li  homi,  saueir  dei  che  elio  a  cura  de  lor,  cossi 


55 


^  seti  -  Si  potrebbe  anche  intendere  e  scrivere  :  de  chi  ecc.  Però  il  latino 
mi  par  che  stia  por  la  interx)rctazione  che  adotto;  fors' anche  F:  5*/  coni  de  soii 
doulz  cours  Le  eie!  uè  se  desiiie.  ■*  Lacuna?  E  il  tutto  è  frainteso.  *  Che 
vuol  dire?  F  non  serve  e  dev'essere  alterato:  Qnant  le  souleil  se  ntoìiie  oh  cancre 
Qui  art  toiit  de  chauìt  et  dcstrempe.  ^  Si  può  leggere  anche  roseo.  E  F  qui 

puro  non  serve;  s'allontana  dal  latino  più  che  il  genovese:  Qui  riolete  qiiiert  es 
hois  Quant  ìa  lise  amaine  Ics  noifz.        '^  AlcJn.ouia  sa  Io  tempo  so 


58  Parodi, 

corno  do  le  aotrc  cosse  ;  de  che  tu  no  dubij.  Sai  tu  a  quai  gouernaoi  Dee  go- 
uerne  li  homi  e  lo  mondo,  ni  a  qual  fim  ogni  cossa  a  intenciom  de  uegnir  ?  „ 
Dixe  B.  :  "E  lo  eollea  bem  saueir,  ma  langor  m'a  turbao  la  memoria.  „  Dixe 
Propheta  :  "  E  sai  tu  chi  e  lo  principio,  da  chi  tute  cosse  sum  uegnue  ?  „  [e]  B. 
5  dixe  :  "  Si.  „  Propheta  :  "  E  chi  ?  „  B.  :  "  Dee.  „  Dixe  Propheta  :  "  Como  e  so,  che 
tu  sai  lo  principio,  e  la  firn  no  sai  tu  che  tu  sei  homo  ?  „  Dixe  B.  :  "  Bem  eo 
che  0  sum  animai  raxoneiuer  e  cossa  mortai.  „  Dixo  Propheta:  "  Sai  tu  che  tu 
sei  aotra  cossa?  „  Dixe  Boccio:  "  No.  „  Dixe  Propheta:  "  Or  so  e  la  raxom  de 
toa  mallotia  e  la  uia  de  toa   goarixom,  chi  no  sai  la  fim   de  le  cosse  in  che  tu 

10  sei,  e  te  te  per  exillao  e  despogiao  de  tuto  to  bem,  e  penssi  che  li  maluaxi  seam 
possantì  e  bem  auenturoxi,  e  no  t'aregordi  a  quai  gouernao  lo  mondo  se  go- 
uerne,  e  crei  che  le  auenture  de  fortunna  ucgnam  senssa  raxom  e  sea[m]  caxom 
non  tanto  de  marotia  ma  de  morte.  Ma  e  regracio  lo  Segnor,  che  natura  no 
fa  anchora  abandonao  de  tuto,  per  che  noi  auemo  grani  fondamento  de  goa-  ' 

15  rirte,  za  che  tu  sentencij  che  lo  mondo  sea  gouernao  da  la  prouidencia  de  Dee. 
Che  de  questa  picena  stazella  ^  te  faremo  noi  uegnir  a  callor  de  uita,  minuando 
per  leni  remedij  le  faosse  opinioim,  de  che  lo  ^  cor  se  infortunna  per  tenebria 
de  turbaciom;  si  che  le  affecioim  se  partam  e  che  tu  receiui  pia^'ritae  de  ue- 
raxe  lumera. 

VII.  IIì'c  Pj-oj)he(a  oiffferf  omnem  osscuritatem  de  mente  B.  et  de  corde  suo. 

20    Si  comò  lo  niuollao  sapi  che  l'è  de  to  coi;. 

de  l'aire  e  carregao  Se  claramenti  noi  ueir  30 

[d]  affoschisse  la  lumera  e  departir  faosso  da  ueir 

de  le  planete  ;  la  ihera  e  per  via  drita  caminar, 

de  l'aire  chi  se  rellugaua,  tuta  mallicia  dey  schiuar; 

25    che  quaxi  iorno  semegiaua,  che  unde  toe  afflicioim 

si  turba  e  per  lo  uento  regnam  e  fam  lor  maxom,  35 

che  ueir  no  se  pò  per  entro  ;  lo  cor  e  preisso  e  niarraenao, 

in  tal  guissa  e  in  tal  fuer  comò  auogollo  e  inchainao. 

Libro  II. 

I.  Incipit  liber  seconduf^,  in  quo  ostendit  mutabili itatem  fortune  et  quod  in  rebus 
mondanis  nequid  esse  beatitndo. 

A  lo  sembiante  che  tu  fai,  le  affecioim  de  toa  prumera  fortunna  e  lor  mu- 
taciom  sum   quelle   chi  te   metem  a  messaxio  e  chi  turbam  to  cor,  e  no  aotro, 

40  per  li  diuerssi  mouimenti  in  che  fortunna  t'a  misso,  corno  quelli  che  a  uol  in- 
ganar  per  moi  de  dumestegessa,  chi  conuertissem  in  dollor  quando  ella  se  de- 
parte. Che  se  tu  conssideri  soa  natura,  tu  ueirai  che  mai  no  te  da  ni  lena  cossa 
chi  tassa  a  loar;  sapiando  che  faita  ella  era,  quando  ella''  [f.  362rt]  t'alussen- 
gaua  e  betfaua  cum  f[a]oci   sembianti  de  bianssa,  che  tu  desprexiaui,  e  persse- 

45  guiui  in  le  sentencie  che  tu  prendeiui  de  nostri  secreti.  Ma  per  so  che  [per]  tuto 
mutacioim  sodanne  canzellam  li  cor,  uoio  e  che  tu  prendi  alcunna  lengera  mei- 
xinna  e  doce  chi  te  cofforte,  per  melo  prender  poa  più  forte  beueragio.  Vegna 


^  Corrisponde  al  frc.  estiìicelìe  e  forse  ne  è  un'alterazione.  -  li:,  potrebbe 

anche  mantenersi,  ponendosi  il  verbo  al  plurale.        ^  ella  te  t 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  II,  ii.  59 

doncha  auanti  l' amuniciom  de  retoricha,  chi  uà  cossi  drita,  quando  segoe  nostri 
costumi  e  statuti;  ue.a^na  auanti  muxicha  cantarixe,  la  camayrera  de  nostra 
maxo  ^  ComfFortate,  o  homo;  crei  tu  esser  lo  prume,  che  fortunna  abia  inganao? 
che  60  e  soa  mainerà.  Or  ai  trouao  la  faossa  deessa  auogolla,  chi  a  li  aotri  se 
aseconde,  e  aloitanna  da  ti  li  dexiri  de  soi  faoci  zogi.  Che  se  tu  ay  in  orrezo  5 
eoa  trayzom,  tu  ioyrai  de  li  barati  che  ella  t'a  faito;  che  ella  t' a  lassao  cessa, 
de  che  mai  nissum  no  poe  esser  asegurao.  Te  tu  a  preciosea  la  prosperitae,  chi 
si  tosto  se  departe,  ni  per  chara  quella  [fortunna],  che  homo  no  a  segurtae  de 
reteneir,  e  chi  aduxe  doUor,  quando  ella  se  parte?  Doncha  se  l'omo  no  la  pò 
arrestar,  e  quando  ella  falle  lassa  catini  quelli  chi  l' aueam,  che  cessa  e-lla  aotro  10 
cha  mostra  de  messauentura  chi  de[i]bia  vegnir?  Si  che  remirar  le  cosse  presente 
no  sufficia,  anci  -  e  seno  conssiderar  la  firn  e  la  mutaciom  de  fortunna,  per  no 
dubiar  soe  menasse  ni  prexiar  soe  luzenge;  che  chi  se  mete  in  soa  seruitudem, 
de  esser  paciente  a  sofFerir  so  che  se  fa  in  soa  corte.  Che  chi  desse  lei(r)  de 
andar  o  de  star  a  quella  che  elio  auesse  preisso  a  dona,  o  gi  farea  torto.  Se  tu  15 
destendessi  toe  ueire  a  lo  uento,  tu  no  anderessi  miga  unde  tu  uollessi,  ma  unde 
lo  uento  te  menasse  ;  e  se  tu  semenassi  in  terra,  aueressi  benna  naa  o  rea.  Tu 
te  e  misso  a  la  gouernaciom  de  fortunna;  obeir  te  conuem  a  soa  mainerà. 
Penssi  tu  per  forssa  reteneir  lo  corsso  de  la  roa,  chi  torna  si  uiassa  ?  So  e  follia, 
che  [se]  a  se  tenesse  in  uni  esser  o  in  um  pointo,  ella  no  serea  fortunna.  20 

I.  Hk  ostencìit  forUina[m]  esse  mutabillem  et  noiiquam  in  eodem  stata  manere, 

sed  cotidie  mutare. 

Quando  soa  desterà  pinna  d'orgogio  ''  e  li  retorna  in  pocho  d'ora, 

uol  soi  serui  meter  in  restoio,  [e]  si  che  la  flota  *  uen  dessoura. 

si  prestamenti  lo  sorprende  ^  Quando  [e]  più  dol,  e  piaxeir  [n']  a(mì, 

aotro  cha  zugar  e  rie  no  fa(m).  30 

25    Or  e  baso  so  che  era  in  aotura.  Tal  ioya  in  piceni  tempo 

e  de  so  pianzer  no  a  cura  fa  lo  biao  tristo  e  dollento. 

II.  Hic  Fropheta  in  x>erssona  fortune  disputai  cuni   Boccio,  osiendens  eum  non 
debere  conqueri  de  fortuna,  cum  omnia  temporallia  sub  fortuna  laborent. 

"  O  homo,  per  che  te  biassmi  tu  de  noi  ?  che  torto  te  fassemo  noi  ?  quai  bem 
t'auemo  noi  leuao  ?  Prendi  tal  zuxe  conio  tu  uoi  a  piaezar  contra  de  noi  de  la 
possessiom  de  richesse  de  honor  e  diguitae;   e  se  tu  poi  prouar  che   mai  homo    35 


^  raxom  -Od  anti.  'È  scritto  onc/,  più  un  segno  abbreviativo;  ma  il  frc. 
toglie  ogni  dubbio:  Quant  sa  destre  plaine  d  orgueiì.  *  lo  può  valer  'loro'; 
sorprende  è  scritto  sor  prende.  Il  verso  che  dovrebbe  rimare  con  questo  e  com- 
pierne il  senso,  fu  saltato  dal  copista  per  inavvertenza.  Il  frc.  ha  :  Si  sondaine- 
ment  les  surprent  Que  le  flot  de  me.r  ne  si  prent.  *  Xon  oso  correggere  lo 
basso,  come  vorrebbe  il  senso  ed  il  testo  francese,  perchè  ogni  cosa  qui  è  tanto 
travisata  e  confusa,  che  la  colpa  potrebbe  anch'essere,  anziché  del  copista,  del 
traduttore.  Nel  verso  seg.  potrebbe  pur  leggersi  quanto,  invece  di  quando; 
soggetto  è  naturalmente  la  fortuna.  Del  resto,  ecco  l'originale:  Et  si  les  tre- 
stourne  en  lìoa  de  heure  Que  les  bus  viennent  au  desseure  Et  bas  viennent  qui  • 
erent  hault  Ne  de  leur  plorer  ne  lui  chault.  Quant  plus  dolens  sont  et  jilains  d 
yre  Si  n  en  fait  que  iouer  et  rire.  C  est  sa  ioie  qu  en  pou  d  espace  Chetifz  et 
beneurez  face. 


60  Parodi, 

mortai  n'auesse  propria  segnoria  e  orerò  che  so  che  tu  ay  perduo  fosse  to.  Quando 
natura  te  misse  for  de  lo  uentre  de  toa  maire,  nuo  de  ogni  beni,  e  te  receuey 
e  te  nory  de  mee  richesse.  E  so  te  fa  impaciente  centra  de  mi,  che  e  te  foi 
tropo  fauoraber  e  t'  aministray  più  dilligentementi,  cha  monti  aotri,  e  avironai 
5  ti  de  gloria  compia.  Or  no  te  compianzi  za  che  no  te  fassemo  alcum  torto.  Ri- 
chesse e  honor  e  bem  sum  de  nostro  drito  e  me  seruem,  conio  camairere  lor 
done;  quando  e  uegno  elle  uennem,  quando  e  me  parto  elle  se  partem.  E  [d] 
affermo  che  se  li  bem  che  tu  pianzi  perdui  fossem  staiti  toi,  tu  no  li  porressi 
perder.  Lo  cel  a  gram  poeir  de  menar  lo  bello  iorno  e  poi  de  cassarllo  per  te- 

10  nebrie  de  noite;  e  l'aire  d'aimpir  la  terra  de  fior  e  de  fructo  e  poi  de  conffon- 
derlla  de  lassa  e  de  zer,  e  lo  mar  a  so  drito  de  esser  unna  fia  dellecteiuer  e 
Buaue  e  aotra  fia  oriber  per  uento  e  per  tempesta.  Cossi  e  de  nostra  maynera, 
unna  fiaa  montar  e  aotra  fia  dessender.  Monta  sum  la  roa  se  te  piaxe,  a  paio 
che  quando  e  reuozo   no   te  tegni  ^  a  mal  se  tu   dessendi.   No  te  menbra(r)  de 

15  Cressio,  rey  de  Lidorio,  che  Litullus  '  dotaua  tanto,  chi  poi  lo  misse  a  tal  con- 
ditiom  e  destruciom,  che  elio  fo  menao  a  lo  fogo  per  arder,  se  ^  no  fosse  unna 
gram  piobia  chi  lo  deliuera?  Ai  tu  obliao  che  Paulles,  rey  de  Perssia,  uegne  a 
si  gram  misseria  che  elio  piansse  de  pietae  ?  *  De  che  sum  le  canssoim  de  li 
ingollai,  d'aotro  cha  de  fortunna  chi  tanto  se  stramua  e  serue  ^  si  improuista- 

20  menti?  Za  ay  tu  lezuo  clie  in  la  porta  de  lupiter  eram  doi  tonel,  l'um  pim  de 
bem  e  l'aotro  de  mal,  e  [f.  363«]  za  t'amo  noi  dao  più  de  bem  cha  de  mal,  ni 
anchor  te  amo  abandouao,  per  che  tu  dei  sperar  de  megio,  e  no  xmarite  in  de- 
mandar unna  leze  per  ti  sello,  chi' e  in  comum  reame  de  tuti. 

IL  Propheta  in  perssona  fortune  arguii  hominum  voluntates,  qui  nunquam  pos- 
sunt  tliessauro  vel  pecuma(m)  saciari. 

Se  tante  ®  comò  [in]  lo  mar  ma  pu(r)  semper  aueir  uorream, 

25    e  [in]  l'aire  oxelleti  e  serenne,  che  se  tuti  fossem  infibxi 

fossem  stelle  in  lo  f  rmamento,  no  seream  per  so  saolli. 

chi  aministrassem  tuto  tempo  Aotra  guissa  de  più  aquistar 

fortunna  [a]  li  homi  coueoxi,  cercheream  e  in  terra  e  in  mar,  35 

oro,  argento  e  doim  precioxi,  che  quando  couea  e  più  richa 

80   za  per  so  no  cesseream,  assai  e  più  auara  e  trista. 

III.  Mie  ostendit   Prcffeta  Boecio[m]  dehere  gaudere  et  no[n]  de  admìssione  re- 
rum temporalìium  contristari. 

"  Se  Fortunna  ts  parllasse  in  tal  guissa,  tu  no  saueressi  che  contradir  ;  e  se 
de  lui  te  noi  lamentar,  noi  te  daremo  logo  {b)  de  dir  „.  B.  dixe  :  "  Le  toe  raxoim 

40  Bum  belle  e  pinne  de  dossor  de  retoricha  e  de  muxicha,  tanto  comò  elle  duram. 
Ma  lo  mar  e  si  inracinao^,  che  a  pressente  corno  elle  faUem  e  dol  reuem  „. 
Dixe  Propheta:  ''  Veir  e  che  so  no  e  lo  remedio  de  cor,  ma  e  preparaciom  centra 
la  duressa  de  toa  mallotia;  che  quando  saxom  sera,  noi  te  daremo  meixinna 
chi  to  sanerà  e  farate   cognosser  Uo  esser  mal   agurao.  E  no   digo   quando  to 

45    paire  mori,  che  asi  tosto  li  maor  de  la  citae  te  preissem  in  cura  e  te  zonssem 


^  tegneir  -  Ciriis  F,  ^  e  se  *  Un  po'  meno  bizzarramente  F  :  Aussi  as 
tu  oublie  comment  paulus  quant  il  otpì-is  le  roy  dejìSìse  ('Persi  regis'!)  et  il  le  vit 
a  si  grani  misere  qu  il  en  ploura  de  pitie.        ^  soruein?        '-'  tanto        "'  inracionao 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  II,  iii,  iv.  61 

a  lor  per  mariagio  ^,  chi  e  unna  bella  mainerà  difBnitiua-.  Le  dignitae,  che  no 
uolleamo  dar  a  li  anciaim,  demo  a  ti,  in  guissa  che  se  le  cosse  mortae  poni 
aueir  prexio  ni  bianssa,  chi  porrà  canzellar  la  memoria  de  to  bom  agur  ?  Xo 
te  menbra  che  tu  uisti  li  toi  doi  fìgi,  faiti  conssoUi  a  gram  compagna  e  loia 
de  citaim,  menar  e  assetar  in  carrega?  Che  tu  preponeiui  da  to  gloriosso  in-  5 
zegno  lo  losso  real  in  la  piassa  comunna  de  pouo,  chi  attendeam  che  gloriossa- 
menti  li  saollassi  de  toa  loquencia  ?  Per  che  te  biasmi  tu  de  fortunna,  chi  t'a- 
luzengaua  e  noriua,  corno  [e]  so  dilleto  fantini  ?  Se  tu  fai  soma  de  li  beni  e  de 
li  mai  che  a  t'a  faito,  tu  no  porray  negar  che  tu  no  sei  beni  agurao.  E  se  so 
no  te  par,  per  so  che  le  cosse  chi  te  piaxeam  suni  passae,  cossi  te  de  sembrar  10 
che  so  che  te  despiaxe  passera.  Rassesti  tu  nuo  aora  nouamenti  in  la  uiotae  de 
questa  vita  ?  Crei  tu  che  in  le  cosse  terrenne,  che  li  homi  am,  sea  certam  stao  ? 
Xo  nei  tu  che  li  homi  messmi  defialleni  in  poche  d'ora?  Se  poesse  esser  che 
fortunna  auesse  fermo  stao,  si  fallirea  ella  a  la  morte.  Che  quando  l' omo  [en] 
so  bom  agur  de  fortunna  mor,  che  differencia  fai  tu,  o  che  a  te  lasse  in  toa  15 
ulta,  o  che  tu  la  lassi  a  la  morte  ?  „ 

III.  Hic  ostendit  Proiìheta  mutabillitatem  esse  in  i-ebiis  mondaìiis,  per  tres  simil- 
litudines,  silicet  soìlis  ^  nemoris  et  man's. 

Lo  matim  che  lo  sol  e  nao  chi  rosse  abate  e  fior  debrixa. 

bello  *,  uermegio  e  affiamao.  Or  e  lo  mar  suaue  e  dar,  25 

a  le  stelle  lena  soa  lumera  or  asperessa  per  uentar. 

20    e  fa  pallidar  lor  biancha  ihera;  Cossi  se  cambia  natura 

alle  fior  da  so  condimento  [(Z]  chi  no  fa  per  auentura, 

e  a  le  roze  dolce  olimento.  anti  a[ura]"corsso  certo  e  staber 

E  poi  uem  la  freida  brixa,  fortunna,  chi  [e]  si  muaber?  30 

lY.  Hic  asserii  Propheta  Boeciofm]  esse  fellìceni  per  multas  raciones ,  quarimi 
jyrima  est  bonitas  soceri,  seconda  uxoris  castitas,  tercìa  fiìiorum  prudencia  et 
honestas. 

Boecio:  "  E  no  posso  negar  lo  gram  corsso  de  prosperitae  che  e  o  auuo,  ma 
so  e  chi  più  me  conffonde,  che  la  souranna  pestillencia  e  esser  stao  in  boni  grao 
e  poa  dessch[a]ir.  „  Propheta:  "  Doncha  uen  toa  °  messauentura  per  lo  to  penssar 
e  no  da  li  dani.  Or  no  te  lamentar  de  fortunna,  za  che  Dee  te  saluo  so  che  tu 
pu  prexiaui  in  toa  prosperitae  e  chi  meior  te  e.  Xo  uiuem  anchor  le  dee  pre-  35 
ciosse  ioie  de  to  linaio,  chi  sum  conssoili,  lì  quai  anchor  che  elli  seam  zoueni, 
lo  seno  de  lo  ano  e  de  lo  paire  relluga  in  lor?  e  toa  mogier  si  sauia  e  casta, 
chi  tanto  se  dol  per  to  amor?  e  Simacus  so  paire,  homo  pìm  de  tuta  uirtue,  in 
chi  seruixo  tu  te  abandonerexi  a  morir?  Se  la  uita  e  la  [f.  364f/]  più  cara  cossa 
che  homo  agia,  tu  te  dei  tegnei  per  beni  agurao,  habiando  queste  cosse  chi  te  40 
Bum  più  care  cha  la  uita.  Or  cessa  de  pianzer,  che  fortunna  no  t'a  anchor  si 
tempestao,  che  le  cosse  chi  te  romannem  e  speranssa  de  tempo  chi  pò  avenir  no 
te  possa  conffortar.  „  Dixe  Boecio:  "E  prego  Dee  che  so  sea  fermo,  che  tanto 
comò  so  sera  noi  pensseremo  de  scampar.  Ma  tu  uei  corno  e  sum  desguarnio  de 
me  ornamenti.  „  Dixe  Propheta:  "  Or  negamo  noi  che  tu  e  alquanto  meiorao,  za    45 


'  marraro.  Correggo  col  testo  fre.        -  Intendi,  col  testo  latino   0  col  frc, 
'di  affinità'.        *  solle        *  berllo       ^  da  toa 


62  Parodi, 

che  tu  cognossi  no  auei  tuto  perdilo.  Ma  forte  me  peissa  de  la  uiotae  de  to  cor, 
lamentandote  tanto  de  so,  che  alcunna  coesa  te  falle  de  to  boni  agur.  Chi  e 
quello  chi  e  si  beni  agurao,  che  alcunna  cessa  no  gè  falla  e  tuto  se  contente? 
Questa  e  la  grande  angossa  do  la  condiciom  de  li  bem  humaym,  che  i  no  poni 
5  uegnir  insenie  o  y  duram  pocho.  Li  um(de)  am  abondancia  de  richesse  e  unta 
che  elli  seam  nai  de  uillam;  li  aotri  sum  renomay  de  gentillessa  e  sum  si  po- 
veri, che  elli  no  uorream  esser  cognossui  e  no  [b]  trouani  mogier  segondo  lor; 
li  aotri  am  mogier  bonna  e  bella  e  no  pom  far  fijor  e  araassam  richesse  a  li 
strannij;  li  aotri  am  fijoi  dessconci,  de  che  elli  se  dollem;  e  per  so  a  greue  [e]  ' 

10  che  alcum  acorde  za  bem  la  condiciom  de  so  seno  a  soa  fortunna.  Se  o  poesse 
esser  che  alcuni  fosse  in  tuto  bem  agurao,  elio  serea  si  lamgorosso  -,  che  se  al- 
cunna cessa  gi  fallisse,  in  lui  no  serea  remedio  de  confForto,  per  so  che  pocha 
cossa  togie(r)  la  perffeciom  de  boni  agur.  Monti  sum  aera  chi  creream  ^  de  to- 
char  lo  cel,  se  elli  auessem  um  pocho  de  so  che  gi  falle.  Lo  logo  che  tu  apelli 

15  exillio  e  paixe  a  li  habitaoi;  per  che  alchum  no  e  mal  agurao,  saluo  chi  se  lo 
penssa  esser,  e  per  contrario  boni  agur  uem  da  paeiencia;  che  alcum  no  e  si 
bem  agurao,  chi  no  uoUesse  cambiar  so  stao,  se  o  no  e  paciente.  Grande  ama- 
ritudem  e  in  bom  agur,  anchor  che  elio  paira  dece,  per  so  *  che  retegneir  no  se 
pò,  ma  se  ne  uà  quando  elio  uol.  Per  che  cerchi  tu  bom  agur,  chi  l'ai  assiso 

20  in  ti*?  Ingnorancia  te  conifonde.  Voi  tu  che  e  te  mostre  la  porta  de  boni 
agur?„  DLxe  Boecio:  "  Si.  „  [e]  Dixe  Propheta:  "Ai  tu  più  preciossa  cossa  de  to 
cor?„  Dixe  B.:  "No. „  Dixe  Propheta:  "Tanto  comò  tu  [loj  segnorezeray ,  for- 
tunna no  te  porrà  noxer.  A  so  che  tu  eapij  che  in  le  cosse  de  fortunna  no  pò 
esser  fellicitae,  dirote  corno  fellicitae  e  lo  souram  bem  de  natura  chi  va  per 

25  raxom  %  chi  no  se  pò  perder,  per  soa  magnifficencia  ;  per  che  la  mutaciom  de 
fortunna  no  pò  tochar  a  ueraxe  bianssa.  Anchora  più  che  quelli  chi  a  faossa 
fellicitae  cercha,  che  o  elio  sa'  si  che  ella®  possa  cambiar,  o  elio  no  sa.  Se  so 
no  sa^,  conio  pò  elio  esser  bem  agurao,  chi  e  si  auogollo  '"?  Se  so  sa  che  elio" 
segoa,  0^-  gè  couem  dubiar  de  perder  so  che  perder  se  pò;  per  che  o  no  pò 

30  esser  bem  agurao.  E  se  de  so  no  cura,  doncha  e  catino  bem  quello  che  homo 
no  cura  de  perder.  E  za  che  le  anninie  no  moi-eni  cuni  li  corpi  e  bianssa  de 
fortunna  falle  quando  lo  corpo  nior,  se  a  fosse  ùeraxe  bianssa,  poi  che  li  corpi 
sum  morti  le  anninie  seream  mar  agurae.  Ma  tu  say  che  monti  am  cerchao 
beatitudem,  no  soUamenti  sostegnando  tormenti,  ma  receuando  morte.  Doncha 

35  no  pò  dar  questa  uita  bianssa,  za  che  a  no  fa  mar  agurai  [d]  quelli  a  chi  ella 
falle.  „ 

lY.  Hic  docet  Propheta  hominem  vollentem  esse  vere  fellicem  sibi  eìligere  ìeclam 
scdem  e[f]  abitare  ^^  /;/  constante. 

Chi  zerchar  uol  logo  aueneiuer  che  lo  uento  gè  greuerea. 

bom  e  bello  e  maneiuer,  E  semegieiuer  mal  farea 

no  fassa  in  lo  dominiom  "  se  o  la  fondasse  in  lo  sabiom, 

40    de  montagna  soa  maxom,  unde  bate  lo  mar  felloni, 


^  Cfr.  f.  366r^:  a  grette  e  che  ecc.  -  laìugerosso.  ^  cercham;  ma  resta  a 
ogni  modo  frainteso  l'intero  periodo:  Moidt  soni  ores  de  gens  qui  cuideroient 
estre  jusques  au  cirl  s  ilz  aiioient  nng  tres  poti  du  remanant  de  tes  biens.  *  a 
so  ^  in  fi  in  ti  •'  B.  34,  74  sg.  :  nafurae...  ratione  degentis.  ''fa  ^  ola  ^  fa 
'^^  agonollo        "  o/Zo;  il  c/ie  è  di  accusativo.        ^'' che  o        ^^  abiterc        ^*  donion? 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  II,  v.  63 

che  l'onda  la  ^  bosticberea,  e  bom  fondamento  fassa:  5 

si  che  ella  no  se  sosterrea.  si  no  doterea  menassa 

Ma  aso  che  semper  romagna,  de  mar  ni  uento,  ma  in  paxe 

metassc  in  mezo  de  montagna  stara  per  bom  tempo  e  maruaxe. 

Y.  Hic  ostendit  Propheta  quod  dona  fortune  faciunt  hoìninem  heaUim,  dicens  quod 
fortune  -  asperitas  utiìlis  est,  et  docet  diuicias  honores  faniam  gloriam  et  po- 
tenciam  non  optandafni). 

"  Se  li  beni  de  fortunna  fallem,  che  cossa  e  in  lor  chi  no  si[a]  a  desprexiar? 
Se  bem  conssideremo,  le  richesse  sum  preciosse  da  noi  o  da  lor?  Che  apre(i)xi'r'    10 
[f.  365  «]  Aprexi  tu  soma  de  dinai,  chi  no  dam  uallor  saluo  quando  olii  se  partem 
spendanslo,  e  penna  quando   e.lli  s'amassam?  O  catiue  richesse  e  sofFraitosse, 
chi  no  sei  aotro  cha  inffieura  d'oregie!   Le  quae  alcum  ni  pussor  no  pom  tute 
aueir,  ni  eciamdee  quaxi  alcum  n'a,  sensa  apouerir  aotri.  La  iharessa  de  le  pree 
preciosse  e  loro  de  li  homi?  Grram  meraueia  ^  e  che  homo  chi  agia  raxom  agia    15 
81  gram  deuociom  in  cosse,  chi  no  am  ulta  ni  seno.  Anchor  che  soa  bellessa  sea 
formaa  da  lo  Creator,  elle  sum  più  basse  de  noi,  per  che  elle  no  merissem  nostra 
amiraciom.   Deletite  tu  in  bellessa  de  canpi^,  chi  e  unna  de  le  porticioim  ^  de 
lo  mondo,  ni  ai  ioia  de  uerr  lo  mar  suaue,  e  sol  lunna  e  stelle  luxir?  Ossite  tu 
glorificar  de  la  bellessa  de  le  cosse?  Nassem  de  ti  le  fior  de  primo  tempo?  la    20 
habondancia  de  le  frute  uem  da  ti?  Per  che  te  sorprendi  tu  de  faossa  ioia?  per 
che  abraci  tu  li  aotr[o]i  bem?  Fortunna  no  te  darà  za  li  bem  che  natura  t'a 
alargao.  Li  bem  de  terra  sum  ordenai  per  uianda  a  li  homi  e  a  le  bestie.  Se  tu 
ay  so  che  sufficia  a  toa  sustentaciom,  elio  no  te  conuem  demandar  la  superfluitae 
de  fortunna,  che  natura  e  sostegnua  [ò]  de  poche,  e  se  tu  la  constrenzi  a  otragio    25 
ella  te  farà  dano  e  doUor.  Sembiate  che  aueir  diuersse  cosse  e  preciosse  te  fas- 
Ba(ra)  bello.  Se  elle  sum  piaxeiuer  a  la  vista,  loeram  la  gente  la  materia  de  la 
cossa  e  lo  inzegno  de  l'ouerer^.   O  ti  te  te  de  la   grani  rota  de  li  sementi  fan- 
celli  bem  agurao?  No,  che  se  elli  sum  mal  inssegnai,  zo  e  gram  carrego  a  la 
maxom  e  perigo  a  lo  segnor,  e  se  elli  sum  boim  reputerai  tu  la  lor  bontay  in    30 
ti?  „  Dixe  B. :  **  No.  „  Dixe  Propheta:  "  Doncha  li  bem  che  tu  apelli  per  toi,  no 
lo  sum  propriamenti;  per  che  tu  no  li  dei  cubitar  ^,  ni  aueir  doUor  se  tu  li  perdi. 
Per  che  couey  tu  tanto  prosperitae  de  fortunna?  Penssi  tu  per  so  schiuar  sof- 
fraita  ?  No,  che  chi  più  a,  da  ayna  pu  gi  couem  goardar,  e  lo  prouerbio  dixe  che 
chi  più  a  più  gè  falle,  e  a  quello  falle  poco  chi  cercha  la  sufficiencia  de  na-    35 
tura  e  no  la  superfluitae  de  couea.  Le  aotre  cosse  se  contentam  de  so  che  re- 
quere  natura,  e  ti  chi  ay  intendimento  e  e  semegieiuer  a  Dee,  quanto  sea  in  an- 
nima,  no  te  par  ''  aueir  uallor  senssa  le  cosse  foranne,  basse  e  uir,  senssa  ulta,  che 
tu  demandi,  e  no  comtempli^   [l'iniuria  che  fai]  in  quello  chi  a  tute  faito,  sote- 
misso  e  ordenao  a  utilitae  de  l'umani  linaio;  e  meti  toe  dignitae  sota  li  pee  do  le    40 
basse  cosse  per  to  zuegar,  obeyando  a  lor  chi  ani  men  uallor  de  ti,  per  [e]  chi 
elle  sum  faite.  Che  quando  l'omo  se  cognosse,  elio  e  più  aoto  de  tute  aotre  cosse, 
e  quando  elio  no  se  cognosse,  si  e  più  basso  cha  bestia,  a  chi  per  natura  no  s'a- 


^  lo         -  fortuna  '  tneuricia.  Il  frc  si  scosta  assai.  *  canti,  ma  è 

probabile  sia  error  del  traduttore.  ^  peficioim;  cfr.  la  nota  4.  ^  aueir; 
F  de  rouurier.  '  cantar \  il  fr.:  et  puis  qu  il  n  y  a  point  de  beante  que  fu 
doies  comtoitier  j)Our  quoy  as  tu  dueil  se  tu  les  pera  cu  ioie  se  fu  les  as.  ^ par 
pair        »  Lacuna;  cfr.  13.  38,  72  sgg. 


64 


Parodi, 


10 


15 


pertein  aueir  cognossenssa.  So  e  aror  a  Ioar  li  ornamenti  foraim  ;  che  ee  olii  sum 
belli,  so  chi  e  dentro  roman  laido.  Ma  li  mainasi  no  penssam  che  aotra  cossa 
8e[a]  cha  oro,  per  che  elli  uam  monta  fia  mal  segurì  quelli  chi  lo  am;  so  che 
f a  ^  chi  se  contenta  de  lo  couegneiuer,  chi  po;u  andar  cantando  inter  -  li  lai- 
roim.  „ 

Y.  Hic  Projjheta  arguit  inmoderato [m]  dexklerio[m]  haheìidi  et  laudai  pris- 
sco[s],  quorum  vita  simplex  °  erat  et  contenta  rebus  qtie  ìiatiirafmj  tantum 
substentarent. 


Boym  fom  li  prumer  anciaim 

e  li  antixì  paixaim, 

chi  no  cerchauam  dellieie 

e  s'aloitauam  da  uicij. 

lande  era  lor  prouenda, 

e  aigoa  era  la  soa  beuenda; 

sum  l'erba  se  acoregauam 

e  a  questa  guissa  stauam. 

No  cognosseam  poxom 

ni  aueam  affeciom 

d'alchum*  drapi  de  coUor, 

ni  saueam  lo  doUor 

per  couea,  che  li  mercanti 


sostenneni  si  forti  e  tanti. 

Alchum  no  faua  a  lor  guerra  20 

in  lo  mar  ni  in  la  terra. 

Piaxesse  a  Dee  che  retornasse 

tal  maynera  e  no  manchasse 

in  li  cor  chi  sum  ardenti, 

[d]  uennemd'  a  ree  mouimenti  ^  25 

Chi  primer  la  terra  auri 

zeme  e  oro  desscroui, 

assay  meio  poea  far, 

che  tuto  couerti  a  mal. 

Monto  e  da  esser  repreisso  30 

chi  perigo  a  misso  e  compreisso. 


VI.  Hic  Proplieta  vult  ostendere  dignitntes  et  potencias  non  petendas,  probans 
guod  inaile  sint  e(t)  comjjaracione^  mallorum,  quibus  ipse  diuicie  et  potencie 
frequentissime  sociantur. 

"  Kabia  de  delluuij  ni  fiama  de  fogo  no  sum  più  da  themer  conio  possanssa 
de  homo  maluaxe.  Che  cossi  sea  tu  sai,  che  li  toi  autecessoi  se  forssam  de  abater 
la  statuia  eegnoria  de  li  conssolli  de  la  citae  de  Roma,  chi  per  lor  orgogio  aba- 

35  tem  la  coronna  real.  E  se  possanssa  assende  ia  li  boim,  chi  auem  de  rairo,  elli 
no  se  liiaxem  d' aotra  bontae  cha  de  li  lor  dumestegi'';  perche  uirtue  da  honor 
a  le  dignitae,  no  miga  dignitae  a  uirtue.  Che  se  tu  vissi  li  rati  uolleir  segnoreza 
l'uni  l'aotro,  tu  l'aueressi  a  grande  derixom.  Cossi  e  de  pocha  uarssua  dexirar 
segnoria  sum  lo  corpo  de  l'omo,  chi  e  si  seiuer  che  souensso  e  stao  morto  per  unna 

40  moscha,  e  sum  le  aotre  cosse  de  fortunna,  chi  sum  auchor  più  uir.  Porreasse  mouer 
to  cor  de  so  francho  stao,  chi  tanto  a  seguio  ueraxe  raxom?  Za  sai  tu  la  nia- 
raueia  ®  [386a]  de  constaucia  che  uni  homo  mostra ,  chi  per  soa  francha  uirtue 
se  trencha  la  lengoa  cum  li  denti  e  la  scracha  sum  lo  uisso  de  un  tirano,  auanti 
che  elio  gè  uoUesse  reaellar  li  conssentior  ^  de  la  coniuraciom ,  faita  centra  de 

45  lui.  E  sai  le  merauegiosse  proece  ^^  de  Hercullcs,  chi  ocisse  so  oste  Rocides  ",  e 
de  ReguUus  lo  roman,  chi  preisse  e  inchaina  tanti  affrichaim  e  poa  fo  da  lor 
uenssuo  e  imprexonao.  Si  che  a  greue  e  che  no  retorno  lo  otragio  sum  lo  stra- 


^s«?  ^  inter  x>er  "' simillis  *  dar  alchum  '^Wivc:  Car  or  est  pilus 
ardant  que  feu  L'auarice  des  conuoiteux.  ^  homoracione;  forse  conimemoracione? 
^  Tutto  travisato.  F  :  que  t'y  plaist  il  fors  que  la  bonie  et  la  ptt'oesce  de  ceuìx 
qui  en  usent.  *  materia;  F.  non  ajuta.  °  Pare  conssencior',  F:  ceulx  qui 
attoien  conscenti  la  coniurafion.        ^°  proece        "  1.  Busirides 


Stiulj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  II,  vi.  65 

cuidao  ^.  Anchora  dey  saueyr  che  natura  no  sofferò  che  doe  cosse  contrarie  e 
discordante  se  zonssam  may  inseme,  per  che  tu  poi  penssar  che  se  le  possansse  e 
dignitae  do  fortunna  che  tu  couey  fosseni  benne,  che  no  se  zonzereani  a  li  mal- 
uaxi,  chi  comunnamenti  ne  am  maor  abondancia  cha  li  aotri;  ma  se  zonzeream 
a  li  boim  per  officio  de  natura,  si  comò  forssa  a  lo  forte  e  lengeressa  a  lo  lenger,  5 
chi  mai  a  lo  contrario  de  natura  acostar  no  se  poni,  anci  ^  se  departem.  So  che 
no  fa  auaricia,  chi  da  soa  natura  no  se  pò  saollar  de  richesse,  ni  possansa  [fa] 
uencer  si  messmo  ni  ^  desligar  de  le  chainne  de  fellonia*;  che  quando  ella  as- 
sende  in  li  maluaxi  ella  no  li  fa  boim,  ma  descroue  lor  malicia.  Si  che  final- 
menti  possamo  concluer  che  richesse,  possansse  e  dignitae  de  for[i]tunna  no  io 
Bum  naturalmenti  benne  ni  fam  a  dexirar,  za  che  semper  a  li  boim  no  se  zon- 
zem,  ni  fam  boim  quelli  chi  l'am.  „ 

VI.  Hic  Propheta  tmìt  ostendere  per  exempliim  Neronis,  qiiod  dignitates  Jiominis 
nequiciam  manifestant  nel  ipsius  bom'tatem. 

Aregordemo  li  dollor  ma  le  soe  ree  onere  lo  seguim 

de  Xeron  imperao,  e  condussem  a  mal  fini. 

15    chi  per  soa  crudellitae  Che  quando  Eoma  bruxa, 

fé  ocier  so  frai  si  forte  se  spauenta 

e  Senecha  so  maistro,  de  um  gram  bruzo  che  elio  oi,  35 

leal  amigo  e  ministro;  che  for  de  la  citae  fuzi, 

e  soa  maire  fé  sihapar,  e  de  um  par  che  elio  troua 

20    e  per  mezo  Roma  bruxar,  in  lo  neutre  se  imspea, 

pur  per  so  inmaginar  unde  tute  spauentao 

e  per  fellom  scharmezar;  fo  da  loui  '^  rozigiao(r),  40 

e  dominiaua  le  mondo  [f]  e,  si  comò  e  scripto  in  lo  querno, 

quaxi  tute  per  circondo.  fo  uisto  Inter  lo  infferno, 

25    Merauegia  e  che  no  se  tremo,  batuo  e  tormentao 

quando  uicio  e  poeir  sum  inseme:  e  d'oro  caodo  abeuerao; 

so  e  meter  a  la  spaa  uenim  forte,  e  uerra  cum  Anticristo  45 

per  più  angossar  la  morte  ^  a  centrar  la  fé  de  Cristo, 

E  sam  Pero  fé  crucifficar,  centra  Xohe  e  Ellia, 

30    e  la  testa  a  sam  Poro  (fé)  tagiar;  chi  de  li  boim  seram  guia. 

VII.  Hic  ladt  Propheta  ostendere  gloriam  liuiiis  mondi  non  esse  i^eiendani,  et  per 
quhique  raciones,  qnarum  jJt'tma  per  comperacionem  a\(T\  ceìlum,  seconda  per 
comperacionem  et  ex  differencia(m)  [de]  moribiis  et  lingua,  tercia  per  diuers- 
sitatem  iudicìj  hominnm,  quarta  per  comperacionem''  ad  eternitate[m] ,  quinta 
per  comperacionem  ad  homines. 

B.  dicit:  "Tu  sai  che  couea  de  le  cosse  terrenne  a(m)  auuo  pocha  segnoria 
sum  noi.  Ma  aso  che  uirtue  no  fosse  oblia,  se  uossemo  inuexendar  de  le  bezogne    50 
comunne,  no  miga  corno  alchuni  chi  lo  fam  per  esser  renomay.  „  Dixe  Propheta: 


^  stracaudao',  il  frc.  non  serve.  ^  Si  può,  al  solito,  leggere  ajiti  od  aiici  a 
piacimento.  ^  in  *  11  frc:  Ne  la  puissance  r.e  fait  mie  auoir  puissance  sur 
soy  cellui  qui  est  encliainez  de  faulx  delitz.  ^  Così  anche  F:   C  est  mer- 

ueiìle  que  tous  ne  tremhlent  Quant  vice  et  pouoir  s  assemblent.  C  est  niettre  ou 
glaiue  vcnin  fort  Pour  plus  y  angoissier  la  mort.  Il  resto  della  rima  manca  nel 
tosto  frc,  come  nel  latino,  e  par  fattura  del  traduttore.  Si  noti  la  nuova  leg- 
genda neroniana.        **  Sopprimo  tuto.        '  conìperacionuiu 

Archivio  glottol.  itul.,  XIV.  5 


66  Parodi , 

"  Pìaxeme  clie  tu  no  uollessi  obliar  uirtue,  ma  a  quelli  chi  so  fam  per  cresser 
de  ronomaa  no  dago  e  alclium  losso.  Che  se  noi  cerchemo  le  rasoim  de  li 
astrologi,  noi  troueremo  che  a  la  comperaciom  e  respeto  de  la  grandessa  de  lo 
cel,  tato  lo  circuito  de  la  terra  par  niente  o  um  sor  pointo  ^  De  lo  quar,  se- 
5  gondo  Tollome,  pò  esser  scarsamenti  habitao  la  dexenna  partia,  minuandolo 
mar,  fiumi,  pau  e  desserti.  Doncha  no  e  seno  a  cobear  in  destender  renoma  in 
si  picein  logo  e  inclusso.  Anchor  che  monte  nacioim  gè  habitem  ;  ma  si  se  des- 
semegiam  de  lengoe  e  de  mainere,  si  che  in  um  logo  e  loao  um  costume  chi  e 
biassmao  e  punio  in  um  aotro.  Per  la  quar  cessa  o  per  l'asperessa  de  li  camim, 

10  no  sollamenti  li  nomi  de  li  singullai  homi,  ma  quelli  de  le  citae  e  prouincie  no 
possamo  saueir.  Che  a  lo  tempo  de  Marche  Tullio  Eoma,  chi  era  in  so  aoto 
cormo  e  themua  da  li  Perssiaim  e  da  pusso  aotre  nacioim,  no  era  anchora  co- 
gnus8[u]a  otra  li  monti  de  Cospia  ".  Como  do[nJcha  passera  lo  nome  de  um  solo 
homo  unde  Roma  no  passa?  Per  che  homo  no  se  de  forssar  d' alargar  so  nome 

15  in  lo  picem  termen  e  dura  de  questa  uita  pressente,  ma  se  de  far  acognosser  a 
la  uita  de  la  ternitae,  chi  e  senssa  fim,  a  la  quar  ella  no  se  pò  comperar.  Che 
doe  durae  chi  abiam  fim,  quanto  l'unna  se  sea  maor  de  1'  aotra ,  se  pom  bem 
aingoar  per  multiplico;  ma  che  l'unna  agia  fim  e  l'aotra  [no],  trouar  no  se  pò 
in  lor  proporciom  d'ingoallansa.  Per  che  lo  renomar  de  questa  uita  comperao  a 

20  la  ternitae  e  niente;  per  che  chaum  homo  de  adrissar  soa  coussiencia  e  uirtue 
a  meritar  lo  bem  senssa  fim,  e  no  aurir  le  oregie  a  lo  stronar  de  lo  pouo,  ni  de 
demandar  loguer  de  esser  loao  de  parolle.  Che  fa  a  li  prodomi  (f.  367  a)  esser 
renomai  de  le  cosse  terrenne,  se  quando  li  corpi  morem  1'  annima  e  allegra  de 
partisse  da  la  terra?  „ 

VII.  Hic  2^>'ohat  Projiheta  gloriam  huiiis  mondi  uanam  esse  e[f]  ntilìo  modo  dexi- 
derandam,  quoniam  fama,  gloria,  diuicie,  honores  et  iiohiptafcs  e[t]  simili ia 
perenni  et  in  nicliillo  reiiertantur. 

25    Quello  chi  in  renomar  ^  Unde  e  lo  corpo  de  Platom  ? 

mete  tuto  so  penssar,'"  unde  e  Brutus  ?  ^  unde  e  Catoni  ? 

auissar  de  bem  lo  cel  Le  scripture  chi  notoria 

e  le  grainde  ouere  de  Dee;  ne  fam"  soa  nanna  gloria,  40 

che  cossi  aucra  umta,  no  li  sostrasse[m]  de  morte 

30    se  in  cresser  so  nome  pointa.  ni  de  penne  lene  ni  forte. 

Che  in  terra  no  pò  romaneir  Voi  chi  fama  perchassai, 

orgogioxi  ni  manteneir  suar  dei  no  seay  cassai 

lor  uita  per  renomar  *,  de  la  celestial  gloria  :  45 

ni  l'anger  de  morte  schiuar;  aueir  deuey  in  memoria 

35    che  morte  prende  per  ingoar  che  quando  partirei  de  sa 

picem,  grande  e  comunal.  che  uoi  renderey  raxom  de  la. 

Vili.  Hic  23>'ol>at  Proffeta  asjyeritatem  fortune  [utilem  esse],  et  hoc  miiltis  racio- 
nibiis  declorando  ^. 

(Z>)  "  Abo  che  tu  no  penssi  che  e  prenda  continnuamenti  goerra  cum  fortunna, 
50    e  digo  che  monta  fia  auem  grani  bem  a  homo,  quando  ella  gi  descroue  la  fao- 


^  jnanto  ^  Il  lat.  ha  Caucasum  inontem,  ma  il  frc.  les  mons  fospiens  (0 
cospiens?).  ^  Probabilmente  renomaa.  *  Come  alla  n.  prec.  ^11  secondo 
«  incerto.        ^  Sopprimo,  dopo  fam,  un  de.        ''  declaranda 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  II,  vii,  viti.  67 

citae  de  soa  mainerà,  bo  e  che  più  propheta  ^  a  liomo  la  mara  uentura  cha  la 
bonna.  Che  quando  la  benna  par  beni  agurossa,  ella  insana  monti  homi  e  im- 
prexonna  quelli  chi  l'uzam  per  faoci  sembianti,  e  destorba  ueraxi  bem  per  eoe 
luzenge.  Ma  la  rea  mostra  per  so  cambiar  no  aueir  pointo  de  stao ,  e  inssegua 
e  deliuera  quelli  chi  cognossem  soa  faossa  bianssa,  e  si  comò  sauia,  per  ussaio  5 
de  tribuUaciom  atra  monti  folli  a  ueraxi  bem,  per  la  forssa  de  lo  croche  de  soa 
auerssitae.  Te  tu  a  poche  so,  che  aspera  fortunna  t'a  descouerto  li  cor  de  toi 
amixi?  Che  quando  ella  se  parti  da  ti,  si  ne  porta  li  amixi  che  ella  t'auea  dao, 
e  te  lassa  li  toi,  che  si  caramenti  aueressi  acatao,  se  tu  te  fossi  cognussuo,  quando 
tu  sembiaui  esser  biao.  Aera  che  tu  ai  trouao  cognossenssa,  toa  ueraxe  amiga ,  10 
chi  [e]  più  preciossa  e  più  te  de  esser  cara  de  tuti  aotri  bem,  si  te  compianzi 
aueir  perdue  toe  richesse.  „ 

YIII.  Hlc  Fropìieta  ìaudat  amorem  fideliìtm  amicorum,  ostemìens  qiiod  nichil 
dulcì'us"  Itera  ^  amici[ti]a  jJotest  esse. 

Or  piaxesse  a  lo  Segnor  lo  iorno  fa  per  sol  luxir, 

per  so  docissimo  *  amor,  e  note  per  lunna  sihairir. 

15    si  conio  ten  lo  mondo  inseme,  Per  tal  amor  se  dem  sostrar  25 

detornar  le  cosse  streme,  le  creature  de  mal  faa, 

in  so  che  bate  la  lensa  honorar  e  seruir 

(e)  de  ueraxe  prouidencia  ^  quello  chi  couem  obeir  : 

Chi  fa  che  li  alimenti  per  forssa  ^  in  lo  eternai  ' 

20    retenem  si  conssamenti  giorno  de  Pague  trioniFar  ®,  30 

le  fortunne,  la  grande  nuda,  segondo  che  ^  ouerao 

che  la  terra  no  profFonda;  aueremo  [e]  meritao. 


Libro  III. 

Incipit  liber  tercius,  in  quo  ostendit  giiod  ijjse  no[n]  tiadat  in  misseriam  suo 
reatii^  et  quod  de  amissione  rerum  temj^oraUium  no[n]  dolìendum  est. 

I.  "  0  souram  confForto  de  cor  dessaxiai,  chi  per  la  uìrtue  de  toe  sentencie  e 
per  lo  dolssor  de  to  canto  me  ay  si  recreao,  che  e  cognosso  mi  no  esser  impar  ^^ 
a  le  innaffre  de  fortunna!  Per  che  no  me  despiaxe  l'agror  de  li  reniedij  de  che  35 
tu  ai  faito  menciom,  ma  li  quero  cum  arder  d'oir.  „  Dixe  Propheta  :  "  Bem  co- 
gnosso che  atentamenti  ai  oìo  nostre  paroUe  e  intendo  la  dispoxiciom  de  to  cor; 
ma  le  cosse  chi  romannem  sum  più  ponzente  cha  quelle  che  tu  ay  receuue,  an- 
chor  che  quando  tu  le  aueray  receuue  elle  sum  si  dece,  che  tu  arderai  tute  de 
oir  e  saueir  unde  noi  intendanio  de  {d)  menar[te]  ".  „  "E  in  che  logo?„  dixe  B.  40 
Dixe  Propheta:  "A  ueraxe  bianssa  che  sonipna  to  cor,  per  so  che  anchor  no  la 
pò  scoxir.  „  "  E  te  prego,  —  dixe  B.  —  che  ne  mostri  questa  ueraxe  bianssa.  „  Dixe 


^  Certo  il  copista  intese  Propheta,  onde  è  probabile  sia  invece  da  leggere  j;ro- 
fda.  ^  Qui  sopprimo  nil.  ^  uerame  ^  dotissimo  ^  Questi  versi,  abbastanza 
brutti  ed  oscuri,  mancano  a  B  e  F.  Il  resto  è  tutto  travisato,  nò  corrispondo 
alla  rubrica.  ^  E  forssar[se^  ?  O  va  con  forscia  pr.  60,  24  ?  Oi^pure  è  da  cor- 
regger possa,  cioè  posa  'poi'?  '^  tr/onffar  ^eternai'.,  è  correzione  ovvia,  ma 
forse  insufficiente.  ''Sopprimo  un  e.  ^°ingoar',  cfr.il  lat.  :  me  imparem  . . . 
esb-e  non  arhitrer,  e  il  frc.  :  que  ie  ne  sui  pas  despareil.        ^^  inaìiar. 


68  Parodi , 

Propheta:  "  Farollo  uoUunter,  ma  auanti  te  mostreremo  cosse  più  uexinne  a  toa 
cognossenssa  ^ ,  aso  che  quando  tu  le  ueirai,  più  leuementi  possi  cognossor  la 
faossa  bianssa  e  la  ueraxe.  „ 

I.  Hic  Propheta  ìjrobat  falssam  felicitatemi  ut  ueniamiis  in  cognicionem  nere 
beatitudiìiis. 

Chi  campo  uol  far  portar,  e  apresso  la  noite  torbaa  10 

ò    le  spinne  fassa  leuar  bello  iorno  ^  meior  par. 

e  netezar  de  preom,  Cossi  parram  li  bem  ueraxi 

per  aueir  meior  messom.  a  chi  cognossera  li  faoci, 

Quando  amar  la  guUa  a-  sentio,  e  a  bem  perffeti  tornerà 

sucaro  par  più  sauorio,  e  li  maluaxi  fuzera.  '       15 

IL  Hic  ostendit  Propheta  omnes  homines  natnraìiter  apetere  siimnmm  homim, 
prohans  quod  quinque  sunt  illa  que  deìtiant  cor  humanum  a  cognitione  neri 
boìii*,  sillicet  opes,  honores,  potencia,  gloria  et  uoluptates. 

"Ancor  che  la  cura  de  la  gente  uage  e  se  trauagie  (f.  368«)  per  diuersse 
mainerò,  lor  intenciom  e  dexiderio  e  de  uenir  a  stao  de  bianssa,  per  la  perffe- 
ciom  che  ella  contem  in  si  de  tuti  bem;  de  li  quai  se  alchum  gi  fallisse,  ella 
no  serea  souram  bem,  per  che  l'omo  porrea  aotro  dexirar  che  dexiar  ueraxe 

20  bem.  E  naturalmeuti  in  tuti  cor  d'omi  e  de  ueernir  a  lo  souram  bem,  ma  arror 
li  indue  a  faoci  bem,  penssando  per  richesse  uenir  a  bianssa;  e^  alchum  querem 
dignitae  per  aueir  honor  inter  li  uexim,  aotri  la  penssam  aquistar  per  regnar  o 
esser  zointi  a  quelli  chi  regnam,  aotri  se  forssam  de  cresser  renomaa  per  paxe 
0  per  guera,  per  so  che  ella  gè  par  ueraxe  bianssa,  e  a  pussor  par  che  far  festa 

25  e  sollasso  sea  souranna  fellicitae.  Per  che  monti  ussam  de  l'unna  per  raxom  de 
l'aotra,  li  quai  sum  conffuxi  in  dillicie  de  lo  corpo,  e  se  deuerssificham  ^  de  quanto 
i  fam  e  am,  adtendando  a  fauor  e  renomaa  e  a  aotre  uanitae.  Ancor  che  moier 
e  fijoi  e  amixi  ueraxi  ^  seam  da  computar  in  li  bem  de  uirtue  e  no  de  fortunna, 
comò  li  amixi  chi  sum  percassai  per  aueir  più  poeir  e  sollasso.  E  li  bem  de 

30  corpo  sum  ordenai  a  li  bem  de  su,  soe  per  esser  forte  auemo  poeir,  e  per  esser 
bello  e  lengier  senio  renomay,  e  per  esser  saym  senio  allegri.  Che®  l'omo  no 
quere  aotra  [cosa]  cha  fellicitae,  conio  quello  (b)  chi  se  tem  biao  de  souranna 
beatitudem,  quando  pò  aueir  so  che  più  ama.  Or  possamo  ueir  a  ogio  le  mainerò 
de  fellicitae,   che  li  homi  querem  in  questo  mondo,   de  richesse,  reami,  honor, 

35  gloria  e  possanssa;  de  che  li  Epichori  se  cretem  esser  souraim.  Le  quai  couee 
dexiram  per  aueir  delieto-,  corno  l'enurio  chi  uol  intrar  in  caza  e  no  sa.  Ma 
questo  no  e  studio  de  uegnir  a  stao  chi  no  brame  ?  A  lo  quar  elli  se  deni  forssar 
de  andar,  per  la  sufficiencia  de  ogni  bem  chi  e  in  si ,  chi  passa  de  uallor  ogni 
aotra  cossa,  per  la  grande  exelencia  de  so  losso  e  delleto  sensa  tristessa;  unde 

40  caum  ama  e  s'acorda  de  uenir,  anchor  che  forssa  de  natura^  dessuie  lor  diuersse 
oppinioim.  „ 


^  L'  e  si  potrebbe  anche  leggere  a.  ^  amara  gulla  e;  il  frc.  :  Quant  l'amer 
a  senta  le  goitst.  ^  iornor  *  boim  ^  per  che  ®  11  traduttore  abbrevia 
e  diventa  inintelligibile.  Cfr.  il  frc.  :  et  si  soni  j^lcusietirs  qui  leurs  choses  entre- 
meslent  et  usent  de  l  une  por  l  amour  de  l  autre  comma  aucnns  qui  veullent 
principalment  delices ,  et  j^our  les  avoir  plus  legierement  si  s  esforcent  d  aitoir 
richesces  et  ponoir  et  les  autres  qui  veullent  auoir  pouoir  oii  p)Our  assembler 
richesses  ou  2>our  cmoir  renommee.  Et  en  Ielle  maniere  se  diuersefient  les  uoies 
des  ceunres  humaines...        "  veraxim,       ®  che  per       ^  Errore;  cfr.  B. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  III,  ii,  in.  69 

II.  Hic  prohat  Propheta  gtlod  natuvaliter  inest  hominibus  aj^etere  somnmni  ho- 
num.  Ostendit  etiam  quanta  sit  uh-tua  et  nature  potencia(m)  in  omnibus 
creaturis  ^. 


Or  intendi  de  natura, 
chi  a  si  lo  mondo  in  cura 
e  per  soa  ley  destrenze  si, 
che  tuto  fa  uenir  a  si, 
5    e  se  per  forssa  e  strania 
arar  -  li  couem  tornar. 
Che  quando  e  preisso  lo  leoni 
ni  ligao  im  prexom, 
(e)  no  li  uar  apriuaxar 
10    ni  darlli  beni  a  mangiar; 
che  se  leze  in  la  campagna  ^ 
mai  de  tornar  no  se  lagna  *; 


15    che  a  pressente  gè  souem 
de  natura  '"  chi  reuem. 
E  se  noi  metemo  unna  oxeleta 
in  unna  bella  gagieta, 
a  chi  cuni  grani  studio  e  cura 

20    aparegiemo  la  pastura, 


se  0  pò  inssir  de  la  gabia, 

mantenente  a  la  boschagia 

se  ne  va  cuni  grande  allegressa, 

no  tardando  ma  in  freta  ^. 

Se  (la)  mam  prende  e  ^  tira  im  terra     25 

l'aota  cima  de  unna  feria, 

tantosto  ^  comò  ella  se  lassa 

a  lo  cel  drita  se  passa. 

La  seira  va  in  occidente 

[lo]  sol,  chi  ^  in  oriente 

uei  lo  matini  retornar, 

per  la  terra  inlumiuar. 

E  la  lunua  chi  renoua 

per  tondir  so  che  ella  troua, 

quando  ella  a  tuto  cerchao 

torna  pur  in  lo  so  stao  ^°. 

Ogni  cossa  a  soa  natura 

torna,  d'  aotro  no  a  cura, 

e  pur  s'acordam  in  la  firn 

unde  e  ordenao  lo  bem  diuim.  40 


^  creature  -  aror  ;  il  frc.  :  Arriere  l  esfuef  estre  menee.  ^  compagna  *  È 
mal  tradotto.  Devono  inoltre  mancare  almeno  due  versi,  benché  dal  ms.  non  ap- 
paja.  Cfr.  il  frc.  :  Se  le  sang  fres  Ini  taint  la  banche  De  sa  proie  quan  cuer  lui 
tanche  Tresfout  maintenant  lui  sonuient  Et  ìiaturel  cuer  lui  reuient.  ^  naturam 
^  Da  legger  frezaì  ^  e  Ila  ^  tanto  tosto  "  chi  e  ^°  Quest'accenno  alla 
luna,  manca  nel  testo  francese.       ■'*  aiceret       '^  brama  e       ^^  so  e 


30 


35 


ni.  Hic  probat  Propilieta  guod  in  rebus  mondanis  nulla(m)  2>otest  esse  fellicitas,  si 
diuicie  e[t] alia  mondi  dant  conssoìlacionem corporised non  sufficiencia[nì] mentis. 

"  O  uam  animai,  per  che  8e((Z)gai  tu  tanto  couea  terrenna,  dexirando  de  ue- 
gnir  a  ueraxe  biaussa?  Pocha  fé  e  constancia  te  cadella.  Parte  questa  la  uia  de 
andar  a  boni  porto,  ni  che  richesse,  honor,  aueir",  bem  che  fortunna  promete, 
fassani  homo  biao?  Certo  so  e  grande  error.  Fosti  tu  mai  senssa  lagno  de  cor, 
quando  tu  abondaui  richesse ?„  Dixe  B. :  "No.  „  Dixe  Propheta:  "Era  so  per  45 
no  aueir  so  che  tu  uolleiui  ni  remedio  a  so  chi  t'agreuaua?,,  Dixe  B. :  "  Man- 
desi.  „  Dixe  Propheta:  "Doncha  vorressi  tu  aueir  auuo  l'um  e  esser  deliuerao  de 
raotro?„  Dixe  B.:  "E  lo  conffesso.  „  Dixe  Propheta:  "E  l'omo  chi  brama  ^^  de- 
xira  zo  che  elio  no  a?„  Dixe  B.:  "  Si.  „  DLxe  Propheta:  "Doncha  a  soffraita 
chi  no  a  perffeta  sufficiencia,  so  che  tu  aueiui  quando  tu  habondaui  perffete  50 
richesse.  „  Dixe  B-  :  "  So  e  ueir.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  no  poni  dar  le  ri- 
chesse sufficiencia  ni  togier  soffraita.  „  Dixe  B.  :  "  Bem  lo  so.  „  Dixe  Propheta  : 
"Bem  lo  dey  sancir,  e  che  li  pu  forti  togiem  a  li  più  seiui  o  per  forssa  o  per 
barato.,,  Dixe  B.:  "Cossi  e.  „  Dixe  Propheta:  "Doncha  an  le  richesse  bessogno 
de  aya  foranna  per  soa  goardia,  so  ^^  che  no  auerea,  chi  auesse  cossa  che  homo  55 
no  li  poesso  togier.  „  Dixe  B.:  "A  so  no  se  pò  coutradir.  „  DLxe  Propheta:  "  Don- 


70 


Parodi, 


cha  torna  la  cossa  in  so  contrario,  che  le  richcsse,  chi  prometem  sufficiencia, 
fam  aueir  noua  sofFraita'  d'aia.  In  che  mainerà  se  deffende  richessa  de  soffraita? 
Xo  am  li  richi  fame  (f.  369fl)  e  freido^?  Tu  dirai  che  elli  am  da  saollarsse  e 
goarnisse  da  freido.  A  ucir  ueir  e,  ma  se  soffraita  e  conffortaa  de  richesse,  pur 
ella  demora  e  reuem  tuto  iorno,  si  che  adesso  a  mester  de  nouo  secorsso.  Aii- 
chor  che  e  no  diga  ^  che  natura  agia  assay  de  poche  cosse,  ma  pur  auaricia  no 
se  saolla  may;  si  che  za  che  richesse  no  poni  chassar  soffraita  ni  saciar  couea, 
anti  la  reffam  de  nouo,  corno  crei  tu  che  ella  daga  sufficiencia? „ 

III.  Hic  prohcit  Propheta  ah'quas  diuicias  non  ijosse  ìiolluntatem  et  dexiderium 
hominum  saciare. 


Se  l'auaro  auesse  nerger, 
10   campi,  uigne  e  bel  mayner  ^ 
e  bosschagie  e  prarie  ^ 
e  de  thessoro  seguorie, 


za  sacia  no  serea 

de  pur  aquistar  couea, 

e  ®  de  lassar  certa  seando 

tuto  a  la  morte,  e  no  sa  quando. 


15 


lY.  Hic  Propheta  ì^rohat  [dlgnìtates]  aliquam  beatitndineni  non  largiri  sed  po- 
ciiis  aduersitatem  ilU,  cuiiis  perversifatem  ^  mam'festant. 

"  Se  dignitae  fam  honor  a  chi  le  a,  e  le  maistrie  ijom  meter  poeir  in  cor  de 
quelli  chi  le  ussi^m?  Certo  (b)  elle  no  sollem  far  cessar  uicij  ma  instruerlli.  Za 
sai  tu  .che   ChatuUio,  [quando]  ui  assetao  Ilfoniom®   in   carrega,    che    eUo  ge^ 

20  disse  . . .  ^'^  Vey  tu  che  unta  fam  le  dignitae  a  li  maluaxi,  e  comò  elle  descrouem 
le  lor  mallicie?  De  le  quae  monte  seream  reposte,  se  elli  no  fossem  mixi  in  di- 
gnitae. Como  se  pò  dir  che  quelli  seam  degni  do  reuerencia  per  le  dignitae,  in 
che  elli  sum  mixi,  quando  elli  no  suni  degni  de  quelle  dignitae?  Che  uirtue  a 
soa  propria  dignitae,   che  a  mete  tantosto  in  chi  ella  se  zonze,  so  che  no  poni 

25  far  le  dignitae  segullar,  per  la  propria  degnitae  chi  gi  falle.  Doncha  se  tai  di- 
gnitae no  dam  reuerencia  da  si,  tanto  sum  più  auntai  quelli  chi  le  am  a  torto, 
quando  elli  "  mostram  che  de  lor  no  sum  degni.  E  aso  che  tu  cognossi  che 
l'ombra  de  tae  dignitae  no  po(m)  dar  reuerencia,  tu  sai  che  se  per  auentura  ar- 
chum  chi  sauesse  de  monti  mester  ^^  zeisse  in  terre  de  strannie  nacioim,  che  li 

30  barbari  chi  no  li  cognossem  no  li  aueream  in  reuerencia.  Che  se  honor  li  fosse 
dao  per  natura,  e  per  estìmaciom  de  gente  o  no  gi  fallirea,  in  che  lego  i  fos- 
sem; si  conio  a  lo  fogo,  chi  per  soa  natura  e  cado  per  tuto.  Per  che  tamtosto 
uanuissem,  quando  (e)  quelli  le  am  [doue]  no  le  cognossem  ^^.  Certo  la  senatoria 
de  Roma  fo  za  de  grande  dignitae,  per  la  cura  che  elli  aueam  de  lo  beni  comuni, 

35  e  aor  no  e  a  Roma  officio  pu  desprexiao;  che  so  chi  no  a  honor  in  si,  Fa  da 
l'opiniom  de  la  gente,  chi  souenso  se[n]tenciani  per  antriffexim.  Doncha  che 
ualor  am  le  dignitae,  se  ^*  elle  no  poni  dar  reuerencia,  ma  se  auilissem  quando 
li  maruaxi  le  ani,  e  perdeni  ualor  e  prexio  segondo  che  lo  tempo  se  cambia  per 
l'astimaciom  de  la  gente,  e  che  monti  le  poni  dar  e  togier?  „ 


^  soffaitra  ^  freddo  ^  Lat.  Taceo  qitod;  frc.  le  ne  parie  ixcs  qiie  nature 
a  assez  ecc.  *  mai/nere  ^  praerie^  ^  Da  sopprimere?  ^  illhis  quibus 
per  rim  autem  ®  Nouiom  ^  te  ^^  Lacuna  non  indicata.  —  F.  :  il  l  appella 
bocu  et  contrefait  en  la  pìresetice  de  tout  lepeuple.  ^'^  elle  ^*  B.  59,  29  sg.  :  Si 
qui  multip>lici  consulatu  functus.  ^^11  frc:  Pour  ce  quant  on  les  a  la  ou  leu 
ne  les  cognoist  tantost  s  esuanuissent.        "  se  e 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  III,  ir,  v.  71 

lY.  Hic  iJt'ohat  Propheta  qitod  2^otencia(m)  quam  halebat  Xerou,  ipsius  nequicie 
demonstrcmit.  —  P>'op>hetu  dicit: 


ilargarite  in  sen 
ni  thessoro  preciosso, 
no  sostrassem  de  couea 
lo  re  Xeron  or^oiosso 


35 


de  far  mal  a  li  inocenti 
e  condempuar  necli amenti, 
e  da  luxuria  abominar: 
tanto  auea  cor  deslear  !  ^ 


Y.  Hic  p))'obat  Propiheta  potencìam  Julius  mondi  nullam  esse,  et  hoc  per  midtas 
raciones  infferius  declarata[s]. 

"Quando  uisti  tu  mai  che  biaussa  de  familiaritae  {d\  de  pouo  durasse?  Za  e 
tu  pini  d  -  'exempi  uegi  e  noui.  Iso  sai  tu  che  meati  rey  am  cambia  lor  bianssa    10 
in  misseria?  0  bianssa  de  possansa  real,  chi  no  te  poi  guardar,  quando  reame 
falle  !  Che  se  um  rey  a  gram  reame ,  se  o  no  e  ben  circondao  d' amisi ,  bianssa 
sta  in  grande  perigo  de  fallir  o   de  uegnir  a  tristessa.   Per  che  li  re  am  maor 
porciom  de  misseria  che  de  biaussa,  e  um  Romani  chi  auea  proao  li  perigi  chi 
eram  in  rezer  e  gouernar,  lo  mostra  per  semegianssa  de  unna  spaa  nua,  che  elio    15 
se  fé  apender  souer  la  testa,  aso  che  continnuamenti  li  faesse  ^  paor.  Che   pos- 
sanssa  e  questa,  chi  no  se  pò  alargarli  aguillom  de  conssiencia,  ni  schiuar  morsso 
de  paor?  Te  tu  a  possante  quello  chi  e  auironao  de   gente,  che  o  dota  forte, 
anchor  che  o  li  spauente  per  mostra  de  seruenti  armai?  Certo  e  o  tay  rey  per 
abatui,  anchor  che  li  reami  se  tegnam.  iSTerom  constrensse  Senecha,  so  maistro    20 
e  familliar,  a  cerner  de   che  mainerà  morte  men  gi  greuerea  morir.  Anthonio 
imperaor  fé  ocier  a  le  spae  de  soi  caualler  Panpiniom  *,  chi  longo  tempo   era 
stao  possante  in  soa  corte,  e  ambi   doi  uoìleam  ressignar  e  dar  lor  richesse  a 
quello  imperaor.  Ma  niente  ualsse,  che  quando  messeanssa  tira  a  si  (f.  370«) 
quello  chi  de  chair,  o  no  se  pò  sostegneir  ;  si  che  ni  l'um  ni  l'aotro  uo  se  poem    25 
sostegneir  ni  schampar.  Che  possanssa  e  doncha  quella  chi  fa  paor  a  quelli  chi 
Pam,  e  no  Bum  a  segur^  tanto  comò  elli  la  uorem  reteneir,  e  no  la  pom  lassar 
senssa  perigo?  Defifenderam[te]  li  amixi,  che  tu  ai  da  prosperitae  e  no  per  uirtue? 
Xo,  che  quelli  chi  amam  tanto  comò  fortunna  dura,  deuennem  inimixi  quando 
ella  cessa,  e  no  e  pesteUencia  chi  più  nosa  a  homo,  comò  lo  inniniigo  familiar,    30 
chi  sapia  so  esser.  ®  „ 

Y.  Hic  docet  Propheta  qnod  ille  est  nere  potens,  qui  uiciis  dominatiir ,  nude  pò- 
tenciam  dominandi  uiciis  dehet  ab  liomnibus  jJostidlari. 


Pu  cha  aotri  sum  de  perigo 
li  homi,  chi  per  antigo 
cognossem  ^  li  nostri  affar, 
se  se  da[m]  a  corrossar  *. 
Chi  uol  ueraxe  segnoria 
so  cor  abia  in  baillia, 
si  che  couea  ni  luxuria 


aueir  no  lo  possa  in  cura. 
Che  se  lo  mondo  te  dotasse, 
tu  te  seruisse  e  ho[no]ras6e, 
za  cossa  bem  no  faressi 
se  [to]  cor  no  sotemetessi 
a  raxom,  chi  e  souranna 
maistra  e  fìxicianna. 


40 


45 


^  Questi  versi  si  scostano  anche  più  del  solito  dal  testo  latino.  Pare  che  il 
traduttore  si  ricordasse   alquanto   del  metro  YI  del   secondo  libro.  -  da  ex. 

'  fasse  *  Pajnnianum  B.  ^  seguir  '^  et  qui  sceueut  son  cstre  F.  '  co- 
gnosser  *  Questi  primi  Tersi  non  si  trovano  nel  testo  latino,  ma  bensì  nel 
francese,  il  quale  tuttavia  non  ajuta  a  correggere  il  quarto. 


72  Parodi, 

YI,  Hic  prohat  Propheta  fama  huiiis  mondi  ac  gloria  non  esse  petenda,  cimi  Uh 
fugiant  sicitt  iientum. 

"0  uanna  gloria  spandua  in  li  milli[a]r  de  li  homi,  chi  no  e  aotro  cha  inf- 
fiaura  de  oregie ,  per  faossa  opinioni  de  pouo ,  che  souensso  loan  quelli  chi  no 
ne  8um  degni!  Za  che  fa  a  lo  pordomo  esser  loao  de  so  che  elio  a  merlo  per 
uirtue,  za  che  elio  no  quer  aotro  fauor  ni  guierduni  cha  de  secreta  consìencia? 
5  Che  far  no  se  de  menciom  de  la  mondanna  renomaa  de  questa  breue  regiom, 
chi  no  uem  quando  noi  uogiamo,  ni  reteneir  [se]  pò  a  nostro  piaxeir.  E  se  al- 
chum  se  gloriffica  de  so  linagio,  so  e  cossa  infifenta,  che  nobellessa  no  e  aotro 
cha  meritar  per  uirtue,  de  che  sum  loai  soi  antecessor,  si  che  losso  e  lor,  e  no  de 
quelli  chi  uennem  apresso,  se  i  no  oueram  corno  elli  fem.  Ma  tanto  e  de  bem 
10  in  si,  che  li  uai  de  li  gentillomi  am  necessitae  de  seguir  le  ouere  de  lor  ante- 
cessoi;  aotramenti  elli  desligneream,  de  che  elli  dem  aueir  unta.  „ 

YI.  Hic  prohat  Tropìicta  omìies  homines  eqiudliter  nohilles  esse  nechne  unum  esse 
(dtero  nobilliorem,  ni[si]  qui  cor  siinm  miiltis  honitatibus  adimpleuit. 

Chi  conssidera  l'umani  linagio,  e  le  stelle'  nomerà, 

usm  tute  da  um  paragio,  e  li  homi  in  terra  ordena, 

che  crea  lo  souram  Segnor,  in  chi  elio  misse  le  annime  dentro.         20 

15    (e)  chi  de  tuti  e  gouernaor;  No  te  uantar  de  nassimento, 

chi  a  lo  sol  la  luxe  [a]  rendua  ^  che  chaum  a  drita  franchessa 

e  la  lunna  a  faita  coruua,  chi  peccao  no  fa  ni  mallicìa. 

YII.  Hicproiat  Propheta  iiolluptates  corporis^  alliquid  non  posse  impendere  bea- 
titudinis  comjìlcmentnm. 

"  Or  oy  de  li  delieti  de  lo  corpo,  a  li  quai  monti  no  poni  auenir  senssa  gram 
25    faiga,  e  quando  elli  Tarn  si  gè  rende[m]  souensso  despiaxeir  e  pentimento  e  paga  * 
de  mallotia  e  doUor,  in  perssonua  de  quelli  chi  soa  intenciom  metem  ^  in  lor. 
Che  pur  che  faito  se  sea  lo  principio,  chaum  chi  de  Ic^'  ; o  uol  aregordar,  sa  che 
la  firn  e  doUorossa.   Che  se  tae  deUicie  poessem  dar  bianssa,  le  bestie  mute  se- 
ream  biae,  chi  no  intendem  saluo  de  compir  lor  delieti  de  corpo.  La  loia  che 
30    Tomo  a  in  soa  mogier°  e  figioy,  serea  assai  honesta;  anchor  che  tu  ay  oio  dir 
cha  alchum  foni  za  tormentay  da  soi  figioy,  chi  e  cossa  oriber  a  natura.  E  an- 
chor che  perfiai  li  fijoi  seani  boim,  si  n'a  lo  paire  souensso  grande  messaxio,  si 
corno  alchunna  fia  ay  proao.  Per  che  tegno  a  bem  dita  la  parolla  d'Echipedes  ^ 
nostro  phillossoffo,  chi  disse  che  queUo  chi  no  a  figi,  mal  agur  lo  fa^  bem 
35    agurao.  „ 

YII.  Hic  prohat  Proprietà  quod  uolluptas^  nullo  modo  p)0test  hominem  heatifficare, 
per  simillitudineni  sn[mjptam  ab  apibits. 

La  natura  de  le  dellicie  conio  le  aue,  chi  rendem  40 

no  tra  l'omo  da  mallicie,  la  mei,  e  apresso  tendem 

per  lo  so  pocho  dolssor  a  fichar  soa  pointura 

chi  passa  in  si  picen  d'or;  forte,  angossossa  e  dura. 


^  in  lo  sol  la  luxe  fonda  ;  cfr.  F  :  Qui  au  soleil  a  clarfe  rendue.  ^  stelle  due 
volte.  ^  cordis  *  pagaa  ^  mentem  ^  megier  ^  Euripades  F,  ^  ma- 
lagurai  (forse  mcdagurfai?)  lo  fam  ;  cfr.  F:  maleurfe  l  a  fait  beneure.      ®  ttollutc(s. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  III,  vir,  mi.  73 

YIII.  Rie  prohat  Propheta  misseria[m]  hominum  multani  esse,  dum  u[i]dent  giiod 
aliqiia  mondana  in  eodem  statu  non  manent  et  ad  querendittn  beatitudinem 
pugnitant  ^ 

"  Doncba  -  sum  tute  soe  uie  deeuiamento  de  ueraxe  fellicitae,  senssa  menar  a 
fini  80  che  prometem;  e  Hi  niay  chi  sum  incluxi  in  lor  te  mostrerò^  breuementi. 
Vo  tu  amassar  richessa  de  peccunia?  O  couem  che  tu  la  sostragi  da  quello  chi 
l'a.  Yoi  tu  aueir  dignitae?  Elio  te  couem  [esser]  a  danger  *  de  quello  chi  la  da; 
e  cossi  se  noi  souermontar  li  aotri,  o  te  couem  abassar  a  demandar,  [per]  aquistar  5 
e  reteneir.  Voi  tu  poesansa?  Tu  serai^  semper  in  dota  de  toi  sugieti.  Couei  tu 
renoma(r)?  0  te  couem  sofferir  monte  asperesse  e  perigi,  e  za  assegurao  no  ne 

seray  ^ Tuti  quelli  chi  te  ueiram  te  desprexieram,  corno  seruo  de  si  uil 

coesa  corno  toa  carne.  E  quelli  chi  crem  aueir  nobellessa  (f.  371rt)  per  le  condicioim 
de  corpo,  corno  forssa,  bellessa,  lengeressa,  sum  ingan[a]i,  che  a  pouera  possessiom  10 
s'apozam.  Chi  pò  passar  anoffanto  de  grandessa,  ni  thoro  de  fortessa,  ni  cigni  de 
lengeressa  ?  Eegoarda  lo  grandor  de  lo  cel  e  la  fermessa  de  so  uiasso  mouimento, 
e  no  cubear  d'aueir  queste  cosse,  ma  de  cognosser  e  seruir  la  raxom  chi  so  go- 
uerna;  che  bellessa  de  corpo  decorre,  comò  fior  uouella,  chi  leuementi  se  goasta. 
Se  li  homi  auessem  si  forte  uista  comò  louo  cernei,  chi  ne  otra  li  monti,  si  che  15 
roba  ni  corpo  no  ueasse  de  ueir  l'interior,  la  più  bella  forma  de  lo  mondo  parrea 
laida.  Se  l'omo  te  tem  bello,  so  auem  da  la  frauellessa  de  li  ogi;  anchor  iju 
cha  unna  freue  de  trei  giorni  goasta  la  bellessa  de  lo  corpo.  Si  che  de  queste 
cosse  poi  far  unna  soma,  che  elle  no  pom  dar  so  che  elle  prometem,  ni  am 
perffeciom,  ni  mennam  a  ueraxe  beatitudem,  ni  bit  i  fam  quelli  chi  le  am.  „         20 

YIII.  Rie  Propheta  redarguit  homines,  qui  niultum  sunt  pronti  in  aquirendo  di- 
nic/as  mondi  et  tardi  in  aquirendo  eternam  glorium. 

Ai  comò  e  greue  la  ìgnorancia  che  tal  no  e  la  mainerà. 

chi  togie  a  homo  soa  biansa.  Chi  raxom  ne  sapia  render 

e  trouar  no  pò  so  che  elio  quer,  unde  nostro  bem  e  [a]  prender, 

chi  in  contrarli  camin  fer!  [terra,]  35 

25    Or  me  di,  homi,  se  noi  array.  unde  quaxi  aotro  cha  guerra 

{b)  Iso  saùej^  noi,  se  uoi  cerchai  no  e  '',  ma  su  in  lo  someto, 

in  le  strae  pree  preciosse,  und'e  ueraxe  bem  e  neto: 

che  so  sum  tute  cosse  occiosse?  lo  quar  prego  che  u'adrisse, 

E  no  se  pesscha  in  bosschagie,  reconcillie  e  atisse  40 

30   ni  bestie  se  cassa  saluaige  in  lo  so  seruixo  far, 

in  lo  mar  ni  in  riuera,  per  soa  gloria  aquistar. 

IX.  Rie  prohat  Proffeta  siciid  ista  temporaìia  beatitudinem  non  aducunt,  mo- 
nendo  nos  Alt,  dimissis  mondanis,  cor  nostnim  in  cellestibus  erigatur. 

"  Se  tu  cognossi  la  faossa  felicitae ,  si  te  mostreremo  la  ueraxe.  „  B.  dixe  : 
"  Bem  cognosso  che  richesse  no  am  sufficiencia,  ni  reami  possanssa,  ni  dignitae 


^ pignitant  ^Invece  del  D,  il  miniatore  disegnò  un  0.  ^  Sopprimo  un 
che.  *  alanger;  correggo  con  F.  ^tuerai;  F:  tu  seras.  0  tduerai?  "^  La- 
cuna non  indicata,  corrispondente  al  lat.  :  Voluptai-iani  vitam  degas?  ^Del 
verso  mancante  non  è  traccia  nel  ms.  Cfr.  F  :  Mais  ou  vostre  bien  sera  j^t'is  iV 
avez  vous  encore  apris.  Vous  le  queres  en  terre  bas  Mais  la  ite  le  trovere  pias 
Car  il  est  sur  le  del  amont. 


74  Parodi, 

reuerencia,  ni  renomaa  gloria,  ni  delleti  dam  ioia.  „  Propheta  dixe:  "Sai  tu  la 
caxorn?  „  B.  dixe:  '"  O  me  la  par  ueir  per  unna  fendeura,  per  che  e  la  dexiro  oir 
da  ti  pia  ihairamenti.  „  Propheta  dixe:  "So  e  simplessa,  chi  prende  per  beni 
perifeto  so  chi  no  a  i^ointo  de  perffeciora.  Crei  tu  che  sufficìentia  agie  defFeto  de 
5  possanssa?  „  B.  dixe  :  (e)  "  ^o.  „  Propheta  dixe  :  "  Tu  dy  uei,  che  se  ella  no  auesse 
possanssa,  ella  auerea  besogno  de  goardia.  „  B.  dixe:  "Cossi  e.  „  Propheta  dixe: 
"  Doncha  conuem  che  sufficiencia  agia  possanssa  per  natura.  „  B.  dixe  :  "  Cossi  e 
bem  ueir..,  Propheta  dixe:  "Parte  che  ella  sea  degna  de  reuerencia?  „  B.  dixe: 
"  Si.  „  Propheta  dixe:  "  Fassamo  tute  un  de  sufficiencia,  possanssa  e  reuerencia.  „ 

10  Dixe  B.  :  "  Fassamo,  che  lo  ueir  se  a  de  otriar.  „  Dixe  Propheta  :  "  Serea  so  degno 
de  loxo?,,  B.  dixe:  "  Si.  „  ^  Propheta  dixe:  "E  cui  no  a  bessogno  de  possanssa 
ni  de  reuerencia,  auera  deffeto  de  uir  gloria?,,  B.  dixe:  "  Xo.  „  Propheta  dixe: 
"  Doncha  couem  meter  questo  condicioim  comò  le  aotre.  „  B.  dixe  :  "  Cossi  e  da 
far.  „  Propheta  dixe:  "  Quello  chi  a  queste  cosse  o  queste  condicioim  sera  biao?  „ 

15  B.  dixe:  "Mandesi,  che  anchor  che  li  nomi  seam  diuixi,  la  cossa  e  pur  tuta 
unna. „  Dixe  Propheta:  "Doncha  uei  tu  che  arror  de  homo  departe  so  che  e 
tuto  um,  creando  prender  benna  parte,  de  che  quaxi  am  niente.  Che  chi  no 
quer  cha  richesse,  e  per  sparmiar  volle  ^  sofFerir  dezaxio  e  molestie  e  esser  dessco- 
guossuo  e  perder  possanssa  e  renoma;   e  chi  spende  tuto  per  aueir  possanssa  a 

20  souensso^  neccessitae,  per  la  qual  o  falle  de  poeir,  se  o  no  la  pò  mondar.  E 
cossi  e  de  li  honori  ■*  e  de  le  dellicie,  chi  dezonzem  ^  cossa  tuta  unna  :  a  chi  ueni 
l'uuna  senssa  l'aotra,  falle  a  tuto.  „  B.  dixe:  "  E  comò  e  chi  le  uol  tute  inseme?  „ 
Propheta  dixe:  "La  soma  (d)  de  bianssa  no  se  troua  in  queste  cosse,  che  proao 
amo  che  no  pom  dar  so  che  prometem.  „  Dixe  B.  :   "  Bem  lo  cognosso.  „  Dixe 

25  Propheta  :  "  Or  za  che  tu  sai  la  condiciom  [de]  faossa  bianssa,  penssa  de  tornar 
to  cor  a  so  contrario,  e  troueray  la  ueraxe,  chi  da  perffeta  sufficiencia,  pos- 
sanssa, reuerencia ,  gloria ,  honor  e  delleto  tuto  inseme ,  e  senssa  fini.  „  B.  dixe  : 
"Monto  dexiro  a  so  uegnir,  per  che  e  me  terrò  a  lo  consseio  de  Platom,  to 
amigo,  chi  disse  che  in  la  menor  cossa  chi  sea  se  de  qu[e]rir  lo  souram  paire 

30  de  tuto,  che  aotramenti  mai  no  se  comenssera  cossa  chi  beni  finissa.  „  Dixe  Pro- 
pheta :  "  Bem  dy.  „  —  Or  comenssa  soa  '^  oraciom. 

IX.  Hic  Propheta  comeiidat  diuìnam  potenciam  et  ipsam  inuocat,  tit  de  l'psa  possit 
aliquid  dicere  ueritatis. 

Per  raxom  e  senssa  falla  de  lo  bello  mondo  in  to  cor,  40 

uay.  Dee,  pu  drito  ca  stralla;  che  tu  formasti  in  si  picem  or 

feisti  li  cel  soure  le  terre  inseme,  in  si  perffeta  guisa 

35    e  li  tempi  corre  grand  erre  ^,  e  in  compia  paxe  ^  diuissa. 

e  feisti  le  cosse  souranne  E  ay  li  alimenti  zointi 

senssa  mesihia  de  mondanne.  per  propocioim  e  pointi:  45 

In  toa  bellessa  chi  passa  insseme  freido  e  callor 

tuto,  ay  discrita  ^  la  massa  e  eechessa  ^'^  e  lichor. 


'Sopprimo:  Propheta  dixe  si.  ^  vollo',  cfr.  p.  78,  11.  ^  sosuensso  *  homi 
^  coìisionssem  ;  cfr.  se  desonze,  p.  78,  2.  ^  toa  '  F  :  Tu  qui  par  raison  qui  ne 
fault  Gouiiernes  le  bas  et  le  Jiaidt  Feiz  le  del  et  2mìs  la  terre  Et  fais  le  temps 
courre  grant  erre.  *  descripte  F.  ^  i)area  ;  e  correggo  con  F.  :  en  perfaitte 
paix  se  dem'se.       '"  sechassem  ;  F.  :  secheresse. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  III,  ix,  x.  75 

Per  gram  peisso  terra  no  bassa,  unde  a  se  goarda^  e  [in]  si  reuen 

(f.  372«)  ni  fogo  so  cercho  lassa  e  pur  in  so  che  sota  teni'^;  -^ 

per  alcanna  lengieressa.  ti  cognossando  si  inllustra 

Cossi  fa  toa  maistressa,  e  tantosto  a  ti  se  aiustra. 

chi  a  diuisso  creatura  Le  aotre  basse  de  coci, 

in  trei  moi  per  natura:  che  tu  senieni  ogni  di, 

l'unna  chi  de  tuto  s' alarga  a  ti  per  lley  de  bon  aire  2o 

da  le  corpe,  l'aotra  se  incarna,  fay*^  tornar,  corno  a  bona  paire. 

la  terssa  e  bestiai.  De,  perffeto  beni  e  lumcra, 

oxelli  e  aotro  animah  dane  forssa  e  mainerà 

La  primera  e  angellicha,  che  toa  gloria  comtemplar 

la  segonda  ànima(l)  apella,  possamo  [ej  aquistar;  30 

chi  e  in  menbre  spandua  che  ^  ti  cognosse  e  nostra  fini, 

e  in  tree  parte  fendua  \  e  principio  e  camim 

(so  e  amor  e  memoria  e  retor,  termen  e  ceesmo, 

e  intelleto,  chi  a  uictoria) -,  e  chi  tutor  sea®  forte  e  fermo 

e  fa  comò  doi  retorni  in  lo  so  santo  reame,  35 

in  qu'ella  torna  ^  ogni  iorno  ;  in  lo  qual  noi  semper  ihame. 

X.  Hic  Propheta  qiierit  an  sit  Deus  et  uhi  sift]  òeaiifiulo.  Quae  ideo  ostendit  quid 
slt  Deus  siile  heatitudo. 

(ò)  "  Da  che  tu  cognossi  che  faita  e  faossa  bianssa  e  quar  e  la  ueraxe,  or  fa 
a  mostrar  unde  questa  ueraxe  a  soa  maxom,  e  auauti  regoardar  se  alchum  tal 
beni  perffeto,  comò  noi  amo  scripto,  pò  esser  trouao  in  le  cosse  niondanne,  a  so 
che  faossa  inmaginaciom  no  te  ingane.  Ma  che  à  tal  beni,  no  se  pò  za^  con-  40 
trarla,  che  tute  cosse  no  perlfete  a  ^^  comperaciom  de  bem  perffeto  se  pom  ap- 
pellar niente  ";  per  so  che  se  in  la  generaciom  de  le  cosse  fosse  cessa  no  perffeta, 
de  neccessitae  couerrea  che  o  fosse  alchunna  cessa  perffeta,  da  chi  elle  procees- 
sem.  Che  se  so  no  fosse,  homo  no  porrea  inmaginar  donde  fosse  uegnua  la  no 
perffeta;  perso  che  natura  no  e  aueir  principio  da  ^-  le  cosse  chi  fallem,  ma  45 
proceer  ^^  da  le  cosse  intrege  e  perffete  [a  le  no  perfete].  Doncha  so  bianssa  falle, 
corno  noi  amo  mostrao,  o  ne  couem  esser  unna  in  che  sea  tuta  ijerffeciom.  „  Dixe 
Boccio  :  "  So  e  cessa  certa,  conclussa  e  proaa.  „  Dixe  Propheta  :  "  Or  goarda  unde 
ella  habita.  La  comunna  opinium  de  tuti  cor  huniaym  e  che  Dee  sea  boni  e  prince 
de  tute  cosse,  e  za  che  elio  e  boni,  o  couem  per  raxom  che  so  bem  sea  perffeto,  50 
che  aotramenti  o  no  serea  prince  d'aotri  beni.  E  za  che  couem  esser  alcum  beni 
perffeto,  se  quello  no  fosse  perffeto  0  ne  serea  un  aotro  bem  perffeto,  chi  uarrea 
melo  e  serea  prumer,  per  so  che  la  cessa  perffeta  auauti  e  cha  la  men  perffeta. 
E  per  breuementi  finir  nostra  raxom,  (e)  da  conffessar  e  che  Dee  sea  perfeto 


^  fondila]  F:  fendile.  -  Questi  due  versi  mancano  a  B  e  a  F,  e  probabil- 
mente sono  una  glosa  del  traduttore.  ^  in  quella  torni:,  cfr.  F:  Et  fait  aiissi 
cornine  denx  conrs  En  quoy  elle  se  tourne  tousioiirs.  *  goarde  ^  Probabil- 
mente il  traduttore  non  ha  capito.  Cfr.  F:  Ung  qitanque  garde  a  soy  reiiient, 
Axtre  vers  ce  que  soiibz  soy  tieni.  ^  far  ''chi  ®  Da  leggere  sto?  Spossa 
'"  a>n  "  Questo  periodo,  preso  da  sé,  non  manca  di  senso,  ma  non  rende  ne 
il  latino  né  il  francese.  F  :  'Car  tonte  riens  qui  est  ntoins  jMrfaite  est  ainsi  ap- 
pellee  i)ou>'  ce  qu  elle  fault  a  auoir  toiit  ce  que  la  p>arfaicte  a.  Forse  basterebbe 
sopprimere  niente^  oppur  sostituirvi  coqì  0  simile.        ^-  de        ^*  proceem 


76  Parodi, 

beni.  E  noi  auemo  proao  clie  compia  bianssa  e  in  beni  perffeto  :  per  che  coueni 
che  bianssa  sea  in  Dee.  „  Dixe  B.  :  "A  so  no  se  pò  contradir.  „  Dixe  Proifeta: 
"  Porresi  tu  proar  che  o  sea  principio  de  souram  bem?„  "E  in  che  mainerà ?„ 
"  Quello  e  paire  souram  chi  naturarmenti  e  pim  de  tuti  bem,  senssa  che  preiso  ^ 
5  ne  agia  alcuni  for  da  si,  che  elio  e  so  bem  e  tuto  unna  coesa;  che  se  o  l'auesse 
preisso  da  alcum,  quello  chi  lo  auesse  dao  serea  più  nober  cha  elio,  chi  auerea 
preiso.  Ma  noi  conffessemo  che  Dee  é  lo  souram  bem  e  Ilo  -  più  nober  ;  cha  se 
elli  fosseni  doe  cosse,  quando  noi  digamo  che  Dee  e  lo  prince  de  tuti  beni,  noi 
no  porreamo  trouar  chi  queste  doe  cosse  auesse  misso  inseme.  Anchor,  che  al- 

10  cunna  cossa  no  pò  esser  tar  conio  quella  chi  e  diuerssa  da  le;  si  che  se  lo  sou- 
ram bem,  chi  o  in  Dee,  fosso  aotra  cossa  cha  Dee,  Dee  no  serea  lo  souram  bem  : 
la  quar  cossa  serea  malicia  a  dir.  Doncha  quando  alcunna  cossa  no  e  meior 
de  Dee,  alcunna  cossa  no  e  meior  de  lo  souram  principio,  per  che  conuem  che 
quello  chi  e  principio  de  tuto  sea  meior  per  natura.  E  noi  amo  dito  che  bianssa 

15  si  e  in  bem  perffeto  :  doncha  ella  e  ini  Dee.  „  Dixe  B.  :  "A  questa  concluxiom 
ni  a  la  prumera  raxom  no  se  pò  contradir.  „  Dixe  Propheta  :  "  Or  goarda  se  so 
e  proa  certamenti  che  no  pò  esser  saluo  um  bem  perffeto  (ci),  (e  che  l'um  sea 
in  l'aotro)^;  che  se  i  fossem  diuerssi  ni  se  fallissem,  l'um  no  serea  in  l'aotro,  si 
che  alchum  de  lor  no  auerea  bem  in  si  ni  serea  souram,  no  seando  perffeto.  Sì 

20  che  chaum  pò  ueir  che  pussor  bem  perffeti  no  pom  esser  diuersi  l' um  da  l' aotro. 
E  noi  amo  dito  che  Dee  e  *  souram  bem  ;  doncha  la  souranna  diuinitae  si  e 
souranna  fellicitae.  „  Dixe  B.  :  "Alcunna  cossa  più  ueraxo,  de  Dee  no  se  pò 
proar.  „  Dixe  Proffeta  :  "  E  te  uoio  far  conio  li  lometa  ^,  che  quando  elli  am  lor 
principar  intenciom  certamenti,  conclue[m]  de  quella  '^  alcunna  bella  ueritae,  chi 

25  apellam  corellayre.  Tu  uey  che  l'omo  e  biao  quando  elio  a  fellicitae  e  diuinitae, 
che  felicitae  e  diuinitae  e  tuto  unna  cossa;  e  sai  che  quelli  chi  am  dritura  sum 
drifcurer,  e  che  quelli  chi  am  sapiencia  sum  sauij  :  cossi  quelli  chi  am  diuinitae 
suni  Dee,  soe  in  i^articipaciom.  Ancor  che  per  raxom  e  per  natura  no  possa  esser 
cha  um  Dee,  ma  in  participaciom  si  assai. „  Dixe  B. :  "Certo  bella  concluxiom 

30  e  preciosso  correllario  e  questo ,  conio  elio  se  sea  appellao.  „  Dixe  Propheta  : 
"  Anchora  te  parrà  assai  bella  la  raxom  che  e  te  uoio  aiustrar.  Le  ^  perffe- 
cioini  de  sapiencia  zointe  inseme  sum  quelle  chi  fani  fellicitae,  si  (f.  373«)  comò 
pussor  menbri  fam  um  corpo?  o  e  [una]  sora  cossa  chi  fassa  substancia  de  fel- 
licitae, a  chi  le  aotre  fassam  rellaciom?,,  B.  dixe:  "E  uorrea  che  tu  me  feissi 

35  um  exempio  a  questa  demanda.,,  Dixe  Propheta:  "  IS^o  digamo  noi  che  bianssa 
e  souram  bem?,,  Dixe  B.:  "  Si.  „  "  Sufìiciencia,  reuerencia,  gloria  e  delieti  sum 
membro  de  la  felicitae,  o  fellicitae  e  um  bem  per  si,  cauo  e  testa,  e  ^  a  compe- 
raciom?„  Dixe  B.  ^:  "Or  intendo  e  so  che  tu  cerchi  ^'\  e  dexiro  oir  toa  con- 
cluxiom. „  Dixe  Propheta:  "Se  queste  fossem  menbre  de  bianssa,  l'unna  serea 

40  diuerssa  da  l' aotra,  che  tal  e  la  natura  de  le  partie,  per  che  pussor  diuersitae 
fam  um  corpo.  Ma  noi  amo  proao  che  tute  queste  cosse  fam  unna  solla  cossa, 
per  che  elle  no  sum  partie  in  menbre  ;  [perche]  couerea  "  che  bianssa  no  auesse 
cha  un  membro^-,  so  chi  no  pò  esser. „  Dixe  B. :  "Questo  no  e  da  dubitar, 
ma  e  atendo  so  che  romani.  „   Dixe  Propheta  :  "  E  te  proero  che  tute  queste 

45    cosse  sum  uegnuo  da  unna,  so  e  da  bem;  per  lo  quar  homo  quere  sufficiencia. 


^prexio  ^ elio  e  ^  Parmi  glosa  inutile;  onde  le  parentesi.  "*  a  ^  Geo- 
metrae  B.  ®  quello  ^  che  le  ^  o  ;  ma  è  correzione  insufficiente ,  cfr.  B.  75, 
101  sg.  Forse  :  e  li  afri.  ^  Projìh.  ^°  Sopprimo  :  dLre  B.  "  Cfr.  F.  :  car 
il  comienroit.        ^-  louia  memoria  ;  F  :  nng  memore. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  III,  xi. 


77 


per  so  che  ella  e  bonna.  Che  so  che  l'omo  quer  si  e  bor.tae;  che  lo  homo  no 
dexira  so  che  no  e  boni  o  (6)  che  bom  no  par;  e  per  autrilFexim,  che  so  che 
no  e  bom ^  se  lo  a  sembianssa  de  bom  homo  lo  dexira,  comò  bem  ueraxe.  Ra- 
xom  e  caxom  de  che  -  e  bontae ,  che  quando  liomo  dexira  alcanna  cossa  per 
raxom  d'aotra,  l'omo  dexira  l'aotra  principalmeuti,  conio  chi  uoUesse  cauarchar 
per  aueir  sanitae  ;  si  che  homo  dexira  le  cosse  per  caxom  de  bontae.  E  dito 
amo  che  homo  dexira  tuto  per  raxom  ^  de  bianssa,  per  che  bontae  e  bianssa  suni 
unna  messma  cossa.  „  Dixe  B.  :  "De  so  no  se  de  alcuni  descordar.  „  Dixe  Pro- 
pheta:  "Noi  amo  mostrao  che  Dee  e  ueraxe  beatitudem  sum  unna  messma  sub- 
stancia.  „  Dixe  B.  :  "  So  e  ueir.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  possamo  noi  concluer 
che  la  substancia  de  Dee  e  assixa  in  bem  e  no  in  aotra  cossa.  „ 


X.  A  questa  parte  uè  retrai 
chi  pur  uanitae  cerchai, 
chi  tenebria  a  inclusso* 
15    e  rea  couea  conffusso^ 
e  li  cor  terrem  aduxe 
a  saciamento  de  luxe®. 
Oro  0  pree  preciosse 
no  fam  ouere  luminosse. 


che  so  che  più  piaxe  in  lo  mondo 
se  tra  de  la  terra  in  proffondo. 
In  le  quae  più  chi  se  deUeta 
più  gè  noxe  e  più  s'  acega, 
ma  la  luxe  de  coguossenssa 
assihiairisse  l' intendenssa, 
(e)  che  quando  uem  quello  splendor 
may  no  cercham  lunna  ni  sol. 


XI.  Hic  Propheta  uult  ostendere  quid  sit  Deus  siue  beatitudo,  dicens  quod  qui  et 
quid  est  beatitudo  e{s)t  unum. 

Dixe  Boecio:  "E  otrio  so  che  tu  di,  che  bem  l'ai  proao  per  raxom  certa.  „ 
Dixe  Propheta:  "  Ay  conio  te  parrà  doce  lo  bem  de  che  e  te  parllero,  quando  tu 
cognosserai  soa  perffeciom,  che  per  unna  raxom  te  manifesterò  !  Or  te  beni  so  che 
amo  proao.  „  Dixe  B.  :  "E  lo  tegno  bem.  „  Dixe  Propheta  :  "  Mostrao  amo  che 
le  cosse  che  pussor  dexiram  no  sum  ueraxi  bem,  per  so  che  inter  lor  sum  di- 
uersse.  Che  no  seando  l'unna  in  l'aotra,  elle  no  am  perffeciom;  ma  laora  sum 
perffete  quando  elle  sum  inseme,  si  che  possanssa,  gloria  e  reuerencia  seani  unna 
cossa  ;  che  se  so  no  e  elle  no  fam  a  dexirar.  „  Dixe  B.  :  "De  so  no  se  de  dubiar.  „ 
Dixe  Propheta  :  "  Doncha  le  cosse  chi  sum  diuersse  no  sum  da  dexirar.  „  Dixe  B.  : 
"  Cossi  e.  „  Dixe  Propheta  :  "  Or  doncha  quelle  chi  se  zonssom ,  dexiram  unitae 
per  caxom  de  uiuer^.  „  Dixe  B.:  "So  e  raxom.  „  Dixe  Propheta:  "  So  chi  e  bem, 
l'è  per*  bontae  che  lo  aia,  o  no^?„  Dixe  B.:  "Mandesi.  „  Dixe  Propheta: 
"Doncha  otri  tu  che  esser  [bom  e  esser]  um  e  unna  messma  cossa  ^'',  [che]  per 

natura", chi  no  studia  a  far  diuersse  cosse.  „  {d)  Dixe  B.  :  "  Veir  e.  „  Dixe 

Propheta  :  "  Sai  tu  che  tanto  dura  la  cossa,  conio  ella  goarda  soa  unitae,  e  falle 
asi  tosto  conio  ella  se  desuia?  „  Dixe  B.  :  "  Come  e  so?  „  Dixe  Propheta  :  "  Como 
tu  uei  in  le  cosse  uiue,  che  quando  anninia  e  corpo  sum  insenie,  lo  corpo  dura, 
e  quando  elli  se  partem,  si  falle(m);  e  la  forma  humanna  tanto  dura  quanto  le 
menbre  se  tennem  inseme,  e  quando  elle  se  partem,  si  lassaCm)  soa  essencia  e 


^  bom  natura  ^  per  che  ^  raxome  *  inclassa  ^  confftissa  ^  È  da 
leggere  suiamento?  Meglio  ci  avvicinerà  al  testo  latino,  il  correggere  nel  verso 
precedente  e  li  cor  in  Questo  li  cor.  ''de  bem?  ^  li  par  ^honor;  F:  Mais 
ce  qui  est  bon  l  est  il  jxir  la  participacion  de  bonte  qu  il  a  ou  non.  '"  raxom', 
cfr.  F:  donc  ottroies  tu  par  autelle  raison  que  estre  bon  et  estre  ung  soit  une 
meisme  chose  F.  "  Lacuna?  F  è  scorretto:  Car  par  nature  ces  choses  soni 
une  substance  doni  vient  (une  mcismes  choses  et)  qu(i)  a  diverses  choses  faire  n 
cstudient. 


10 


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78  Parodi, 

unitae.  E  so  ueirai  per  manifesto  in  tuto,  che  tanto  c*mo  la  cossa  e  unna  tanto 
dura ,  e  cossi  tosto  falle  corno  ella  se  dezonze.  „  Dixe  B.  :  "  So  e  uiua  raxom.  „ 
Dixe  Prophcta  :  "E  alcunna  cossa,  secondo  dexiro  naturar,  chi  noia  fallir  ni 
lassar  de  durar?,,  "  Se  e  conssidero  le  cosse  chi  am  uoUeir  e  no  uoUeir,  e  no 
5  trouo  cossa,  se  quelle  deffor  no  li  fam  forssa,  chi  no  uoia  pur  durar,  ni  chi  [no] 
se  astem  de  uegnir  a  niente  ;  che  tute  cosse  uiue  amam  de  manteneir  soa  sa- 
nitae  e  de  schiuar  morte  e  destruciom.  Ma  de  li  arbori  e  de  le  erbe  chi  no  am 
annima  no  so  e  che  dir.  „  "De  queste  cosse  no  dey  dubiar,  che  tu  uey  che 
elle  nassam  più  tosto  in  li  logi  chi  gè  sum  conuegneiui,  aso  che   elle  gè  pos- 

10  sani  durar  pu  longamenti.  Che  alcunne  cosse  nassera  in  campi,  aotre  (f.  374«) 
in  montagna,  aotre  in  pau,  aotre  s'aferram  in  le  roche  e  aotre  in  sabiom;  e 
se  homo  le  uolle  transportar  in  terre  de  aotre  condicioim  tantosto  secham. 
Si  che  chaunna  a  natura  d' ^  acostarsse  a  so  bem  e  de  -  schiuar  soa  corrup- 
tiom,  tanto  corno  la  pò  durar.  Che  dh-ai  tu,  che  tute  am  rayse  a^  ma3'nera 

15  de  bocha,  chi  tram  soa  norixom  de  terra  e  la  spandem  in  meolla  e  in  sscorssa  e 
in  fior,  per  aueir  più  forssa,  e  lo  più  tenero,  so  e  la  meoUa,  si  e  dentro,  e  lo 
fusto,  chi  e  pu  dur,  si  e  deffora  per  diffender  centra  la  desteuperanssa  de  lo 
tempo,  e  per  la  dilligencia  de  la  natura  tute  fam  semenssa  per  multiplicar  e 
per  durar  tuto  tempo  per  generaciom  ?  E  cossi  tute  le  cosse  senssa  anima  tendem  ■* 

20  a  so  perffeto  e  a  soa  mainerà,  si  comò  lo  fogo  aoto  e  la  terra  bassa,  comò  a 
logi  a  lor  couene[Tui]  più,  e  so  che  a  lor  [e]  couueneyuer  si  goardam  e  cor- 
rompem  lo  lor  contrario.  E  le  cosse  molle,  comò  e  l'aigoa  e  l'aire,  sum  leue- 
menti  diuisse,  ma  asi  tosto  s'asembiam,  quando  elle  sum  lassae,  e  lo  fogo  fa 
tantosto  dipartimento.  E  no  parlo  de^  l' annima,  chi  a  franchessa  de  uoUuntae, 

25  ma  de^  natura;  che  la  morte  che  natura  (b)  fuze  e  perfaa  dexiraa  da  uoUuntae 
per  alcunna  caxom,  e  natura  fa  lo  contrario,  dexirando  de  zenerar,  aso  che  le 
cosse  mortae  agiam  perpetuitae,  per  prouidencia  de  Dee,  chi  noi  che  elle  du- 
rem.  „  Dixe  B.  :  "Or  cognosso  e  so  de  che  e  dubitaua,  zoe  chi  dexira  a  esser,  e 
l'otrio.  „  Dixe  Propheta:   "Or  amo  noi  mostrao  che  bontae  e  unitae  sum  unna 

30  cossa.  „  Dixe  B.  :  "  Cossi  e.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  tute  cosse  dexiram  bem 
e  so  semegieiuer,  che  quando  le  cosse  lassam  so  cauo,  eUe  uarram  niente;  si 
canzellam  senssa  gouernaciom,  saluo  ^  da  lo  souram  bem  a  chi  tute  cosse  ten- 
dem. „  Dixe  B.  :  "  Veir  e.  „  Dixe  Propheta  :  "  E  o  grani  loia  de  so  che  tu  ay 
fondao  ueritae  in  to  cor,  e  che  tu  cognossi  so  che  tu  no  saueiui  e  che  lo  bem  e 

35    la  fior  *  de  le  cosse  ;  per  che  noi  possamo  couffessar  che  la  firn  de  tute  cosse  e  bem.  „ 

XI.  Hic  laudat  Proj^heta  studium  et  exercicìum  in  re  e[t]  dotrincan  atque  me- 
morie dissciplinam. 

Chi  ueritae  uorra  trouar  per  benna  contemplaciom, 

[e]  uor  bem  examinar,  ihairessa  de  opinioni 

per  no  poeir  desuiar,  fa[r  a]  si  uenir  arer, 

in  so  cor  de  replicar;  fa]  la  mainerà  de  lo  cel^. 


^  d  omo  -a  ^  e  ^  tendo  ^  E  no  perde  I  annima',  correggo  con  B: 
neque  nunc  nos  de  voluntariis  animae  cognoscentis  niotibiis,  sed  de  naturali  in- 
teiitione  tractainus.  Ma  restau  dei  dubbj.  ^ per        ~  Errato.  Cfr.  B.  81,  109  sg. 

®  Sarà  firn.  ^  Il  senso  è   oscuro ,   né  troppo  chiaro  è  il  testo  francese  :  La 

clarte  de  l  entendement  Et  le  cottrs  de  son  pensenient  Face  arriere  a  soy  re- 
uenir  Et  au  feux  da  cercìe  ienir  (1.  e)ì  peu  de  e.?).  Forse  era  scorretto  pure  il  testo 
sul  quale  il  traduttore  lavorava. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  III,  xii.  79 

Laora  uerra  in  so  cor  segoa  l'amonicìon  5 

lo  thessoro  che  lo  quer.  che  dixe  lo  nostro  Platom. 

(e)  Se  per  lo  corpo  pessente  a  studiar  e  a  imprende 

osscuraa  fosse  la  mente,  so  che  l'omo  no  intende. 

XII.  Hic  Proj^heta  ìiidt  ad  memon'am  reducere  quod  Boecius  sepeus  dixit,  se  ne- 
scì're  sillicet  qiiibus  gnbernaculUs  ^  mondus  regcdur,  et  dicit  quod  mondus  nere 
a  ^  Deo  dì'gnis  giihernacidìis  gubernotur. 

Dixit  5.:  "E  m' acordo  bem  a  Platum,  ma  tu  me  dai  a  intender  che  dor  e 
pessantor  ^  de  corpo  m' an  turhao  la  memoria.  „  Dixe  Propheta  :  "  Se  tu  conssi-  10 
deri  so  che  tu  ai  otriao,  tu  dirai  ancor,  ti  no  sauey.  „  Dixe  B.  :  "E  che  ?  „  Dixe 
Propheta  :  "  A  quai  gouernaoi  lo  mondo  se  gouerna.  „  Dixe  B.  :  "  Bem  cognosso 
e  mea  ignorancia,  per  che  e  dexiro  d'oir  toa  concluxiom. „  Dixe  Propheta: 
"  Quello  lo  quar  per  comunna  ussanssa  apellemo  Dee,  lo  guia,  e  lo  gouerna  ra- 
xom.  Como  lo  mondo  se  ■*  ser[e]a  asenbiao,  se  alcum  no  aaesse  misso  inseme  le  15 
diuersse  partie  e  contrarie  chi  gè  sum,  e  ordenao  natura  e  soi  mouimenti  a  certo 
logo  e  tempo  e  quallitae,  ouere  e  spacìo,  e  se  alcum  no  l'auesse  tegnuo  inseme, 
poa  che  elio  fo  faito?  La  contrarietae  lo  auerea  despeseao.  E  so  uo  porrea  far 
chi  no  fosse  sufficiente,  e  noi  amo  proao  che  Dee  [rf]  e  sufficiencia  e  tuto  unna 
cessa.  „  Dixe  B.  :  "  Veir  e.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  lo  gouerna  elio  per  si  20 
messmo,  comò  bem  perffeto  e  che  per  raxom  amo  mostrao  che  o  sea.  „  Dixe  B.  : 
"Cossi  par. „  Dixe  Propheta:  "Doncha  fa  elio  so  per  soa  bontae,  chi  [e]  perno 
sum  che  lo  mondo  se  uoze  e  se  mantem,  senssa  corruptiom.  „  Dixe  B.  :  "  Bem 
m' acordo  che  cossi  sea  [la]  cossa,  che  Dee  gouerne  tute  cosse  a  lo  perno  de 
bontae,  e  che  tute  cosse  intendam  naturarmenti  a  bem.  „  Dixe  Propheta  :  "  Du-  25 
bitar  no  de  alcum  che  ogni  cossa  no  retorne  a  la  uoluntae  de  so  gouernao  per 
natura.  „  Dixe  B.  :  "Cossi  couem  esser,  che  la  gouernaciom  no  serea  benna,  se 
li  gouernaoi  se  deslengoassem  '".  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  torna  a  niente  chi  se 
forssa  contra  Dee.,.  Dixe  B.  :  "  Mandesi.  „  Dixe  Propheta:  "Doncha  e  questo  lo 
bem  souram,  chi  per  forssa  ordena  e  gouerna  tuto;  doncha  de  follia  aueir  onta  30 
de  assatar  quello  chi  tuto  souremonta.  Crei  tu  che  Dee  possa  tuto  ?  „  Dixe  B.  : 
"  Si.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  za  che  eUo  pò  tuto,  so  che  elio  no  poesse  serea 
niente.,,  Dixe  B.  :  "So  e  ueir.  „  Dixe  Propheta:  "Po  Dee  fa  mal?„  Dixe  B.  : 
"  No.  „  Dixe  Propheta  :  "  Doncha  mal  e  niente.  „  Dixe  B.  :  "  Elio  par  che  tu  te 
zogi.  „  Dixe  Propheta  :  "  Certo  no  (f.  375«)  fasso,  ma  per  la  gracia  de  Dee  auemo  35 
azointo  la  fontanna  de  la  substancia  de  Dee,  chi  no  receiue  in  si  cosse  strannie 
ni  foranne.  Per  che,  dixe  Perminides,  tute  cosse  a  Uni  auironnam^,  in  unna 
s'arestam.  Lo  cercullo  de  le  cosse  uoze  menando  e  si  goarda  senssa  mouimento; 
e  so  digamo  per  raxom  d'entro  e  no  foranne;  si  conio  tu  ay  da  Platom,  che  le 
raxoim  dem  esser  proxime  a  le  cosse  de  che  elle  sum.  „  40 

XIL  Hic  Pro2)heta  iniiitat  nos  ad  dexiderium  summi  boni  ex  diipli[ci]  iitillitate, 
sillicet  anime  et  corjjOris''. 

Quel' a  ^  bianssa  certanua  in  ato^  a  lo  souram  bem, 

chi  sa  uegnir  a  la  fontanna  unde  loia  no  uem  meni. 


^  gubernacullus  ^  Due  volte.  ^ ijenssator  *  j(o;  o  è  da  sostituire  c/i^  a  fow;o? 
°  Risponde  a  detrectarel  ^  auironneni  ^  aii/niam  et  corj)ìis.  ^  Ote  la 
°  inala  ;  F.  Qui  x>eut  ttenir  a  la  fontaine  Du  cler  bien  qui  est  lassus  hault. 


80 


Parodi, 


Per  che  rompi  ^  le  chainne 
de  le  uir  cosse  terrenne. 
OrflFeus  chi  mellodioxi 
canti  faua  mellodioxi-, 
5    apresso  se  faua  andar 
li  boi  per  so  uiolar, 
e  azonzer  cerui  e  leoim 
e  leure(r)  e  cham  felloni. 
Quando  soa  mogier  mori, 

10    elio  se  desconfforta  si, 

tan  tosto  in  unna  campagna 
ze,  per  querir  soa  compagna 
(è)  a  li  demonnij,  che  uegnir 
fé,  per  eoi  schunzuri  dir. 

15    Unde  si  beni  atempera  ^ 
eoi  strumenti  e  canta*, 
che  mantenenti  aue  ferio 
de  sonar  lo  fer  Zerberio. 
Tantallus,  chi  se  auea, 

20   la  lengoa  deffor  traea^ 
e  la  frota  de  tuti  quanti 
odando  si  deci  canti 
tantosto  foni  si  boi® 
che  elli  no  sapem  che  dir. 


Lo  maor  disse  :  Venssui  semo, 

per  che  e  dago  per  conssegio 

de  rendergi  soa  mogier, 

a  pacto  che  se  inderrer 

se  uoze  per  remirarlla, 

che  noi  andey  per  streparlla, 

si  che  più  recouerar 

no  la  possa  per  cantar. 

No  de  alcum  dar  leze  a  li  amanti, 

che  y  no  porream  esser  constanti. 

Che  quando  andauam  a  lor  camim, 

che  quaxi  eram  a  la  fim, 

or  se  uosse  per  ueir  l'amia 

e  tantosto  li  fo  rauia, 

si  che  perduo  so  confforto 

mantenente  chaite  morto. 

Questa  meza  fora  e  dieta 

per  uoi,  chi  in  uia  drita 

dcuey  nostra  intenciom 

m.ter,  si  che  affriciom 

no  uè  uegna  d'  obeir 

la  uanitae,  ni  soffrir 

che  a  seguir  so  che  falle 

(e)  se  perde  so  che  a  uoi  uagie. 


35 


40 


45 


Libro  IV. 

Incipit  liber  quartus  B.,  in  quo  principallis  Projìhefe  est  B.  conssollari,  dicendo 
ei  qtiod  de  sua  misseria  debeat  conssollari,  et  etiam  tractans  ibidem  de  ocultis 
radiis  dittine  j^rouidencie  et  de  ceteri[s]  fac.ti[s]. 

I.  "  0  guia  de  ueraxe  lumera,  monto  suni  manifeste  le  toe  raxoim  e  ueraxe. 

50  Ma  za  che  tute  cosse  ani  bom  gouernaor,  conio  pò  passar  alcuni  mal  senssa 
puniciom?  E  pu,  che  quando  felonia  fiorisse,  uirtue  no  perde  sollamenti  so 
guierdom,  ma  uem  scharchiza  e  ijorta  le  penne  che  mallicia  de  sosteneir.  „ 
"  Oriber  cessa  e  gram  sboimento  seream,  se  la  niaxoni  de  lo  sourani  paire  fosse 
ordenaa  comò  tu  penssi;  che  se  tu  retee  beni  so  che  auanti  amo  proao  a^  l'aia 

55  de  quello  Dee,  de  chi  reame  noi  parllemo,  tu  cognosserai  che  li  boim  som  semper 
possanti  e  li  maluaxi  seiui,  e  che  no  sum  senssa  puniciom  li  uicij ,  ni  uirtue 
senssa  guierdom,  e  che  a  li  boim  uen  tutor  bianssa  e  a  li  maluaxi  pestellencia  ; 
e  monte  aotre  cosse  ueirai  chi  so  afFermeram  e  allieneram  da  ti  herror  e  afri- 
ciom  ^  E  te  mostrerò  la  uia  de  tornar  a  toa  maxom  {d)  e  a  ueraxe  forma  de 

60   bianssa  per  le  ale  che  e  te  dare.  „ 


^  roinpir       -  sic.        ^  atemperar 
ma  non  so  se  la  mia  congettura  basti. 


cantar        ^  tar  lengoa  deffor  traictu  ; 
^  1.  xboij?        'e        **  amiciom 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  IV,  i,  ii.  81 

I.  Hìc  Propìieta  imìt  laudare  pena[s]  B.^  quibus  ad  altom  assendit,  nam  ipse  B. 
paulatiin  documentis  emenditltalibus  ^  Prophete  sanatttr^. 

E  0  bem  ale  issnelle  che  noite  parrà  und'  el  era  '.  10 

per  andar  suza  in  le  celle  Li  eeze*  lo  gram  Sire, 

de  gloria  celestial,  chi  a  si  tutor  noi  tire, 

linde  ioia  no  de  mai  cessar;  in  lo  mondo  che  elio  gouerua, 

lo  quai  chi  le  uol  aueir  lo  ceP,  chi  no  desquerna, 

in  terra  no  pò  romaneir,  a  quell'ostello''  ueraxe,  15 

ina  in  l'aire,  se  elio  uorra,  uerger  de  piaxeir  e  paxe, 

e  in  cel  montar  porrà,  a  lo  quar  no  pom  andar 

unde  ueira  si  gram  lumera  li  ostinai  pur  in  mal. 

II.  B.  snperius  rnouet  qiiestionem,  qiiod  Deo  ''  regnante  ipse  uidet  mallos  dominare 
et  potentes  esse,  honos  autem  ^  deprimi  et  omni  bona  carere.  Hic  Propheta  re- 
spondet  probans  e[t]  dicens  qtiod  mali  semper  tnalum  habent  et  boni  bonum. 

[f.  37Ca]  "  Tu  cognosserai  leuementi  che  li  boim  am  poeir,  e  ^  li  maluaxi  sum 
eenssa  possanesa;  per  so  che  l'um  se  mostra  per  Faotro,  per  so  che  bem  e  mal    20 
Bum  contrarij.  Si  che  chi  uè  la  fragillitae  de  lo  mal  pò  ueir  la  forssa  de  lo  bem. 
Ma  a  so  che  meio  sea  cretua  nostra  substancia,  mostreremo  chaum  persie  fer- 
meremo nostro  propoxito,  quando  de  l'um  e  quando  de  l'aotro.  Doe  cosse  sum, 
da  chi  auem  tuti  afar  d'orni,  soe  uollontae  e  possanesa;  e  se  l'unna  falle,  alcum 
no  comenesa  mai,  e  manchando  poeir,  uolluntae  g' e  per  niente.  Che  cossi  sea  tu    25 
uei;  che  alcum  uogia  alcanna  cossa  e  no  l'agia,  tu  dirai  che  poeir  li^"  falle  de 
pcrchassarla.  „  Dixe  B.  :  "So  e  ueir.  „  Dixe  Propheta:  "  Menbrate  che  per  le  ra- 
xoim  de  su,  che  chaunna  uolluntae  humanna,  anchor   che  uagam  per  diuerssi 
chamim,  tendem  pur  [a]  aueir  bianssa?,,  Dixe  B. :  "Bem  e  proao  per  unna  ra- 
xom.  „  Dixe  Propheta:  "Menbrate  che  bianssa  e  bem  sum  unna  messma  cossa,    30 
e  chi  uol  l'unna  si  uol  raotra?„  Dixe  B.  :  "Bum  lo  so.  „  DiXe  Propheta:  "  So  e 
certo,  che  per  aueir  bem  in  si  e  homo  bom,  per  che  li  boim  an  so  che  elli  de- 
xiram,  so  e  bem,  che  no  pom  aueir  li  maluaxi;  con  so  sea  cossa  che  li  boim  e  li 
maluaxi  uorream  bem,   e  li  boim  l'am  e  li  maluaxi  no.  „   [i]  Dixe  B.  :  "  E  chi 
de  so  dubita  no  intende  la  natura   ni   la  consequencia  de  l'argumento.  „   Dixe    35 
Propheta:  "Anchor  più,  che  se  doi  ordenai  a  unna  messma  cossa  e  ouera  per 
natura,  e  l'um  la  fa  per  natura  e  l'aotro  la  uoia  far  e  no  possa  senssa  aia,  quar 
terrai  tu  per  più  poesante?„  Dixe  B. :  "Anchor  che  e  ponsse  so  che  tu  uoi  dir, 
e  lo  dexiro  oir  più  ihairamenti  „  Dixe  Propheta:  "L'officio  d'andar,  chi  apertem 
a  homo  per  natura,  metesse  in  onera  per  ussanssa  de  pee.  „  Dixe  B.  :  "  Si.  „  Dixe    40 
Propheta:  "  E  se  um  homo  uà  per  soi  pee  e  uni  aotro,  chi  agia  perduo  lo  poeir, 
e  se  forssa  d'andar  cum  le  maym  e  cum  le  cosse,  chi  sera  in  so  più  possante?„ 
Dixe  B.  :  "  Quello  chi  naturarmenti  fa  so  officio.  „  D  xe  Propheta  :  "  Crei  tu  cho 
lo  souram  bem  sea  querio  per  bom  e  "  por  re  uertuossanienti,  o  che  li  re  lo  re- 
queram  per  diuerssc  couee  dessoidenae?  „  Dixe  B.:  "M'acreao'^  cheli  boim  lo    45 
([ueram  per  uirtue,  e  li  reo  in  guissa  dessconssa.  „  Dixe  Piopheta:  Tu  dij  bem 


*  etnendifhaibus.  Forse  medicalibus.  ^  sanantur  ^  unde  lera;  —  ho  in- 
vertito l'ordine  di  questo  verso  o  del  precedente;  cfr.  F:  Si  s  en  entre  en  si 
grani  lumiere  Que  nuit  sei»ble  quanque  est  derriere.  *  sezer  *  E  da  leggere 
in  lo  cel'i  ^  a  quello  stillo;  questi  ultimi  versi  non  han  quasi  riscontro  nel  testo 
francese.        ^  de  deo       ^  ac       ^  se        '"  la        "  o        '-  ma  creao 

Archivio  glottol.  ital.,  XIY.  6 


82 


Parodi, 


o  parmc  che  toa  nahira  s'adrisse.  Or  goarda  che  piceni  poeir  e  la  sitiofcai^  de 
li  maluaxi,  chi  no  pom  ucnir  a  so  che  naturaa  dexir-  li  impenze,  si  corno  a  forssa. 
Che  serea,  se  l'aia  de  natura  chi  li  auanssa  li  lassasse?  Vei  tu  conio  possanssa 
tem  ^raindi^  li  felloim?  So  no  e  poco  che  elli  queram  e  aueir  no  pom,  e  fallem 
5  a  lo  bein  sourain.  [e]  Per  che  tu  poi  ueir  lo  fi^rani  poeir  de  li  boim;  che  cossi 
corno  tu  te  possente  quello  chi  iu  lo  officio  de  andar  uà  tutora  per  lo  officio  de 
eoi  pee,  cossi  dei  tu  zue^ar  per  più  possante  quello  chi  uà  a  lo  bem,  etra*  lo 
quar  no  se  pò  demandar.  De  che  li  maluaxi  sum  despo^iai  de  poeir,  per  lassar 
uertue  e  tornar  a  uicij,  no  cognossando  li  bem  per  auogollessa  de  ignorancia  e 

10  per  ardor  de  lecharia,  chi  li  fa  uerssar  da  aotra  parte.  Per  che  elli  no  pom 
luxir^  ni  centrar  a  li  uicij,  per  l'otragio  de  fellonia  e  de  ioteza,  per  forssa  de 
temptaciom;  per  che  elli  lassam  da  so  bom  grao  de  bem  far.  Per  che  elli  no 
sum  soUamenti  eensa  possanssa,  ma  sum  niente;  che  za  se  i  lassam  la  comunna 
fé  de  tuto,  elli  no  sum  in  lo  nomerò  de  le  cosse  chi  sum.  Ma  de  so  per  auentura 

15  se  merauegieram  archum,  che  li  maluaxi,  chi  sum  più  cha  li  boim,  eeam  niente.  „ 
Dixe  B. :  "Cossi  e.  „  Dixe  Propheta:  "Che  e  no  meto  miga  che  li^  maluaxi  no 
seam  mar,  ma  y  [no]  sum  simpleinenti:  che  si  conio  tu  apelli  lo  corpo  d'omo 
morto  homo,  e  o  no  l'è,  a  simplamenti  parllar,  cossi  digamo  de  li  felloim  esser 
maruaxi,  ma  no  lo  sum  simplcmenri,  so  [e]  per  ordem  de  eoa  natura.  Sì  che  chi 

20  lassa  so  chi  e  in  l' ordem  de  soa  natura,  lassa  esser.  Tu  diray  che  li  maluaxi 
am  poeir.  „  Dixe  B.  :  "  E  no  lo  nego  ''.  „  Dixe  Propheta  :  "  Ma  no  gè  uem  da  forssa, 
ma  da  seueresa;  che  de  soura  ay  proao  che  mar  e  niente,  si  che  ee  i  no  pom 
aotro  [fi]  cha  mal,  elli  no  pom  niente.,,  Dixe  B.  :  "So  e  ueir.  „  Dixe  Propheta: 
"  E  te  faro  intender  che  cessa  e  lo  poeir  de  li  maluaxi.  E  o  mostrao  che  alcuitna 

25  coesa  no  e  più  possente  de  lo  souram  bem,  e  che  elio  no  pò  far  mal.  „  Dixe  B.  : 
"  Cossi  e.  „  Dixe  Propheta:  "  E  alcum  chi  pensso  che  homo  possa  tuto?  „  Dixe  B. : 
"  ?ro,  se  o  no  e  for  de  seno.  „  Dixe  Propheta:  "  E  li  re  pom  mal  far?  „  Dixe  B. : 
"  Si,  de  che  me  peissa.  „  Dixe  B. :  "  Como  pom  elli  più  cha  quello  chi  pò  tuto, 
ni  am  più  poeir  cha  quelli  chi  far  no  lo  pom?^  E  più,  che  possanssa  e  um  de  li 

30  bein  chi  fam  a  dexirar,  e  tuto  so  che  homo  dexira  e  ordenao  a  bem,  corno  a 
cauo  de  natura;  che  noi  amo  proao.  Ma  poeir  far  peccao  no  pò  esser  ordenao  a 
bem,  per  che  o  no  fa  a  dexirar,  si  che  poeir  mar  far  no  e  possanssa;  per  che 
apar  che  li  boim  am  poeir  e  li  maluaxi  fieuellessa.  Per  [che]  Platom  dixe  ueir, 
che®  soUamenti  li  pordomi  po[m]  far  so  che  elli  uorem,  e  li  maruaxi  so  che  li 

35  deleta  e  no  so  che  y  uorem,  penssando  ue^nir  a  bem  per  li  mai  de  chi  se  del- 
letam.  Ma  so  no  pò  esser,  che  uicij  no  mennam  mai  a  bonna  fim.  „ 


II.  Vidi  Propheta  adirne  probare  [f.  377  o]  per  exemplum  magnatimi,  quod  sem- 
per  boni  siint  poteiites,  inaili  autem  sunt  '"  inbecilles  et  semi  tot  "  duminormn, 
quot  uiciorum  predichatorum  granati  sunt  grntea  ^''. 


Quelli  [chi]  sum  in  segnoria 
per  grande  tricharia, 
uestij  de  robe  frexae, 
40    [de]  saee  '^  e  lanne  uarie  '*, 


cireundai  da  seruenti  e  maze 
per  far  regoardar  menaze, 
se  fam  a  li  simpli  dotar. 


^  0  fitìotai;  il  frc.  :  fothlete;  e  non  so  se  esistesse  un  gen.  seviotai  {'se/>)  *fle- 
bil'  tate.  ^  natura  dexiraa  ^  Si  vorrebbe  :  corno  grande  inpotenga  tem  li  f.  ; 
cfr.  B.  98,  75-76.  Anche  il  periodo  seguente  è  male  inteso,  e  busta  forse  corregger© 
qwrem  e  ma  fnllern.  *  chi  ita  otra  a  lo  b.  l.  q.  ^  Forse  fnzir.  —  B.  ha  un  solo 
verbo:  obluctari.  ®  ti  ''  Dixe  B.  e  n,  l.  n.,  ripetuto.  *  Erroneo,  ®e  che  ^'^ sum 
^^  tota      ^-  grateiint',  ma  la  restituzione  è  dubbia.      "  se«e  sete.    "Cioè  uariae. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  IV,  ii,  in.  83 

Chi  sau'amentj  penssar  De  for  apar  ^  faoci  delicij 

per  ima^inaciom  e  inuea^  e  aotri  uicij; 

uoresse  so  eh'  e  uirom,  che  no  e  alcuni  segnor  10 

a  delleiie  cognosserea  grande  [e]  themuo  da  pussor, 

5  che  lo  cor  dentro  ser[e]a  che  souensso  no  se  dogia 

preisso  e  ligao  de  chainne  per  compir  eoa  uogia. 
de  le  uir  cosse  terrenne. 

III.  IIlc  ostendit  Projìheta  omnes  iustos  esse  deos,  et  omnes  mallos  iti  hestias  re- 
torciieri,  et  qund  UH  tiere  in  bestìas  rediguntur  qui,  dimissis  bonis  operibus 
et  racione,  nephandis  negociis  adhessertinf. 

"  Vei  tu  corno  uicij  sum  inuolupai  [in  lo  fango]  e  lo  gram  lozo[i]  in  che  uirtne 
ee  mantem?  Per  che  tu  dei  creer  che  uirtuo  no  sea  senssa  guierdum  e  uicij  sensa    15 
tormento;  che  lo  firn  per  che  la  cossa  e  faita  e  lo  loguer  de  l'oura,  si  corno  quelli 
chi  correm  a  lo  stadio  per^  aueir  la  coronna,  chi  e  lo  guierdum  de  corpo.  Ma 
noi  amo  mostrao  che  bianssa  e  lo  soueram  bem,  per  chi  tute  cosse  sum  faite; 
per  che  lo  souram  bem  e  lo  guierdum  de  tute  cosse  humanne,  lo  quar  no  se  pò 
togier  a  li   boim.   Per  che   boim  costumi   no  pom   esser  senssa  lo  guierdum.  „    20 
(Dixe  B.:  "  E  in  che  guissa  li  maruaxi  aprexiam  li  boim?  „  *  Dixe  Propheta:)  "  Per 
60  che  la  coronna  de  pordomo  no  pò  chair,  ni^  la  bellessa  de  so  cor  no®  pò 
esser  aranchaa  per  aotrui  malitia^   E  tute  niainere  de  guierdum  sum  [per]  raxoni 
de  lo  bem  che  Tomo  ii'atende,  si  che  quello  chi  a  bem  in  si  no  pò  esser  senssa  lo- 
guer. Or  te  souegna  de  questo  correllario  eh' e  t' o  conelusso,  60**  [e]  che  [bem]    25 
aotra  chossa  no  e  cha  bianssa,   sì  che  tuti  [li  boim]   per  la  ior  bontae  partici- 
I)am  cum  Dee.  Per  che  alcum  sauio  no  de  dubitar  che  li  maluaxi  seam  senssa 
penna.  Che  za  che  bem  e  mar  sum  contrarij,  se  lo  bem  a  so  guierdum,  per  ra- 
xom  couem  che  lo  mar  agia  soa  penna;  che  si  corno  bontae  e  loguer  ali  boim, 
cossi  mallicia  e  loguer  a  li  re.  Si  che  chi^  se  tem  intachao  de  penna,  no  dubia  ***    30 
za  esser  intachao  de  mar.  Per  che  se  li  [e]  maruaxi  se  uoUessem  reco[gno]s?er, 
elli  no  porream  penssar  si  esser  sensa  penna,  che  lo  pezor  mar  chi  sea,  so  "  e 
mallicia,  no  sollamenti  [a]  intachao  ma  cerreto.  Doncha  chi  s'aloitanna  da  bem 
lassa  a  esser,  per   die  li  maluaxi  lassam  a  esser,  chi  auanti   cram,  ma  [a]  la 
forma  de  lo  corpo,  che'-  anchor[am],  par  ch'i'*  sum  homi.  Si  che  quelli  chi    35 
per  Ior  mallicia  am  lassao  de  esser,  no  am  più  natura  de  homo.  Che  se  tu  uey 
um  homo  dissagurao  '*  per  uicij,  tu  no  lo  '^  dey  tegney  per  homo  ma  bestia.  Per 
60  che  per  soa  uoUuntae  lo  toie  aotr[u]i  so  aueyr,  di'®  che  elio  e  semegieiuer  a 
lo  louo;  e  se  elio  e  fellom  [e]  atenssa '^  uollunter,  asemegiallo  a  lo  cam;  e  si 
aecossamenti   agoaita  de  baratar  aotri,  di  ch'elo  e  tal  conio  la  uolpe.   E  se  ira    40 
lo  prende  senssa  temperanssa  e  frem  de  discreciom,  tello  per  pczo  cha  leom;  e 
se  [a]  paora  quando  no  de,  teneir  lo  poi  ^''  più  uil  cha  cerno.  E  se  elio  e  lento  e 
peigro,  di  che  elio  uiue  a  mainerà  d'axem;  e  se  elio  e  muaber  de  so  boni  prepo- 


^  de  far;  e  si  penserebbe  a  depar,  se  esistesse  un  verbo  depareì.  F  serve  poco: 
et  dessas  de  finilces  delices  ecc.  ^  E  probabilmente  da  leggere:  ira  e  iiivea,  come 
in  F:  rf  I/re  d  enuie.  ^  a  lo  studio  d  aueir  *  Questa  domanda  di  Boezio  manca 
al  latino  e  non  si  connette  col  resto.  ^  in  "  ni  ^  aotra  marutia  ;  F:  mau- 
uaistie.  ^  so  so  ^  Lcgifi  :  E  chi.  '*  dubiar  "  si  '^  citi  '*  chi  ;  cfr.  F: 
Mes  il  appert  a  In  forme  du  corj)s  qu  ilz  ont  encore  qii  ils  furetit  hommes.  '*  di- 
^furmao?  B:  transforiìiatum.        ^'°  li        ^^  de        ^~  a  senssa        ^^  jjoei 


84  Parodi, 

nìmento  e  conseio,  l'a[ue]ra[i]  ta  ^  corno  li  oxelli  ;  e  se  o  6c  dellota  in  luxuiin,  si 
l'aaemeia  a  unna  troa  inffan^aa.  Cossi  e  tuti  quelli  chi  per  mallicia  la  sani  bouna 
uita,  per  la  quar  cUi  partlcipani  cum  Dee;  si  che  chi  so  no  uol,  deuem  bestia 
e  pezo  cha  bestia.  „ 

III.  [d]  Ilic  Gstendit  Propheta  quod  mutacio  aniinorum  ^  qunm  homines  faciunf, 
mallis  operibus  i/iherendo,  est  niaior  quam  si  ^  suum  corpus  in  aliquam  *  for- 
mam  bestie  mutetur^. 

5    Quando  ITllixes  de  Troia  nenia,  no  beucase  do  poxom, 

chi  per  mar  preisse  soa  uia,  per  caxoin  ni  diciom, 

Eurus^  si  forte  inspeiis?e  che  lor  cor  poesse  muar. 

che  lo  naue  mantenente  Ma  za  tanto  no  sape  far; 

zen  a  l'issoUa  de  la  deessa  che  l'omo  a  in  cor  so  uigor 

l'J   figia  de  sol,  incantaressa,  per  ouera  de  lo  Creator, 

chi  tar  poxom  sape  far  chi  per  poxom  no  s'abandonna. 

che  li  beueaor  fé  cangiar'  So  che  o  fa  se'"  si  imprexonna 

in  li  porci  saluaj'gi,  in  le  carcere  de  couea, 

orssi^  e  loui  rauaxi.  de  ira,  odio  e  inuea; 

1^    Ma  per  um  dee^  fo  amonio  li  quai  uicij  a  malia  firn 

lo  ducha,  chi  a  quello  inuio  mennam,  comò  re  uenim. 

IV.  Hic  ostendit  Propheta  quod  uita  ninlloruin  homiìium  magno  tempore  uiuen- 
ciom,  infelicior  est  quam  si  cito  mortuus  [inaìtis  malitiae]  vinculo  solceretur  *^ 

[f.  378  «J  [Dixe  B.:  "E  uego]  bem  che'-  a  torto  no  se  dixe  che  anchor  che 
30  li  peccaoi  abiani  forma  d'orni,  lor  cor  sum  cambiai  in  bestie  „  '^.  "  —  conio  noi 
proeremo  a  so  logo.  E  se  lo  poeir  de  dampnifficar  aotri  e  gi  fosse  togiuo,  lor  penna 
aerea  menor,  anchor  li  tegna  [omo]  per  più  uallenti  quando  elli  pom  acompir 
80  dexiderio;  ctìe  se  uollcir  mallicia  e  rea  cossa,  anchor  l'è  più  poeir,  che  a 
men  de  lui  la  uolluntae  languisse.  „  Dixe  B.  :  "So  apar,  ben  che"  e  uorrea  che 
35  tar  poeir  gi  fosse  sostraito.  „  Dixe  Propheta:  "  Sostraito  gè  sera  '^  elio  più  tosto 
che  tu  no  crei  o(r)  ch'i  no  pen8a[m].  In  questa  breiie  uita  no  e  cossa  si  presta,  se 
tato  apar  longa  a  l'annima  chi  no  pò  aueir  firn '^  Ancor  che  souenzo  gi  sea 
remedio  a  soa  messehansa  no  compir  so  re  uollcir,  che  quello  chi  più  longamenti 
fa  mal  e  pezo  agiustrao  ''.  Anclior  te  digo  che  li  maluaxi  sum  men  mar  agurai 
49  quando  elli  sum  punij,  cha  quando  elli  passam  senssa  puniciom.  E  no  digo  corno 
monti,  chi  dixem  che  alcanna  fia  li  maluaxi  tornam  a  bem  far  e  cessam  de  mar 
per  munitiom;  m.a  digo  che  i  sum  melor  quando  elli  sum  punij,  cha  quando  [6]  se 
gè  perdonna  li  soi  mesfati,  e  aotri  [no]  ne  prendem  exempio  '\  So  e  cossa  certa: 
88  Tomo  mete  alcum  bem  cum  lo  mal  de  alcum,  quello  chi  lo  receiue  no  e  men 


*  preponimento  sa  cossuo  la  rata  co?no.  Ho  tentato  di  correggere;  sa  forse  per  se, 
che  anche  altrove  trovammo  per  e  {he?).  F  non  ajuta:  S  il  est  niuable  et  ne  tient  son 
propos  il  est  dessanihlant  aux  oyseaux.  ^  arinorum.  ^  sii  *  aliquo  ^  mu' 
tentur  '^  Eucus  ''  caiu/iar  fé  ^  verssi  ^  per  dee  nm  *"  lo  "  morietur 
'2  Pe  che  il  ms.,  invece  di  bem  che;  è  uno  dei  tratti  piìi  scorretti.  '^  Lacuna, 
della  quale  il  ms.  non  serba  traccia.  "  per  die  '^  serea  '"  Tutto  travisato  il 
latino  :  ncque  enim  est  aliquid  in  tnm  brevibus  vitne  metis  ita  sericm  quod  expec- 
iare  longunt  inmortalis  praesertim  animus  putet.  Forse  eia  un'interrogazione  reto- 
rica: [Como]  in  questa  breue  uita ;  e  tato  aparrà  longo-  ■ ..?        "  agitrao 

'*  Ho  cercato  di  aggiustar  le  cose  aggiungendo  un  no\  ma  meglio  sarebbe  tra- 
sportare questa  proporzioncella:  e  aotri  n.  pr.  ex.,  dopo  sum  punij. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  IV,  iv.  85 

mar  agurao  cha  quello  chi  a  pura  malicia  ?  „  Dixe  B.  :  "  Cossi  apar.  „  Dixe  Pro- 
phota:  "  E  se  l'omo  mete  mar  nouo  cum  la  maruaxitae  de  quello  chi  l'a  tuta 
pura,  eensaa  missioni  '  de  beni,  no  sereallo  pezo  afjurao  olia  quello  a  chi  so  mete 
alcum  bein  per  recouerarllo?  „  Dixe  B.:  "  Mandesi.  „  Dixe  Propheta:  "  Doncha 
am  li  maluaxi  alcum  bein  quando  elli  suin  punii,  per  la  dritura  de  la  puniciom  ;  5 
e  quando  elli  no  euni  punij,  si  assendeni  in  mar  iiouello,  seando  quiti  de  penna, 
e  80  e  mar,  secondo  toa  conffessiom.  „  Dixe  B.:  "  A  so  no  se  pò  contrariar.  „ 
Dixe  Propheta:  "Doncha  sum  li  maluaxi  più  malleiti,  quando  elli  sum  quiti 
de  penna,  cha  quando  elli  sum  punij  dritanienti;  che  punir  li  maluaxi  si  e  drito, 
e  no  punirlli  si  e  torto.  „  Dixe  B.:  „  A  so  no  se  pò  contradir.  „  Dixe  Propheta^:  10 
"  Asi  mar  se  pò  ne,2:ar  che  drito  no  sea  bem  e  che  torto  no  sea  mal.  „  Dixe  B. : 
"  Bem  se  se;:rue  a  1'*  concluxiom  dauanti,  ma  e  te  quero  se  tu  ay  segno  che  le 
annime  apresso  la  morte  de  lo  corpo  abiam  alcum  tormento.  „  Dixe  Propheta: 
"Si,  monti  e  grandi  [e],  de  li  quai  li  uni  per  punir  le  annime  per  agror  de 
penne,  li  aotri  sum  purgatori j  de  mein  penne.  Ma  nostra  intenciom  no  e  aera  15 
tractar  do  so,  anci  de  mostrar  che  la  possanssa  de  li  maruaxi,  che  tu  tegneiui 
asi  [in]vlegna,  e  niente,  e  che  quelli  chi  no  sum  punij  no  sum  senssa  penna,  e  che 
lo  poeir  de  mal  far,  che  tu  dexiraui  tosto  esser  fìnio,  no  e  monto  lonci  da  la 
fìm,  e  che  quanto  ^  [più]  elio  durerà,  più  li  sera  caxom  de  mar  agur.  Che  li 
maluaxi  [sum]  più  mal  agurai  quando  centra  drito  sum  quiti  da  penna,  cha  quando  20 
elli  sum  punij  a  drito.  „  "  Più  ueraxe  cessa  de  questa  no  se  pò  dir.  Ma  quando 
o  conssidero  lo  zuegar  de  li  homi,  chi  e  quello  chi  te  uoUesse  creer?  „  dixe  B. 
"  Cossi  e  —  dixe  Propheta  —  ma  so  auem  [per]ch'i  no  pom  goardar  a  lo  splen- 
dor de  ueritae  ni*  leuar  li  ogi,  chi  sum  acostumai  in  tenebre,  semegieiui  a  oxelli 
a  chi  la  nocte  da  uista  e  lo  iorno  auogullessa.  Che  elli  no  goardam  a  l'ordem  25 
de  le  cosse,  ma  a  lor  affecioni,  creando  che  li  maluaxi  seam  bem  agurai  pos- 
sando  mal  far,  per  so  che  li  par  esser  quiti  da  puniciom.  Ma  goarda  che  la  du- 
raber  lei  a  statuio:  che  quando  tu  ay  formao  to  cor  in  boim  costumi,  tu  no  ay 
mester  [d]  de  zuxe  chi  te  renda  to  loguer,  che  ti  messmo  t' e  acompagnao  a  lo 
gram  bem;  e  se  tu  meti  to  studio  a  mar  far,  no  te  stor  demandar  for  da  ti  chi  30 
te  punissa,  che  ti  messmo  te  zuigi  per  diuersse  uie  a  mar.  Che  se  tu  goardi  [or] 
a  lo  cel  or  a  zo^  chi  e  in  terra,  senssa  che  aotro  t' auegna  cha  la  raxom  de  to 
diuersso  regoardo,  o  te  parrà  che  tu  sei  zointo  quando  a  le  stelle  quanlo  a  lo 
fango'';  ma  li  sinipli  no  lo  cognossem.  Se  alcum  no  auesso  maj^  uisto  e  pen- 
Bsasse  che  uista  no  fosso  de  perffeciom  d'omo,  zuigeremo^  noi  che  quelli  no  sum  85 
auogolli,  chi  no  lo  crem  esser?  Tai  sum  quelli  chi  no  crem  queste  cosse,  e  asi 
mar  creran  se  noi  proassemo  per  uiue  raxoim  che  li  otragiaoi  sum  pezo  aguraj- 
cha  li  otragiai.  „  Dixe  B. :  *  So  me  par  certo.  „  Dixe  Propheta:  "  Poi  tu  pcnssar 
che  li  maluaxi  no  desscruam  de  esser  punij?  „  Dixe  B.:  "  No.  „  Dixe  Propheta: 
"  Doncha  apar  che  sea  mar  agurao  in  pussor  maynere,  quamdo  elio  e  [maruaxe].  40 
E  se  elio  a  dcseruio  d'^  esser  punio,  dime,  dubierai  tu  che  elio  no  sea  mar  agu- 
rao? „  Dixe  B. :  **  No.  „  Dixe  [f.  379  «]  Propheta:  "  E  so  tu  fossi  lor  zuxe,  chi 
puniressi  tu,  o  quello  chi  a  faita  la  inìuria  o  quello  chi  l'a  receuua?  „  Dixe  B. : 
"  E  f  rea  punir  lo  marfator  e  satisfar  a  quello  a  chi  fosse  faito  otragio  ni  mar.  „ 
Dixe  Propheta:  "  Doncha  terressi  tu  per  più  misserto  quello  chi  auesse  faito  lo  45 
torto,  cha  quello  chi  l'auesse  receuuo?  „  Dixe  B. :  "  Cossi  apar.  „  Dixe  Propheta: 
"  Se  mallicia  de  soa  natura  fa  mar   agurao  lo  marfactor,  elio  apar  che  chi  fa 


*  O  )nistìom?       '  dixe  B.       ^  quando      *  li      ■'  orezo\  cfr.  F:  or  por  le  del 
or  en  ìa  terre.        "  fogo        ^  no  zuigeremo  noi        *  e  desuiuo  a  ;  corrci^go  con  F. 


86  Parodi, 

malicia  a  aotrui,  che  o  sea  pia  marcito  *  cba  chi  la  recoiue.  Ma  li  auocati  fam 
aora  tuto  lo  contnirio,  chi  se-  forssam  a  inclinar  lo  ziixo  [a]  aueir  marce  de 
quello  chi  [a]  receuuo  lo  dano,  habiando  lo  mai'factor  maor  moster  de  misseri- 
cordia.  Cha  li  maluaxi  deuereain  esser  menai  dauanti  li  zuxi  no  per  corroseo 
«^>  ma  per  pietae,  corno  se  mennam  li  maroti  dauanti  li  mexi,  a  so  che  li  zuxi  per 
drita  via  pi  leua^sem  niallicia  de  pechao;  e  cossi  no  aueream  mester  de  auocati 
per  si  defFender,  e  se  li  uollessom  aueir,  li  deuereain  cambiar  la  deffenssiom  in 
acussaciom.  E  se  li  maluaxi  cognossesseni  questa  tanta  uirtue,  eili  no  aueream 
mester  de  deffendeaor,  ma  se  manterream  do  lo  tuto  in  la  [b]  uoUuntae  de  l'a- 

10  cuisaor  e  de  li  zuxi;  e  cossi  no  auerea  ay[n]a  iogo  in  cor  de  homo  sauio,  che 
alcum  no  dessama  li  boim,  e  raxom  no  dixe  de  dessamar  li  maluaxi.  Cossi  so[m] 
uicio  e  marotia  de  cor  corno  lan»or  e  marotia  de  corpo;  e  corno  lo  maroto  cor- 
poralmenti  no  a  mester  de  esser  abandonao,  ma  ne  de  aueir  chaum  pietae,  assai 
più  se  do  aueir  missericordia  de  li  maroti  de  cor,  a  no  perssef::uirlli  crudernienti, 

15    per  80  che  la  maluaxitae  che  elli  am  e  più  greue  cha  marotia  de  corpo.  „ 

lY.  H/'c  Propheta  repì~endit  illos,  qui  conantnr  multos  ad  mortem  deducere. 

Perche  *  andauoi  si  forte  no  seaj-^  [re],  raxom  8egui(r) 

a  cerchar  a  mam  la  morte,  e  tensso[m]  schiuai^  e  fuzi(r); 

chi  presta  uem  senssa  apellar  no  demenai  forssenaria 

e  fa  cauaili  tosto  andari'  [a]  alcum *, 

20    e  pezo  ^  fai  cha°  li  saluaigi  si  corno  a  uoi  piaxerea 

orssi,  chi  per  fer  coragi  [e]  o  aueneiuer  serea. 

se  sciirpeutam  cum  li  denti?  Ma  corno  sauio  sor  far, 

Per  Dee,  no  fai  sangonenti  quello  chi  uol  bem  guereza^", 

li  cotelli,  che  auci  torto  ^;  a  li  boim  de  bem  uoileir 

25    seay  tutor  de  boni  '  confforto;  e  de  li  ree  pietae  aueir. 

V.  Hic  ostendit  Propheta  cur  niaìlifs]  aliquando  contingat  bonum  et  e  conuersso, 
et  hoc  facit  reicere  ''  quafmjdaìn  qiiestioìtefmj  difficillefmj  ad  sohtendum. 

"  Alchum  homo  no  dexira  esser  exiliao,  soffraitosso  ni  aontao  ;  auanti  uor  abon- 
dar  de  richesse  e  possanssa,  per  star  in  paxe  in  soa  citae,  per  so  che  in  questa 
mainerà  pò  *^  meio  tractar  ouere  de  perffeciom  e  gouernar  lo  pouo  e  far  ^^  parti- 
cìpar  in  lor  biaiissa.   3Ia  le  carcere  e  li  tormenti  sum  benne   per  li  cìtaym  de 

40  malia  vita;  ma  li  boim  sofferem  li  mai  che  li  maifatoi  deueream  portar,  e  li 
maruaxi  am  li  guierdom  de  uirtue,  che  se  dem  dar  a  li  pordomi  —  dixe  B.  — ■ 
Saveressime  tu  dir  la  concluxiom  de  questa  raxom?  Per  so  che  e  me  merauegie- 
rea,  se  e  no  creesse  che  aucntura  senssa  raxom  so  bcsturnasse;  che  la  gouerna- 
ciom  de  Dee  me  xboisse  tuto,  chi  alcunna  fìaa  fa  bem  a  li  boim  e  mar  a  li  mal- 

45  uaxi,  [e  aotra  fìaa  da  ali  maluaxi]  so  che  elli  dexiram  e  fa"  mar  a  li  boim*^ 
Se  tu  no  gè  troui  \d]  raxom,  che  ditferencia  serea  Inter  eo  e  le  onero  de  for- 
tunna?„  Dixe  Propheta:  "  So  no  e  merauegia,  che  o  par  che  alcanne  cosse 
seam  dessordenae  e  conffusse,  de  che  homo  no  sa  la  raxom.  Ma  tu  sai  che  Dee 
chi  e  bom  gouerna  lo  mondo,  si  che  anchor  che  tu  no  eapi  la  caxom  de  so  or- 

50    dem,  tu  no  dey  dubiar  che  tuto  cosse  no  seam  bem  faifce.  „ 


^  Da  corregger  wmroi'o?  -fé  ^Pecche  *  per  so  ^  che  a  ^  torti;  cfr.H: 
non  est  iusta .  ■  ■  ratio.  ''  Cioè  boim.  ^  schitiar  "  alcum  sono  seguia.  F  :  Ne  de- 
niener  forsenerie  A  nul  tant  soit  de  ma  vie  (sic  .Come  correggere  ?  Forse  :  [se]  seno  s.? 
***  Sta  per  guierdonarl  ^^  medicere  ^^ pum  ^^  Nel  ms.,  far  va  irmanzi  a  go- 
uernar.       "  far        '^  Dopo  boim,  sopprimo  le  parole  e  a  li  mnhta.ri. 


Studj  lig-iiri.  §  2.  Tosti:  7.  Boezio,  IV,  v,  vi.  87 

V.  Hì'c  Propheta  tiult  [oatendere]  homines  quando  nesshint  caussam  re;/  qiiod 
nofnj  infclliffunf,  multiun  adinirare  quod  (aliquid)  possit  esse. 

Quelli  chi  no  sam  la  raxom  e  si  ne  parllam  li  pusBor 

corno  corre  septentriom,  corno  se  so  fosso  beror;  10 

60  e  lo  carro  sam  Martini  e  za  no  so  merauegiam 

chi  pur  1  torna  a  la  soa  firn,  de  so,  che  abasso  uepam 

•^    6um  lo  qual  uira  lo  cel,  lo  mar  chi  la  riua  assaota 

si  par  merauogia  e  ter.  e  sol  chi  forte  schaoda, 

Quando  e  tuta  pinna  la  lunna,  che  ueir  e  cossa  lengiera,  15 

se  o  gè  uem  oscuressa  alcunna,  ma  forte  e  a  saueir  la  mainerà  -. 

VI.  Quia  B.  posuif  quesfiones,  sequìtur  pars  in  qua  Fropheta  nidt  dictis  questio- 
nibiis  }-espondere,  et  ostendere  quare  bonis  ali  [f.  ^%Qa^quando  contiiigafiijt 
malia  et  malli  se(in>pe(r)  2^>'0sperentnr. 

"  Cossi  e;  [ma]  za  che  da  ti  uem  lo  dom  de  desscrouir  la  raxom  che  tenebria 
asscurisse,  e  te  presj^o  che  tu  me  manifesti  so  de  che  e  me  merauegio  e  turbo.  „ 
Dix  Propheta:  "Tuta  geaeracioim  e  processi  de  natura  p[r]endem  soa  causa, 
ordem  e  forma  de  lo  certo  e  fermo  stao  de  l'inteuciom  de  Dee,  chi  e  souranna  20 
bontae  e  ordena  le  cosse  in  diuersse  mainere;  le  quae  diuerssitae  eum  apellae 
destinaciorn,  (le  quai  uè  homo  leuementi  per  prouidencia)  ^,  chi  dixe  l'ordem  de  la 
raxom  de  le  cosso  deffor,  zointe  e  departie  in  lo  moo  che  despiega  "^  ueraxe  pro- 
uidencia,  chi  contem  tute  cosse  yn  si,  quanto  elle  seam  diuersse  e  senssa  nomerò; 
ancor  che  ordenaciom  ^  le  ordena  in  so  mouimerito,  logo  e  forma  e  tempo.  Si  che  25 
quelli  ordem  tempora!,  cossi  despiegai,  quando  olii  sum  simplementi  in  lo  in- 
tendimento de  Dee,  si  e  prouidcncia;  ma  quando  simplessa  se  departe  im  le 
cosse  terrenue  in  diuerssi  tempi,  si  e  destinaciom.  Ma  ancor  che  queste  doe  cosse 
seam  diuersse,  l'unna  uem  da  l'aotra,  che  l'ordem  de  destinaciom  uenì  da  la 
simple  prouidencia.  Si  corno  l'ouerer  a  in®  so  cor  la  forma  de  so  che  elio  uol  30 
far,  per  che  homo  uè  la  materia  e  l'ouera  defFor  per  corsso  de  [b]  tempo,  cossi 
la  simple  prouidencia  de  Dee  ordena  e  ferma  singularmcnti  so  che  a  de  far,  e 
per  destinaciom  ordena  e  ferma  singularmcnti  e  in  diuersse  mainere  e  tempi 
so  che  ella  aprouista;  si  eh' e  guissa  do  destinaciom  missa  in  ouera,  o  per  spi- 
ricti  chi  ecruam  a  la  prouidencia  de  Dee,  o  per  annima,  o  per  officio  de  natura,  35 
o  per  mouimento  de  stelle  e  per  uirtue  d'angelli,  o  per  diuerssi  inzegni  de  de- 
monnij.  Uude  certo  e  che  prouidencia  e  la  forma  do  le  cosse  chi  dem  esser  faite 
staber  e  benna  ^  ma  distinaciom  e  ordem  muabev  in  lo  tempo,  che  la  simple 
Ijronidencia  a  ordenao.  Per  so  tuto  so  chi  0  sugieto  a  destinaciom,  0  sotemissc 
a  prouidencia,  che  destinaciom  messma  g'e  subieta;  e  alcunne  cosse  eum  chi  40 
passam  e  souermontam  l'ordem  de  distinaciom,  so  sum  quelle  qui  sum  zointe  e 
presso  de  Dee,  si  ferme  che  mutaciom  de  distinaciom  [a  lor]  no  se  destcnde. 
Como  puseor  roe  se  tornam  sum  um  pointo,  Beando  l'unna  Inter  l'aotra,  e  quella 


'  più  2  Mal  tradotto.  '  La  confusione  ìi  grande;  ma  so])primendo  questo 
periodetto,  \i  si  rimo  lia  in  parte.  E.sso  tuttavia  risiionde  «1  bit.:  qui  mcdus  cuin 
in  ipsa  diluirne  intdlif/enfiae  2}urifate  conspicitur ,  prouidmtia  noininatur  ;  ondo 
sarebbe  forse  da  inserire  dopo  maiìiere,  così  :  le  quai  ce  homofin  la  mente  de  Dee] 
per  ]3r  ;  ma  la  diuerssitae  ecc.  '  despoffia  *  destinaciom  ?  "  Si  leggo 

piuttosto  am.        ''  boìine 


88  Parodi , 

chi  e  più  presso  de  lo  pointo,  chi  e  80  cent[r]o,  a  niem  mouimento  e  quassi  e 
corno  ^  cent[r]o  de  le  aotre  chi  se  gè  mouem  d'intorno,  e  quella  chi  più  s'aloi- 
tanna  se  moue  im  niaor  spacio,  e  se  alcuna  cossa  se  zonse  a  lo  pointo  li  so  sta 
eenssa  mouersse  -;  si  che  per  queste  raxoim  ^  chi  più  s'alarga  *  da  Dee  a  maor  mo- 
ò  uimento  de  destinaciom,  e  quello  chi  più  s'aproxima  a  Dee  e  più  franche  da  lo 
dicto  mouimento,  [e]  so  e  chi  se  zonsse  cum  lui  no  a  pointo  de  mouimento,  ma 
fuze  tuta  mutaciom  e  destìnaciora.  Che  si  corno  lo  corso*  de  raxom,  chi  uà  da  um 
logo  a  um  aotro  e  proa  unna  cossa  per  unna  aotra,  e  compera©  a  lo  intelleto,  chi 
cognosse  ihaira  ueritae,  e  a  Dee  [zo]  chi  [s']  inzener  ,  [e  tempo  a]  perpetuitae  ^ 

10  e  lo  cercuUo  a  lo  centro;  cossi  e  compara  la  mutaciom  de  destinaciom  a  ^  la  proui- 
dencia  ferma  e  staber,  chi  moue  lo  cel  e  atempera  li  allimenti  inseme,  che  l'um 
transmua  l'aotro  o  tra  a  soa  natura,  e  renoua  li  corsi**  de  le  cosse  chi  nassem  e  se 
corrompem,  per  semcnsse  e  por  fructo  chi  rendem,  e  inclue  ^  le  onere  humanne 
per  zonzimento,  si  che  '**  no  pom  perir;  che  elle  am  lor  principio  da  la  prouidencia 

15  chi  e  staber  e  chi  le  gouerua,  la  quar  nj  se  moue  de  lo  intendimento  de  Dee, 
chi  reatrensse  le  cosse  muaber  in  soa  propria  fermessa,  che  aotramenti  chan- 
celleream.  Lo  quar  ordem  tu  no  poi  cognosser;  per  che  te  semegiam  le  auenture 
mondanne  conffusse  e  storbee,  ma  elle  am  certe  maynere  chi  le  adrissam  a  bem; 
che  l'omo  non  fa  alcunna   cossa  per   intenciora   de  mar,  ni  etiamde  so  che  li 

20  maruaxi  fam,  che  eìli  lo  fam  per  intenciom  de  aueir  bem,  ma  aror  li  bestorna. 
Ma  tu  me  dirai:  che  pò  esser  più  dessordenao  che  a  li  boim  ucm  alcunna  fiaa 
bem  e  aotra  fia  mal,  e  semcgieiuer  a  li  maruaxi?"  Or  me  di  so  li  homi  am 
si  ihaira  cognossenssa,  che  [d]  elli  no  fallem  a  zuigar  quai  sum  li  boim  e  quai 
Bum  li  re  '-.  Certo  le  opinioim  de  li  homi  sum  diuersse,  che  so  che  li  um  tennem 

25  bom,  li  aotri  tennem  maluaxe  '^  Ma  noi  creamo  che  alcum  sea  chi  possa  cognos- 
ser li  boim  e  li  maluaxi,  poa  che  elio  cognosse  le  condicioim  de  li  cor,  che  di- 
uerssifficam  a  lo  '*  fuer  de  le  complexoim  de  li  corpi;  che  cossi  e  de  li  cor  corno 
de  li  corpi,  a  li  quai  a  l'um  e  couegneiuer  cossa  doce  e  suaue,  e  a  l'aotro  amare 
e  agre  e  ponzente.  E  se  so  par  merauegia  a  chi  no  cognosso  le  complexoim, 

SO  so  no  par  miga  a  li  fixichi,  chi  cognossem  lo  atemperamento  de  li  corpi.  E  cossi 
de  li  cor,  chi  sum  marotì  per  uicij  e  saim  per  uirtue,  li  quai  no  pò  '*  bem  co- 
gnosser aotri  cha  Dee,  chi  e  gouernaor,  phillossoffo  do  li  cor  per  soa  prouiden- 
cia, chi  uè  da  l'aota  finestra  so  che  fa  mester  a  caschum,  e  si  l'aministra  per 
bella  merauegia  de  destinaciom    Che  quelli  chi  no  sam  la  raxom,  se  meraue- 

iì5  giani  de  so  che  fa  quello  chi  la  sa;  per  so  che  alchunna  fia  crei  che  sea  drito, 
si  e  aotramenti  dauanti  quello  chi  tuto  sa.  Lucham,  nostro  familliar,  dixe  cha 
la  caxom  chi  tuto  uciisse  piaxe  a  Dee,  e  la  caxom  chi  e  uenssua,  chi  fa  so  che 
li  homi  penssam,  piaxe  a  cbaum  **^;  so  e  a  dir  che  le  caxoim  che  Dee  a  ordenae 
um  semper  uictoria  e  no  fallem,   ma  quelle  a  chi   [f.  381  a]   li  homi  goardam 

■*0  sum  uanne  e  uennem  faille.  Per  che  sapi  che  tuto  so  chi  uem  contra  speranssa 
e  ordenao  a  drito,  ancor  che  so  paira  conifuxiom  a  monte  opinioim.  Se  alcum 
e  ei  bem  condicionao  che  elio  sea  bom  a  lo  zuigar  de  Dee  e  de  li  homi,  e  "  elio 
no  a  gram  cor  in  tute  le  auersitae:  lasserà  elio  soa  benna  vita,  per  so  che  a  no  li 


*  quessi  corno  e  -  moruesse  '  si  che  sta  nel  ms.  dopo  raxoim.  *  s  àlar- 
(jam  *  cor2)o  ®  Cfr.  B.  HO,  75  sg.  ^  e  ^  cor2}i  ^  iucluem  ^^  Da 
leggere  :  per  zonz.  [de  caxoim]  chi  7io  pom  p.  ?  "  Qui  sopprimo  un  dixe  B. 

'^  Sopprimo  dixe  l'ropheta.  "  vuduaxi         ^^  li  '^  pom         "^  Per  '  Ca- 

tone '  !        "se 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Boezio,  IV,  ti.  89 

sea  uarssua  a  deffenderllo  da  soa  mes3erenssa  ^ ?  'No,  che  Dee  lo  sparmiora-, 
che  auerssitae  no  lo  feisse  maruaxe,  per  r.o  dar  penne  a  quelli  a  chi  elle  no  euin 
conuefrneiuer.  Or  um  aotro  pim  de  uirtua  è  [si]  amigo  de  Dee,  che*  penssa  Dee 
che  peccao  serea  se  alcuin  mal  gè  uegnisse  ni  maroi^ia  de  corpo;  per  so  no  lassa 
che  a  li*  uegna;  che  Dee^  disse  che  li  homi  perfFeti  am  si  edifficao  lo  lor  cor^,  5 
cha  alchunua  auerssitae  no  li  pò  auegnir.  E  souenzo  auem  che  li  boim  sum 
missi  in  aota  gouernaciom  per  abassar  mallicia,  chi  tropo  aota  "  eresse;  aotra 
fia  departe  De  [a]  alcuni,  searondo  le  condicioiai  de  li  cor,  e  aotra  fiay  ponzo", 
a  80  che  elli  no  orgoioxissem.  [A]  aotri  manda  tribuUaciom  per  conffermar  lor 
nirtue  per  ussaio  de  paciencia;  e  aotri  am  paor  de  interprender  più  che  [ò]  elli  10 
no  pom  compir,  e  a  questi  manda  tribulaciom  a  so  che  elli  se  cognossam,  A 
aotri  lassa  achatar  nome  gloriosso  in  questo  mondo,  per  morir  honoreiuermenti; 
aotri  da[m]  exempio  de  soffrir  tormenti,  senssa  pensser  de  esser  uensui,  per  mostrar 
che  uirtue  no  pò  esser  uenssua  per  mar.  E  de  tute  queste  cosse  no  de  alcum 
dubitar  che  elle  no  seam  faite  ordenameati  e  [a]  bem,  si  corno  apar  per  lo  bem  15 
chi  auem  a  tuti  quelli  in  chi  li  bem  sum  departij.  E  per  queste  caxoim  auem 
a  li  maluaxi  aor  prosperitae,  aora  auerssitae;  e  de  le  auerssitae  no  dubie  alchum 
che  no  li  uegnam  a  bom  drito.  Che  li  lor  tormenti  fam  alcum  sostrar  de  mar 
e  castigara  lor  mallicia,  e  la  prosper[i]tae  lor  inssegna  a  li  boim  che  faita  ella 
e,  quando  ella  serue  cossi  inprouistamenti  a  li  re.  Che  alcum  sum  grossi,  che  20 
quando  li  falle  alcanna  cossa  temporal,  per  quella  adeueni  che  elli  se  abandonnam 
a  tute  malicie;  perche  Dee  li  conssente  [richg^a],  a  so  che  elli  cesse. ti  de  tanto 
mal  far.  Un(de)  aotro  se  sente  tacao  de  uicio  e  uè  che  elio  a  prosperitae;  si  se 
soffere  de  mal  far  per  paor  de  perder,  e  lassa ^  soa  mallicia.  Aotri  sum  alcanna 
fia  cheiti  in  [t]  messauentura,  che  elli  aueam  deseruio  aquistando  tanta  prospe-  25 
ritae.  (Alcum  am  prosperitae)  '**;  alcum  am  poeir  de  exercitar  li  boim  e  punir  li 
maluaxi;  che  cossi  comò  Inter  li  boim  e  li  maruaxi  no  e  pointo  de  acordio,  ni 
li  maluaxi  Tarn  inter  lor.  E  so  no  e  merauegia;  che  elli  messmi  no  pom  acor- 
dar lor"  cor,  anci  fam  souensso  so  che  so  cor  dixe  de  lassar.  De  che  auem  bella 
merauegia  de  la  prouidencia  de  Dee,  che  li  maluaxi  fam  souensso  de  li  re  boim.  30 
Vogando  che  de  malicia  li  uem  grande  uilania,  si  prendem  ayna  coatra  malli- 
eia  e  se  tornain  a  lo  contrario,  so  e  a  uirtue,  per  esser  desemegeiui  de  quelli 
che  elli  dessaman.  Dee  sollamenti  a'-  questo  poeir,  che  lo  mal  li  sea  bom,  e  se 
alchunna  cossa  lassa  l'ordem  special  per  alcum  sembiante,  ella  caze  in  um  aotro; 
si  e  che  cossa  no  pò  esser  dessordenaa  in  lo  reame  de  prouidencia.  Per  che  lo  .35 
Grego  dixe:  "Dee  a  tortissima  uista,  chi  a  tuto  prone,  „  si  che  alchum  no  pò 
comprender  le  soe  ouere,  e  (juando  elio  goarda  so  che  elio  a  faito,  elio  deschassa 
tuti  mai.  Si  che  [aj  considerar  l'ordem  de  soa  prouidencia,  no  trouerai  pointo 
de  mal  in  terra,  anchor  che  [d]  sembi  che  grande  abondancia  gè  no  sea.  Ma 
per  80  che  tu  no  diessi  longa  [questa]  raxom,  e  te  diro  alquante  parolle  rismae,  40 
a  Bo  che  possi  sostcgnei  so  che  ueuj  apresso.  „ 


^  Tutto  frainteso.  -  sparmierea  '  chi  *  che  a  no  li;  ma  il  scuso  zop- 
pica 8emi)re.  ■"  I^rrore-  *  1.  corpo?  ^  aora  ^  ponzem  "  lassatn 
'"  Pare  erroneo.        "  Da  correggerò  acordarsc  con'!'        '-  a  so'lnmenti 


90  Paroai, 

YI.  Hìc  Frnpheta  poalquani  determt'nauit  questioiies predirtas,  facìendo  mencionem 
in  sohiptione^  de  prouidencia  Dei/  et  de  fa(c)to,  uult  nos  iniiUare  ad  cogita- 
cionem  altitudinis  siimmi  Dei/. 

Se  puramenti  uoi  ueii-  De,  che  l'a  tnisso  in  andeura, 

lo  drito  de  De  e  so  poeir,  de  corsRO  [a]  metuo  ley  staber, 

goarda  su  in  la  celestiale,  iusta  de  lui*  e  duraber. 

unde  mai  no  e  molestia;  Che  se  elle  ^  [^']astaUassem, 

*'    chi  da  lui  le  goerre  desschassa  che  semper  no  retornaseem, 

e  a  li  alimenti  lassa.  tuto  so  eh' e  ordem  certam 

Primo  tempo  [fa]  fioi'[ir]  buxoni  deuerrea  fallente  e  uam, 

e  la"  stai  sechar  messom;  che  za  no  auerea  duraa 

tuto  mete  in  so  camini  ulcunna  cossa,  se  retornaa 

10   chi  le  fa  uegnir  >    firn.  no  feisse  a  lo  comenssamento, 

Como  sauio  de  dritura,  [a  p]render  o  dar  fermamento. 

YII.  [f.  382rt]  IIlc  jvohat  Propheta  onnient  fortunnm  tam  aduerssam  guani  pro- 
speram  bonam  esse  et  utilìeni  uollentibìis  eam  pacienti  animo  tollerare. 

"Tute  maynere  de  fortunna  sum  bonne  „.  Dixe  B.  :  "Como  pò  so  esser?  „ 
Dlxe  Propheta:  "  Tute  fortunne,  o  piaxeiuer  o  aspero,  sum  o  per  guierdonar  o 

25  per  exercitar  li  pordomi,  o  per  punir  o  per  mendar  li  maluaxi;  si  che  chaunna 
fortunna  e  driturera  e  profì'eteiuer.  Se  ella  e  driturera  si  e  benna,  e  se  la  e  prof- 
feteìuer  si  e  bonna.  „  Dixe  B.:  "  So  e  ueir,  ma  lo  comum  parllar  de  li  homi 
dixe  ^  souensso  che  alchum  am  rea  fortunna.  „  Dixe  Propheta:  "  Voi  tu  che  noi 
parllemo  um  pocho  a  la  maynera  de  lo  pouo,  a  so  che  no  payra  che  tropo  so 

30  allargemo  ''  da  lo  comum  ussaio?  „  Dixe  B. :  "  Si.  „  Dixe  Propheta:  "  Alchum 
sum  uirtuosi  im  auerssitae  e  per  auers^sitae  se  tram  a  onere  de  uirtue,  si  che 
fortunna  aduerssaria  li  e  proffeteiuer.  La  fortunna  aspera  chi  punisse  e  reifrenna 
li  maluaxi  tem  lo  pouo  a  bonna?  „  Dixe  B.  :  "No.  „  Dixe  Propheta:  "  Doncha 
la  fortunna  chi  auem  a  li  uirtuoxi  e  bonna;   a  li   maluaxi  tute   fortunne   sum 

35  ree.  „  Dixe  B.:  "  Certo  so  e  ueir.  ,  Dixe  Propheta:  "  Ma  alcum  no  lo  sa  otriar. 
[^]  Per  so  no  de  homo  uirtuosso  tener  a  •*  greue,  se  elio  caze  in  contumacio  de 
fortunna,  corno  lo  prò  cauallor  quando  se  cria  a  le  arme;  che  a  l'uni  e^  a  l'aotro 
e  aparegiaa  materia*",  o  de  gloria  acresser  a  lo  caualler,  o  d'acresser  uirtue  a 
lo  uirtuosso.  Per  che  noi  perchassai  uirtue,  no  uo  inuollupey  in  lasso  de  dillicie, 

40  asi  in  pegricie;  che  tropo  prenderessi  aspera  batagia  contra  fortunna,  e  perigo 
che  auerssitae  no  uè  abatesse  e  dubio  che  ioya  no  uè  corossasse  ".  Teneiue  fermi 
in  lo  mezo;  che  chi  e  più  o  men,  ueraxe  uirtue  lo  desprexia,  senssa  dargì  pointo 
de  guierdom  de  so  trauagio.  In  uostra  mam  auey  lo  poey  de  nostra  fortunna 
far  bonna  o  rea,  che  tuto   fortunne  chi  parem  aspere  ponzem,  se  elle  no  sum 

45    corrczue  '-.  -  - 


^  soluciptions  -  Forse:  in  l'aire  celeste,  che  assonerebbe  con  molestie.  Cfr.  F: 
JRegnrde  t^ers  le  del  en  hanlt  Si  trouueras  gite  riens  ii  y  fault.  ^  de.  Cfr.  F: 
Si  fait  printemps  fiorir  bui.'isotts  Et  est(r)e  seicìie  les  moissons.  *  Da  correg- 
gere? ^  ellem  **  dixem;  o  forse:  li  comum  jmrllar?  ''se  alJegremo  ^e 
"  che      ^^  aparegiao  martirio      "  Mal  tradotto.      '-  Mal  tradotto  e  inintelligibile. 


Studj  liguri.  §  2.  Testi:  7.  Roe;'.io,  IV,  vii;  V,  i. 


91 


VII.  IUc  uuU  Propheta  imiìfare  unum  qiicmque  '  nd  perei pimdaìn  uiriufem,  osien- 
dens  quod  uirtus  est  illa  solla  quae  non  frangit  in  nduerssis. 


Quando  Paris  Hellena  raui, 
lo  rei  de  li  Grexi  se  proui 
de  oste  e  nauirio,  per  circondar 
Troia  per  lo  frai  uen^iar. 
5    E  per  leuar  a  li  spirti  so  uicio 
de  8oa  fija  fé  sacrifficio; 
[e]  e  a  so  che  da  li  dee  moniciom 
auesse  [e]  miiiistraciom, 
le  osse  dessoterar 
10    fé  de  so  i)aire  [e]  bruxar. 
La  guerra  dura^  K    asrii 
e  funi  venssui  li  Priami. 
Soi  dani  piansse  Uilixes 
0  decolla  PoUixenes. 


Ercliulles  soffri  graym  trauagl:  15 

la  gente  mezi  caualli 

soteniisse  "  a  so  tallento 

e  oxelli  feri  *  uoUento, 

e  lo  leoni  soortega 

e  de  la  pelle  se  a  manta.  20 

Tante  aue  de  forte  auenture, 

comò  cointam  le  ecripture, 

che  quando  fo  asay  trauagi[a]o 

da  li  dee  fo  assatao. 

A  um  boni  assempio  u'^'adrizai  25 

e  cum  li  forti  andar  uogiay, 

e  ueirey  che  uan  a^  quere  ^ 

li  cel  chi  am  uenssuo  le  taro. 


Libro  V. 

Incipit  liber  quintns  B.,  in  quo  disputaftj  de  casu  et  fortuna,  de  *  conueniencia 
et  differencia  Inter  liberum  arhitrium  et  ditiinam  prouidenciam ,  interrogans 
etiam  si  aliquis  sit  casus^  et  si  est  quid  sii,  qiierendo  efiam  [si]  veroni  sit  li- 
herom  orhitriont,  et  si  est  quid  sit. 

I.  "  Toi  amonimenti  suni  driturer,  ma  e  te  prego  che  tu  me  digi  che  cossa  e 
aucnfura.  „  Dixe  Propheta  :  "  Caxo(m)  e  [d]  auentura  no  e  aotra  cossa  cha  lo  nome    30 
che  y  am ,  che  za  che  De    statui  e  ordena  ogni  cossa,  questa  auentura  no  pò 
aueir  lego  scussa  caxom.  Per  che  caxo(m)  ni  auentura  no  pò  esser  in  la  guissa 
chi  e  dita,  che  quando  l'omo  fa  aicunna  cossa  e  aotramenti  auem  che  elio  no 
Bperaua,  so  e  auentura;   corno  se  uni  homo  cauasse  e  trouasse  tessero,  li  homi 
dixem  che  so  e  auentura.  E  si  no  uem  miga  da  niente,  ma  g'e  caxom,  che  ^  se    35 
mete  inscme  senssa  prouixiom,  per  che  apar  che  sea  [auentura].   Che  se  alcuni 
no  auesbo   misso   lo   tessero  unde  elio  cauaua,  so  no  serea  auegnuo;  e  so  e  la 
caxom  de  auentura,  quando  diuersse  caxoim  se  assembiam  senssa  le  intencioim 
de  quelli  chi  so  fam  ;  che  quello  chi  cauaua  no  intendea  trouar  thessoro,  e  quello 
chi  gè  lo  misso  no  auea  intenciom  che  quello  lo  trouasse.  Ma  questo   auegni-   40 
mento  fa  l'ordem  do  prouidencia,  chi  chaunna  cossa  mete  a  prouidimento  e  a 
drito  tempo,  comò  se  couem.  „ 

I.  Ilicprobat  Propheta  quod  casus  est  inopinate  rey  euentits^"  ex  (cir)cumfluentibus 
causis  in  iis  ''  que  o[b]  aliud  geruntur  *^,  et  hoc  probat  per  siniilitudinem  '". 


'  quamque  '^  durar  "  sotamisso  *  ferir  ^  n  "  vana  '  quercm;  cfr. 
F:  Et  veez  que  cculx  vont  reqneri-e  Le  del  qui  ont  vaincu  la  terre.  ^  ce  ^  che 
ella  '**  coutis  "  et  nis  ''  Questa  rubrica  non  è  altro  che  la  definizione 
del  'casus',  data  dal  testo  latino  in  fine  della  Prosa  I:  J^icet  igitur  definire  ca- 
sum  esse  inopinatunt  ex  conflucufibus  causis  in  his  quae  ub  aliquid  geruntur  even- 
tum.        ''  Grave  lacuna,  non  indicata  nel  mss.  Manca  probabilmente  un  foglio. 


45 


92  Parodi, 

III.  [f.  383a]  lìic  ponit  Propheta  quoti  Deus  ab  etcriìo  no  solhon  oìnnia  prouidit 
et  facta  hominum  [cjognossit,  sed  ctimsequitur  uoluntas  hominum  per  liberi 
arbitrii  facultateni ;  et  ostendit  quod  nichil  potest  fallire  ditiiva  pì'ouidencia. 
Amen  ^ 

Tum  ego:  [Eiì]  inquàm-.  "  Proao  che  libero  arbitrio  e,  aor  nasse  maor  que- 
Btiom,  che  tropo  par  esser  contraria  cessa  esse  diuinna  prouidencia,  si  comò  e 
dito,  e  esser  libero  arbitrio;  che  se  Dee  uè  tute  cesse  e  per  nissum  moo  pò  esser 
fallio,  bcssogno  e  che  ueg:na  quello,  chi  la  prouidencia  aprouista  uegnir.  Unde 
5  ee  Dee  ab  eterno  a  cognossuo  no  sollamenti  li  faiti  de  li  homi,  ma  etiamdee  li 
segni  e  le  uoUuntae,  niente  serea  libertae  de  lo  arbitrio,  ni  faito  ni  uolluntae  pò 
esser  aotramenti  [cha]  corno  elio  a  prouisto.  Che  se  pò  esser  aotramenti,  no  serea 
ferma  pressiencia  de  quella  cessa  chi  auem  in  lo  tempo  che  uenira,  ma  8er[e]a 
opiniom  incerta;   la  quar   cossa  e  follia  sentir  de  Dee.   Ni  zio   me   piaxe  quella 

10  raxom  de  alchum,  chi  se  forssam  de  eoluer  questa  questioni  per  questo  moo:  la 
cossa  no  de  uegnir  per  so  che  l' aprouista  Dee,  ma  e  per  lo  conuersso:  Dee  la 
proue  per  so  che  ella  de  uegnir.  In  questo  moo  e  neccessaiio  tornar  in  la  con- 
traria parte,  che  no  e  neccessario  auegnir  quelle  cosse  chi  sum  prouiste,  ma  [è] 
elio  e^  neccessario  prouej'le  cosse*  chi  dein  auegnir.  Quaxi  se  affaige  cum  du- 

15  bitanssa  ",  quar  sea  la  caxom,  de  l'unna  a  l'aotra,  o  la  pressencia  e  caxoni  de  le 
cosse,  o  le  cosse  chi  dem  auenir  sum  caxom  de  la  pressencia.  Ma  noi  ®  [inten- 
demo]  ^  demostrar,  [qualunque  se  sea]  Tordem  de  caxom  *,  lo  auegnimento  de  le 
cosse  sapue  inanti  esser  neccessario.  Ma  e  intendo  proar  lo  principal  proponi- 
mento per  questo  moo'':  se'**  alcum  seze,  la  opiniom  chi  penesa  quello  sezer  e 

20  neccessario  esser  ueraxe,  e  per  lo  contrario  se  elio  e  uey  che  elio  seze,  elio  e 
neccessario  eeze:  adoncha  e  in  ì'unna  parte  e  in  l'aotra  neccessitae,  in  l'unna 
de  sezer  e  in  l'aotra  de  ueritae.  Ma  per  so  nigum  seze  che  "  sea  ueritae,  ma 
elio  e  la  ueritae  iraperso  che  elio  seze.  E  cossi  cum  so  sea  cossa  che  la  raxom 
de  la  ueritae  procea  pu  da  l'unna  de  le  parte,  anchora  a  intrambe  le  parte  e 

25  comunna  neccessitae.  Semegieuer[menti  se]  pò  raxonaa  de  la  prouidencia  e  de 
le  cosse  chi  dem  auegnir;  cbe  se  elle  sum  prouiste  impersso  che  elle  dem  de- 
uenir,  e  no  auennem  per  so  che  elle  ^^  fom  prouiste,  no  per  quello  raen  e  nec- 
cessitae in  l'unna  parte  che  in  l'aotra;  che  elo  e  nessessitae  che  elle  auegnam, 
e  e  neccessitae  che  elle  seam  prouiste;  la  quar  cossa  [e]  assai  destrue  lo  libero 

.80    arbitrio.  _ 


'  Questa  rubrica  pare  si  riferisca  a  tutta  Fargonientazione  e  non  alla  sola  terza 
Prosa.  Forse  ò  da  leggere:  ....  sed  facta  hominum  et  Consilia  rohmtatesque  prae- 
noscit  (cfr.  B,  p.  126,  8  sg.).  Inde  consequitur  —  facidtatem.  Etiani  ostendit  .  .  . 
'-'  Cum  ego  inquam  il  ms.  Sono  le  prime  parole  della  Prosa  III  nel  testo  latino. 
Questo  modo  d'introdurre  i  capitoli  e  le  argomentazioni  si  fa  ora  generale  nel 
nostro  testo,  ma  non  mi  risulta  che  sia  lo  stesso  pel  codice  francese,  del  quale 
anzi  dubito,  ee  abbia  più  da  fare  con  esso.  Forse  il  testo  genovese  dipende  d'ora 
innanzi  direttamente  dal  latino,  ma  i  brevi  tratti  che  conosco  di  F  non  mi  per- 
mettono di  giudicar  con  sicurezza.  ^  a  *  Sopprimo  dopo  cosse  le  parole 
chi  sum  prouiste.  ®  La  traduzione  zoppica  tutta  più  che  mai.  ^  ito  ne  "  Si 
capisce  facilmente  come  -demo  (forse  'tt'ed..,  donde  ne  d.)  potesse  cadere.  ®  Sop- 
primo qui:  ni  per  quello  ordem  (cioè  or  dem,  cfr.  n.  5)  demostra,  rii)ctizione  er- 
ronea. ^Sopprimo,  dopo  moo,  un'intera  proposizione:  Se  el/o  segue  la  opiniom 
che  penssa  quello  seguir.  E  evidentemente  un  duplicato,  più  scorretto,  di  quello 
che  vien  dopo.       *"  so  e      ^'  Intendi:  Ma  nigun  seze  per  so  che  ...       ^*  elle  no 


Studj  liguri.  §  2.  Tosti  :  7.  Boezio,  V,  iii.  93 

Jam  nero  quam  preposterum  ^  L'ordeni  prepostero  e  contrario  do  lo  natnrar 
recto,  zoe  quello  dauanti  derer  e  quello  derer  dauanti;  e  do  so  e  ar^omentao  che 
la  pressencia  de  Dee  sea  raxom  de  uei^nir  le  cosse  e  no  lo  contrario,  che  cosse 
seam  raxom  pressencial.  Or  tornemo  a  lo  proponimento.  In  questa  parte  intende 
proa  che  le  cosse  no  snm  raxom  de  la  pressencia,  ma  la  conssoquencia;  che  5 
Dee  sa  cossi  le  cosse  chi  dem  aueg'nir  corno  le  passao,  che  elio  e  eternai,  ma  le 
cosse  no  sani  mis?a  raxom  de  la  pressencia. 

"  Adoncha  in  le  cosse  chi  dem  auegnir^. . .  Anchora  si  corno  quando  e  so  unna 
cossa  pressente,  ella  e  de  neccessitao,  cossi  quando  e  so  che  ella  debia  auegnir 
ella  e  ueraxe  neccessitae;  e  cossi  lo  aucgnimento  de  la  cossa  [sapua]  auanti  no    JO 
se  pò  schiuar.  Anchora  finalmenti  so  alcum  penssa  la  cossa  in   aotra  maynera 
che  ella  e,  quella  no  sicncia  ma  e  faossa  opinioni,  loitanna  da  siencia;  unde  ee 
alcunna  cossa  deuesse  ^  aueg-nir  che  lo  so   auegnimento   ne  sea  certo,  corno  se 
porrà  comprender  che  ella  debia  auegnir?  Cossi   corno  la   siencia  no   de  esser 
mesiha  cum  la  falsitac*,  cossi  la  cossa  couseua^   de  quella  no  de  esser  aotra-    l^"» 
menti  cha  comò  (la  cossa)  e  consseua;  e  questa  e  la  raxom  [d]  che  la  siencia  no 
a  boxia,  che  bessogna  che  la  cossa  sea  comò  ella  e  conceuua.   Adoncha  comò 
cognosse  Dee  le  cosse  che  dem  auegnir  no  certe?  ^e  Dee  le  cognosse   che  elle 
dem  auegnir  de  certo,  le  quae  cosse  etiamdee  sum  possiber  no  uegnir,  e  si  elio 
fie  ingana  ";  la  quar  cossa  e  follia  no  pu  ^  sentir  de  Dee  ma  dirllo.  E  se  o  le  uo    20 
si  che  lo  *  cognossa  quelle  cosse  poeir  uegnir  e  no  uegnir,  che  pressencia  e  que- 
sta ^,  la  quar  e  niente  certa  e  niente  staber?  e  che  differencia  serea  Inter  quella 
de  Dee  e  Thirexia '°?  Chi  se  infFenzeiua  adeuinar  *',  sperando:  quello  che  e  d  ro 
o  elio  sera  o  no  sera;  e  sero  tegnuo  sauio  se  elio  sera,  e  trouero  caxom  [se  elio 
no  sera].  Anchora  che  differencia  serea  de  quella  de  Dee  a  quella  de  li  homi,  li   25 
quai  su  le  cosse  no  certe  ^''  no  am  zuixio?  l'er  la  quar  cossa  e  da  concluer  che 
con  so  sea  cossa  che  apresso  quella  fontanna  de  la  prouidentia  seam  tute  cosse 
terminae  certanne  certamenti,  e  de  neccessitae  ueraxe  tutto  quello  che  elio  proue; 
e  cossi  segue  che  no  sea  libero  arbitrio,  lo  quar  la  prouidencia  de  Dee  constrenze 
e  liga  a  um  euegnimonto  „.   Quo  semel  recepto^^.  Fuiti  monti  argumenti  che  lo    30 
libero  arbitrio  no  sea,  aor  segue  pur  in  lo  [f.  SSéa]  contrario  per  monti  argumenti 
che  elio -sea,  e  per  monte  raxoim  e  conssequencie.  Adoncha  dixc  e  segue: 

"  Se  lo  libero  arbitrio  no  e,  monti  "  guai  ^°  si  '"  [ne]  segue.  Lo  primo,  che  inderno 
0  mal  e  proponui  "  e  day  guicrdom  a  li  boim  e  penne  a  li  ree,  li  quai  no  a(m) 
meri  tao  la  libertai  de  li  annimi,  costreiti  a  far  so  che  e  faito,  bem  e  mal.  Lo  35 
segondo,  par  iniquissimo  quello  chi  e  dicto  equissimo,  so  e  punir  li  ree  e  remu- 
nerar li  boim ,  li  quai  no  am  receuua  la  uolluntae  ma  la  necessitae.  Lo  tersso, 
no  serea  dilierencia  da  li  boim  a  li  ree:  de  la  quar  cossa  nissunna  se  pò  pen- 
Bsar  [pu  maruaxe]  **.  Lo  quarto,  seguiroa  che  li  nostri  uicij  se  refferissem  a  Dee  ". 


^  Cfr.  13,  p.  127,  45.  Kel  seguente  breve  tratto,  ò  come  un  commento  e  un  rias- 
sunto, che  fa  il  traduttore,  dell'argomentazione  di  Boezio  -  Lacuna  non  in- 
dicata. Non  è  ben  certo  a  cho  risponda  questo  periodetto  interrotto.  Cfr.  il  la- 
tino, p.  127,  45-50.  ^  deiiesser  *  fcUkitne  ^  concesuua  ^  e  se  elle  se  negauam 
''  pili  ^  e  se  0  le  uè  chi  se  le.  '•*  quella  questa  '"  Chirexia  "  adeiuar 
^^  se  le  cosse  nocretetn;  cfr.  B:  si  ufi  homines  incerta  indicai,  quorum  est  incertus 
eventus.  F  non  aiuta:  des  honimes  de  ce  qu  ilz  cuideìit  auenir  ou  non  auenir. 
"  Cfr.  B,  p.  128,  81  sg.  ^*  in  monti  ^^ yrai  ^^  se  ^''proponilo  ^^  B  scelle- 
ratius-  ^'^  Sopprimo  una  proposizione,  che  mi  sembra  lo  stesso  di  quella  che 
segue  :  ni  serea  caxom  de  quello. 


94  Parodi, 

Lo  quinto,  tio  ecrea  speranssa  '  ni  caxotn  de  pregar  Dee,  ni  sperar  alcuni  liem. 
E  elio  eeruirea  -  sjìerar  o  pregar  alchura  beni,  eeando  le  coese  pregae  o  sperae 
nstreite  a  lo  esser?  E  sì  elio  eerea  leuao  ®  uia  quello  [commercio]  de  orar  e 
pregar  infor  Dee  e  li  homi,  per  lo  quar  noi  si  *  possamo  esser  conzointi  cum  Dee; 
5  chu  cossi  la  humanna  generaciom  serea  habandonaa  da  speranssa  de  la  soa  fon- 
tanna,  si  conio  e  dito  de  soura.  „ 

III.  Hic  Propheta  facit  quariìdam  ex[bJda>nacionem,  comodo  potest  esse  quod  pro- 
uidencia  Day  et  libcrom  aròitriom  inter  se  repuffnaiìt,  si  vnitm  dependet  ex 
cdtero  ;  quod  ostendit  enenire  ex  uicio  nostri  intellectus. 

Quenam  discors  federa  ^  In  questa  parte  fa  unna  exclaniaciom  de  unna  grande 
merauegia,  eoe  che  doe  cosse  intranibe  ueraxe  e  nere  se  discordem,  chi  e  contra 
le  raxoim   de  tati  li  fillossoffi.  Che  elio  e  dita^  la   natura  de  la  prouidencia, 

10  confl'eimaa  da  tati  fiUossoffi,  e  dita  la  natura  de  lo  libero  arbitrio,  conffermaa 
Beincgieiuementi,  habiando  ueritai  casschum  [)er  si.  Conssiderai  l'um  cum  l'aotro, 
l'um  destrensse  ''  l'aotro,  si  corno  e  proao,  e  persso  adoncha  dixe  :  "  Che  merauegia 
e  questa,  che  doi  sauij  uey  si  discordem?  „ 

Sed  meiis  cecis.  In  questa  parte  dixe:  "  Como  pò  esser?  Ch'e  aparencia,  per 

15  deffeto  de  nostro  iutelleoto,  chi  par  cossi,  e  no  e  corno  par;  che  lo  intellecto 
graua[o]  de  la  carne  no  pò  ueir  tanta  sutigitae.  „ 

Sed  cur  tanto.  Dixe:  "  Se  lo  intelleto  no  pò  montar  si  aoto,  per  che  se  affaiga 
de  montar?  O  elio  sente  la  ueritae  o  elio  no  la  sente.  Se  elio  la  sente,  per  che 
uà  olio  cerchando  so  che  elio  |c]  a?  e  se  elio  no  la  sente  ni  sa  so  che  elio  uà 

20  cerchando,  lo  segoo  quello  chi  no  pò  ueir;  e  so  elio  cercha  quello  chi  ile  negao 
cognosser,  elio  no  lo  cognossera.  „ 

An  cum  mentem^.  Metuo  la  apparencia  cum  lo  dcffecto  de  nostro  intellecto,  e 
faita  inquixiciom,  per  la  quar  par  che  l'anninia  nostra  abia  eemenssa  e  rayxe 
de  cognossor  sotillmenti,  quamuisdee  che  no  possa  per  monti  impaihamenti,  in 

25  questa  parte  mete  la  ueritae  segondo  soa  opinioni ,  la  quar  e  de  ^  Platom ,  re- 
proaa  per  Aristotille  e  per  .zexia.  Platom  mete  lo  idee  per  si  da  li  corpi,  e  se- 
megieiuermenti  le  annime  humanne  croae  ab  eterno  e  deputae  a  li  proprij  corpi, 
e  auanti  che  elle  desmontassem  a  li  corpi,  elle  cram  jiinne  de  siencia  e  de  uirtue 
e  aueream  uista  questa  questiom;  ma  intrai  in  li  corpi,  elle  perdei uam  le  par- 

30  ticuUae  e  teneam  le  uniuerssae,  unde  dixe  de  soura:  Quod  quisqiie  dixit  inmemor 
recordatur.  Si  che  chi  cercha  la  ueritae  a  um  abito  neutro,  ni  tuto  lo  sa  ni  tuto 
lo  ingnora;  ma  conssando  per  dotrinna  e  per  usso  le  parte  a  lo  tuto,  che  elio 
cpella  soma,  so  e  li  particuUai  perdui  ^**  a  lo  so  uniuersal,  resscata-la  *S  ma  no 
8Ì  sotilmenti  per  la  greuessa  de  lo  corpo.  E  questa  e  rintenciom  [rf]  de  Boccio  e 

35  no  de  Aristotille,  lo  quar  dixe  che  noua  annima  fo  creaa  in  lo  tempo,  intra  in 
lo  corpo  e  o  conio  una  carta  rassa  e  torà,  in  la  quar  nissunna  cessa  e  penta;  e 
cerchando  '^  e  inffussa  in  lo  corpo  e  inffondaa  e  creaa  '^  Ma  questa  sentencia  no 
se  acorda  ni  conucm  a  la  sentencia  ni  a  le  parelio  de  Boccio. 


^È  inutile  e  manca  a  B.  -  se  o  serea;  F  non  ajuta.  ^  se  elle  sera m  leuai 
*  no  se  ^11  Metrum  IH  è  qui  esposto  e  quasi  commentato  in  prosa,  citandosi 
i  princii)j  dei  versi,  donde  muovono  le  vario  parti  dell'esposizione.  Nel  testo  fran- 
cese invece,  si  continua  a  tradurre  in  versi  :  Quel  cause  peut  mettre  discorde  Es 
cJioses  doìit  l'ime  s'accorde  A  l  autre  ecc.  Solo  tratto  tratto,  in  mezzo  ai  versi  fan 
capolino  le  glosse,  in  prosa  francese.  ^  dito  ''  destrenssa  ^  Anchur  cum 
mente       ^  da        ^^produti        ^^  resscatal        ^-ì.  orando?        '^  Da  eopprimere? 


Studj  liguri.  §  2.  Tosti:  7.  Buozio,  Y,  iv.  95 

IV.  Hic  PropliPta  soluit  quesfioties  sihi  dictas,  ostendens  osscJmrifafem  questionis 
euenire  prò  tanfo,  quod  intelUtus  noster  et  rado  noni  possunt  diiiine  proui- 
dencie  transsendere  simplicitatem. 

Tiim  illa:  Vetus  haec  est,  hiquìt  '.  Faiti  argumentì  forti  [im]  intrambe  le  parte 
de  la  questioni,  in  questa  parte  metando  la  raxom  in  ^  lo  deffei-to  de  nostro  co- 
gnossimento,  lassemo  la  questiom  dieta  de  scura,  la  quar  fo  ^  dito  no  esser  suf- 
ficiente, respondando  a  lo  prumer  argumento  e  a  unir*  e  a  disputar  quello,  mo- 
etrando  che  elio  paira  bon  ^  e  no  sea.  Doncha  dixe  che  la  questioni  de  la  prò-  5 
uidencia  e  antiga  e  assai  disputaa  e  mai  terminaa^;  e  Marcho  Tullio  in  um 
libero  de  diuinitae  nega  Dee  no  aueir  pressencia  de  le  cosse  chi  dem  auegnir. 
"  Aora  ay  la  caxom  de  la  08s[f.  385a]churitae  de  la  questioni,  [so]  e  che  lo  in- 
telleto  e  la  raxom  humanna  no  pò  montar  a  la  simplicitae  de  la  diuinna  pres- 
sencia. La  quar,  se  ella  se  [)0  penssar  per  alchum  moo,  se  [jo  determinar  „,  si  10 
corno  se  tocha  in  l'ultima  Prossa,  in  la  quar  se  tracia  la  natura  de  la  diuinna 
Prouidencia,  so  e  de  la  ternitae  e  de  la  natura  de  la  ternitac.  Vey  questa  que- 
stioni. E  per  80  dixe  che  finalmenti  elio  sezera  de  terminarlla,  ma  auanti  se  uol 
spiar  monte  aotre  cosse.  "  E  imprima  e  demando  per  che  [quella]  responssiom 
desoura  no  uaH,  la  quar  dixe  che  la  pressencia  no  e  caxom  de  neccessitae  a  le  15 
cosse  chi  dem  auegnir,  e  no  impaiha  lo  libero  albitrio.  Tu  no  trai  ^  lo  argumento 
de  la  neccessitae  de  le  cosse  chi  dem  auesnir,  de  altrunde  ^  se  no  [che]  quelle 
chi  sum  preuezue  no  pò  star  che  elle  no  uegnam.  Adoncha  se  la  prouidencia  no 
da  nessessitae  a  le  cosse  chi  dem  auegnir,  la  quar  cessa  tu  conffessasti  pocho 
auanti,  li  uorentoxi  euegnimenti  de  ^^  le  cosse  no  som  constreiti  a  alchum  20 
euento  ".  E  metamo  per  impossibcr  *-  no  esser  pressencia  de  le  cosse  chi  aue- 
nem  :  no  eerea  de  neccessitae  '^.  Ancora  metamo  la  pressencia  esser,  ma  no  im- 
paihar  "  l'auegnimento  de  le  cos^^e:  anchora  stara  Io  libero  arbitrio.  E  se  tu 
dirai  la  pressencia  no  esser  caxom  de  neccessitae,  ma  ella  e  segno  che  le  cosse 
\b]  debiam  uegnir  de  neccessitae,  digo  che  per  questo  moo  se  pressencia  no  25 
fosse,  li  cuenti  de  le  cosse  seream  neccessarij;  che  ogni  segno  mostra  pu  '^  che 
la  cossa  sea,  ma  elio  '^  no  fa  quello  che  elio  '^  demostra.  Unde  e  da  mostrar  in 
prima  tute  cosse  uegnir  da  neccessitae,  a  so  che  apaira  la-  pressencia  esser  segno 
de  questa*^  neccessitae.  In  aotra  mainerà,  se  questa  e  niente,  ni  quella  no  pò 
esser  segno  de  quella  cossa  chi  e  nulla.  „  30 

lam  uero-  In  questa  parte  dixe  che  la  probaciom  faita  da  segni  e  da  '^  cosse 
proisse  deffora,  no  e  souranna-"  ni  neccessaria  probaciom,  [ma  questa  e  da  trar] 
de  ^'  conuegneiuer  e  neccessarie  caxoim. 

Sed  qui  fieri  potest.  In  questa  parte  ressume  la  questioni  de  aneir  -^  meior  re- 
specto  de  lo  tempo  pressente.   "E  corno  pò  esser  che  quelle  cosse  no  auegnam,    gj 
le  quai  [som  preuezue  che]  debiam  auegnir?  Quaxi  che  noi  creamo  che  quelle 
cosse,  le  quae  la  prouidencia  proue  che  debiam  uegnir,  no  uegnam,  e  no  arbi- 


^  Tu  illa,  in  iine  della  rubrica,  e  poi  in  principio  della  prosa:  Metus  hoc  est 
in  quid.  Io  ho  rime-so  il  testo  latino  esatto,  solo  rispettando  la  trasposizione  di 
inquit.  ''de  ^  fa  *  Errore?  ^  ella  paira  ùunna;  il  copista  pensava  a 
questioni.         ®  ìiiar  terminar  '  no  uni  desoura  "  taxi         '•*  altro  unde 

^^  insemegienti  da  *'  eicento  '^  RÌ8i)()nde  a  positionis  causa.  -  '^  RÌ8i)onde 
a  un'intera  |)roposizione:  num  if/itiir,  quantum  ad  hoc  attinet,  quae  ex  arbitrio 
eueniuiit  ad  necessitateni  cc(/aìitur  ?  Manca  for.se  (lualcosa.  "  impuihemo  ^^ più 
"^  ella        ''  ella        i**  questa  de        ^^  de        ~°  foranìia        -'  e  de        -"-  anrir 


O'j  l'aroili , 

tremo  cbc  qiiamui&dee  che  uegnam  ' La  quar  cossa  e   uoio  che  tu  senti 

meio  per  questo  che  e  te  diro.  Noi  ueffamo  far-  monte  cosse  pressente  a  oprio, 
8Ì  corno  e  iu  le  creature  ^  chi  se  peygam  aora  in  sa  aora  [e]  in  la,  e  aotre  coese 
a  questo  moo,  e  uigunna  ueccessitae  *  constrcuzer  e  muar  cosse;  che  inderno 
5  eeream  le  arte  •',  se  tute  cosse  se  mouessem  constreite.  Adoncha  le  cosse  chi  no 
am  neccesiitae   de  pressente  che  elle  sum  faite,   uennem  senssa  neccessitae.  Ni 

80  dira  alchum^,  che  le  cosse  chi  sum  in   pressente^ Adoncha  debiando 

negnir  ^  elle  eram  libere.  „ 

Sed  hoc,  inquisì.  Aora  mua  e  inforssa  le  questioim,  demandando  se  de  le  cosse 

10  incerte,  che  uor  "•  lo  libero  arbitrio  ^^  pò  esser  prossencia,  che  monto  se  par  di- 
scordar; che  [se]  elle  sum  proueue,  conssego/r  ne  de  ^-  neccessitae  :  [se  neccessitaej 
manche,  elle  '®  no  pom  za  ^*  esser  prouezue ''^,  e  niente  no  pò  comprender  la 
scientia  *®  se  no  de  certo.  Or  se  le  cosse  chi  sum  incerte  "  fìm  prouiste  quaxi 
certe,  questa  e  unna  coufussiom  ^*  osscura  e  opinioni  faossa. 

15  Cuìhs  erron's  caiissa.  In  questa  parte  penne  la  questiom  do  questo  error,  per 

che  l'omo  no  pò  zuigar  se  de  le  cosse  de  lo  libero  arbitrio  pò  esser  pressencia; 
che  le  cosse  che  l'omo  cognosse,  elio  penssa  [che]  l'o  uirtue  de  cognosse  in  lo 
cosse  e  no  in  l'omo,  e  elio  e  tuto  lo  contrario  ;  che  ogni  cessa  chi  e  cognossua, 
no  e  cognossua  segondo  soa  uirtue,  ma  segondo  uirtue  de  lo  cognosseor.  "  E  de 

20  80  metamo  um  [d]  picem  exempio.  Uni  corpo  rcondo  altramenti  sente  e  consi- 
dera '^  lo  uedeir,  aotramenti  lo  tochar:  lo  ueJr  tagando  da  lonzi  zita  li  raxoi 
de  la  luxe,  e  uè  tuto  quello  inseme;  lo  tochar  senssa  ueir  se  apoza  a  lo  corpo 
intorno  intorno,  e  per  le  parte  cognosse  tuto  lo  reondo.  Anchora  ^^  aotramenti 
conssideram  lo  seno  de  Tomo,  aotramenti  la  inmaginaciom.  aotramenti  la  intel- 

25  ligencia  -^  e  aotramenti  la  raxom.  E  lo  seno  conssidera  la  figura  missa  in  la  su- 
gieta  materia;  la  raxom  jiassa  questo  e  goarda  lo  aspecto  lo  quar  e  in  li  ein- 
gullai,  cum  uniuerssal  conssideraciom;  l'ogio  de  la  intelligencia  e  più  alto  e  ^^ 
passao  lo  ambito  ^^  de  la  uniuerssitae,  uè  quella  pura  simple  forma,  la  quar  a 
nissum  aotri  e  nota,  tu  e  in  um  pointo.  In  la  quar  cessa  e  da  ueir  che  la  uirtue 

30  de  soura  comprende  tute  quelle  desota,  ma  la  uirtue  desota  no  pò  montar  a 
quella  de  soura;  che  lo  seno  no  pò  etra  la  metheria  e  la  inmaginaciom  no  monta 
a  le  specie  uniuerssae,  ni  la  raxom  no  pò  montar  a  la  simple  forma  de  la  diui- 
nitae.  Ma  la  intelligencia,  si  comò  goardando  souer  tute  cosse,  consenua  la  forma 
de  tute  cosse  de  sota,  zuiga,  ma  in  moo  no  [f.  386a]  cognossuo  a  le  aotre  uirtue; 

35  che  ella  cognosse  la  uniuerssar  de  raxom  e  la  figura  de  la  inmaginaciom  e  [lo 
materiale]  de  seni-*,  [no  ussando  raxom  ni  inmaginaciom  ni  seni];  ma  [in] 
quello  uno  momento  -^  de  mente  -"  ferina  -^  tute  cosse  cognossue.  Ma  la  raxom 


^  Supplisci  :  iiihil ..  .ut  evenirent  sui  natura  necessiiatis  habuisse.  -  Sopprimo 
queste;  cfr.  F:  noits  veotis  inoult  de  choses  a  l'ueil  tant  camme  on  les  fnit. 
'  Corr.  'quadrighe'.  ■*  neccessaria  ^  aotre  ®  alchimna  ''  Supplisci: 
fquod  quae  mine  fiunt]  prius  qiiam  fierent,  euentura  non  fuen'nt.  Ho  soppresso 
qui  le  parole:  elle  sum  libere,  che  forse  venivano  dopo  uennem  scussa  neccessitae, 
unendovisi  per  mezzo  d'un  e  *  Risponde  al  latino:  eiiam  praecoffuita.  ^  in 
quid  ^^  chi  uè  "  che  u.  l.  l.  arb.  manca  a  B.  ^-  conssego  ey  uè  de  ''  ella, 
ridotto  da  un  elle  anteriore.  '*  possa  ^^  pi'oueziia  ^^  sci'a  "  certe 

*8  connessioni  '®  considoxt  ^^  ane  hora  ^^  Sopprimo  diuinna.  -  e  a 
2^  albitrio  -^  Manca:  nec  ratione  utens  nec  imacjinatione  nec  sensibus.  Proba- 
bilmente, essendo  ripetuto  seni  nella  riga  seguente,  il  copista  saltò  dall'uno  al- 
l'altro. -^  Risponde  a  ietti.  "^  niente  ^^  Potrebbe  rispondere  a  formaliter, 
sicché  si  1  ggessc:  [ne]  forma [Imcnte]  ;  F:  il  voit  toutes  ckoses  formelment. 


■'a: 


Studj  liguri.  §  2.  Testi  :  7.  Boezio,  V,  iv.  97 

quando  ella  goarda  lo  uniuerssar,  no  ^  ussa  nd]o  inmaginaciom  ni  seno,  com- 
prenda ^  le  cosse  inmagineyuer  e  senssiber,  la  quar  diffinisse  la  uniuerssa  de  soa 
conzeciom:  l'omo  e  animai  raxoneiuer  de  doi  pee.  La*  quar,  seando  uniuerssa 
cogniciom,  e  cessa  raxoneiuer  inmagineyuer  e  senssiber;  la  quar  cossa  ella* 
conssidera  per  raxoneiuer  conzeciom,  no  ussando  inmaginaciom  [ni  seno].  La  5 
quar  inmaginaciom,  etiamdee  che  ella  receiua  comensamento  de  ueir  e  de  forma 
da  li  seni  ^,  [inlumina  tute  cosse  senssiber,  no  per  seni]  ma  per  inmaginae  raxoim 
de  zuigar.  Adoncha  uey  che  in  cognosser  tute  chosse  chaum  ussa  auantì  soa 
propria  facultae  che  de  le  cosse  cognossue;  e  imperso  che  ogni  zuixio  e  opera- 
ciom  de  [lo]  zuiga[o]r,  e  meste  che  chaum  fassa  operaciom  de  propria  possanssa  10 
e  no  d'aotra.  E  seando  la  cossa  pur  unna,  li  moy  de  zuigar  sum  diuerssi.  „ 

IV.  Hic  ponit  B.  quod  anima  nostra  mementom  de 


B.  Spoglio  fonetico  e  morfologico. 


Avvertenza   preliminare. 

Lo  spoglio  grammaticale  e  lessicografico,  che  presento  in  queste  pagine 
ai  lettori  dell' 'Archivio',  ha  per  sue  fonti  principalissime  i  testi  seguenti: 

1.  La  seconda  parte  delle  antiche  'Rime'  genovesi,  da  me  pubblicata 
nel  voi.  X  dell' 'Archivio',  pp.  111-140;  e  anche  la  prima  parte  di  esse, 
Arch.  Il  164  sgg. ,  specie  pel  nm.  l*",  oltreché  per  raffronti  qua  e  là  ne- 
cessarj.  Si  citano  quelle  con  rp,  queste  con  ri,  aggiungendo  l'indicazione 
della  poesia  e  del  verso;  ma  si  rimanda  genericamente  ad  entrambe  le 
parti,  colla  citazione:  'Anonimo'  o  'Rime'. 

2.  I  testi,  da  cui  incomincia  questo  paragrafo;  e  dc^  de-,  dc^,  de"*,  se- 
guici da  un  solo  numero,  quello  della  linea,  indicano  rispettivamente  i 
primi  quattro;  ps  e  rau. ,  accompagnati  da  due  numeri,  rappresentano, 
quando  paja  necessario,  il  primo  la  'Passione',  il  secondo  i  due  ultimi 
testi,  6  e  7,  che  provengono  da  un  medesimo  manoscritto.  Ma  di  questo 
ho  creduto  bene  mettere  a  contributo  anche  la  parte  rimasta  inedita,  per- 
chè molto  importante;  e  conservando  la  stessa  sigla,  l'ho  accompagnata 
col  numero  del  foglio,  r[ecto]  o  v^erso].  Inoltre,  il  breve  tratto  del  nostro 
codice,  che  s'è  detto  a  p.  37  parer  d'altra  mano  (f.  5v-10r),  fu  distinto, 
ne'  casi  che  pareva  opportuno,  colla  sigla  mu^ 

3.  I  Frammenti  di  Laudi  sacre  in  dialetto  ligure  antico,  pubblicati  dal- 
l'avv.  Paolo  Accame  negli  'Atti  della  Società  ligure  di  storia  patria', 
XIX  557-572.  Si  citano  con  Ip,  il  numero  della  Laude  e  del  verso.  Furono 


^  ni       ^  comprender       ^  lo       *  elio        ■'  Cfr.  B  :  sensn  tamen  absente  sensi- 
bilia  quiieque  conlustrat  non  sensibili  sed  imaginuria  ratione  iudicandi. 

Archivio  glottol.  ital. ,  XIV.  7 


98  Parodi, 

ritrovati  dall'Editore  stesso  nell'Archivio  parrocchiale  di  Pietra  Ligure,  ed 
ò  ben  probabile  che  rappresentino  il  dialetto  del  luogo  sul  principio  del 
sec.  XIV. 

4.  Le  Laudi  genovesi  del  secolo  XIV ,  pubblicate  da  V.  Crescini  e  G. 
D.  Belletti,  'Giornale  ligustico',  X  329-350.  Sono  un'altra  copia  delle 
precedenti,  più  completa  ma  assai  rammodernata,  poiché  il  codice,  onde 
sono  estratte,  non  è  certo  anteriore  alla  metà  del  sec.  XV.  Si  citano  con 
Ig,  il  numero  della  Laude  e  del  verso. 

5.  Una  prosa  genovese  del  sec.  XIV,  pubblicata  dal  prof.  Crescini,  in  se- 
guito alle  Laudi,  pp,  354-359.  É  la  nota  Epistula  beati  Bernardi  militi  Rai- 
niundo  Domino  Castri  Ambrosii,  e  proviene  dal  codice  stesso,  dal  quale  io 
trassi  la  'Passione';  cfr.  qui  p.  27.  S'indica  con  ep.  e  la  pagina. 

6.  Il  Trattato  dei  genovesi  col  Chan  dei  Tartari  nel  1380-81,  nell' 'Ar- 
chivio storico  italiano',  S.  IV,  XX  (1887),  pp.  161  sgg.  Editore  ne  è  l'av- 
vocato Cornelio  Desimoni,  che  si  valse  d'una  mia  copia.  Si  cita  con  tr. 
e  la  pagina  dell'  estratto. 

7.  l  Diversorum  Cancellariae ,  registri  dei  cancellieri  della  Repubblica, 
conservati  nell'Archivio  di  Stato  genovese.  Cominciano  coli' anno  1380  e 
si  spingono,  sebbene  con  grandi  lacune,  molto  oltre  nel  sec.  XVI;  la  loro 
lingua  è  naturalmente  il  latino  ;  ma,  oltreché  anche  il  latino  può  servire, 
appariscono  qua  e  là  tratti  dialettali,  secondo  si  disse  nella  nota  di  p.  25. 
Io  li  cito  colla  sigla  div.,  seguita  dall'anno,  cui  il  registro  appartiene. 

Finalmente,  indico  con  pr.  le  Prose  genovesi,  edite  dall' Ive,  Arch.  VIII 
1-97,  nei  pochi  casi  in  cui  sia  opportuno  ricordarle;  e  so  mi  occorra  di 
far  confronti  con  altri  testi,  adopero  in  genere  le  sigle,  adottate  dal  Sal- 
vioni,  Arch.  XII  375  sgg.  Con  ann,  e  un  numero,  si  rimanda  alle  Annota- 
zioni sistcìnatiche  del  Flechia,  con  less.  al  Lessico  relativo.  Ed  è  quasi  inu- 
tile aggiungere  che  dello  spoglio  del  Flechia  ho  mantenuto  l'intero  ordi- 
namento, nonostante  qualche  diflScoltà,  che  vi  s'opponeva;  e  che,  sorvolando 
rapidamente  sulle  cose,  già  ivi  trattate  a  sufficienza,  mi  sono  esteso  assai 
più,  dove  la  materia  era  nuova,  o  mi  pareva  necessario  di  modificare  in 
qualche  modo  l'opera  egregia  del  rimpianto  Maestro. 


a.  Scrittura. 


1.  —  b)  ^  reso  con  i  in  rp  ;  ma  nei  testi  più  tardi,  la  scrizione  gi  prende 
il  sopravvento ,  almeno  nell'  interno  del  vocabolo.  Ricordiamo  :  uegante 
rp  2,  26,  per  veg.;  dolleam  mu.  51,  21,  per  dogan,  doga  Ig  23,  31,  e,  come 
si  trattasse  di  e,  veihi  Ig  25,  77,  pijliar  5,  58. 

e)  Anche  nei  testi  meno  antichi,  ihera  54,  22,  ecc.,  non  di  rado;  e  inoltre, 
per  la  nota  analogia,  piascun  piascìinna  39,  28,  ecc.  Per  sé:  sihapar  65,  19, 
masiho  44,  19,  maxiho  200  r. 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  99 

d)  È  the  per  te,  sull'analogia  di  che  per  ke,  in  tkemer  themuo  64,  32; 
83,  11,  thenor  51,  32,  thessua  53,  49,  oltreché  in  thoro  73,  11,  ciV.  cha  per 
ka;  anche  Dhe  29,  46.  Frequente  in  ps  l'intrusione  di  h  nell'iato:  metuho 
vegnuho  verificaho,  sohe  27,  7.  10,  ecc. 

e)  Se  acc.  a  gè  gì,  per  ghe  ghi  {gè  nm.  50,  pregerò  rp  6,  253,  insaluai- 
gissem  mu.  51,  9,  ecc.),  v'  è  pure,  collo  stesso  valore,  gue  gui  (lusengue  rp 

8,  418,  digui  3,  344»  ps  29,  16,  ecc.;  e  perfino  daguando  rp  3,  215,  com  seguo 
ps  31,  1),  s'ha  poi,  quasi  inversamente,  acc.  ad  aigua  ecc.,  anche  aiga 
rp  8,  30,  gay  ps  29,  1,  gardà  30,  5,  gerra  rp  9,  2,  segeìi  4,  22*.  —  Nel  pa- 
rallelo di  sorda,  gli  stessi  fatti,  ma  più  rari:  qui  (1.  hi)  rp  9,  5,  que  7,  171, 
ps  28,  16,  squergne  rp  3,  263,  squarchizar  7,  146  ;  per  contro  chesto  de'  8, 
probabilmente  per  questu. 

g)  X  rende,  oltreché  i  e  s,  anche  il  semplice  s',  specialmente  in  ps  e 
Ig:  roxe  preixo  paraixo  caxa  (in  ps  anche:  casxa)  ecc. 

Il)  s,  quasi  sempre  raddoppiato  in  mu. ,  rende  anche  s',  risso  rp  4,  23, 
ocissem  mu.  53,  51;  più  spesso  s,  esan  rp  3,  111,  inuegise  3,  179,  thessua  mu. 
53,  49,  ecc.;  o  i,  uerase  rp  1,  73,  hosia  3,  68,  dise  3,  157,  rason  7,  64,  ecc. 
Cfr.  z  per  i,  noze!)'  rp  8,  141,  inimizi  8,  245,  bazar  Ig  25,  133. 

m)  Oltreché  il  suono  faucale  iiìi,  qui  nn  rende  talora  anche  n:  tennuo 
rp  6,  1,  onnunchena  6,  4;  e  s'arriva  pure  a  venui  rp  9,  189.  Spesso,  come 
nei  mss.  toscani,  in  rp,  lengni  1,  23,  ecc.,  di  rado  altrove:  ingnorancia 
mu.  62,  20.  Notevoli:  uinge  (1.  vine)  rp  5,  48,  sengui  (1.  senni)  5,  96,  e 
qui  certo  anche  tengo  9,  127. 

n)  ììi  per  n  è  qui  pure,  all'uscita,  frequentissimo,  e  in  qualche  testo 
normale  ;  n  per  tn  quasi  sempre  in  rp,  davanti  a  labiale,  e  rende  la  giusta 
pronunzia,  cfr.  Rom.  XXII  314.  Negli  altri  testi  si  fa  raro,  e  abbiamo  anzi 
non  di  rado  m  per  n,  camgio  29,  8,  qttamdo  41,  6,  ecc. 

o)  Incoerenze  grafiche  :  o  per  «,  fijome  ps  30,  43.  44,  acosao  rp  6,  57, 
cfr.  nm.  12;  se  per  s,  conscentando  30,  33;  z  per  z\  zuma  rp  3,  104,  zera 

9,  35;  ss  per  z,  disse  rp  3,  142;  e  per  s',  constrenciinento  rp  6,  114,  e  per  2, 
aduce  5,  57.  —  Ha  invece  sue  profonde  ragioni,  come  quello  che  si  fonda 
sulla  pronuncia,  lo  scempiamento  delle  consonanti  esplosive  (rarissime  ec- 
cezioni: peccaor  peccai  rp  5,  24;  6,  22);  di  m  e  di  n  {senno  rp  3,  181, 
se  nne  7,  230).  L'oscillamento  maggiore  che  si  avverte  invece  nelle  con- 


*  Va  qui  principalmente  badato  all'effettivo  incontrarsi  di  gui  latino  con 
^i  genovese,  com'  è  in  anguila  rp  4,  10,  ecc.,  ang'ila. 


100  Parodi , 

tinue,  ha  senza  dubbio  il  suo  motivo  nella  maggiore  difficoltà  che  presen- 
tano ad  un'esatta  percezione.  Scempio  ò  il  Z  in  rp,  e  si  oscilla  per  /",  s, 
che  invece  appaiono  raddoppiati  in  ps  e  mu. ,  perfino  dopo  consonante  o 
in  principio  di  parola:  volleir  51,  3,  fassandolU,  farlli  51,  8.  9,  Ilo  28,  31; 
60,  44,  ecc.;  menssa  28,  7,  ecc.  Il  r  è  molto  incerto  in  rp,  serra  sera  1,  25, 
starrai  3,  322,  ecc.  ;  meno  invece  negli  altri  testi.  Pel  fenomeno  in  gene- 
rale, cfr.  Rom.  XXII  314,  e  il  §  3  A. 


b.  Rima. 

1^.  Il  simpatico  e  fecondo  poeta  di  ri  e  di  rp  mostra  nel  trat- 
tamento delle  vocali  in  rima  siffatto  rigore,  che  ben  appare 
com'egli  fosse  in  questo  seguace  della  scuola  provenzale,  così 
ben  rappresentata  nella  sua  stessa  Liguria  da  valenti  cultori.  Io 
esporrò  qui  le  norme  principali,  a  cui  fedelmente  si  tiene;  ma 
essendo  rp  troppo  breve,  perchè  se  ne  possano  trarre  conclu- 
sioni perfettamente  sicure,  e  trattandosi  di  materia  non  ancora 
studiata,  sebbene  assai  importante  per  la  Fonetica,  mi  varrò  an- 
che di  ri,  pur  ristringendomi  alquanto  nelle  citazioni.  Per  con- 
tro, addurrò  scrupolosamente,  cercando  di  spiegarle,  tutte  le  ec- 
cezioni —  e  non  sono  molte  —  che  si  ritrovano  nei  due  testi. 

I.  La  vocal  breve  del  dialetto  non  rima  che  con  vocale  breve; 
vocale  lunga  non  rima  che  con  vocale  lunga.  Rimano  insieme 
soltanto,  per  -e,  in  ri:  fé  fede,  fé  fece,  de  deve,  de  diede,  re 
rex,  ve  vede,  be  bibe,  che,  e  est,  ze^  poé,  Dótninè,  cfr.  2,  19; 
6,  136;  12,  214;  14,  108.  637;  44,  1  sgg.  ;  53,  132.  166;  56, 
35.  199;  63,  89;  72,  17;  115,  3;  123,  17  sgg.,  ecc.;  in  rp  :  de 
deve  4,  55:  e  est;  fé  fede  8,  294:  de.  —  Per  -è,  in  ri:  re 
reo  rei.  De,  me  mio  miei,  Tade,  Zache,  e  io,  pe  pee  piede  -i, 
ve  vieni,  te  tieni  aste  soste  tnante,  le  egli,  tu  e,  ve  vedi,  zue 
pharise,  ere  crede,  cfr.  2,  39;  4,  15.  41  ;  5,  17;  7,  1  sgg.;  9,  1; 
12,  254.  466;  14,  86.  112.  134.  156.  218.  276;  16,  58.  85.  161. 
170  {vei  1.  ve).  309.  413;  18,  2;  45,  93;  53,  226;  72,  1  sgg.; 
94,  5;  136,  157  sgg.,  ecc.;  in  rp:  re  reo.  De  etiande,  me,  e, 
pe,  manie,  le,  tu  e,  zue,  cfr.  1,  57;  2,  14.  34;  3,  17.  235;  4,  3; 
5,  11;  6,  27.  132.  156.  218;  7,  17.  113.  179;  9,  141,  ecc.  La 
brevità  di  be  bibe  devesi  al  modo  imperativo;  per  quella  di  fé 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fbnet.  e  morfei.  101 

fede,  de  deve,  ve  vede,  nm.  4P;  invece  in  ere  crede  sarà  con- 
trazione di  due  <?,  da  cree,  mantenuto  per  analogia  di  creemo, 
creer.  —  Cosi  abbiamo  da  una  parte  -à,  dall'altra  -aa  (che  non 
sappiamo  se  si  pronunciasse  già  -a)  :  ri  alegrerd  14,  282:  averà', 
cfr.  49,  70;  71,  77;  spec.  123,  9  sgg.,  ecc.;  rp  sa  5,  33:  an- 
dar d;  fa  5,  43:  desfa;  à  5,  69  :  va,  e  così  7,  33;  sa  7,  243  :  fa] 
fa  8,  204:  ca',  fa  8,  408:  sta:  ca:  desfa.  E  invece:  ri  tiaa  1,  15: 
celebraa,  cfr.  3,  5;  56,  15,  ecc.;  rp  maitinaa  3,  39:  iornaa] 
hiaa  3,  354:  apelaa.  Per  le  numerose  rime  in  4,  e  per  le  poche 
corrispondenti  in  -/,  cfr.  nm.  44'';  per  le  rime  in  -o,  nm.  10. 
Eccezioni  non  ve  ne  sono.  Anche  le  vocali  interne  sono  soggette 
alla  regola;  e  non  rimano  che  fra  loro  gli  d  provenienti  da  au, 
cossa  1.  eòsa,  pioso  1.  còsu  clausu,  reposso,  osso  ossa  *auso 
*ausat,  oppur  rimano  con  vosse,  da  volse  'volle'  (1.  vose),  cfr. 
ri  5,  39;  12,  73.  228;  14,  220.  449.  619.  697;  38,  66.  90;  45, 
43;  46,  1,  ecc.;  rp  3,  65;  8,  214  (ma  dosso  ri  36,  21:  osso; 
posso  134,  401:  doso,  l.  pòsic  dósu  òsu);  e  pur  fra  loro,  da 
una  parte:  sezo  seggio  ri  39,  9:  pezo',  pezo{r)  16,  259  '.ìnezo', 
lege  rp  8,  400:  seze;  lezam  ri  95,  17:  correzam,  tutti  con  /, 
e  dall'altra  pelezo  rp  8,  5:  laoezo;  verezi  S,  71:  pelezi,  cioè 
pelesu  lave  s' li  ecc.,  Rom.  XIX  484  e  qui  nm.  4;  da  una  parte: 
Margarita  vita  saita  ri  2,  1;  49,  290,  ecc.,  cioè  Margarita 
ecc.,  dall'altra:  descunfita  ri  49,  314:  scrita,  con  t.  Secondo 
l'odierna  pronuncia,  farebbero  eccezione  digo  ri  14,  394,  digui 
rp  3,  344,  che  rimano  con  nimigo,  ligui;  ma  Vi  di  digu,  ora 
breve,  conservava  probabilmente  ancora  la  quantità  originaria, 
cfr.  §  3  A.  E  così  è  certo  da  dire  per  yxe  'la  lettera  x\  oggi 
ize,  che  rima  con  pernixe  ri  45,  57  (7);  mentre  isopo  ri  6,  45, 
oggi  is'òpu,  che  rima  con  tropo,  cioè  tròpu,  è  da  confrontare 
con  gli  od.  pipa,  frate  ecc. 

II.  La  vocale  aperta  del  dialetto  rima  soltanto  con  vocale 
aperta;  la  chiusa  soltanto  con  la  chiusa.  Si  aggiungano  ai  casi 
già  citati  :  da  una  parte,  prea  pietra,  od.  pria,  galea,  nel  sec.  XVI 
garia,  desvea  vieta,  tutti  con  e,  secondo  il  nm.  4,  rea  sul  masch., 
cfr.  ri  14,  32;  38,  130;  49,  166;  83,  3;  dall'altra,  con  «?,  se- 
condo i  nmm.  3,  4,  7,  rnea,  dea  dia,  sea  sia,  od.  s<^,  crea  creda, 
trea  tria,  covea  od.  kua;,  monea  od.  muncea,  e  tutti  gli  imperf. 


102  Parodi, 

indie,  e  i  condiz.  in  -ea,  avea^  po?'rea,  ecc.,  cfr.  ri  14,  491; 
16,  318;  43,  67;  49,  81.  90;  54,  11;  70,  3.  51;  98,  13;  110, 
1  sgg.;  137,  19;  138,  125.  157;  rp  3,  159;  7,  39.  —  Pajono 
da  mettere  cogli  e  chiusi  i  vocaboli,  che  contengono  un  e  in 
iato  con  i,  iato  che  al  tempo  dell'Anonimo  non  doveva  essere 
in  tutto  scomparso,  come  dimostra  anche  una  certa  mobilità 
dell'i:  irei,  maschile  di  très,  con  i  analogico,  dei  devi,  vei 
vedi,  sei  sis  ed  estis,  tutte  le  2.""  plur.  indie,  di  2.*  conj.,  acei 
sacei,  e  di  3.^  lezei,  pres.  cong.  di  1.^  nienei,  fut.  porterei  ave- 
rei,  ecc.,  fei  feci,  e  i  perfetti  in  -ei,  comovei  e  simili,  inoltre 
rei  re,  Zeilegge  :  cfr.  ri  4,  53;  6,  9;  12,  170.  342.  412;  14,  194; 
71,  71;  79,  175.  251;  87,  1,  ecc.;  rp  3,  59;  6,  31;  8,  57,  ecc. 
Si  noti  che  ve^  forma  contratta  di  vei,  rima  con  -e,  qui  I  e 
nm.  41'\  —  Per  l'iato  con  e,  mancano  sicuri  elementi  di  giu- 
dizio: ere  da  cree  può  aver  e  da  crco\  e  di  tree,  feminile 
analogico  di  très,  o  di  ree  reti  ri  29,  22,  mu.  88  v,  non  pos- 
siamo dir.  nulla.  —  Più  gravi  dubbj  suscita  1'  e  in  posizione, 
specialmente  davanti  a  gruppi  con  s,  perchè  troppo  profonda- 
mente sono  ormai  alterate  le  condizioni  primitive,  né  sappiamo 
da  quando  ;  ad  ogni  modo  le  presunzioni  stanno  in  favor  del 
poeta.  Sono  sempre  distinti  nella  rima,  dove  son  frequentissimi, 
terra  guerra  e  simili  {tcera  gucera),  da  iheì^a  mainerà  ecc. 
{cera  mainerà)',  e  rime  senza  dubbio  esatte,  almeno  per  la 
vocale,  sono  pure:  ferma:  acesma  ri  49,  245,  cfr.  gli  od.  ferran 
scezimw,  tempesta  91,  25:  manifesta',  festa  129,  30:  sexta,  g: 
honesta  138,  156,  con  e,  e  probabilmente  anche  tempesta:  testa 
ri  79,  153;  86,  65,  rp  5,  55,  nonostante  l'od.  testa;  cosi,  d'al- 
tra parte,  con  e,  questo  ri  91,  116:  pesto;  esca  63,  13:  pesca, 
e  :  ventresca  63,  88,  :  refrescha  133,  109,  inoltre  probabilmente 
ahelestra  134,  231:  menestra,  ventrescha  112,  6:  senestra,  no- 
nostante gli  od.  menestra  sene'^tra,  infine  questo  94,  99:  presto, 
che  ci  darebbe  già  l'od.  presta,  e  cosi  cesta  63,  37:  presta. 
Ma  harestre  138,  187:  destre'^: 

III.  Non  rimano  se  non  fra  loro,  da  una  parte  i  vocaboli, 
ossitoni  0  no,  uscenti  in  vocale,  dall'altra  i  vocaboli,  ossitoni  o 
no,  uscenti  in  consonante  {l,  r,  forse  n).  Abbiamo  innumere- 
voli casi  di  rime  in  -ài-  -e  r  -ir  -eifrj,  le  quali  si   mantengono 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  niorfol.  103 

sempre  distinte  dalle  corrispondenti  in  -a  -é  od  -cT,  in  -i  (es.  ri 
12,  648;  35,  1  sgg.;  72,  9  ^%g.\  95,  173,  ecc.),  in  -ei',  anzi  spesso 
s'intrecciano  rime  in  vocale  e  rime  in  consonante.  Le  apparenti 
eccezioni  provengono  da  guasti  del  testo.  Così  avremmo  in  ri 
una  volta  -ar  che  rima  con  a,  12,  298,  ma  il  v.  299  dovrà 
leggersi  :  se  fa  grande  mestar  (  :  sacrifìcaTr]  )  ;  come  senza  dub- 
bio l'inintelligibile  verso  136,  80  va  corretto:  parola  dà  axa- 
minaa  (:  ahominaa).  Al  v.  56,  229  è  un  senteh^j,  che  rimerebbe 
con  De,  ma  questo  dovrà  mutarsi  in  cer  cielo;  e  cos'i  il  v.  104,  1, 
di  correzione  alquanto  più  difficile,  sarà  stato  in  origine:  L'ao- 
tissimo  re  de  ce!  o  cer  ^  E  non  conosco  altre  eccezioni,  se  non 
di  pura  grafia. 

Non  minore  esattezza  troviamo  nei  parossitoni.  Rimano  in- 
sieme, da  una  parte:  acender  ascender  prender  imprender 
reprender  intender  offender  render  destrenzer  inspenzer  ven- 
der ;  beiver  rezeiver ,  asteneiver  basteiver  caynteiver  cove- 
neiver  cureiver  dexeioer  valeiver  xeiver]  scriver  viver]  re- 
fiponder  confonder)  ponzer  zonzer;  cognoscer  descognoscer ; 
noxer  coxer  ecc.,  ri  14,  295.  319.  515.  535.  633;  53,  186; 
00,  27;  79,  115.  225;  81,  9.  63;  86,  73;  88,  5;  89,  1;  90,  2; 
95,  23;  114,  39.  43;  116,  5;  127,  43.  57.  67;  129,  45;  131,  11; 
133,  7,  cfr.  il  precedente;  134,  287;  136,  25  sgg.;  137,  15;  rp 
3,  83.  113.  131.  151.  334;  4,  53;  8,  320;  9,  305;  dall'altra 
pase,  1.  pale,  naxe\  spande  comande,  viande  grande)  prende 
offende  rende  spende,  bevende;  crexe  inqrexe;  asconde  afonde 
circonde  confonde  responde,  gronde  sponde]  nove  ove:  ri  14, 
431.  555;  70,  15;  75,  39;  95,  49.  63.  113;  115,  5;  118,  1  sgg.; 
126,  43;  134,  67.  233;  138,  191;  rp  6,  118;  7,  70;  8,  90.  Non 
ricordo  nessuna  eccezione.  Adunque  il  -/'  al  tempo  dell'Anonimo 
era  ancora  ben  saldo. 


*  È  meno  necessario  osservare  che  al  v.  88,  1  di  ri  rcquer  non  è  un  im- 
perativo, nel  qual  caso  il  -r  sarebbe  erroneo,  ma  un  indicativo,  e  manca  un 
se,  se  requei-;  o  che  ai  w.  12,  566  e  567,  le  cattive  scrizioni  scpelii  :  dir , 
stanno  per  sepeliidl  (ossia  -i).  Al  v.  95,  121  è  da  leggere  voio  dir  {-.falir). 
Dubbio  rimano  se  darsena  138,  109  {-.dà),  od.  dàrsena,  ci  offra  un  nuovo 
caso  di  proparossitono,  con  accento  secondario  sull'ultima  {air.  pelago 
54,  52:5o),  o  se  invece  sia  proprio  da  leggere  darsena.  L'od.  darsena  ri- 
sale a  darsenal,  e  rappresenta  un  compromesso  coU'ital.  arsenale. 


104  Parodi, 

Meno  sicuramente  possiamo  parlare  dei  parossitoni  in  -71  ca- 
duco: nechizem  ri  90,  1:  gratizem,  se  son  veramente  casi  di 
-igine,  il  che  è  assai  dubbio,  nm.  8;  multitudem  ri  54,  260: 
beatitud{in)en ',  solizitudem  rp  4,  19:  amaritudem\  ancuzen 
8,  356:  ì'uzen.  Naturalmente  sono  assai  rari,  ma  i  pochi  casi 
che  si  trovano  sono  tutti  esatti,  cosicché  potremo  concludere  con 
molta  probabilità  che,  come  il  -r,  anche  il  -n  si  udisse  ancora 
al  tempo  del  nostro  poeta. 

IV.  Dittonghi  interni  ei,  ai  aie.  È  notevole  che  questi  sono 
trattati  dal  nostro  verseggiatore  con  maggior  libertà.  Infatti 
V -ei  sorto  da  -èct-  rima  talvolta  con  V  ei  di  beneito,  sebbene 
la  pronuncia  dovesse  riuscire  leggermente  diversa,  Rom.  XIX 
484  sg.,  e  r  ai  solito  rima  coli'  aie  sorto  da  alt  e  simili.  Certo 
abbiamo  qui  un  buon  indizio,  che  1'  u  del  nuovo  dittongo  ait 
aveva  assunto  un  suono  indistinto,  non  molto  lontano  da  i.  Es. 
di  -ei:  deleto  leto  so'^peto  eleto  aspeto  0  aspeito  con  feto  (cioè 
deleitu  ecc.)  rimano  fra  loro,  ri  2,  3;  39,  68;  91,  84;  134,  355; 
rp  5,  51;  7,  101;  9,  178.  222.  289;  e  fra  loro  rimano  pure 
beneito  e  recoieto  1.  rekugeitu  ri  4,  37^  ove  la  pronunzia  po- 
teva essersi  fatta  uguale,  nm.  6;  leggermente  inesatta  pare  invece 
la  rima  beneita  :  eleta  ri  131,  3,  posto  pure  che  il  secondo  rap- 
presenti eleita  e  non  il  dotto  eleta,  che  abbiamo  ora.  —  Es.  di 
-ai-.aw,  faito  rima  con  aoto  aotro,  guaita  con  asaota  ri  86, 
59.  83;  129,  89;  rp  8,  212. 

Per  gli  altri  dittonghi,  rimando  ai  singoli  numeri  dello  spo- 
glio. E  fa  appena  bisogno  di  dire  che  le  rime  gazait'a  :  amara 
0  simili,  ri  49,  85;  91,  80;  rp  4,  45;  ponto  :  cointo  rp  6,  229 
e  spesso  ovunque;  tanta  :  spainta  rp  7,  135,  ecc.,  sono  inesatte 
solo  in  apparenza,  e  dovrebbe  scriversi,  da  una  parte  amaira, 
pointo,  dall'altra  spanta.  Meno  facile  è  rendersi  ragione  della 
rima  speiga  :  biUega  ri  138,  149.  Tuttavia,  poiché  speiga  suona 
ora  [de'jscèga,  potremmo  supporre  che  il  dialetto  possedesse  ab 
antiquo  un  doppione  ceiga  cèga. 

V.  Assonanze.  Mentre  il  rigore  del  nostro  poeta  è  cosi  grande, 
nel  far  rispondere  fra  loro  identiche  vocali,  troviamo  una  certa 
rilassatezza  nell'accordo  delle  consonanti,  cosicché  si  possa  rac- 
cogliere un  discreto  numero  di  mere  assonanze.  Es.  :  maistro  : 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  inorfol.  105 

tristo  0  simili,  ri  12,  376;  16,  10.  278;  rp  7,  235;  preiche: 
djnte  ri  6,  110;  destrenze  :  offende  li,  633;  ventre:  mar  amente 
rp  7,  87  (ma  conmento  :  dentro  8,  21,  1.  drento',  e  così  fevre: 
seve  ri  14,  190,  1.  freve);  triumpho  :  gorfo  ri  49,  146,  cfr,  74; 
ferma  lacesma  49,  245  (ma  07^chi:porzi  ri  94,  39,  rp  7,  195, 
riesce  rima  esatta,  se  si  corregge  porki,  com'è  ora).  Inoltre: 
intrega:  tregua  ri  73,  3,  esempio  non  ben  sicuro;  losengue  (1. 
lus  enge)  :  lengue  12,  402;  schinche  :  cinque  114,  63.  Alcuni 
sdruccioli  :  inzenera  :  lelora  ri  53,  300;  subita  :  suscita  rp  8,  322. 
Nel  primo  caso,  manca  pure  l'accordo  della  vocale  atona  non 
finale:  1.  telerai  E  l'accordo  della  finale  manca  in  gramo  :  fame 
ri  12,  472,  cui  forse  possiamo  aggiungere  mente  :  talente  12,  109, 
se  è  da  corregger  talento.  Non  parlo  di  pelago  {:  zo)  ri  54,  52, 
cui  s'attribuisce  un  accento  secondario  sull'ultima,  o  di  multi- 
pico  (prob.  i)  :  richo  74,  13.  Sono  quelle  a  un  dipresso  le  asso- 
nanze sicure,  e  come  si  vede,  si  ristringono  ancor  esse  a  un  nu- 
mero determinato  di  casi,  cioè,  come  negli  antichi  poeti  fran- 
cesi, specialmente  all'incontro  di  gruppi,  che  contengono  una 
liquida  o  una  nasale.  Maggior  maraviglia  ci  cagiona  il  difettoso 
accordo  delle  vocali  in  gramo  :  fame,  cosicché  non  sembri  so- 
verchio il  sospetto,  che  il  testo  sia  guasto,  sebbene  non  ne  abbia 
l'apparenza. 

Di  altri  casi,  ov' entra  in  gioco  una  sibilante,  non  possiam 
giudicare  con  piena  sicurezza.  Troviamo,  ad  es.,  niisse  misit  :  se- 
guisse ri  4,  27,  missem  :  perventisseni  {\.  per  ver  t.)  5,  21,  e 
d'altra  parte  guisse  (1.  Q^s'e)  :  tramisse  75,  27,  cosicché  si  possa 
pendere  incerti  tra  mise  e  mise.  Giv .  promixi  :  scrisi  102,  7, 
ove  r  i  rende  possibile  anche  un  terzo  caso,  cioè  un  promisi. 
Nel  participio  si  mostra  la  medesima  oscillazione  ;  miso  :  abisso 
ri  133,  124,  che  darebbe  l'od.  mìsu,  ma  viso  :  miso  74,  17, 
donde  si  arguirebbe  misti,  cfr.  ociso  :  tramiso  16,  449,  e  qui 
pure  divisi  :  misi  129,  69,  mùjci  :  ennimixi  54,  57.  Non  è  forse 
inverosimile  supposizione,  che  sul  part.  mìsu  si  rifoggiasse  an- 
che un  pf.  mise  (1.*  pers.  misiì),  e  per  contrario  sul  pf.  mise 
anche  un  part.  misu,  pi.  mizi.  Invece  sarà  vera  assonanza  in 
romase  :  vraxe  ri  12,  424  {s':z),  e  cos'i  pure  in  dixe  disse: 
vise  vedesse  12,  182  {s:s),  dise  1.  dise  :  scrisse  16,  9,  dixe: 
seguise  79,  231;  ma  è  esatto  dixe  134,  457:  falixe. 


106  Parodi, 

In  ogni  altro  caso,  anche  le  consonanti  si  corrispondono  con 
perfetta  esattezza  ;  e  non  si  troverebbe  ad  es.  un  n  in  rima 
con  nn,  o  un  r  con  r  e  simili;  dimodoché,  tutto  sommato,  le  as- 
sonanze, che  venimmo  enumerando,  appariranno  ben  poca  cosa, 
né  toglieranno  molto  alla  lode  di  accuratezza  e  rigore,  che  noi 
abbiamo  tributato  all'anonimo  poeta  ^. 


e.  Fonologia. 

Vocali    toniche 


2.  —  A.  Oltre  gli  esempj ,  già  citati  dal  Flechia,  abbiamo  ercho  arco 
48,  11.  —  Ed  è  notevole  amara\paira  rp  4,  45,  cfr.  nm.  l*"  IV,  che  ci  dà 
un  amaira,  cioè  amariu  per  amaru,  come  del  resto  occorre  in  più  re- 
gioni. —  Possiamo  toccar  qui  dei  dittonghi  ae,  ai  di  formazione  romanza. 
Nell'Anonimo  (e  certo  anche  in  dc*-dc^,  in  ps,  tr.)  si  mantenevano  distinti, 
quantunque  paja  talora,  per  colpa  dell'amanuense,  il  contrario;  vedi,  in 
rima:  per  ae,  ri  14,  1.  90.  168;  16,  66;  36,  45;  37,  11,  ecc.  ecc.,  rp  3,  11; 

6,  74;  per  ai,  ri  3,  2;  14,  154.  272.  284;  16,  25.  45.  265,  ecc.  ecc.,  rp  3,  9; 

7,  171  ;  9,  58,  ecc.  '  Invece  in  pr.  e  mu.  (e  certo  anche  in  de*)  doveva  già 


*  Dove  la  rima  non  torni  o  manchi,  convien  correggere  il  testo  o  sup- 
porre una  lacuna.  L,a  correzione  spesso  fu  già  indicata  dall'Editore;  al- 
trove è  assai  facile.  Cosi  asohrio  ri  12,  532  è  da  leggere  asbrivo;  16, 
368  corr.  me  rnaraoeio  e;  22,  1,  breue  1.  beruer;  43,  18,  1.  dir  in  veritae; 
54,  210-11,  l.  fuziran  :  apareieran ;  57,  50-51,  1.  rangurar  : ...  ben  segiir  star; 
70,  55,  1.  de  zo  miga  no  trovava;  79,  175,  possei  è  da  sostituire  a  possai, 
lasciando  intatto  porrei  nel  verso  seg.,  e  così  perdonai  6,  9  è  da  correg- 
gere perdonei;  126,  45,  1.  seguro  o  torse  maturo,  in  luogo  di  nativo;  134, 
181,  1.  che  tropo  gran  fala  me  par;  voi  134,  223,  1.  voi  (:ioi);  boi  136,  71 
1.  bo  {:  20  :  so  :  pò),  ecc.  E  in  rp,  fore  3,  138,  1.  fole  {-.parole),  e  cosi  can- 
zon  e  fore  7,  79  sarà  da  leggere  canzon  fole;  zoa  9,  213,  1.  zova;  sean 
8,  366:  sean,  1.  saniseran.  Dopo  il  v.  5,  93  manca  senza  dubbio  qualcosa 
(la  nota  è  inesatta);  così  dopo  il  v.  6,  63;  invece  il  v.  7,  197  non  è  a  suo 
posto  e  va  espunto.  Non  so  come  correggere  orgogi  7,  51  (ò'),  in  rima  con 
sagogi  (ù).  Non  parlo  della  misura  dei  versi,  che  senza  dubbio  saranno 
stati  esatti,  ma  furono  dai  copisti  barbaramente  sconciati. 

'  Sono  eccezioni  apparenti:  peccae  ri  60,  17,  che  è  da  legger  peccai;  as- 
sai 71,  5:  citàe,  ove,  chi  consideri  il  testo,  s'accorge  facilmente  che,  dopo 
il  v.  b,  il  senso  non  corre,  e  deve  mancare  qualcosa;  masnae  86,  29:  mìd- 


Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonot.  o  moriol.  107 

esser  avvenuta  la  fusione  nell'  unico  suono  ce,  come  dimostrano  stai  90,  8, 
libertai  93,  35,  ecc.,  scrizioni  a  rovescio,  paere  slaeto  49,  2,  ecc.,  quasi  fasi 
intermedie,  steto  cite  div.  1466,  Ferrera  1468,  ecc.  In  reine  mu.  15  r,  ali.  a 
raine,  od.  genov.  rcena  *rania  rana,  è  pure  una  scrizione  a  rovescio,  cfr. 
nni.  IG. 

3.  E  lungo.  In  ei  naturalmente,  scritto  di  solito  e,  almeno  nelle  'Rimo', 
per  tendenza  etimologica.  Ma  V  ei  viene  a  mancare  nell'iato:  savea,  save- 
rea,  coveall,  15,  cioè  savercea  ecc.,  come  prova  anche  l'od.  pron.,  nm.  1''  II; 
creo  axeo,  certo  con  e,  donde  lo  sviluppo  ou,  nm.  15;  e  cosi  irei,  maschile 
di  tres,  vei  dei,  2*  plur.  ccvei  saveì,  e  le  altre  forme,  citate  al  nm.  1''  II,  il 
quale  è  pur  da  vedere  per  l'iato  con  e.  —  Resta  e  (e),  com'è  noto,  pur 
davanti  n,  m;  ma  per  n  fanno  eccezione  ps,  Ig,  segno  di  origine  provin- 
ciale :  ceina  ps  28,  40.  42;  32,  33,  Ig  4,  67,  peina  ps  30,  28.  35;  31,  3,  ecc., 
Ig  5,  47;  6,  32,  ecc.,  quaranteina  ìg  4,  66,  Madareina  Ig  11,  37;  20,  43,  ecc. 
Cfr.  ann.  3. 

Mutato  in  i:  pnixe  paisse  mu.  62,  15  e  309 v,  cfr.  §  1  A  nm.  4:  provin- 
ciale? Frequente  è  pin  Rom.  XIX  481  sg.  (ma  ninte  un'unica  volta  mu.  320  v). 

4.  E  breve.  Di  norma  e  (cioè  e);  ma  l'antico  te,  tuttora  vivo  in  più  d'un 
angolo  della  Liguria,  apparisce  in  ps,  che  perù  non  è  esente  da  qualche 
sospetto  d'imitazione  letteraria,  e  più  di  rado  in  Ig  :  jjie  ps  30,  19.  20.  21; 
33,  2,  ecc.;  Pyero  33,  13,  priego  Ig  15,  53,  e  vadan  pur  qui  ciefji  Ig  20,  15, 
alliegro  5,  13,  oxielU  20,  54,  pieto  25,  30,  e  per  quello  che  può  servire, 
fierir  Ip  1,  26.  —  Del  dittongo  stesso  mi  pajono  esempj  il  solito  mainerà^ 
od.  tìiaine'a,  da  *manaria,  e  inoltre  camairera  rp  1,  3;  mu.  59,  2;  60,  6, 
con  metatesi  che  può  raffrontarsi  a  quella  del  tose,  pianerò  paniere;  cfr. 
Rom.  XIX  483.  Meno  sicuramente  s:  può  dire  se  staera  rp  1,  28  {: rivera) 
sia  entrato  nella  stessa  analogia,  per  le  fasi  *  state  ria  *statiera,  cfr.  l'it. 
fiera.  —  Sarà  bene  infine  accogliere  qui  anche  un  cenno  delle  traccie,  che 
il  dittongo  ha  lasciato  nella  posizione  palatina:  sezo  pezo  mezo  ecc.,  cioè 


tiplicae,  ove  il  senso  vorrebbe  multiplioai,  ma  basterà  correggere  en  tanto 
in  che  tanto,  sopprimendo  insieme  il  che  del  v.  31,  perchè  tutto  s'aggiusti. 
Più  difficile  ò  frai  o  frae  fratello  (e  propriam.  'frate'),  che  rima  due  volto 
con  -ai,  43,  3  e  105.  For.se  da  fruire,  con  -re  caduto,  contro  la  regola 
di  paire  maire,  o  per  commistione  con  un  collaterale  frae  frat[r]e  o 
frate[r],  o  per  troncamento,  come  nell'it.  fra'.  A  f-ai  deve  rispondere 
l'od.  0  antico  frce. 


108  Pai-odi, 

sè^'u,  da  e  ie  ie  ee,  contro  lavezo  ecc.,  cioè  lave's'u,  da  1',  cfr.  nm.  l**  I.  — 
Per  le  varie  posizioni  d'iato,  cfr.  nm.  1'^  ii  :  mea  od.  moe;  ei  ès  od.  e";  me 
De  re  reo,  con  f,  anche  nm.  41**;  infine,  nell'iato  non  originario  con  a,  ab- 
biamo già  due  volte  pria  mu.  23  r. 

6.  I  lungo.  11  solito  pruma  rp  3,  103,  ch\  prumer.  —  Nell'iato  e-i  le 
'Rime'  conservano  l'accento  antico,  reina  ri  12,  178:  fantina,  e  così  12, 
243.  253.  407,  ecc.;  non  però  in  beneito  mareito,  ove  le  due  vocali  appa- 
jono  già  strette  in  dittongo,  certo  per  attrazione  d'altri  participj;  cfr. 
nm.  P  IV.  E  come  e-i,  cosi  pure  a-i,  saita  ecc.  Al  tempo  di  mu.  però,  l'iato 
era  scomparso  e  1'  i,  davanti  nn,  già  assorbito  :  renna  regina  45,  27  e  al- 
trove, ali.  a  reina,  frenna  *freg-ìna  'fregola'  'furia'  261  r;  cfr.  Sarren  tr.  6, 
ali.  a  Sarrein  ib.,  ant.  it.  Sarami.  —  Forse  già  lat.  volg.  nivola  34,  43;  53, 
21.  28,  cfr.  m.-l.,  it.  gr.  50,  Arch.  11  440;  e  par  indizio  d'origine  provinciale. 

7.  I  breve.  Le  condizioni  del  nm.  3.  Citeremo  Seseiria  Seceijllia  Ceceilia 
Sicilia  e  Cecilia  mu.  248  v,  250  v,  creissema  148  v  (suU'ant.  quarein'emaì), 
ora  kre's'ima;  peigam  96,  3,  ora  cegaùj  cfr.  speiga  nm.  l*"  iv.  In  veigo  vedo 
Ig  15,  15.  26;  16,  43,  ecc.,  (ali.  a  vego  20,  10),  resta  forse  1'  ei  di  *veidu, 
per  attrazione  dell' inf.  vei,  dell' impf.  veiva.  Davanti  n:  meina  meine  Ig  6, 
83;  7,  44,  provinciale,  cfr.  ann.  7.  —  Resta  al  solito  Vi  di  Ugo,  rp  3,  345, 
dc^  1.  28,  ecc.  —  In  iato:  oltre  l'isolato  veoa  mu.  90  r,  cui  sta  allato  il 
sempre  vivo  vidua,  ricordo  :  sea  sit  rp  7,  39,  cfr.  nm.  P  ii,  sea  sete  mu.  23  r, 
che  è  l'od.  sce,  ali.  a  see  23  r,  122  v,  Ig  17,  41,  se  mu.  80,  19  (ma  sei  ri 
39,  55).  Per  fé,  ve  nm.  P  i,  41^. 

8.  I  di  posizione.  Breve:  profeto  profìtto  54,  28  e  altrove,  [orbetrio  rp 
8,  145,  cfr.  l'od.  abreliu  'alla  carlona'  'a  fusone'],  enpe  rp  3,  170,  entre 
7,  132,  ora  inpe  intre,  vencer  mu.  53,  18,  inffenta  72,  7,  constrenze  93,  29,  ecc., 
ora  vinse  finta  costrinse,  inzenzer  cingere  54,  5,  non  più  vivo,  tacenti  mu, 
178r,  ora  gasihtu.  Sempre  simple  82,  43;  85,  34,  ecc.,  forse  latinismo; 
ma  d'altra  ragione  il  sempre  vivo  binda  inbindao  Ip  1,  41,  ps  35,  8,  ecc. 
AH.  a  meso  messaggiero  rp  4,  52;  8,  98,  il  partic.  misso,  sul  perfetto.  Due 
esiti  di  -itja:  necheza  rp  7,  218,  reeza  219,  ecc.,  ma  prestixia  rp  3,  306, 
in  rima  con  pegrixia,  mondixia  mu.  154  v,  185  r,  franchixia  55,  5,  iustixia 
dc^  29.  38;  ^qvo  juexio  ps  34,  28;  36,  42.  È  probabile,  secondo  si  dirà  meglio 
nel  §  3,  che  nel  secondo  esito  abbia  qualche  parte  -ize  da  -ities,  che  è 
conservato  integro  in  nechizem  gratizem  ri  90,  1.  3,  cioè  gratize  ecc.  (cfr. 
peizem,  cioè  peize,  ri  62,  23).   Diversamente  il  Flechia.   Per  idia,  nm.  23. 

9.  0  lungo.  Spesso  scritto,  e  quindi  già  pronunciato,  u:  pimi  rp  5,  85, 
conpagnum  6,  100,  munti  molti  8,  206, perduni  9,  354,  inuidiuso  6,  47,  ecc.  ecc. 


Sludj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol.  109 

10.  0  breve.  La  pronuncia  ó"  è  assicurata  dalla  rima;  oso  -.eroso  ri  70,  25, 
rp  8,  280,  1.  os'u  kros'u,  ali.  a  vozo  :  gozo  ri  133,  132,  1.  vos'u  §os'u\  scora: 
corzora  rp  9,  246,  bestiore-.enzignore  ri  53,  298,  tutti  con  ó,  ali.  a  torà: 
fora  ri  43,  71,  oro:tesoru  rp  3,  25;  8,  260,  con  o  da  au;  infine,  da  una 
parte  le  frequenti  rime  di  moi  modi,  con  fgioi  figliuoli  ecc.,  tutte  in  -oi, 
e  dall'altra  di  croi  con  szhoi  ri  101,  18,  cioè  croi,  plur.  di  crojo,  e  coi 
chiodi.  Cfr.  Rom.  XIX  480  sg.  Esempj  notevoli:  cor  cuojo  mu.  113r,  cfr. 
p.  20,  martorio  (-.purgatorio  od.  -òjic)  rp  6,  269,  mu.  248  r,  ecc.,  Gir  omo 
mu.  90  r,  od.  gomu,  ove  V  ó  sorse  davanti  al  n  originario.  —  Se  preceda 
a  m,  si  conserva  a  schietto,  come  nel  genov.  od.:  -omo  cioè  ómu.  Un  se- 
condo esempio  è  corno  come,  cioè  kòmu,  ora  kume,  Rom.  XIX  481,  E  ri- 
mano solo  tra  loro:  ri  14,  379.  699;  21,  1,  rp  2,  63;  3,  89;  7,  95,  ecc.  —  An- 
che air  uscita  si  aveva  o  schietto,  e  rimano  insieme  to  tuo  e  zo  ciò  ri  12,  332, 
rp  6,  29;  9,  313,  ecc.,  so  suo  e  zo  ri  12,  303,  ecc.,  zo  e  alò  12,  354,  ecc., 
to  e  alò  rp  3,  310,  pò  può  e  alò  ri  14,  651  ;  100,  5,  zo  e  pò  14,  525,  so  e 
pò  rp  2,  5,  pò  e  bo  bue  ri  14,  469,  lo  zo  so  alò  pò  boi  (che  va  corretto  in 
ho)  136,  60  sgg.  —  Davanti  -h,  era  già  u,  come,  pei  tre  esempj  possibili, 
dimostra  la  rima;  bonisavon  ri  49,  54,  :raxon  128,  1,  •.conpagnon  rp  3, 
133.  290;  bom  :  tron  :  son  :  bochon  ri  136,  180  sgg.  Nella  fiessione;  bona: 
persona  ri  14,  286.  411,  ecc.;  inoltre  sona:trona  53,  82,  oggi  sona,  ma 
truna. 

12.  U  lungo.  Noto  ancuzen  (:  ruzen)  rp  8,  356,  od.  ahkìs'e,  che  non  pare  ben 
dichiarato  in  Arch.  XII  409;  bussula  ps  28,  8,  od.  bisua.  —  Per  aii',  nm.  16. 
—  In  formen  mu.  149  r,  confluiscono  forse  furmine  e  furgou,  vivi  tutt'e  due. 

13.  U  breve.  Come  al  nm.  9;  la  scrizione  u  è,  per  più  forte  ragione, 
frequente.  Non  so  quanto  valga  corta  rp  7,  178,  od.  kùrtii.  Conserva  V  u,  zoa 
giova  rp  9,  213,  ecc.;  e  vanno  qui  i  possessivi  femmin.  toa  soa,  come  di- 
mostra anche  la  rima;  toa:coa  rp  6,  94;  soa:coa  ri  79,  163,  rp  3,  95, 
:proa  ri  38,  22;  79,  261;  soe:doe  ri  70,  43;  138,  193. 

15.  Dittonghi.  Per  esempj  di  AU  lat.,  nmm.  l*»  i,  10,  29,  .33,  37.  Non 
pajono  indigeni:  zoi  rp  9,  219,  di  fronte  a  ioga  ri  12,  362,  yoge  138,  167 
(:  eroga,  :  croge). 

Dittonghi  romanzi.  Da  éu,  eù,  iù  si  sviluppa  oic,  ioti,  cfr.  §  3,  e  i  primi 
esempj  appajono  in  mu.  :  creao  credo  46,  27.  28.  33,  cioè  *kre''u  krou, 
m' acreao  81,  45,  axeao  aceto  151  v  e  axao  135  v,  gameao  camello  155  v, 
spineao  (s  inou  o  spintoni)  47,  40,  rooeao  roveto  13  v,  vreao  vetro  144  r;- 
spendeaor  10  r,  59  r  'chi  fa  le  spese',  venseao  -eaor  vincitore  46  r  e  v.  co- 


110  Parodi,  Studj  liguri.  §  2.  Spoglio  fonet.  e  morfol. 

gnosseaor  97  r,  impenzeaor  112r,  e  così  sponeaor  faxeaor  conhateaor.  Ma 
■meolln  78,  16,  ora  nioula.  —  Ricalcata  sul  singolare  è  la  grafìa  dei  plu- 
rali: lezaoì  51,  42,  forhiaoi  29  r,  seroiaoi  servitori  56  r  (ali.  a  servioi),  def- 
fendeaoi  tenzeaoi  confessaoi  corrompiaoi.  Anche  in  dir.  1468  cogiaoi  racco- 
glitori; oggi  tehs'ue'j  ecc.,  da  tehs  [eJuH.  Rifatti  sui  precedenti,  i  plur.  cre- 
veaoi  crav.  capretti  48,  15.  22,  cfr.  il  mio  less.,  gameaoi  51  v,  come  gli 
od.  liiej  lati,  merkuéj,  §  3.  —  Poco  chiaro  scorpìanra  scultura  51  r,  forse 
per  shurpóura,  §  3. 

[Continua.] 


ATONE  FINALI, 

DETERMINATE   DALLA   TONICA, 

NEL  DIALETTO  PIVERONESE. 

DI 

G.  FLECHIÀ. 


PUBBLICAZIONE     POSTUMA. 


Il  dialetto  piemontese,  pigliato  nel  suo  più  largo 
significato,  potrebbe  dividersi  assai  naturalmente,  mas- 
sime per  ragioni  fonologiche,  in  due  grandi  sezioni, 
che  si  potrebbero  dire,  l'una  dell'alto  e  l'altra  del 
basso  piemontese;  ed  una  delle  più  notevoli  loro  ca- 
ratteristiche sarebbe  per  la  prima  sezione  il  predo- 
minio dell'  e  atono  finale  (v,  App.  *)  e  per  la  seconda 
il  predominio,  anzi  generalmente  il  dominio  incondi- 
zionato ed  assoluto  dell'  i  atono  finale;  e  ciò  massi- 
mamente là,  dove  nell'italiano  si  tratterebbe  per  lo 
più  dell'alternativa  dell'  e  o  dell'  i  atoni  d'uscita. 
Alla  prima  sezione  apparterrebbero  propriamente  le 
Provincie  di  Torino  e  di  Cuneo,  alla  seconda  quelle 
d'Alessandria  e  di  Novara.  Quindi  è  che  per  es.  le 
voci  le  quali  in  Torino  suonano  skarpe,  spale,  valle, 
robe,  pare,  mare,  preive,  antende,  l' porte  ecc.,  in 
Alessandria  si  pronunziano  sharpi,  spali,  valli,  robi, 
pari,  mari,  previ,  antendi,  f  porti. 


[L'Appendice  citata,  qui  ed  altrove,  non  s'è  ancora  po- 
tuta rinvenire  tra  le  carte  del  Defunto;  e  cosi  s'è  indarno  fin 
qui  cercato  un  Saggio  lessicale  che  doveva  andare  unito  al 
presente  lavoro.] 


112  Flechia, 

Queste  leggi  fonetiche  si  adempiono,  può  dirsi,  senz'eccezione, 
così  nell'alto  come  nel  basso  piemontese,  e  segnatamente  in  que- 
sto, dove,  per  es.,  nella  città  d'Alessandria  riesce  impossibile  il 
trovare  un  vocabolo  che  termini  in  e  disaccentato,  come  accade 
a  un  di  presso  nel  siciliano  proprio. 

Ora,  fra  tutti  codesti  dialetti  o  varietà  dialettiche  del  Pie- 
monte, ve  n'  ha  una  propria  d' un  villaggio  topograficamente  si- 
tuato come  sopra  la  linea  intermedia  che  divide  le  due  sezioni; 
e  in  ordine  al  sistema  delle  vocali  atone  d'uscita,  delle  quali  qui 
si  ragiona,  affatto  diversa  non  solo  da  tutti  i  dialetti  che  im- 
mediatamente la  circondano,  ma  per  avventura  da  tutta  la  fa- 
miglia de' parlari  d'Italia;  e  quindi,  al  parer  di  chi  scrive,  ben 
meritevole  d'essere  studiata  e  denunziata  alla  glottologia  ^ 

Cotesto  villaggio  è  Piverone,  con  popolazione  d'intorno  a  1600 
anime;  da  oriente  ultimo  comune  del  circondario  d'Ivrea  (prov. 
di  Torino),  e  da  tramontana  e  levante,  contiguo  al  circondario 
di  Biella  (prov.  di  Novara);  ed  ha  contermini,  a  circa  tre  chi- 
lometri di  distanza,  da  mezzodì  il  comune  d'Azeglio,  da  ponente 
quello  di  Palazzo  (canavese),  entrambi,  come  Piverone,  del  cir- 
condario d'Ivrea;  ed  a  mezzanotte  i  comuni  di  Magnano  e  Zi- 
mone,  e  a  levante  quello  di  Viverone,  tutti  e  tre,  già  s'intende, 
appartenenti  al  circondario  di  Biella.  In  tutte  coteste  terre,  at- 
tigue a  quella  di  Piverone,  regna  assoluto  V  i  atono  d'uscita, 
fuorché  in  Palazzo  il  quale  ha  proprio  1'  e  atono  d'uscita  in- 
sieme col  Canavese  (v.  App.),  che  viene  a  dire  coli' alto  Piemonte. 

La  legge  fonetica,  esclusivamente  propria  del  vernacolo  pive- 
ronese,  consiste  nell'azione  che  nell'alternativa  dell'  e  o  dell'  i 
finale  la  vocale  tonica  (  semplice  o  dittongo  )  esercita  sempre 
sulla  seguente  vocale  d'uscita,  ne' vocaboli  d'ogni  natura  o  ma- 
niera, parossitoni  'o  proparossitoni,  per  modo  che  l' atona  finale 
venga  ad  essere  sempre  e  quando  la  tonica  precedente  sia  a  e 
e  o  ce,  ai  au  ei  eu  oi,  e  venga  ad  essere  sempre  i  quando  la 
tonica  sia  e  i  u  ù  ^.  Quindi,  per  cominciare  dai  plurali  feminili 


*  [Cfr.  Salvioni,  Arch.  XIII  355.] 

*  [Air  ce,  all'  en,  all'  '/,  è  apposto    nel  ms.  un   segno    di  richiamo,  cui 
nulla  risponde.] 


Atone  finali  determinate  dalle  toniche.  113 

che  come  di  prima  declinazione  finirebbero  di  regola  in  e  nel- 
r  italiano  e  nell'alto  piemontese,  e  nel  basso  in  z,  vedremo  nel 
piveronese  avvicendarvisi  1'  e  o  1'  i  finale  secondo  sia  determi- 
nata l'una  0  l'altra  vocale  dalla  tonica  precedente.  E  perciò 
s' avrà  sempre  1'  e  d' uscita  : 

Dopo  r  a  tonica  :  andje  anitre,  anime,  arke  madie,  husnarde 
bugiarde,  kassje  casse,  krave  capre,  fraje  fragole,  gavje  catini, 
(jravje  gravide,  ìnandide  mandorle,  lande  lungaggini,  maske 
streghe,  naje  natiche,  salvaje  salvatiche,  ivamje  zìe,  ecc. 

Dopo  Ve  tonica:  antreje  intiere,  arsele  ricette,  arjundele 
malva,  propr.  ritondelle,  filmele  femine,  gesje  chiese,  sireze  ci- 
liege, grioele  gheppj,  marele  matasse,  neve  nuove,  pere  pietre, 
selje  lisce,  slere  stuoje,  vrere  impannate,  loeve  vedove,  feore 
febbri,  ecc. 

Dopo  r  e  tonica:  \^deja  dava,  feja  faceva],  bicteje  botteghe, 
berte  gazze,  kareje  seggiole,  cuwende  chiudende,  eì'he,  feje 
pecore,  lengue  lingue,  melje  melighe,  penkne  cingallegre,  pertje 
pertiche,  seje  setole  setae,  teje  baccelli  thècae,  iversje  storti 
(propr.:  guerce,  cfr.  Diez  less.),  verne  ontani,  ecc. 

Dopo  r  ce  tonica:  cere  aje,  cewe  acque,  biankcere  bianchicce, 
bib^cere  zangole,  ccere  chiare,  flcere  fiamme,  gcure  ghiaje,  nei- 
rcere  nericce,  rcere  rare,  slar ccere  malesce,  tumcere  tomaje, 
viceré  *vitariae  (v.  App.),  ecc. 

Dopo  .1'  0  tonica  :  biove  turchine,  livide,  boje  insetti,  koje  co- 
tenne, bolke  biforcute,  koce  cotte,  Ugge  cosce  e  zucche,  korze 
tardive,  doce  e  dasdoce  garbate  e  sgarbate,  faloppe  faville,  fi- 
lose gelose,  gole  fiamme,  baldorie,  gore  vinchi,  groje  gusci, 
lodne  allodole,  piote  zampe,  pìQbje  piogge,  virole  vajuole,  voje 
vuote,  ecc. 

Dopo  i  dittonghi;  ai:  gaide  gheroni,  kuaire  quaglie,  ecc.;  au: 
ante  alte,  faude  falde,  sauge  salse,  ecc.  ;  ei  :  keine  catene,  feire 
fiere,  leine  lendini,  leisne  lesine,  veine  vene,  veire  ghiere,  ecc.; 
eu:  óapuleure  taglieri,  faceure  fiscelle,  meure  mature,  ma- 
ì'jeure  maritatoje,  rcdavuleure  pipistrelli,  sbarneure  *sfornida- 
toje,  sleure  aratri,  slireure  stiratore  ecc.;  ai:  roicle  comandate 
sost.,  Idre  poltroni. 

E  s' avrà  sempre  1'  i  d' uscita  : 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  8 


114  Flechia, 

Dopo  r  e  tonica:  asselli  ascelle,  bastemji  bestemmie,  begsn 
maggiolini  (melolonta  vulgaris),  berni  prune,  berli  cacherelli, 
blessi  bellezze,  liristi  creste,  sesti  cesti,  suivelti  civette,  fersi 
ciccioli  fritti  di  majale,  fremmi  ferme,  fresili  fresche,  messi 
messe  sost.,  tneski  bagolari,  velli  vele,  vessi  vecce  vesce,  ecc. 

Dopo  r  i  tonica  :  amnigi  anse,  kastini  castagne,  kulini  colonne, 
liulici  collectae,  frigi  fredde,  fì^auzini  forbici  propr.  forbicine, 
vìquU  visciole,  lantiji  lenticchie.  Uri  lire,  miji  mie,  minzini 
medicine,  narisji  narici,  pli;)i  pelliculae  scorze,  prigi  pevere, 
spingi  spille,  situici  polline,  hirtifuli  patate,  urtiji  ortiche,  va- 
zivi  vuote,  virn  volte,  zanzivi  gengive,  ecc. 

Dopo  r  u  tonica  :  arfuncli  rotonde,  biiji  bollire,  klulii  chiocce, 
buioi  denti  del  pettine  ecc.,  hrusti  croste,  kruwi  crude,  sivùli 
cipolle,  druwi  grasce  ecc.,  duioi  due  f.,  fumni  femine,  nuni 
niune,  nuwi  venute,  murfluni  mocciose,  muski  mosche,  pata- 
nuwi  nude,  punci  punte,  sansuioi  sanguisughe,  rubji  gialle, 
stubji  stoppie,  sunti  bovine,  tutni  caciuole,  turtuli  turtore,  unci 
unte,  ungi  unghie,  uiol  uve,  vandumji  vendemmie,  ecc. 

Dopo  r  iì  tonico  :  briìsld  brusche,  bruii  brutte,  bùski  busche, 
fuscelli,  luiliiiji  conchiglie,  Idlni  culle,  fujiìri  figure,  frilsii  lo- 
gore, liivi  lupe,  muli  mule,  piÀpi  poppe,  sùci  asciutte,  sùmji 
scimie,  siizìiji  cicigne  caeciliae,  silpi  zuppe,  triipi  trippe,  lìgi 
aguzze,  ùgi  agucchie,  iiltimi  ultime. 

Alla  medesima  stregua  riescono  quei  nomi  che  dal  tipo  dei 
neutri  plurali  del  latino  ritennero  ne'  volgari  italiani  il  linimento 
in  a,  passando  al  genere  feminile,  come  le  braccia,  le  ciglia, 
le  corna,  le  ossa  ecc.,  e  quegli  altri  di  forma  analogica,  quali 
le  dita,  le  budella,  le  carra  ecc.  Di  questa  sorta  nomi,  alcuni 
nell'alto  piemontese  mantennero  1'  a  finale,  esteso  pure  al  sin- 
golare e  fatti  maschili  in  entrambi  i  numeri,  come  p.  e.  il  tor. 
paira  pajo  paja,  7nila  mille  mila,  rnija  miglio  miglia,  e  anche, 
nella  provincia  di  Cuneo,  dija  dito  dita;  ma  buona  parte  di 
questi  nomi  in  a  assunsero,  come  feminili  plurali,  la  simbolica 
loro  desinenza  in  e  che  nel  basso  piemontese  si  mutò  poi  gene- 
ralmente in  i.  Ora  codesto  e  plurale,  nato  da  a  per  influenza 
del  genere  feminile,  nella  varietà  piveronese  si  mantenne  intatto 
quando  venne  a  trovarsi  preceduto   dalle  toniche  che  vogliono 


Atone  finali  determinate  dalle  toniche.  115 

r  e  d'uscita,  ma  passò  poi  in  i  se  la  tonica  precedente  è  di 
quelle  che  richiedono  1'  i  per  l' atona  finale.  Quindi  p.  e.  da  un 
lato  asje  *agia,  hrage  braccia,  buele  budella,  kare  carra,  home 
corna,  servele  cervella,  ève  uova,  lavre  labbra,  osse  ossa, 
pessje  perseca  (alatr.),  pcure  paja,  ecc.,  e  dall'altro  diji  d'ita., 
fili  fila,  fusi  fusa,  mulini  ^mulina,  petti  peta,  pmni  poma,  piini 
pugna,  zimigi  ginocchia  ecc. 

In  ordine  ai  nomi  vuoisi  ancor  notare,  che  quest'azione  della 
tonica  per  la  determinazione  dell'  e  o  dell'  i  d'uscita,  nel  pive- 
ronese,  si  esercita  pur  normalmente  là  dove  il  nome  masc.  di 
tipo  originario  o  secondario  in  -io  soggiace  a  quell'apocope  d'  o 
al  sing.  e  d' i  al  plur.  che  può  dirsi  caratteristica  della  più  parte 
dei  dialetti  galloitalici'.  Quindi  :  a)  da  -io  originario  dopo  a  : 
armare  armario  armadio,  kambe  cambio,  save  savio,  ecc.; 
dopo  e:  batisfere  battisterio,  cilmiilere  cimiterio,  ruioinere  [quasi 
'ruvinerio'],  vangele  evangelio,  ecc.;  dopo  e:  Immerge  com- 
mercio, pruverbe  proverbio,  sterne  *sternio,  ecc.;  dopo  o:  di- 
moile demonio,  g  rigor  e  Gregorio,  nigoge  negozio,  ione  To- 
nio, ecc.;  dopo  i:  basili  Basilio,  gudigi  giudicio,  liin  lilio  gi- 
glio, ecc.;  dopo  il:  kriici  crucio,  diliìoi  diluvio,  dilbi  dubbio, 
fasiildi  fastidio,  ecc.;  ^)  da  -io  non  originario  dopo  a:  anave 
*anavio  — ,  ande  *andio  andito,  kande  *candio  candido,  manne 
manico,  care  carico,  pase  mansueto,  babe  *babio  da  bablo  e 
pablo,.  babulo  pabulo,  babbio  (qui  per  rospo)  e  pabbio,  malave 
*malavio  *mal-abito,  malato  (cfr.  Arch.  Vili  367,  s.  maroto)  ecc.; 
dopo  e:  eie  olio  eleo,  sele  *selio  solido  liscio,  ecc.;  dopo  e:  an- 
terpe  *anterpio,  intrepido,  dappoco,  ecc.;  —  barenfe  (-enfio, 
-inflo)  gonfio,  ense  *ensio  insito  innesto,  erpe  *erpio  *erpico  er- 
pice (v.  Arch.  II  9,  X  92),  pesse  *pessio  persico  pesco  e  pe- 
sca, ecc.;  dopo  o:  orde  *ordio  hordeo  orzo,  tosse  *iossio  tos- 
sico, vole  *volio  volito  volo,  piove  piovuto  *plovito  (cfr.  nap. 
kiuoppeto  piovuto,  kioppeta  pioggia);  dopo  e:  tebi  *tebio  te- 
pido; dopo  i:  kribi  *cribio  *criblo  cribro  crivello,  sìiivi  *schi- 
vio,  schifiltà;  vivi  *vivio  vivido;  dopo  it:  rubi  *rubio  rubeo 
giallo,  dubi  *dubio,  duplo  doppio,  gami  *gumio  gumito  cubi  tu, 
stumi  *stumio  *sturaaco,  stomaco,  upi  *upio  oplo  opulo,  oppio, 
urubi  grosso  trivello;  dopo  li:  siibi  *subio  sibilo,  strilpi  stor- 


116  Flechia, 

pio,  stroppiato.  Cadono  pur  qui  i  riflessi  del  tipo  in  -àtico,  -ag- 
gio: vjage  kurage  dalmage,  bijlage  baliatico  ecc. 

Siano  qui  finalmente  aggiunti  alcuni  nomi  maschili  rispon- 
denti per  lo  più  a  forme  in  -er  del  piemontese,  lombardo  ed 
emiliano,  ne' quali  ha  luogo  l'avvicendamento  d'  e  in  i:  kada- 
vre  papavre  ladre',  alegre,  medre;  dzembre  niwembì^e  stem- 
bre',  poL're,  povero  e  polvere;  gendri  vendri  tendri  zendri', 
magistrl,  singri  zingaro,  subri  bigoncia,  uticbri;  siikri  zucchero, 
e  inoltre  abate,  pare  padre,  mare  madre,  arede  erede,  preue 
prete,  ureste  ni.,  forme  tutte,  già  s'intende,  anche  proprie  del 
plur.;  cogli  avv.  shua.se,  quasi,  ange  anzi;-    oìmie  uomini. 

Quanto  ai  verbi,  cotesto  avvicendarsi  dell'  e  e  dell'  i  cade 
nelle  seconde  persone,  che  per  lo  più  coincidono  in  una  stessa 
forma  nel  singolare  e  nel  plurale;  quindi  kante  canti  cantate, 
nave  nuoti  nuotate,  ìeze  leggi  leggete,  tenie  tingi  tingete,  mo- 
rje  muori  morite,  porte  porti  portate,  tei  kolje,  ti  corichi,  fiacre 
puzzi  puzzate,  laure  lavori  lavorate,  trause,  traversi  traversate, 
sauté  salti  saltate,  zeine  digiuni  digiunate,  meure  maturi  ma- 
turate; e  zemmi  gemi  gemete,  piji  pigli  pigliate,  pugi  scodelli, 
scodellate,  zuwi  giuochi  giocate,  stùd  pulisci  pulite;  kantave 
cantavi  cantavate,  pjave  pigliavi  pigliavate,  lezlji  leggevi  leg- 
gevate, hanteisse  cantasti  cantaste,  kantìHssi  canteresti,  cante- 
reste. E  avviene  pure  nelle  forme  infinitivali  procedenti  da  tipi 
della  terza  conjugazione  latina:  pianze  piangere,  leze  leggere, 
perde  perdere,  kore  correre,  zemmi  gemere,  skrivi  scrivere, 
pì^uwi  prudere,  imzi  ungere. 

Anche  le  enclitiche  osservano  questa  legge  senz'  eccezione  : 
aìidasne  andarsene,  dame  dammi,  damne  dammene,  fané  fanne 
facci,  matte  [mette]  mettiti,  faje  fargli  o  farle,  vaje  vacci,  dasse 
darsi;  specme  aspettami,  levte  levati;  vessme  versami,  kueróte 
coperchiati,  copriti,  korje  corrigli,  drobje  aprigli,  sorte  sfogati; 
sautme  saltami,  darzeinte  sdigiunati,  pceiame  pettinami;  koite 
cogliti;  sbremti  spremiti;  pijji  pigliale,  pijmi  pigliami,  dasvigti 
svegliati,  musmi  mostrami,  andumsni  andiamcene,  kiirùji  preje 
corsole  dietrole.  E  ancora  nel  pron.  encliticam.  ripetuto  dopo  in- 
declinabili: wardje  laje,  guardali  là,  tvardje  liji  guardale  li, 
toardne  kuini,  guardaci  qui;  vaje  dvenje,  vagli  o  valle  davanti, 


Atone  finali  determinate  dalle  toniche.  117 

vaje  nin  adosje  non  andargli  adossogli,  vaje  nin  ansihnji  non 
andargli  in  cima  (propr.  'sopra'). 

L'effetto  prodotto  nel  pi  veronese  dalle  vocali  toniche  che  de- 
terminano nella  serie  delle  vocali  palatine  d'uscita  il  doppio 
esito  dell'  e  e  dell'  i,  si  ripete  analogamente  in  ordine  nelle  vo- 
cali labiali  (o  u)',  e,  com'era  naturale,  per  l'azione  di  quelle 
vocali  toniche  {a  e  e  o  ce  ai  aii  ei  eie  o'i  ou)  le  quali  vogliono 
r  e  atono  d' uscita,  qui  si  viene  ad  avere  1'  o,  mentre  s' ha  1'  tt 
per  influenza  delle  toniche  (e  i  u  ù)  che  determinano  1'  i. 
Quindi,  a—o:  aso  asino,  bravo!,  burazo  borraggine,  kardo  ca- 
pruggine,  j;zaro  amaro,  runkazo  fusaggine  (cfr.  mil.  rankazen, 
*roncaggine);  e—o:  ebo  ebbio,  peco  pettine,  seto  ni.  Settimo; 
e — o:  merlo,  presto  avv.,  termo  termine;  o — o:  aDoUo,  borno 
cieco,  cofo  cofano,  coro,  drolo  fr.  dròle,  govo  o  zovo  giovine, 
moro,  ordo  ordine,  orgo  organo,  orlo,  osto  oste,  solfo  zolfo; 
w — 0:  cero  agro,  ma^ro  magro,  ivcero  quanto  quanti,  poco  (tor. 
aire  maire  vaire);  ei — o:  beilo  balio,  neiro  nero,  surdeivo  ni, 
Sordevolo;  eu — o:  zneuro  ginepro.  —  E  all'incontro:  e — u:  ka- 
l^zzu  fuliggine,  gedda  garbo,  vezzo,  vcsku  vescovo,  vezzu  ruzzo, 
fregola;  i — u:  ankuizu  incudine,  himc  pollo  d'india,  citu  zitto, 
^riciza  brivido,  ribrezzo,  mime  minio  e  micino,  pruizii  prurig- 
gine,  ursizu  rosalia;  u — u:  kuku  cuccolo;  ù — te:  bùlu  elegante, 
beli' imbusto,  bilru  burro,  milsu,  riìzu  ruggine.  —  I  nomi  di 
battesimo:  karlo,  baldo  Ubaldo,  gako,  lario  Ilario,  mario, 
nasio  Ignazio,  utavio  Ottavio;  kurnelio,  mar  celo,  pero 
Pietro,  remo',  berlo;  grisosto,  vitorio;  guidu,  ligie  Eli- 
gio, liviu,  kainite,  riku  Enrico,  ziliu,  Basilio;  cognomi: 
f avaro,  teano;  bur§esio',  ambrosio',  fiirnu;  soprannomi: 
(jajo,  tofo. 

In  forme  verbali,  prime  e  terze  persone  del  plurale:  kanto 
cantano,  cantino,  cantiamo  (cong.),  kantavo  cantavamo,  canta- 
vano; kì^edo  credono,  credano,  crediamo  (cong.),  feio  facevano, 
facevamo,  perdo  perdono,  perdano^  perdiamo  (cong.),  bogo  si 
muovono,  boljo  l)iilicano,  bulichino,  koljo  coricano,  morjo  muo- 
jono,  muojano,  moriamo  (cong.),  sccero  vedono,  vedano,  vediamo 
(cong.),  auQO  alzano,  alzino,  alziamo  (cong.);  ^eino  cenano,  ce- 
nino ceniamo  (cong.);  purteisso  portassimo  portassero;  meuro 


118  Flechia, 

maturano,  maturino,  maturiamo  (cong. );  zemmu  gemono  ge- 
mano gemiamo  (cong.);  liiirezzii  scoreggiano,  scoreggino,  sco- 
reggiamo (cong.);  skrÌDU  scrivono,  scrivano,  scriviamo;  farijii 
faremmo,  farebbei'o;  rumpu  rompono,  rompano,  rompiamo;  stufa 
puliscono^  puliscano,  puliamo  (cong.). 

Anche  il  pronome  lo,  usato  encliticamente,  suona  lo  o  hi  se- 
condo la  vocale  tonica;  quindi  inailo  mettilo,  metterlo;  purlàlo 
portarlo;  ienlo  tienilo  tenerlo;  perdio  perdilo  perderlo;  knzlo 
cuocilo,  cuocerlo;  àuslo  alzalo;  fallo  faglielo;  nieinlo  menalo; 
hoilo  coglilo;  ma:  sdremlu  spremilo;  pijlu  piglialo;  runplu 
rompilo,  romperlo;  purtumlu  portiamolo;  diUla  mettilo,  hilzlu 
cucilo,  matuhc  messolo.  E  encliticamente  ripetuto  dopo  indecli- 
nabili :  heiklo  lalo,  vedilo  là,  heihlo  lilu  o  kiùlu  vedilo  lì  o  qui, 
ecc.  (cfr.  p.  116-7). 

È  noto  come  il  piemontese  abbia  insieme  col  genovese  un  così 
detto  n  faucale  (cf.  Arch.  II  117);  ma  la  faucalizzazione  di  co- 
testo suono  nel  piemontese  è  di  doppia  natura.  Il  torinese,  o 
piuttosto  l'alto  piemontese  in  genere,  ha  codesta  nasale  fauca- 
lizzata  e  l'ha  come  suono  semplice;  mentre  nel  basso  piemon- 
tese la  nasale  si  raddoppia  e  si  raddoppia  in  guisa  che  il  primo  n 
suoni  faucala  e  il  secondo  dentale;  quindi  mentre  gl'it.  lana 
catena  spina  corona  luna  nell'alto  piemontese  vengono  a  so- 
nare lana  kadena  spina  kuì^una  Vana,  nel  basso  si  profferi- 
scono latina  kadenna,  spinna  kurumia  lilmia.  Ora  il  pivero- 
nese  che,  fuor  delle  sue  specialità,  concorda  generalmente  col 
basso  piemontese,  non  conosce  punto  cotesta  faucalizzazione  se 
non  dopo  1'  a  tonica,  mentre  dopo  le  altre  vocali  presenta  la  na- 
sale inalterata,  vale  a  dire  ne  doppia  ne  faucale,  corrispondendo 
per  questo  rispetto  al  dialetto  canavesano  che  non  soggiace  punto 
alla  legge  della  faucalizzazione  (cfr.  Nigra,  Arch.  III  37);  quindi 
ÌjruiDanlamia  -tanne,  aggiunto  d'una  specie  di  fave;  kantaraiina 
raganella,  datmiina  dipana,  fiibiahna  (v.  gì.)  salamandra,  tan- 
na, manne  manico,  pajizanna  paesana,  piantanna  piantaggine, 
spianno  spianano,  tersanna  ievza.na,,  valzanna  ni.  (v.  gì.);  ma 
spina,  bicna  buona,  kurima,  truna  tuona;  Mina  culla,  lùna^. 


*  Codesta  limitazione  della  faacalità  al  n  preceduto  dall'  a,   è   pur  pro- 
pria del  dialetto  d'Azeglio. 


Atone  finali  determinate  dalle  toniche.  119 

Sorgerebbe  ora  qui  primamente  il  quesito  circa  il  tempo  e  il 
luogo  in  cui  sia  incominciato  questo  movimento  d'invasione  ita- 
cistica  nel  basso  piemontese.  Un  esame  degli  antichi  documenti 
volgari  pedemontani  farebbe  credere  che  prima  del  XVI  secolo 
prevalesse  ancora  generalmente  1'  e  atono  d' uscita,  determinato 
principalmente  da  ragioni  storiche  ed  etimologiche.  Quanto  al 
luogo  donde  siasi  primamente  diffuso  cotesto  princi])io  fonetico 
dell' itacismo,  mi  par  verisimile  che  il  movimento  sia  stato  dal 
basso  all'alto  e  s'ha  naturalmente  da  credere  che  le  ragioni 
storiche  ed  etimologiche  abbiano  sempre  più  cessato  di  operare 
col  prevalere  generalmente  delle  tendenze  fonologiche. 

Venendo  poi  ad  indagar  le  ragioni  di  queste  singolari  leggi 
fonetiche  proprie  del  pi  veronese,  dirò  primamente  come  a  me 
paja  ch'esse  abbiano  a  ripetersi  da  certe  condizioni  topografiche 
di  Piverone.  Già  s'è  detto  che  questo  comune  trovasi  come  sulla 
linea  intermedia  che  separa  le  due  sezioni  dell'  alto  e  del  basso 
piemontese.  Ora  vuoisi  ancora  avvertire  che  passando  da  tempo 
immemorabile  pel  bel  mezzo  di  Piverone  la  strada  maestra  che 
correva  tra  Ivrea  e  Vercelli,  questo  comune  veniva  ad  essere 
come  il  punto  centrale  in  cui  il  movimento  commerciale  dei  Ca- 
navesani  e  dei  Vercellesi,  cioè  dei  commercianti  che  avevano 
per  nota  caratteristica  dei  loro  dialetti,  gli  uni  l'uscita  generale 
in  e  e  gli  altri  in  z,  veniva  come  ad  incrociarsi  e  a  confon- 
dersi nei  loro  parlari  confluenti  nella  promiscuità  delle  due 
leggi  0  tendenze  diverse.  Quando  poi  la  formazione  dei  due  si- 
stemi fonetici  venne  definitivamente  a  rassettarsi,  Piverone,  che 
con  questa  sua  positura  veniva  per  conto  della  pronunzia  ad 
essere  esposto  alla  doppia  attrattiva  dell'  e  e  dell'  i,  dovette  na- 
turalmente trovarsi  come  in  una  lotta  od  oscillazione,  in  cui, 
non  potendo  liberamente  e  ricisamente  passare  all'uno  dei  due 
sistemi,  dopo  un  qualche  periodo  di  fluttuazione,  per  uscir  come 
dall'impaccio  di  questa  quasi  arbitraria  promiscuità,  finì  per  ac- 
conciarsi con  normalità  maravigliosa  a  cotesta  nuova  legge  che 
io  direi  d' assimilazione  quantitativa.  In  fatti,  noi  veggiamo 
che  in  questa  alternazione  delle  due  vocali  palatine  d'uscita, 
r  e,  la  più  forte  e  la  più  piena  di  esse  palatine,  è  la  voluta, 
come  finale,  dalle  quadro  toniche  a  e  e  o,  che  sono  i  più  forti 


120  Flechia,  Atono  fin.  dotcrmin.  dalle  toniche. 

suoni  semplici  del  vocalismo  piemontese,  mentre  Vi,  la  meno 
forte  delle  vocali  palatine,  viene  a  rispondere,  come  atona  d'u- 
scita, alle  toniche  meno  forti  e  i  u  ù.  Le  figure  che  risultano 
da  questa  legge  sono  quindi,  da  un  lato  a-e,  e-e,  e-e,  o-e,  e  dal- 
l'altro C-i,  i-i,  ii-i,  ù-i;  e  quanto  ai  dittonghi  tonici,  vi  si  risponde 
sempre  coli'  e  atona,  poiché  essi  dittonghi,  oltre  all'essere,  come 
dittonghi,  i  suoni  più  pieni  e  più  forti  del  vocalismo,  hanno 
sempre  pel  primo  ed  accentato  elemento  una  delle  vocali  che 
toniche  richiedono  1'  e  finale;  quindi  le  figure  di-e,  àu-e,  èi-e, 
éu-e,  òi-e. 

Nell'avvicendamento  delle  due  vocali  labiali  atone  d'uscita 
(p.  117-8)  si  dee  pur  riconoscere  la  stessa  assimilazione  quanti- 
tativa che  per  le  due  vocali  palatine;  e  questo  fenomeno,  come 
già  s'è  notato  di  sopra  (p.  118n),  è  pur  proprio  del  prossimo 
azegliese. 

Per  le  diligenti  e  minute  indagini  da  me  fatte  intorno  a  que- 
ste leggi  fonetiche  soltanto  proprie  del  vernacolo  piveronese, 
credo  di  poter  affermare  che  esse  vivono  ed  operano  pur  sempre 
nell'assoluto  e  pieno  loro  vigore  e  non  vi  s'incontra  un  solo 
es.  che  lor  contraffaccia.  I  neologismi  stessi,  ossia  le  voci  novel- 
lamente importate  in  questo  dialetto,  s' adattano  immediatamente 
alle  sue  leggi,  come  s'è  visto  pei  recenti  nomi  di  battesimo  ve- 
nuti ad  avere  per  atona  finale  V  o  o  V  u  (v.  p.  117),  e  come 
si  rileverà  ancora  da  due  recentissimi  casi  eh'  io  posso  dire 
d'avere  colto  in  flagrante.  Due  soldati  di  qui  vanno  per  servizio 
militare  l'uno  a  Girgenti  e  l'altro  a  Trapani,  e  di  là  scrivono 
ai  loro  parenti  lettere  rispettivamente  date  da  Girgenti  e  da 
Trapani.  Ma  questi  due  nomi  locali  passati  qui  su  labbra  pive- 
ronesi  suonano  immediatamente  girgente,  e  trapane,  e  ciò, 
già  s'intende,  perchè  tra  le  figure  di  pronunzia  piveronese  recate 
sopra  non  vi  sono  né  quella  d'  -e — i,  né  quella  d'  -a — i,  e  per  con- 
seguenza non  possono  aver  luogo  le  terminazioni  in  -ènti  -àpani. 

E  ora,  conchiudendo,  mi  pare  di  potere  asseverare  che  nel- 
l'assettamento definitivo  e  nella  continua  osservanza  di  queste 
sue  leggi  fonetiche  la  popolazione  di  Pi  verone  abbia  dato  e  dia 
saggio  di  felicissimo  istinto  e  di  squisitissima  sensibilità. 

Piverone,  ottobre 


Anticritica.  —  La  critica  della  mia  Stoina  dell'  i  mediano  (Arch. 
XIII  141-260),  fatta  da  Meyer-Lìjbke,  in  Zeiischr.  f.  roman. 
philologie,  XIX  131-39. 


La  'recensione',  che  intorno  a  codesto  mio  lavoro  ha  pubblicato  il 
Meyer-Lùbke,  punto  non  manca  di  cortesia.  Autore  di  due  recenti  e 
celebrate  grammatiche,  una  italiana,  e  l'altra  generale  delle  lingue 
romaniche,  egli  non  va  di  certo  fra  coloro  che  presumano  di  fare  un 
punto  fermo  nella  scienza,  sia  pure  per  un  breve  numero  d'anni,  e 
non  antivedano  legittime  proposte  d'innovazioni  anche  a  molto  breve 
scadenza.  D'altronde,  quantunque  io,  débole  pensatore,  mi  senta  li- 
bero da  ogni  fréno  che  non  sia  quello  della  pura  ragione,  sono  il 
primo  a  credere  che  quelle  due  grammatiche  siano  due  ricchi  e  stu- 
pendi riassunti  di  studj  linguistici,  i  quali  debbano  restare  per  molti 
anni  come  capisaldi  e  punti  di  partenza  per  le  indagini  ulteriori  K 

L'accortezza  del  critico  può  talvolta  essere  stancata  o  fuorviata  dal 
difetto  di  chiarezza  che  sia  nella  scrittura  sottoposta  al  suo  esame  ^. 
Ma  confesso,  che,  nel  caso  presente,  la  critica  mi  pare  venir  meno 
appunto  intorno  a  quelle  parti  del  lavoro  criticato,  che  meno  meri- 
tano il  rimprovero  d'oscurità.  E  vero  cosi,  che  io  riconosco  nella 
formola  il  li  s- tu  Iti  (Arch.  XIII  IGl)  le  medesime  condizioni  fone- 
tiche che  in  illl-s  palis,  onde  si  veniva,  a  ili!  ì-stulti  o  i-stglti  e 
illl-'s  palis,  e  quindi  per  gradi  a  llji  stolti  e  d-elìji  j^ali;  ma  seb- 
bene si  abbia  in  queste  due  serie  delle  combinazioni  necessariamente 
frequenti,  e  nella  s,  seguita  da  esplosiva  o  da  altra  cons.,  la  identica 


*  [Mentre  queste  righe  si  stampano,  corre  la  triste  nuova  che  la  salute 
di  Meyer-Lùbke  sia  in  condizioni  tutt' altro  che  liete.  Tutti  i  romanologi 
faranno  voti  fervidissimi  perchè  l'attività  di  un  campione  cosi  altamente 
valoroso  non  sia  tolta  se  non  per  breve  tempo  alla  loro  ammirazione.] 

^  In  XIII  221  n.  1,  accennando  i  coefficienti  che  determinarono  il  pala- 
tinamento  di  si-  iniziale,  noto  che  «i  cintjhiali  (si  —  ares)  da  me  veduti 
hanno  tutti  avuto  una  cinghja  di  setole  bianco-giallognole  intorno  alle 
spalle  ».  Ora  pare  sia  stato  inteso  che  io  derivi  cinghiale  da  cinghia,  e 
che  singulares,  posto  abbreviato  tra  parentesi,  non  sia  bastato  a  fare  inten- 
dere, come  avevo  in  mente,  che  cinghia  non  ha  creato,  ma  semplicemente 
alterato,  per  accidentale  combinazione,  la  forma  vera  ed  originale  di  quella 
parola. 


122  Biauclii, 

causca  generatrice  della  epentesi  d' un  i,  nulladimeno  séguito  a  dire 
iii  più  incontri,  che  anche  in  altre  combinazioni  (de  ab  cum  prò 
illTs)  si  dovea  finire  in  cl-eyli  da-gli  ecc.;  poiché  la  quantità  dello 
-ì-  e  la  natura  stessa  della  sibilante  producevano  lo  spandimento  di 
quella  vocale;  e  ugualmente  si  veniva  a  de  illi's  annis  ed  a  de 
-illl's  in  fine  di  periodo;  p.  es.  son  di  qu-er/Zt  =  s u n t  de  elljis, 
quest'ultimo  da  illT^s.  Doveva,  mi  pare,  facilmente  intendersi,  che  in 
un  primo  stadio  ammetto  la  l  pura  da  ogni  mistione  con  \o  j  soltanto 
nel  nomin.  plur.  in  fine  di  periodo:  son  ({\x-elli  sunt  illi.  Ma  stando 
all'incontro  alle  parole  del  M.-L.,  io  parrei  imputato  d'ignorare  che 
la  -s  finale  latina  si  estinse  poi  nell'italiano,  e  che  de  illjis,  sia  che 
gli  venisse  dietro  oculis,  oppure  palis,  fini  in  d'-egli.  Il  fatto  che 
la  forma  più  smilza  e  più  assottigliata  dell'articolo  è  quella  seguita 
da  consonante  scempia  (?',  d'-ei  'pali),  e  non  quella  seguita  da  vocale 
[gli,  degli  occJy),  non  richiama  per  nulla  l'attenzione  del  critico;  e 
in  conclusione  il  suo  discorso  induce  il  lettore  a  credere  che  io  am- 
metta la  mutazione  di  -is  in  -ii.  Ma  questo  io  non  ho  detto  mai.  Ho 
sempre  detto  molto  chiaramente,  che  secondo  me  (e  non  son  solo), 
accanto  alla  -s  si  svolse  un  i,  che  ne  è  il  prodotto  e  non  la  trasfor- 
mazione. Condono  poi  ad  uno  straniero  la  equazione,  implicita  nel  suo 
discorso:  stinco '.  skinho  ::  fistiare  :  fischiare.  Quanto  all'interrog.  chji 
[kji),  che  traggo  da  quis,  dico  per  ora  che,  se  avrò  salute,  ne  farò 
sentire,  in  tal  genere,  delle  più  grosse.  Il  M.-L.  lo  trae  da  qui,  e 
c'è  veramente  un  chji  italiano  che  nasce  da  questo;  e  ne  tratto  in 
Arch.  XIII  177  n,  dove  ammetto  che  lo  -j-  siasi  diffuso  dall'interro- 
gativo. Qui  egli  avrebbe  potuto  osservare,  che  lo  -i  del  relativo  an- 
tecedente, come  ogni  altro  l  finale,  si  sarebbe  dovuto  spandere  in  -V, 
e  quindi  in  -ji  dinanzi  a  vocale;  per  es. :  ^quiJ  est  e  poi  *quji  est, 
ed  in  fine  kji  est  probus  ete.  ^  ;  ma  ci  sarebbe  stato  di  bisogno 
che  simili  combinazioni  preponderassero.  In  qui  probus  est  ed  al- 
tre simili  dizioni,  lo  -t  non  si  sarebbe  spanto,  come  non  si  è  spanto 
in  già  <=■  ecco  hic,  si,  li,  cosi,  costì:  era  dunque  necessario  il  con- 
corso di  qualche  altra  analogia,  che  in  tal  caso  trovava  il  suo  fon- 
damento nella  mutazione  organica  della  forma  interrogativa  dello 
stesso  pronome  (quis?). 

Se  a  me  piacesse  di  girare  o  dissimulare  le  difficoltà,  accoglierei 
di  buon  grado  la  correzione  che  mi  si  propone,  derivando  jìrugno 
direttamente  da  *pruneu,  e  non  daprù'nu   *prunjo  con  n  tra- 


'  Suppongasi:  '.-suam  iaiplet  officium',  o  che  altro  si  voglia. 


Anticritica.  —  Nomi  di  piante:  prugno,  portg.  abrunho.  123 

smesso  da  'prùTiolo,  poiché  non  ammetto  che  un  J,  propagato  sull'ul- 
tima vocale  da  ì  o  da  u  interni,  possa  produrre  alterazione  nell'ul- 
tima consonante  {cominio,  pilja,  nidjo  ecc.),  ben  inteso,  nell'italiano. 
Ma  la  morfologia  dei  nomi  di  piante  ha  diverse  cause  logiche  e  sto- 
riche, che  le  dividono  in  varie  specie,  per  dir  cosi,  filologiche.  Co- 
minciando dal  /ìco  e  dal  pero,  che  son  temi  primitivi,  si  viene  al 
castagno  ed  al  ciliegio,  nomi  che  dal  frutto  son  passati  alla  pianta, 
ed  al  faggio  ed  al  leccio  (fa gens,  iliceus)  che  riformano  il  nome 
sopra  quello  del  frutto  e  del  legname  loro.  Sotto  l'aspetto  storico,  il 
ììielo  non  è  più  il  dorico-latino  màlum,  ma  sibbene  il  [xTjXov  de'  G-reci 
orientali.  Da  questi  il  commercio  delle  piante  per  noi  non  indigene, 
o  che  siano  d'innesto,  passò  in  gran  parte,  nell'età  di  mezzo,  agli 
Arabi;  ed  arabi  infarinati  di  latino  bastardo  vennero  nei  nostri  porti, 
e  fors' anche  nei  mercati  interni,  a  vendere  gli  an-dditali,  gli  al-bi- 
cocchi,  gli  ai-lori  e  gli  ai-cipressi.  Il  M.-L.  voglia  credere,  che  quando 
profferiamo  una  sentenza,  questa  é  preparata  da  considerazioni  che 
vanno  anche  di  là  dalle  ragioni  puramente  grammaticali.  Cosi ,  non 
essendo  probabile  che  i  prugni  o  pnmt,  come  piante  salvatiche  ed 
indigene,  siano  entrate  in  questo  commèrcio,  1'  a-  del  portg.  abrunho 
non  potrebbe  altro,  se  mai,  che  esservi  stata  trasmessa,  per  analo- 
gia, da  altre  voci  arabeggiate;  ma  è  più  probabile  che  vi  sia  mistione 
tra  prunu  e  aprugnus,  che  verrebbe  a  dire  sterpo  e  frutto  da 
cinghiali.  Se  poi  si  volesse,  in  tesi  generale,  negare  la  propaggina- 
zione di  un  i  da  u  e  da  l  interni,  tale  opinione  troverebbe  nel  por- 
toghese il  più  debole  appoggio;  poiché  farinha,  rainha  da  farina 
regina,  e  tanti  nomi  in  -inlio  -inha,  nei  quali  -n-  si  sarebbe  dovuta 
dileguare ,  si  spiegano  appunto  ammettendo  la  propaggine  dell'  -i- 
{-l'no  e  poi  -injo).  Il  sutf.  eu  od  iu  non  fu  mai  applicato  a  casac- 
cio e  senza  bisogno,  e  deve  avere  avuto  una  ragione  nel  significato. 
Là  dove  (p.  202)  spiegai  c'jrnjo  e  cgrnjolo  con  cor'nus,  ossia  can 
l'epentesi  d'un  i  svoltasi  dagli  omorganici  r  e  n,  non  feci  conto  di 
(arnia  da  f a  r  n  u  s ,  per  non  inciampare  nella  classe  di  faggio  e  fog- 
gia da  fageus,  che  é  un  vero  derivato;  ma  non  riscontro  che  il 
medesimo  suffisso  sia  stato  applicato  ad  arboscelli  o  poco  più,  se  non 
come  vero  e  proprio  aggettivo  di  materia  (por  es.  'basta  cornea'). 
C'è  anche  la  difficoltà  di  un  -lólo  rimasto  atono  fin  dal  romano 
comune:  questa  è  per  dir  vero  superabile  per  la  considerazione  di 
età  diverse  di  formazione;  ma  bisognerebbe  vedere  un  poco,  entro 
quali  termini  il  vero  italiano  (cioè  quello  del  buon  uso  e  de' più  an- 
tichi monumenti)  ammetta,  o  no,  sdruccioli  in  ~òlo  derivati  da  nomi 
in  -io.  Vera  ragione  di  derivato  in  -io,  ha  prugn-uòlo,  specie  di  fungo 


124  Bianchi, 

che  nasce  tra  i  pruni,  spini  o  sterpi  di  varie  specie,  poiché  ognun 
sente  che  quel  suffisso  vi  modifica  il  senso  della  base,  e  sta  ad  in- 
dicare che  non  è  il  pruno  stesso,  ma  ne  dipende  o  sta  con  esso  in 
relazione.  Mal  si  spiega,  dal  lato  logico,  prùgnolo  e  prugno  come 
vero  e  proprio  derivato  nello  stesso  senso  di  prunu.  Siccome  però 
è  una  faccenda  questa,  che  non  mi  riscalda  molto,  cosi  lascerò  dire 
che  *pruneu  -e a  sia  stata  da  prima  chiamata  la  frutta,  per  di- 
stinguerla dalia  pianta,  oppure  che  si  volesse  con  la  derivazione  di- 
stinguere il  'susino  salvatico',  quando  pruno  indicò  gli  arboscelli  spi- 
nosi in  generale.  Noto  nondimeno  che  primo  -a  nel  senso  proprio 
sono  ancora  vivi  nell'uso. 

È  certo  che  i  diversi  significati  delle  voci  che  si  connettono  con 
menare,  non  si  spiegano  col  solo  lat.  minare.  Ora,  avendo  io  am- 
messo, e  non  escluso,  la  presenza  di  questo  verbo  nella  mistione  con 
un  tema  formato  da  m  a  n  u  s ,  le  difficoltà  fonetiche  opposte  dal  M.-L. 
non  mi  feriscono.  E  giusto  che  *^maeni  avrebbe  dovuto  dar  ^ìnieni, 
ma,  senza  dire  che  a  ciò  contrastava  minare  e  che  poi  manca  al 
toscano  il  ditt.  ie  tra  m  e  n,  siamo  nel  caso  di  forme  quasi  sempre 
accentate  nella  flessione,  e  di  una  serie  fonetica  per  varj  modi  estinta 
da  contrarie  analogie.  Tale  estinzione  ebbe  luogo  perfino  con  la  sop- 
pressione del  suffisso  -io;  p.  es. :  pannolano  e  pannolino  dovettero, 
senza  dubbio,  essere  in  origine  -laneu  -lineu'.  Senza  far  conto  del 
frnc.  grange,  che  potrebbe  anche  venire  da  *granica,  noi  abbiamo 
Grania  come  nome  di  più  luoghi:  or  come  si  spiega  questo,  senza 
ammettere  un  *granium  passato  in  *  grami,  e  dat.  abl.  *grani5, 
dove  la  dissimilazione  impediva  che  il  dittongo  vi  si  diffondesse  dal 
nomin.-accusativo?  Nella  serie  di  -aniu,  che  è  del  resto  assai  po- 
vera, il  tipo  di  dat.  abl.  sopi'aflrece  quello  contrapposto  di  nomin.-ac- 
cusativo.  Accadde  a  questa  specie  quello  che  accadde  in  particolare 
all'una  od  altra  voce  dell'italiano,  dove  per  es.  il  dat.  q,\i\.  granajo 
tolse  ogni  vita  al  nom.  acc.  '^granieri,  fr.  grenier.  Ma  c'è  altro  ancora. 

Essendo  mio  proposito  di  trattare  dell'  i  mediano,  solo  incidental- 
mente mi  toccò  di  rigettare  l'equazione  -z  =  -às,  voluta  dal  M.-L.  e 
da  me  semplicemente  rigettata  con  la  manifesta  intenzione  di  non  più 


^  I  due  composti  italiani  hanno  la  più  stretta  relazione  storica  e  morfo- 
logica con  le  voci  francesi  Unge  e  lange,  che  in  origine  furono  aggettivi 
ed  andaron  congiunti  con  drap:  drap  Unge,  drap  lange.  Queste  forme  pre- 
suppongono dat.  ablativi  secondarj  rifoggiati  sopra  i  nomin.  accusativi 
contratti  *linT  ^laniT,  senza  di  che  gli  ablativi  primarj  linjo  lanjo  = 
lineo  laneo  avrebbero  direttamente  prodotto  lignc  lagne  {-line  ecc.). 


Anticritica.  —  Se  -Ss  mutisi  in  -is  e  quindi  in  -/.  125 

parlarne  (Ardi.  cit.  191);  ma  il  M.-L.,  come  padre  amoroso  dell'o- 
pera sua,  molto  naturalmente  ci  tiene  (Zeitschr.  cit,  134-37),  quasi 
io  le  avessi  voluto  dare  un  assalto  a  fondo.  Tuttavia,  quel  che  dissi 
procedeva  da  maturo  consiglio.  A  lui  deve  aver  fatto  impressione  la 
estensione  geografica  del  fenomeno;  poiché  -ava  -avi  da  -abam 
-abas  non  si  ristringe  alla  Toscana,  ma  anche  si  allarga  all'Alta 
Italia,  come  si  diffondono  a  mezzodì  i  tipi  cliiam-ava  chiam-ive,  leg- 
g-eva  legg-ive,  che  presuppongono  -ava  -avi,  -èva  -evi.  Trattando  io 
dell'italiano  nella  sua  forma  più  specialmente  toscana,  non  perdo  di 
vista  la  conformità  che  certi  suoi  fenomeni  incontrano  ne' suoi  varj 
dialetti:  anzi  mi  studio  di  spremere  il  toscano,  siccome  generalmente 
più  antico  e  meglio  corredato  di  documenti,  per  levarne  tutto  quel 
sugo  che  poi  ci  conduca  a  spiegare  lo  stato  anteriore  degli  altri  dia- 
letti. Ora,  non  è  necessario  il  rigore  d'una  legge  fonetica  per  creare 
certe  conformità  dialettali,  ed  il  bisogno  d'una  configurazione  analo- 
gica si  può  estendere  in  un  raggio  geografico,  oltrepassante  di  gran 
lunga  gli  stretti  confini  d'un  particolare  dialetto.  La  legge  fonetica, 
che  in  ultimo  accetterebbe  il  M.-L  ,  sarebbe  questa:  ammesso  tu 
senti  da  sentis  e  tu  siedi  da  sedé's,  tu  ami  sorgerebbe  da  un  se- 
condario '^ames,  già  prodotto  da  amà's,  che  poi  veniva  a  trovarsi 
nelle  condizioni  di  sedés.  Questo  metodo,  di  condurre  i  suoni  nel 
giro  di  tutte  le  loro  mutazioni  possibili,  mi  pare,  devo  pur  confes- 
sarlo, incauto  e  molto  abusivo.  C'è  il  pericolo,  con  queste  corse  e 
trascorse  di  suoni,  di  ridurre  ad  una  sola  vocale  e  ad  una  sola  con- 
sonante tutti  i  suoni  di  una  lingua  che  si  trasformi  in  un'altra.  Ma 
nel  fatto  reale  non  si  riscontra  quel  che  uno  s'imagina  a  tavolino. 
I  Greci  moderni,  nonostante  il  loro  malaugurato  itacismo,  non  hanno 
sentito  la  necessità  di  pronunziare  timi  per  timé  =  -rtaxi,  come  conse- 
guenza del  fatto  che  rtav]  era  divenuto  timi,  ed  il  ditt.  at  passato  per 
il  suono  v)  avea  l'obbligo  di  seguirne  le  sorti!  Come  nel  greco,  così 
nel  latino  ei  passa  in  i,  ed  ai  finisce  in  e,  senza  incontrarsi  mai  in 
un  suono  unico,  essendo  a  tutti  noto  che  p rivate i  divien  privati 
e  lì  si  ferma,  quando  aulai  si  fa  aulae  poi  aule  e  non  va  più  oltre. 
Passato  il  periodo  di  mutazione  d'un  suono  in  un  altro,  la  serio  di 
tutti  i  casi  simili,  che  subiscono  quella  mutazione,  definitivamente 
s'esaurisce  e  si  chiude.  È  una  tendenza  che  del  tutto  si  estingue,  e 
difficilmente  rinasce,  o  nella  medesima  estensione  o  coi  medesimi  ca- 
ratteri, nel  ricomparire  delle  medesime  condizioni.  Per  es.  :  le  gut- 
turali di  cera  e  gente  passano  in  palatino  nel  volgare  scadente, 
ma  dal  VI  sec,  in  poi  nessuna  gutturale  sofl're  quest'alterazione  di- 
nanzi ad  una  pura  vocale,   anche  se  sia  i  od  e,  e  soltanto  la  soffre 


126  Bianchi, 

dinanzi  ad  J  seguito  da  altra  vocale:  cahagjo  in  cafaggio.  Farò  ve- 
dere, se  riavrò  la  salute,  che  in  un  solo  periodo  fonetico  il  tj  lat. 
passa  in  s  [pozzo  =  puteus  ecc.),  ed  in  tutti  gli  altri  presenta  esiti 
di  figura  diversa.  Così,  quando  sedés,  per  via  di  sede's  *sedeis, 
si  fa  {tu)  siedi,  nello  stesso  tempo,  e  sotto  la  spinta  della  stéssa 
causa,  amas,  per  via  di  ama's  *amais,  si  fa  [tu']  cime.  In  queste 
due  serie  la  forza  trasformatrice ,  che  risiede  nella  lunghezza  della 
vocale  e  nella  presenza  della  s  finale,  si  esaurisce  tutta  nella  crea- 
zione di  un  i  epentetico,  il  quale  si  rappresenta  con  le  figure  di  *5e- 
deìs  ^amaìs.  Ora  abbiamo  qui  due  dittonghi,  ei,  ai,  i  quali,  come  in 
casi  infiniti  di  lingue  e  dialetti,  naturalmente  passano  nelle  vocali 
semplici,  o  quasi  semplici  l  ed  e,  che  poi  anche  si  abbreviano.  Ma 
non  sappiamo  se,  quando  ciò  avviene,  le  due  figure  si  trovano  allo 
stato  di  sedls  amés,  od  a  quello  addirittura  italiano,  ài  siedi  ame, 
ossia,  se  1  dittonghi  si  semplificano  durante  la  vita  italiana  delle  con- 
sonanti finali,  0  dopo  il  dileguarsi  di  queste;  ma  ogni  uomo  d'im- 
parziale criterio  ammetterà,  credo,  pur  nella  prima  ipotesi,  che  quando 
ama's  è  ridotto  ad  ''^amais  poi  *amés,  la  causa  alterativa  abbia 
raggiunto  il  suo  termine  finale,  e  definitivamente  chiusa  la  seria  dei 
suoi  efi"etti.  La  spiegazione  che  fa  nascere  un  -i  da  un  -e  secondario 
«=-as  manca  di  semplicità,  poiché  -as  per  discendere  ad  -es  abbi- 
sogna della  epentesi  d'un  /,  e  quando  giunge  allo  stato  di  -es  ha  bi- 
sogno di  tornare  all'epentesi  per  raggiungere  lo  stato  di  -i,  quando  già 
le  tendenze  della  lingua  hanno  preso  un'altra  direzione.  Anch'io  pre- 
ferisco lo  stadio  di  mezzo  *amais  ^arnes  ame  all'altro:  *-amais 
*dmai  ame;  ma  è  un  fatto  che  prima  di  giungere  ad  ami,  la  lingua 
percorre  un  periodo  in  cui  la  s  finale,  ossia  la  principal  causa  del- 
l'epentesi, è  sparita,  e  le  seconde  persone  finiscono  in  -e,  come  si 
vede  da  ti  fide,  [fw]  ose  parie  vante  e  tante  altre  figure  simili  che  il 
M.-L.  ci  sfila  davanti  (1.  e.  130).  E  vero  che  ne  presenta  altrettante 
con  i  finale,  ed  attribuisce  al  linguaggio  poetico  ed  alla  rima  quelle 
in  -e.  Anche  qui  andrò  in  parte  d'accordo  con  lui,  per  non  avere 
una  fede  illimitata  nella  naturalezza  del  linguaggio  poetico  italiano 
del  primo  secolo;  ma  non  credo  che  i  poeti  se  lo  cavassero  tutto  di 
testa.  Per  me  essi  altro  non  fecero  che  profittare,  per  1  bisogni  del 
verso,  di  una  forma  realmente  vissuta  e  che  stava  tramontando,  so- 
prafiatta  da  analogie  contrarie. 

Senza  rifare  la  storia  delle  nostre  conjugazioni,  può  dirsi  che  il 
fondamento  storico  di  quest'analogia  era  larghissimo.  E  aìne,  e  poscia 
anche  amave,  dovea  divenire  ami  amavi,  perchè  non  solo  sentire  dava 
tic  senti  e  sedere  tu  siedi  (-és  in  -i  concordato  anche  dal  M.-L.),  ma 


Anticritica.  —  Di  -ì's  nel  volg.  lat.  d'Italia.  127 

anche  perchè  amasti  ed  amés  amasse  s  dovevano  o  mantenersi  con 
-i  0  passare  ad  i  nella  finale.  Alla  base  or^^anica,  che  esercita  l'at- 
trazione analogica,  io  aggiungo  credis  vendis  ecc.,  ossia  lo  -ìs  della 
3.*  conjug.  Il  M.-L.  difende,  all'incontro,  la  mutazione  organica  in  [tu] 
vende,  crede  e  simili,  facendo  passare  all'  -ìs  la  comune  vicenda  dell'  ì 
breve,  e  ricorre  ad  esempj  di  altre  lingue  romane.  Cosi  egli  viene  a 
fare  la  critica  anticipata  d'  un  lavoro,  che  si  sa  non  essere  compiuto, 
0  per  lo  meno  non  pubblicato,  nei  quale  lo  -ìs  avrà  da  recitare  una 
buona  parte.  Si  vedrà  come  io  nieghi,  che  il  mantenimento  dell'  -i  in 
-ìs  e  da  -ìs  allo  stato  intatto,  sia  un  fatto  del  comune  romano:  lo 
tengo  invece,  compreso,  s'intende,  il  suo  prolungamento  secondario, 
come  un  fenomeno  dialettale  del  latino  d'Italia.  Mi  spiego:  allo  scio- 
glimento dall'unità  romana,  il  volgar  latino  d'Italia  conserva  sempre, 
e  non  per  un  secolo  solo,  una  buona  parte  di  s  ed  anche  di  t  finali, 
ed  anzi  seguita  in  generale  ad  esser  più  latino  delle  altre  lingue  so- 
relle, sebbene  venga  infine  un  rivoltolone  che  ne  lo  renda  inferiore 
in  diversi  punti.  In  questo  periodo  di  vita  isolata  ed  indipendente, 
il  latino  italico  assume  caratteri  suoi  proprj,  che  non  possono  esser 
comuni  ad  altre  lingue  della  famiglia  se  non  per  mera  coincidenza. 
Tra  questi  caratteri  entrano  gli  efietti  della  ~s  sopra  i  suoni  prece- 
denti. Ma  il  M.-L.,  alla  sussistenza  d' un' equazione  organica  -2  =  -is, 
oppone  il  fatto  italiano  de' nomi  de' giorni:  marte-,  mercole-,  giove-, 
vcner-di,  da  martìs  etc.  Io  non  voglio  esser  vinto  di  cortesia,  e  da 
parte  mia  rinunzio  volentieri  all'analogia  di  lune-dì,  che  egli  tiene 
per  inefficace;  ma  senza  tener  conto  dell'irregolarità  di  mercole-  da 
Mercuri,  noto  l'altra  irregolarità  più  generale  che  va  contro  la 
ragione  dei  composti:  capi-nera,  capi-tombolo,  petii-rosso ,  codi-bù- 
gnolo  ecc.,  dove  tutti  sanno  che  lo  -i  del  primo  componente  è  stato 
sempre  breve,  e  pur  s'è  mantenuto  intatto,  e  come  tale  si  sarebbe 
pur  dovuto  mantenere  in  "^marti-di  e  simili,  presupposti  dal  M.-L. 
Or  pare  che  egli  non  siasi  accorto,  od  abbia  trascurato  la  conside- 
razione che  io  feci  nel  mio  'Dialetto  ecc.  di  C.  di  Castello'  p.  87-8  n, 
che,  cioè,  la  tendenza  toscana  a  mantenere  o  cambiare  in  i  lo  i  ed  e 
protonici  intoppò,  fin  da  antico,  un  ostacolo,  che  il  tempo  dovea  ren- 
der sempre  più  grave,  nella  spinta  dissimulativa  provocata  dall'i 
tonico  seguente  nella  medesima  voce.  Se  il  dialetto  era  spinto  a 
mutar  do  fendo  e  respectu  in  difendo  e  rispetto,  si  trovava  re- 
spinto da  questa  via,  rispetto  a  destino  e  resisto,  dalla  ripugnanza  a 
ripetere,  per  la  tonica,  con  maggior  forza,  la  stessa  vocale.  Di  qui 
l'oscillazione  che  in  questa  parte  presenta  la  storia  del  toscano.  Tale 
ripugnanza  oggi  si  spinge  nel  volgo,  persino  a  mutar  vicino  in  vecino 


128  Bianchi, 

e  finire  in  fenire,  che  sono  voci  piane,  e  con  maggior  forza  dovea 
spiegarsi  fin  dalle  origini,  contro  gli  ossitoni  *marticli  ecc.,  che  peg- 
gio si  comportavano  dall'orecchio. 

L'unica  obbjezione  che  abbia  qualche  valore,  contro  l'ammissione 
d'un  ital.  -i  da  -h,  è  desunta  dalla  desinenza  delle  seconde  pers. 
plur.  de' verbi:  mna-le  ■=  ama-tis,  senti-te  =  senti-tis  etc.  Io  credo 
appunto  che  la  figura  proto-italiana  di  questa  persona  sia  stata  in 
-ti,  di  contro  al  -te  dell'imperativo,  come  nel  dialetto  calabrese,  al- 
legato a  questo  proposito  dal  M.-Liibkó.  Piuttosto  che  lasciare  senza 
spiegazione  i  numerosi  fatti  che  esporrò  nel  séguito  del  lavoro,  con- 
verrà ammettere  che  il  sentimento,  in  presenza  di  forme  {-ti  e  -te) 
che  aveano  l'apparenza  di  participj  passivi,  finisse  col  preferir  quella 
dell'imperativo,  logicamente  più  gagliarda  ed  enfatica,  estendendola 
da  primo  al  congiuntivo  {abbiate,  che  andiate),  quindi  poi  agli  altri 
tempi  e  modi. 

Una  sola  cosa  essenziale  mi  si  sarebbe  potuta  criticare  ;  ed  è  una 
certa  mia  titubanza,  a  proposito  di  Monte-Scalari  e  Mont'-Asinari 
(XIII  224),  nel  negare  il  dittongamento  della  tonica  (sempre  -aris 
0  non  -airis),  come  effetto  del  prolungamento  secondario  dello  -is. 
Ora  lo  nego  addirittura,  benché  gli  effetti  di  altra  specie  mi  si  pre- 
sentino sempre  più  numerosi. 

Il  M.-L.  (1.  e.  137  sgg. )  è  poi  sulla  fine  costretto  a  minute  cose, 
dalle  quali  par  che  non  riesca  a  strigarsi  se  non  rinunziando  ad  ogni 
ragionevole  spiegazione.  Se  non  conoscessimo  il  suo  immenso  sapere, 
diremmo  che  qui  ha  perduto  ogni  giusto  pentimento  logico  e  fonetico 
dell'italiano.  Sia  così  lecito  chiedere,  com'egli  mi  spieghi  lo  scem- 
piamento  della  L  di  mille  e  millia?  come  la  disparizione  dell' -z-  di 
queir -ia?  E  dov'è  un  neutro  in  -le  che  non  faccia  -Ha  al  plu- 
rale? Né  molla  né  fella  non  faranno  al  caso!  E  come  prova  egli 
che  mila  sia  forma  recente  di  contro  all'ant.  miglia  latineggiato  in 
miliaì  Che  forse,  in  tempi  recenti,  la  fonetica  toscana  ha  mutato  -Ì2a 
ossia  -ìlja  in  -lai  II  fiorentino,  in  tarda  età,  di  miglia  fece  mig§ja  o 
miggja,  come  di  paglia  fece  pag0a  ecc.,  ma  non  mai  pala  né  somi- 
glianti! Uscendo,  dunque,  dalle  antiche  ragioni  di  quantità,  la  diffi- 
coltà di  spiegare  il  fenomeno  si  fa  maggiore. 

Relativamente  a  giglio  e  gioglio,  il  M.-L.  parla  di  dissimilazione, 
ed  è  giusto,  come  anch'io  aveva  fatto;  ma  è  la  qualità  della  dissi- 
milazione, chò  va  spiegata  con  ragioni  organiche,  perché  affatto  strana. 
Se  alla  lingua,  di  juliu  piaceva  far  luglio,  essa  poteva  contentarsi 
anche  di  loglio,  senza  cercare  di  gioglio.  E  perchè,  in  luogo  di  que- 
sto e  di  giglio,  non  ricorrere  a  '-'loggio  e  '^liggio,  o  '^lodio  e  *lidio  e 


Anticritica.  —  Di  giglio  e  gioglio,  tigna  ischia  ecc.  129 

forme  conseguenti,  che  erano  molte  più  ovvie?  La  via  che  condusse 
al  ff~  parrebbe  proprio  cercata  col  lumicino  da  qualche  studioso  di 
sottigliezze,  che  per  leggiadria  avesse  avuto  vaghezza  di  passare 
tramezzo  a  '^Ijoljo  e  *ljiljo  !  Ohe  bel  gusto ,  e  che  orecchio  felice 
avrebbe  avuto  il  popolo  italiano  ! 

Dice  poi  il  nostro  critico  non  esser  di  bisogno  trarre  liscion  da  li- 
xivia,  bastando  all'uopo  lixiva;  ma  quest'ultima  forma  spetta  ve- 
ramente ad  una  variante  dell'aggettivo  lixivius,  che  più  tardi  fece 
anche  -ivus.  In  ogni  modo  la  soluzione  del  quesito  dipende  da  un 
esame  più  accurato  dei  cambiamenti  dello  -x^,  a  cui  il  M.-L.  non  è 
forse  ben  riuscito. 

La  legge  di  propagginazione  regressiva  da  un  -i  latino-volgare,  ri- 
sultante o  rafforzato  per  contrazione  di  due  vocali  o  più,  è  così  so- 
lidamente stabilita  che  non  crolla  per  dirsi  che  io  ricorra  senza  bi- 
sogno a  complicazioni,  e  disconosca  le  affinità  fisiologiche  che  passano 
tra  \o  i  e  l  n  s  stj.  Sebbene  sia  io  il  primo  ad  accorgermi  del  mio 
poco  sapere,  mi  pare  che  queste  siano  omai  cose  troppo  elementari. 
Sono  le  vocali  atone  quelle  che  si  mantengono  o  si  mutano  secondo 
l'influsso  più  0  meno  efficace  de' suoni  palatini,  ed  anche  di  altri.  Nel 
toscano,  e  nemmeno  nel  pretto  fiorentino,  non  e'  è  suono,  palatino  o 
no ,  che  faccia  deviare  le  toniche  dalle  loro  leggi  di  mutazione  :  l' i 
e  Y  xt  danno  e  ed  9  come  quasi  da  pertutto,  e  per  isfuggire  a  que- 
sta vicenda  ci  vuole  una  causa  più  forte,  qual  è  il  prolungamento 
ed  il  dittongamento.  Lo  i  tonico  breve,  che  pare  siasi  mantenuto  in- 
tatto fin  dall'origine,  0  che  sia  sorto  da  altra  vocale  che  non  sia  lo 
stesso  i  lungo,  proviene  dalle  forme  accentate  sulla  flessione  0  nei 
suffissi  in  generale:  tigna  è  l'arret.  tegna  =  ti  ne  a,  che  si  rifa  sopra 
tignoso  ed  intignare,  mischia  vien  da  meschia,  che  si  rifa  sopra  mi- 
schiare e  -ato.  In  questa  parte  l'arrétino  è  il  fratello  maggiore  del 
comune  toscano:  tanto  è  vero  che  queste  parlate  vanno  poi  tutte 
d'accordo  con  mescolare  e  mesticare  da  misceo  mixtum,  sia  o  no 
tonica  la  vocal  radicale.  L'enormità  del  fatto,  che  il  dittongo  tonico 
ae  di  aesculum  siasi  mutato  nell' z  di  ischio,  doveva  avvertire  il 
Meyer-Lùbke,  il  quale  adduce  tale  esempio,  che  qui  la  mutazione  era 
nata  nei  derivati  ischieto  -ato  -one  ischiaccia,  che  riagirono  sul  pri- 
mitivo. Può  avervi  agito  anche  ésca  (cfr.  Arch.  IX  428  e  ivi  n.  3), 
ma  il  M.-L.  potrebbe  trovare  un  altro  grosso  esempio  nel  pis.  lue. 
0  pist.  incigno  incignare  'rinnovare'  da  e  ne  ae  ni  are.  Le  forme  le- 
gno degno  pegno  segno,  da  lignum  ecc.,  dovrebbero  finire  col  per- 
suaderlo, che  nemmeno  nel  toscano  più  spinto,  poteva  la  palatinità 
de' suoni  accostanti  sottrarre  lo  i  tonico  breve  alla  legge  della  sua 
Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  9 


130  Bianchi,  Anticritica. 

normal  mutazione.  Con  ciò  intendo  riferirmi  alla  mutazione  della  vo- 
cale tonica  nel  suo  genere,  od  ordine  che  voglia  dirsi;  che  quanto 
alla  qualità  specifica,  cioè  all'esser  più  larga  o  più  stretta,  può  essa 
dipendere  dai  suoni  vicini,  come  per  esempio  in  loglio  sogno  ogni, 
dove  1' ó  è  stretto  o  largo  secondo  le  varie  pronunzie,  ma  in  so- 
stanza è  sempre  o  e  non  u. 

Mi  parrebbe  infine  tempo  sprecato  a  combatter  la  illusione  che  ci 
sia  stato  un  latino  volgare  *céresus,  in  luogo  di  cérasus,  da  cui 
ciliegio  ecc.  L' afi'ermazione  che  sèdano  da  se  lino  n  è  forma  italiana 
e  non  latina  volgare,  non  dice  nulla  a  vantaggio  di  quella  illusione. 
Per  la  nota  2,  Arch.  XIII  222,  oltre  il  sèdano,  ci  avevo,  con  altro, 
anche  il  garófalo  (--^uXXov)  e  V ànace  o  dnaco  (scvkjov),  ma  feci  bene 
a  tenergli  per  ora  a  dormire.  Del  resto,  ho  dato  qui  sopra  uno  sguardo 
generalissimo  alla  storia  morfologica  de'  nomi  di  piante  straniere  K 

Bianco  Bianchi. 


*  In  origine,  come  sopra  ho  accennato  di  volo,  ciriegio  fu  il  nome  della 
frutta,  che  poi  passò  all'albero  che  la  produce,  ed  è  il  gr.  x.e/jao-tov  venu- 
toci direttamente  per  via  popolare,  come  qualche  altra  voce  de' nostri 
ortolani.  Per  queste  bisogna  ricorrere  a  criterj  complessi ,  trattandosi  di 
voci  che  il  volgar  latino  non  creò  dal  proprio  fondo,  ma  accolse  dallo 
straniero. 


I  DIALETTI  ODIERNI  DI  SASSAEI, 
DELLA  GALLURA  E  DELLA  CORSICA. 


P.  E.  GUARNERIO. 


(Continuazione  e  fine;  v.  voi.  XIII  125-40.  —  La  stampa  s'interrompeva  dopo  i  primi  22 
numeri,  che  fanno  parte  del  §  1,  cioè  delle  'Annotazioni  fonologiche',  e  coi  quali 
s'arrivava  all'/  tattico  in  posizione  ] 


In  posizione  ^  23.  Sass.  Intatto,  se  riviene  a  l:  gita  e  an- 
che lizu  che  è  log.,  milu  -a,  pila,  viiia,  rizzu  ericiu,  niilli,  an- 
gidda  anguilla,  kunilu,  fibbia;  -issem  -Tsses:  finissi  ecc.;  -Isti 
-Istis  finisilpi  ecc.;  zinku  cinque,  vinti  venti,  fintu,  ilprintu, 
tintu,  frissu  fritto,  libbra,  libbru;  is'ula,  hulndizi,  ecc.;  ma 
freddu.  —  Gali.  Nella  stessa  ragione  e  inutili  gli  es.,  eccetto 
fritu  frigidu.  —  Còrso:  gilu,  om.  giddu,  mnmia,  liccu  liccio 
e  pur  'cosa  da  nulla';  -Ivi:  sentii,  pertii  partii  ecc.;  spiriu  e 
spirdu,  tristu,  éinkue,  stintu  estinto;  kuindeci  ecc.;  ma  freddu, 
e  anche  veìiti,  allato  a  om.  fritu  vinti.  —  24.  Sass.  Si  riflette 
invece  di  regola  per  e,  se  riviene  a  ì:  vegtju  video,  irezza, 
oddu  -a  ille  -a,  arecca  pi.  arecci  orecchia,  vegga  veglia,  celcu 
e  ceccu  cerchio,  fejmu  fermo,  zeJifiu  zeJiìia  zeJihani  cerco  -a 
-ano,  veldi  verde,  pesu  pesce,  frehJiu  -a  fresco  -a,  pernia,  ame?ita, 
ihJiumenza  incomincia,  dentri/,  e  drentu,  trenta,  [fetta],  nettu, 
vreddu  vetro,  kanelpru,  minelpra,  zeppu,  isemplu  *ex-simplu 
sciocco,  V.  per  es.  Grundr.  I  503  ^,  ma  anche  isimpru  che  ripete 
la  voce  log.  e  isimpiaddu  che  è  il  più  usato;  velina  vergine, 


'  Il  lettore  condonerà  se  qui  non  distinguo  tra  posizione  latina  e  posi- 
zione neolatina,  e  anche  tralascio  qualche  altro  scernimento. 

^  puddreddu  asinelio,  *putrillu  met.  di  pulli'tru,  è  attratto  nell'ana- 
logia dei  dimin.  in  -eddu,  nm.  15. 


132  Guarnerio, 

vehhamu  vescovo,  lettera',  solo  in  -itia  s'ha  1'  e:  hiddezia,  du- 
rezia,  pi.  7'ikkezi,  ecc.  —  Gali.  Di  norma  intatto:  viJm  video, 
licca  *ilicea  elee,  triaca,  iddu  -a,  kiddu  -a,  kapiddu  -i,  arie  ci, 
pinniccu  penneccliio,  vig'g'a  veglia,  cilku  cilkani,  frisku,  bisku 
vischio,  kisiu  -a,  pinna,  sikku,  vincu  fìnga  spinnu  strinnu 
tinnu  cinna,  Urina  pinna,  sinnu,  vizza  vezzo,  diltu,  [fìtta], 
hindi  eccu' inde,  -inni  inde  in  elisi:  -minni  -tinnì  -sinni  mihi- 
inde  ecc.;  pilula  viìini,  slnibula  semola,  littara',  ma  veldi  in- 
semhi  veskamu  menta  drenili  kumenca  trenta  gÌ7iestì^a  ma- 
tessi  [zeppa],  alcuni  dei  quali  sono  evidentemente  d'origine 
dotta.  Ancora  e  in  -itia:  hiddesa  vie  cesa  ecc.;  infine  con  e: 
pesu  ali.  a  pisha,  e  pudcletru.  —  Còrso.  Torniamo  pel  csm. 
ad  e,  che  è  chiusa  se  vi  segue  II,  s^  o  tt:  asella  ellu  deltit 
liuellu,  desila  fresku  peska,  vesku  vescovo,  kuestu  kuessìù 
dessu  stessic,  detta,  bst.  anche  ditta,  stretta  nettu,  coi  quali 
passi  veka  vedo  ;  ma  è  im'  e  schietta  in  trecca  kavezza  aree  da 
parecca  secca,  veccu  marinu  vitello  marino,  veg'g'a  veglia, 
pesu  denu  lena  pena  sena  penna,  pènnula  o  pènula  palpebra 
cfr.  leccese  Morosi  lY  125,  cennara  insemme  indrentic  selva 
verde  pulletru  (anche  poltra,  it.  poltro)  vetru  maestra  ecc.; 
vetta  vitta,  ramoscello  (cfr.  tose,  vette  'rami  più  sottili  degli 
alberi'  Fanf.  u.  t.),  saetta  e  vindetta;  infine  e:  trenta,  lenza 
amo  e  anche  'striscia  di  terreno'  Grundr.  I  507-8,  cere" a  e 
ceca  cerchio,  vergine  ferma  inferma.  Nell'om.  srt.  di  norma  in- 
tatto, come  nel  gali.  :  vigu  vedo,  iddu  -a,  kuiddu  -a,  cirka  cerca, 
missu  fì'isha,  kuistu  -a,  sikku  ditta  benedittu  maledittu  vin- 
ditta,  sing^a  il  segno,  kuissu  -a,  ecc.  —  25.  Sass.  Vi,  secondo 
la  norma  italiana,  in  famila  Unga  fìnga  vinku  sardina  tina 
ilpìHnic  tinu  dina  sinilpì^u  ecc.  E  ancora:  anniggu  ecc.  nm.  108, 
biJihu  viscu,  che  ripetono  i  log.  anniju  ecc.,  visku;  e  del  pari 
niza  ciliu  e  kinga  cing'la,  il  cui  k  tradisce  l'origine  log.;  nella 
qual  ragione  entrano  pure  kissa  -a,  kilpu  -a,  kiddu  -a,  ditta 
kuminza,  ali.  al  già  addotto  ifihumenza,  pindula  pillola,  sai- 
pizza  salsiccia  e  lintiza  lenticchia.  Qui  ancora  1'  -ittu  (come  nel 
log.)  dei  dimin.:  krabbitta  capretto,  ampulitta,  ecc.;  e  V  -inni 
inde  in  elisi  :  binni  ibi-inde,  Unni  sinni,  zinni  ecc'  hic'  inde.  — 
Còrso.  Tornano  famila  lingua  vinka  fìnga  stringu  e  strintu, 


Il  sassarei?e,  il  gallurese  e  il  còrso.  Vocali  toniche.  133 

lingu,  om.  spinna  spegnere  e  spinta  -a  spento  -a  ^.  Non  ben 
chiaro  zippu  ali.  all'it.  zeppo;  ma  non  fa  specie  hnbiu  -a  treb- 
bio -a,  che  è  a  fìl  di  norma  da  trlbulu  M.-L.  it.  gr.  36;  c'a- 

nuga  (v.  n.  83  n)  cenere,  sarà  *ciniga  incrociatosi  con  bruga 
brucia. 

0. 

Lungo.  26.  Sass.  Di  regola  o:  soli,  solic,  alpoì'i  astore  uc- 
cello di  rapina  Sp.  ve,  kazzadori,  minori  piccolo,  missaddoìn 
mietitori,  passaddori  paletto  catenaccio,  palpO}4,  sabl)ori  sa- 
pore; poni  pone,  kwona,  passona  persona;  Ugni,  muntoni  mon- 
tone e  mucchio,  pivaroni  razoni  tizzoni',  hozi  voce,  inoggi  in 
lioc[ue]  qui,  nodir,  dodizi,  no.  —  Gali.  All'incontro  p:  soli 
sglu  astori  fiori  missadgri  pastori,  vinidpri  avvenire,  dpci  do- 
dici ecc.  ;  ma  seguito  da  nasale  è  o  :  kurona  passotii  poni  donu 
Ugni  pipargni  ì^azgni.  —  Còrso.  La  norma  ci  dà  o  schietto: 
sole  solic  amore  milore  sinore,  adore;  pidmone,  lione  epe. 
lejone,  kunkone  grossa  conca,  kuffone  ali.  a  Jioff'a  corbello, 
ermone  armus  omero,  fukone  focolare,  pullone  germoglio,  kan- 
zona  perdonu  donu  nipote  skopa',  dódeci  vómeru;  ma  nell'om.. 
astgri  pastgri  armgnu  lignu  kunkgni  parsgni  rag''g''gni.  — 
27.  Sass.  Si  ha  Vo  in  noi  voi-,  kpmmu  quomodo,  [noìnmu 
nome];  ora  pi.  pri  e  allora  che  è  però  letterario,  ankora  du- 
npra;  nibbpddi  nipote,  aliJipbba  e  più  comunem.  iMpbbidu 
scopa,  sprigu  sorcio;  e  con  1'  ic,  oltre  il  comune  tuttu,  anche 
pummu,  che  è  pur  log.  —  Gali.  Qui,  son  nella  regola  del  pre- 
ced.  nm.  :  pra,  usato  solo  come  sost.,  ankpra  noi  vpi  scopa  ni- 
poti', ma  si  distaccano  kgmmu  ngmmu  pgmmu.  —  Córso:  npi 
vpi,  ma  bst.  noi  voi',  pra  allpra  malora  ppmu,  ppmi  di  terra 
bst.  pommi,  kpmme  bst.  kum^ne  ora.  esc.  kumu,  npdu,  no  non 
e  anche  nioi  un  unn  innanzi  a  voc.,  cfr.  tose.  ;  ma  1'  g  in  vgce 
epe.  ggce  e  ngynme. 

Breve.  28.  Sass.  Di  norma  p:  iJihpla  scuola,  vp  vuole;  fa- 
zplu  filplu^  linzplu,  nizzpla  nocciuola,  paggolu  pajuolo,  kup- 


'  Insieme  con  spintu  csm.  Ort.  206  e  om.  srt.  Ort.  62,  ho  spentu  om.  aj. 
Ort.  284,  e  d'altra  parte  raccolgo  pur  ventu  vinto. 
^  Lo  Sp.  or.  [  63  e  70  pone  fdolu  e  raiìolu,  ma  a  me  non  risultano  così. 


134  Guarnerio, 

piplu  gemello,  panajpla  panattiera,  ranplu  ragno,  vincliplu  -a 
rivendugliolo  -a,  karrajplu  acquajuolo  che  porta  l'acqua  nelle 
case  coi  somarelli,  foggiato  sullo  spagnolismo  harrera  strada, 
liurriplu  che  non  sta  mai  fermo,  vagabondo;  fora  foras  fuori, 
gain  jovis[dies],  nphu  nuovo,  nphi  nove,  phu,  hgi  bove,  pmmu 
pmmini,  fpggu  gpggu  Ipggu,  kpzu  coque,  pp  può,  bipddu  vuoto, 
mpdduy  apprphhu  ad  prope  vicino;  spzaru  suocero,  ilppgamu 
pphhulu  pbbara,  akkó  akkpllu  eccu'hoc,  paro  e  perf.  —  Gali. 
Parimenti  p:  skpla  vp,  bplu  io  volo,  fiddplu  linzplu,  g''pi  npu 
noi  pu  bpju  fpìiu  Ipku,  kpci  cuoce,  7'pta,  7ytu  cerchio,  mpduj 
spcaru  sipgamu  ppara  bpitu,  pero  e  con  l'epitesi  perpni.  — 
Córso.  Ancora  o:  skpla,  split  suolo,  spie  suola,  vpli  o  vpi, 
vple  0  vp,  dplu  duolo,  [mplu  molo],  fasplu  pacplu  vacplu  6,  I, 
kamispla  c'espia,  kurg^plu  corrigia  cordicella,  km^sacpli  pic- 
coli Córsi,  santa  maria  ciripla  S.  M.  candelaja,  famaccpla 
nebbia,  fumo,  muntanplu  montanaro,  paispli  ranpla,  e  nei 
nnpp.  matteplii  pelracplu  ecc.;  fori  e  fpra,  g'pvi,  mpoi  mp- 
verni,  npvu  dinp  di  nuovo,  npve,  pvu  pu  pi,  ove  oe,  bpje  pi. 
bpj  om.  bpja,  pmmu,  spnu  spna  suono  -a,  g^phu,  kpku  coquo  bst. 
kocii  inf.  koce,  noce  nuoce,  rotu,  rotula,  rgta  ruota  e  anche 
una  specie  di  gonnella,  viptit  vuoto,  pple  pp;  spcaru,  stpmaku 
[irpula  truogolo].  —  29.  Sass.  Ma  con  o:  kori  cuore,  mori 
muore,  oltre  bonu  e  ì^os'a.  Legittimo  1'  u  di  nura  pi.  miri,  che 
è  pur  log.,  M.-L.  I  138.  —  Gali.  Qui  son  nella  norma  data  dal 
nm.  preced.:  koiH,  mpri  onde  mpru  muojo,  rpsa;  ma  di  nuovo 
bonu  e  di  più  ommu,  senza  dir  di  nura.  —  Córso.  Ancora 
regolari  kpre  mpre  rpsa  rpsula  bpnw,  ma  o  schietto  in  nora 
nuora,  sora  suora,  populu',  o  in  tonu  tuono.  L'  u  di  kùfini 
cophinus,  Bon.  sm.  56,  verrà  dal  più  comune  kuffone  26. 

In  posizione.  30.  Sass.  L'  ó  lungo  o  chiuso  si  continua 
per  0  come  al  nm.  26:  gossu  giù,  prontu  cobbu  *clopu  cop'lu 
cappio,  ma  ons  dà  qs:  ìpps'u  -a,  ecc.  —  Gali.  Qui  pure: 
sppsu  ecc.  ;  ma  :  kmmosu  e  kunnosku,  mela  katonna  ;  prontu, 
inno  ingiù.  Per  1'  ù  di  tusu  io  toso ,  cfr.  log.  iundere.  — 
Còrso.  Prevale  1'  o  schietto:  koppia  bst.  koppiu  pajo,  kunno- 
sku, sposu  askosu  pìetosu,  koci  koce  bst.  kose  cuci  -ire,  ali.  a 

V  V  '^ 

kuci  che  è  forma  italianeggiante  ;  om.  ing'ó  kuag'ó,  —  31.  -oriu 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Vocali  toniche.  135 

-ORIA.  Sass.  Analogamente  a  quanto  ci  dava  il  nm.  6  I,  la  ri- 
soluzione normale  è  ogg  :  abbaddoggu  abbeveratojo,  *acquatorjo, 
log.  ahbadorzUy  kuhliaddogga  *coricatoriu  dormitorio,  liad- 
dogga  convolvolo  selvatico,  cfr.  log.  ligadorza  aligadorza)  ma- 
naddogga  mangiatoja,  missaddogga  falce  da  mietere  ;  palpogga 
puerpera,  log.  partorza,  rasogga  coltello.  Dal  log.  ripeterei,  cfr. 
nm,  6  IV:  kussola  *cursoria  [regio],  terra  determinata  in  cui 
si  corre,  quindi  circolo,  territorio,  distretto,  log.  kussorza,  mer. 
-orga.  —  Gali.  L'esito  normale  è  tmp.  og''g''ii,  clng.  otS'cu: 
kussog''g''a  laatog'g'a  ìnissatog''g''a,  rasog~g~a  coltello,  ras.  di 
balba  rasojo.  —  Còrso.  Pel  csm.,  tranne  bst.,  e  epe.  -ocu,  om. 
e  bst.  -og''ic:  frantocu  frantojo  mulino,  binatgca  cesta  per  ri- 
porvi  l'uva;  prisgca  *prehensoria,  fune  di  peli  di  capra  con 
cui  si  prendono  o  si  legano  le  bestie,  fune  qualunque,  VI.  62; 
bst.  fi'lssog'a  Le.  390  e  anche  per  metat.  fìrsog~'a  Mt.  162,  pa- 
della da  friggere,  onde  frissug'inu  friggitore;  infurkatog" a  in- 
forcatura, impikkatog~a,  parpalog'a  '-^palpitoria  cuore,  rasog^u, 
om.  srt.  murii(2g~u  luogo  dove  si  è  incontrata  la  morte.  — 
32.  Sass.  L'esito  -ori  è  in  kubalpori  *copertoriu  coperchio 
delle  casseruole.  —  Còrso.  Ancora  p  come  al  nm.  26:  kuridpre 
corridojo,  trisore  e  tisore  cesoje.  —  33.  Sass.  L'  ó  breve  di 
norma  viene  ad  p,  cfr.  nm.  28:  folio  volti,  [ozio  log.  olio], 
isoli',  Iwggu  cuojo  e  anche  kolu,  onde  kulplu  cotenna,  colla  ri- 
soluzione, di  cui  al  nm.  31;  oggi,  mpggu  e  nella  ragion  log. 
niQJu,  hoddic  collo  ali.  a  holla  xóXla,  peci  occhi,  ihhplu  scoglio, 
plzu  orzo,  poKliu  porco,  mpjju  muojo,  rnplpu  molpi  morto  -e, 
plpu  orto,  polpa  porto,  pssu  kpsa  nptti  pttu.  Ma  all'incontro: 
kojpu  colpo  ali.  a  Jwjpic  corpo,  pQjpu  polpo,  liojbu  corvo,  foj- 
biza  forbice,  ojfanu  orfano,  porru,  orriu  horreum  granajo, 
Im^ìni  corno,  torva  torna,  fossi  forse,  mossu  morso,  drommi, 
inonza  monaca,  sonnu  sonno  sonniu  sogno,  longu,  ripondi  ali. 
a  ripplpa;  kontu  konti  fronti  ponti  e  anche  monti]  infine  è  o 
in  cqgga  *cloca  *cocla  conchula  lumaca  ali.  a  zozza  chioccia, 
oltre  dabboi  de  post.  —  Gali.  L'  r>  si  ha  soltanto  dinanzi  a 
del,  g,  g  \  vpddu  ispddi  rigoddi,  kpddu  collo,  skpddu  scoglio, 
tmp.  pgii  clng.  pcu  olio,  pg''g~i  hodie;  cui  si  aggiunga  dabbpi  o 
da  ppi.  Del  resto,  sempre  o:  porru  orriu  olzu  kolbu  olfanic 


136  Guai-nerio, 

folvica  fossi  mossu  korru  torva  polku,  kolpu  corpo  e  colpo, 
folti  olili  moltu  molti  sotti  toltu  drommi  sonnu  sonniu  lon§u, 
monga  monaca,  rispondu  kontu  konti  monti  kontra  inkontra', 
liog'g'u  cuojo  (onde  skug'g'à  scorticare  e  akkug'g'ulà  indurire), 
oc  ci  occhi,  kosa  fossa  ossu  notti.  —  Còrso.  Di  norma  o:  fplu 
volli  più  {kple  sole  tple)',  kpg'u  cuojo,  pce  bst.  pg'e  oggi,  mpg'u 
(più  comunem.  mena  mina),  lipllu  pccu  skplic  przu  Uprlìu 
dprmu  dpì'me,  foiose  bst.  forze,  mprsu  kprsu  pprku,  mprgu 
mprge  muojo  muoja,  forte  sprte  mprtu  prtu  ynkprdii  morda 
kprpic  prbu  grpssu  pssu  Rosa  pp'  ppi  dpnna  kpttu  pttu  notte 
npstru  vpstru;  gumnpttu  salsiccpttu  ecc.;  kpllera,  pprtaku  an- 
drone porta  come  nel  gen.,  pstrika,  tpssiku  e  tpsku.  Ma  è  o 
schietto  dinanzi  a  nas.  +  cons,  :  sonnu  sonu  oni  longu  Jwnte, 
Jiontu  conto  e  conosciuto,  fronte  ponte  risponde  tonde;  e  in 
liolpu  colpo,  polpu,  orfanu  (più  comunem.  urfanu),  hornu  in- 
torìiii  torna '^.  —  34.  Sass.  A  tacere  di  duna  sng.  e  pL,  de  + 
omnia,  in  cui  si  dovrà  1'  u  alla  frequente  proclisia,  cfr.  pistoj. 
ugni  pis.  unni,  it.  pni  Grundr.  I  522,  sono  comuni  col  log. 
ipuna  spugna  e  turnu  tornio,  detto  del  parlatorio  delle  mona 
che,  i  quali  hanno  ragion  speciale  nell'  o  greco,  Arch,  suppl.  I  12. 
—  Gali.  Gli  stessi  esempj,  e  nella  stessa  ragione:  pidpu  po- 
lipo. —  Còrso,  spuna  stt^uppa  stroppu  Kurt.  7826;  om.  unni 
dunni  e  muzza  mozza,  nella  composizion  nominale  kapimuzza 
Ort.  62;  quanto  all'om.  inni  ogni,  dovrà  1'  i  ai  casi  in  cui  si 
trova  preceduto  da  /,  come  p.  e.  di  onni  kosa,  di'  nni  k., 
d' inni  k. 

U. 

Lungo.  35.  Sass.  Intatto:  duru  madduru  muru  fiisu  di- 
junu  luna,  luni  lunedì,  pruna,  ilpru?nma  struma  aborto,  luzi, 
micddu  muto,  agguddu,  nui  nube;  pùliza  pulce,  swnniene  su- 
men  untume  grasso,  gùdizi  giudice,  inkùdini,  sùaru  suber,  tn- 
vara  tuber  specie  di  tartufo.  —  Gali.  Stesse  condizioni.  L'  ù 
di  piummica  pomice  non  disobbedisce  al  volg.  pùmex,  ma  si 


^  Pel  bst.,  ali.  a  intornu  ritornii  e  simili,  trovo  in  Le.  :  cornu  carne,  coi 
quali  andrà  scornu  cantone. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Vocali  toniche.  137 

deve  all'attrazione  di  piummu  piombo. —  Còrso:  duru  maturu, 
hura  bure,  fasu  cUciinu,  funa  fune,  lumme  piumma  luce,  puca 
pulce,  aliutu  sputu  nudu)  più  su;  g~itdici  ank'ùtina  sùaru  e 
sùvaru,  nÙDidu  bst.  mdw,  om.  luku  bosco,  lukio  di  nassa 
villaggio  nella  pieve  di  Ghisoni  distr.  di  Sartene.  Se  baronie 
realmente  risponde  a  'veruno',  come  dà  il  significato,  convien 
dire  che  la  voce  abbia  subito  qualche  deviazione  analogica.  No- 
tevole Vo  anche  per  lat.  ti  nella  varietà  csm.  di  Alesani:  on  un, 
0)10  uno,  to  tu,  ajoto  ajuto,  ecc.  Falc.  592  sgg. 

Breve.  36.  Sass.  Di  regola  o  cfr.  nm.  26:  gola  e  'ola,  [piobi 
piove],  krnzi  croce,  nozi  noce;  gobanu  giovane,  qmmaru 
omero,  ecc.  —  Gali.  Intatto:  gula  kruói,  pùliga  fulica  folaga, 
ùmìnavu,  hùiiu  cubitu  gomito.  —  Córso.  Torniamo  ad  o  pel 
csm.:  gola,  bst.  gola,  so  sum,  kroce  noca  (ma  piove  va  all'o), 
g''òvanu,  góvitu  pi.  gòvite  (ant.  tose,  govito)',  ma  nell'om.  srt.  : 
gula  kruói  nuca  ecc.  —  37.  Sass.  Stanno  legittimamente  nella 
norma  del  nm.  28  i  possessivi  toja  iQJa,  toi  to'  pi.  ambigenere, 
soju  spja,  spi  so'.  —  Gali.  Del  pari:  Ipju  to',  spju,  sp'.  Ma  fuor- 
viano: cpanu  giovane,  che  deve  essere  letterario,  ^?pc7,  alkptina 
incudine  che  è  pur  mer.  ankpdina  ali.  al  log.  inkùdine,  e  pur 
kpa  cubat  nasconde.  —  Còrso.  Ancora:  tpju  tpi  tp  spju  ecc.  — 
38.  Sass.  Uu  è  dovuto  all'iato  antico  o  nuovo  in  dui  due,  ui 
ubi  hmi  in-ubi,  fasi  fuit,  fassi  fuissem;  ma  in  kua  nasconde, 
proverrà  dalle  voci  arizotoniche.  Son  logoduresi  :  gnu  giogo, 
kùiddu  cubitu  l'dumu  olmo;  senza  dir  di  rudda  rudis,  akketta 
rudda  cavalla  selvaggia,  nùmmaru  e  lupu.  —  Gali,  sempre 
V u  del  nm.  36.  —  Còrso:  dui  masc,  duje  fem.  e  anche  d'ambi 
i  generi,  duve  e  due  de-ubi,  induve,  fui,  fusti  -e;  ma  als.  doje 
due,  dove,  foi  fo',  om.  zcv.  dui  duji  duva. 

In  posizione.  39.  Sass.  Se  lungo,  rimane:  nudda  nulla, 
tì'udda  mestola,  buggu  buggosu  imbuggd  bujo  -oso  abbujare, 
bruza  brucia,  gulpu  gusto,  fuljn  fusto,  frutti.  —  Gali.  V.  al 
nm.  38.  —  Còrso.  Rimane  pure;  e  sia  citato  solamente:  csm. 
hucu  bst.  bug^u  bujo.  Strano  il  bst.  pprgu  -a  purgato  -a.  — 
40.  Sass.  Ma  se  breve,  riesce  a  o  cfr.  nm.  36:  lozzu  fango, 
pozzu,  rozzu,  vajjona  vergogna,  ilproppiu  storpio,  ilproppia 
*exturpiat  Grundr.  I  516,  ma  cfr.  Kurt.  3039,  ziodda  cipolla,  dolzi 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  10 


138  Cniarnerio, 

e  (lazzi  dolce,  kncca  culcita  coltre,  dappiù,  tarra  torre,  fqrru 
forno,  sr^^du  sordo,  all'incontro:  salda  soldo  33,  maìilia  mosca, 
iJUlalpa  ascolta,  aalfm  agosto,  anza  oncia,  mandu,  fondu  di 
kaulu,  fondu  d'uà  cespuglio  di  vite,  sa  sunt,  kulambu  piombu 
ombra  bakka  sobbra  sottu:  zajfaru  fandaggu  ondizi,  ontaddi 
ùntati.  —  Gali.  Sempre  u  secondo  il  nra.  36;  onde:  puzzu 
riizzit,  [suzzic  sozzo],  sinnuzzu  ciudda,  bidzu  polso,  dulci 
kulpa  isculta  tiirra  lussa  fundii,  fiindu  di  vita,  mundio  unda 
kulumbu  (più  usato  hulùmbidu)  umbra  bukka  sunna  sutlu  su- 
pra,  muUu  verso,  stuppa;  pùlvara,  rùndula  rondine,  ùndici 
ùntati,  fnùcélku  moccio.  —  Còrso.  Si  ritorna  all'o  nel  csm.  : 
salimog^a  salamoja,  lozzu  sudiciume  [luzzosu  sudicio),  pozzu  o 
pozza  pi.  pozze,  lu  pozzu  blgn.  il  mare,  gocca  e  nello  st.  sign. 
anche  gotiu  {sgotta  sgóttani  sgocciola  -ano),  vergona  cipolla 
dolce  polpa  volpe  ascoltu  voltu,  poltru  pù'lidru  it.  poltro 
Asc.  I  18  n,  koltre  (più  comuni  kuUrone  kultrina),  sipolkru 
dappiù,  korre  e  kore  correre^  torre  g'ornu  forka  fornu  orsù 
sordu  (ma  sollu  soldo  33)  rossu  tossa  moska  bosku  agostu 
fondu  mondu  tondu  kulombu  rompu  piombu  bokka  §otta  in- 
g'otte  mottu  sottu  sopra  stoppa',  pòlvara  òndeci,  mòndulu  da 
mundo  scopa  da  forno,  mócciku.  Ma  nell'om.  srt.  è  u:  ciudda 
sunnuzza  sulku  sipulkru  furru  g^wmu  surdu  fundu  mmidu 
dundi  urina  pung'a  bukka  supra.  —  41.  In  questi  dialetti, 
-ucLU  si  riflette  come  se  fosse  -oclo.  -  Sass.  finaccu  gingccu 
pidpccu.  S'aggiunge  kulpra  M-L.  I  132,  senza  dir  di  fipltu  turba 
Kòrt.  3349.  —  Gali,  fnoccu  pidocc''u  ecc.;  oltre  fì^otta  dap- 
più.—  Còrso:  finoccu  dinoccit  ecc.;  oltre  kolpa  polsu  kprsa 
kprtu,  bst.  fprga  folaga.  —  42.  Sass.  Uu  si  mantiene,  come 
nell'italiano,  in  aliulpa  aligusta,  tujba  turba,  ùltimu  e  altri,  fra 
cui  in  ispecie  notevoli  :  assunga  o  assuna  e  una.  Proviene  dal 
log.  in  kujpa  log.  kulpa,  buzzu  pulsu  log.  bulzu,  mulpu  mosto, 
piilvaru  0  piùaru  log.  piùere  polvere  della  strada  [pojva7^(c 
polvere  da  fuoco  ha  Va  per  Vp  dell' it.  pplvere],  mulca  mor- 
chia feccia  dell'olio,  ursu,  tulpa  torta,  kulunna  kunnu  trunka, 
unde  dove,  unda  (più  comune  mar  etti)  g  randa  rùndini,  mukku 
moccio  {mukkunpsu  moccioso  o  anche  bimbo),  gutta  gotta,  il- 
puppa.  —  Gali.  Qui  è  sempre  1'  u,  secondo  il  nm.  36.  —  Còrso. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Vocali  toniche.  139 

Oltre  che  in  unca  ung'a  e  fungu  (als.  fongo),  pure  in  dunde 
e  kenafu  che  è  il  genov.  karuggu. 

Y. 

43.  Sa  ss.  Con  la  solita  varietà  di  riflessi:  mendida  man- 
dorla; huiiru  pahlnlu  gisw,  òossa',  grutta,  midjm  mirto,  tunnu. 
—  Gali.:  mendula  g~essii;  paperi  quasi  *paperiu;  bussa 
multa.  —  Còrso:  amdndida;  g~'essu  peppere,  leoecca  libeccio; 
bidwii  cìmbalu;  borsa  ionnu;  grotta  e  morta  mirto;  notevole 
papeu  carta  VI  91,  cfr.  sen.p«peo  papio  Parodi  Rom.  XVIII  596. 

Dittonghi. 

AE.  44.  Sass.  Come  e  del  nm.  10:  zelu  cielo,  cegtju^  sebbi 
siepe;  e  con  e  pel  suono  attiguo,'cfr.  11:  fenu  fieno. —  Gali.: 
celi  ceku  sebbi,  kerii  quaero  voglio. —  Còrso.  Gli  stessi  esempj, 
oltre  deda  taeda,  abreju  ebreo;  ma  kergu  kerzu,  cerco  chiesto, 
pel  r  che  segue,  cfr.  nm.  16.  —  OE.  45.  Sass.:  pena  zena:  e 
qui  passi  anche  feu  foedu  brutto,  che  è  log.,  v.  nm.  183;  gli 
stessi  esempj  nel  gali.,  ma  fedu,  e  altresì  nel  còrso.  —  AU.  46. 
Notevole,  nei  tre  nostri  dialetti,  il  costante  distacco  tra  1'  o  per 
cui  si  continua  I'au  e  quello  per  cui  1' o.  -  Sass.  Prescindendo 
da  kodda  coda,  che  spetta  veramente  al  nm.  26,  au  dà  o:  ot^u 
tisoru  kosa  poggu  pobbaru,  oltre  gosu  gaudiu  pi.  §osi  lodi  dei 
santi,  come  nel  log.;  ma  si  conserva  anche  intatto:  lauru  traio 
kaula  kaidafìori'y  e  pure  inalterato  è  V au  romanzo:  faula  pa- 
raida  faida  ecc.  —  Gali.  Nelle  stesse  regioni:  0)'u  poaru  e 
poru  ecc.,  ma  kpda  e  la7ni  lauru  che  è  log.;  faida  ecc.,  ma 
somma  saum-  sagma,  con  cui  andrà  piota  accetta  Muss.  beitr.  88 
e  M-L.  it.  gr.  35.  —  Corso.  Costante  l'o;  ai  cit.  esempj  aggiun- 
gasi :  ancostru  inchiostro ,  e  ode  cosu  c'osine  ecc.  chiudere 
chiuso  ecc.  ;  e  parimenti  nell'  au  secondario  :  parolla  bst.  pa- 
rglla  parglle,  [topa  topo,  topu  pinmdu  pipistrello],  tota  tavola 
e  nei  vocieri  assai  comune  per  'bara'.  Unico  esempio  del  ditt. 
intatto:  kaulu,  ma  probabilmente  accattato,  preferendosi  il  pi. 
bre'^ke  brassica. 


140  Guarnerio, 


Vocali  atone. 


A.  Protonico.  47.  Nulla  di  notevole  pel  sass.  e  gali.,  dov'è  ben  saldo, 
se  si  prescinde  da  qualche  caso  di  larga  ragione,  come  ginnaggu  g'in- 
naccH  6  I,  ecc.;  ma  pel  crs.  è  da  notare  che,  nelle  formole  -ar-  e  -ar° 
(-AL-),  primario  o  secondario,  s'altera  in  e  nel  csm. ,  non  però  nel  epe. 
(cfr.  nm.  2):  berberu  barbiere,  ermone  omero,  ermuraccu  ramolaccio,  erijs^a 
artiere,  erpta  arpia,  che  mi  sa  di  letterario,  erburone  albero,  keritade  ca- 
rità, feracu  farò,  fera  derà  cfr.  sera  seria,  ecc.,  ferina,  merone  marra,  ke- 
rugu  42,  kerkanu,  kerkera  ^caricarla  cartucciera,  gerdinii  guerdà  pertimmu, 
serbadó  Salvatore,  sberkà  imberkà,  sperbere  sparviere,  ecc.;  e  sempre  in 
armonia  col  nm.  2,  anche  per  nasale  o  palat.  attigua:  grenellu,  frencè  fran- 
cese, g'ennacii  6  I,  fecia  faceva,  regoni  ragione,  pieng~endu  streccassi  e  si- 
mili, coi  quali  passi  lekà  lekatu  lagare  -ato.  Nell'om.  è  più  saldo,  anche 
date  le  formole  sopra  notate:  armane  arma  karkera  guarda  ecc.  —  48.  Non 
mancano  però  esempj  di  a  intatto  in  quelle  stesse  formole  pur  al  csm.: 
balhone  knravana  carovana,  mar  inaru  par  olla '^  cui  aggiungeremo:  harega 
sedia.  —  49.  Fuori  di  cotesto  formole,  è  ben  saldo  pur  nel  csm.,  e  innume- 
revoli gli  esempj  :  mano  maggiore,  pacolu  vacolu  6  I,  kasatu  fasolu  salsicca 
kavezza  kavicca  rasocii  ecc.  —  50.  Casi  sporadici  di  a  in  e  nel  crs.  sono: 
peppere  papyru  e  bst.  medelena  JNIaddalena,  nei  quali  sarà  per  assimila- 
zione; e  peura  che  dovrà  Ve  al  metatetico  perua  dov'è  normale,  nm.  47,  — 
51.  Altre  alterazioni  sporadiche:  sass.  rulpagga  roncone,  se  da  rastru  e 
■cosi  gali,  rustagga,  crs.  om.  rustaca;  ma  crs.  csm.  ristaceli  specie  di  pen- 
nato;- crs.  surakka  ali.  a  sarakka;-  infine  per  influsso  della  nasal  labiale: 
bst.  lumintd  lamentare,  ben  diffuso,  e  om.  rumèntulu  ramentu  spazzatura, 
genov.  ìi'cmenta  Flechia  Vili  385.  —  Postonico.  52.  Nella  coniugaz.,  in 
penultima  di  sdrucciolo,  il  epe.  dà  e:  kdntenu  pòrtemi  gòhenu,  fàlenu  da 
falà  scendere,  ecc.;  e  così  nelle  forme  d'impf.,  con  l'accento  ritratto:  érete 
eratis,  èremi  erant,  aìemii  aìete  aìenu  habebamus  -atis  -ant,  vidiete  -ìenu. 
—  All'uscita.  63.  L'è  nell'impf.  è  pure  del  epe:  aveje  viileje  mishulaje 
sfu^aje  ecc. 

E.  Protonico.  54.  Qualche  caso  di  a  iniziale:  sass.  arimani,  akkó  ah- 
hgllu  eccolo;  gali,  arimani  arisera;  crs.  csm.  anc'osfru  46,  asl  uscire  asl- 
mune  esciamone,  abrejic  44,  om.  accidiu  eccidio,  che  è  alterazione  popolare 
di  voce  letteraria.  —  55.  Sass.  Di  norma  si  riflette  per  i:  tinta  tindaddgri 
3ig§à,  pidgccu  41,  ecc.;  ma  se  gli  segue  r  o  r-  passa  di  solito  in  a  (cfr. 
nm.  16):  kariaza  1,  sarraddu,  zajbrddu  cervello,  barrì'g§a  verruca  bruco, 
bargamina  9,  parnizi  e  più  comune  pranizi  pernice,  paldunà  perdonare, 
parg  por  hoc,  ecc.;  tuttavolta:   zerr'i  cernere,  e  d'altronde:  manfani  less. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Vocali  atono.  141 

s.  menyu,  manuali  majale  grosso,  Kort.  5311,  Bianchi  XIII  21.3.  —  Gali. 
Qui  pure  i  e  superflui  gli  esempj  {felizu  felizl  sanno  di  letterario);  ma  a 
nelle  dette  formole  e  quando  gli  segua  nas. +  cons. :  sarratu  tarrpri ,  var- 
rùkiil'.i  bruco,  intarrà  calbeddic,  passoni  26,  carri  cernere,  jìarrici  pernice, 
nialkanti,  màlkiiri  mercoledì,  paldt  paldicnà,  salpenti  e  salpia  IG,  tanta  tan- 
tadpri,  ecc.,  e  anche  innanzi  a  r  secondario:  marudda  medullu;  in  hiriasa 
pi.  kiì-iasi,  come  in  annattà  adnectere  congiungere,  si  tratterà  di  spinta  as- 
similativa. —  Córso.  Ancora  i  nel  csm.  e  om. ,  non  nel  epe.  dove  è  in- 
tatto, e  inutili  gli  esempj;  nelle  cit.  formole  il  csm.  è  sempre  all'è:  feraru 
ferera  6,  feracu  febbrajo,  cerniJu  *cernic'lu  crivello,  y)ersona,  terzetta  specie 
di  pistola,  merkrnte  perdami  cerbellu  ver^oùa  ecc.  ;  ma  fa  eccezione  il  csm. 
blgn.,  dove  talora  s'incontra  a:  tarrenu  vargonna  pardunà  tarzetta,  che  è 
di  norma  nell'om.  (cfr,  nra.  16):  baronie  35,  farutu  -parò  sarrà  intarratu 
parsoni  pardutu  serpenti, parpena  appena  Falc.  590,  cartdulu  cerniculu,  ecc.; 
resta  e  arasa  1,  che  è  di  tutta  l'isola,  al  pari  di  mamierimi  majale  castrato 
e  con  d  inserto  mandarinu,  per  influsso  di  g'andarinu  che  pur  dice  ma- 
jale e  vien  da  cjandM.  —  56.  E  u  per  influsso  del  suono  attiguo,  oltre  che 
nel  solito  dumani,  nei  sass.  funtmnà,  log.  fentornare,  metat.  di  mentovare, 
e  subbard  exseparare,  gali,  suard,  e  nei  crs.  surnmenta  swnmengu  summinà 
piiuvann  truvella  suppelli-  Tom.  lustinkii  csm.  rustinku  è  metat.  di  lenti- 
sku  e  riduce  Ve  in  u  quasi  fosse  *lu-stinku.  —  Postonico.  57.  Sass. 
In  penultima  di  sdrucciolo,  passa  di  norma  in  a:  pinaru  gmmaru  nùrn- 
marii  tennaru  ycnnaru  vennari,  Zeppar  u  11,  gbbara  gqbanu ,  ecc.,  ma  è  i 
nei  numerali:  ondizi  dodizi  tredizi  ecc.  e  in  dnilu  angelo.  —  Gali.:  pt'd- 
varu  vmmaru,  lìttara  libane  ecc.;  undici  dodici,  ecc.;  ma  altresì  t(  nel 
tm-p.  àilnulu  cfr.  it.  àgnolo.  —  Còrso.  Ancora  a  nel  csm.  e  om.,  intatto  nel 
epe:  pòrbara  pèvaru  vómaru  g~ennaru  vennari  socaru  suvaru  ecc.,  ma 
òndeci  dodeci  tredeci  ecc.  e  om.  ondici  ecc.  —  All'uscita.  58.  Sass.  e 
gali,  concordano  nell'avere  costantemente  -i  e  superflui  gli  esempj;  all'in- 
contro nel  crs.  csm.  e  epe.  è  di  norma  intatto:  ììiare  pane  mane  erimane 
sette'^  amore  udore  ecc.;  ftihone  pullone  26,  sarkone  stalla  less.,  ecc.:  pen- 
sare vulere  sentire  ecc.;  e  cosi  nell'epitesi  di  -ne  agli  inf. :  amane  andane 
fané  ecc.;  ma  nell'om.  sempre  -i,  una  delle  più  spiccate  caratteristiche 
della  varietà:  mari  pani  mani  erimani  setti  ecc.,  diilori  udori,  ecc.,  baboni 
mamìuoni  nonno  -a,  suceroni  suocero,  piloni  specie  di  berretto  v.  less.,  ecc., 
pinzari  teneri  sintiri  ecc.,  spirani  fani  ecc.  59.  Fuori  della  norma  pel  sass. 
qualche  caso  isolato  di  ragion  morfologica,  e  in  maggior  numero  nel  gali, 
e  ancora  più  nel  còrso  specialm.  om.,  ne  incontreremo  ai  nm.  208  e  219. 
Qui  passino:  csm.  enzi  anzi,  innnnzi  ali.  a  nantif,  kimenti  Clemente,  v. 
Bianchi  X  03,  sriti  ali.  a  sette  rifatto  su  deci  ecc.  —  60.  Per  l'ettlissi  qui 


142  Guarnerio, 

si  aggiungo:  tmp.  brana  *v'ranu  veranu  primavera,  bramii  terra  pre- 
parata in  primavera. 

I.  61.  Sass.  Di  regola  ben  saldo  in  qualunque  formola.  A  tacere  del- 
l'estesissimo marahiìa,  sono  casi  sporadici  di  ragione  diversa,  con  a:  an- 
gunaìa  it.  anguinaglia^  con  cui  andranno  come  prodotti  dalla  stessa  causa: 
ahhgbba  27,  anibi  gingiva;  con  u:  sulà  suliltu  *su[b]ulare  sibilare  cfr. 
it.  zufolo  Kòrt.  7442,  frusu  -à  *frust'lare  *fustilare  con  epentesi  di  l 
dietro  f,  cfr.  frusina  nm.  118  e  M.-L.  I  53;  e  pei  suoni  attigui:  busihha 
visica,  unguddi  inglutire,  umpari  in  parem  insieme;  come  pure  in  penul- 
tima di  sdrucciolo:  sìmmula  22,  preddusiìuulu  18.  —  Gali.  Ancora  ben 
fermo,  tranne  pochi  casi  isolati,  con  a:  alhgtina  37  it.  ancudine,  hatonna 
30;  con  «:  unriia  gìngìva,  sumidda  somiglia  e  anche  somiglianza,  si«<a  ex- 
citare  cfr.  marci  56,  oltre  a  s'imbula  e  petrusiìnuUi ,  che  quanto  ad  àhula 
(crs.  àgula),  \ì  sarà  scambio  di  suff.,  quasi  *aquula  parallelo  ad  aquila, 
cfr.  Diporti  glottologici,  Milano  1893,  p.  23.  —  Còrso.  Di  norma  intatto, 
e  di  ragion  speciale  i  pochi  casi  con  a:  ankudina  v.  q.  s. ,  ankona  imma- 
gine sacra  anche  it. ,  canuga  cinisia  cenere  25,  om.  amianti  annantu  va.  + 
ante;  con  e:  cekala  ben  esteso;  con  o:  bst.  songuni  singuli  -uni;  con  u 
tra  n  e  m:  nummici  Ort.  252;  in  penultima  di  sdrucciolo:  niónaka  pòr- 
taku  ecc.,  e  ìnàstuha  mastica  Mt.  78,  oltre  nùvulu  nubilu.  —  62.  Per  Tet- 
tlissi  passino:  sass.  falpà  *fallitare  log.  faltà  mancare,  lolga  ghiera  anello 
log.  lòri§a  lorigitta;  gali,  preska  persica,  steddu  fanciullo  che  sarà  z[i]- 
tellu;  crs.  fraska  breske  brassica,  bst.  fgr^a  41,  ecc.  —  63.  Nel  csm.  e 
epe.  s'ha  -u  all'uscita  della  1^  prs.  sng.  del  prf. :  jiuriaju  temeju  krideju 
portai  ecc.,  korsu  corsi,  morsu,  vidu,  intesu  VI.  88  e  Ort.  178;  dove  agirà 
l'analogia  dell'etimologico  sintiu  sentii.  Nell'om.  sempre  particolare  pre- 
ferenza per  -rt,  ma  vi  concorrono  ragioni  morfologiche,  onde  v.  nm.  208  e 
219;  e  qui  piuttosto  i  già  addotti  mia  tia  sia  raihi  ecc.  22. 

0.  64.  Concordano  i  varj  dial.  nel  dare  di  regola  u  sia  protonico  che 
postonico  0  finale,  e  superflui  gli  esempj  ;  ne  fa  eccezione  il  crs.  als.  che 
lo  conserva  intatto:  mortaro,  skolaro,  ecc.  —  65.  Fuori  della  norma  qualche 
a  all'iniziale,  ma  oltre  nm.  61,  cfr.  la  frequente  prostesi  del  nm.  199:  sass. 
aliba  oliva,  d'onde  alibari  6  III,  onori  onore,  gali,  arici  orice  bordatura 
Caix  st.  431  ;  e  inoltre  sass.  akkannu  hoc  anno,  crs.  aguannu,  manderà  6  II, 
e  più  frequente  nell'om.:  alivu  -a  che  è  pur  hst.,  adore,  arilocu  orologio, 
argoluf  ahkore  occorrere,  attobre,  attusu,  leambronu  Leonbruno;-  qual- 
che a  anche  in  penultima  di  sdrucciolo:  sass.  gàganu  diaconu,  màjrnaru, 
gali,  màhnaru.  —  66.  Altri  casi  sporadici,  con  i:  sass.  ihhuru  obscuru 
less.  per  influsso  dell'i-  innanzi  a  s- ;  gali,  irrilocu  orologio  per  analogia 
alle  frequenti  prostesi  di  ir-  cfr.  nm.  198,  sirintina  serotina  sera  per  assi- 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Cons.  continue.  143 

milazione  alla  sillaba  che  precede;  e  proverranno  dalla  lingua  della  col- 
tura i  gali,  or'ig'ìni,  orazioni  e  simili,  mentre  in  oliavi  sarà  influsso  di  pgu 
olio.  —  67.  All'uscita,  notevole  soltanto  che  mentre  il  sass.  e  gali,  danno 
-i  nelle  3®  persone  pi.  dei  verbi  e  con  loro  si  accorda  Tom.:  ani  abiani 
abarani  ecc.,  il  csm.  esce  in  -u:  anu  avìanu  ecc.  —  68.  Ettlissi:  crs.  fri(- 
steri  0  fresteri  ecc. 

U.  69.  Intatto,  di  regola,  in  tutti  e  tre  ;  nel  sass.  e  gali,  anche  in  penul- 
tima di  sdrucciolo,  in  luogo  dell' ettlissi:  merrula  tàrrulu  tarlo,  ùrrulu 
urlo.  —  70.  Casi  sporadici  fuor  della  norma.  Sass.:  i  in  imbiliggn  umbi- 
licu  nell'analogia  di  in-  iniziale;  in  risinglu  per  assimilazione;  e  in  niz- 
zgla  nuceola  e  sirenu  sublenis  tranquillo  less.  per  dissimilazione.  —  Gali. 
Parimenti  i  per  spinta  dissimilativa  in  mikalgri  *mucaloriu  e  vulintai  vo- 
lontà; ma  a  in  naccola  e  albata  vomero  albata  arare  da  urvum  less.  — 
Còrso.  Ancora:  gulinteri  volontieri,  e  rimore  (assai  diffuso,  per  influsso 
del  prefisso  ri-)\  mentre  è  assimilazione  nell'assai  diffuso  fdigine  e  in- 
flusso del  suono  palat.  attiguo  in  gileppe  giulebbe.  —  71.  Anche  qui,  nel 
crs.,  non  infrequenti  i  casi  di  a-  iniziale:  aramore  umore  Le.  385,  «nanw^tt 
une-,  nei  quali  però  segue  r  o  nasale,  cfr.  nm.  198. 

Dittonghi.  72.  AU.  Sass.  Passa  in  i  in  ihhuljjd  ascoltare  sull'analogia 
di  i-  innanzi  a  s'';  e  ha  perduto  la  vocal  labiale  in  arecca  orecchia,  agljni 
agosto,  atunii  autunno.  —  Gali.  Similmente:  iskultà,  aree  ci,  ma  otunnu\ 
è  au  romanzo,  ridotto  ad  a  e  apocopato  in  cedda  *[au] cella.  —  Còrso. 
Anche  qui  va  perduto  di  solito  il  secondo  elemento:  aree  e  a  a^ostn  askoltu, 
ma  arifghi  ali.  a  orifohi  potrebbe  andare  piuttosto  al  nm.  65  con  o  in  a; 
per  au  romanzo  ritorna  acellii.  —  73.  AE.  Sempre  i,  sass.:  ilpìu  aestivo 
temp.,  ilpimd  aestimare  amare,  [fingccic  41],  ziodda  40,  ecc.;  gali.:  istimà 
ciudda,  eoe;  crs.:  istati  cipolla  \^fìngccii'\,  ecc.  —  74.  E  u  pel  suono  labiale 
attiguo  nel  sass.  pri</'rnc?rt,  ^dX\.  pruenda,  anche  it.  profenda  Ascoli  X  11. 

Consonanti  continue. 

J. 

Iniziale.  75.  Sass.  Di  regola  dà  g  (per  le  alterazioni  d'or- 
dine sintattico  v.  nra.  193):  ga,  gamia  janua,  gelia  gittd,  golii 
28,  gpggu  ginnaggu  guru  gohanu,  guu  38,  guljm,  gùcUzi  giu- 
dice, [^gorra  5],  ecc.,  e  qui  collocherei  pur  gaju  -a  nonno  -a, 
in  cui   l'Hof.  119  vede  un  *diaviu^  ed   io  invece  un  semplice 


*   Cosi   correggo,  perchè  erroneamente  l'IIof.  dà  gagu  [*diavus],  che 
nel  log.  vale  coagulo;  la  voce  log.  è  gaju. 


144  Giiarnerio, 

aviu  Kcirt.  948  con  j-  prostetico,  sorto  dapprima  nella  combina- 
zione sintattica  tra  l'articolo  e  il  nome,  lu  -j  -aju  e  poi  abbar- 
bicatosi come  parte  organica  della  voce;  cfr.  nm.  155.  —  Gali. 
Riesce  al  suono  g"^,  ma  ancora  cfr.  nm.  193:  g~a  g'^anna  g''e- 
sminu  ghetta  g'iità  g'oi  g~innaccu  g~oku  g''uru  g~uu  e  g'uali, 
g^iiseppa  ecc.  —  Còrso.  Concordano  csm.  e  om.  nell'esito  g"^ 
ma  nel  epe.  prevale  lo  schietto  g:  g''a  g" esalmina  g~iitd,  g~unu 
giugno,  giumenta  g^uvalim  g''iseppe  [g~ilepx>e  70],  ecc.,  ma  il 
ben  noto  lalu  M.-L.  it.  gr.  98.  —  76.  Sa  ss.  Non  specifici  e  co- 
muni col  log.,  Hof.  61,  i  casi  con  i:  zinihhiri  ginepro  zinzula 
giuggiola.  —  Gali.  Qualche  esempio  con  e  clng.,  g  tmp.,  i  quali 
0  provengono  dalla  lingua  della  coltura,  come  coanit  óuaneddiù 
cuinlù,  tmp.  goanu  ecc.,  coja  gioja,  oppure  dal  log.,  il  cui  i  si 
riproduce  costantemente  con  e  o  g,  sia  che  continui  J,  sia  altre 
formole,  L.J  NJ  GJ,  ecc.  —  Interno.  77.  Sass.  Ancora  g  con 
pronuncia  intensa  come  doppio:  maggu  peggii,  [ahhaggà  ab- 
bajare];  ingulpu;  ma  è  assorbito  in  diurno  o  diunu.  —  Gali, 
clng.  cc^  tmp.  g''g'':  mag''g''u  mag''g''ori  peg''g~u\  comune  è  diimii, 
oltre  peii  peggio,  che  è  il  log.  peits.  —  Còrso  csm.  c~,  bst.  e 
om.  g~:  macu  o  mag~u  il  mese  e  anche  come  nel  tose,  'albero 
fiorito',  pecu  picò  peggiore,  aceg~a  acceggia  beccaccia,  dicunu 
\_dbljag~'à^. 


*  Con  cf  e  e  si  vuol  rappresentare  quel  suono  palato-linguale,  che  è 
proprio  del  gali,  e  del  crs.  e  che  comunemente  si  trascrive  con  ghj  e  chj. 
Il  Falc.  574-5  ne  descrive  la  preferenza  dicendo  che  'bisogna  alzare  la  lin- 
gua premendola  e  raccogliendola  pel  mezzo  al  centro  del  palato;  le  guancia 
fanno  un  moto  di  restringimento  che  tende  agli  angoli  della  bocca  e  in 
pari  tempo  la  lingua  batte  un  colpo  secco  diretto  verso  la  parte  anteriore 
del  palato  e  scatta  subito  cadendo,  mentre  che  intanto  dal  moto  che  si  è 
prodotto  pel  subito  ritrarsi,  esce  un  suono  acuto,  come  di  fischio,  che 
compie  la  preferenza  con  la  sua  i  mista  del  suono  molle  e  grasso  dello  j, 
simile  a  quello  di  quajja  quaglia  nel  romanesco'.  Con  questa  descrizione 
parmi  s'incontri  quella  che  dà  ora  il  Bianchi  XIII  178  n  di  quel  'suono  di 
mezzo  che  da  gj  conduce  a  dj'  nel  tose;  così  che,  se  non  erro,  il  suono 
speciale  gali,  e  crs.  risulti  della  stessa  natura  e  non  ne  differisca  forse  se 
non  in  questo  che,  mentre  nel  tose,  la  gutturale  a  contatto  dell',/  viene  'a 
partecipare  di  una  fregatura  palatina  e  dentale',  nel  gali,  e  crs.  essa  piut- 
tosto subisce  un'intaccatura  palato-linguale. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Cons.  continue.  145- 

J  complicato.  78.  LJ.  Sass.:  aìu  pala  ?nelu  famiìa  kunsilu 
pila  folli  vola  \hì-iki\]  ìpuld  talcl  iralmld  ecc.;  filolu  muleri  ecc.; 
e  anche  lj  romanzo:  akkull  isoli  isoli.  —  Gali.  Riesce  all'in- 
contro a  del  (cfr.  srd.  mer.  Il):  hattadda  padda  meddu  kunsiddic 
pidda  sumidda]  foddu  foglio,  fodda  cavolo,  vQddu\  ispuddd 
taddd  trabaddd  ecc.  ;  fuldolu  rnudderi  ecc.  ;  akkoddi  akkuddi 
irrigoddi  irriguddl  isoddi  isudcU  ecc.;  e  saranno  voci  colte: 
famila  sbalic  isilu  inkaìu  evannelu,  kunsilu  'corpo  municipale', 
^.  e.  ku7isilu  senza  kunsidda.  —  Còrso  csm.  e  epe:  ala  mela 
ciìu  gilu  mila  famila  più  fola  vola,  kpla  cullea,  lulw,  pild 
spula  ecc.;  mulera,  bst.  mole  e  mola,  fìlolu  malolu  ecc.;  kple 
sole  [ole  ecc.;  ma  nell'om.  zcv.  torna  come  nel  gali,  -del-:  tadda 
meddu  giddu  famidda  pidda,  voddu  muddera  fìddplu  kpddi  ecc. 
—  79.  Sass.  E  i  in  pochi  esempj  che  ripetono  voci  log.  ozio 
33,  kizu  25,  lizu  ali.  a  gilu,  koza  cullea  coglia  borsa,  kozuddu 
montone,  mazu  malleu  bastone  della  lavandaja  [ma  con  mdz- 
zura  martello  di  legno  da  falegname,  cfr.  it.  mazzero,  e  mazza 
battere  forte  pestare,  s'entrerà  nella  ragione  di  'mazza'];  con  n 
epentetico  :  anzenu  alienu  straniero.  —  Gali.  Giusta  il  nm.  76 
le  voci  rifoggiate  sul  log.  danno  tmp.  g,  clng.  e:  pgu  e  oca 
olio,  kigu  kicu  inkigà  accigliare,  ligu  licu,  agu  aglio,  pugund 
pucund  germogliare,  ispugund  smelare  levare  il  miele  dalle 
arnie,  Rom.  XX  68,  angenu,  ecc.;  ed  è  schietto  log.  ì)uza  bullea 
otre  borraccia  less.  s.  imhpliggu.  —  Còrso.  Notevole  deviazione 
il  csm.  mug" ere  muliere  Ort.  269,  in  cui  il  -lj-  si  assottiglia  in 
-j-  e  con  l'esito  normale,  cfr.  nm.  77,  viene  a  -g~-,  risoluzione 
che  si  ripete  in  g'^  g''-  illi  ^  in  funzione  di  dativo  masc.  e  fem. 
d'ambo  i  numeri,  e  di  particella  pleonastica  innanzi  al  verbo 
'essere':  bst.  g'e  illi  est,  it.  gli  è,  segno  dell'affermazione,  csm. 
g''era  gli  era,  epe.  g~ere  g~érenu,  om.  aj.  g~i.  fag'i  fargli,  g~é- 
rani,  ecc.  Falc.  586-7.  —  80.  Sporadicamente  il  crs.  altera  il  l 
in  n  (cfr.  leccese  némmaru  Morosi  IV  131,  tose,  gnómero  II 
424):  land  tagliare,  trapanala  travagliata  Tm.  206,  hùnulu 
mallo  delle  noci,  kunulò  voce  dispregiativa  Tm.  295,  che  postu- 


'  Per  lo  spandimonto  di  illi  in  *illii  *illji  v.  D'Ovidio  IX  100  e  Bian- 
chi XIII  102. 


146  Guarnerio, 

leranno  culliolu  corteccia  della  noce  verde.  —  81.  RJ,  v.  iim.  6 
31  e  39;  sarà  di  ragion  morfologica  il  g  succeduto  a  j  in  al- 
•cune  voci  verbali,  cfr.  pres.  in  -gii  nm.  222:  sass.  rnojju  *mo- 
rjo  morior,  pajja  paja,  gali,  molgu  moìga,  crs.  niprgu,  mptvje 
muoja,  kerga  *querjo  cerco,  mentre  ne' tmp.  palg'a  molg''a 
nm.  6  n.  si  avrà  l'alterazione  di  j  q.  s.  notata  pel  crs.,  ma  ap- 
presso consonante;  infine  è  sostituzione  del  sufF.  -oniu  a  -oriu 
con  i  internato  nel  sass.  zimhoina  cupola,  nel  linguaggio  dei 
zappatori  zimhonia,  che  ripete  lo  sp.  cimhorio  lanterna  sulla 
cupola  di  un  duomo  Kòrt.  1863  ^,  cfr.  log.  zunboinecjda  lanterna, 
e  sarei  propenso  a  mandarvi  insieme  limhoina  borraggine,  log. 
limbuda,  che  fanno  pensare  a  un  derivato  da  liniba  lingua,  cfr. 
inflitti  lat.  huglossa.  —  82.  SJ.  Sass.  Sempre  i:  ììazu  -à,  hazii, 
hariaza  cfr.  log.  kariasa,  geza  chiesa,  kamiza]  fazohi  28,  ki- 
zina  metat.  di  ^hiniza  *cinisia  cfr.  mer.  cinizu,  prizoni',  hat- 
tizà  *baptisiare,  kuzi  cucire.  —  Gali.  In  postonica  s:  asti  agio, 
hasu  kiriasi,  brasa  bragia,  ma  anche  kazu  e  g''eza;  in  proto- 
nica pure  s  di  solito:  kisina  fasolu  kusi  kusidora,  isdrisl  *ex- 
de-resuere  Ascoli  VII  516  n,  ma  sempre  z  in  kazoni  pizoni  pri- 
zQìia',  caduto  l'i  in  masoni  mansione  branco  gregge,  ìnasonada 
famiglia,  che  proviene  però  dal  log.,  Flechia  Mise.  204.  — 
Córso.  Il  csm.  e  epe,  a  formola  postonica,  parrebbero  unifor- 
marsi alla  norma  dell'italiano  (Grundr.  I  533);  innanzi  a  vo- 
cale che  non  sia  a:  bacii^  baci,  kacu  koci  koce  cuce  -ire,  in- 
nanzi ad  a:  e  arasa',  ma  anche  qui  kamica  ali.  a  gìnsu  ingrisi 
grigio  ingrigire  ;  a  formola  protonica  di  norma  s  :  kasalu  fa- 
solu fasanu,  amrnusatti  imbronciato  quasi  *ammus-iare,  e  talora 
g:  canuga  25  cinigia,  fagolu,  oltre  i  soliti  kagone  prigone  ecc.; 
nel  bst.  e  om.  è  all'incontro  costante  la  sonora:  bagii  caragu 
koge  (bst.  però  anche  kose)  cucire,  bragera  bragia,  fagolu  pìn- 


*  P.  e.  nel  modo  di  dire  assai  comune:  mi  i'aì  fattu  In  fjabhii  kanf/u  la 
zimhoina  di  santa  kaddalina  (che  è  la  chiesa  principale  di  Sassari). 

^  Superfluo  ricordare  che  per  e  si  rende  il  suono  tose,  del  e  tra  vocali, 
come  in  bacio  cacio  ecc.,  il  quale  si  distingue  solo  per  minore  stretta  orale 
dallo  s  di  scemo,  Ascoli  Cors.  d.  glott.  22.  Men  superfluo  notare  che  nel 
crs.  occorre  insieme  la  sonora  g,  com'è  nei  tose,  bragia  cagione  e  simili, 
la  quale  sta  allo  ;  cosi  appunto  come  e  allo  s,  cfr.  Arch.  XIII  335  n. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Cons.  continue.  147 

gone  prigó  ecc.,  i  quali  nell'om.  zcv.  assumono  il  suono  speciale 
gall.-crs.:  prig~g~oni  prig~g''ó  prig''uneru.  Concordano  crs.  e  gali, 
nel  regolare  haitizà  e  sta  da  solo  csm.  g'~esa,  fognato  Vi  per 
dissimilazione,  come  nell'italiano  (Grund.  I  527),  mentre  om.  ha 
gega.  —  83.  NJ.  Sass.  E  n:  hanu  hampana  kalpana  intrani 
rona  lina  vina  sardina  vajjona,  inela  kitona,  runoni  ìnsinolu 
(ma  anche  fdumela),  duna  34,  ecc.,  e  le  derivazioni  secondarie 
o  casi  d'i  ascitizio:  atunu,  diurni,  77,  fdonu  filato  log.  fllonzu, 
kitjuhunu  sposalizio,  iìpuppinu  stoppino,  ilprmmninu  sconcia- 
tura, e  simili;  sinori  donde  le  forme  sincopate  del  parlar  ru- 
stico ino  0  ano;  intatto  in  sonniu  sogno  ali.  a  sunà;  senza  la 
nasale  in  kujuhd  come  nel  log.  kojud  conjugare  sposare.  — 
Gali.  Riesce  a  óìn'^:  intranni  strannu  rannu  tinna  vinna 
vitikinnu  -ulu,  log.  bidiginiu,  vitigno,  bainnu  "gavin-iu  Ga- 
vino, valgonna  danna  ecc.;  ma  ancora  sonniu  sunnid,  kujud 
kujunnu.  —  Córso.  Nel  csm.  e  epe.  è  lo  schietto  n:  hampana 
kampand  battere  la  campagna,  kalkanu  e  kerkanu,  lanu  sost. 
e  vrb.,  lana  sost.,  vina  sonu  vergoìia,  hisona  (bst.  ona)  fa  di 
bisogno,  kunu  cuneo,  g^unw,  sinore  sinoru  e  sincopato  so  sa 
cfr.  genov.  ;  e  coli'  i  ascitizio  :  kapanu  cercine  da  mettere  in 
capo  per  portare  pesi  o  l'anfora,  cfr.  lucch.  capagnata,  kapiti- 
iiulu  capezzolo,  lucch.  capitignoro  Pieri  XII  172,  karavana  ca- 
rovana, in  rima  Tm.  397,  urfanu  orfano,  ecc.,  e  nei  vrb.  fru- 
gund.   mugunà   e  simili  ;   intatto   nel  solito  sunnid.  Neil'  om.  e 


'  Con  questo  digramma  voglio  indicare,  non  già  l'intensità  del  suono, 
che  ò  nel  tose. -n^n-,  equivalente  a  -nnj-  (D'Ovidio  IV  160  n,  e  ora  Bian- 
chi XIII  pass.),  ma  bensi  il  particolar  suono  gali,  e  crs.  om.  e  blgn.  di  cui 
già  altrove  (Dip.  glott.  cit.  al  nm.  61,  p.  14  n.)  ho  toccato,  il  quale  pare  in- 
tinto di  nasal  gutturale,  onde  pensai  rappresentarlo  con  un.  Ma  per  non 
sovrabbondare  in  trascrizioni  speciali,  mi  contento  di  ììn,  avvertendo  che 
la  pronunzia  sta  di  mezzo  tra  lo  schietto  n  e  il  gali,  e  crs.  ng  del  nm.  178 
e  aggiungendo  la  descrizione  che  ne  offre  con  la  nota  diligenza  il  Falc.  591: 
'Il  suono  balanino  è  nasale,  ma  con  una  intensità  maggiore  che  non  in 
'quelli  somiglianti  di  gna  gne  ecc.  nell'italiano,  e  per  averne  un'idea, 
'quanto  si  possa,  sempre  meno  disforme  dal  vero,  conviene  stringere  al- 
'  quanto  le  narici  e  insieme  sollevare  il  mezzo  della  lingua  ritirandola  e 
'premendola  forte  al  palato,  non  senza  emettere  un  tenue  cenno  dell'acuto 
'suono  dellT. 


148  Guarncrio, 

csm.  blgn.  torniamo  a  nn:  bannu,  kiincenna  quasi  'congegno' 
aratro,  fllanna  conocchia,  lannendusi,  ecc.  —  84.  Entrano  nella 
ragione  del  log.  i  sass.  mmizanu  mattino,  monza  monaca  e  an- 
che una  specie  di  lumaca  mangereccia,  bainzu  *gaviniu  v.  q. 
s.  ecc.,  e  parimenti  gali,  monga  cfr.  nm.  76  ^  —  86.  MJ.  È  allo 
stato  di  nn  nel  sass.  e  gali.:  hinnenna  hinnannà  14,  ma  intatto 
in  gremiic  solo  nel  senso  di  'corporazione  d'arte';  e  del  pari 
nel  crs.:  vindemniìa  simitda.  —  87.  CJ.  Sass.  Sempre  riflesso 
per  -ZZ-:  brazzu,  agrazzu  brusco,  gazzu^  lazzu  laccio,  minazza, 
siazzu  staccio,  vinazza  trezza  [frezza  freccia]  mudcUzzu,  rizzu 
23,  zozza  chioccia,  rilpuzzu  dirain.  di  restis  orzajuolo,  quasi 
'piccolo  spino',  ecc.;  in  proton.:  azzola  dimin.  di  acia  matassa, 
azzaggu  acciajo,  nizzola  e  anche  linzola  143,  ecc.;  e  preced. 
da  cons.  :  onza  oncia,  kalza  kalzetia,  kalzi  calcio,  ali.  a  kaz- 
zetta  kazzi  kazzig§d  ecc.  103.  —  Gali.  Riesce  invece  a  -ce-: 
hì^accu  g~aécu  facca  minacca  vinacca  triaca  [f ricca],  licca 
[i]  li  ce  a  elee,  cocca  chioccia;  isacca  schiacciare  Kòrt.  4541; 
accaccu  naccola  ecc.,  e  nei  derivati:  famacca  fmnaccina  neb- 
bia, ecc.  —  Còrso.  Ancora  -ce-:  acca  accia  di  filo,  hìeccii 
g'eccu  staceli  yninacca  vinacca  ar muraceli,  liccu  23,  trecca  ecc.; 
nei  derivati:  malaccu  ecc.,  ladruccu  ecc.;  unca,  kalcii  kalcigd 
ali.  a  kalza  skalzu  ecc.  —  88.  Sass.  Fuor  della  norma  pochi 
casi  in  -ce-:  facca,  bucca  se  pure  qui  spetta  Kòrt.  4864.  — 
Gali.  Fuor  della  norma  qui  riescono  siazzu  che  è  pur  log.  e 
suzzu  brutto  che  è  l'it.  sozzo  Arch.  II  325.  —  Còrso.  Pur  qui 
l'esito  -zz-  non  sembra  indigeno  :  arrazza  o  arazzu  *acraceu  lam- 
brusco,  bst.  lazzu,  sciocco,  detto  delle  vivande,  it.  lazzo  Kòrt.  Ili, 
mullizzu  immondezza,  coi  quali  passi  frezza  o  flezza  freccia. 
—  89.  Accanto  a  -ce-,  nel  crs.  talora  -ce-:  nocc~a  'cucchiajo 
di  legno  per  raccogliere  il  latte  che  si  mette  nelle  forme  {fat- 
toce)  per  fare  il  brocca'  cfr.  it.  coccio  coccia  Kòrt.  1972,  krocce 


*  85.  Sia  lecito  qui  ricordare  F assimilazione  di  nu  nell'iato.  —  Sass.: 
(Janna  75,  ginnaggu,  mannali  55,  ma  maniali  manovale  giornaliero,  che  è 
pur  log.  e  sarà  foggiato  sull'it.  —  Gali.:  ganna  ginnaccu  rnanneddu 
cfr.  it.  mannello  tnannellina. —  Còrso:  gennacu  ynannaga  mannaja,  man- 
nerinii  mannHlu,  ecc. 


Il  sassarese,  il  galkirese  e  il  còrso.  Coiis.  contiiuift.  149 

voce  scherzosa  per  'gambe',  che  panni  cinicea  cfr.  it.  gruccia 
senes.  croccia,  kròccula  nacchera  specie  di  conchiglia,  diminut. 
di  clochea,  kuc~c~u  liuccuccu  cuccio  cucciolo  v.  less.,  spaccu 
spaccati  spaccio  -ati;  om.  zcv.  sacca,  schiaccio,  hokkucca  boc- 
cuccia; coi  quali  passi  hiic'ca  buccia  shuccalvA^a,  che  ritorna 
nel  tmp,  shuccd  sìjuccidà  e  ha  riscontro  nel  tose,  hucchie 
Fanf.  u,  t.  —  90.  GJ  dà  sass.  -gg-  e  gali,  e  crs.  -g~g~-:  assaggà 
assag^g^d,  piag^g^a.  Sono  dal  log.  il  sass.  rilozu  orologio  e  gali. 
riloéic  0  irìnloóu  nella  norma  del  nm.  76.  —  91.  TJ.  Sass.  1. 
Protonico,  preceduto  da  vocale,  si  riduce  a  z,  quasi  risalisse  a 
SJ  82:  razoni  arrazund,  stazoni  {orazioni  ecc.  sanno  di  lette- 
rario). II.  Protonico,  preced.  da  cons.  è  ;:r:  kanzona  linzpln  ecc. 
III.  Postonico,  preced.  da  voc,  zz:  piazza  palazzu,  rezza  14, 
pezzu,  lozzu  40,  pozzu,  ihJiabizzu  iJUiabizzu  *ex-capitiare  deca- 
pito -are,  ihliahizzaddu  scapato,  ecc.  (qui  passi  pur  kazza  cac- 
cia); curioso,  ma  di  certo  non  popolare,  lo  i  di  spaziu  grazia 
ozia  biddezia  ^  galpizia  ecc.,  come  non  popolare  lo  -zia  di  kus- 
senzia  piniddenzia  ecc.  —  IV.  Postonico,  preced.  da  cons.:  ili- 
humenza  24,  inalzu  e  mazza,  folza,  panza  pancia.  —  V.  Resta 
isolato  prezu  prezzo  ali.  a  diprizià  priziosa,  e  ancora  attatlu, 
atlatiaddt-t  sazio  -ato,  che  è  logudorese,  Flechia  Mise.  200.  — 
Gali.  I  clng.  s,  tmp.  i:  razoni  slasoni  ecc.  —  H.  Unzolu  ecc.;  — 
III.  piazza,  sazzu  sazzà  sazio  -are,  stazza  casa  di  pastori  in 
campagna  e  anche  la  campagna  stessa  v.  less.  s.  stazzona,  rezza 
pezza,  kizzu  citiu  per  tempo,  vizza  vezzo,  lozza,  puzza  40, 
sinnuzzu,  coi  quali  mandiamo:  immizzl  putrefare  delle  frutta, 
it.  amìnezzire ,  Kòrt.  5345,  e  prizzosu  pigro  cfr.  log.  preittia 
mer.  preizza  pi[g]ritia;  —  kacca,  gucca  (anche  gatta)',  grazia 
spaziu  ecc.  ali.  a  biddesa  brutte^^a  puaresa  ecc.;  —  IV.  telzu, 
ma  humenca; —  V.  ancora  presa  ali.  a  disprizid  e  minispre- 
ziu  disprezzo.  —  Còrso.  I.  ragone  o  regone  ecc.,  ma  om.  rag"- 
g'oni  0  rag~g6,  siag''g'~oni  ecc.;  —  li.  kanzona  Unzolu  ecc.;  — 
\\\.  piezza  stazza  pezza  kavezza,  shavizza  (a)  posto  obliqua- 
mente Le.  238,  sing'ozzu  pozza  e  altresì  prezza,  ma  ancora 


^  In  sass.  non  si  dice  fortezia,  come  nota  lo  Sp.  or.  I  128,  ma  fidpalfj :ia 
e  in  gali    fultadesa. 


150  Giiarnerio, 

kacca  e  §occa',  —  vanezza  houìk,  f/udizia  ozili,  miUiranza  ecc.; 
due  esemplari  soli  con  g  :  minuge  cfr.  it.  mmugie  Grund.  I  533 
e  om.  srt.  hrunaga  bragia  brusta,  ma  che  fa  il  fuoco  più  vivo, 
donde  hrunagata  fuoco  fatto  di  hrmiaga,  che  sarà  da  *pru- 
nitia  incrociatasi  con  *brasia,  cfr.  Kurt.  6427  e  Muss.  beit.  37; 
—  IV.  jìiarzu,  panza  spanzatii  ecc.,  ma  anche  qui  kcminca.  — 
92.  STJ.  Sa  ss.  E  z  nel  classico  esempio  bnr.za  -«;  imh'ulpia 
spazzola  non  sarà  che  l'it.  hruslia  Kòrt.  1428.  —  Gali.  clng.  s, 
tmp.  i  :  brusd  hruzd.  —  Còrso  csm.  e  epe:  brune  briiód, 
d'onde  sbrùculu  Tm.  296  palo  da  attizzare  il  fuoco,  als.  sbro- 
óoli  pali  per  ispazzare  il  forno  VI.  61;  ma  bst.  e  ora.  con  la  so- 
nora :  bruga  briigava  ecc. ,  con  cui  andrà  begu  sciocco  tose. 
ant.  be.'^cio  bestiu  Kòrt.  1145.  —  93.  DJ.  Sa  ss.  Iniziale  (cfr. 
nm.  193):  gaganu,  diaconu  chierico  sacrista  Muss.  beit.  121, 
gossu  30;  mediano:  oggi,  agguddu  -à  aggiini  Arch.  II  140;  coi 
quali  passi  akkaggi  accadere;  mezza  mizzina  bariletto  Kòrt. 
5361,  rozza  ecc.;  olia  ali.  ad  ozza]  son  logudoresi:  zurradda 
giornata,  ìnpja  ali.  al  legittimo  Moggu,  rqja  saetta,  usato  come 
imprecazione,  e  gosu  gosi  46  gosare  godere.  —  Gali.  tmp.  ga?^- 
rala  clng.  carrata  cuA^rateri  giornata  giornaliero,  che  saranno 
foggiati  sul  logudorese,  V.  nm.  76;  Qg~g~i  ag'g'atu  ag" g~ ang~ i ',  cfr. 
arrug''gà  girare  vagare,  desunto  dal  log.  arrodiu  -are  circolo 
circuito  ecc.,  e  frag''g''u  -d  aborto  -ire  ali.  a  fradid  nm.  159, 
inno  in-deorsu  che  presuppone  *ing''ó  e  prikog~g~'i  praecordia 
coratella;  mezza  razza  ecc.,  olzu]  caduto  il  d,  come  nel  log., 
in  moju  mujteddu,  lapìa  ^lapidea  pentola  Parodi  Rom.  XIX 
484  ^.  —  Còrso:  g^ornu  g''urnata;  csm.  e  epe.  a,  bst.  e  om.  g~: 
oc  e  pg''e,  mog'a,  pocu  pucale  poggio,  arripacd  appoggiare, 
trapucava  valicava,  [^viaca  vieg''u];  mezzu,  przu',  merezza 
meriggia  Mt.  96.  —  94.  PJ.  Sa  ss.:  picconi  è  dall' it.  (più  co- 
munemente i  zappatori  karomba);  azzua  acciuga  è  comune  col 
logudorese;  apna,  tnela  apia,  ilprqppia  ilpì^oppia  39,  ecc.  — 
Gali,  picconi  ancuga\  strappid',  so.ju  sajtii   savio  -ezza.    — 


*  Etimo  oi'a  confermato  dal  vasa  lapidea  ad  coqicinam  degli  Stat.  berg.; 
Lork,  Altberg.  236. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Cons.  continue.  151 

Còrso:  appiu  struppid  ecc.;  piccone,  ano  uà,  bst.  ancuve.  — 
95.  VJ,  BJ.  Sass.:  rabbia  gabbia  allivid,  sajvia  salvia;  agf/u 
aggi  habeo-eam;  e  nella  ragione  del  logudorese:  arrajuladdi(, 
arrabbiato,  marruja  marrubiu,  ruju  rubeu,  gaju  75.  —  Gali., 
tmp.  bb,  clng.  p:  §abbia  gapia,  rabbia  e  ompia;  trap,  g^g",  clng. 
ce:  aggu  ag''gi  e  acca  acci',  comune:  g''izzu  appassito  flo- 
scio ing^izzl  appassire  Kort.  8706  ;  karruga  quadruviu  è  d' im- 
portazione genov.  —  Còrso,  csm.  piogga  ^  ;  csm.  epe.  e",  bst. 
om.  g":  acu  ac'i,  ag~a  ag''i,  karucit  e  keriufu  42;  isolato  è 
lonzu  lumbeu  it.  lonza  longia  Flechia  II  361. 


96.  Iniziale  resta  di  regola  intatto  in  tutte  e  tre  le  regioni. 
La  solita  dissimilazione  è  nel  sass.  e  crs,  gilu,  di  fronte  al  tmp. 
ligu  clng.  licu;  e  nel  crs.  s'aggiunge  cola  loliu,  cfr.  senes.  gig- 
glio  Bianchi  XIII  220.  Casi  sporadici:  crs.  csm.  rustinkii  metat. 
di  lentiscu  56,  om.  lustinku  gali,  listinku  e  listinhanu,  sass. 
il.piìikanu  con  avulso  il  1-;  sass.  dassd  per  lassd  Ascoli  XI  422, 
il  cui  d-  passa  analogicamente  al  sinonimo  daga  per  lagd  XII 
27;  cfr,  tm^p.  dampd  stendere,  gettare  qua  e  là,  ali.  al  sinonimo 
lampa  crs.,  e  srd.  sett.  e  log.  —  97.  Nel  vernacolo  rustico  o  dei 
zappatori  di  Sassari,  -l-  scade  a  r  :  ara  ala,  arenu  alito,  ariba 
oliva,  ihìiara  scala,  [ìlora  kurombic  ecc.;  così  anche  nell'arti- 
colo, e  iniziale  preceduto  da  proclitica  in  vocale:  ra  rima  e 
ne  sori  la  luna  e  il  sole,  cfr.  algher.  Ardi.  IX  339  e  testi  vivi 
e  il  genovese  II  122  ecc.  Nel  crs.  è  muferu  mufolo.  —  98.  Sass. 
e   gali.  In  alcuni   vocaboli,  evidentemente   importati,  il  ^l-  si 


*  In  Tm.  247  abbiamo  fiegya,  ma  dev'essere  un  errore  di  stampa.  —  Lo 
Sp.  or.  I  139  n.  osserva  giustamente,  che  i  dialetti  della  Sardegna  mancano 
di  una  parola  che  significhi  pioggia,  tranne  a  Bitti,  dove  è  proja,  dicen- 
dosi comunemente  nel  log.  abba,  raer.  akua,  gali,  ea,  sass.  eba,  benchò  s'ab- 
bia il  VTh.  piòere  e  l'aggettivo  piovosu.  Ora  si  può  aggiungere  che  il  gali, 
ha  il  vocabolo  per  esprimere  la  piccola  pioggia  e  la  piccolissima:  piuicina 
piuicinndda  e  piuicina  oppure  piovicina  -à;  e  il  sass.  pure,  ma  da  altre 
basi:  muddino,  nmddinedda  e  muddinà  da  moUis  e  rua'ina  rus'inedda  e 
riis'inà  da  ros. 


152  Giiarnerio, 

pronuncia  come  doppio:  parintella  stillif ,  cfr.  sellaì'^u  selynon. 
—  Córso.  Pur  qui:  parolla  kandelle  lagrime  e  kandella  per- 
sona cara  VI.  99,  onde  nell'om.  zcv.,  secondo  il  nm.  102:  pa- 
rodila, cfr.  bst.  ammadapena  a  mala  pena  Le.  357.  —  99.  Tace- 
rebbe nel  giiW.  saìkd  barcollare,  se  è  *salicare;  andà  saika 
saìka  andar  barcollone,  koisdika  cutrettola,  log.  ìndisdida  Muss. 
beitr.  llOn.  —  100.  Alterazioni  sporadiche:  sass.  e  ^2i\\.madoni 
madonare  amylon  amido,  log.  immadonare\  crs.  moiina  mu- 
"tila  capra  senza  corna,  p.  e.  a  jelusia  è  motma  o  cornuia  Mt.  33; 
bst.  anlru  altro;  s-àss.  pindula  ali.  al  gali,  pilula.  —  101.  L'om. 
spesso  lo  tronca  all'uscita:  hazzi  per  hazzile,  'burdinà  per  hiir- 
dinale  bordonale,  cfr.  Flechia  Vili  333  ;  gali,  e  sass.  non  mi 
danno  se  non  7nd  reale,  antica  moneta.  —  102.  Sass.  Il  doppio 
-LL-  passa  in  dd:  haddu  -d  heddu  edclu  -a,  puddreddu  24, 
kiddu  -a,  ziodda  40,  nudda,  trucida  39,  t7''pddiu  truddià  cre- 
pitum  ventris,  puddiginu  ecc.;  fdureddu  dinareddu  panneddu 
grembiule,  fidiliedda  forcella,  arnese  che  portano  gli  asinaj,  pi- 
sareddi  pesciolini,  riaddeddn  rigagnoletto,  ecc.;  milli  ilpella 
pisellu  trankillu  ampulla,  balla  palla  da  fucile,  e  simili,  son 
voci  della  coltura;  in  siziìu  e  sinziìu,  sigillo,  che  è  pur  log., 
■sarà  influsso  dello  sp.  sello,  e  in  pupia  pupilla  cambiamento  di 
suffisso.  —  Gali.:  iddu  -a  middi  mille,  bakkiddu  bastone,  ka- 
pumiddu  camomilla  con  immistione  di  kapu-,  cfr.  log.  kabonila, 
kpddu  collo  e  colle,  biddiku  bellico,  puddetru,  puddunà  (da 
pollone)  germogliare,  irribiddd  ribellare,  inguddi  ingollare,  bed- 
dula  donnola,  ecc.;  nucedda  nocciuola,  nueddi  (novelli)  gioven- 
chi, pisUeddi  pesciolini,  pikkuleddi  pezzettini,  éelvareddu  cer- 
vetto,  itlticeddu,  steddu  62,  ecc.;  ma  kolla  stella  e  altre  voci 
letterarie;  isolato  dmpula  e  anche  ambula  ampolla,  dov'è  am- 
pulla che  s'intreccia  con  ampli  or  a.  —  Còrso.  Nel  csm.  e 
■epe.  è  intatto:  bellu  (anche  sost.  'ninnolo  giocattolo'  voce  infan- 
tile, cfr.  log.  bellei  milan.  bebej  ecc.);  calambella  zufolo  ('ciara- 
mella'), corno  di  becco  ridotto  a  forma  di  zampogna  VI.  103  n., 
kuraiella,  kidalellu,  sassolino  cfr.  log.  kódulu  cotulu  ciottolo 
Kòrt.  2228,  malacella  uccello  di  cattivo  augurio  civetta,  pidia- 
rellu  cosa  da  poco  pochettino,  nudelli  giunture  rotelle,  purtellu 
finestra,  zitella  -a',  bidlikà  pullulare,  sfalla  ingannare  sbagliare; 


Il  sassarese,  il  gallureso  e  il  còrso.  Cons.  continue.  153 

cUiika  -à  solletico  -are,  ecc.  Ma  nell'om.  srt.  torniamo  a  -dd-^: 
lu.wadda  g'adda  vaddi  idda  -a  nudda,  ciu.dda  40,  puddetra 
pmldagn  aceddu  calambeddi,  niedda  nigellii,  babbareddn  vez- 
zeggiativo di  babbo,  cuinamiaredda  ninna-nanna,  fidduledda 
iirfanedda  vileddti  uiteddata  ziled(Ja  -a.]  i\n\)^.  ditminihedil Uy 
franci^kedd a  ecc.;  sinniireddu  Iddio  {g'uru  pa  lu  sinnii- 
/'eddii)',  a  dda  allo,  ind'  idd'  infe/'nu  ind'ill-  Arch.  II  156  n., 
cui  s'aggiungono,  sempre  nella  regione  di  ZIcavo:  nim  dda  non 
ili  a-  non  la  VI.  7,  di  dd'  Ave  dire  l'ave  VI.  6;  ma  qui  pure: 
stella  d'onde  stilla  risplendere,  Ih  soli  stillava  in  celi  Ori  248. 
—  103.  Sass.  Per  le  risoluzioni  specifiche  di  l*^  v.  nm.  123;  qui 
sia  intanto  notato  che  ls  dà  /:r  e  per  assimilazione  cj,  come  è 
costante  jj  per  l  +  sibil.  secondaria  (cfr.  nm.  124);  onde:  halzu 
0  bazza  polso  ali.  a  bucciconi  less.;  azza  alzare,  hazzi  calcio, 
kazzelta  kazziggà  kazzalapga,  kazzina,  kazzoni  calzone,  a 
V  aìiliuzza  alla  scalza,  civ.log.  ishvÀzu,  dozzi  dolce,  ecc.  — 
Gali.:  balza  balza  (anche  balda  v.  less.  s.  balconi),  falza  ecc.; 
hessa  celsa  lentischio,  cfr.  log.  raorigessa  morus  celsa.  —  Córso, 
(^ui  s'aggiunge  l'alterazione  di  l  in  r:  arza  alzo,  farza  ecc.; 
alterazione  che  del  resto  si  compie  dinanzi  a  qualsiasi  conso- 
nante: karhi  qualche,  kerkana,  kuì'taliiia  kaytanile  colto  o  tratto 
di  terra  vicino  alla  casa  che  si  vuol  coltivare  ad  orto  VI.  .59  e 
TU,  dovóe,  marbifyfit  malviaggio,  imprecazione,  mar  minati  i'.  mal- 
mignatta  verme  velenoso,  l'unico  dell'isola,  porpa  pòrbara  sar- 
cicca  ecc.;  bst.  ir  boja  il  boja,  tar  botte,  lar  viaa.  —  104,  Còr- 
so. Rimane  isolato:  puca  pulce,  cfr.  lucch.  pnce  Pieri  XII  118 
e  il  nm,  121.  —  105.  E  di  tutta  la  Corsica  il  ridursi  di  ld  l'd 
a  il  (cfr.  abruz,  e  roman.):  kalla  skalla  ariskalla,  faUetle  om. 
fallelti  faldette  specie  di  sottana  Ort,  133  n.  (sass.  faldella,  gali. 
fardetla),  solla  saltata,  ecc. 

L  complicato.  106.  CL-.  Sass.  (cfr.  nm.  103):   cabi  rara 


*  Nel  vernacolo  di  Zicavo  si  suol  trascrivere  questo  riflesso  per  dr  (cfr, 
Tm.  56-59),  ma  da  ciò  che  no  dice  il  Falc.  579  appare  evidente  che  il 
proferimento  )ioii  differisce  dal  noto  dfl,  se  non  torse  por  una  più  spiccata 
intensità. 

Archivio  glotfol.  it;il.,  XIV.  11 


154  (niarnerio, 

cainnià  éohlm  rtihbà  accubhà  30,  coda,  cQf/Oo  33,  [caffi'  schiaffo, 
di  tutta  l'isola],  ecc.;  ina  per  influenza  del  logudorese:  gaggi'- 
gaggacldu  *clago  *coag'lo  coagulo,  gunipà  e  gómpere  *clomp- 
complere  arrivare,  coi  quali  passi  geza  ecclesia. —  Gali.:  d'ai, 
caeddu  foruncolo,  e  ara  d'ou,  e  anima  cohhu  cind  e  adi  ca- 
du  ecc.;  ma  cjeza.  —  Còrso:  cam  cara  codu,  code  chiudere, 
e  astra  stalla,  cassa  (it.  chiasso  -uolo),  cappa  moneta  K()rt.  4543, 
Gukketta  tocco  del  campanello  (cfr.  it.  chioccolo  chioccare  Diez 
less.  s.  V.),  ecc.;  ma  (fesa,  om.  cjega.  —  IO?.  ^CL*  (*TL*).  Sass.: 
macca  macchia  d'alberi  (ali.  allo  spagnolismo  manca  macchia 
dei  vestiti,  che  è  di  tutta  l'isola),  arecca  24,  vecca,  ìpicca  18, 
occa,  kocca  cocchio,  finpcca  ginoccu  pidpcca  ;  kuccari,  ac- 
cappà  ecc.;  celca  e  cecca  24,  muìca  e  mucca  morchia,  mirica 
18,  incinà  inclinare,  ecc.;  e  con  s-c  in  c-c:  cacca  -d  succino 
-are.  —  Gali.:  rnac~ca  arie  ci  specca  vecca,  occa  flnoc- 
ca  ecc.,  roccu  rocchio,  pinnaccu  pennacchio,  pinniccu  pen- 
necchio, ecc.  —  Córso:  karnacca  macca  specca  recc>'' 
arecca  pareccu  secca,  vece  a,  marina,  annecca  annic'lu 
capretto  o  agnelletto  d'un  anno,  Uavicca,  ecc.  ^;  Ime  e  era  sac- 
ca ecc.;  mine  a,  cere' a  e  ni.  ceca  VI.  50  (cfr.  kircolu  specie 
di  pasticcio),  torca  ecc.;  e  qui  forse  ancora;  csm.  eoa  om.  eg''u 
haedulu  capretto,  log.  edu.  —  108.  Sass.  È  gg  anziché  ce,  ma 
come  succedaneo  del  /  logudorese,  in  annigga  annic'lu  cavallo 
di  un  anno  {\oq.  anniju),  kabiggu  *capic'lu  capezzolo  (log.  A'«- 
bìju),  pìggu  *piclo  plico  piego  (log.  p^/w),  idpigga  urtic'la  or- 
tica (log.  urtija),  mamiagga  covone  (log.  manm'ja),  rilpagga 
*restuc'lu  stoppia  (log.  restaja),  fidpigga  stecco  bruscolo  (log. 
fastija),  sangaisugga,  farrogga  farraggd  frugo  -are  (log.  for- 
roju  -are  ecc.  Rom.  XX  65);  raìpagga  51  diminut.  di  rastru, 
col  -r-  perduto  per  dissimilazione,  dove  però  il  log.  ha  r astrala 
o  rustaXu.  —  Gali.  (cing.  ce  tmp.  g'g")'.  1iapig~g''a  pie  e  a  pig"- 
g~a,trig''g'a  trichila  pergola  {\og.tr{ja),vig~rfa  vitulu  (log.  bija), 


^  E  in  nuove  derivazioni:  spaveccu  spettacolo  spaventevole,  bst.  sca- 
poccn  scapellotto,  ecc.;  spesso  con  un  e  solo,  per  analogia  delle  forma- 
zioni in  -ARiu  -ORiu  nm.  6  e  31:  fattoca  fiscella,  forma  da  fare  il  cacio, 
pinnac'u  *pinnac'lu  granata  scopa,  tintinnacii,  rustaca  49,  ecc. 


Il  sassarese,  il  gallurose  e  il  còrso.  Cons.  continue,  155 

maanag'ffa  rusiacfg'aj  ecc.  ^. —  109.  Sass.  Non  indigeno:  hn- 
7iilu;  allato  al  quale  ricorderò  (jrcibiìa  graticola.  Lo  i  logudo- 
rese  è  in  lintiza  lenticchia  e  au.za  acucula  ago  Ascoli  II  398. 
—  Gali.:  Imniddu  secondo  il  nm.  78;  tmp.  f/raila  ali.  al  nor- 
male ka(rig~g'a  *cratic'la;  e  col  i  log.  m  e  o  g  giusta  il  nm.  76; 
clng.  linlica,  tmp.  linluja',  tmp.  vgidd  vedere  (log.  ojì'  oclu).  — 
Córso.  Oltre  knnila,  anche  kaviìa  e  cernilu  cerniculu  crivello, 
cfr.  genov.  ant.  cerneio  od.  cerneggii  Arch.  I  354  n.,  II  129  n., 
Vili  338.  —  Ilo.  Ancora  nella  ragione  del  log.,  i  sass.:  lu'- 
vakkd  ihliuvakkd  *coperc'lu  coprire  e  scoprire,  gali,  kuvàlul  e 
kavakà  Hof.  69;  e  in  quella  del  mer.  il  sass.  umljraija  umbra- 
culu  ombra.  —  111.  SCL  SC'L.  Sass.:  iscd^H  schiavo,  masu- 
maschio,  asa  astula  truciolo  (cfr.  log.  ascza  quasi  *ast'lucea  e 
isasare  fare  a  scheggio);  misd  mescolare,  7^asd  raschiare,  frusu 
-d  61,  fischio  -are. —  Gali.:  isai'  marno  asa  frum  ecc.,  isacód 
87,  isappa  *ex-clappa  schiappa  scheggia,  isoppa  schioppa.  — 
Còrso.  Siamo  nel  csm.  a  se",  che  però,  in  ispecie  nel  epe,  va 
cedendo  il  posto  allo  schietto  s;]i  :  scavu  scoppu  scìippà  scu- 
petto.',  raasci'.  fì'iscd  (bst.  frisfid,  cfr.  tose,  fistio),  uscio  uscalu 
*ust'lo  *ust'latu  brucio  -aio;  ma  nell'om.  e  csm.  blgn.,  d'accordo 
col  gali.,  siamo  a  s:  saccu  89,  masu  ecc.  —  112,  GL.  Sass. 
Iniziale  {cfr.  nm.  193):  ganda  gazzu,  gumeddii  *glom-ell-  go- 
mitolo, ganfiullltu  {punì  li  jangulilH  afferrare  per  la  gola  fare 
il  golino-,  cfr.  it.  gangola  'glandola  sotto  le  mascelle,  nel  collo' 
Diez.  less.  453).  Sta  a  parte:  zozza  -i  chioccia  -are,  come  nel 
log.  —  Gali.  (cfr.  nm.  193):  g''anda  g~accu  g~umedda  g^dn- 
gula  gangola,  li  jànguli  gavigne;  ma  cocca.  —  Còrso:  g''anda 
g^andarinu  55,  giacca  g'umitulu  g^drulula  ecc.;  isolalo  c^Qva 
9.  —  113.  Notevole  il  crs.  grómlmlu  o  grémhniu  granello,  sì 
per  l'antica  dissimilazione  (gl-lu),  e  si  per  la  doppia  forma  che 
attesta  le  due  basi  glom-  glem-  Ascoli  II  409.  —  114.  Sass. 
Mediano:  v>^gga  viggd  24,  ecc.;  kinga;  una  cfr.  nm.  178;  \in- 
guddì  inglutire,  singuddiUa  diminut.  da  singlutu].  —  Gali.: 


A  questo  nm.  spetterà  il  surt.  sass.  -//t)-  tm[i.  -[/~f/'-  clng.  -c'c'-  o  crs. 
'99-0  -c'c"-,  che  serve  di  derivazione  di  pres.  ind.,  cfr.  nm.  223:  diunegga 
da  diunà,  humparig''gu  compro,  Ubareg"g"i  liberi  ecc.,  v.  Arch.  II  398. 


156  Guaraorio, 

DÌg  ffa  -d  liarfifit  -d  coag'lo  -are,  skag^g~d  squagliare,  strlg"- 
g^iila  stregglila;  niufa  Imfamuìdd  aggomitolare,  ing'^tdtl  ecc., 
(la  cui  si  viene  a  urina  innuttì  ecc.,  cfr.  sangusiinnida  per  san- 
fj US ihig''ida,  (YnmmiiiYo  di  sangu<:ug''g''a'^sa.ng\ie  sue' la,  con  epen- 
tesi di  n;  isolato:  sikutu  ali.  a  sinnuzzu.  —  Còrso:  l)eg''g~a 
hig^g^d  veglia  -are,  ieg'^g'a  teglia  ijst.  teg~g~e  tegole,  kag^g'^atu  e 
oni.  srt.  kag^g~ijm  secchio  di  legno  per  farvi  il  cagghiato,  mug~- 
g^d  bst.  mugg'qìie  mugulone,  ruggd  *rugulare  ragghiare,  ecc.; 
singozzu  om.  sung'uzza,  sing''uni  singuli  uni  bst.  song''uni  (epe. 
Centuri  filigli,  che  va  perdendosi  ed  è  solo  dei  vecchi);  final- 
mente culaie  che  è  la  voce  it.,  essendo  proprio  del  crs.:  porku. 
—  115.  BL.  Sass.:  bia/ìku,  hiaitla  it.  ant.  biavo  blaw;  fìb- 
bia^ ecc.;  [«7/)rt//a].  —  Gali.:  bianku  ecc.;  asuhia  sub'lat 
M-L.  I  61,  ecc.;  \siad(la\  —  Còrso:  bianku  biastemma  e  bie- 
stetiuna  Mt.  125,  biada  bieteraca,  ecc.;  fìbbia  nebbia  tribbia 
-d,  ecc.;  [stalla  om.  stadda].  —  116.  Stanno  da  sé:  sass.:  gal- 
Jìernma  r/aljuìnmd  bestemmia  -are  ali.  a  frallìemma  -imind  ma- 
ledire, che  è  il  log.  frasliiìiare,  gali,  g^astinima  -d,  crs.  om.  e 
epe.  (Centuri)  g~asleìnma,  quasi  si  risalisse  a  y-,  nm.  75.  — 
117.  PL.  Sass.:  piana  pianila  pialla  piatta,  piaii  piace,  piena 
piana  riempire,  pienu  2,  pinbi  piubl  piùaru  42,  ipiena  8,  ecc.; 
doppia,  koppiplu  gemello,  ecc.;  cfr.  pif/ga  108;  conservato  come 
nel  log.  in  isemplu  e  teiuplu  ali.  a  isimpiaddu  24  e  tei/ipiu; 
finalmente:  iJiJiplu  scoglio.  —  Gali.:  piena  piind  piwnma 
pigia  46,  ecc.;  kappia,  kupphdi  gemelli,  ecc.;  isimpri  kum- 
pritu  ecc.;  skodda  33.  —  Còrso:  piettu  piatto,  pialld  nascon- 
dere piatta  nascosto  a  l'appiatta  di  nascosto,  piatesi  avvocati 
cfr.  it.  pialo  ecc.,  pigssu  piovuto,  pieoe  antica  divisione  ammi- 
nistrativa (oggi:  frane,  canlon),  pievanu  om.  piuimmi,  piigd, 
kumpiì  finire  perire,  ecc.;  doppiu  koppia  ecc.  —  118.  FL.  Sass.: 
fìakku  fiaklid  fiamma  fiaggu  -d,  *flagare  flagrare  K()rt.  3302 
fiutare  annasare,  p()ri  flottu  41,  ecc.;  unfid  gonfiare,  ecc.;  il 
nesso,  conseguita  l'epentesi  di  /,  passa  in  fv.  frusu  -d  61,  frn- 
sina  fuseina  fiocina.  —  Gali.  Nelle  stesse  condizioni,  e  non  fa 
d'uopo  d'esempj.  —  Còrso:  fìatu,  fiadqne  torta  di  ricotta  ova 
fior  di  farina  e  zucchero,  tose.  ant.  fiadone  favo  di  miele  Diez 
less.  s.  V.,  fiamme,  fdkkula  come   in   it. ,  ecc.;   om.  li  fiokka 


Il  .sassarese,  il  gallurese  o  il  còrso.  Coiis.  continue.  1-57 

floccu  capelli  Ort.  240;  mgonpe  ingunjìn ,  infìard  *infla[g]rare 
infragrare  infiammare,  ali.  a  fraga  fiutare:  e  qui  ancora  fr  per 
la  formola  epentetica:  fraéellu  sfracella  Kòrt.  3300,  bst. />Ì5/m. 
fischiare. 

li. 

119.  Sass.  e  Gali.  Iniziale,  ben  saldo  e  superflui  gli  esempj; 
ma  cfr.  nra.  193;  mediano  tra  vocali,  si  pronuncia  intenso,  come 
doppio,  in  ispecie  nel  gali.:  mankarri  magari,  merrula  mer- 
lo, ecc.;  ùrrulu  urlo;  perrula  perla,  tdrrula  tarlo;  senza  dire 
di  sarra  pancia  del  tonno,  che  è  di  tutta  l'isola,  e  insieme  del- 
l'it.  sorra.  —  Còrso.  Iniziale,  nulla  di  notevole,  se  non  forse 
osmarinu  rosmarinu,  dove  prima  s'ebbe  il  dissimilato  '^losma- 
rinu,  onde  poi  cadeva  il  l-  per  l'illusione  che  fosse  l'articolo, 
cfr.  it.  usignuolo  e  simili  M-L.  it.  gr.  114.  Mediano,  di  norma  in- 
tatto; e  il  doppio  -rr-,  anticipando  una  tendenza  così  peculiare 
dei  linguaggi  gallo-italici  Arch.  X  63,  si  scempia,  come  si  suol 
vedere  anche  dalla  scrittura ,  nel  bst.  in  ispecie  :  sera  serra 
monte,  tera  ferera  6  li,  uierone  47,  kataru  aklwre  liore  liórenu 
accorre  corre  -ono,  ecc.;  om.:  sarà  tara  faru^  guarà  guerra,  ecc. 
—  120.  Sass.  Sono  casi  sporadici  di  dissimilazione:  kuliri  *hi- 
ri[bjrii  cribru  crivello,  comune  col  gali,  e  log.,  Flechia  Mise. 
201  ;  fujfunidda  briciole  diminut.  di  fujfaru  furfur  tritello  cru- 
sca, V.  less.  s.  fajfaruzza;  rumasinu  rosmarinu  che  è  pur  log.  — 
Còrso.  È  del  pari  dissimilazione  nel  epe.  ferale  ferrajo,  e  nel 
ben  diffuso  murtale  mortajo,  ma  non  senza  attrazione  analogica 
della  desinenza  che  subentra,  come  vi  sarà  pure  in  katalina 
kris tò fai u, ,  passale  passere,  pifanu  corno  marino  die  è  l'it, 
piffero  Kòrt.  6162.  Aggiungi  groìa  *groria  gloria  VI.  74,  al- 
terazione popolare  di  voce  letteraria,  con  cui  s'accompagna  m- 
g'aìa  ingiuria,  sass.  ingaìu  soprannome.  —  121.  Sass.  Normale 
che  R^  passi  in  l^,  cfr.  nm.  123;  e  se  il  nesso  è  -/'c-  {-le-)  ne 
segue  l'assimilazione;  maj,ca  j/iucca  107,  celca.  cecca,  107;  ma 
per  -rg-  v.  nm.  176.  —  Gali.  Normale  ancora  l'alterazione  di 
i;-  in  /°  :  celvu  acerbo  e  cervo,  halha  polka  lalgu  palgd  vii- 
donna,  salpi  16,  .vo^j)«  eentello  {b^'  a  solpu  centeWixve) ,  paliì, 
ahhultii  vicino,  uff  (dia  •'ad-fai'tu  nascosto,  ecc.;  e  pur  tra  parola 


158  Guarnei'io, 

e  parola:  pai  iarra  per  terra,  inveì  di  inver  di,  ecc.;  e  ancora 
V,  nm.  176.  —  Còrso.  Conserva  intatto  il  r*^  e  superflui  gli 
eserapj;  isolato  m'occorre  csm.  ni.  ceàu  circ'lu  107.  —  122.  Co- 
mune anche  al  sass.  e  gali,  l'assimilazione  di  -ri-  in  -/■;'-  in  carra 
-ure  -one  ciarla  ecc.,  pur  logud.  éarra  ecc. 

123.  Sass.  Il  V^  che  pi'oviene  da  R-,  come  il  l*^  etimologico  (v. 
nm.  103),  ai  quali  giova  aggiungere  il  s-  che  riesce  alle  medesime  ri- 
sultanze (v.  nm.  141),  danno  luogo  ad  alcune  alterazioni  speciali  ^  che 
riassumo  nello  specchio  che  segue  : 

I.  —  L(RoS)  +  C  gutt.  :  il  l  riduce  l'esplosiva  gutturale  sorda  alla 
continua  sorda  doli' ordine  e  vi  si  assimila,  onde  ìììl^:  bahJìoni  bal- 
cone, kolihi  kì'JUtadda  corchi  corcata  ;  balilta  barca,  mahhaddu  mercato, 
mdhliuli  mercoledì,  pahlii  perchè,  hahhi  qualche,  ecc.;  ilìTiala  scala, 
iUhgla  scuola,  ilìkolpa  ascolta,  ilìlìglu  scoglio,  burraliha  burrasca,  vilìhu 
vischio,  moTilia  mosca,  hul\ì\u  bosco,  lìhHula  liscula,  bulilìà  buscare  tro- 

*  vare,  iUhribi  scrivere,  ecc. 

II.  —  L  (R  o  S)  +  G  gutt:  il  l  riduce  parimenti  l'esplosiva  guttu- 
rale sonora  (anche  second.)  alla  continua  sonora  dell'ordine  e  vi  si 
assimila,  onde  JJ^:  ajja  alga,  lajj'u  lai'go,  mgj'ju  *molf/u  *morjo  ecc.; 
ijjjanaddu  *isgaìiatu  svogliato  da  [lana  spagnolismo  voglia,  dijjulpu 
disgusto,  dijj'razia  disgrazia,  ecc. 

III.  —  L  (  R,  0  S)  +  T:  il  ^  riduco  l'esplosiva  dentale  sorda  alla  fri- 
cativa interdentale  sorda  />  e  alla  sua  volta  assume,  per  cosi  dire,  la 
tinta  interdentale  del  suono  attiguo,  onde  Ip*:  aljni  alto,  uialpi  mar- 


*  Furono  studiate  sistematicamente  per  la  prima  volta  dal  principe 
L.  L.  BoxAPARTE  nelle  Osservazioni  che  precedono  il  Vangelo  di  S.  Matteo 
volgarizzato  in  sassarese.  Nò  questi  curiosi  fenomeni  sono  proprj  solo  del 
sass.;  che  si  estendono  ad  alcune  regioni  log.  attigue,  come  il  Meilogic, 
V Anglona,  il  campo  d' Ozieri ^  che  non  mi  è  dato  qui  descrivere;  cfr.  per 
ora  Sp.  or.  I  28  sgg.  e  le  mio  Nov.  pop.  srd.  waW Archivio  d.  tradii,  'pop., 
An.  II  e  III  (1883-84). 

-  Il  Bon.  sm.  vili  e  xxviii  paragona  giustamente  questo  suono  al  ted.  c/(, 
allo  sp.  j  e  al  greco  mod.  x-<  g  trascrive  ba^ya  moyya  ecc.  le  voci  che  nella 
grafia  comune,  adottata  anche  nel  testo  del  vangelo,  sono  balca  moka  ecc. 
Già  lo  Sp.  or.  I  28  aveva  notato  siffatta  corrispondenza. 

^  Il  Bon.  sm.  xiv  e  xxviii  dice  che  è  la  pronuncia  del  ;'  greco  gutturale 
forte,  quale  si  odo  in  yc.Xcc;  o  trascrive:  ayya  loyyu  iyyabbaddu  ecc. ,= 
alga  lalgu  ilgabbaddu  ecc. 

*  Il  Bon.  sm.  xviii  chiama  il  suono  di  questo  l:  dentale  duro,  e  dice  che 
il  l  si   sottometto    puro   alla   trasformazione   in  l   dentale   duro,  onde   tra- 


Il  sassarese,  il  gallarese  e  il  còrso.  Gons.  continue.  1.59 

tedi,  folpi  forte,  sglpi  sorte,  uiol[)i  morte,  polpu  porto,  tùlpin-a  tortora; 
alprii  altro,  ecc.;  ililpinu  fi^lfxi  viljiiri  kilpu  ecc.,  malpru  maestro,  il- 
Jjrani'.,  ecc. 

IV.  —  L  (R  0  S)-f  D:  il  l  riduce  il  d  alla  fricativa  interdentale  so- 
nora d  e  alla  sua  volta  le  si  avvicina,  onde  Id'^:  i^C^di  perde,  veldi 
verde,  koldii  laida  uddir.  paldunà,  ildiniiffgaddu  sdentato,  ecc. 

V.  —  L  (R  o  S)  +  P  0  B,  oppure  F  o  V,  oppur  M:  il  l  assume  il 
suono  di  un  j  cui  segna  un  leggiero  sibilo  ^,  mentre  la  labiale  (P  o  B) 
o  la  labio-dentale  (F  o  V)  o  la  nasal  labiale  (M)  si  mantiene  inco- 
lume. Questo  suono  ./  si  potrebbe  definire  una  fricativa  palato-linguale 
e  se  ne  avrà  la  sorda,  se  precede  a  sorda  (P,  F),  la  sonora  se  avrà 
appresso  la  sonora  (B,  V,  M);  le  quali  differenze  però  quasi  sfuggono 
all'orecchio  e  non  ne  terremo  conto  nella  trascrizione  per  troppo  non 
moltiplicare  i  segni  distintivi.  Si  noterà  invece  più  facilmente,  che  il 


scrive:  allu  palli  balloìii  =  alta  palti  baltone.  Senza  uscire  dalla  grafia  del- 
l'Archivio  e  ricorrere  a  comparazioni  con  lingue  a  me  ignote,  parmi  di 
trascriver  bene  codesto  nesso  al  modo  che  ho  fatto  con  {IJi).,  ma  gioverà 
notare  quel  che  ne  dicono  il  Bon.  e  lo  Sp.,  ai  quali  si  offriva  il  destro  di 
confronti  con  altre  favelle.  Il  Bon.  scrive:  'Il  suono  di  questa  l,  benché  de- 
cisamente dentale,  differisce  pochissimo,  se  pur  differisce,  da  quel  della 
lettera  II  proprio  del  solo  gallese  per  le  lingue  celtiche,  qiiale  si  ode  due 
volte  nel  nome  proprio  di  luogo  Llanyollen  od  in  qualsiasi  voce  di  questa 
lingua  in  cui  il  segno  grafico  II  occorra'.  Alla  sua  volta  lo  Sp.  or.  1  29: 
'il  nesso  di  cui  si  tocca  fa  sentire  il  suono  dello  dhsal  arabico';  e  bene 
osserva  che  la  preferenza  di  questo  nesso  {Ip)  si  ottiene  appoggiando  la 
punta  della  lingua  schiacciata  tra  i  denti  ed  il  palato. 

*  Il  Bon.  sm.  xix  nota  che  occorre  qui  la  pronuncia  del  l  dentale  dolce, 
'che  chiamar  potrebbesi  gaelico  mannese',nel  qual  suono  cangiasi  pure 
il  d,  epporò  trascrive:  kalìii  lallu  =  caldu  laidi',  ecc.  Lo  Sp.  or.  I  30  poi 
osserva  che  il  nesso  ritiene  'il  bleso  suono  della  lettera  dhad  arabica'. 

'^  Bene  lo  Sp.  or.  I  30  n.  quando  nota,  che  il  .sibilo,  sentito  in  questo  in- 
contro, s'ottiene  schiacciando  la  lingua  nel  palato,  prima  della  chiusura 
delle  labbra.  E  il  Bon.  sm.  xx  lo  rappresenta  col  greco  A  e  lo  paragona  al 
//  gallese  'moidllé';  onde  trascrive:  coXpu  iXpina  suXfarn  fulfaru  album 
halba  ecc.,  per  colpii  ilpina  sulfaru  fulfaru  album  balba  ecc.  della  grafia 
comune;  e  acutamente  aggiunge  a  p.  xxii:  'che  un  orecchio  alquanto  de- 
licato ed  attento  potrà  per  avventura  osservare  una  lieve  differenza  fra  il 
suono  della  l  precedente  le  cons.  dure  p  e  f  a  quello  che  la  medesima  / 
riceve,  allorché  è  seguita  da  cons.  dolce  b  v  m' ;  epperò  chiama  la  prima: 
sibilante  dura,  la  seconda:  sibilante  dolce.  A  lui  pure  non  è  poi  sfuggita 
la  differenza  fra  il  suono  proveniente  da  ^  o  >•  e  quello  da  s. 


l(ji)  '  (uiai-noi'io, 

suono  /  di>rivato  da  /  elio  risalga  a  s,  sia  più  continuato,  ossia  oflVa 
un  sibilo  più  continuato  e  però  lo  renderò  con  /':  hojpu  colpo,  Iwjpa 
culpa,  hujiìu  cori)0,  Qjf'.iìm  orfano,  ii'jjfdu  perfido,  sajoia  salvia,  pajma 
palina,  bajbara  barbaro,  ajòurii  albero,  rjhrt.  erba,  srjci  serve,  mojiìiu 
majmaru  marmo,  orjmu  verme;  siupini  sospiro,  'ipinn  spina,  'tpirn  spe- 
rare, ipaijda  spalla,  tpigga  spiga,  ripomli  risponde,  ecc. 

VI. —  L  (R  0  S)  +  N:  il  /  assume  il  suono  clie  ha  in  kalda  e  si- 
mili, ma  la  nasale  rimane  intatta:  ilnaldra.ddii  snaturato,  ecc.*. 

VII.  —  Il  /  della  particella  pnl  pel,  produce  nell'iniziale  della  voce 
seguente  tutti  gli  stessi  fenomeni,  che  siamo  venuti  fin  qui  esponendo; 
pahltadl  =  pai  kadi  per  cadere,  pnjh'd'i  =  pai  giidi  per  godere,  p'dfjr 
—  pai  tij  per  te,  pjaldà- pai  dà  per  iIai-q,  paj ptide  =pal  pudjf  per  po- 
tere, pajla=pal  fa  per  fare,  piaj vidr:'  pjaj ìnanù  ecc.  ^ 

124.  RS.  Sass.  E  costante  l'assimilazione  regressiva:  pessu 
l^erso,  pes sigio  16,  rivessu  dibessii  iìivessit,  bosso  borsa,  fossi, 
mossu  33,  gossa.  30,  passona  26,  pissigl  perseguitare.  Simil- 
mente quando  la  sibilante  è  secondaria  (cfr.  nm.  103);  mazzii 
marzo,  oziu  93,  fez  za  terzo,  tuzzi  iuzzind  torcere,  muljìazzi 
tttzzinaddi  baffi  attorcigliati,  tizzibuliku  o  tuzzibiikki'  tergibocca 
tovagliuolo  log.  lerzebukhit,  iJiJlazzo/fa  carciofo,  ecc.  —  Gali. 
Nella  stessa  ragione  per  rs  originario;  ma  si  mantiene  r  sibil. 
second.,  cfr.  nm.  121;  è  sciolto  il  nesso  per  metal,  in  presila  per- 
sica. —  Còrso.  E  intatta  la  formola:  persa  persika  traversa 
borsa  fpvsi  morsa  parsona,  ecc.;  e  uniformemente  al  nm.  103, 
pur  qui  rz,  specialmente  nel  bst.  e  om.  :  forze  forse,  borza 
marza,  ecc.;  solo  esempio  per  l'assimilazione:  assènahu  arsenico 
Mt.  76.  —  125.  Escono  dalla  norma  i  sass.  basdkkara  saccoccia 
e  basimi  borsetta  di  pelle  di  gatto  di  forma  allungata,  in  cui  i 
zappatori  sogliono  tenere  il  tabacco,  e  il  temp.  basakka  saccoc- 
cia, foggiati  sul  log.  bìÀsa  borsa.  —  126.  RN.  Sass.  Costante 
l'assimilazione  progressiva:  inverra,  inferra  \6,  korru,  torra 
33,  forra  40,  farreijdu  karri,  zurradda  93,  zerri  cernere,  ecc.; 
e  non  fanno  specie  tarnu  34,  eterna  e  simili,  che  son  voci  im- 
portate. Sciolto  il  nesso  in  pranizi  pernice.  —  Gali.  Ancora 
-rr-:  varru  o  invarrà  16,  korra  karri,  starni  storno,  hintqrri 


*  Cosi  anche  il  Bon.  sm.  xx;  ma  lo  Sp.  non  ne  dice  nulla. 
^  Similmente  il  Bon.  sm.  xxr. 


Il  sassarese,  il  gallureso  o  il  oòrso.  Cons.  continuo.  KM 

dintorni,  carri  55,  spirrd  *ex-perna  v.  less.,  stam'/.a  e  anche 
parrlci.  —  Còrso.  Intatta  la  forinola  nel  csui.  e  epe:  imbernic 
infame  g'orna,  cernili'  100,  ecc.;  ma  nell'om.  si  assimila  e  poi 
si  scempia  giusta  il  nin.  119:  fura  forno,  liora  korutu  Jiontorx, 
carili  al)  t  staccio  di  filo  di  ferro,  clie  sarà  [inj  cernicula  con 
sostituzione  del  suf^.-tala  cfr.  Flechia  Vili  338.  —  127.  RT 
R'T  nel  crs.  volgono  a  rd,  con  nn  d  che  nella  pronuncia  oscilla 
tra  sorda  e  sonora,  cfr.  napolit.  Ascoli  II  154  n.:  spirdti^  spirdiù 
santa,  ine'rduna  meritano,  ecc.  —  128.  Costante  in  tutti  e  tre 
i  dial.  l'assimilazione  del  -/•  d'infinito  con  la  consonante  del  pro- 
nome enclitico;  sass. :  dilla  dirlo,  amavoi  amarvi,  dassi  darsi, 
fanni  farne,  padenimi  potermi,  falli  farti,  finitli  finirti,  dazi-i 
darci,  ecc.;  cosi  pure  nel  gali.,  e  nel  crs:  pregallu,  om.  bu- 
skaddu  buscarlo,  tuuibaddu  *tumbarlo,  s§allissi  metter  gallo 
inorgoglirsi,  ecc. 


Iniziale  129.  Sass.  Di  norma  intatto,  ma  v.  nm.  IO'?.  — 
Gali.  Nelle  stesse  condizioni;  resta  solo  non  ben  chiaro  pàliga 
fulica  folaga,  che  è  pur  log.  Hof.  72.  —  Còrso.  Nel  csm.  sem- 
pre incolume,  ma  nell'om.  si  torna  alla  ragione  gali.,  cfr.  nm. 
193.  —  Mediano  130.  Sass.  Fra  vocali  si  fa  v:  gara  vola  ^-à- 
vofa.no ,  b  affa  cpggu  s,otììeito,  baco  ni  bufo  moscone  scaraftiggio 
alato  Ascoli  X  5;  appresso  consonante  passa  in  b:  fQJbi~-a  for- 
fice  Ascoli  X  3.  —  Gali.  Entra  nella  ragione  di  -v-  e  dilegua: 
triu2zu  trifurciu  tridente  forca,  triuzzig~g''d  sventolare  il  grano 
(log.  triaUa,  mer.  trehazza),  ecc.;  folvica  sarà  una  riduzione 
àeWìi.  forbice.  —  Còrso.  Di  norma,  intatto;  ma  ancora  Ira- 
l'onc  om.  bai'onu. 

V. 

Iniziale  131.  Sass.  Prescindendo  dalle  modificazioni  tran- 
sitorie del  nm.  193,  talora  mantiene  l'alterazione  in  ?;-;  baddi 
valle,  bakka  baìiìiagga  vaccaro,  berarra  primavera,  berrina  tri- 
vello, binu  bidè  bipdda  bplu,  bozi  voce,  baggà  levare  cavar 
fuori,  comune  a  tutta  l'isola,  Ardi.  XIII  IIG,  basikka,  ecc.  — 
Gali.  Al  di  là  delle  alterazioni  transitorie  del  nm.  103,  pur  qui 


162  Giiarnerio , 

talora  mantenuto  il  h-:  hinnemia  hoci  hoita  hulid  buia  husika 
bakkamwidu  vagabondo  (accostato,  per  etimologia  popolare,  a 
nacca  e  mondo),  hunibitid  vomitare,  hranu  veranu  60,  ecc.  Il- 
lusorio il  caso  di  cfalìUK,  verme,  donde  ing'almikà  bacare,  in 
cui  V  deve  essere  caduto  e  sostituito  da  un  /-  {g"-)  prostetico 
sull'analogia  dei  nm.  155  e  171.  —  Córso.  CtV.  ancora  nm.  193, 
talora  persistendo  il  />:  herc  hlola  hii.Uà  ho  biikd ,  om.  bisika 
bicmikare ,  bumakeg~u  cosa  da  far  recere,  bst.  berbikkind  amo- 
reggiare (che  pare  da  verbu,  cfr.  in  altri  dialetti  parlare  st. 
sign. ),  ecc.  Col  Q:  goìpe  volpe  che  è  anche  tose,  goce  voce, 
galiitleì'i  volontieri.  —  132.  Sa  ss.  In  b  nelle  voci  composti,  die- 
tro a  n,  .s,  d,  (ad-),  Arch.  II  141  n.  :  kif/tubiddà,  vinboliggu  fa- 
gotto V.  less. ),  (biuddd  *ex-vocitare,  abbizià  avvisare,  ecc.  — 
Gali.  Similmente:  kiimbita  imbidikd,  abbidvadddd  v.  less.  s. 
imboliggu,  ecc.,  e  anche  dietro  a  l  primario  o  second. ,  piUbat^t 
kolba  nalbi  16,  albata  vomere  v.  less.  ecc.  —  Córso.  Nelle  stesse 
condizioni  del  gali.:  imbec'c'd  imhidia,  imbla  (in-viam,  cfr.  lat. 
obviam)  utile  opportuno,  inbindiku  Ort.  262  iabindèku  VI.  109 
invendicato,  bst.  inbidia  inbiiu  iabece  inbolti  benbenutic  abbi- 
cina  abbisa,  e  insieme  passi  ebbive  evviva;  inoltre:  korbu  spar- 
bere  pólbara  salbdtikit  sarba  serbadó,  sirbè  Silvestro,  ecc. 
133.  Casi  isolati  fuori  della  norma:  sass.  fantumd,  che  ripete  il 
log.  fentomare  metat.  di  mentovare;  gali,  pisinu  visina  log. p/- 
sina  Muss.  beitr.  120;  crs.  fvaska  Kort.  8746,  lìpera  vipera  che 
è  anche  del  tose,  e  d'altri  dialetti  Flechia  II  .358  e  Vili  195, 
om.  uespa  dove  è  vocalizzato.  Appresso  consonante:  om.  malma 
malva,  per  spinta  assimilativa  e  influsso  di  palma,  cfr.  log.  pai- 
mazza  *malv  -ucea.  Mediano  tra  vocali.  134.  Sass.  Assume 
il  suono  speciale  //,  cfr.  nm.  193:  cabi  chiave,  ìiabi  trabi  isabu 
brebi  nebi  priha  -d  viba  nobu  nobi  gobi,  muhl.  muovere,  piubl 
piobi  aliba,  anibi  gengiva  gobanu  gvdlndda,  Idbaddi  lavati,  ecc.  ; 
si  complica  con  la  metatesi  in  plhara  ali.  a  vibara  vipera;  ta- 
lora dilegua  per  influenza  del  log.  illiia  73,  riu,  riaddedda  *ri- 
vatellu,  saai  boi  bainagga  ita,  biaiUu=ìt.  biavetto  (blaw),  ecc.; 
senza  dire  di  ziddai  civitate.  —  Gali.  Il  dileguo  è  costante: 
isau,  dia  pi.  ai  *avia  uccello,  e  ai  grai  nai  suai  trai  brei  mi  21 
pria  -d  via  unnia  61,  boi  uà  non,  tiued(li  102,  riessur,  oliar I. 


Il  sassarese,  il  gallui'cso  e  il  còrso.  Cons.  continuo.  163 

piuiclna  -fl^  Uità,  lievitare,  lad,  nmi  muovere,  cgaau  graida  ecc., 
datiali  *[ae]stativale  estate  (log.  istadiale),  nailid  galleggiare 
natare  Sp.  ve.  ndika-nàiha  'a  galla'  quasi  navica-navica,  ecc.  S'ag- 
giungono :  pipava  vipera  ctV.  nm.  100,  e  ^parnentio  spamintd 
spavento  ecc.,  attratto  nell'analogia  dei  temi  in  -mentu.  — 
Còrso.  Ora  intatto:  scavu  nere  nivd  vwu,  nooa  noce  g~Qvi 
pioce  g^ÓDanu  ecc.;  ora  vocalizzato  o  dileguante:  oue  oe ,  aua 
uà,  missicm  nonno,  cfr.  genov.  messiaii  messer-avo  e  madanà 
madonna-ava  nonna  ;  oltre  le  voci  del  prf.  già  vedute  :  pur- 
taja  ecc.  63,  ha  l'epentesi:  hoje  bove.  Alterazione  recente:  sti- 
fali stivali,  Irafalkà  *tra varcare  travalicare.  —  W.  135.  Sass. 
È  il  comune  gto  in  guadano,  guaktid  ;  la  schietta  gutturale  in 
gerra  girrd,  già  guida,  giiidaht  ginduld.  —  Gali.  Tranne  in 
valdid  o  valkera  gualchiera,  siamo  alla  gutturale:  gadannu  -a 
0  gannd,  gerra  girreri  già  gidd,  gai  guai;  e  con  la  sorda: 
kindalu  akkindidd.  —  Còrso.  Nel  csm.  guera  guindidu  guaz- 
zata guazza  Kort.  8873,  gualdu  selva;  ma  nell'om.,  tranne  in 
guarà  119,  siamo  a  e-:  carda  valdu  cida -à  uarnd  alimentare 
Ort.  188  VI.  74,  cfr.  it.  guaniire  ecc.,  o  a  h-:  hindalu. 

S. 

136.  Sass.  e  gali.  Iniziale  ben  saldo,  ma  cfr.  nm.  193;  e  pa- 
rimenti mediano  tra  vocali.  Sta  da  sé  il  sass.  àijiu  ainaygu  e 
con  metat.  di  vocale  daiu^  che  ripete  il  log.,  di  fronte  al  gali. 
dsinu  Ascoli  II  142  n.;  ed  è  di  larga  ragione  il  s  del  sass.  hu- 
sikka  gali,  busika  it.  vescica  Kòrt.  8668.  Si  riviene  a  -x-  s-  nel 
sass,  isemplu  isimpru  isimpiaddu,  gali,  sirnpru  sciocco.  — 
Còrso.  Di  regola  intatto,  e  superflui  gli  esempj;  cinale  114  non 
è  voce  indigena;  e  quanto  a  simmia,  semmu  simmi  simmise 
simmizie  scemo  ingruUire  sciocchezze,  v.  Bianchi  XIII  221  n.  11 
bst.  ci  dà,  oltre  sia  sia,  anch(3  sorLu  sorte  sorto  ecc.,  ne' quali 
è  forse  da  vedere  un  influsso  del  genov.;  mediano  tra  vocali: 
om.  bisika,  e  qui  passino  anche  csm.  kuéinu  bst.  kuginu.  —  137. 
Sass.  Costante  la  prostesi  dell'i  dinanzi  a  s-,  o  non  fa  d'uopo 
d' esempj.  —  Gali.  Non  ha  la  prostesi,  quando  esca  in  vocale 
la  parola  precedente.  —  Còrso.  Manca  aft'atto.  —  138.  ]^Ianca 


164  (nianiorio, 

in  tutti  e  tre  il  S  finale;  con  la  sola  eccezion  del  sass.  e  gali. 
e'Jdis  0  lis  [iljlis  davanti  a  vocale,  eddi  o  li  innanzi  a  conso- 
nante. Noteremo:  noi  l'oi  poi  dabboi  sei  mai  assai,  om.  e  bst. 
anche  no' po' ina'.  —  139.  SS.  Sass.  Di  solito  intatto:  fossa  tossa 
grassa,  assd  assare  abbrustolire,  ecc.;  abbasà  ali.  a  bassa,  forse 
da  *abbass-iare.  —  Gali.  Parimenti:  fossa  tassa  ecc.  e  abbassa. 
—  Còrso.  Pure  incolume  e  superflui  gli  esempj  ;  passi  qui  piut- 
tosto un  caso  di  ns  al  posto  di  ss:  minsere  minse  messere  (il 
parroco)  Ascoli  II  150  n.,  con  cui  andrà  il  gali,  transd  ali.  a 
trassd  v.  less.  —  140.  SC  +  e  od  i.  Sass.:  asa,  malp7'u  d'asa  fa- 
legname, fasa  fasina  nasi  nasi  pasl,  pasali  luogo  da  pascolo, 
kresi  krisi  pesa  kìmnosi  kunnisl  (e  analogicam.  kunnosx,  co- 
nosco), frusina,  ecc.  —  Gali.:  fasa  kresi  pesa  pasi  kunnisi 
ìiunnoht  (ma  anche  kannosliu)  ecc.;  piskina  piscina  è  log. — 
Còrso:  sende  om.  senda  scendere,  asa  fasa  nase  om.  nasa  na- 
scere, pasa  pasali  'bergerie',  pesa  bst.  pisaie  pescivendole , 
krese  om.  akkresa,  kanose,  om.  kunosa  fòsina  fiocina,  ecc.  — 
141.  ST.  Oltre  le  risoluzioni  del  nm.  123,  nulla  di  notevole,  se 
non  la  frequenza  dell'attigua  epentesi  di  r:  sass.  allilprì  alle- 
stire, ginelpra,  lelpra,  lesto,  liljrra  lista;  gali,  e  crs.  :  ginestra 
lestru  listra  ecc.  —  142.  STR.  Si  riduce  a  ss  nel  epe.  nossa 
vessa  nostro  ecc.,  viene  a  s  nell'om.  nasi  nosa  vosi  Ort.  passim; 
sciolto  per  metat.:  sass.  drfjìjm,  gali,  dre-^ta. 

N. 

143.  Sporadici  e  di  varia  ragione  i  casi  di  alterazione  di  N 
iniziale  e  mediano.  E  dissimilato  in  l  nel  sass.  linzola  nocciuola, 
gali,  lamina  nominare,  senza  dire  del  sass.  lialóniggu,  che  è  un 
esemplare  molto  diffuso.  Si  aggiunge  il  gali,  alkgtina  crs.  om. 
alkàlina  {csm.  ankàdina).  In  sili,  finale  di  propaross.  :  sass.  e 
gaW.  snllara,  voce  importata;  ìHgamu  origanu  come  nell' it.  ro- 
gamo; gali,  ràìuhda  rondine  attratto  nell'analogia  dei  sostantivi 
in  -idu.  —  144.  Concordano  tutti  e  tre  nel  geminarla  sotto  l'ac- 
cento dei  proparossitoni:  sass.  gennaru  vennari  tonnara  ecc.; 
gali,  ge'nnaru  ólnnara  ecc.;  crs.:  cènnara  vénnari  ecc.  ecc.  — 
145.  Il  riflesso  di  -men  s'ha  nel  sass.  nommu  (oltre  kolpinnmv. 


Il  sassaroso,  il  gallureso  e  il  còrso.  Cons.  continuo.  165 

leCji'/mmi  che  saranno  letterarj),  gali.  nOiìnaa,  crs.  nomme,  ali. 
al  log.  nòmine  mer.  nomini^  ecc.  —  146.  Còrso.  Di  -òne  è  fre- 
quente il  riflesso  tronco:  bst.  hakkó  boccone,  simunò  prigó, 
om.  raggó  e  simili.  —  147.  Gali.  La  proposizione  in  assimila  il 
suo  n  componendosi  con  l'articolo:  illu  in  hi  illa  in  la.  —  148. 
MN.  Sass.  sonnu  danna  ecc.,  MNJ:  duna  de  omnia,  e  forse 
atunu  *autumnu  -iu;  sonniu  ali.  a  sana.  —  Gali.  Nelle  stesse 
condizioni.  —  Còrso:  sonnit  danna  kandanna,  donna  ecc.; 
oni  onanAi  sona,,  om.  ong''i  song~a.  —  149.  NS.  Sass.:  mesi  ipesa 
paesi  pesa,  pesa  d'uà  grappolone  log.  appèsile  d'aa  penzolo 
d'uva  Caix  st.  446,  ippsa,  masedda  mansueto,  masoni  branco 
gregge  'inasonada  famiglia  Flechia  Mise.  204,  ecc.;  e  saranno 
accattati  dalla  lingua  della  coltura:  pensa  inzensa  e  simili.  — 
Gali.:  mesi  sposa  niaseda ,  jitesn  mensa,  tasa  tonsu  30;  ma 
pensa,  pinsà.  —  Còrso:  mese  pesa  presti  paese  paisani  sposa 
Isaia  ecc.;  mansa  che  è  'sui  generis'  e  popolare;  milensa  pen- 
sa ecc.,  om.  srt.  :  penzu  pinzerà  pinzari ,  manzonu  sopranome 
di  bue,  ecc.  —  150.  NG.  Sass.:  longu  finga  ecc.  —  Gali.:  sarà 
analogico  (cioè  proveniente  dagl'infiniti  ecc.,  cfr.  nm.  178)  il  nn 
di  spinnu  stìHnnu  éinna.  Notevole  sùnnidu  nella  frase  a  pedi 
sànnala,  quieto  quieto,  quasi  'ad  un  sol  piede'  cfr.  logud.  d'Osilo 
a  pei-sinzu.  Non  può  essere  singulu  senz'altro,  e  vien  da  pen- 
sare a  una  contaminazione  di  questa  voce  con  quella  che  è  ri- 
flessa nell'ital.  agnolo,  della  quale  però  non  vedo  alcun  paral- 
lelo sardo.  —  Còrso:  longa  lonfji  fìnga  tingu  ecc.  —  151.  ND. 
Sass.:  kanda  damandu  fonda  mondio  tonda  undi  kandela  len- 
dini, ger.  kridendi  cammendi  ecc.;  ma  vinnemia  che  è  pur 
log.  —  Gali.  Parimenti:  kanda  (con  l'analogico  tanda  allora, 
log.  landò),  fanda,  manda  ràndala  ecc.;  ma  bijinenna.  — 
Còrso.  Sempre  intatto  qui  puro,  tranne  nella  varietà  om.  zcv. : 
kaanna  da/manna  mdnnami  mandami;  videnna;  inna  *ind-u 
noi,  inni  *ind-i  noi,  ecc. 

M. 

152.  Oltre  il  solito  esempio  di  m-  in  n-,  che  è  nel  crs.  nóspale, 
abbiamo  il  sass.  niad(Ja,  medullu,  che  è  il  log.  ncadda,  e  il  sass. 
na/jbazza  malva,  cfr.  mov.  narbci  narhedda  e  log.  palmazza  al 


166  (iuanierio, 

nm.  133.  —  153.  Mediano  è  concordemente  geminato,  anche 
in  protonica:  nommu  ommu  ni'immaru,  a/nraiku  liìnmì  prum- 
missa,  ecc.  —  154.  Importante  che  aUato  a  tianif.  tianerhja  sass. 
gali,  e  di  tutta  la  Sardegna,  sabbia  il  crs.  aj.  fioinn  tiamata  te- 
game -aia  ;  v.  Arch.  II  57  n. 

Consonanti  esplosive. 

C. 

C  av.  A,  0,  u.  —  155.  Oltre  le  modificazioni  sintattiche  del 
nm.  193,  si  presentano,  per  la  formola  iniziale,  i  casi  già  ad- 
dotti dall'Ascoli  II  135  n.:  sass.  gamba  jamhci,  gatta  jattu,  gali. 
g'ariiha  rfaita^  e  insieme  crs.  csm  gattu  e  jattu,  om.  g'amha. 
La  successione,  secondo  che  io  credo,  sarà  ga-  a-,  (v.  nm.  171), 
poi^a-  col  ;'-  prostetico^,  conguagliatosi  all'etimologico  del  nm.  75. 
lUusorj  ancora  i  casi  di  ca-  in  óa-:  sass.  camhd  Ascoli  II  136  n, 
e  crs.  calambella  om.  calambeddi  che  dipende  come  l'it.  ciara- 
mella dal  fr.  chalameau  Ascoli  I  73  n.;  e  con  questi  passi  an- 
che il  crs.  stanca  cessare  di  piovere  II  13Gn.-  —  156.  L'altera- 
razione  in  sonora  talvolta  si  fissa,  come  nel  sass.  gqbbura  co- 
pula strofa  canzone  ali.  a  cobbu  106,  gali,  [jàitu  cubitu,  che  oc- 
corre anche  colla  gutturale  fognata  e  l'accento  trasposto  v/Uuj 
crs.  aj.  (jatliva  ecc.,  cfr.  log.  e  nm.  106.  —  157.  Provengono  dal 
logudorese  :  hattla  -a  captivu  vedovo -a,  bar-rid  caricare  Mrrm 
carico,  comuni  al  sass.  e  al  gali.  —  158.  Mediano  tra  vocali. 
Nel  sass.  è  normale  la  riduzione  in  sonora,  di  pronuncia  intensa, 
onde  si  suole  geminare  pur  nella  scrittura:  paggio  irnbriaggu , 
preggii  ami§gu  fìgga  fico  (frutto),  ipigf/a,  maddrigga  *matrica 
lievito  (cfr.  railan.  mader  detto  del  fondo  dell'aceto),  triggu  tri- 
ticu,  figgaddii  ilpoggamu  stomaco,  fpggu  Ipggu,  inoggi  in  -hoc-ue 


*  Sarebbe  sorto  dapprima  come  rimedio  all'iato  nelle  combinazioni  sin- 
tattiche, e  fattosi  poi  saldo;  cfr.  nm.  75.  Avremmo  cosi  lo  stesso  fenomeno, 
che  l'Ascoli  II  455  n  vedeva  nel  la-j-alta  di  alcune  scritture  napoletane; 
cfr.  Gorra,  Dell'  epentesi  di  jato,  in  St.  d.  fil.  rom.  \l  529. 

^  Anche  gali,  sfanì-alu  finito;  cfr.  lorab.  ani.  sianriiarse^  Salvioni  Giorn. 
slor.  XXIX  461. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso:  Cons.  esplosive.  167 

qui  Ascoli  VII  527  n,  harrnf/ga  verruca,  ecc.;  e  pur  nell'ultima 
dei  pi'oparossitoni,  però  meno  intenso:  hàrlf/f/a  carica  fico  secco, 
pessifjf/io  mediggu  predigga,  dlliggit  delicu  Caix  st.  26,  imhi- 
liggu  Imidtiggu  ecc.;  in  proton.  parimenti:  huggùmarii  nig- 
gqra  niggureddu ,  huggd  131  ecc.,  e  nella  lunga  serie  dei 
vrb.  in  -icare:  iJiJiuriggd  *oscur  -ic  -are,  mussiggd  morsicare, 
puddriggd  imputridire,  riisiggà  rosicchiare,  ras'iggd  raschiare, 
imbidiggd  involgere  e  metaforic.  raggirare  ingannare  {imhpUgga 
fagotto  V.  less.);  fuor  della  norma,  bnsihka  136,  che  è  pur  log. 
Gali.  Qui  all'incontro  è  intatta  la  sorda:  aka  pakii  imhviaku, 
py^ekit  éeku,  aìnihii  fika  (la  pianta)  fiku,  (il  frutto),  biddiku  102, 
husika  matrika  triku,  fgku  Ipku,  hriika  bruco,  lattuka:  kukiim- 
warii,  pekuri  mediku,  veliika  pertica,  dilikii  tristo  dolente,  che 
è  il  log.  dlligii  delicato  Kòrt.  2471,  vikulu  culla  v.  less.,  limd- 
tiJcH ,  fammdtikìc  fuligine,  ecc.;  arrikà  hukà  raussikà  rasikd 
runzikà  rosicare  con  epentesi  di  n,  hnhulikà  fracikd,  ecc.;  fuori 
della  norma  pochi  casi  dovuti  al  log.:  grogii  crocu  giallo,  p?'- 
liga  129,  soddizigi  solletico.  —  Còrso.  Di  norma  intatta:  aku 
éeku  hillìku  fìku  amiku  antikii  foku  Igku  g^okii  pèkura  ecc.; 
ma  è  g  innanzi  ad  a:  paga  prega  piega  frega  sega  spiga  fè- 
gatii.  ecc.,  ali.  a  paku  prekìi,  frehu  ecc.,  benché  l'analogia  abbia 
intaccato  anche  le  altre  combinazioni  e  s'oda  prega  piega  ecc. 
Nel  bst.  prevale  la  sonora:  agu  figa  foga  Ioga  ecc.;  e  cosi  nei 
vrb.  in  -care:  hezzigd  beccare,  d'onde  hèzzigu  becco,  e  simili, 
coi  quali  passi  arpagà,  che  è  l'it.  erpicare  in  senso  metaforico 
uncinare  rubare,  d'onde  aì^pagone  e  arpone  spilorcio.  Ancora  la 
sonora  appresso  cons.,  combinata  coli' ettlissi :  fprga  ])ì.  forge 
folaga.  Nell'om.  è  normale  la  sorda  originaria;  e  perciò  anche 
bisika  fika  urlika  ecc.  ;  la  quale  nella  varietà  di  zcv.  si  rad- 
doppia: lokka  rikkamatu  mikka  mica  (che  è  pure  di  altre  va- 
rietà e  nel  bst.  è  minka),  e  così  nell'analogico  vekku  video.  Ma: 
kagòmbara ,  segondu,  sigara.  —  159.  Sass.  Prescindendo  dai 
casi  non  specifici,  come  manu  mani[c]o  nm.  83,  panza  *panti[c]a 
nm.  91,  viagrja  *viadi[c]u  nm.  93,  la  gutturale  non  cade  se  non 
in  battrea  *-iega,  cfr.  log.  buiega,  e  in  freu  frid  frico  -are  sul- 
l'analogia di  leu  Uà  ligo  -are,  dove  il  dileguo  è  legittimo,  cfr. 
nm.  172.  Provengono  dal  log.:  nionza  84,  barrid  157  o  karrid 


1G8  (ìiianiM'io, 

donde  liarr'uujya  (3  1,  ecc. ^  —  Gali.  Oltre  manna  DÌag~g~t',  an- 
cora hruitea,  cui  s'ag-giunge  fiela  fegato;  e  di  nuovo  harrià  kar- 
i'ia(f(fit  ecc.  —  (jòrso.  Oltre  che  in  manu  panza  viag'ìi,  si 
dilegua  in  priera  e  bullm,  bst.  biUteja.  —  160.  Sass.  Prece- 
duto da  n,  il  A"  resta:  kdnkaru  canchero,  kankarà  indolenzire 
intirizzire,  mani  kankavaddi  da  la  vreddn,  ecc.  Di  LG  RG  SG, 
V.  nm.  123.  —  Gali,  e  Gòrso.  Sempre  ben  saldo  e  superflui  gli 
esempj.  —  161.  Isolato  il  crs.  sitva  e  anche  sttu  sucu  asavd  ex- 
sucare  ali.  ad  asinjà  Ort.  120;  cfr.  nm.  172. 

G  av.  E,  I.  —  162.  Sass.  Iniziale,  si  riduce  di  regola  a  j;  ma 
per  le  moditìcazioni  sintattiche,  v.  nm.  193.  Gosi  :  zela  cielo  ^, 
zelilii  cerchi,  zelpu  certo,  zessa  cesso,  zena  cena,  zentu  cento, 
z'ibu  cibo,  zi  ecce-hic  ci,  zerri  cernere,  zajbeddu  cervello,  ziodcla 
39 ,  ziddai  cìttk,  zìmiza  cimice,  Z'j sarà  Gesare,  ecc. ;  ben  di 
rado  C-:  óegfja  cieco,  cecca  107,  il  primo  dovuto  forse  alla  lin- 
gua della  coltura,  e  l'altro  all'assimilazione.  Sono  poi  di  ragione 
logudorese:  kiiu  25,  kizina  82,  ninga  25,  kiddra  cedro,  e  con 
l'atona  in  a:  kariaza  82.  —  Gali.  Di  norma  intatto:  celi^  cena 
centu  cibu  ci  carri  calheddu  ciudda  citai  cimmica,  cedda  72, 
celvu  15,  cedra  ciniula  o  cing''a  cinnara,  ecc.  Qui  ancora:  kicu 
kiriasi,  oltre  pochi  casi  con  lo  z-,  come  nel  log.,  dove  pure  non 
è  indigeno  (Hofm.):  zedn  cedo,  ziba,  ecc.,  il  qual  esito  è  normale 
nella  varietà  di  Agius,  costituendo  uno  de'  suoi  distintivi.  Isolato 
è  g'elda  cerda  briciolo,  in  cui  piuttosto  ilei  fatto  riconosciuto 
al  nm.  155,  ammetterei  la  degradazione  fonetica  di  e-  in  g-,  cfr. 
mer.  gerda,  e  quindi  il  trattamento  normale  del  g-  iniziale 
nm.  174.  —  Gòrso.  Pure  intatto:   cela  cerlu  coita  ceka  cer- 


*  A  questo  nm.  non  spetterà  il  sufi,  di  dorivazion  verbale  -ìà,  che  ripete 
il  log.  -lare,  corrispondente  all'it.  -eggiare  (cfr.  Schuchardt  Literaturbl.  1884 
col.  02  e  Kom.  XX  66):  sa.ss.  ffiitiid  log.  huttiare,  ihìiilpid  ruzzare  scherzare 
log,  iskcrtiare  Kòrt.  7237,  ihhaddrid  v.  less.  e  simili;  gali,  iskatrià,  biffià 
beffeggiare,  kulià  culeggiare,  hudià  restare  alla  coda,  rtdnià  ruminare,  ecc. 

^  E  non  zeli  come  lo  Sp.  or.  I  28  n.  ;  zeli  non  si  dice  se  non  della  tela 
delle  ragnatele  e  del  burattello  :  zeli  di  tarrànkulu,  zeli  di  siazzu. 

'  E  non  geli  come  lo  Sp.  ibid. ,  che  non  esisto  in  gallurese.  V'esistono 
g''eli  0  jeli,  cioè:  tu  geli,  o  i  geli,  cfr.  nm.  174,  e  zeli  che  vaio  'sospetti' 
ed  ò  voce  dotta  (li  to'  zeli  Urani  ecc.,  Gavino  Pe>;.). 


il  sassarese,  il  gallnrese  e  il  còrso.  Gons.  esplosive.  169 

lìella  cila  cimmica  cennara  ecc.;  ina  con  l'atona  in  a  e  il  suono 
speciale  e:  e  arasa  camiga  61.  —  163.  Mediano  tra  vocali. 
Nel  sass.  l'esito  normale  è  i,  che  specialmente  nell'ultima  dei 
parossitoni  si  proferisce  intensa,  onde  spesso  si  trova  trascritta 
con  la  doppia  :  fazi  facit,  hamhazi  bombace  bambagia,  pazi  piazi 
(lezi  dizi  radizi,  radizind  abbarbicare,  urizu  orlo  lembo  it. 
orice  Muss.  beit,  84  e  Caix  st.  431 ,  ìjozi  onde  Tjuzià  gridare 
A^ociare,  nozi  noce,  krozi,  luzi  alluzi  accendere,  sQzayvr  fià- 
zifjgu  *fracicu  v.  less.  s.  frazà,  ecc.;  e  in  sillaba  protonica: 
azeddu  aceto,  piazeri  vizina  ecc.;  ma:  mazeddu.  Nell'ultima 
dei  proparossitoni  è  z  :  kdlizi  sàlizi  fojbiza  gùdizi  pi'diza  zimi- 
za,  ecc.;  però  ondizi  dodizi  tredizi  sedizi  nell'analogia  di  dezi. 
È  pure  sorda  in  qualche  altro  esempio,  o  accattato  dal  log.  o 
rifatto  sulla  lingua  della  coltura  :  imiuzenti  nizissarìu  pruzzedi 
rizzebi  fdzzili  e  simili.  Di  schietto  log.  sono  sprigu  sorcio  e  ad- 
degi  ad-decere  convenire.  —  Gali.  Rimane  ben  salda:  faci  bam- 
baca  paci  piaci  deci  dici,  arici  bordatura,  bpci  e  bucid,  gruci 
luci  spcaru  acetu  vicinu  ricli  fdcili  ecc.  ;  kdlicu  sdlicu  fol- 
vica  pùlica  g'ùdici  cimmica]  -ùndici  dodici  tredici  sedici  ecc.; 
i  pochi  casi  con  la  sibil.  son  comuni  al  log.  felizi  felizu,  fra 
zikic  ali.  a  fràcikii,  dizisu]  ferozu  innuzenti  e  simili;  ma  la 
sibilante  è  normale  per  l'ag.  dove  tornano  dizi  fazi  ecc.  — 
Còrso.  Assume  la  pronuncia  tose,  e,  nm.  82  n:  face  bambace 
piace  {face  dece  pera  kroce  socaru^  ucellu  krucetta  macelhc 
cimmica  giùdice  òndeci  iredeci,  ecc.;  sporadici  i  casi  con  la 
sibil.:  frazà  v.  less.,  e  om.  bazzi  bacile;  senza  dire  di  susina 
M-L.  it.  gr.  162.  —  164.  Comune  a  tutti  e  tre  è  l'assorbimento 
del  -e'-  e  la  metatesi  di  vocale  nei  continuatori  di  vocitu  vuoto: 
sass.  bioddu  gali,  e  crs.  biotti  (e  anche  bpiiii).  —  165.  Sass. 
Preceduto  da  N,  si  riflette  per  z:  sinzeru  inzensu  kunzibbì 
concipere,  prinzipi,  ecc.,  oltre  rdnzigf/u  rancido  come  nel  log.  ; 
e  parimenti  se  è  germinato:  azzetti  azzendi.  Se.  all' incontro 
gli  precede  l  o  r,  valgono  i  nm.  103  e  124.  —  Cali.  Si  man- 
tiene e  :  sincera  kalcu  kalcina  dalci  falca  ecc.  ;  accetti  ac- 
cendi ecc.;  ma  però  kimzipì  inzensu  voci  colte,  e  rdnziku  (log. 
rdnzigu)  allato  all'indigeno  rànciku.  Qui  pure  con  la  sibilante 

Archivio  ylottol.  ital.,  XIV.  12 


170  Guarnerio, 

specifica  dell'ag. :  sinzeru  ecc.  —  Còrso.  Del  pari  e:  sinceri' 
kalcina  dolce,  sdlcu  e  sàlice,  kalce  e  kcilice  (e  pur  kalze  Tm.  212 
219);  ma  v.  il  nm.  103-4.  —  166.  CT.  Sass.:  latti  le.tlu,pettu.e  più 
comuneiii.  pittorra  194,  tpittunmdda  scollacciata,  vindetta  dretta 
kgttu  notti  otti'.,  fiotti'  41,  asuttu,  fratta  e  i  zappatori  frùttula, 
pettini  ecc.  —  Gali.  Nella  stessa  ragione.  —  Còrso.  Parimenti: 
attovre  prisuttu  ecc. 

167.  CR.  Sass.  Iniziale:  kredu  kreha  hrozi  krada  lìrof/f/a 
crocu  giallo,  ecc.;  secondario  in  kralpaddic  castrato;  ma  con 
la  sonora  i  soliti  :  §rassu  fjrutta,  (jrdttula  grattugia.  A  formola 
mediana  prevale  la  sonora:  sagru  kansagra,  melagra  acetosa, 
agrazzn  acraceu  lambrusco,  lugrà,  ecc.  —  Gali,  kreda  kru- 
du  ecc.,  ma  più  frequente  la  sonora:  graci  {/roga;  grastà  grasta- 
merda  castrare;  ecc.  —  Còrso,  kreda  krese  kroce  krada  ecc. 
Quanto  a  rati  crates  graticci,  arazza  acracea  uva  acerba  lam- 
brusco raverusto,  essi  entrano  veramente  nella  ragione  di  gr- 
nm.  177,  cfr.  Ascoli  II  143  n.  —  168.  CS.  Sass.:  lisa  lisciva, 
esi  isì  prosirnu  kosa  ecc.,  allato  a  lassù  -à  tissi  frissu  frissuru 
assuna  ecc.  Di  s  da  ex  +  s-  o  ex  dinanzi  a  vocale:  asalta  -a, 
isoli  isaìì,  isankata  sabharà  56,  isimpiaddu  24,  coi  quali  passi 
isiddà  ex-citare  iseddadi  svegliati;  ma  se  segue  altra  cons.  che 
non  sia  s  o  e,  allora  avvengono  le  alterazioni  vedute  al  nm.  123  : 
iJihoppia  scoppio,  ihliadda  -l  excutere  battere,  ilpuddà  *ex-tu- 
tare  spegnere  Ascoli  I  36  n,  ilhriminti  log.  istremuntire  *ex- 
trem-  tremare,  ilproppia  ilpruppiegga  exturpiat,  ecc.  —  Gali.: 
lisa  esi  ecc.;  lassa  fijssa  tissi  ecc.,  e  con  aferesi  dell' rt-:  sunna: 
sgddi  saddi,  suarà  56  satd  61,  sàpida  isaminà  ecc.,  cfr.  nm.  111. 
—  Còrso:  lisiva  asi,  asimune  esciamone,  ansa  -à  flato  -are,  ecc.; 
lassa  e  anche  lasà,  tesse  tessere,  f7nssog~a  fnxorìa.,  assimga  ecc.; 
asuvic  -à  asciugo  -are,  disila  om.  disittd,  sanku  ecc. 

QV. 

169.  Sass.  Iniziale,  smarrisce  di  solito  l'elemento  labiale  (e 
per  le  alterazioni  sintattiche  entra  allora  nell'analogia  di  C-,  cfr. 
nm.  193):  kandu  kantu,  ki  qui  ms.  fm.,  ka  quam,  karra  [pla- 
tea] quadra  piazza  Rom.  XX  59,  kali  kaliddai,  kalìUi  kalihana 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Cons.  esplosive.  171 

qualche  qualcuno,  [kommu  ma  più  comune  kariìenti],  ecc.;  an- 
che a  formola  mediana;  akkettu  cavalluccio,  akkel  Lare  Ma',  tran- 
killu;  ma  tra  voc.  la  sonora  in  dggila  aquila,  oltre  che  in  ug- 
guald  e  agguarà,  sigi.  Non  entra  nel  conto  algunu,  e  c'entra 
appena  probbingu.  La  formola  intatta,  oltre  che  in  kuasi,  è  nei 
numerali;  kualiru  huattoldizi  liuaranta  kuintu  ecc.;  —  Gali.: 
kandu  kantu  ecc.,  e  insieme  kasi,  katoldici  karanla  kalteri  (ma 
kiiattrit),  kintu  kìndici,  lievi  quaerit  vuole,  ecc.  ;  akiteddii  caval- 
lino, dkula  61,  akkliià  acquietare,  ecc.;  ma  aggalà  e  sigi  — 
Córso:  kuandu,  kuantu  huattrii  kuatbnnu  kualkunu  ecc.,  ek- 
kua  cavalla,  trankuillu  ecc.;  allato  a  karki  karkidunu,  kere 
kergu  keriic,  ecc.;  e  spesso  anche  gu  nel  bst. ;  guadru  ingua- 
drà  guale  gitasi  guattii  egua  freguenti',  comune  àgida  61.  — 
170.  Sass.  Anche  kve-  kvi  secondario  perde  l'elemento  labiale: 
kilpu  kiddu  kissK,  akkó  eccu'hoc  ecco,  akkollu  eccolo,  inkiddd 
in  eccu'illac,  là,  inkihi  in  eccu'ibi,  costi,  ecc.  —  Gali.  Pari- 
menti: kistii  kiddu,  ki  eccu'hic,  qui,  hici  quici,  kìi  eccu'ibi,  costi, 
kindi  eccu'inde,  colà,  kidd  kulandi  eccu'illac'inde,  kuland'innó 
colaggiù,  kidandHnsù  colassù.  —  Còrso.  Intatta  anche  questa 
formola  second.:  kuestu  kuellu  kuessu  ecc.  —  170^.  Sono  esempj 
di  V  (/>)  da  QY  (cfr.  nm.  157):  sass.  eha  acqua,  abd  abali  aequa- 
lis  ora,  ahalabd  or  ora,  cfr.  it.  ant.  avale;  —  gali,  ea  ulteriore 
risoluzione  di  eba,  abal  abali;  oltre  abbajola  acquajola  truogolo 
e  abbuata  covile  del  cinghiale,  che  sono  schietto  log.;  —  còrso: 
ava  a  vale  aimlavd. 


G. 


G  av.  A,  0,  u.  —  171.  Iniziale,  nel  sass.  è  di  norma  intatto, 
però  sporadicamente  cade  (cfr.  nm.  193):  la  'ola  gola,  santu  aini 
santo  Gavino  nm.  6  n,  uttulinu,  log.  utturimo  idturigimc  viottolo 
-ino,  dimin.  di  guttur,  cfr.  log.  gùtturu  e  iUturu  gola  gozzo.  Qui 
ancora  alcuni  casi  paralleli  a  quelli  del  nm.  155:  (jaddu  gad- 
diiia  fjaddUtu,  gunncdda  gonnella.  —  Gali.  Parimenti:  la  'ula; 
g~adda  g~addina  g~additiu,  oltre  g'avetta  garetto,  g''arroni  ghe- 
rone ,  g~ang''uld  abbajare  cfr.  it.  gagnolare  Kòrt.  3595 ,  g'alg^a- 
slolu  gola,  vahfaslplii  gorgia  v.  less.  —  Còrso.  Ben  saldo,  pre- 


172  Guarncrio, 

scindendo  dagli  stessi  casi  sporadici  di  J-  g":  g'aUu  g'alUna,  coi 
quali  forse  vanno  om.  g'cu-fjali  torrente  bst.  g'èryalu  burrone, 
cfr.  Kort.  3609,  —  171*.  Sass.:  busta  gustare  desinare,  hutlla 
buttici  goccia  -are,  bainzu  84,  sono  esempj  di  labializzazione  ac- 
cattati al  log.,  cfr.  170*.  —  Gali,  bainnu  ecc.  —  Còrso.  Qui 
il  filone  è  più  vivo  :  bunnella  om.  bminedda,  epe.  busu.  bùsula 
guscio  Kort.  3576  app.,  bulata  gugliata  Mt.  37,  coi  quali  passi 
il  già  addotto  blndalu  135.  —  172.  Mediano  tra  vocali.  Nel 
sass.  è  costante  il  dileguo:  tea  Uà  lego  -are,  ilprea  strega, 
azzua  acciuga,  aolpu,  la  Liera  *l' aligera  6n  Alghero,  tianu 
tianeddu  tegame,  senza  dire  di  guu  giogo,  e  di  fì^aula  teula 
e  simili.  Con  l'epentesi:  eju  ego;  e  con  lo  svolgimento  di  v  b 
(Ascoli  I  91  211-2):  kujubd  liujubunu  sposare  sposalizio ,  ^i«- 
bali  giogo,  cfr.  nm.  161.  —  Gali.  Pure  normale  il  dileguo:  Ha 
Uà  Istria  austu,  impleu  impiego,  spau  spago,  fua  fuga,  tiulaju, 
tegolajo,  ecc.,  oltre  eu  fau  gtiw,  e  con  la  caduta  del  v:  kuiud 
e  g^uali.  —  Còrso.  Meglio  conservato.  Allato  a  eu  (anche  eju), 
ancua  iiamu  fraula  ecc.,  s' hanno  lega  (e  anche  lehu)  Ugà, 
strega  ecc.  ;  e  ancora  qui  qualche  caso  di  v  :  anc'uva,  bst.  g~u- 
vativu,  tose.  gloDatico,  Picchia  III  131.  —  173.  È  ng  da  ngv 
nei  sass.  Unga  sangu  samjisugga  angidda  ungentu  dilpingl 
angunala  ecc.;  alla  qual  serie  spetterà  pingu  pinguis  sostanti- 
vato 'sporcizia'  donde  pinginosu  sporco,  che  sono  pure  log.  Di 
santa  sana  salasso  -are,  nella  norma  del  nm.  178,  cfr.  Ascoli  li 
455.  —  Gali.  Nelle  stesse  condizioni.  —  Còrso.  Intatta  la  for- 
mola  nel  csin.:  lingua  sangue,  sanguimt  parentado  sanguinicéu 
strage,  anguilla  ecc.;  ma  nell'om.  :  sangu  sangunosu  ecc. 

G  av.  E,  I.  —  174.  Iniziale.  Intatto  nel  sass.  (per  le  altera- 
zioni transitorie  v.  nm.  193):  genti  gelu  gini  ginpccu,  ginia 
parentado,  gennaru  [galdinu  gipponi],  ecc.  ;  fuor  della  norma  : 
gisu  gesso,  che  è  log.,  e  anibi  61  gengiva,  dov'è  caduto.  —  Gali. 
Di  norma  g",  ma  v.  nm.  193:  g'enli  g~ennaru  ecc.;  qui  ancora 
cade  in  unnia  gengiva;  e  fuor  della  norma:  caldina  éaldineri, 
accattati  dalla  lingua  della  coltura.  —  Còrso.  Parimenti  g~:  g~elu 
gemma  [g~obboni  giubbone,  g~erdinu\eQQ,.\  isolato  il  caso  di  dis- 
similazione che  occorre  in  dinoccu  ginocchio  indinne" e" atu,  cfr. 
sic.   dinocchiu   napol.  denuccJtie ,  Muss.  beit.  49  e    ^I.-L.  it.  gr. 


II  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Con.  esplosive.  173 

164 ^  —  175.  Interno  tra  vocali.  Di  norma  si  elide  nel  sass. 
e  oltre  i  soliti  frncldu  vinti  trenta  didclu  diddali  mai  malprif, 
mailprayn  artiere,  jjaesi,  ancora:  nieddic  nigellu,  kuri^ia  corri- 
gia,  tenda  legenda  novella  notizia  cfr.  it.  lienda,  ecc.,  e  nella 
desinenza  -agise:  far)Yniia  h.  ferrami,  prubòdini  \ì.  provana 
propagine,  salpdina  sartagine  padella  per  friggere.  Quando  re- 
sta, si  gemina  e  si  tratterà  di  voci  letterarie:  màgglna  ima- 
gine,  rùggina  traggimi  *tragere  imper.,  inlpiggini  urlggini. 
Analogamente:  leggi  la  legge.  Uggì  leggere,  affliggi  friggi  fuggi 
■suggì  ecc.  Son  poi  accattati  dal  log.:  riziìa  all' a  vegga  114  e 
sizilu  -d  sigillo  -are,  oltre  sajetta  sagitta  usato  solo  come  be- 
stemmia. —  Gali.  Nelle  stesse  ragioni:  fritu  vinti  trenta  ditu 
mai  mastra  paesi  nieddu  niiddura  kurrìa  ecc.;  farràina  pni- 
hàini  saltdina.  Nelle  voci  in  cui  resta  si  fa  g",  cfr.  nm.  77:  md- 
g''ina  rùg'ina  orìg'^ini  e  anche  si  raddoppia  :  leg'g~i  lig'g~ì  fricjg''i 
fag^gi  sug''g''ì  kurreg'g~i  pruieg''gi  e  simili  rifatte  sull'it.  -.  — 
Córso:  fredu  venti  trenta  dita  mai  bst.  ma  he  fuor  che,  me- 
stru,  ma  anche  majestru  e  Qnaje,  paese  e  pajese,  saetta  e  sajetta 
usato  solo  come  imprecazione;  e  ancora:  filig''g''ine  rég'g''ine  e 
gli  mi  frig'^g' e  leg''g'e  sug'g'e,  om.  struc''e  struggere;  sig'illu 
ruggita  ecc.  —  176.  Sass.  Se  a  g  precede  r,  questo  volge  a  l 
secondo  il  nm.  121  e  la  palatina  si  assottiglia  in  ,/,  onde  si  rie- 
sce al  suono  (;  ì  del  nm.  78,  cfr.  nm.  6  IV:  aìentu  argento, 
atentera  miniera  d'argento,  Ipalì  spargere;  ma  appurri  dià-^ov- 
rigere  porgere  dal  log.  apporrire.  —  Gali.  Parimenti:  vìlina 
spali,  e  anche  pulì  porgere.  —  Còrso.  Intatta  la  formola,  salvo 


Ritornerebbe  anche  nei  sass.  ildinuòcaddu  ildiniiccesi,  che  raccolgo  sol- 
tanto dal  Ben.  sm.  67  e  gè.  2.5. 

Sotto  ([uesto  nm.  parrebbe  dovesse  collocarsi  frundda  germoglio,  quasi 
diminuì,  di  fruges,  col  quale  andrebbe  il  gali,  fruja,  che  lo  Sp.  ve.  regi- 
stra come  corrispondente  al  log.  e  seti,  frua  'germoglio'  e  'latticinio'.  Ma 
il  Lorck,  Altberg.  spraclidenk.  172,  alla  luce  di  parecchie  voci  dialett.  del- 
l'Alta Italia,  porta  direttamente  la  voce  sarda  a  frui  nel  senso  di  pro- 
durre fruttare,  onde  frua  il  frutto  del  latte,  i  latticini  'burro  cacio  qua- 
gliato' e  il  frutto  del  seme  'germoglio'.  Cosi  frurdda  non  sarà  che  il  di- 
minut.  di  frua,  e  fruja  una  forma  con  l'epentesi  di./.  Inutile  aggiungere, 
che  erra  T  Hofm.  89,  collocando  frua  nella  serie  di  -g-  gutturale. 


174  Guai'norio, 

il  colore  della  palatina:  a/'ifentit,  hórg'ine  (ma  vergina  la  Ma- 
donna), sparrfe  e  sperrfe,  skorrfe,  porcfe  surffente,  liiu'g~oìu 
corriggiuolo. 

177.  GR.  Sass.  Di  norma  intatto:  f/rdndini  f/rnssa  fp'un- 
da  ecc.  —  Gali.  Parimenti:  f/rdida  f/ràndini  graniiola  (jrossu, 
Orunda  ijruìidacina  ecc.;  ma  cade  la  gutt.  in  ramina  gramigna, 
arestit  agrestis;  cfr.  prizzosu  *pigritiosu  91.  —  Còrso.  Di  solito 
intatto:  grada  grana  granone  grandina]  pigra  pillegrinu  ecc.; 
ma  nel  csm.,  non  mai  nel  epe,  si  riduce  talora  a  r-  cfr.  nm.  167 
e  Ascoli  II  143  n:  rame  grano,  rappa  grappo,  runi  grugni,  ram- 
màtika  gramm.;  pellirinu.  — ■  178.  GN,  NG'.  Sass.  Riescono 
entrambi  a  n\  lena  sena  pena  dinu  punu,  anoni  agnello,  anassi 
partorire  delle  bestie,  kunadda;  anihi  gengiva,  ànilu  angelo, 
ebaneht  evangelio,  assuna  ìpana  ar/gaiil,  ilprinl  ilprina,  pini 
e  piena,  punì  pungere,  tini  e  timc;  ma  fuigi  (finga),  e  cosi  per 
in  +  g  prim.  o  sec.  :  ingenera,  ingumiddd  inglom-  ingomito- 
lare,  ecc.  Sono  di  foggia  log.:  Ungi  Ungere  leccare,  ingirid  ac- 
cerchiare inglria  in  giro  attorno.  Di  gn  assimilato  come  nel  log., 
sono  esempj,  a  tacer  di  cannisi:  rnannu  risinnd.  —  Gali.  Co- 
stante r  esito  nii  :  linna  sinna  pinnit  dinnu  dnnuli  unnla 
sauna  spanna  eoannela  ag'g'unnl  strinnl  e  strinna,  spinni  e 
spinna,  pienni  panni  tinnì  e  tinna,  ecc.;  e  parimenti  nei  com- 
posti con  in  +  g  prim.  e  second.:  inninaccà  inginocchiare,  in- 
niità  *ingid'tare  indigit-  additare,  innummd  innurnmiddd  in- 
nuitl  sinnuzza  sangusùnnala  cfr.  nm.  114;  ma  fìnga,  con  cui 
passi  munga  mungere  modo  scherzoso  per  'battitura'  (cfr.  milan. 
mungiida^,  senza  dire  di  li)igd  ingirid.  Infine:  kunnosi  ìnannu, 
ammannd  ingrandire.  —  Còsso.  Da  -gn-  di  solito  n',  lena  pena 
sena  dina  kunata  ecc.,  ma  ang^one.  Da  -ng'-,  ora  n-:  g'une 
spuna  dnulu  ecc.,  ora  -ng"-:  dng'ala  dng''alu,  e  gli  inf.  ffung~e 
fìnge  stringe  ting~e  pang'e  speng''e  sping^e  (ma  fìnga  sti-ingu 
tinga  ecc.);  tacendo  di  kunnosku  kannose.  Nell'om.  e  csm.  blgn. 
ritorna  l'esito  gali.:  sinnu  annu  annonic  spanna  vannelu  an- 
nida, anni  unge,  spinna  spenga,  pienne  piennendu. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Gons.  esplosive.  175 

T. 

179.  Iniziale,  a  prescindere  dai  casi  del  nm.  193,  sempre  in- 
tatto, salvo  nel  còrso  decla  taeda  cfr.  sic.  M.-L.  it.  gr.  96.  — •  180. 
Interno.  Tra  vocali  si  riduce  nel  sass.  a  d  di  pronuncia  in- 
tensa, quasi  dd,  specialmente  in  postonica  :  fadda,  padda  paddi 
patisco  -ire,  pikkaddu  munedda,  seddl  sete,  diddu  vidda,  higddit 
164 ,  rmiddic  saludda;  -ètu:  kannedda  ecc.;  2^  prs.pl.:  mi- 
reddi  feddi  ecc.  ;  prt.  pss.  :  kuntaddu  contato  e  anche  sostant. 
racconto  fola,  ipUiddu  spelato ,  a^fdc^d/.  ecc.  In  proton. :  frad- 
dedda,  fraddlli  cugino,  kaddena,  riaddeddu  134,  imddulinu 
rotulinu  gomitolo,  ecc.;  kantaddori  pililiaddori  pescatore,  zap- 
paddori  ecc.  Ma  nei  proparossitoni  :  héidu  gomito,  sùbhida, 
semmida  semita  sentiero.  Temi  in  -tate:  pieddal  pietà,  fUJ>id' 
dai  festivitate  festino,  ziddai  ecc.;  in  -tute:  inlpù  sìjdUù  ecc. 
Dilegui  sporadici:  iriQgu  iviiìcMySiazzit  setaceu,  fìaddu  v.  loss. 
Voci  dotte:  dehhiia  dbhiia  e  simili.  —  Gali.  Ben  saldo:  fata 
hurapatit  -/,  aUii  156,  mariiit,  sifp'etu  )'oia,  rota  cerchio,  ecc.; 
videti  intreti  ecc.,  slata  data  ecc.;  natali  frateddu,  katedjìu 
cagnolino,  ecc.;  sùbita  semmita  ndsita,  volita  valore,  ecc.  Ma 
tornano  ancora:  haritai  citai  mitai  e  simili;  isaitù  silvitii,  salli'i 
saviezza,  ecc.  Senza  dire  di  piede,  occorre  il  d  nei  temi  in  -toro: 
missadpri  ka.sidpra  laadgra  ecc.;  oltre  feda  feto,  maseda  man- 
sueto, badeddi  budelli,  attinti  al  log.;  e  spada,  dalla  lingua  della 
coltura.  In  alcune  desinenze ,  la  pronuncia  del  t  è  cosi  intensa 
nel  temp. ,  clie  la  scrittura  non  di  rado  lo  rappresenti  con  la 
doppia,  in  ispecie  nei  parossitoni:  kielta  si(jrelta  idicettu  kan- 
netta,  bambittà  innattì,  ecc.;  trlpitla  strepito.  —  Còrso.  Nor- 
malmente intatto  e  non  fa  d'uopo  d'esempj.  E  però  d  come  in  it. 
in  biada  spada  strada,  ma  anche  slrata  e  kuntrala,  grida  bu- 
delli e  in  qualche  altro:  spada,  bidella  vitella,  piskadorl,  oltre 
pude  in  tutta  la  flessione,  ma  bst.  e  om.  sempre  pule.  Nelle 
stesse  condizioni  doU'it.  pure  i  temi  in  -tate  -tute;  ma  non  man- 
cano traccio  della  riduzione  gali.;  Uberlai  bst.,  ecc.  Nell'om.  zcv., 
più  spesso  che  nel  tmp.,  si  gemina  :  ingrattu  patta  patti  ajatta 
matta  ecc.;  amatta,  far  atta  ferito,  tradatta  tradito,  ecc.;  2^  prs. 
pi.  sarei  ti  amletti  cimiti  ecc.  —  181.  Sass.  Prec(?duto  da  n  re- 


176  Guarnerio, 

sta  incolume:  kanta  genti  denti  ecc.;  ina  se  da  /,  /•,  s,  subentra 
il  nm.  123  III:  libalpai  pubcdpai  ecc.  Di  antica  geminazione: 
sajetta  kaddenitta,  kankaritti  piccoli  cancheri,  kìxibbittu,  ynaa- 
nitta  grandicella,  —  182.  TR.  Sass,  Iniziale,  intatto  fuor  che 
per  posizione  sintattica,  v.  nm.  193.  Mediano  tra  vocali,  si  riduce 
a  -ddr-:  paddre  maddre  laddrit  maddrhjija  lòS,  padd rome, 
baddroni  *botrone  (ìÓTQvg  grappolo,  abbuddrond  aggomitolarsi, 
puddreddu  24  n  ecc.;  ma  preceduto  da  cons.,  resta  intatto:  intra 
dentri  (più  comune  drentu^.  Sciolto  il  nesso  per  metat.,  come 
spesso  avviene,  se  vi  precede  e:  predda  preddn  vreddii.  Ma 
dareddu  rientra  nel  nm.  180.  —  Gali.  Si  conserva  sempre: 
trudda  mestola,  trig'g'a  trichila  pergola,  ecc. ;  latru  matrika  bu- 
troni  puddetru  ecc.;  intra  ecc.;  con  la  metat.:  drontii  dresta 
brutoni  ecc.,  e  col  dileguo:  dcveta  altit  altro,  ecc.  —  Còrso. 
Di  solito  intatto:  paire  maire  vetrit  latri  ptulletru  patrone,  spa- 
tronatu  deserto  desolato  VI.  72,  aìtru  e  antru,  kidtrlna;  drentu 
daretiù  ecc.;  ma  bst.  pedra  ladru  nudritu  spadurnatu  daredii. 
Nell'om.  zcv.  sempre  inalterato  e  perfino  con  la  doppia  lattru 
pettra,  coi  quali  passi  atfru  altro,  che  è  pur  del  bst. 

D. 

183.  Sass.  Per  l'alterazione  transitoria  di  D-,  v.  il  nm.  193. 
Mediano  tra  vocali  è  dd:  fedeli  fìddeli  kruddeli  suddori  ecc. 
pur  nei  proparossitoni:  gràbidda  trlbidda.  Son  comuni  al  log. 
gli  esempj  dov'è  dileguato  :  feu  foedu  brutto,  (jia  guida,  miudda 
midollo,  tolpÓLna  testudine,  lìmpiii  limpido  ,  feìnu,  tepido.  Non 
sembra  indigeno  alkotina  ali.  al  più  comune  inkudini.  E  scam- 
bio di  suff.  in  fràziijga  e  ranziijfin,  rancido,  cfr.  lucch.  Pieri 
XII  174;  e  così  in  ingratité,  cfr.  nm.  180,  eh' è  però  esempio 
da  poco.  —  Gali.  Intatto:  hredit,  buda  abbudassi  farsi  folto 
Rom.  XX  56,  kruda  sudpri  {prudi]  ridi  mediku  ìnedicina 
grdida  predika  ecc.  Ritorna  con  t:  alkotina,  ma  anche  fritu 
friliira  freddo  -ura;  e  infine  fraciku  o  frdzikit  e  fy^acikumi 
fracidume  ràiwiku  o  rdnziku.  Parrebbe  dissimulato  per  r  in 
marudda  medulla;  ma  cfr.  il  còrso  merolla.  —  Còrso.  Di  so- 
lito si  mantiene  :  fìdu  krudu  sudore  ecc.  ;  ma  nel  bst.  passa  in 
t:  strila  strido,  vite  ridere,  matonna  ankùtina,  dissdpitu  [it.  ani 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  cerso.  Cons.  esplosive  177 

clissapitd]  scipito,  con  cui  passino  f/^etic  om.  fritte  e  matalena. 
Torna  il  r  in  m^rolla.  Di  pula  apluda  v.  Flechia  II  329  e  M  -L. 
it.  gr.  97  n. 


184.  Iniziale.  Prescindendosi  dal  nm.  193,  il  sass.  non  co- 
nosce se  non  qualche  alterazione  che  gli  viene  dal  logudorese; 
così:  bu'cu  polso,  hargamina  9,  veljylgga  pertica.  —  Gali,  uel- 
tika,  oltre  hesudulói  pisello.  —  185.  Interno  tra  vocali.  Nel 
sass.  è  costantemente  hb:  abbi  ape,  kabbu  akkabbd  Ascoli  XI 
431,  kdbbula  contrada  regione,  kabbidannu  6  n.,  gobbuva  156, 
cobbu  30,  aJiJipbba  ihUpbbulu  scopa,  iJiJiobbiri  log.  ishobile  spaz- 
zaforno, apprpbbic  28,  zìnibbiri  ginepro,  prubbdini,  ai^ribbà 
V.  less.,  sabbe',  sabbard  56,  ecc.  Dileguato  dinanzi  a  tonica  la- 
biale in  ziorjda  40  ^  È  m  nell'ultima  dello  sdrucciolo  in  veK- 
Jiamii  vescovo,  cora'  è  pure  nel  log.  e  gali.  ;  esempio  che  ricorda 
Giacomo  da  Jacopo.  E  Pìhkd'u  sarà  rifatto  sull'it.  pevere.  — 
Gali.  Generalmente  intatto:  apa  kapu ,  kapuld  varcare  {erani 
kapidendi  lic  koddic  varcavano  il  colle)  kupalta  coperta,  ppat^a 
pgpulit  fepiu,  sape,  alikapità  log.  akkabidare  raccogliere  Ascoli 
XI  430,  ecc.;  ma  spesso  digradando  in  b  d  dilegua  o  si  voca- 
lizza giusta  il  nm.  134:  arrea  arrida  arriva  -are,  malsauritu 
mal  saporitu  insipido,  poaru  e  poru,  suard  e  surà  sceverare, 
ciudcla,  shda  *stupula  stoppia  Ascoli  II  144  n  ecc.;  e  qui  si  tol- 
leri il  curioso  caso  di  p  (del  nesso  sp)  in  v  che  è  in  keoia  zolla 
piota,  divariato  dal  log.  keoa  ali.  a  kesva  kerva  cespes  Ascoli 
1.  e.  —  Còrso.  Più  spesso  si  conserva:  apa  kapu  skopa  ni- 
pote ecc.;  ma:  dissdbitu  dissapidu  ecc.;  è  v  in:  kavezza,  sa- 
vore peoaru  bst.  navoni,  ecc.;  e  si  arriva  al  dileguo:  puareilu. 
Il  g  da  V  è  nel  bst.  prigosta  prevosto.  —  186.  MP.  Sempre 
intatto;  solo  nel  gali.,  quasi  eccezione:  àrabida  ambidiita.  — 
187.  PR.  Sass.  V.  nm.  193.  Interno  tra  vocali  si  riduce  a  bbr: 


^  Rasenteremmo  il  sass.  putta  pigola  nm.  19,  crs.  pìulu  lìiulellu  pulcino, 
ammettendo  l'etimo  pipilat  Diez  less.  s.  piva,  cfr.  Kòrt.  OlGO  ;  ma  più  mi 
par  probabile  la  congettura  del  M.-L.,  it.  gr.  124,  che  si  tratti  di  voci  ono- 
matopeiche. 


178  Guaniorio, 

sohbra  nòbi-lH;  ahbrl.  11  nesso  è  risolto  per  metat.  in  krahha 
e  derivati  lirabhittu  krabhaggu  ecc.  —  Gali.  Ora  il  nesso  con 
la  sorda:  supra  liaprittu  kapriplu,  knprenda  coperta,  seinpri; 
ora  con  la  sonora:  atri  abrili  e  da  qnesta  al  v:  avru  aper  e 
polkuL'ru  porcus  aper  cinghiale,  log",  porkabru.  —  Córso:  hapra 
sopra  supranu  il  maggiore,  aprile,  sempre]  ma  anche:  leora 
lepre ,  inkavriidassi  la  vina  mettere  i  tralci  v.  less.  s.  kavriu. 
—  188.  PS.  Sass.  Di  norma  assimilato:  kissu  mafessi,  làssana 
lapsana  senapa;  ma  d'altronde;  kasa,  malpru  kaseri  falegname, 
gisu,  nisunu  ne  ipse  unu.  —  Còrso.  Ancora:  kuessit  stessu, 
su  sa  ipse  -a  codesto  -a,  om.  'ssu  'ssa,  nissunu,  g'essw,  ma  kasa 
kasunetta  e  talora  anche  nisunu.  —  189.  PT.  Sass.:  selli  nella 
*nepta  (ma  più  comunem.  nibbodcli)  grulla,  rikallu  ricap[i]tu 
cibo,  azzitld.  —  Còrso.  Ancora:  akkalld  ecc.;  e  il  solito  caso 
di  dileguo  protonico  in  simana  settimana. 

B. 

190.  Sass.  Per  b-  iniziale  v.  nm.  193.  Mediano  tra  vocali,  di 
norma  dilegua,  cfr.  nm.  134;  seu  sebu,  bii  bibis,  ui  ima  ubi 
in-ubi,  kua  nascondiglio  kud  cubare  nascondere,  nui  nube,  ruu 
e  ru  rubu  rovo,  kannau  cannabis,  sula  subula  lesina,  suld  su- 
liltu  sibilare  soffiare  leggermente  fischio  leggero,  kilidu  cubitu, 
siiaru  suber,  faula  faulaggu  6,  pardula  parola,  laula,  triula  -d 
trebbia  -are  triulas  giugno  il  mese  delle  trebbiature  6  n,  laoru 
labor  seme  laurd  laborare  arare,  aulpi  abortire  (delle  bestie), 
illierd  liberare  partorire,  ecc.  Rimane  talora,  e  assume  il  suono 
speciale  che  segniamo  per  b  v.  nm.  193  e  ITO"":  abia  aveva  fa- 
biddd  fabeddu  marabila  pjmbenda  74.  Nelle  desinenze  dell'impf. 
in  -abam  si  ha  b:  amaba  kanlaba  ecc.,  mentre  in  quelle  in 
-ibam,  originali  o  analogiche,  s'ha  il  dileguo:  fìnìa  drummia', 
abìa',  timmla  kridia,  È  voce  logudorese:  tùvara  tuber  specie 
di  tartufo.  Dov'  è  -bb-,  siamo  al  -p-  dal  log.  o  a  voci  della  col- 
tura: debbi  debbilu  log.  depel,  kubba  botte  log.  kupa ,  sùbbidu 
abbila  e  simili.  —  Gali.  A  formola  mediana  tra  vocali  il  di- 
leguo è  costante:  bì  bere,  kti  eccu'ibi,  ftkriu  skrìi  scribo  -is. 
kaaddu,  kannaillu  dimin.  di  cannabis  cordicella,  koa  kud  kua- 
iQffg'u   nasconde  -ere  -iglio,  uitu   cubitu,  laori    biade,  aemmu 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  ci'irso.  Coiis.  esiilosive.  179 

illiard  aulti  priieada,  nftuìa  nube,  didida  faida  paràala  laida 
faiddd  maraila,  ecc.  ;  cosi  in  tutte  le  desin.  dell'  impf.  :  amaa 
aia  sapia  vidia  ecc.;  e  cosi  il  second.  in  ea  (eb.a)  acqua.  Nei 
pochi  casi  in  cui  si  conserva,  provenienti  di  solito  dalla  lingua 
dotta,  volge  nel  clng.  a  p:  hupa  botte,  sépiiu  depila  liparadori 
e  simili.  —  Còrso.  Iniziale  è  ben  saldo,  tranne  qualche  raro 
caso  di  (j-,  che  andrà  con  quelli  del  nm.  131  :  bst.  gudelle  bu- 
dello, bst.  guaja  baja  sclierzo.  Interno  tra  vocali ,  talora  cade  : 
fola  kapufulacu  G  I,  due  dove,  diàule  taula  o  loia  46,  lùaru 
uber,  con  l'articolo  agglutinato,  poppa  delle  capre,  trud  trovare, 
nulli  nubilu  ecc.;  impf.  andaa  kridia  ecc.;  e  con  l'epentesi  di  J: 
beju  heje  bibo  -ere;  ma  anche  rimane  spesso  allo  stato  di  v: 
duce  kivi  eccu'ibi,  fava  seou  leDeccu,  diva  cibu  trippa  cfr.  log. 
kiu  midollo,  cova  9,  ora.  aj.  liàkkavu  caccabu  pignatta,  donde 
kakkamtnà  cuocere  lentamente  Kòrt.  1450,  góvitu  silvaru  trì- 
volu  nilvulu  ecc.  ;  e  si  determina  anche  in  p  :  kipio  cibo  vapu 
babbo,  tacendo  di  kànapa  it.  canape',  com'è  rp  da  rb  nel  bst. 
surpd  sorbire,  e  similmente  nel  gali,  sulpi  o  bi  a  solpu.  — 
191-2.  BR.  Sass.  Iniziale  si  conserva:  hrazzu  brebi  ecc.,  ma  di- 
venta però  fr-  in  franka  v.  less.,  e  perde  il  h  in  rokku  piuolo, 
se  è  r  it.  brocco  fuscellino  Kort.  1353.  Interno  tra  vocali  si  ge- 
mina: labbra  libbra  libbra  ecc.;  il  nesso  è  sciolto  per  metat. 
in  fvibbaggu  februariu  e  frailaggu  fabrilariu.  Assoluto  dileguo 
del  b  in  kulivi  Vdribru  cribru  120  e  in  kulpra  colubra  41 , 
comuni  col  log.  —  Gali.  Di  solito  intatto  a  qualunque  formola  •' 
bracca  br irida  briglia  ecc.  ;  labru  libra  libra  ecc.  ;  ma  clng. 
lapru  lipru  lipra.  Risoluto  il  nesso  per  metat.  in  fraikà  fabri- 
care,  frcbba,  e  dilegua  probabilmente  il  b  in  inirind  cfr.  log. 
interinare  metat.  di  *intene[b]rare  e  inleriginare  *intenebricare, 
cfr.  rum.  hiiunerecd.  —  Còrso:  bracca  breske,  brenna  crusca, 
brenna  brani  (p.  e.  le  pinatte  andqnu  in  brenna),  briìa  \briaku 
imbriaku],  brusta  brace  spenta,  che  è  pur  del  tose,  e  del  log. 
da  *bruslulare  Kort.  2032,  imbrustolate  castagne  arrostite,  ecc.; 
ma  il  b  può  cadere:  riaku  briaco,  ramma  brama;  mediano,  di 
solito  resta:  labru  libra  ecc.;  ma  può  volgere  a  -v)--:  attovre, 
oppure  a  -pr-:  lipra,  o  perdere  il  b:  feracu  febbrajo,  cfr.  fer- 
rajo  di  quasi  tutta  la  Toscana,  tranne  Firenze.  La  solita  metat. 
in  frebba. 


180  Guarnerio, 

Accidenti  generali. 

193.  Alterazioni  transitorie  delle  consonanti  iniziali. 

Sassarese. 

Molto  estese  e  variamente  atteggiate  codeste  alterazioni,  se- 
condo la  qualità  dell'iniziale  sorda  o  sonora  e  secondo  la  com- 
binazione sintattica  in  cui  detta  iniziale  si  trova.  S'iia  una  com- 
binazione da  dirsi  debole^,  quando  l'iniziale  è  preceduta  da  pa- 
rola uscente  in  vocale  non  accentata,  che  insieme  o  in  ispecie 
vuol  dire  dagli  articoli  hi  la  li,  dai  pronomi  proclitici  mi  ti  si 
zi  hi  ni  hi  li,  dalle  preposizioni  di  da,  dai  pronomi  personali 
noi  voi,  dalla  particella  vocativa  o,  dall'avverbio  dabbpi,  dalle 
voci  verb.  sei  es  e  vai  imperai.,  unitamente  con  tutte  le  3®  prs. 
sng.  e  pi.,  tranne  le  poche  che  distingueremo  più  in  là.  S'ha 
all'incontro  la  combinazione  da  dirsi  forte:  I.  dopo  una  pausa 
qualsisia;  e  vuol  dire,  non  soltanto  dopo  le  pause  logiche  al 
chiudersi  del  periodo,  della  pi'oposizione,  del  capoverso,  ma  pur 
nelle  pause  lievissime  che  provengono,  per  motivi  svariatissimi 
dalle  inflessioni  che  la  voce  assume  nel  discorso;  II.  dopo  una 
parola  uscente  in  consonante,  che  in  fondo  vuol  dire  dopo  l'ar- 
ticolo indeterm.  uìi  e  le  preposizioni  in  han',  III.  dopo  una  pa- 
rola uscente  in  vocale  accentata;  lY.  dopo  i  monosillabi  procli- 
tici segnati:  e  et  (comprese  le  locuzioni  comparative:  k'e,  kanV e, 
komin'e,  kament'e,  cfr.  Schuchardt  1.  e.  18  e  D'Ovidio  IV  180, 
cui  s'unisce  ìind' e  dove),  ne  nec,  no  non,  a  ad,  pa  per,  a  aut, 
si  se  congiunz.,  ma,  ga,  più,  ki  quid  quod  che,  ki  quis?,  ka  quale, 
a  habet,  e  est,  so  sunt,  pò  potest,  vp  *volet,  tre  tres,  di  dies,  tu, 
ine'  to'  so'  aggettivi  possessivi  d'entrambi  i  generi  e  numeri,  te 
toni,  fa'  di'  da'  Ipa'. 


*  Cfp.  Schuchardt,  Les  modifications:  si/ntactiques  de  la  consonne  initiale 
dans  les  dialectes  de  la  Sardair/ne  ecc.,  Rom.  Ili  1  sgg.  Egli  pel  primo  studiò 
questi  fenomeni  e  segnò  da  maestro  la  via  per  la  quale  si  deve  mettere 
chiunque  voglia  continuare  l'indagine.  Anche  è  da  vedere  la  monografia 
del  principe  Luigi  Luciano  Bonaparte  ;  Inilial  mutations  in  the  Living 
Celtic,  Basque,  Sardinian  and,  Italian  Dialects,  Philological  Society,  Lon- 
dra 1882-83,  che  largamente  studia  i  fenomeni  dialettali  italiani  in  con- 
fronto con  gli  idiomi  celtici;  ma  non  ò  qui  il  luogo  di  giovarsene. 


Il  sassarese,  il  gallureso  e  il  còrso.  Accid.  generali.  181 

Se  la  consonante  iniziale  è  una  momentanea  o  fricativa  sorda, 
l'alterazione  è  qualitativa;  l'iniziale  cioè  s'altera  perchè  di- 
venta sonora  nella  combinazione  debole.  Nella  combinazione  forte, 
all'incontro,  non  ne  avviene  alcuna  alterazione.  Così  trattandosi 
di  K,  avremo  :  un  kori  ali.  a  lu  f/ori,  a  kuaranla  ali.  a  di  <jua- 
ranta;  trattandosi  di  P:  un  ■pohhnlu  ali.  a  lu  hpbbidu;  di  t; 
e  terra  ali.  a  la  derra.  Similmente  per  il  e  proveniente  da  cl  : 
camma  ali.  a  lu  gamma]  per  or:  krabda  capra  ali.  a  la  grabba; 
per  PR:  preddi  ali.  lu  breddi  prete;  per  tr:  trucida  ali.  a  la 
drudda.  E  nell'ordine  delle  continue,  per  f:  un  (ilglu  ali.  a  lu 
uilplu;  per  s:  un  santu  ali.  a  lu  s'antu',  coi  quali  passi  l'esito 
sibilante  di  e-:  in  zelit  ali.  a  lu  zelu. 

Se  invece  l'iniziale  è  una  sonora,  l'alterazione  è  quantita- 
tiva. L'iniziale  cioè  non  cambia  di  grado  e  serba  la  schietta 
pronuncia  nella  combinazione  debole;  e  l'ha  intensa,  come  di 
doppia  nella  forte  ^  Dov'è  da  notare  che  c'è  come  un  contrasto 
tra  il  caso  delle  sorde  e  questo  delle  sonore;  poiché  per  quelle 
la  schietta  condizione  originaria  è  nella  combinazione  forte  e 
l'alterata  nella  debole,  mentre  per  queste  la  condizione  origi- 
naria è  nella  debole  e  l'alterata  nella  forte.  Così  per  d:  a  lu 
re  ddemmu  dina  o  ddetnmu  dina  a  lu  re  ^.  Similmente  dicasi 
di  R,  M,  n;  ma  è  da  notarsi  che  la  lor,o  modificazione  è  lievis- 
sima, onde  sfugge  ad  orecchio  men  che  esercitato  ed  attento.  Il 
L  va  però  esenta  da  ogni  alterazione  (tranne  naturalmente  il 
caso  di  allu  alla  ali.  a  di  lu  da  la  ecc.).  Riguardo  alle  sonore 
palatine  è  da  avvertire,  che  il  suono  occorrente  nella  combina- 
zione debole,  cioè  il  suono  a  cui  diamo,  secondo  la  norma  ge- 
nerale dianzi  espressa,  la  qualificazione  di  pronunzia  schietta, 
è  sempre  _/,  che  è  quanto  dire  il  normale  riflesso  di  j-,  g'-,  gl-, 
DJ-,  BL-,  e  insieme  il  riflesso   sporadico  di  e-,  g-,  cl-;  il  quale  j 


'  Rispetto  alla  preferenza  delle  consonanti  doppio,  v.  le  acuto  osserva- 
zioni dello  Schuchardt  I.  e.  7-8. 

*  Come  in  tose,  anche  nel  sassarese,  drju  deus  ha  sempre  d-  intensa, 
sia  nella  combinazione  debole,  sia  nella  forte:  lu  ddeju,  adurà  a  ddrju, 
krid'i  in  ddrjn,  cfr.  D'Ovidio,  Bi  alcune  parole  che  nella  'pronuncia  toscana 
producono  il  raddoppiamento  della  consonante,  iniziale  della  parola  ser/icente, 
in  Propugnatore  V  *. 


182  (iuarnorio, 

si  rialza  in  g-  nella  forte.  Onde:  lu  jogfju  ali.  a  tre  fjpyf/i;  la 
jenli  ali.  a  h'Mi  geiiii]  la  janda  ali.  a  pa  ganda;  di  jossc  ali. 
a  in  gossu;  la  jalpe>mna  ali.  a  pa  galpemmd;  lu  jattu  ali.  a 
un  gattu  ;  la  jaddu  ali.  a  im  gaddu  ;  la  jeza  ali.  a  in  geza. 
Fanno  eccezione  alcuni  nomi  che  mantengono  il  g-  in  qualsiasi 
combinazione:  gohaìm  guhintura  guhaneddu  ginnaggu  gorra', 
ma  son  voci  accattate. 

Non  sarà  superfluo  notare,  che  a  formola  mediana  s'ha  quasi  il  riscontro 
del  fenomeno  che  ora  studiamo  per  l'iniziale.  Nel  caso  cioè  delle  sorde, 
s'ha  a  formola  interna,  tra  vocali,  lo  stesso  esito  che  nella  combinazione  de- 
bole, vale  a  dire  la  conversione  in  sonora,  che  si  pronuncia  intensa,  come 
doppia:  fo^gu  vidda  kabbu;  e  dopo  consonante,  in  voce,  la  condizione  inco- 
lume, come  nella  combinazione  forte:  manku  kantii  tempii.  Fa  eccezione  e 
da  CL,  che  a  formola  interna  tra  vocali  si  conserva  di  norma  intatto  e  ge- 
minato :  veccu\  può  però  darsi  anche  la  sonora:  habiggn.  Nel  caso  poi  delle 
sonore,  a  formola  mediana,  sia  tra  vocali  e  sia  dopo  consonante,  s'ha  sempre 
la  esplosiva,  che  tra  vocali  si  raddoppia  :  inguljni  ppggu,  kinga  vegga. 

Stanno  da  sé  b-  e  y-,  che  in  parte  coincidon  nelle  loro  alte- 
razioni. Dato  il  B-  etimologico,  egli  assume  pronuncia  intensa 
nella  combinazione  forte,  e  si  riduce  nella  debole  a  un  suono 
particolare:  h,  che  tramezza  tra  beve  che  il  Bonaparte  chiama 
^h  spagnuolo,  meno  la])iale  che  il  b  toscano'':  ìoi  bbpi  ali.  a 
li  boi.  Ma  dato  all'  incontro  un  b  sass.  da  gutturale,  egli  si  con- 
serva sempre  intatto  a  formola  iniziale,  mentre  a  formola  me- 
diana tra  vocali  s'attenua  anch'esso  in  b:  éba  acqua.  Anche  al- 
cuni b-  etimologici,  come  be  bene,  non  subiscono  il  cambiamento 
testé  notato,  cfr.  log.  in  Sp.  or.  I  12  n.  Il  v-,  che  si  mantenga 
incolume  nella  condizione  assoluta,  si  fa  v  di  pronuncia  intensa 
nella  combinazione  forte,  e  b  nella  debole:  e  vvimi  ali.  a  lu 
binw,  ma  se  è  b-  nella  condizione  assoluta,  riman  tale  nella 
posizione  forte,  mentre  riesce  ancora  a  b  nella  debole:  trn  boii 
ali.  a  li  bozi.  Ciò  non  parve  molto  chiaro  allo  Schuchardt  1.  e.  12, 
perchè  nel  caso  del  b-  in  b-  si  avrebbe  un  affievolimento  e  nel- 
l'altro di  V-  in  b-  un  rinforzamento.  Io  credo  però  che  contrad- 
diziono non  vi   sia;  e  di   vero,  nel  secondo  caso   non  si  tratta 


*  Osservazioni  sulla  proìiuncia  del  dialetto  sassarese.,  in  sm.  v. 


II  sassarese,  il  c,-aUiirese  e  il  còrso.  Aecid.  ojencrali. 


183 


più  di  un  V-,  ma  di  un  b-  sass.  che  entra  nell'analogia  del  b- 
etimologico.  Gli  esiti  di  b  e  y  a  formola  mediana,  concorrono  a 
dimostrare  che  il  v  è  trattato  come  b  ;  perchè  v  dietro  conso- 
nante dà  sempre  b:  kumbihi  imbuliggd  abbizzà  ecc.,  e  tra  vo- 
cali dà  b.  Onde,  dall' un  canto:  ab'ia  fahiddà  ecc.,  e  col  dileguo: 
uni  nube;  e  dall'altro:  cobi  chiave,  ita  uva. 

Particolare  ò  anche  il  caso  della  gutturale  sonora  g,  che  in- 
tatta nella  posizione  forte,  dilegua  talora  nella  debole:  in  gola 
ali.  a  la  'ola',  a  cui  corrispondono  a  formola  interna:  longii  ali. 
a  lea  legai. 

È  da  osservare  infine,  che  le  alterazioni  qualitative  non  sono 
mai  espresse  nella  scrittura  ;  e  delle  quantitative  sol  quella  di 
g  di  contro  a  j.  A  miglior  evidenza,  ecco  ora  riassunte  in  uno 
specchio  tutte  le  alterazioni  qui  discorse  : 


Alterazioni  qualitative  (cons.  sorde). 

C,QU: 

uìi  ho  ri 

manku 

lu  goìi 

f9§g^'' 

T: 

e  terra 

kantu 

la  derra 

vidda 

P: 

un  ppbbulu 

tempre 

lu  bgbbula 

kabbu 

CL: 

a  camma 

celcu 

lu  gamma 

veccu  kabiggit 

CR: 

kun  krabha 

inkrasUi 

la  grabba 

saggru 

PR: 

hun  preddi 

kuniprà 

li  hrnldi 

sobbra 

TR: 

kun  trudfja 

intra 

la  dm  (Ida 

laddru 

F: 

un  filo  Ili 

unfià 

lu  vilplu 

buvoni 

S: 

un  santa 

pensa 

lu  s'antu 

ros'a 

C: 

in  zpIu 

kunzibbi 

lu  zelu 

dizi 

Altera 

ZIONI    QUANTITATn 

'E  (cons.  sonore). 

D: 

a  lu  rr  ddnnmu 

kandic 

dcmmu  dina 

feddi 

R: 

un  rrc- 

— 

hi  re 

merrula 

,1: 

pa  yogjju 

ingulpu 

lu  3990^ 

P?ÙÙ^'' 

G: 

kun  genti 

fingi 

la  jenti 

leggi 

DJ: 

in  (fossu 

agguiìi 

di  jossu 

nùùi 

GL: 

e  (janda 

hinga 

la  janda 

vegga 

BL: 

pa  yalpQìmìià 

— 

la  jalpemma 

— 

C: 

un  yattu 

— 

lu  jattu 

— 

G: 

un  f/addu 

— 

lu  jaddu 

— 

CL: 

in  f/cìa 

— 

la  jeza 

— 

B: 

un  bboi 

cambà 

li  boi 

abia  imi 

[e  baltiaj 

— 

[una  battiaj 

[eba] 

V: 

e  vvinu 

kumbifu 

lu  binu 

cabi  uà 

tre  bosi 

— 

li  bozi 

— 

G: 

in  gola 

lonOii 

la.  'ni a 

lea 

184  GuariKirio, 


G  a  ]  1  u  r  e  s  e , 


La  combinazione  debole  o  forte  dell'iniziale  è  determinata 
dalle  stesse  ragioni  che  vedemmo  nel  sassarese;  ma  alle  voci 
che  s'accoppiano  con  e  et,  son  qui  da  aggiungere:  fui  e  Un  e 
fino  a,  V.  nm.  233;  e  insieme  passi  anche  duì^  che  in  composizione 
con  vinti  trenta  ecc.  impartisce  il  suono  forte,  come  appunto  vi 
precedesse  un' e:  mniiddid  trentaddui  ecc.,  mentre  nel  sass. : 
mniidui  ecc.;  questo  ha  più  della  pronuncia  log.  vintiduos,  quello 
della  toscana:  ventiddue. 

Nel  gallurese,  le  modificazioni  sintattiche  hanno  però  molto 
minore  estensione.  Non  vi  si  conoscono  le  alterazioni  dell'esplo- 
sive sorde;  le  quali  rimangono  incolumi  in  questo  dialetto,  anche 
a  formola  interna  tra  vocali.  Solo  per  le  fricative  sorde  s' ha 
l'alterazione;  ma  non  però  ben  distinta  se  non  per  il  s-,  che  è 
sordo  nella  combinazione  forte,  e  sonoro  nella  debole:  kun 
sanile,  he  s'antu.  Pel  f-  ho  raccolfo  sporadicamente  qualche  caso 
d'alterazione,  p.  es.  a  jìrfg'idd  ali.  a  lu  vig'g'ula;  e  sono  forse 
mere  infiltrazioni  del  sass.  o  del  log.  —  Quanto  alle  sonore,  il 
D-  assume  nella  posizione  forte  il  suono  intenso,  quasi  dd-,  simile 
all'it.  in  denaro,  e  nella  debole  il  semplice  d,  siinile  all'it.  in 
credito:  tre  ddind  ali.  a  lu  dind^',  e  analogamente  nell'esito 
di  CL-:  ire  e  e  ai  ali.  a  la  cai.  Le  più  sensibili  delle  modifica- 
zioni sono  offerte  dal  suono  speciale  g"  normal  continuatore  di 
j-,  g'-,  del  nesso  gl-,  e  sporadicamente  di  g-  cl-  bl-.  Il  suono  g", 
che  è  nella  combinazione  forte,  si  affievolisce  in  j  nella  debole 
(che  è,  in  termini  diversi,  il  giusto  parallelo  di  quello  che  ci 
dava  il  sassarese):  e  g~ustu  ali.  a  he  j asili,  a  g''innard  ali.  a 
di  jinnard,  kun  g'accu  ali.  a  lu  jaccu,  tre  g''addini  ali.  a  li 
jaddini,  in  g^eza  ali.  a  la  jeza,  a  g''astimrnà  ali.  a  la  jasiim- 
ma  ^.  —  Il  V-  mentre  è  saldo  nella  combinazione  forte,  tanto  si 
attenua  nella  debole  da  non  lasciare  che  una  lievissima  aspira- 
zione: kuìi  vvinu,  la  'inu.  Concorda  col  sass.  il  caso  isolato  di  g- 
gutturale,  che  talora  tace  nella  posizione  debole:  kungida  la  'ula 


*  Ancora  qui  fuor  di^la  noi-iiia  la  voce  dru,  che  ha  sempre  suono  forte: 
lu  ddeu,  adiirà  a  ddeii,  kridè  in  ddru. 

*  Se  si  ha  e-  o  f)-  come  risultanza  di  j-  o  g',  rimangono   intatti:  cqanu 
caldinu  gugijula  e  simili,  che  sono  però  voci  importate. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Accid.  generali. 


185 


Alterazioni  qualitative  (cons.  sorde). 


S: 

trij  santi 

pensu 

li  s'anti 

rgs'a 

F: 

a  fiffgulà 

glfanu 

lu  v'ig'g'ida 

— 

Alterazioni  quantitative  (cons.  sonore). 

CL: 

tre  e  e  ai 

incappuzzà 

li  e  ai 

ne  cu 

D: 

tre  ddinà 

mundii 

lu  dina 

kredu 

J: 

e  g~ustu 

ing~iistu 

lu  justu 

raag(ju 

G': 

a  g~i}iìiard 

— 

di  jinnarà 

kffg'i 

GL: 

kiiìi  gaccn 

ì(ng~a 

lu  jaccu 

viggo 

G: 

tre  gaddini 

— 

li  jaddini 

— 

CL: 

in  geza 

— 

la  jeza 

— 

BL: 

a  g'astimtnd 

— 

la  jastirmna 

— 

V: 

kun  vvinu 

kolbu 

lu  'imi 

e  ai 

G: 

kun  gula 

Inngu 

la  'ida 

fau 

Còrso. 
Nelle  stesse  condizioni  del  gallurese.  Solo  è  da  notare,  che 
tra  le  voci  determinanti  la  combinazione  debole,  qui  entra  l'ag- 
gettivo possessivo  d'ambo  i  generi  e  numeri  mio',  la  mio  vona 
bst.;  e  tra  le  determinanti  la  combinazione  forte,  la  particella 
vocativa  o:  o  g'uvd!  I  fenomeni  son  comuni  al  csm.  e  all'om. 
in  ordine  al  s-,  all'  esito  j  di  j-  g'-  gl-  cl-  g-  bl-,  a  b-  br-  e  a 
V-;  ma  è  solo  dell' om.  la  moditìcazione  del  F-;  onde,  se  ne  togli 
l'alterazione  del  b-  che  manca  al  gali.,  tutte  le  altre  sono  co- 
muni tra  gali,  e  còrso,  salvo  le  differenze  circa  il  v-. 

Alterazioni  qualitative  (cons.  sorde). 


S: 

un  santti 

mansu 

lu  s'antu 

rns'a 

F: 

zen  fiddglu  om. 

ór  fatiti 

lu  viddglu  om. 

buvonu 

Altera 

ZIONI  quantitatia 

/■E  (cons.  sonore). 

CL: 

fu  e  elisa 

torc'u 

porta  c''usa 

aree  e  a 

J: 

0  ffuvà 

infustu 

di  Juvannu 

tnagu  o  ìnacu 

G': 

hun  g'ente 

fng~e 

la  jenie 

legge 

GL: 

a  gandM 

sinffozzu 

la  janda 

Uggà. 

G: 

tre  galli 

— 

li  jalli 

— 

CL: 

in  gesa 

— 

la  jesa 

— 

BL: 

e  gastemma 

— 

la  jastemma 

— 

B: 

e  bbonu 

imberkà 

lu    VOÌIU 

semi 

BR: 

kun  hbrnmma 

irnbriaku 

la  vraìnma 

attovre 

BL: 

tre  blocei 

— 

i  vlocci 

— 

V: 

e  bbeccu 

imbecca 

la  vecca 

ngvu  fguj 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV. 


la 


186  Giiarnorio, 

Accento.  194.  Prescindendo  dai  casi  di  estesa  ragione  (come  sass.  fìg- 
f/adu  19),  e  dagli  accidenti  analogici  nella  conjugazione  (nm.  219  e  231), 
mi  restano:  sass.  pittorra  pectora  petto;  gali,  kuppiuli  ali.  al  sass.  kup- 
piglu  gemello  117  dov'è  forse  uno  scambio  di  suff. ;  gali,  ambula  ampulla 
102,  uitu  ali.  a  §ùitu  rifatto  sul  log.  kuidu  156,  sirintma  serotina  sera  66 
attratto  nell'analogia  dei  temi  in  -Inu.  —  Geminazione  e  sdoppia- 
mento. 195.  Sass.  Caratteristico  il  raddoppiamento  delle  sonore  mediane, 
provenienti  dalle  rispettive  sorde:  e  in  gg  158,  t  in  dd  180,  p  in  bb  185; 
CR  in  g^r  162,  tr  in  ddr  182,  e  pr  in  bbr  187-  Si  gemina  inoltre  il  -e-  ri- 
sultanza di  CL  107,  il  -g-  continuazione  di  J,  dj,  cl,  g',  77  93  108  175;  il  n 
nella  seconda  dei  proparossitoni  144,  il  m  153  e  sporadicamente  il  l  98  e 
il  R  119.  —  Gali.  Più  rara  la  geminazione;  è  costante  solo  pel  n  144,  pel 
M  153  e  pel  r  119;  sporadicamente  si  raddoppia,  oltre  il  l  98,  anche  il  t 
180.  —  Córso.  Rara  pur  qui  la  doppia,  tranne  che  per  l,  n,  m;  ma  Tom. 
zcv.  offre  pur  la  geminazione  del  e  158  e  del  t  180.  Caratteristico  ad  en- 
trambe le  varietà  crs.,  csm.  e  om.,  lo  scempiamento  del  doppio  rr  primario 
119  e  second.  126.  —  Assimilazione.  196.  Sass.  Di  nu  nell'iato  85,  di 
Mj  86,  di  Rs  124,  di  rn  126,  di  mn  148,  ct  166,  cs  168  e  ps  188;  oltre  la  carat- 
teristica di  Is,  Iz  (rz)  103  e  124,  re  (le)  121,  ri  122,  e  cfr.  128  (infin.  e  pron. 
enei.).  Di  sillaba  a  sillaba;  cuccù  107,  zozza  112,  UUìinhidda  scintilla,  dove  si 
complica  con  la  metal.,  cfr.  log.  iskintidda  e  istinkidda.  —  Gali.  Ritornano 
i  sopraddotti  casi  normali  dei  nm.  85  86  124  ecc.,  tranne  103  121  e  124. 
Tra  parola  a  parola  147.  —  Còrso.  Comuni  i  nm.  85  128  148  166  168  188; 
cui  s'aggiunge  ld  in  il  105;  e  per  Tom.  torna  rn  in  rr  r  126  e  di  più  nd 
in  nn  151;  di  sillaba  a  sillaba  133.  Più  complicate  nei  nnpp.:  ceccé  Fran- 
cesco, Ielle  Elena,  miynmu  ni  emme  rné  vezzeggiativi  di  'Domenica',  o 
simili. —  Dissimilazione.  197.  Sass.:  ùrruln  119,  kuliri  120,  kaloniggn 
143,  limola  143;  e  per  ettlissi  di  r:  rulpagga  51,  faggu  118,  dareddì' 
182  araddu.  —  Gali.  Ancora:  ùrrulu  hiiliri  darHu  e  simili;  majaìa  6. 
<ilkgtina  143,  lumina  143.  —  Córso:  colu  96;  bst.  reafe  leale,  epe.  ferale 
murtale  120,  om.  alkntiiia  143;  hu§ómbaru;  gròmbulu  ^rémbidu  113,  e  an- 
cora il  dileguo  nei  casi  del  nm.  182.  —  Aggiungimenti.  198.  Sass. 
Oltre  la  prostesi  costante  di  i  din.  a  s-  137,  e  la  sporadica  di  ./-  ai  nm.  75 
155  e  171,  assai  frequente  Va-  aggiunto  innanzi  a  r-  e  altre  consonanti  che 
si  raddoppiano  come  vi  fosse  il  prefisso  ad  (cfr.  srd.  mer.  e  sic.  Ascoli  II 
138  n  e  150  n):  arrabiegga  arrazunà  arruinegga,  arremunidda  remunita 
conservata  log.  arremonire  gali,  rimuni.^  annittd  nettare,  attujmintd  tormen- 
tare, ecc.;  qualche  volta  anche  in-:  innnmmii  nome,  imbalpu  basto  vrb.  — 
Gali.  Cfr.  nmm.  137  155  171  131.  Qui  pure  Va-:  arruinig'g'a  avvaldid  ad- 
disispirata  akkiinfglti  ecc.,  ma  preferito  Vi-  dinanzi  a  r-:   irrazoni,  irridi 


Il  sassarese,  il  gallureso  e  il  còrso.  Accid.  generali.  187 

ridere,  irriguddì  raccogliere,  irrispondi,  irribeddu  irribiddà  ribelle  -are,  ir- 
ribrstu,  irreski  riesca,  irrilocii  orologio  ali.  a  rilocii,  irrumgri  ecc.;  isolato 
innoììimu.  —  Còrso:  amba  arikurdd  ariskallà  askallà,  aniaccà  macchiare, 
allisu  liscio,  addisperatii,  assekku  seccatura,  ecc.;  talora  anche  /-  o  in-:  ir- 
rittu  ritto,  insinitria,  impumpata  in  pompa,  ecc.  Casi  isolati:  als.  denzani 
anziani,  bst.  skuasi  quasi  che  è  pur  d'altri  dial.  —  199.  Sass.  Vocale 
epentetica  è  nel  sass.  ùliimn  38,  gali,  turino,  tornire  log.  tórinu  tornio, 
kiùrrulu  chiurlo,  córso  taraskone  specie  di  ballo  cir.ìì.  trescone,  e  per 
l'inserzione  il  log.  taraska^.  —  200.  Sass.  Consonante  epentetica  in 
ìneju  cju  deju  10,  tpju  spjti  37,  kaddreja;  frusu  -a  61,  frusina  118;  but- 
trea  7,  ginelpra  lilpra  lelpru  allilpri  141,  trgnu  tuono;  ginterra  2,  zìn- 
3ula  76,  lìnzgla  87,  sinsilu  102,  pmdula  100,  findei  fini  fidelini  Flechia  II 
346,  ecc.  —  Gali.  Parimenti:  tpju  spju  e  inoltre  bpju  28,  frusu  brvttea  le- 
stru  e  simili;  trispru,  ancuga  94,  manharri  119,  runzikd  158,  sirintina  60, 
kumundinu  comodino,  insembi  24,  simbula  24,  bumbittd  131,  ecc.  —  Córso: 
meju  eju;  butteja  ideja  galeja  §ineja,  dreja  o  treja  Andrea,  ahreju,  mat- 
te ju  e  teju,  ecc.,  bpje  28,  duje  38,  epe.  lejone  26,  oltre  le  forme  verbali 
hcju  brje  21,  deja  4,  epe.  aveje  vuleje  e  simili  7,  e  purtaju  temeju  ecc.  63, 
per  tutta  la  qual  serie  cfr.  senese  Gorra  1.  e.  537;  fiàkhula  \)?,t.  fristià  118, 
ginestra  listra  ancostru  ecc.  141,  katraletta  cataletto,  skarina  squama  ecc.; 
nnhona  61,  ancua  bst.  ancuve  94,  bst.  minha  158,  angunia,  ma  per  minse 
V.  nm.  139;  sgambellu  sgabello  con  ravvicinamento  a  gamba;  grémbulu  e 
^ròmbulu  113,  calambella  om.  calamheddi  155,  kugombaru  158,  bst.  «mÒM 
amo  lenza,  ijrembiplu  grembiale.  —  201.  Sass.  Occorre  l'è  pi  tesi  di  -i, 
oltre  che  nei  comuni  noi  voi  dabbpi  sei  *ses,  sci  sex  ecc.,  altresì  in  mam- 
mai  mammà,  ei  è,  e  nelle  voci  uscenti  in  cons.  :  éddisi  illis,  lisi  [il]lis.  Di 
•ni  in  timi  tu,  treni  tre,  e  parmi  anche  in  unì  dove,  *u'  +  ni.  —  Gali. 
Oltre  gli  esompj  di  ragion  comune,  ancora  qualche  caso  di  -ni:  camtnani 
inf.  =  camma,  e7ii  è,  teni  te,  rcìii  re,  perpni  28;  ancora  sid  se:  sid  eu  se 
io.  —  Còrso.  I  soliti  esempj  di  -i;  e  per  -d:  perked,  hummed.  Frequente 
assai  csni. -ne  om. -m':  avane  {ava  +  ne)  ora,  olitane  kusine  cosi,  babane 
papà,  piune  più,  vone  voi,  e  negli  inf.:  amane  amare,  sentitte  ecc.;  om.  reni 
re,  babani  raaìnmani  funi  fu,  eni  è,  treni  teni,  kuini  qui,  vinini  venire  ecc.  — 
Suoni  co  ne  re  scinti.  202.  Dell'articolo  sono  esompj:  crs.  lazzu  88,  lùaru 
190,  laiiuc  lumbrelln,  Ingu  agio;  om.  luciminu  gesmino.  È  all'incontro  ab- 
bandono di  l-,  per  l'illusione   che  vi   si   avesse   l'articolo:  sass.  ilpinkanu 


*  Non  si  può  disgiungere  questa  voce  log.  dall' it.  tresca  di  cui  ha  il  si- 
gnificato; e  nulla  ha  essa  che  fare  con  lo  sp.  tarasca  figura  di  serpe  di 
cartone,  con  cui  la  confonde  l'Hofm.  160. 


188  Quarnerio, 

96,  crs.  ari  folli  orifoju  72,  osmarinu  119.  —  Dilegui.  203.  Sass.  Aferesi 
di  atona  iniziale:  rilo5u  90,  inadoni  100,  mulca  \07 ,  ri[/amii  143,  kona 
figura  imagine,  ecc.;  ettlissi  di  protonica  o  postonica:  62;  apo- 
cope: dina  e  i  vocativi  gampà,  mavima  sire  mamma  sirena,  ecc.,  oltre 
gl'infiniti  nm.  219.  —  Gali.:  licca  24,  ceclda  72,  rìlqcu  90,  ceUu  15,  stiu 
statiali  134,  suniia  178,  nata  anatra,  frizioni  afflizione,  [xmsnni  agasone 
cavallaro  log.  basone'\,  ecc.;  è  aferesi  di  sillaba  iniziale:  niparu  12.  Poi: 
preska  62,  steddu  62,  branu  branili  60,  ecc.;  e  infine  dina,  i  vocativi  e 
gl'infiniti.  —  Córso:  stintu  23,  razioni  orazioni,  ecc.;  frusteru,  herkera  47 
(srd.  karrig era),  vr anata  primavera, /ras/ia  poltrii  ecc.;  forga  breske  karku 
62,  salòli  165,  ecc.;  o  kiimà,  ininsè,  vabuzi  babbo-zio,  zio  paterno,  duttó  ecc., 
cfr.  inf.  219.  Nei  peggiorativi:  sfacciato,  simmo  scemone,  ecc.  Nei  nnpp.: 
assù  ceccé  (=  ceccekku)  frencé  kili  mari  maddalé  g~isè  gisep- 
pù  ecc.  —  Metatesi.  204.  Sass.:  cobbii  30,  cogga  33,  pinvaru  42,  gaggu 
guìnpà  106,  ecc.;  preddAisìmulu  18,  drammi  33,  trau  46,  pranizi  126,  drelpa 
142,  kralpaddii  167,  krabba  -ittu  -aggu  187,  frailaggii  frihbaggu  191,  drentu 
predda  preddu  vreddu  182,  ecc.;-  puddreddu  24,  funtumn  56,  kizina  82, 
ilpinkanu  9(5,  ilpp§gamii  158,  diddigeddu  mignolo,  ililìinkidda  196,  ecc.  — 
Gali.:  pigija  108,  cobbii  106,  ecc.;  drunimi,  preska  62,  prizzgsu  91,  hatrigga 
109,  dresta  ÌA2,  grastd  167,  brutgni  drentu  182,  fraikà  frebba  191,  frummihuli 
formiche,  drihheitu  decreto,  ingranici  ingarbugliare,  ecc.;-  kisina  82,  /?- 
stinhu  96,  intrinà  interi^inare  191,  kamasinu  magazzino,  cilaka  cicala,  ecc. 
—  Còrso:  gesalmina  75;  bst.  infulenza  influenza,  perua  50;  prsog~a  31, 
drentu  frebba  ecc.,  bst.  spadurnatii  epe.  spatiirnatii  182,  bst.  treatii,  om. 
skrupini  scoprire,  ecc.;  skiinternata  (con  inserzione  di  n  per  avvicinamento 
al  prefisso  kun-),  stahha  tasca  come  nel  genov.;  rustinku  bQ,  gradiva  gra- 
vida Mt.  42.  —  205.  Sass.  È  metatesi  di  vocale  in  bigddu  164,  cambà 
155,  kummoni  communis  branco  di  pecore  o  di  porci,  non  senza  influsso 
analogico  dei  temi  in  -oni,  cfr.  log.  e  mer.  Arch.  XIII  118;  inoltre  zimbo- 
nia  limbonia  81,  coi  quali  passi  ««iu  =  àinu  asino  136.  —  Gali.:  &;p<M, 
dwmd  =  rfranà  digiunare.  —  Còrso:  bigiù.  —  Etimologie  popolari  e 
in  crociamenti  di  voci  diverse.  206.  Sass.  Prescindendo  da  milinzana 
it.  melanzana,  pedanotii  e  manahoni,  si  richiamino  qui:  gangulitti  112,  kar- 
raggu  less.  s.  v.,  sirenu  less.  s.  sirinà  ecc.  —  Gali.:  hapumiddu  102,  &aA- 
liamundu  131.  —  Còrso:  canuga  25,  mandarinu  55,  briinaga  91,  malma 
133;  haramusa  cornamusa,  bucertola  lucertola  con  avvicinamento  a  òwco. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Il  nome  189 

§  II.  APPUNTI   MORFOLOGICI. 

Nome. 

Articolo.  207.  Sass.  Determ.:  lu  la,  li;  di  la  di  la,  di  li', 
a  lu  a  la,  a  li]  da  he  ecc.;  in  lu  i' lu  i' la,  i' li',  kun  lu  ku' lu 
hu  la,  ku  li;  pa  he  pai,  pa  la,  pa  li;  ecc.;  indeterm.  :  un  una. 
—  Gali.  Gli  stessi;  caratteristico:  illa  illa  illi  nel  nella  ecc. 
147.  —  Còrso.  Nella  varietà  csm.  predomina  a  a,  i  e  e  pari- 
menti nelle  prepos.  articolate  :  di  u  o  d' u,  di  a  o  d'  a  ;  a  u,  a 
a,  a  i,  ecc.;  ku  u  o  k'  u,  ku  a  o  k'  a,  ku  e  ecc.;  pe  u  pe  a  ecc.; 
nel  epe.  invece:  lu  la,  li  le,  di  lu  di  la,  pe  lu  pe' l,  pe  la,  kun 
lu  kulu,  kun  la  ku  la  ecc.  Questa  forma  è  pure  la  più  comune 
nell'om.,  dove  il  pi.  li  è  d'ambo  i  generi;  però,  in  qualche  va- 
rietà, ancora  qui  :  u  a  e  simili.  Molto  diffuso,  nelle  combinazioni 
articolate,  inde  per  in:  csm.  Ì7idé  u  o  ind'u,  inde  a  o  ind'  a, 
inde  i  0  ind'  i,  nel  nella  nei.  Anche  n  tt  n  a,  ni  ne,  da  inn  u 
inn  a  inn  i,  che  sono  forme  positive  dell' om.  v.  nm.  151,  dove 
tornano  ancora  n  it  n  a  ecc.,  oltre  che  indù  lu,  inda  la,  indù  li 
e  'nu  lu,  'nu  la,  'we  li.  Per  Tom.  notevoli  altresì:  addu  allo, 
di'  ddu  dello,  indi  del'  nel,  v.  nm.  102.  Indeterm.  un  una.  Va- 
rietà als.:  0  a,  0  =  ao  al,  on  un;  ind'  o  nel,  ind'on  ind' ona  in 
un  in  una,  n  o  nel,  ecc. 

Metaplasmi.  208.  Sass.  Qualche  raro  caso  di  feminili  di 
terza  in  prima:  frehba  pelpa  Lorra.  —  Gali.  Più  frequenti  i 
feminili  di  terza  in  prima:  apn  frehha  peda  hirra  lussa,  fanta 
ali.  a  fanlu  drudo  -a,  funa,  ankùtina  o  alkólina,  piùmmiéa  ecc.; 
coi  quali  passi  la  kana  la  cagna.  —  Còrso.  Ancora  più  nume- 
rosi gli  esempj  (cfr.  lucch.  Pieri  XII  161):  ankùdina  apa  dota 
mola  nona  padula  pella  peca  puca  priggnna  tossa  ecc.  e  an- 
che om.  frehba  funa  legga  lita  ecc.;  inoltre  maschili  di  seconda 
in  terza:  fumme  come  in  altri  dialetti,  C])C.  ferale  niurtale  6  III; 
e  per  ultimo  :  /nana,  come  in  Toscana. 

Plurale.  209.  Normale  pel  sass.  e  gali.  V -i  di  seconda 
esteso  a  ogni  genere  e  declinazione:  sass.  la  Unga  li  linf/i,  kojlii 
vecci  ìnuleri  pastori  ecc.;  e  parimenti  gali.;  intatti  natural- 
mente i  nomi  in  -ai:  li  viriddai  e  simili,  e  gli  ossitoni:  li  vilpù. 


100  Guarnerio, 

li  re,  ecc.  —  Còrso.  Nel  csm.  e  epe.  Y -i  di  seconda  è  normale 
pel  pi.  mas.  e  1'  -e  di  prima  pel  fem.  ;  li  acelli  omini  kastani 
(juadani  ecc.,  le  mane  mani,  kastane  dite,  g'(jìite  (sng.  g'enta), 
radice  valle  ecc.  L'-e  talora  si  propaga  ai  masc:  li  krine,  or  le 
orti,  lette  tetti;  ma  nell'om.  è  -i  pei  masc.  e  fem.:  ciuddi  ci- 
polle, porti  porte,  mulini  pastori,  kateni  bracci  donni  perii 
stelli  inani  (anche  sng.  una  mani)  ecc. 

Generi  e  casi.  210.  Sass.  Prezioso  cimelio  del  neutro  plu- 
rale: piltórra  pectora  petto;  e  apparente  incongruenza  di  ge- 
nere: la  risa  il  riso.  —  Còrso.  Caratteristico  dell'om.  è  l'esten- 
dersi dell'  -a  di  neutro  pi.  al  pi.  degli  altri  generi  in  ogni  de- 
clinazione: li  annedda  korba  korra  dita  f'ratedda  jorna  laì^ma 
loka  oc~ca  pèkura  stazza  fiora  boja  freta  nozza  ecc.,  cfr. 
lucch.  XIII  162;  con  qualche  esempio  pur  nel  csm.:  li  trippa, 
li  kuUella;  accanto  ai  quali  ricordo  la  frase  (non  specifica,  del 
resto)  unn  e  bera  non  è  vero.  Incongruenza  di  genere:  la  la- 
menta querela  giudiziaria,  pozza  pozzo,  om.  vomara  ecc. 

Composizione  nominale.  211.  Sass.:  manimqnkulu  senza 
mani,  mammojfanu  orfano  di  madre;  kodditolthu  collotorto.  — 
Gali.:  kapiultati  capovolti.  —  Còrso.  Assai  numerosi  gli 
esempj  :  kapioana  kapiardita  [om.  kapimuzza~\  senza  testa  nel 
senso  di  'senza  marito',  faccitonda  gambistortu,  dilidic  cukka- 
Jata  dalle  dita  snodate,  manivella  dalla  mano  bella,  om.  facci- 
vizza  pediminori,  maskirossa  dalle  guance  rosse,  detto  della 
mela  colorita,  tumbaboja  uccisore  di  buoi,  ecc. 

Suffissi  di  derivazione.  212.  Citiamo:  1.  -ale:  crs.  kasale 
famiglia  patrimonio,  akkasalata  donna  di  ricco  patrimonio,  kul- 
tale  e  diminut.  kultalina  pezzo  di  terra  vicino  alla  casa  che  si 
suol  coltivare  ad  orto,  g'arcfali  171,  lucinale  lucignolo  e  bst. 
occhi,  nidikale  endice  guardanido,  pacale  poggio,  undale  tor- 
rente, ecc.;-  2.  -anku:  crs.  kalanka  piccolo  seno  per  riparo 
delle  navi,  e  kalanke  ni.  in  VI.  82;  cfr.  Arch.  VII  494  598; — 
3.  -inku  per  significare  abitante  di  un  paese:  sass.  businkii 
abit.  di  Bosa,  sussinku  abit.  di  Sorso;  crs.  alesaninku  abit.  di 
Alesani,  kerdinku  ab.  di  Cardo  vili,  presso  Bastia,  brandinku 
ab.  della  pieve  di  Brando,  orezzinkii  ab.  della  pieve  di  Grezza  j 
pumuntink(f ,  che  abita  'post  montem',  al  di  là  dei  monti,  ecc.; 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Il  pronome.  191 

e  ni.:  kasiaka;-  4.  -one  caratteristico  nel  crs.  per  la  deri- 
vazione dei  diminutivi  (cfr.  Ardi.  VII  434-5):  csm.  -one,  om.  -oni 
-onu:  familone  famiglinola,  fraieddona  fratellino,  e  simili j  ma 
anche  senza  che  vi  si  senta  la  funzione  diminutiva  :  kafoìie  coffa, 
fakone  focolare,  ermone  spalla,  pilone  berretto,  ecc.;  om.  Ita- 
honi  nonno,  mammoni  nonna,  suceroni  suocero,  fiikoni,  (ir- 
momi,  aciddonu  uccello,  piloni  e  -onu,  pullomc  germoglio  pol- 
lone, sakkittonu  mendicante,  cosi  detto  dalla  bisaccia  o  sacchetto 
che  porta,  aróibabbonit  bisavolo,  ecc.  Nei  nnpp.  :  Ittvikomo 
fi  ali  gnu  ecc.  Avverbj  :  hsi.  penculoni  penzolone,  strehinoni 
(csm.  strasinone),  cfr.  om.  altredoni  avantieri.  Non  m'è  chiaro 
csm.  anone  angolo.  Ancora  bst.  pruniccone  pruneto. 

Pronome. 

Personali.  213.  Sass.:  eju  mi  me  di  me  a  me  kun  meygit; 
ta  Li  te  di  te  kun  teggu;  se  si  eddu  -a;  noi  voi,  edcli  il  li, 
eddis  illis,  d" eddis  di  loro,  kmi  eddis  eddisi  lisi  201;  in  elisi: 
mi  ti  si,  zi  ecce  hi  e  a  noi,  ci,  hi  ibi  ^  a  voi,  vi,  gli,  a  lui,  a 
lei;  lu  la  li,  ni  inde  ne,  di  questa  cosa  o  di  questo  luogo.  Nel- 
l'affissione, ti  si  riduce  a  -ddi  come  nella  combinazione  debole; 
e  hi  si  fa  hi  nella  combinazione  debole,  ma  vi  nella  forte.  L'ac- 
cento cade  sempre  sul  primo  dei  due  pronomi  affissi  alla  forma 
verbale;  e  circa  le  geminazioni,  parleranno  gli  esempj.  Avremo 
dunque  :  mimi  andò  me  ne  vado,  pónimi  sdrrami,  torraminilu 
tornamelo,  dammlla  dammela;  ti  dogfju  ti  do,  moljrraddi  mo- 
strati, kahaddlnni  cavatene,  pesaddinni  alzatene,  rididdìnni  ri- 
detene, veniddinni  vientene,  vaiddinni  vattene;  zinn  andemmu 
ce  ne  andiamo,  àbbrizi  aprici,  paldaneggazi  perdonaci,  dazzllu 
daccelo,  gittazzilu  gettacelo,  polpazzlra  pòrtacela;  kunsideddìbi 


•  Così  il  D'Ovidio  IX  79  e  il  Salvioni  Krit.  jahresbcr.  f.  rom.  phil.  I  128, 
anche  pel  lomb.-ven.  ^e  nella  stessa  funzione;  ma  altrimenti  il  Marchesini 
st.  fil.  rom.  Il  lo  e  il  M.-L.  it.  gr.  211.  Questi  obietta  che  ibi  può  dare  nel 
srd.  solo  i  e  non  hi,  e  ciò  è  vero,  trattandosi  di  b  tra  vocali;  ma  qui  può 
ritenersi  che  Vi-  di  ibi  sia  ben  presto  caduto  per  la  condizione  atonica  in 
cui  la  particella  di  solito  veniva  a  trovarsi,  e  il  Ij-  (o  v-)  entrava  nell'ana- 
logia del  b-  (v-)  di  bos  vos,  cioè  del  pronome  a  cui  [i]bi  era  primiera- 
mente riferito. 


192  Guarncrio, 

consolatevi,  kumpareddihinni  compratevene;  divìlit  diglielo,  da- 
vilu  daglielo,  diddibilu  diteglielo,  deddihila  dategliela;  Idssaluj 
diddili  ditele.  —  Gali.:  eu  mi  me  hun  mekw,  la  ti  te  kun 
teku]  iddu  -a;  noi  voi  iddi-  le  stesse  forme  del  sass.  in  elisi, 
tranne  ci  ecce  hic  in  luogo  di  zi.  Il  v  di  vi,  sia  nella  funzione 
di  2^  pi.  sia  di  3*  sng.,  cade  nella  combinazione  debole,  mentre 
resta  intatto  nella  forte.  Avremo  dunque:  arriketimilli  portate- 
meli, poltamilli  pòrtameli,  bokatillu  levatelo,  bokatmni  leva- 
tene; paldimaci  dacclllu  daccelo,  lampemmucillu  gettiamocelo, 
g'ettaóillu  gettacelo,  isimmuclnni  esciamcene;  ditilllu  diteglielo, 
detiillu,  dateglielo,  divillu  diglielo,  vindivillu  venderglielo,  las- 
savilla  lasciargliela;  pisendismni  levandosene,  bokanillu  léva- 
nelo  ecc.  —  Còrso:  eu  e',  ma  eju  in  posizione  enfatica:  Vag'u 
da  pieng'e  eju,  e  talora  anche  iu  nel  epe.  e  om.  aj,  me  a  me 
hun  meku  ecc.  ;  tu  als.  io,  te  a  te  kun  teku  ;  ellu  -a  om.  iddu 
-a,  a  ellu,  ecc.;  se  a  se,  no'  vo'  elli  om.  iddi',  forme  in  elisi: 
mi  ti  si  ci  ne  om.  ni,  lu  la  li  le,  g^i  gli  a  lui  a  lei  a  loro  79  ; 
om.  zcv.  in  posizione  enfatica  a  mia  a  Ha  a  sia  milii  tibi  sibi 
22,  ma  nell'atonica:  ini  fi  si-,  e  qui  si  tolleri  l'imperson.  ommu 
p.  e.  bst.  pmmit  si  resta  un  pocu  a  chiecchierd  Le.  224.  Per 
le  forme  in  elisi  è  da  notare,  che  lu  la  li  le  precede  sempre 
l'altra  particola  atona  pronominale  in  cui  s'incontri:  li  mi 
lampa  me  li  getto,  lasdtelumi  ecc.  Altri  esempj  d'affissione:  in- 
sìnami  valitene  ajìlene  esséndusine,  kullèmucine  scendiamo- 
cene, kullàtevine  andàtevine,  la  m'ai  fatta  ecc.,  om.  minni  tinni 
sinni  ecc.  Con  l'infinito:  taìammi  prigallu  falli  dalle  kullaéci 
kampacci  tumbassi  sgallissi  inorgoglirsi  'metter  gallo',  ecc.; 
tenessi  avvidecci,  pudetti  poterti  ecc.;  ma:  tóndemi  tosarmi, 
ting''emi  tingermi,  piéng^eti  piangerti,  pérdeti  krédesi  éssesi  és- 
sesiìie  ecc.;  e  nell'om.  manca  sempre  la  doppia:  dali  dargli, 
bannali,  come  vedami  vedermi,  vedasi  vedersi,  ecc.  —  Posses- 
sivi. 214.  Sass.  Innanzi  al  sost.  e  con  l'articolo:  me'  lo'  so' 
per  ambo  i  generi  e  numeri;  dopo  il  sost.  o  in  funzione  sostan- 
tivale: ?neju  -a  mei,  tpju  -a  toi,  soju  -a  spi  [la  so'  mule  ri,  la 
mamma  ìneja,  lu  doju  e  lu  mejic],  nplpru  -a  -i,  vplpru,  d'ed- 
dis.  —  Gali.  Nel  primo  caso:  me  to'  sp\  nel  secondo:  meu 
-a  -i  ecc.  \ìa  me'  mamma,  V anima  mea],  npstru  vostra  ecc.  — 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Il  pronome.  193 

Córso.  Ancora  nella  prima  funzione:  me  io'  so'  per  ambo  i  ge- 
neri e  numeri;  nell'altra:  meju  -a  e  anche  mea  mei;  ipju  -a 
ipi;  spjti  ecc.;  npstru  vpslru  epe.  npssu  vpssu  om.  nosu -i  vosu 
-i.  Notevole  è  mio  d'ambo  i  generi  e  numeri,  di  tutto  il  csm.; 
nel  epe.  e  bst.  mp  d'ambo  i  gen.  e  num.,  sempre  tra  l'art,  e  il 
sost.,  la  mio  vita^.  —  215.  Còrso.  Ai  nomi  di  gradi  di  paren- 
tela i  possessivi  di  V  e  2^  sng.  sogliono  aderire  in  elisi:  màm- 
mata  mamma  tua,  bàhhitu  babbo  tuo,  babbituzìu  tuo  zio  pa- 
terno, mazla  mia  zia  e  simili,  efr.  per  altri  dialetti  M.-L.  it. 
gr.  214.  —  Dimostrativi  e  relativi.  216.  Sass.:  killm  -a  -i 
questo  -a  -i  -e,  kissu  codesto,  kirjrhi  quello,  issa  ipse,  ilpu  iste, 
mafessi  indecl.  stesso;  M  ka  masc.  e  fem.  per  persona  e  cosa, 
relat.  e  interrog.;  kassisia  qualsisia.  —  Gali.:  kislu  kissu  ecc. 

—  Còrso:  kuestu  oppure  stu,  kuessa  oppure  su  sa,  si  se,  kiiellu, 
stessu,  dellu  desso;  ki  ke  per  ambo  i  gen.  e  num.,  interrog.  ki 
ka,  kiunkue  kualunkue  ecc.;  neutro:  co  coke;  om.  kidstu  kuiddu 
kuissu  o  'ssu  'ssa  ecc.  —  Aggettivi  pronominali.  217.  Sass.: 
alprif,  alprittantifr  dunuim,  neutro  indeelin.  duna  34  ogni  e  ta- 
lora anche  'grande,  cosiffatto':  m' a  daddu  duna  bera  mi  ha 
dato  certe  pere  cosiffatte;  kaJiUi  kaJihiunu  algunu  nisunu  188; 
neutro  indeelin.  nudda;  kantu   tanta  ppgfju  troppa  tuttu,  ecc. 

—  Gali,  altu  182,  altrittantu  dunnunu  kalki  algunu  nVsunu, 
tamaniu  tanto  Areh.  VII  586  n.  e  Vili  396  n,  ecc.  —  Còrso: 
altra,  oni  sing~ani  bst.  song" imi  singul'uni  114  ognuno,  kualki 
kualkiduna  kualkicosa  alkunu  nissunu  nhamu  9,  uni  poki  al- 
cuni pochi  efr.  friul.  Ascoli  II  442,  nulla,  bst.  nunda  (che  forse 
va  ripetuto  dalla  ragione  stessa  che  l'Ascoli  XI  417-8  assegna 
all'it.  nierde;  per  nun  non  v.  nm.  27);  certu  certunu  verunu; 
tanta  kuantu  tamantu;  tuttu,  tremindìd  fm.  treminduje  e  tram-; 
om.  altru  zcv.  attrìc  urini  danni  inni  dinni  34,  luti'  innunu, 
karki  karìddmiu  karkikosa  nudda,  baroni'  veruno  35;  ecc. 


*  Non  manca  nei  vóceri  qualche  esempio  di  nìt<'  ina  swi,  ma  saranno  in- 
filtrazioni letterarie. 


194  (liiarnorio, 


Verbo. 


Tipi  delle  conjugazioni.  218.  Si  riducono  a  due,  perchè, 
tranne  all'inf.  e  al  prt.  pass.,  è  normale  il  passaggio  dei  vrb. 
in  -ère  ed  -ère  nell'analogia  di  quelli  in  -ire.  —  Infinito. 
219.  Sass.  Quantunque  nella  flessione  avvenga  la  fusione  ora 
accennata,  pure  non  manca  qualche  inf.  che  mostri  V-é:  ahe 
mde'  sahbe  e  insieme  pudde.  Nel  gali.,  oltre  i  precedenti,  an- 
che: pusside  Une  kride  kade,  e  altresì  qualche  transfuga  della 
quarta:  vine.  Nel  còrso  non  si  distingue  tra  -ère  -ère  ed 
-ire,  sempre  avendosi  l'accento  e  la  desinenza  che  spettano  ad 
-è[rej;  onde:  koì^e  curi -ere,  diskore  leg~e  perde  piem/e  skrive 
sparg'e  vince  ecc.  ;  {/ode  persuade  rude  letnme  ecc.  ;  more 
pale  dorme  sente  vene  veste  ecc.  Nell'om.,  l'uscita  è  in  -a  (cfr. 
mii.  210):  essa  accenda  korra  cuda  fugga  pieng~a  o  pienna 
piova  ispinna  tinna  venda',  attena  obtinere,  rida  ternma  veda', 
mora  apra  esa  senta  venaK  Quanto  all'epitesi,  csm. -ne  om. 
-ni,  che  occorre  così  frequente,  v.  nm.  201.  —  220.  Participio  di 
PERFETTO  E  GERUNDIO.  —  Sass.  Formc  deboli:  kadiiddu  e  pur 
kagguddu  (inf.  kaggi  csidere),  palpaddit  piazuddu  vindudda  ecc. 
Tra  il  forte  e  il  debole:  ilpèt^ridit.  steso,  móhidda  mosso,  che 
son  nella  ragione  del  log.,  Ascoli  II  432  n.  —  Gali.:  piacutu 
lig~g~utu  vindutu  krisutu  kimnisulu  kumpaì^uia  sig''iUii  tra- 
dutu  ecc.;  e  da  vrb.  di  4^:  isiUu  [flrutii]  paltutu  vinutu  vi- 
stutic  ecc.  Esemplari  forti:  presu  tenta  ecc.  —  Còrso:  kunisittn, 
kriduta  ricevuta  valida  ecc.;  persu  stesa  messu  intesa  ecc. 
Per  la  P  conj.  frequente  la  forma  accorciata:  kassu  cassato, 
pesku  pescato,  tomba  ucciso,  trova  iahindèku  o  inhindikit 
Ort.  262,  VI.  109  invendicato,  om.huska  buscato  trovato,  kom- 
pra  tumba  ecc.  —  Pei  gerundj,  v.  nm.  4.  —  221.  Circa  le  de- 
sinenze PERSONALI  non  accade  avvertire  se  non  la  vocale  al- 
l'uscita della  2^  e  3^  pi.,  che  è  i  per  entrambe  nel  sass.  gali,  e 
crs.  om.,  mentre  il  crs.  csm.  e  epe.  ha  e  nella  2^  e  u  nella  3''. 
—  222.  Indicativo  presente.  —  Sass.  Frequente  la  gutturale 


*   Fa  assoluta  eccezione  la  varietà  di  zcv. ,  che  anche   conserva  l'antica 
sillaba  finale:  andari  davi  siavi  sapiri  vidiri  viiliri  imiriri  ecc. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Il  verbo.  195 

analogica  nella  l"^  prs.  sng.  (v.  i  nmm.  230  232):  so/jgii  sono, 
doggu  ilpQgfju,  soggu  so,  ceggi(,  biggu  bevo.  Vo  di  fozzu  faccio 
dipenderà  forse  da  forme  come  soggu  e  simili  ;  e  su  fazi  facit  e 
cliii  dicit  saranno  foggiati  dazi  da,  ilpazi  sta,  e  bizi  beve.  — 
Gali.:  sokit  dokio  stokit  sokit  viku  hiku  deku  foccu.  —  Corso. 
Mancano  al  csm.,  ma  nell'om.:  doku  vikto.  Specifiche  della  va- 
rietà di  zcv. :  soju  sono  e  so,  doju  do,  vojic  vo;  e  comuni  a 
tutto  il  csm.  alcuni  pres.  ind.  e  imperat.,  derivati  coti  la  gutturale 
analogica,  susseguente  a  l,  r,  n:  falgu  scendo  da  faldy  mgrgu 
diffuso  in  tutta  l'isola,  summenga  semina  Mt.  95,  shuttongu 
sbottono  Le.  228,  kamminge  cammina  imperat.  2*  prs.  sng,,  oltre 
pongw  tengu  come  nell'it.;  om.  kurgu  corro.  —  223.  Un  par- 
ticolare dove  fonologia  e  morfologia  si  confondono,  per  dirla 
con  l'Ascoli  II  151  n.  e  398  (v.  ora  M.-L.  II  §  203),  è  l'infis- 
sione  palatile  nel  pres.  indicativo  (sass.  gg,  tmp.  g'g"  clng.  ce, 
crs.  g~  0  e,  cfr.  nm.  108):  sass.  nppeddrigegga  da  appeddriggd, 
huziegga  kujuhegga  mimmegga  diuneggani  uhharegga  ecc.  ; 
gali,  huciicca  da  bucid,  kumparig~g''ii  liarig~g~i  sunnng''g~'a  ecc.; 
crs.  dissipeg''a  dissipa,  lapideg^i  kalcécinu  calpestino  ecc.  cfr. 
Falc.  577;  si  estende  anche  al  cong. ,  imper.  e  inf.  :  bst.  kac- 
cig''g''d,  millanl:ag''g'd  ecc.  —  224.  Imperfetto.  —  Sass.  Le  voci 
analogiche  del  pres.  si  propagano  talora  all'impf.:  dazia  ilpazia 
e  simili.  —  Gali.  Talora  vi  si  continua  l'infissione  di  cui  era 
dianzi  parlato:  tmp.  dag~g~/a  clng.  daccla,  andag~g''la  stag"- 
gìa.  —  Còrso.  Nulla  di  notevole,  se  ne  togli  l'epentesi  di  j 
nell'ora,  e  nel  epe.  (cfr.  nm.  52  e  63):  kantàja  aija  ecc.,  pw- 
tdje  -djemu-djete  -djenc,  ave'je  o  alje,  facèjenu  ecc.  Isolato  deja 
dabam  nm.  4.  —  225.  Perfetto.  —  Sass,  e  Gali.  Non  soprav- 
vive che  una  forma,  quella  col  carattere  sibilante:  -si  {-es'i  -is'i), 
che  ha  attratto  nella  sua  orbita  tutti  quanti  i  verbi.  Ora  però 
nella  viva  parlata  va  prendendo  il  sopravvento  il  prf.  composto 
con  'essere'  o  'avere'.  —  Còrso.  Le  forme  deboli  son  nelle  ra- 
gioni dell' ital.  -ai  -avi  ìi  -ivi;  nel  epe.  e  in  qualche  varietà 
csm.,  come  nel  Niolo,  con  l'epentesi  di  _/:  purtaju  temeju  kri- 
deju,  ni.  kaskaju  ecc.,  cfr.  nm.  63,  Forme  forti:  intesi  spesi  e 
simili,  ni.  intesu,  korsu  morsit  piensi  giunsi  ecc.;  vidi  bebbi, 
bst.  ppbbe  potè  ecc.  Frequenti,  nel   bst.  segnatamente,  le  forme 


196  Guarnerio, 

analogiche  foggiate  su  dedi:  biilede  volle,  stedi  stette,  fede 
fece,  arrivedi  piledi  hindedi  pinsede  ecc.  —  226.  Futuro.  — 
In  tutti  e  tre  la  formazione  normale;  ma  non  mancano  traccie 
.di  futuro  con  l'ausiliario  'avere'  sciolto  e  preposto:  sass.  aggu 
a  di  dirò,  abeddi  a  intra  entrarete,  tmp,  ag~g~u  a  dì,  à  a  hat- 
tizd;  crs.  om.  ag'^g'^u  a  piddà,  ag''g'i('  a  smintà  dimenticherò,  e 
simili.  —  227,  Congiuntivo  presente.  —  Sass.  Caratteristica 
del  modo  è  '■la,  comune  a  tutti  e  due  i  tipi  della  conjugazione, 
con  l'accento  ritratto  nelle  due  prime  voci  del  pi.:  finia  finiami 
flniaddi  finiani.  Tipi  analogici  propagatisi  dalla  P  sng.  del 
pres.  ind.:  dogijia  ilpQggia  vegijia  biggia,  fozzia  ali.  a  fazzia.  — 
Gali.  Ancora  '■ia,  ma  nel  tmp.  si  tende  a  espungere  Va,  in  ispecie 
nel  pi.:  finia  finimi  finiti  finini)  secondo  il  pres.  ind.:  [molg~a 
6  n  e  81],  vpddia,  oiki  biki  deki,  focca.  —  Còrso.  Pur  qui  qual- 
che forma  analogica:  bst.  vaga,  om.  vika.  —  228.  Cong.  imper- 
fetto. —  Sass.  e  Gali.  Anziché  la  desinenza  normale  -essi  o 
-issi,  assume  talora  V-ussi  dell'ausiliare  'essere',  e  così  questo^ 
come  gli  altri  verbi  aggiungono  la  caratteristica  del  modo  Ha, 
propria  del  cong.  pres.:  fùssia  aùssia  ecc.,  come  parimenti  la 
possono  affiggere  le  forme  regolari  :  intressia  vulissia  ecc.  — 
229.  Condizionale.  —  Sass.  e  Gali.  Unica  forma  quella  in  -ia, 
ma  pur  comune  la  perifrastica  con  dia  doveva  :  dia  ape',  diaddi 
abé,  avrebbe  avreste.  —  Còrso.  Preferisce  la  forma  -ia,  ma 
non  del  tutto  spenta  nella  3'^  prs.  sng,  e  pi.  e  P*^  pi.  l'altra:  -ebe 
-èbemu  -èbenu,  specialmente  nel  epe. 

Paradigma  degli  ausiliarj.  230.  ''essere';  sass.:  inf.  esse 
o  asse',  prt.  ilpaddu;  ger.  sendi)  ind.  pres.  soggu  sei  e,  semmu 
seddi  SO)  impf.  era  eri  era,  eràmi  e'raddi  erani;  prf.  fus'i 
per  le  tre  del  sng.,  f usimi  fusiddi  fùsini',  fut.  saraggu  sarai 
o  sare  sarà,  saremmu  sareddi  sardni;  cong.  pres.  sia  si  sia, 
siami  siaddi  siani',  impf.  fassi  per  tutto  il  sng,,  fùssimi  fi'is- 
siddi  fùssÌ7ii,  ma  volgarmente:  fùssia  fùssiami  fùssiaddi  fùs- 
siani]  cond.  saria  sarilpi  saria,  sariaìni  sariaddi  sariani ) — 
gali.:  esse,  stata,  essendi]  soku  se'  e,  semmu  seti  so;  era; 
fus'i;  sarag^g^u  clng.  sarac  cu,  sare  sarà;  sia;  fussi;  saria; — 
còrso:  esse  om.  essa  o  èsseri,  stata,  essendu;  so  om.  zcv.  sojii, 
si  fj,  smnma  om.  simmu,  seti  om,  siti  e  anche  este,  sonu  o  so; 


II  sassarese,  il  gallui-ese  e  il  còrso.  Il  verbo.  197 

erio  evi  era  erdinu  e  rate  e  rami,  epe.  ere  èrete  érenu  e  eoi 
g~-  prostetico  g~eì^e  fferenu  ecc.  v.  iim.  79,  om.  eràmi  érati  érani', 
fui  fusti  fa,  fmmnic  faste  fu7iu  o  furnu;  sarac  it  sarag'u  o 
serag'u,  sarai  o  serai  om.  saré,  sarà;  sia;  fussi',  saria  o  se- 
ria, saresti  o  seresti,  saria  o  sarehe.  —  ^ avere'',  Sass.:  ahe\ 
audda,  ahendi;  aggic  ai  a,  abemmu  aheddi  ani]  dbm  abii 
àbia,  ahiami  abiaddi  abiani  ;  abisi  abis'ilpi  abis'i,  abls'imi  abi- 
s'iddi  abis'ini',  abaraggu,  abarai  o  abaré,  abarà,  dbaremmu 
al)areddi  abarani,  oppure  agg' abe  ecc.;  agga  aggi  agga,  àg- 
gami  àggaddi  àggani',  abissi  per  le  tre  pers.,  abissimi  ablssidi 
abissini,  ma  volgarm.:  abùssia  -iami  -iaddi  -iani',  aliarla  aba- 
rilpi  abaria,  abayHaìni  abariaddi  abarìani;-  gali.:  ae,  autii, 
aendi;  aggu  clng.  accu,  ai  a,  aemmu  o  emmu,  aeti  o  eti, 
ani;  aia  air,  ais'i  aisisti]  aaraggu  o  arag~'g~u,  aare  o  are, 
aard',  agg~a  o  acca,  agg''i  ag'g'a,  dg'g'i'mi  àg~g~iti  dg''g~ini; 
aissi  0  ai'issia;  aarla  o  aria,  aaristi;-  còrso:  ave',  avutu, 
avendii;  ag'^u  o  ac'u,  ai  a,  avemniu  o  emmu,  avete  o  ete  ora. 
aveti  0  eti,  anu  om.  ani:  avia  avli  avla,  aviamu  aviaie  avlanu, 
epe.  aveje  o  aije,  aiemu  aiete  aienu,  om.  aija',  ebbe  ébbinu  po- 
chissimo usato;  avragx^  o  avracu,  averai  averd,  ava^emmu 
-ete  -anu,  om.  aurag^u  aure'  aura;  ag''i  o  aci  om.  ag''a,  àg^amu 
dg''ate  dg''anu  e  anche  abbi  dbbimu;  avessi  e  anche  avissi] 
averci  -esti  -ebe,  oppure  averta  -isti,  om.  aurei  -ebe  o  auria  -isti. 
Paradigma  dei  due  tipi  di  conjugazione.  231.  '■amare'] 
sass.:  ama  amaddu  amendi;  amu  -i  -a  -emmu  -eddi  ^ani; 
amaba  -bi  -ha  -dbami  -dbaddi  -dbani  ;  ames'i  per  le  tre  del 
sng.  ^,  ames'imi  -es'iddi  -e's'ini',  amar  aggu  -arai  o  -are,  -ara 
-aremmu  -areddi  -arani^  oppure  la  perifrasi;  àmia  ami  dmia 
àmiami  dmiaddi  ^  dmiani;  amessi  per  le  tre  del  sng.,  ames- 
simi -essiddi  -essini  ;  amarla  -aì'ilpi  -aria  -ariami  -ariaddi 
-ariani',  ama  dmia  aìnemmu  -eddi  nani;-    gali.:  amd  amatu 


*  Lo  Sp.  or.  I  102  dà  manesti  per  la  2*  prs.  sng.  del  perfetto,  ma  non  è 
in  uso  che  nel  parlare  delle  persone  colte. 

*  La  l"*  0  la  2^  pi.  del  cong.  pres.  hanno  l'accento  analogico  sulla  prima 
sillaba,  cosi  come  l'hanno  sulla  terzultima  lo  corrispondenti  persone  del- 
l'imperf.  indie. 


198  Guarnerio, 

amendi\  amu  ameti',  amaa  -ai  -aa  -àammu  -dati  -dani;  aines'i', 
amarag'g'u  o  amar ac  cu  -are  -ara]  àmia,  3*  pi.  dinini',  amessi; 
amaria;  ama  àmia\-  còrso:  ama  oppure  csm.  amane  om. 
atnani,  a?natu  amendu;  amu  -i  -a  -emmu  -ate  oui.  -ali ^  ^anic 
om.  ^ani',  kantava  -avi  -ava  -dvamu  -dvate  -dvanu,  epe.  purtaje 
per  le  tre  del  sng.,  -àjemu  -djete  -djenif,  om.  hantaa  o  kantaja 
kantai]  hantai  ni.  kaskaju,  kantasti  -ó  -ammu  -aste  -gnu  bst. 
-ormi  ora.  -oni\  kanterag'u  o  -acu^  -ai  -à  -emmu  -eie  -anu, 
om.  amare  per  tutto  il  sng.,  -eli  -ani;  kanti  per  tutto  il  sng., 
epe.  kante,  kdntimu  Hte  Hnu,  om.  ^iti  ^ini;  kanlassi  -assi  -asse; 
kantaria  o  -erìa,  -aristi  -arebe  o  -evie,  kantarèhemu  o  -ariemu, 
-ariste  o  -eriste,  kantarébenu  o  -arienu;  kanta  -i  -emmu  -ate 
Hnu.  —  'finire';  sa  ss.:  fini  fmidda  fìnendi;  fimi  -i  -i  -immu 
-iddi  -ini;  finla  -li  -la  -lami  -iaddi  -lani;  finis i  pel  sng.  ^,  -Is'hni 
-Is'iddi  -Is'ini  ;  fìniraggu  -irai  o  -ire,  -irà  -iremmu  -ireddi 
-irani,  oppure  la  perifrasi;  flnia  pel  sng.,  flniam,i  ^iaddi  -iani; 
finissi  pel  sng.,  -issimi  -issidi  -ìssini  ;  finirla  -irilpi  -irla  -irlami 
-iriaddi  -irlani;  fini  -ia  ^iami  ^iaddi  o  ^iddi,  ^iani;-  gali.: 
fini  finitu  finendu;  finti  -i  -i  -immu  -iti  ^ini;  finla  -li  -ia;  fi- 
nis'i  pel  sng.,  -Is'imi  -Is'iti  -Is'ini;  finirag'ffu  o  -accii,  -ire'  -irà. 
-iremmu  -ireti  -irani;  flnia  oppure  fimi  pel  sng.,  flnimi  -iti 
^ini;  finissi;  fiinirla;  fimi;-  eórso:  senti  o  sente,  om.  sintl  o 
senta f  sentitu  sintendu;  sentu  -i  -e  -immu  -ite  ^enu  o  -unu; 
sentla  -ti  o  -le;  sentii  -isti  -l  -immu  -iste  om.  -isti,  -inu;  sentirò 
0  sentir ag'u,  -ai  -à;  senta  pel  sng.,  séntiamu  Hte  -ini,  om.  senti 
sentimi;  sentissi;  sentirla. 

Verbi  irregolari.  232.  'andare'  ;  sa  ss.:  andà  andaddu 
andendi;  anda  -i  -a  -emmu,  -eddi  ^ani;  andaba;  andes'i;  an- 
daragga;  àndia;  imper.  vai  o  vazi;-  gali.:  andà -atu -endi; 
anda;  andaa  e  più  comune  ayidag'g'la  o  -accia;  andes'i;  àndia 
àndimi;  anda  tu;-  còrso:  andà  om.  zcv.  andari,  -atu  -endu; 
vo  om.  zcv.  voju,  vai  va  andemmu,  andate  zcv.  andetii,  vana 
om.  vani;  andava  om.  andaa;  andò  bst.  e  om.  andede,  an- 
donu;  vada  vadi  vada  bst.  vaga,  àndimu  vddinu;  anderla; 
vàitine  vattene.  —  'dare';  sass.:   da   daddu   dendi;   doggu 


*  Lo  Sp.,  ib.  122,  da  ftnìsli;  ma  anch'essa  ("•  forma  dotta. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  11  verbo.  199 

dai  da  o  dazi,  demmu  deddi  dani;  daha  o  dazia,  daziani; 
desi  des'iddi',  daraggic  darà;  dóggia  o  ddggia,  dnggiaddi  dóg- 
giani;  darla;-  gali.:  dqku  o  daku,  da  dani;  dag''g''ia  o  dac- 
cìa;  desi;  darag''g''u;  dia  diani;  dessi',-  còrso:  da  zcv. 
da)H,  data  dendic:  do  om.  dohio  zcv.  doju,  dai  da;  deja;  dedi 
-esti  -ede  -e' dime;  darag^io  darà;  dia  diete.  —  'fare';  sass.: 
fa  faddu  fendi;  fozzu  fai  fazi  o  fa,  femmu  feddi  fàzini; 
faida;  fes'i;  faragga;  fózzia  o  fdzzia,  fozzi  fdzzia  fózziami 
fózziaddi  fózziani;  fazzaria;-  gali.:  fa  fatte  fendi;  foccu 
fai  0  focci,  faci  femmu  feti  fdcini;  facla  o  fazia;  fes'i;  fa- 
rag  gu;  focca  o  facca,  f deciti  fdccini;  fessi;  farla;-  còrso: 
fa  fattu  facendu  o  fenda;  faccu  fai  o  faci,  fa  o  face  om. 
faci,  femmu  feti  fami  om.  fani;  facla  o  fecla  epe.  facle  fa- 
cèjenu;  feci  bst.  fedi,  fece  feste  om.  facisti,  fècenu;  farag''u 
0  feragu;  facca;  facessi  o  fessi  zcv.  facissi;  farla  o  feria 
Q'^Q.  farete.  —  'stare';  sass.:  ilpà  ilpaddti  ilpendi;  ilpQggii 
iipai  ilpazi  ilpemmu  ilpeddi  ilpani  o  ilfàzini;  ilpaha  o  ilpa- 
zia;  ilpes'i;  ilparagga;  ilpoggia  ilpQggi;  ilparla;-  gali,  sta 
stata  stendi  ;  stoku  stai  sia  slemmu  steti  stani  ;  stag^g^ia  ; 
stesi;-  còrso  :  sta  zcv.  stari,  statu  slendu;  sto  stai  sta  sternmu 
steti  stame  om.  stani;  stava;  stedi;  starag'u;  stia  stiamnm; 
stessi;  starla.  —  'dovere';  sass.:  dibi  dihiddu  dehendi;  delm 
dehi  dehi  o  de\  dèhini  o  deni;  dibia  o  dia  o  duìna,  dihii  di- 
hla  dilnami  dihladdi  dihiani  o  dlani;  déhia  debimi  dèbiaddi 
o  dehiddi,  dèbini;  dibissi;-  gali.:  dii  diutu;  deku  dei  dei  o 
de',  dèimmu  o  demmu,  de  iti  o  deti,  deini  o  deni;  diìa  o  dia, 
din  0  dli;  deki  dekimi  de'kifi;  dilssi  diissini;  diaria  o  dia; — 
còrso:  deme  deve  devenu;  duvla  o  deja,  duviate  ecc.;  du- 
vranu  ecc.;  duvesse.  —  'bevere' ;  sass.:  bibi  o  bii,  biddu 
bibendi;  biggu  bii  bizi  bìzini;  bibis'i;  biggia  bìgQiani;  bi  bi- 
iddi;-  gali.:  bl,  bitu,  biendi;  bii  beve,  blini;  bila  bilani;  bi- 
is'ini;  biki;  bi  biti;-  còrso:  bivi  o  beje  om.  bia,  belu  o  bejutu, 
biendu;  beju  bei  bee  o  beje,  bilmmu  om.  bimmu,  bèjenu;  biia; 
bebbi;  bierag^u  bierd;  beja  ;  bierebe  ;  bilie.  —  'potere'  ; 
sass.:  pudde  pududdu  pudendi;  possa  poi  pò  pudernmu  pu- 
deddi  poni;  pudia;  pudls'i;  pudaraggu  pudare;  póssia  pós- 
siami  ppssiaddi  póssiani;  pudissi;  pudarìa;-    gali.:   pude 


200  Guam  e  rio, 

picdulw,  ppssu  ecc.  conforme  in  tutto  al  sass.;-  còrso:  pude 
zcv.  pule  0  piUeri  ;  possa  poi  pò  pudemmu  bst.  e  om.  pu- 
temmu,  pudete  ppmiu;  pudia\  pudci  -esti  -è  bst.  pphbe;  pu- 
dracu  pudrà  pudranu;  pgssa  possi  possiti;  pudessi.  —  '•sa- 
pere'; sass.:  sabhe  sabhuddu  sabhendi;  sofjQu  sai  sa  sah- 
hemmv,  sabbeddi  sani;  sabbia;  sabbaraggii  sabbare';  sappia 
sdppiaddi,  ma  sono  forme  italianegglanti ;  sabbissi;-  gali.: 
sape'  sapida  sapendi;  soka  sai  sa  sapemmu  sapeti  sani;  sa- 
pia;  sapis'i;-  còrso:  sape'  zcv.  sapiri,  saputu  sapendu;  so 
zcv.  soju^  sai  sa  sapemmu  sapete  satin;  sapia;  seppe;  sappi.  — 
^vedere'  ;  sass.:  vide  vilpit  videndi ;  veygu  vedi  vedi  vi- 
demmu  vid^ddi  védini;  vidia;  vidis'i;  vidaraggu  vidare;  veg- 
lia'veggi  véggiami  vég giani;-  gali.:  vide  vistu;  viku  viditi 
vìdini;  vidia;  vìkia  vikimi  vikini;-  còrso:  vede  o  vedi  zcv. 
veda  0  vidiri,  vista  o  viduta,  vidcnda  zcv.  vidennu;  veggu 
ni.  veku  zcv.  vekku  esc.  viku,  vedi  om.  vidi,  videte  vedenti;  vi- 
dia; vidi  vide  om.  viddi  viddinu;  viderac'u  vidré  om.  vidare'; 
veOga  om.  vika.  —  'volere';  sass.:  vule  vuluddu  vulendi; 
vola  voi  vp  vulemmu  vuleddi  vplini  o  voni;  valla  ecc.;  vu- 
lis'i;  vpla  vòìaddi;  vulissi;  vularia;-  gali.:  vule',  vulutu  o 
vidzutu,  videndi;  vpddu  voi;  vulia;  vpddia  vpdditi;  vulissi  o 
vuUssia;-  còrso:  vule  zcy.  vuliri,  vulutu  o  vulsutu;  vpìu 
zcv.  vpddu,  voli  0  vpi,  vple  o  vp,  vulemmu  vuleie  vglenu  o 
vpnnu  om.  vomii;  vuUa;  l'plle  bst.  vulede  epe.  e  om.  vplse; 
vurre'  vurrd;  vpla;  valessi  om.  vulissi;  vurria  bst.  vulerebe, 
vurriste  vurrianu.  —  'vivere' ;  sass.:  vibi  vibiddu  vibendi; 
vibu  vibi  vibimmu;  vibia;  vibis'i;  vibia;  vibissi;-  gali,:  vii; 
vlu;-  còrso:  vivi  om.  viva;  viventi.  —  'morire';  sass.: 
mutH  molpu  mtirendi;  "mojju  nm.  123  II,  mori  mori  murimmu 
muriddi  marini;  rnuria;  muris'i;  muriraggu;  mpj'ja  nipjji 
mpjjami  mpjjaddi  mpjjani;-  gali.:  muri;  molgu  mori;  mòlg~a 
nm.  6n  e  81,  molg^i  mòlg'imi  mólg'iti  mòlg'ini;-  còrso:  mpre 
zcv.  mariri  om.  mun  o  mora;  mprgu  o  mptm,  mori  mpre  mc- 
renu;  muria;  morsi  ni.  morsu,  morse;  murerà;  morga. 

rContinuaz.  e  fino  in  questo  stesso  volume.] 


ANNOTAZIONI  SISTEMATICHE 

alla  «Antica  Parafrasi  Lombarda  del  Neminem 
laedi  nisi  a  se  ipso  di  S.  Giovanni  Grisostomo  » 
(Archivio  VII  1-120)  e  alle  «  Antiche  scritture 
lombarde»  (Archivio  IX  3  22). 

DI 

(Continuazione;  v.  Arch.  XII  375-440.) 


Sommario:   —  I.   Sigle.    —   II.  Grafia.   —   III.    Lessico.  — 
IV.  Fonetica.  —  V.  Morfologia.  —  VI.  Sintassi.  —  VII.  Varia. 


A  due  dei  paragrafi  già  studiati  (I,  III),  mi  sia  lecito,  prima  di  conti- 
nuare queste  'Annotazioni',  presentare  al  benevolo  lettore  una  serie  di 
'Aggiunte'  e  rispettivamente  di  'Correzioni'. 

Al  paragr.  I  (Sigle;  XII  375-81). 

Aggiungo  le  sigle  seguenti,  relative  a  pubblicazioni  omesse  o  venute 
più  tardi  alla  luce  : 

af.  =  Una  canzone  di  Maestro  Antonio  di  Ferrara  e  l'ibridismo  nel  lin- 
guaggio della  nostra  antica  letteratura,  di  P.  Rajna,  in  gst.  XIII  1  sgg. 

arb.  =  Glossario  del  dialetto  d'Arbedo,  per  V.  Pellandini  con  illustrazioni 
e  note  di  C.  Salvioni,  in  'Boll.  stor.  d.  Svizzera  it.'  XVII-XVIII. 

bars.  =  Die  sprache  der  reimpredigt  des  Pietro  da  Barsegapé,  von  E.  Kel- 
ler; Frauenfeld  1896. 

best.  =5  Ein  tosco-venezianischer  Bestiarius,  herausgegeben  und  erlàutert 
von  M.  GoLDSTAUB  und.  R.  Wendriner;  Halle  a.  S.  1892. 

bot.  =  Studio  di  lessicografia  botanica  sopra  alcune  note  manoscritte  del 
sec.  XVI  in  vernacolo  veneto,  di  J.  Camus,  in  'Atti  dell' Istit.  veneto' 
s.  VI,  t.  II. 

ArchiTio  glottol.  ital.,  XIV.  14 


202  Salvioni, 

brend.  =  La  '' Navigatio  Sancii  BrendanV  in  antico  veneziano,  edita  e  il- 
lustrata da  F.  NovATi;  Bergamo  1892.  V.  rràa.  XXII  300  sgg.,  Rass.  bibl. 
d.  lett.  it.,  I,  fase.  2. 

bvic.  =  Vocabolario  del  dialetto  antico  vicentino,  di  Don  D.  Bortolan  ; 
Vicenza  1894.  V.  gst.  XXIV  266  sgg. 

ca.  =  Una  redazione  tosco-veneto-lombarda  della  leggenda  versificata  di 
Santa  Caterina  d'Alessandria,  di  R.  Renier;  in  stfr.  VII  1  sgg. 

cad.  =  Antiche  laudi  cadorine  edite  da  G.  Carducci;  Pieve  di  Cadore  1892. 

cavass.  =  Le  Rime  di  Bartolomeo  Cavassico,  notaio  bellunese  della  prima 
metà  del  sec.  XVI,  con  introduzione  e  note  di  V.  Gian,  e  con  illustrazioni 
linguistiche  e  lessico  di  C.  Sat.tioni.  Due  volumi;  Bologna  1893-4  ('Scelta 
Romagnoli'  disp.  246-247).  Le  cifre  rimandan  senz'altro  al  2°  volume. 

cb.  =  La  cantilena  bellunese  del  1193,  di  C.  Salvioni;  nella  Miscellanea 
'Nozze  Gian-Sappa  Flandinet';  Bergamo  1894. 

cm.  =  Tre  corredi  m,ilanesi  del  quattrocento,  illustrati  da  G.  Merkel. 
Roma  1893;  in  'Bollett.  dell'Istit.  st.  ital.  '  num.  13.  Gito  le  pagine  del- 
l' estratto. 

cmezz.  =  Nuove  considerazioni  sopra  un  contratto  di  mezzadria  del  sec.  XY, 
di  C.  GiPOLLA.  Verona  1892;  nel  voi.  LXVII,  s.  IH,  dell'Academia  di  agricoltura, 
arti  e  commercio  di  Verona.  Si  cita  l'estratto,  che  ha  numerazione  propria. 

die.  =  Framm,ento  di  un  antico  manuale  di  Dicerie  pubblicato  da  A.  Me- 
DiN  e  illustrato  da  V.  Crescini;  in  gst.  XXIII  171  sgg, 

dlm.  =  Un  miracolo  della  Madonna.  La  leggenda  dello  Sciavo  Dabnasina, 
di  L.  BiADENE.  Bologna  1894;  in  'Propugnatore'  N.  S.  voi.  VI.  Cito  secondo 
la  paginazione  dell'estratto. 

d\.  =  Il  dialetto  di  Verona  nel  secolo  di  Dante,  di  L.  Gaitee;  in  'Ar- 
chivio Veneto'  XXIV. 

dver.  =  Documenti  dell'  antico  dialetto  veronese  nel  sec.  XV,  pubblicati  da 
GB.  C.  Giuliari.  Verona  1870,  per  Nozze  Miniscalchi-Erizzo  Ponti. 

fv.  =  Fiore  di  Virtù.  Saggi  della  versione  tosco-veneta  secondo  la  lezione 
dei  mss.  di  Londra,  Vicenza,  Siena,  Modena,  Firenze  e  Venezia,  editi  da 
G.  Ulrich;  Lipsia  1895. 

gb.  =  Una  leggenda  di  S.  Giovanni  Battista  del  sec.  XIV,  pubblicata  da 
G.  Ferraro;  in  'Archivio  per  le  tradiz.  popol.'  XIII. 

gel.  =  Il  Gelindo,  dramma  sacro  piemontese  della  natività  di  Cristo,  edito 
con  illustrazioni  linguistiche  e  letterarie  da  R.  Renier;  Torino  1896. 


Annotazioni  lombarde.  —  I.  Sigle  (Aggiunte).  203 

gp.  =  La  guera  de  Parma.  Ein  italienisches  gedicht  aiif  die  schlacht  von 
Fornuovo  1495,  herausgegeben  von  H.  Ungemach;  Schweinfurt  1892. 

gpa.  =  Girardo  Pateg  e  le  sue  '•Noje\  testo  inedito  del  priìno  dugento. 
Nota  di  F.  NovATi;  nei  'Rendiconti  dell' Istit.  lombardo'  s.  II,  voi.  XXIX. 

guai.  =  Accenni  alle  origini  della  lingua  e  della  poesia  italiana  e  di  al- 
cuni prosatori  e  rimatori  in  lingua  volgare  bolognesi  e  veneziani  dei  sec.  XIII 
e  XIV,  per  A.  Gualandi;  Bologna  1885.  A  pp.  18-22  è  stampato  un  lungo 
documento  notarile  in  volgar  bolognese. 

if.  =  Pei'  la  storia  d'Italia  e  de' suoi  conquistatori  nel  M,  E.  più  antico, 
ricerche  varie  di  C.  Cipolla;  Bologna  1895.  Si  ricorda  specialmente  que- 
st'opera per  le  dotte  considerazioni  intorno  alla  nota  Iscrizione  del  duomo 
di  Ferrara,  pp.  607  sgg.,  689-90,  e  tav.  V. 

im.  =  Il  castello  di  Mesocco  secondo  un  inventario  dell'  anno  1503,  di 
E.  Tagliabue;  in  'BoUett.  stor.  d.  Svizzera  it.'  XI  239  sgg. 

ipn.  =  La  iscrizione  volgare  del  Ponte  Navi  in  Verona  dell'  anno  1375, 
di  C.  Cipolla;  in  'Archivio  veneto'  XI.  S'allega  anche  per  i  documenti 
in  volgar  veronese  che  forman  l'Appendice. 

kj.  =  Kritischerjahresbericht  uber  die  fortschritte  der  romanischenphilologie. 

Ib.  =  Altbergamashische  sprachdenkmàler,  herausgegeben  und  erldutert  von 
J.  E.  Lorck;  Halle  a.  S.  1893.  Cfr.  Itb.  XIV  445,  XV  53  sgg. 

Im.  =  Il  Lamento  della  sposa  padovana  nuovamente  edito  di  su  la  per- 
gamena originale,  a  cura  di  V.  Lazzarini;  in  'Propugnatore'  N.  S.,  voi.  I, 
parte  L*  Si  citano  i  versi. 

Iv.  =  Una  lettera  del  1297  in  volgare  veronese,  per  C.  Cipolla;  in  'Ar- 
chiv.  stor.  it.',  1882. 

Iver.  =  Lauda  spirituale  in  volgare  veronese  del  sec.  XIII,  edita  da  C.  Ci- 
polla; in  'Archiv.  stor.  it.'  s,  IV,  voi.  VII,  pp.  152  sgg.  —  Questa  lauda 
fu  poi  riprodotta,  in  lezione  che  stimerei  definitiva,  da  F.  Pellegrini  in 
gst.  XXIII  158  sgg. 

md.  =  Iresti  antichi  modenesi  dal  sec.  XIV  alla  metà  del  sec.  XVII,  editi 
da  F.  L.  PuLLÈ;  Bologna  1891  ('Scelta  Romagnoli'  disp.  242). 

mtt.  =  Cronaca  bolognese  di  Pietro  di  Mattiolo,  pubblicata  da  C.  Ricci; 
Bologna  1885  ('Scelta  Romagnoli'  disp.  153). 

np.  =  Nozze  principesche  nel  quattrocento.  Corredi,  inventari  e  descri- 
zioni, a  cura  di  Emilio  Motta  (Milano  1894),  per  Nozze  Trivulzio-Cavazzi 
della  Somaglia. 

on.  =  Di  un  inedito  volgarizzamento  dell' '' Imago  mundi''  di  Onorio  di 
Auiun,  edito  da  V.  Finzi;  in  zst.  XVII,  XVIII. 


204  Salvioni, 

pm.  =  Del  trattato  dei  sette  peccati  mortali  in  dialetto  genovese  antico,  di  P. 
E.  GuARNERio  ;  nella  Miscellanea  '  Nozze  Cian-Sappa  Flandinet  '  ;  Bergamo  1894. 

pstr.  =  /  processi  contro  le  streghe  nel  Trentino  cavati  dai  documenti  e 
pubblicati  con  introduzione  e  note  da  A.  Panizza;  in  'Archivio  trentino', 
1888-90.  Cito  i  quattro  fascicoli  di  estratti,  rimandando  con  la  cifra  ro- 
mana al  fascicolo  e  con  l'arabica  alle  pagine,  che  son  numerate  come  nei 
corrispondenti  volumi  dell' 'Arch.  tr. '. 

pv.  =  Antichi  testi  di  letteratura  pavana,  pubblicati  da  E.  Lovarini;  Bo- 
logna 1885  ('Scelta  Romagnoli'  disp.  248). 

qt.  =  Il  castello  di  Quart  nella  Valle  d'Aosta  secondo  un  inventario  ine- 
dito del  1557,  di  C.  Merkel;  in  'Bollett.  dell' Istit.  stor.  it.'  num.  15,  Si 
citan  le  pagine  dell'estratto. 

rv.  =  Contrasto  della  rosa  e  della  viola,  di  L.  Biadene;  in  stfr.  VII. 

sf.  =  Statuto  della  fraglia  dei  muratori  [di  Padova]  edito  da  G.  Lupati; 
Padova  1891. 

srv.  =  Il  Serventese  dei  Lambertazzi  e  dei  Geremei,  di  FI.  Pellegrini; 
Bologna  1892;  in  'Atti  e  Memorie  della  r.  Deputazione  di  Storia  Patria 
per  le  provincie  di  Romagna',  s.  Ili,  voi.  IX.  Si  cita  l'estratto  che  ha  nu- 
merazione propria. 

stb.  =  Statuti  delle  società  del  popolo  di  Bologna,  pubblicati  da  A.  Gau- 
DENZi,  voi.  I;  Roma  1889. 

td.  =  Due  antichi  testi  dialettali  pubblicati  da  K.  Bartsch  e  A.  Mussafia  ; 
in  '  Rivista  di  filologia  romanza  '  fase.  V,  VI.  Si  cita  l' estratto  che  ha  nu- 
merazione propria. 

tri.  =  Dal  Tristano  veneto,  di  E.  G.  Parodi;  nella  Miscellanea  'Nozze  Gian- 
Sappa  Flandinet',  Bergamo  1894. 

vq.  =  Il  Contrasto  bilingue  di  Rambaldo  di  Vaqueiras,  di  V.  Crescini  ;  in 
'Atti  e  Memorie  dell'Accademia  di  scienze,  lettere  ed  arti  in  Padova'  VII  disp.  2.^ 

w.  =  Intorno  ad  alcuni  testi  nei  dialetti  dell'Alta  Italia,  recentemente 
pubblicati,  di  A.  Wesselofsky;  in  'Propugnatore'  voi.  V. 


Al  paragr.  Ili  (Lessico;  XII  384-440,  467). 
Ho  per  questo  paragrafo  le  seguenti  'Giunte  e  Correzioni': 

ahitanQa  abitato  25,  22-3. 

agreqo;  cfr.  berg.  e  bresc.  gresù,  a.  padov.  agrezd  (Magagnò  II  23v),  e 
v.  gel.  164. 


Annotazioni  lombarde.  —  HI.  Lessico  (Giunte  e  Correz.).  205 

aguaitar;  v.  gel.  180. 

aguagnar  guadagnare  81,  21.  V.  num.  110,  e  gel.  180. 

ahumanir  render  umano   107,  12. 

alainar;  v.  ca.  less.  Circa  il  significato  e  l'etimo,  è  pur  notevole  che 
il  monf.  abbia  tudesch  come  termine  opposto  a  ladin  scorrevole. 

amassai  riuniti,  adunati,  85,  16.  25. 

angossa;  cfr.  mil.,  berg.,  mant.  ingóga  nausea,  schifo,  venez,  far  an- 
gossa  stomacare,  e  v.  pure  bars.  gloss.  s.  'angossoso'. 

aogia;  cfr.  a.  e  mod.  gen.  agogia,  Vili  59,  22,  agògga. 

ape;y.  Vili  35,  11;  54,  36,  guai.  19,  20. 

apena.  Altri  esempj:  H,  31;  12,  2  {a  penare);  e  v.  bars.  gloss. 

aprender;  v.  brend.  103,  ca.  less. 

arengo  13,  23:  sonar  l' arengo  deve  aver  significato  affine  al  vie.  sonar 
rengo  '  quando  i  botti  della  campana  avvisa  il  popolo  che  il  patibolo  la- 
vora '  (Da  Schio). 

arlia.  Cfr.  anche  il  bresc.  rilia. 

arranciglio;  v.  rv.  gloss,  s.  'darenza'. 

ascharo.  La  citazione  del  Diez  va  così  corretta:  IP  s.  'asco'.  —  Quanto 
alla  possibilità  di  mandare  insieme  la  nostra  voce  e  il  tose,  aschero,  ri- 
cordiamo 'angoscia',  che  da  una  parte  viene  a  dire,  come  qui  sopra  si 
vede,  'schifo,  nausea',  e  dall'altra,  come  nella  Valtellina  (Monti),  può  si- 
gnificare 'brama  ardente',  avendosene  ancora  il  verbo  angossi  bramare  ar- 
dentemente. Il  lomb.  àmpia  può  dire  analogamente:  'brama  vivissima'  e 
'conato  di  vomito'  (v.  arb.  nelle  giunte  al  gloss.).  Per  l'etimo,  riverremo 
poi  a  quella  base  germanica  che  il  Caix  già  proponeva  per  'aschero'  in 
quanto  dica  'voglia,  vivo  desiderio',  ed  è  nell'ingl.  to  ask,  ted.  eischen,  che 
nel  gotico  avrebbe  dovuto  sonare  *aiskón  (Kluge,  s.  'heischen'). 

ascurir.  Da  ascuran,  54,  36,  vorrebbe  il  Mussafia  ^  inferire  nnascuràr, 
poiché,  dice  egli,  da  ascurir  vorremmo  ascurissan.  Ma  poiché  abbiamo  per- 
seguan  ali.  a  perseguissan  (num.  142n),  sarà  lecito  chiedere  se  non  ne  po- 
teva andar  promosso  un  ascuran  ali.  a  ''^ascurissan. 

ascurqar^  cfr.  ven.  scurzar,  e  ascurgar  VIII  19,  3. 

a,smorsar;  cfr.  asmorzar  best.  gloss. 

auegnimento:  per  auegnimento  'per  accidente'  21^  34. 

augugo.  Lo  squedela,  che  si  ricorda  in  questo  articolo,  ha  ora  conforto 
da  squidella  gpa.  18.  Onde  dovremo  ammettere  che  la  confusione  tra  squela 
e  scudela  sia  da  attribuire  ai  parlanti  piuttosto  che  allo  scriba. 

auia.   Un  altro  esempio:  20,  3.  Cfr.  pure  pav.  avi  e  avia. 


'  Qui  e  nel  seguito  di  questo  Giunto,  mi  riferisco  ad  avvertimenti  che 
l'insigne  romanista  ebbe  la  benevolenza  di  rivolgermi  privatamente,  non 
appena  comparse  le  'Annotazioni  lessicali'. 


206  Salvioiii , 

hacheta  dirà  senz'altro  'giurisdizione,  signoria';  v.  pst.  Il  210,  ecc. 

harozo;  v.  num.  18. 

bauchar.  Si  ricordi  pure  il  ven.  baucar  baloccarsi,  essere  distratto,  star 
come  stupido,  baùco  balordo,  l' a.  ven.  balcar  guardare  (Mutinelli,  Boario), 
il  ferr.  balcar  squadrare. 

beneexir;  r.  XII  467,  arb.  s.  'benesii'  e  nelle  Giunte,  e  cfr.  a.  gen.  be- 
nixi  Vili  35,  33,  beneisiam  17,  38. 

beneeson,  maleeson;  v.  XII  467,  dove  però  va  notato  che  la  costanza 
del  -5-  (v.  ancora  beneixon  VIII  331,  benedesone  stb.  384  *)  c'induce  ora  a 
leggere  benee-  maleeson,  forma  che  proviene  da  -esir  ecc.  e  corrisponde- 
rebbe a  un  it.  'benedicione\ 

bidaxo;  cfr.  posch.  bida  capra,  bidon  uomo  grosso  e  inerte. 

boaqa;  v.  cavass.  gloss.  s.  'buaza'. 

bruQO;  v.  VIII  334  s.  'bruda',  pav.  briigì  muggire,  ecc. 

bus  sei  a  bossolo,  bussolotto,  52,  25. 

butar;  cfr.  buiava  lacreme  VIII  44,  32-3,  butà  in  ec  rinfacciare,  a  S.  Vit- 
tore di  Mesolcina,  valses.  arneuggiée  e  innogiée  rinfacciare,  sic.  ittàri  an- 
nòcchiu  rinfacciare. 

caga;  v.  bars.  gloss. 

e  ab  a  net  a  46,  25;  cfr.  cabana  VIII  335. 

caileto.  In  matt.  è  cadellieto,  nel  bri.,  cadelepo  (da  cui  ha  conferma  il 
cadelepo  del  gloss.  A^  ap.  Mussafia  beitr.  s.  'cadeleto');  e  l'a.  orv.  ha  cn~ 
rileto  (Diario  di  M.  Tommaso  ecc.  col.  58).  Un  candaletto  è  nel  Vocabolista 
bolognese  del  Bumaldi,  che  raccosta  la  voce  a  'candela';  e  forme  moderne, 
da  aggiungersi  al  beiti",  s.  'caileto',  sono  il  valses.  cariilècc,  il  mant.  cadlég. 

camiso.  Nel  venez.  è  pure  càmiso  -e,  dove  meglio  s'aspetterebbe  canieso, 
e  il  piem.  ha  càmìls  camice,  camicia,  sacco  da  morto.  Nel  diz.  Tommaseo- 
Bellini,  è  poi  camiscio,  che  sarà  camiscio  e  che  ritrovo  nell'a.  senese  (Ca- 
pii, d.  Disciplinati  ecc.  ed.  da  L.  De  Angelis;  Siena  1818;  p.  114). 


*  L'a.  boi.  benedxsone  significa  'focaccia',  come  appare  dal  contesto  (cin- 
quanta benedesone  onero  fogace);  e  il  perchè  del  curioso  traslato  è  in  una 
disposizione  statutaria  che  si  legge  nello  stesso  volume  del  Gaudenzi 
(p.  158):  «Ordinamus  quod  massarius  habere  debeat  unam  fogatiam  prò 
benedictione,  que  debeat  dari  inter  socios.  »  Ne  viene  buona  luce  anche  al 
lomb.  benis,  confetti,  coriandoli  zuccherati,  che  noi,  arb.  s.  'benesii',  con- 
sideravamo come  un  deverbale  da  benisì.  Cfr.  d'altronde  pure  il  mod.  boi. 
bandiga,  regalia  che  si  concede  agli  operaj  a  opera  finita,  far  bandiga  ban- 
chettare, mangiare  lautamente  in  campagna. 


Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  Correz.).  207 

campo.  Vedi  Schuchardt  Itb.  XIV  95. 

canal  rigagnolo  72,  37. 

candeo.  Se  la  voce  è  schiettamente  popolare,  ricorreremo  per  re(num.  20) 
a  un  dissimilato  *candit-. 

carena  dimostrazione  d'affetto  47,  9. 

carrera;  cfr.  catara  gpa.  I  7,  8, 

cauagna  82,  37.  Notisi  il  significato,  certamente  occasionale,  di  'cu- 
stode, depositario'. 

cengiar:  porco  cengiar.  Ritorna  la  combinazione  nel  ven.  porco  cengial, 
berg.  porc  singial.  Circa  cignale,  v.  ora  la  bella  dichiarazione  del  Bianchi, 
XIII  221  n,  che  sarà  quasi  sicuramente  avvalorata  dal  porci  cignuti,  ricor- 
rente a  più  riprese  in  una  filastrocca  ap.  Giannini,  Canti  pop.  d.  montagna 
lucchese  (pp.  216-7). 

chicca.  Al  Mussafia  pare  strana  la  similitudine  in  cui  questa  voce  com- 
pare; ma  egli  di  certo  s'acqueterà  pensando  al  lomb.  san  cume'n  co,  ai 
berg.  sa  cuniè  u  brons,  cumè  u  cornai,  cumè  u  grop  de  riier. 

chionera;  cfr.  anche  ver.  ciodara,  berg.  ciodera,  ecc. 

chiiicar;  la  voce  è  anche  lombarda,  ricorrendo  ciochée,  secondo  il  Monti, 
in  qualche  villa  del  lago  di  Como. 

cinggala;  cfr.  anche  mod.  zinzèla,  pav.  gengcila,  ecc. 

Cirio;  cfr.  pure  pav.  zh^i. 

cognesser;  v.  num.  9. 

cognossemento  discernimento,  ragione,  89,  32-3. 

comprender;  v.  Vili  47,  12. 

confessor.  Piuttosto  che  per  'confessionale',  ora  lo  renderei  per  'con- 
fessione, altare  della  confessione'.  La  voce  (confessorium,  in  confessore) 
ricorre  frequente  in  testi  medievali  pavesi,  e  vedine  Merkel,  L'epitaffio  di 
Ennodio,  pag.  72 n.  La  nostra  forma,  che  non  dev'essere  popolare,  e  il 
confessore  de' testi  latini  accennano,  piuttosto  che  a  confessorium^  a  un 
{altare)  confessorvm. 

confortoso;  cfr.  rv.  gloss. 

conpiaxer  piacere,  essere  gradito,  113,  12. 

consciencia  scrupolo  64,  35, 

core;  cfr.  cor  de  lo  corpo  Vili  55,  23,  matr.  27. 

correo;  v.  ca.  gloss.,  e  mlr.  II  572. 

cartellerà  custodia  dei  coltelli  da  tavola  (?);   v.  cm.  38. 

crauei  è  plurale  di  craueo,  di  cui  v.  XIII  485n,  stfr.  VII  228.  E  cra- 
veido  pure  nell'Alta  Valle  di  Magra  (Restori,  pag.  28). 

croitae;  cfr.  venez.  scroità,  friul.  scrovetad. 

cunchiao.  Anche  nel  piem.  sono  cune  e  cuncé.  Il  Mussafia  mi  richiama 
poi  a  sconchigarse  beitr.  102,  e  il  Meyer-Lùbke,  zst.  XVII 613,  all'a.  frc.  conchier. 


208  Salvioni, 

e  tir  le;  cfr.  anche  com.  gurla,  friul.  gurli.  Che  poi  s'abbia  a  accentuare 
curie,  è  guarentito  dal  pav.  curie  trottola,  paleo. 

dalmagio;  v.  gel.  169. 

dar:  dar  incontra;  cfr.  a  me  darne  incontra  'mi  contraddirei',  Ruz- 
zante I  27. 

decretai,  masc,  86,  17;  v.  mlr.  Il  478. 

degan;  cfr.  degan  brend.  gloss.,  e  il  bregagl.  dagan  usciere  del  tribunale, 

degnar;  v.  num.  16. 

derear.  Tra  le  forme  vive,  ricordisi  pure  il  pav.  darder. 

derubio.  Il  Mussafìa  mi  ricurda  l'a.  frc.  desruhant  Diez  I  s.  'dirupare', 
e  il  Meyer-Lùbke,  zst.  XVII  613,  richiama  pure  l'a.  frc.  desruhle.  Alla  mia 
volta  rammento  dirubbiato,  rovinoso,  nella  1,^  scena  del  Mogliazzo  del  Berni. 

descender  nascere,  derivare,  prodursi,  2i,  28.  39 

descentre;  cfr,  bresc.  degént  apprendista  (nelle  ferriere),  sard,  dischente 
discepolo. 

deserto  del  mondo  8,  26-7.  Andrà  forse  letto  dal,  interpretandosi  per 
'abbandonato  dagli  uomini'. 

desidrar.  Il  Mussafìa  mi  fa  notare  il  valor  passivo   di  desiroxo  71,  12. 

desperduo;  v.  stfr.  VII  236. 

desraixar  sradicare  48,  33. 

dessear;  v.  cavass.  gloss. 

dianna;  v.  XII  467. 

dosmentea.  Il  deverbale  anche  nel  venez.  desmentega,  friul.  disméntie 
I  504;  e  circa  dosm-,  cfr.  dosmentegà  Cher.,  dosmengd  di  Valle  Brembana 
(berg.  dosmentegà  =  dù-). 

drapo.  Nota  drapi  da  dosso  e  da  lechio  99,  30. 

era  105,  5-6.  Il  Mussafìa  propone   di  congiungere   era  col   man  in  che 
precede,  e  leggere  mainnera. 
erra;  v.  num.  2. 

fernasia  frenesia  52,   12. 

fiadon;  v.  D'Ovidio  XIII  363 n. 

fior;  cfr.  piac.  la  fior  la  polvere  bianca  che  ricopre  l'epidermide  di  al- 
cuni frutti. 

f orbato;  cfr.  il  volgare  tose,  forbottare. 

fraolo.  Avrà  la  sua  diretta  corrispondenza  nel  mil.,  berg.,  bresc.  fràgol 
fragile.  Il  bresc.  ha  pure  fiégol  'fìevole'  dilegine,  facile  a  piegarsi;  e  chissà 
che  in  fraolo  fragol  non  convengano  'fragile'  e  'fìevole'. 

frascuo  fronzuto  119,  39. 


Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  correz.).  209 

frasso;  cfr.  desfrassò  malandato,  nel  Ruzante. 
freza;  cfr.  pure  il  berg.  fréssa. 
fi' eri;  v.  rv.  gloss. 

galefar;  cfr.  verzasch.  sghelefó,  e  caleffaminti  nella  versione  padovana 
presso  il  Salviati. 

galon;  v.  gel.  172, 

gioton.  Il  significato  di  'cattivo  soggetto'  doveva  essere  ancora  ben  dif- 
fuso nel  sec.  XVI,  poiché  s'ha  nella  versione  milanese  (giuf),  bergamasca 
{gioito)  e  bolognese  (iut)  del  Salviati.  Circa  il  traslato,  cfr.  ancora,  da  una 
parte  il  mil.  zafanò  poltrone  (zafdna  bocca),  e  dall'altra  il  beli,  desùtol 
ingordo,  ghiotto. 

grae  72,  20  grae  di  pe  59,  30  il  dosso  del  piede;  cfr.  ol  grat  de  la 
ma  Ib.  169. 

gripia.  lui  è  di  quasi  intera  la  Venezia;  e  v.  anche  gel.  173. 

gunela.  Per  Yu^  v.  anche  rv.  gloss.,  gpa.  II  4,  4,  pstr  III,  132,  141. 

incercho.  Nella  2.*  linea  dell'articolo,  correggi  i2,  14. 

incrosto',  cfr.  enclosto  on.  (zst.  XVIII  72),  inclosto  brend. 

indequeto.  Il  Mussafia  interpreta,  e  parmi  con  molta  ragione,  'incon- 
trastato, onnipotente'. 

infrohar.  Il  Mussafia  connetterebbe  la  voce  con  froho,  interpretando 
'il  cielo  provveduto,  ornato';  ma  a  me  pare  che  meglio  convenga  l'inter- 
pretazione nostra.  Circa  la  metatesi,  cfr.  anche  baldachino  froado  de  varo 
matt.  34,  141. 

inigo;  v.  rv,  gloss. 

inimigo  6,  26.  31.  E  detto  del  diavolo;  e  l'appellativo,  combinato  col- 
r aggettivo  'falso',  è  passato  ne' dialetti  moderni:  tic.  falsinimìch  diavolo, 
trev.  falsonemico  demonio. 

inmerauele  19,  16.  Così  andrà  letto,  invece  di  in  merauele,  e  tradotto 
per  'innumerevoli'. 

in  noio.  Tra  le  forme  vive:  com.  ave  in  oeugia  avere  in  odio  (Monti  App.); 
e  per  il  concrescere  della  preposizione  (noja  ecc.),  cfr.  venez.  atedio  tedio. 

inpachiar.  Anche  nell'a.  gen.:  itipaiha,  Vili  361  ;  68,  5,  con  e  al  posto  àìjt. 

inperque;  cfr.  l'ompeì'chetie^  Fagiuoli  V  64. 

insemo  reciprocamente;  cfr.  ancora. se den  amare insemo  l'un  l'altro  69, 18. 

intendeuele  ragionevole  38,  18. 


*  Mantengo  la  divisione  che  è  nella  stampa,  anziché  sostituirvi  lo  'mperchene, 
perchè  da  più  testi  di  volgar  toscano  mi  risulta  che  quel  modo  di  dividere  ha 
radice  nella  coscienza  popolare  ;  onde  s'arriva,  p.  es.  anche  a  gli  omperatori. 


210  Salvioni, 

inter  dna;  cfr.  piem.  anterdoà  dubbioso,  montai,  steoa  in  fra  le  dua 
(Nerucci,  Nov.  montai.  146). 

inter , negar  dividere,  separare,  87,  8;  cfr.  venez.  tramezera  parete  di- 
visoria. 

intr aglie;  cfr.  mil.  intràj. 

lauanca;  cfr.  ossol.  lavénca  valanga. 

laudare,  22,  24,  par  che  abbia  il  senso  di  'lusingare,  adulare'. 
«  leemi;  cfr.  legetime  Cron.  di  Perugia  (ed.  Fabretti)  IV  147. 

lechio  de  2^<^9ii<^  in  sacho  pagliericcio  88,  40. 

lenipeo.  Che  vi  s'abbia  a  vedere  un  * em/M'io  =  empiuto  (=■  satollo  =:greve)? 
Di  limpì,  empire,  non  mancano  esempj  nell'Alta  Italia. 

lonbardia.  Di  lombardo  =  italiano,  v.  anche  schn.   12. 

lonxengar.  Cfr.  lonsenghero  Ipid.  23,  e  ancbe  il  catal.  lensenger  ap. 
Mussafia,  Die  catal.  version  d.  Sieben  Weisen  Meister,  §  23. 

loxnar;  v.  gel.  172. 

ma  25,  18.  Farmi  voglia  dire  'tanto  più';  cfr.  sta-made,  e  ma  'piuttosto' 
XIII  343. 

magia;  v.  D'Ovidio  XIII  375  sgg.,  Ascoli  ib.  460. 

maj estae;  cf.  dlm.  gloss.,  e  piem.  mista. 

mainerà.  Pei  dialetti  moderni,  cfr.  mainira  Pap.  653,  e  qui  riverrà  anche 
m.inera  ib.  72. 

maleexir;  v.  XII  467,  e  cfr.  a.  gen.  77iarixi  VIII  91,  24.  Da  giudicarsi 
come  beneexir,  di  cui  sopra. 

maleeson  101,  34;  117,  1;  v.  qui  sopra  s.  'beneeson'.  Neil' a.  vie.  è 
pure  inalesion. 

malueghera.  Il  mascolino  se  ne  avrà  nel  seguente  passo  degli  Statuti 
inediti  di  Biasca:  «si  aliqua  persona  alieni  persone  dixerit  quod  sit  strio- 
nus,  ìnalvegierius,  fur,  ecc.  ».  Il  paragrafo  si  intitola:  De  pena  dicentis 
verba  injuriosa. 

man;  v.  best.  gloss.  mason;  v.  rv.  gloss.,  gel.  174. 

masselada.  Un  esempio  anche  da  A  86,  33  (maselaa). 

mataa.  Vedi  Buscaino-Campo,  Studj  varj  (Trapani  1867),  pp.  325-6,  e 
Gian  nell'ediz.  del  Cortegiano  da  lui  procurata  (Firenze  1893),  p.  189  n. 
Pensa  il  primo,  per  le  forme  siciliane,  allo  sp.  ìnata;  ma  il  nostro  mataa, 
anteriore  a  ogni  invasione  spagnuola  nell'Alta  Italia,  ce  ne  dovrà  distogliere. 

me  'sed'  80,  38;  v.  VIII  48,  3. 

me  mettere;  v.  cavass.  379 n. 

menar  per  bocha;  v.  Vili  76,  18-9;  80,  31. 

messon;  v.  rv.  gloss. 


Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  Correz.).  211 

mormor  mormorio  59,  37. 
muglier  moglie  71,  27,  ecc.  V.  bars.  52. 

musa;  efr.  brianz.  de  bona  musa,   di  buona  bocca,  Cher.  IV  Giunte,  a 
musa  secca  a  bocca  asciutta,  nel  Ruzante. 
mus acorna;  v.  mlr.  II  586. 

nassion.  Cfr.  anche  moden.  nassion  nascimento,  mil.  nassion  di  cavalèr 
nascita  dei  bachi  da  seta,  friul.  nascion  nascimento.  Voce  semidotta;  altri- 
menti sarebbe  *nagón. 

necesseure  necessario  19,  17. 

negar;  v.  Flechia  Vili  371. 

noma;  v.  Gartner  zst.  XVI  334-5n,  Il  Mussafia  mi  fa  poi  notare  nome 
che  'se  non  fosse  che'  84,  33,  ch'egli  pone  a  riscontro  di  modi  antico-it. 
come  '  se  non  eh'  egli  m' avesse  promesso,  io  avrei . . .  '  ;  cfr.  pure  noma 
prima  renegasse  Dio  'se  prima  non  rinegasse  Dio'  pst.  Ili  133. 

nunta;  cfr.  noni,  nonta,  nel  dial.  di  Cilavegna,  ap.  Rusconi,  I  parlari 
del  Novarese  e  della  Lomellina,  p.  113.  Sarà  nota  incrociato  con  niente. 

nuta;  v.  zst.  XVII  613.  Si  chiede  qui  il  Meyer-Lùbke,  seneH'w  non  sia 
da  riconoscersi  l'influsso  di  'nulla';  al  che  si  può  rispondere  che  questa 
voce  è  rimasta  estranea  alle  popolazioni  gallo-italiche  (non  dimentico  però 
la  sua  presenza  nel  ladino  e  nell'a.  veronese,  Arch.  VII  441  596);  e  che 
perciò  meglio  varrà  pensare  a  qualche  caso  di  proclisia. 

olir;  V.  rv.  gloss.,  cavass.  gloss.  s.  'ulir'. 

ovaia.  Ancora:  umgna  (umna)  nel  berg.  meno  recente,  Tirab.  s.  v. 

ornine  a;  v.  rv.  gloss.  s.  'omicha'.  Ricordo  ancora,  per  n  estinto:  noca 
bonv.  'nunquam'  sei.  s.  v.,  e  docca  duca  deca  ducca  'dunque'  dell'Ossola, 
della  Sesia  e  del  Biellese  (v.  Pap.  nelle  versioni  di  Ceppomorelli,  Mag- 
giora, Varallo,  Pettinengo,  Biella). 

orar.  Si  chiede  il  Mussafia  se  non  sarà  horarium  'il  libro  delle  ore'. 

or  rio;  v.  Ascoli  II  447,  e  qui  fors'ancho  il  veron.  inorià  Pap.  550. 

oseegle;  cfr.  pure  il  mil.  rust.  odesèll. 

osianna  'osanna'  68,  29. 

otegnir  vincerla,  spuntarla,  107,  19. 

paina  pagina,  num.  49.  palesar;  v.  Vili  60,  11. 

parar  uia  scacciare  113,  16;  è  della  Brianza  (Cher.  IV,  Suppl.)  e  di 
quasi  tutta  la  Venezia.  Beitr.  86:  parar  fora,  cui  risponde  da  Terdob- 
h\&tQ:  para  feura,  mandare,  mandar  fuori,  Rusconi  110. 

2)areghio;  cfr.  ancora:  paraecc  cosi,  a  Cilavegna  (Rusconi),  e  a.  gen. 
aparegà  paragonare  Vili  14,  36. 


212  Salvioni, 

parola  licenza,  permesso,  65,  36;  significazione  ben  diffusa  in  tutti  i 
testi  antichi  dell'Alta  Italia,  e  accolta  pure  nel  voc. 

parpe;  v.  gel.  175. 

partir  spartire,  distribuire,  47,  28-9. 

paruta;  cfr.  piem.  pariita,  e  v.  il  voc. 

pasqua:  dar  la  mala  pasqua  5.  18;  6,  8.  È  locuzione  passata  anche 
nel  voc. 

pe  'piede'  senz'altro;  la  voce  entra  del  resto  nella  combinazione  allit- 
terativa  de  pe  o  de  pugne. 

pechijn,  stregia,  62,  4.  Il  Mussafia  m'avverte  che  si  tratta  molto  sem- 
plicemente di  'pettine'  e  di  'striglia'.  Il  riflesso  di  pecten  sarebbe  dunque 
schiettamente  lombardo,  privo  cioè  del  -n-  che  s'è  intruso  nel  riflesso  pe- 
demontano (cfr.  però  canav.  péco,  XIV  117),  nel  provenzale  ecc. 

pecin;  v.  stfr.  VII  216n,  e  aggiungi  pezade  pedate  fv.  16. 

perfine.  Per  il  pi.  le  fine  'la  fine',  cfr.  a  le  fine  fv.  2,  fare  le  male 
fine  st.  XXVI,  ecc. 

perforgo.  In  32,  15  e  84,  39,  secondo  che  nota  il  Mussafia,  s' ha  la  si- 
gnificazione del  frc.  esforz  'forza  armata,  il  complesso  dei  soldati  con  cui 
uno  muove  in  guerra'.  Cfr.  ancora  is forzo  tro.  383,  e  sforzo  nel  voc. 

peschar;  cfr.  a  pescavo'  nt  un  tilpin  in  un  canto  piemontese  ap.  Nigra  479. 

piacentona-  cfr.  tose,  piacentiero  adulatore,  a.  sic. plachentuni  (De  Gre- 
gorio, Il  libro  dei  vizj  e  delle  virtù,  gloss.  s.  'placebo'). 

piaxeuel;  cfr.  ancora  beli,  piaseole  domestico  (di  bestia),  pav.  pas  ani- 
male mansueto. 

pichar  incavare  77,  33. 

pin  satollo  24,  10;  lomb.  pjeii  ecc. 

pioueo.  Si  può  ancho  pensare  a.*pióvito,,  di  cui  ora  v.  Flechia  XIV  115. 

piumente:^  v.  cavass.  gloss.  s.  'piment'. 

pixarola;  cfr.  ferr.  pis  trottola,  moden.  pisaròla  cerchietto  di  piombo, 
od  altro,  che  mettesi  in  fondo  al  fuso  (cfr.  vallanz.  fiisaró  trottola),  perchè, 
cosi  aggravato,  giri  meglio  ;  e  circa  al  dormir  la  pixarola,  notisi  che  i 
fanciulli  di  Bergamo  dicono  appunto  dormi  della  trottola  quando  gira  così 
velocemente  da  parer  ferma  (Tiraboschi). 

pixor;  V.  bars.  gloss.,  e  mlr.  II  85.  Vive  tuttora  la  forma,  di  qua  dal- 
l'Alpi, in  varietà  canavesane  (v.  Pap.  nella  versione  di  Valchiusella  :  ^^t'asiir). 

polegro;  cfr.  pulégar  in  qualche  parte  dell'agro  pavese. 

pregante.  Leggeremo ^re^'anio  e  intenderemo  'scongiuro',  così  come  ap- 
punto dice  preganto  in  UguQon.  Cfr.  ancora  pregantega  zst.  IX  327,  pregan- 
tola,  pregantola  de  incaniason,  in  Ruzante,  Due  dial.  I  10  v,  Dial.  facettiss. 
9  r,  Oraz.  14r,  moden.  percàntel  filastrocche,  cantafere,  xià^,  percantàre  (mlr. 
II  618);  e  siamo  sempre  al  lat.  p  rae  canta  re,  praecantator  pregantaor^ 


Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  Correz.).  213 

jivicar.  Col  princhan  delle  ppav.  va  l'a.  gen.  princhà,  Vili  83,  22,  che 
non  avrà  perciò  bisogno  d'essere  emendato. 

prouocarse.  Pur  del  milanese:  provoca,  provoca,  gareggiare,  gara,  nel 
linguaggio  delle  scuole. 

pule g a.  Pav.  pù'lga. 

'pumaggo-  cfr.  pav.  pìimazz  e  piùmazz,  guanciale  lungo  quanto  è  largo 
il  letto,  mil.  rust.  pi-umàs,  tose,  più-  e  pimaccio. 

puxa.  Un  quarto  esempio:  102,  4. 

qtiare.  M'importa  qui  avvertire,  per  ragioni  da  addurre  in  seguito,  che 
r  esito  -é  =  -èlio  è  proprio,  fra  altri  dialetti,  anche  del  pavese. 
quaresmil  quaresimale. 
quintar'^  cfr.  monf.  quintée,  venuto  però  al  significato  di  'contare'. 

rehuffo  rabbuffo  63,  19.  Ven.  rebufo. 

rega;  sta  al  plur.  (le  rege),  e  il  Mussafia,  felicemente  come  io  credo, 
confronta  l' a.  it.  regge  porta  di  chiesa,  ed  anche  '  le  porte  dei  tramezzi,  o 
i  tramezzi  stessi,  che  divideva  la  parte  della  chiesa  destinata  al  popolo  da 
quella  dove  si  celebravano  gli  uffici',  il  qual  significato  meglio  conviene 
al  caso  nostro.  Cfr.  vie.  reza,  regia  (Da  Schio)  la  porta  maggiore  del  Duomo 
di  Vicenza,  e  v.  Ducange  s.  'regia '"3,  4.  La  voce  doveva  essere  molto  usata 
al  plurale  (v.  schn.  246  s.  'rès'es'),  e  quindi  l'it.  la  regge  sarà  come  un 
incrocio  di  'la  reggia'  con  'le  regge'. 

r cerner.  Il  Mussafia:  «Non  inutile  notare  che  nel  primo  esempio  vale 
precisamente  'mettere  insieme  ragunando  con  una  certa  fatica,  raggranel- 
lare', come  il  rimedire  dell' ant.  toscano». 

regago;  cfr.  pav.  ragazè  sottobifolco,  e  v.  Ib.  184. 

regnarne  reame  62,  13.  14. 

reliencion:  auer  rehencion  salvarsi,  trovar  salute,  14,  41  —  15,  1. 

renduo.  Nota  il  Mussafia  che  l'a.  frc.  renda  significa  'monaco',  senza 
riguardo  a  un  ordine  speciale.  E  sta  bene,  ma  nel  nostro  passo  parrai 
proprio  che  s'abbia  un  significato  meno  largo. 

requerir.  Leggi  requirir  num.  19",  e  cfr.  recliirando  III  282,  requiris- 
sem  Vili  31,  18-9,  e  coU'i  passato  alle  rizotoniche:  requiren  VII!  10,  1. 

res<a.  Il  Mussafia  intenderebbe 'frotta,  gruppo'  anche  nell'esempio  di 24,33. 

reuelarse;  v.  rv.  gloss. 

reuerdir.  Il  Mussafia:  «L'avverbio  a  dosso  mi  dà  luogo  a  supporre 
che  si  tratti  del  revertir  del  fr.  ant;  rt  in  rd  fa  difficoltà,  ma  può  essere 
una  svista  ». 

reuiscolar;  v.  rv.  gloss.  s.  'viscoro'. 

rianna;  v.  Flechia  Vili  384  s.  'rianyn'. 


214  Salvioni, 

ridi;  del  pieni,  reidi,  v.  mls.  II  455.  Anche  il  pav.  ha  red  del  frèd  intirizzito. 
rincaualarse  accavallarsi,  sovrapporsi. 

roan.  Per  il  suffisso,  cfr,  veron.  roana  natica,  mil.  rodAnna  capriuola. 
ruela.  Per  Vii,  v.  pav.  rudela  rotella,  a.  vie.  riidela  e  ruella. 

saita;  cfr.  bresc,  berg.  séjta  =  saita,  ài  cui  v.  stfr.  VII  211n.  Agli  esempj 
qui  ricordati  di  éj  da  ai,  aé,  s' aggiunga  peiss  paese,  che  compare,  insieme 
a  freil  fratello,  nel  Saggio  che  dà  il  Rusconi  per  Foresto-Sesia,  e  dove  la 
lezione  pejc  par  guarentita  dal  -ss. 

salterion  45,  33;  110,  14.  Potrebb'essere  lo  strumento  musicale,  ma 
anche  si  può  pensare  a  'salmo,  salmodia'. 

sborrir.  Il  Mussafìa  non  esiterebbe  ad  accettare  la  significazione  che 
indicammo  in  nota. 

shrixar  sjjezzare  65,  32;  v.  bars.  gloss.  s.  '  desbregar ',  e  il  frc.  briser 
kng.  1348. 

sbronchar;  cfr.  berg.  broncà  avere  il  rantolo. 

schauigar.  L'i  anche  nel  pav.  soavizza,  scavìzz. 

scurQo;  cfr.  anche  pav.  scòrs,  beli,  scorz  scorzone. 

scusar;  cfr.  ancora:  com.  scusa  servitóo  (mt.),  ven.  ste  calze  me  scusa  i 
stivali,  e  più  specifico  il  berg.  s'è  pio  scils  *si  è  più  ajutati'  ap.  Samarani, 
Proverbj  lombardi,  p.  304. 

segnie.  Potrebbe  equivalere  a  'le  segue'  o  'le  segna';  cfr.  lomb.  segna  gua- 
rire con  'segni'.  E  dato  che  s'abbia  veramente  a  mandare  con  saigner  ecc., 
sovverrà  il  senso   speciale   che  è  nel  venez.  cerusìa  medicina,  rimedio. 

senechia;  cfr.  vaiteli,  seneciàt  num.  50.  Nel  trent.  è  poi,  di  base  di- 
versa, seneghir  ins-  intristire,  col  sost.  senega  in  mal  de  la  senega  pst. 
IV  75;  e  si  chiede  se  qui  partiamo  da  *seneco  =  senec-s,  o  non  abbiano 
piuttosto,  almeno  per  incrocio  popolare,  il  filosofo  Seneca,  che  in  più 
parti  d'Italia  è  come  il  termine  di  paragone  per  'uomo  magro  e  scolorito'; 
cfr.  tose,  e'  pare  un  Senaca  svenato,  di  uomo  sbiancato  e  magro,  venez. 
Senaca  svenata,  magro  arrabbiato,  lanternuto,  dov'  è  notevole  la  veste  fe- 
minile  imposta  al  nome  proprio  uscente  per  -a;  cfr.  anche  berg.  sèneca, 
sènec,  sònico,  stizzoso,  posch.  sencch,  frugolo,  folletto. 

seno.  Per  seno  'senso',  v.  pure  Vili  16,  22;  17,  7.  9. 

sgarauago;  s'aggiunge  il  veron.  scaravaso. 

s^ruuio;  v.  rv.  gloss.  s.  'grunio'. 

slanqear;  cfr.  a.  it.  lanciare,  cad.  langato  1,  a.  sard.  lanthar.  Al  num. 
del  volume  (Vili)  aggiungi  quello  della  pagina:  363. 

soQQO  oscuro,  severo,  27,  25. 

sogeto;  pav.  berg.  so§ét,  e  v.  Flechia  III  144, 

sor  suora  88,  28. 


Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  Correz.).  215 

sorte.  Al  plur. :  fo  buio  le  sorte  72,  27. 

salire  sopra;  sta  a  super,  come  sempre  e  intre  a  semper  e  inter. 

souregonger  sovrapporre  72,  39. 

spera;  v.  besc.  1875,  Vili  9,  35,  dove  l'emendazione  riesce  perciò  inu- 
tile. Nel  volgar  fior,  è  pure  dispera  disperazione. 

sp  erla;cfF.  una  spresella  (='spericella')  de  sole  un  raggio  di  sole,  nel  Ruzante. 

stamade.  Vedi  s.  'ma'.  E  che  sarà  il  friul.  tàma  come,  quando? 

stechir;  v.  cavass.  394,  dove  si  confronta  l' it.  attecchire. 

stellarla;  cfr.  Ib.  194,  e  v.  Parodi,  Rass.  bibliogr.  d.  lett.  it,,  II  148. 
Nel  mondov.  è  pure  staladì  vieto,  stantio,  che,  se  applicato  al  vino,  do- 
vrebbe aver  senso  buono. 

stercora;  cfr.  stfr,  VII  192n. 

sto  far;  num.  10. 

stracitaor.  Il  Mussafia:  «Leggeremo  stragitaor  =  fr.  ant.  tresgeteor,  che 
significa  propriamente  chi  fa  capitomboli  per  mostrare  la  sua  destrezza, 
quindi  :  funambolo,  ballerino  da  piazza,  ecc.  ».  Accetto  la  giustissima  os- 
servazione, e  insieme  ricordo  trage-  tragittare  giocar  di  mano,  trage-  tra- 
gittatore^  del  voc. 

strafriQQcr;  cfr.  provenz.  frire  tremare. 

stramaQQo;  cfr.  com.  trarnaz  amoreggiamento,  tremans  festino,  nel  gergo 
dei  pastori  di  Parre  (Tiraboschi);  e  qui  forse  anche  tramaszo,  tumulto, 
confusione,  che  il  Politi  attribuisce  al  dial.  fiorentino. 

stranger;  cfr.  gen.  strangé. 

strangossado;  v,  rv.  gloss.  8.  'tranchoxa'. 

strauisarse.  II  Mussafia:  «Che  c'entri  'guisa'?  Specialmente  lo  stra- 
uisae  morte,  92,  20,  mi  ricorda  i  dÀsguisai  tormenti  della  Caterina  ».  Io  ri- 
cordo anche  il  piac.  sguisà  travisare,  trasformare,  ma  certo,  nel  nostro 
testo,  il  V  da  IO  non  avrebbe  se  non  questo  esempio. 

sfregia  striglia  62,  5;  v.  qui  sopra,  s.  'pechijn*. 

strochion;  cfr.  pure  pav.  striigion  strofinaccio,  monf.  strugiun  -dun, 
strugé  strofinare. 

stronbolo;  cfr.  stotnbolo  matt.  340. 

struminar;  cfr.  vaiteli,  strornend  percuotere. 

snello.  La  stessa  voce  deve  ricorrere,  ma  con  altro  significato,  nel  pav. 
sue  acciarino  (della  mola),  lomb.  suél  puntina  di  legno  che  i  calzolaj  ado- 
perano a  mo'  di  chiodo,  ecc. 

suengia;  cfr.  com.  revengia  rivincita. 

sufficia  83,  37;  è  sguajato  latinismo. 

supition;  cfr.  supitione  persin  nello  Cron.  perug.  (ed.  Fabretti)  IV  217. 

tamagno;  v.  ca.  gloss.,  rv.  gloss.,  e  berg.  tamagn,  friul.  ta-  e  tomagn. 


21 G     Salvioiii,  Annotazioni  lombarde.  —  III.  Lessico  (Giunte  e  Correz.). 

In  Reggiano  di  Val  Travaglia:  ne  bÌQe  tamàna  una  biscia  cattiva,  velenosa 
(quasi:  'tanto  di  biscia'). 

tanborno;  cfr.  pure  pav.  tambóran. 

terruggar;  cfr.  hvianz.  tarùzz  nrtojaruzsdss  fare  agli  urtoni,  Cher.  IV,  Giunte. 

toglier  ricevere,  accettare,  47,  17, 

torzerse  contorcersi. 

tractore.  Il  provenzalismo  mi  par  evidente  nel  tracie,  'traditori'  bir- 
banti, di  Mogliano  (Macerata);  v.  Pap.  258. 

traiggon;  cfr.  kath.  v.  714,  ca.  82. 

trantalar;  cfr.  friul.  trindulà  tentennare,  oscillare,  provenz.  trantol 
'balancement'  (Rayn.). 

traonne;  cfr.  mant.  tragóndar,  engad.  travuonddr.  V.  Parodi,  Rass. 
bibliog.  d.  leti,  it,  II  148. 

trauaca;  cfr.  anche  valsass.  travacch. 

tropo  branco;  cfr.  friul.  tropp  e  stropp,  bellinz.  rust.  tróp,  mil.  tròp 
gregge;  e  trup,  strup  son  pure  accolti  dal  Monti. 

tropo  molto;  vive  sempre  nel  bellun. 

uguir  udire;  v.  num.  39. 

tiaregar-  a  p.  22,  39,  dice  veramente  'trascendere,  prevaricare' 

uassel;  cfr.  bellun.  vassel  da  ave,  valbremb.,  vaiteli,  vassel  d'av. 

uiaga;  cfr.  com.  vidàscia  sermento,  ramo  secco  o  verde  reciso  da  vite. 

uichioria.  Il  tipo  semi-popolare  anche  nel  com.  Victoria,  che  però, 
passando  per  'sforzo'  'fatica',  arriva  a  dir  'languore,  spossatezza'. 

uidua;  cfr.  anche  l'a.  gen.  vidua  Vili  17,  27. 

tiilanea.  È  un  'villanéta'  accolta  di  villani,  da  confrontarsi  coi  boi.  ra- 
gazzéida  ragazzame,  Tnuschéida  moscajo. 

uilia;  V.  anche  tro.  386. 

uoio  privo,  spoglio,  7,  29. 

uolta:  dar  uolta  mutarsi  105,  6. 

iiree.  Bella  conferma  al  ragguaglio  del  Picchia:  vegro  -  *vedro,  s'ha 
nel  friul.  vieri,  che,  riferito  al  terreno,  dice  appunto  'sodo,  sodivo'.  An- 
tichi esempj  di  vegro  in  ipn.  App. 

gaan;  cfr.  gagi  brend.  gloss. 
ga  suxa  quassù  78,  4. 
gtiiar  condannare  96,  6-7;  v.  il  voc. 

giixo;  cfr.  anche  zuxo  ipn.  76.  Una  riduzione  analoga  di  ne,  nel  venez. 
suro  =  ^sùero  sughero. 


Annotazioni  loiubarde.  —  IV.  Fonetica:  Vocali  toniche.  217 

IV.  Fonetica. 

Vocali  toniche. 

1.  Effetti  che  1'  -i  eserciti  sulla  determinazione  della  tonica.  —  Siamo, 
per  B,  a  condizioni  prettamente  lombarde:  illi,  quilli  19,  16;  4,  31,  ecc., 
qaisii  12,  20,  ecc.,  capilli  10,  31;  13,  22,  fradilli  11,  38,  dinti  -gij 
5,  28;  7,  35.  sacraminti  20,  39,  coììiandaminti  19,  19,  ecc.,  infirmi 
20,  41,  -  segnur  -ri  11,  29;  17,  5,  doluri  5,  26,  peccadu  -duri  -turi 
3,  4.  10;  9,  26,  ecc.,  robau  22,  11,  zugau  -ur  8,  31;  15,  1,  ruti  17,  23; 
—  nella  flessione  verbale:  scuxeui  9,  23-4,  peclcesi  7,  7,  e,  coir  i  delle 
altre  oonjugazioni,  desuegisse  10,  3-4*;  -  pinsi  4,  19,  sinti  6,  22, 
.siui  9,  25,  :iui  11,  9  (cfr.  zeueno  14,  18),  fissi  8,  37,  offendissi  -e 
9,  18;  13,  39,  dixisse  18,  5.  6,  deuissi  -e  10,  3;  13,  40-41.  —  Per  A, 
siamo  a  tali  condizioni  sol  quando  si  tratti  di  un  é  della  flession  verbale: 
posseghiui  7,  27,  ronpiui  7,  29,  tegniui  7.  28,  togliui  7,  26,  hauiui  60,  22, 
staxiiti  60,  17,  spargissi  60,  31,  confondissi  69,  2,  cengissi  69,  10,  mettissi 
28,  19,  prometissi  112,  36,  prendessi  35,  10,  hauissi  35,  11,  uoUssi  112,  36, 
ìnouissi  67,  6,  temissi  6,  6,  nolisse  102,  30,  poissi  ib.,  frissi  60,  24,  arissi 
65,  15,  trouerissi  22,  5,  ecc.  —  All'incontro  nella  declinazione,  tranne  ^;// 
(ali.  a  ^wei),  «am  -?«7  sing.  e  pi.  (v.  IX  211  n),  e  6i  41,  3^,  siam  tuttavia 
-alla  fase  dell'  i  aderente  alla  tonica  intatta.  Sono  però  pochi  esemplari, 
-(•on  nasale  susseguente*:  main  44,  37;  77,  38,  fainti  30,  15,  cotainti  105, 
28,  cointi  82,  13,  fiidmi  29,  22.  Si  notino  i  fem.  fainte  30,  15,  grainde  89, 
:]1,  cotafinjte  (se  l'emendazione  è  buona)  109,  12,  e  in  ispecie  goÀnUe 
17,  3;  cfr.  Plechia  X  1.57,  pred.  52,  stfr.  VH  188. 

Registro  a  parte:  tri  tr(\  di  dobes,  cri  credis,  ai  vides;  dui  du,  nui 
jiu ,  UH  vos,  uu  'vuoi'  7,  14,  e  cosi  pure  i  casi  di  -é  =  -di  e  di  -'i,  =  -éi 
(=-ótis);  v.  num.  6,  e  la  Morfologia. 

2.  erra  arra,  caparra,  51,  11,  che  perù  non  credo  esempio  da  mandarsi  col 
pieni,  kcr  carro,  erres  per  arrhes  ricorrendo  pur  nell'antico  e  moderno  francese. 


*  Del  resto,  l'alternare  di  a  con  ì  si  vede  anche  in  portùss  -issu,  man- 
dava -Ivu,  IX  240. 

"  Questo  bi,  che  non  ó  un  plur.  uiasc.,^  è  anche,  per  altri  rispetti,  non 
troppo  sicuro;  voglionsi  tuttavia  ricordare  il  quilla  f adita  di  bonv.,  gst. 
Vili  414,  e  i  lomb.  qui  don  'quelle  donne',  brj  don,  ecc. 

^  Il  solo  esemplare  ciie  non  risponda  a  questa  condizione  è  naiue  17,5; 
'24,7.   —    Una   forma   di    plur,  alla    quale    risalgono   gì' indeclinati  quajk, 
qnaj,  qurj  de' dialetti  moderni,  è  pure  in  quaiche  103,  11.  Questa  forma  fa 
il  pajo  coWajt  ecc.,  di  cui  v.  IX  l90-7n;  o  n'è  detto  in  stfr.  VII  235. 
Archivio  {jlottol.  ita!.,    MIV.  15 


218  Salvioiii, 

3.  L'alterazione  della  forinola  AL  si  ristringe  in  A,  a  scaudar  71,  7;: 
83,  39,  e  descouQQO  82,  5;  89,  30,  dov'  è  notevole  la  fase  della  riduzion  di 
au,  descoQQa  deschoggar  29,  23-4;  57,  14,  di  che  v.  Ascoli  I  545,  X  8  n, 
mli.  §  85;  e  in  B  ad  altro  8,   16;   19,  36,  ecc.,  ortro  21,  25,  molta  less. 

4.  -ARIU  -ARIA.  Suole  A  nitidamente  distinguere  tra  il  riflesso  del 
mascolino,  che  ò  -«r,  e  quello  del  feminile  e  del  plur.  neutro  che  suona 
-èra^:  prumar  (lo  prumar  homo  con  la  prumera  feìnena  44,  31),  chiur'^, 
derear,  noar,  colonbar,  ìnigliar  miglia,  q.  'migliari'  32,  7,  ecc.;  chiera,  np. 
Ghiera,  dereera,  caldera,  mai/nera,  era  aja  30,  35;  95,  30,  plur.  migllera  -e 
81,  26;  58,  35.  —  In  B,  ò  invece  costante  la  risoluzione  per  -é  -èra:  dane 
prume  portane,  pr amera  ìnaynera  forestera. 

5.  aigua  aiiia  acqua  30,  19;  42,  21;  99,  38. 

6.  E  in  A  e  in  B  sono  esempj  di  è  che  passa  in  i  per  cause  diverse  ; 
ttenin  41,  1;  54,  4  ecc.,  Saraxin  11,  (3;  41,  20,  ctr.  mli.  §  56,  sira  7,  31: 
8,  37,  pin  less.  e  mli.  §  83,  cainna  catena  54,  10,  ecc.,  niaystre  18,  17, 
saita  11,  28,  paixe  38,  29,  ecc.,  eira  20,  1  ;  31,  39,  cirio  less.,  gripia  less., 
dibie  6,  30,  gst.  XV  260.  In  pricho  ecc.,  v.  il  less.,  V  i  {=  ei)  proverrà 
dalle  arizotoniche  del  verbo,  e  la  stessa  dichiarazione  varrà  forse  per  ^h'o 
'piega'  24,  33;  cfr.  piar  (  =  pjegar)  less.,  e  pìga  pur  in  qualche  varietà 
vivente  della  Lombardia  e  dell'Emilia.  Di  tri,  onde  poi  tria,  e  di  -i  da 
-ótis,  è  detto  al  num.  1^. 

7.  megenna  less.,  quarantenna  35,  17.  30;  — rerfemer  reemer  less., 
hrega,  sei.  14,  rexego  risico,  pegro  less.  Ma  uidua  less.;  e  come  sempre 
ne' dialetti  dell'Alta  Italia:  liga  ligar, 

e  da  i  di  posizione:  lengua  6,  22;  19,  8;  9,  13,  solengho  34,  25;  61,  11, 
loxenghe  51,  17,  arengo  13,  23,  incomenza  1,  13,  penger  44,  39,  tenge,  4.5,  9, 
uenge  ib.,  genchij  30,  22,  penchie  39,  12,  cembali  45,  33  4,  tegna  14,  35, 
malegno  103,  31;  104,  18,  ecc.  (benigno  108,  32,  ecc.),  neruegni  14,  21,  de- 
segna 35,  1*,  meraueg Ha.  13,  29;  13,  11,  ecc.,  someglia  41,  30,  ecc.,  fame- 
glia  41,  28;  83,  36;  (?,  6,  uermeglio  58,  41;  70,  4,  conseglio  82,  38;  9,  -J I, 


*  Vero  è  che  non  son  pochi  gli  esempj  di  -er  =  -ariu  (senter  caualer 
iischier  mulater,  berrue  less.,  curie  less.,  corre);  ma  non  ve  n'ha  uno  solo 
di  -ara  = -ària. 

*  E  caso  unico  il  plur.  cheri  llt»,  16,  che  ricorda  il  gallicismo  chier  del- 
l'antica lirica  toscana. 

^  E  da  ins'ir  ecc.,  Y  in-  di  inse  'tnsan  (ali.  a,  cssan  23,  3.  10);  e  se  inurio 
89,  12  va  letto  invrio,  ci  avremo  forse  a  riconoscere  l' efletto  dell'i  nel- 
l'iato, cfr.  frc.  iore,  ma  insieme  Asc.  III  442  sgg. 

■*  signo  -i  latineggiano,  e  occorron  del  resto  anche  segno  -i. 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Vocali  toniche.  210 

peglio  less. ,  oseegle  less.  *,  enderji  less.  ^  slregia  striglia  02,  5  (venez. 
sfregia),  beneechio  male-  (ma  colla  nota  distinzione:  dìchio;  e  così  uichio 
vinto,  drichio),  senestro  (su  destro),  -cercho,  messo  ambasciatore  (ma  partic. 
misso,  promisso),  compagnessa  less.  ^  nechegga  less.*,  leemi  less. 

8.  stronboli  less.,  stohia  less. 

9.  Forse  d'origine  letterata  Yvo  di  luogho  18,  15,  fuor  3,27  ^.  -  luor,  11,8, 
ò  forma  che  ritorna  in  documenti  cancellereschi  dell'Alta  Italia,  ed  è  corno 
un'  artificiosa  sovrapposizione  del  pi.  lor  al  sing.  lu. 

u  da  o',  primario  o  secondario,  negli  enfatici  nui  nu,  nu'^,  dici  dit,  me 
'vuoi'^  dove  slam  sempre  alla  formola  -gj;  e  ancora:  curio,  Ascoli  1.500, 
pugli  less.  —  Proverrà  dalle  arizotoniche  V  n  di  ulze  5,  36,  ult^an  92,  31; 
102,  13,  uullan  15,  22,  furbe  95,  20;  e  in  parte  ripeteremo  dalle  grafie  la- 
tineggianti,  in  parte  dal  bisogno  di  significare  comunquo  un  o  ben  chiuso. 
Vii  di  unge  21,  37,  gunge  10,  14,  unde,  dimcha  19,  14,  mundo  19,  8, 
speluncha  68,  41,  che  potrebb' essere  un  mero  latinismo,  minta  nula  ^  less., 
e  Giunte  al  less.,  sun  27,  39,  sure  71,  35  (cfr.  suiieì-  bonv.  h  45). 
Di  oognesser,  44,   14,  (ali.  a  cognosser),  v.  Ascoli  I  366  n^ 

10.  Per  0  da  u'  nella  posizione  *°  son  da  notare:  torme  anger  ponge  ecc.. 


*  In  quanto  spetti  a  b,  potrebbe  famiglii,  50,  23;  64,  19;  8,  26,  rappre- 
sentare il  pi.  di  *faìnegiio  (lomb.  faiiéj);  nia  por  a,  che  ha  \ìvìV(ì  famiglia 
63,  10,  occorre  un'altra  dichiarazione. 

"  Persiste  Vi  di  binda,  come  sempre  ne'dial.  settentrionali;  e  se  infia, 
14,  11,  non  va  lotto  infà,  num.  .59,  s'accompagnerà  col  gen.  imu,  mil.  be- 
s'ìnfi,  dove  Vi  dipende  dall'i  dell'iato;  -  impio  è  un  latinismo,  e  impe -pan 
19,  14;  46,36,  intra  intra  (v.  Ascoli  I  464 n)  si  risentono  di  impir  intràr. 
—  La  risposta  di  viginti  è  qui  pure:  vinte. 

^  Dì  issa  less.,  e  cosi  di  isla  less.,  v.  Ascoli  VII  553,  s.  'ussa'. 

*  scavigga,  101,20,  ha  l'i  dalle  arizotoniche;  v.  Vili  387,  e  lo  Giunte  al  less. 

^  Ove  allo  sterto,  di  cui  si  tocca  nel  less.,  s'aggiunga  il  testo  che  è  of- 
ferto dal  cod.  invece  del  tosto,  17,  35,  della  stampa,  vien  da  chiedere  se  qui 
non  s'abbiano  le  traccio  d'una  risoluzione  di  6  in  e. 

^  no,  13,  34;  16,  12,  è  voce  enclitica. 

'  Cfr.  bellinz.  iì  'vuoi',  che  è  però  voce  proclitica  (enfat,  vò'ri). 

^  Ragiona  di  questa  voce  il  Meyer-Lùbke,  in  zst.  XVll  613.  A  me  però 
non  pare  che  Vù  sia  ragion  sufficiente  per  istaccare  nula  dalle  forme  vi- 
venti ìiijta  nùta.  Codest'w  ebbe  forse  ajuto  da  minta  (nonta  nel  dialetto  di 
Cilavegna),  il  cui  u  si  può  spiegare  come  quello  dì  unge. 

^  Altri  esempj  italiani  sono  cognexer  dp.  380,  cognes  -ssù  al.,  cogneserag 
-lito  rev.  4049,  1268,  .'5343,  cognexu  kath.  577;  casal,  conósse,  pav.  rust.  conég. 

'°  Per  Vii  fuori  di  posizione,  v.  diixe  85,  8.  10;-  nomerò  3,  10,  ecc.,  louo, 
stofo  (pieni,  sigf,  lomb.  stiip,  do  doe  doa,  so  soe,  to  toe. 


220  Salvii.ni, 

jìonchio  ronr/ia  ecc.,  ongari  82,  32;  100,  1,  s  nt/ir/a  73,  30,  f/ror/no  40,  30 
(efr.  tose,  gnigno,  lomb.  griin,  ma  piem.  grugno,  prov.  gronh),  calonnie  71, 
15,  agogia  aogia  76,  23;  09,  22,  gropo  (pieni,  grop,  lomb.  f/rgp  o  gyiip, 
tose,  gruppo;  cfr.  mli.  §  68),  negata  neotn  39,  7;  47,  20;  <*?,  29,  auoltro 
less.,  lagosta  less,  anfano  less.  —  Intatto  1'/'  noi  composti  di  duo  tu, 
Ascoli  III  253,  eco. 

Per  altre  vicenda  di  v,  sia  ricordato  scliima.  schiuma  28,  10;  82,  20;  95, 
31;  111.  31,  dove  appare  ji'c,  o  jH.,  contratto  in  i,  come  nel  tic.  firn  fiume, 
■e  nel  vie.  sblma  'spiuraa'  esempio  questo  che  sta  per  una  intiera  serio;  v. 
kj.  I  122,  gst.  XXIV  268  s.  'bio'  (  =  abii(o).  —  Né  va  dimenticato  recenode 
((che  è  nel  cod.  al  posto  del  rcceuude  della  stampa,  21,  12);  forma  che 
può  parere  erronea,  ma  ritorna  in  dven.  126,  nello  Statuto  della  Compa- 
g-nia  de' fabbri  di  Bologna  (gau.  189-99;  v.  pp.  104,  195,  196)  S  e  persino 
nell'a.  umbro  (v.  zst.  II  20,  44;  31,  44)1 

11.  AU  primario  è  ridotto  a  on  in  gouQO  ^  (  v.  descourra  num.  3,  e  Ascoli  I 
471);  ad  ol  in  oltrita  less.,  oìcir;  ad  u  in  iixelo,  ucir  11,  33  (cf.  tilcir), 
nguir  udire*,  num.  39;  ad  an  in  antona,  44,  22,  dove  sarà  preceduta  la 
fase  alt-  (v.  altana  I  346,  alfon  sch.  39).  Ma  la  normal  risoluzione  e  qui 
pure  o:  osso,  reposso,  cossa,  chiosso  90,  18,  ne'  quali  esempj  trattasi  di 
088  =  00  =  0X0';.,  fra  6,  19,  ecc.,  ara  less.,  Palo,  goe  100,  22,  ecc.,  lon. 

Per  il  dittongo  secondario,  oltre  elio  capo,  A  ci  offre  l'-ó  per  ultima  ri- 
sultanza di  -ATr  in  fio  fiato  18.  41,  e  in  una  settantina  di  forme  partici- 
piali: djuro  1,  5,  mexì'ro  98,  14,  hanoro  103,  38,  rettelo  63,  6,  meno  .53,  38, 
<tbandana  31,  18,  chiamo  26,  28,  muo  116,  34,  deueo  107,23,  sapeo  100,  32, 
pago  67,  35,  Ugo  54,  33,  trono  10,  26,  infrolio  44,  23,  lasso  7,  20,  mando 
23,  15-6,  mangio  41,  14,  governo  .50,  14,  porta  30,  3,  ecc.  Non  si  reggo 
l'ipotesi  che  si  tratti  di  participi  del  tipo  trovo,  poiché  questo  era  od  ò 
ben  poco  diffuso  nell'Italia  settentrionale,  eccetto  la  Romagna  (v.  Mu?^- 
safia  §  256)  e  mancano  d'altronde  le  corrispondenti  forme  del  sing.  fem. 
e  del  pi.  masc.  e  fem.,  come  a  dire  *tróvi  *tróva  *tróve  ^ 


'  In  un  tosto  bolognese,  questa  forma  potrebbe  di  certo  parere  ben  le- 
gittima (v.  gst.  XVI  379 n);  ma  l'importanza  del  nostro  esempio  sta  in 
ciò,  che  nel  documento  allegato  s' abbia  ripetutamente  ed  esclusivamente 
recevodo  -?',  quando  ogni  altro  participio  in  -nto  vi  conserva  inalterato  1'/'. 

^  Il  frammento  d'un  poema  lorabardeggiante,  riprodotto  dal  Monti  a 
p.  xLii  del  Vocab.  com.,  ha  hevoto  bevuto.  Se  l'esempio  è  genuino,  si  pen- 
serebbe a  una  tendenza  fonetica,  per  cui  vv  passasse  in  vó. 

^  giiOQO,  75,  23,  starà  per  gougo. 

*  Alterna  Y u  coU'ó  delle  rizotoniche:  ogc2H,  27,  agite  28,  33,  agitan  19,  22. 

■^  usi  34,  13  e  passi  93,  18,  che  al  postutto  potrebb' essere  un  errore  por 
2')assai,  non  provan  nulla.  Di  infa,   14,  11,  v.  num.  7n;  e  anche  meschia,  se 


Annotazioni  lombarde,  —  IV.  Fonetica:  Vocali  atone.  221 

Dell' -àu[t]  di  perfetto,  v.  la  Morfol. 

12.  AI:  asse,  me  mai  38,  7;  18,  4,  me  ma  74,  10;  80,  38,  que  19,  18.  21; 
20,  38;  21,  39,  ecc.,  tempora  20,  30,  spiritue  20,  37-8,  carne  21,  38 
(cfr.  bonv.  que  corpore  ecc.,  Mussafìa  rma.  II  118  r,  bari,  li  que,  cile,  ambr. 
cote  parole,  morte  pecay,  rv.  §  3),  —  Per  gli  esempj  che  si  ricavano  dalla 
flession  verbale,  v.  la  Morfol. 

Vocali  atone. 

13.  Dileguo  di  E  I  o  '  all'  uscita.  —  La  norma  di  A  è,  clic  proceduto  da 
/'  l  n,  queste  vocali  cadano,  qualunque  sia  il  posto  che  la  parola  occupi 
nella  proposiziour». 'Esse  tuttavolta  persistono  noi  seguenti  casi: 

a.  Quando  r  l  n  rappresentino  una  geminata  di  fase  anteriore:  torre 
45,  13,  carri  32,  18,  carro  52,  33,  ferro;  iialle  50,  25,  pelle  ìnille  molle, 
stalli  87,  10,  gaio  colo  baio;  yni  inijani  ano  seno  antono'^.  —  Possono  tut- 
tavia smarrire  la  vocal  tinaie:  'cavallo',  v.  5,  14.  19.  29,  ecc.,  e<l  -èlio: 
quel  quello,  bel  bello  belli,  frael  fraeli  fraello,  uasel  itaselo,  oaitil  canili,  ecc.^. 

b.  Quando  r  risalga  a  dr:  pure  -i,  ìnare,  laro,  Pero^;  cfr.  sure  {suvre  = 
super,  e  sempre  =  fi e\\\\)(iv). 

e  In  un  certo  numero  di  voci  piane  in  -ro  -ri^:  muro  -i,  duro  -i,  se- 
(juro  -i,  puro  -i,  rari  (ali.  a  rar),  caro  -i  (ali.  a  car),  cheri  (ali.  a  chiar), 
fero  -i,  freì'i  less.,  amaro  -i,  oro,  choro,  traitoro,  tori. 

d.  In  molte  uscite  sdrucciole  :  poluere,  cenere,  aere  e  uer,  carcere,  po- 
llerò -i ,  rnixero  e  mixer,  pueri,  martiri,  nomerò,  tenero,  arboro  e  arbor, 
mar  moro  e  marmor,  Laqaro,  ascaro  less.,  barbaro,  Cesaro,  solfuro,  dataro  -i  ; 
sterille,  angelo  -i,  perigoli,  pouoU  (sing.  pouol),  consoli,  apostola  -i,  taber- 
nacoli, capitoli,  fruteueli,  iitelli,  hiuneli,  nobeli,  cembali;  Qoiiene  -i  (ali.  a 
roiiin),  uergene  e  uergin,  piceni  e  picin*^,  per  i  quali  esempj  e  consimili 
v.  il  n.  20 '''8,  orpJtani  mangani  tynpani  (ma  plur.  organ  4.5,  33). 


è  mèschia,  avrebbe  conforto  da  varietà  dialettali  odierne.  —  Piuttosto  rav- 
viseremo il  tipo  'trovo'  in  satio  0,  21,  conzio  15,  3,  che  eran  favoriti 
dagli  aggettivi  'sazio'  e  'concio'. 

^  Per  -a,  ricordinsi  i  soliti  or,  illor,  anclior,  ali.  ad  ora,  ecc.  Qual  finale 
ha  perduto  l'avverbio  uolunteri 

*'  .1  o  h  a  n  n  (!  s  dà  (Juan  e   f'uane. 

■^  Anbrniarei  cons('rvato  V -i  con  maggior  frequenza  che  non  V -o. 

*  Per  campar  coniar,   cfr.  i   tose,  compare  comare,   i  lorab.   conipù  coma. 
\\  riduzione  limitata  dapprima  alla  proclisi  {compare  Pietro,  ecc.). 
'"  Rari  gli  esempj  por  -lo  o  -no:  Polo,  che  occorre  solo  in  questa  forma, 
neli  88,  34,  troni  91,  4. 

"  couensene  ali.  a  bagna  ss' in,  num.   13(». 


222  Salvioni, 

Possono  poi  smarrire  la  vocal  finale  anche  le  formole  -co  *  -òe  :  sing.  e 
pi.  de,  me,  re,  <;ue,  farixe,  pi.  Machabe,  inaile  giubileo,  Cache,  Mathe,  He- 
lyse,  3J.ardoce,  ecc.;  -  prò  prode,  pi.  cusio  88,  16,  sing.  e  pi.  fro  frode  ^. 
—  Alle  quali  serie  s'aggiungono,  come  esempj  sporadici:  cita  10,  28;  53, 
28,  bea  beato  -i  103,  15;   79,  35,   spoglia   spogliato  7,  39,   bruxa  bruciato 

115,  36;  gra  grado  98,  21.  24;  e  più  singulare  di  tutti  :  cura  curate  77,  19  '. 
E  all'incontro  assai  pronunciata  la  tendenza  di  B  *  a  restituir  la  vocale 

d'uscita.  In  A  si  cercherebbero  invano  delle  forme  come  peccaore  -i,  Quei, 
le  quali  abbondano  in  B,  allato  a  quelle  che  rispecchieranno  la  lingua 
reale  dell'età  e  della  patria  del  testo,  come  amor  ali.  a  teinore,  ono 
onore,  peccadx  ali.  a  peccadiiri,  un  ali.  a  uno,  ecc. 

Altri  esempj  del  dileguo  in  B  ^  :  me  (ali.  a  -meo),  flagella  IO,  23, 
speza  13,  41,  deueda  21,  38,  perdu  3,  34,  conuerti  convertite  9,  31, 
se  pur  non  trattasi  di  conuerti'  in;  -  pax  20,  41  (segue  però  vocale), 
sex  21,  19  (cfr.  sexe  22,  9),  peccatrix  15,  22®,  distii  'dici  tu?'  13,  14, 
poristu  17,  20,  che  potrebbero  anche  spettare  al  nm.  seguente.  —  Per  le 
desinenze  verbali,  v.  la  Morfol. 

14.  Dileguo  dell' atona  postonica  e  protonica  interna:  libro  libero  16,  13 
(cfr.  fio.  55,  15;  56,  24),  letra,  uree  nm.  53 n,  auoltro  less.,  oura  e  onera, 
olcir  ulcir  (=  *occiere),  rire  (=  riere)  6,  35,  cfr.  Ascoli  III  252  n,  desidra 
desira,  sirrao  less.,  tiraxe  e  ueraxe,  prigholassan  30,'  12,  meltrixe,  malue- 
ghera  less.,  sem  u-  (=  se  me  u-)  5,  2,  ueraxmente  14,  32,  paresmente 
22,  11,  due  esempj  che  potrebbero  anche  spettare  al  nm.  precedente;  - 
medesmo  meesmo,  batesmo,  III  252,  quarexm,a  e  quarexema,  ste  (=  se  te) 
99, 13  (cfr.  mli.  §  143,  ug.  71,  theod.  67,  mat.  253,  Icr.,  ecc.),  piaxeur e ,  ecc., 
leemi  less.,    prodomni  5,  7  (bonv.   omni  g.  52,  107),  subto  111,   8,  creta 

116,  33,  Quxo  (=  *QÙexo)    giudice,  meì'mar   less.,  uirtae  e   ueritae,  nm.  19, 


*  Di  -éo  secondario  è  forse  unico  esempio  dre^dreo  dietro,  e  di  -éi,  il 
2)lur.  pe  piedi. 

^  Ma,  nelle  voci  verbali:  roe,  ghoe. 

^  Il  pi.  fra  mcnor,  102,  41,  riproduce  tal  quale  il  sing.,  considerato  come 
■una  parola, 

*  Qui  anche  fructu,  18,  6,  che  è  pretto  latinismo,  e  spiritu  sancto 
19,  23,  latinismo  esso  pure,  come  l'a.  gen.  spiritu  santo  Vili,  8,  15,  il  lomb. 
^piritui^ànt. 

^  Pure  in  b:  com  4,  1  ;  5,  7,  cfr.  Ili  252,  inanz  11,  28,  cfr.  kath.  7,  e 
•qui  vada  anche  senz  senza,  5,  35;  19,  13,  che  ha  suffragio  da  altri  testi 
{sens  pp.   181,  pred.)  e  sarà  una  special  riduzione  di  proclisi. 

^  Qui  anche  nrax,  67,  24,  riuscendo  perciò  superflua  la  proposta  emen- 
dazione. 


Annotazioni  lombardo.  —  IV.  Fonetica:  Vocali  atone.  223 

iegheltae  43,  35;  -  leure  49,  36.  41,  oitrjlera  less..  dexnor  (=dexenor)  desor- 
rao,  oltrita  less. 

15.  Intatto  in  A,  Va  delle  desinenze  -aro  -ano;  LaQaro  Cesavo  bar- 
baro'^ Steuan  organ  orphani  mangani,  aspecìnan  'expectant',  faqan  'fa- 
(t\?i\\\\  portauan  'portabant';  v.  nm.  18,  21. 

16.  A  protonico  e  postonico  in  e:  conperar  conperation  18,  31-2  (ma 
conparere  14,  15),  Iegheltae  43,  35,  malendrin  3,  22  {mala-  5,  12), 
Maldelena  e  Mald arena,  aguadegna  9.  40  (cfr.  sei.  5,  ambr.  gua- 
degniare,  bari,  giiadeniare),  degnai  less.,  cfr.  però  anche  Parodi,  Studj  it. 
di  fil.  class.,  I  397,  biestemao  (e  bia-)  12,  16,  rexon  5,  16,  che  anche 
fa  pensare  a  rajs-^  regnerò  less.,  selario  22,  15;  -  lampea  lampada  31,  35, 
lasseme  'lasciami'  9,  8;  17,  30-31.  35  (ma  lassarne  17,  36),  pecchel 
■'pècca-Io'  20,  16,  m,enen  4,  38,  renoitaneno  8,  32,  zeueno  14,  18  (ma 
anche  cridano  dexeuano  ecc.). 

17.  A,  E,  I  in  0,  u,  per  influenza  della  labiale  attigua':  loménto  13, 
7;  17,  11,  ecc.,  cf.  sei.  7,  43,  cav.  13,  15,  struminasse  less.,  romagnir  ecc. 
6,  40;  43,  19.  21;  i7,   32,  ecc.,   doìnandar  17,  28-9;  77,    11;  3,  17,  ecc., 

■dobiam,o  45,  29  (del  resto  de-;  deuisse  -i  10,  3;  13,  40),  doma.nada 
less.,  domentegare  6,  41  ;  7,  1  (e  con  V  o  accomunato  a  desm-:  dostnen- 
tea  68,  6),  somenga  18,  11  ;  112,  37  (ma  semenaua  60,  27),  romito  88,  .33  ecc., 
piouan  88,  17,  somegliar  14,  38  ecc.  (ma  sem- 28,  27  ecc.),  priimar  prume 
25,  37;  20,  13,  ecc.  (ma  pri-  21,  2  ecc.);  cfr.  mli.  §  128,  76  ^ 

Della  postonica,  ricordiamo  l'uscita  verbale  -omo,  nm.  143,  perla  quale 
mal  s'invocherebbe  l'-umus  di  volumus  ecc.  ^ 

18.  E,  I  in  a:  aspiana  3,  40-41,  axaminai  108,  15  {ex-  5,  13  ecc.), 
asmorsada  less.,  ascur^Qar  less.,  cazunar  (e  Qe-)  less.,  cfr.  sei.  76,  mli. 


*  In  ro'.noxuglio  25,  3;  40,  30,  proxoman  117,  41  (cfr.  aprusmnaua 
pass.  274),  fustughe  57,  30,  possono  insieme  agire  la  labiale  attigua  e  Tas- 
similazione  tra  vocali  di  sillabe  vicine.  L'assimilazione  è  probabile  in  apo- 
stata 91,  36,  ed  è  certa  in  niissunna  109,  12  secondo  che  legge  il  codice  e 
che  ci  h  attestato  dal  sempre  vivo  niicìiit  dell'agro  comasco,  nusan  Vili 
8,  21;  11,  6  (e  ancora  dalla  Liguria:  nugun,  nel  testo  pubblicato  dal  Maz- 
zatinti,  in  Mss.  it.  delle  bibliot.  di  Francia  II  72;  cfr.  ni'gi'n  Arch.  I  283), 
dee.  4,  24,  triv.  che  insieme  offre:  fitgara  nogota  sogon'lo  domonio  in- 
f/onogiar. 

-  Di  porista,  v.  il  less. 

^  Circa  uesporo,  16,  22,  non  so  se  darlo  a  questo  numero  o  piuttosto 
vedervi  il  ben  diffuso  èr  in  or,  come  in  collora  ambr.,  edoro  viaggio  triv., 
lelora  X  147,  ònorj  otóvoro  sepólcore  gau.  181,  207  209,  vègnuri  venerdì, 
Tog.  10,  confrontato  con  regnivi  di  gau.  212  ecc. 


224  Salvioiii  , 

§  137,  trabuto  64,  35;  102,  30,  cfp.  Ili  253,  mlr.  I  294  (dov'è  da  aggiun- 
gere il  prov.  traut),  lassiiia  lisciva,  11,  6-7,  dove  forse  entra  'lavare', 
fernasia,  52,  12,  forse  da  un  anteriore  *farnasia,  inarati  ella  -glioso  lo,. 
41-  58,  12,  marce  93,  16;  96,  23,  ecc.,  barozo  less.,  v.  arb,  s.  v.,  sarraa  107, 
22,  (e  serr-  108,  18),  saluaio  salvatico,  dane  14,  41,  incontamnte 
(anche  italiano),  forse  per  analogia  della  uscita  avverbiale  -amente;  san- 
guanar  less.  ^.  —  Nella  postonica:  passara  91,  32;  102,  15,  datavo  95,  6; 
100,  16;  V.  num.  15,  beitr.   13. 

19.  E  in  i:  lion  16,  39;  83,  2<ì;  l'J,  :.-*/,  libardi  less.,  niente  nìl.  a  neentc^ 
Per  r  i  da  e  nell'  iato  citerò,  sempre  da  A,  anche  i  frequenti  casi  di  clie^ 
in  chi.  Quando  si  tratti  del  soggetto,  s' ha  cìii  dav.  a  vocale  (rarissimo  il 
fem.  che;  41,  28;  42,  35),  cliì  e  die  promiscuament(^  dav.  a  consonante, 
prevalendo  però  che  nel  feminile.  Trattandosi  all'incontro  dell'oggetto,  si 
ha  che  (eccetto  una  dozzina  di  casi,  dove  è  citi,  ora  dav.  a  vocale:  37,  2-3.  4; 
44,  14.  18;  51,  8  ;  61,  2;  84,  7,  ora  a  conson.:  8,  27;  32,  5;  33,  19;  43,  29;  49,  21)-. 
A  quid  e  a  quod  (pron.  e  cong.)  si  risponde  sempre  per  che  o  qne,  eccet- 
tuati ancora  parecchi  esempj  in  cui  segue  vocale'^:  chi  e  'quid  est'  8,  14^ 
cM  e 'quod  est'  9,23;  37,  IO;  44,  15;  47,30;  50,  16;  52,28;  117,23  quie  118, 

9,  chi  (=quod  cong.)  ama  72,  1-2*,  chi  e  sia  'quod  ego  sim'  63,  34,  chi  o 
•quod  habeo'  9,  33;  60,  14;  61,  1;  67,  21*,  clii  omo  '.quod  habemus'  2,  9. 

10,  chi  han  'quod  habent'  6,   16  ;  90,  7  ^.  —  Ora  continuando:  piar  nura.  6, 


*  descorr amento  20,  13-4,  bataure  71,  41  (ma  baie-  26,  27;  72,  3)^ 
assegnaici  111,  1  si  dichiarano  dalla  sostituzione  analogica  di  -amento  ecc. 
a  -imento  ecc.  -  Sono  poi  illusorj  gli  a  da  e  che  n  pare  offrirci  nella  pro- 
clisi. A  ma  9,  3(3  segue  parola  incominciante  per  a-,  e  siamo  perciò  al 
caso  di  li  intelleto  8,  5,  alla  albergo  7,  18,  In  ta  cognosco  6,  30, 
ta  strenne  14,  21,  trattasi  di  fa-.  Per  da,  5,  27;  8,  31;  20,  14,  o  quadra 
l'uso  dell' it.  da,  o  e' è  confusione  tra  'de'  e  'da',  lì  al,  ala,  5,  21.  33; 
10,  27.  29;  11,  22.  25  (cha  l' e  =  eh' al' e) ;  12,  3  {citai  =  eh' al);  14.  34;. 
16,  7  {le  a  la '=k'  ala);  20,  16;  21,  19.  25;  22,  34,  riconosceremo  finalmente 
l'elemento  pronominale  di  cui  al  nm.   133  n. 

-  Il  chi  di  chi  ueqan  1,5,   16,  sarà  ch'i. 

^  Davanti  a  consonante:  chi  ftra  17,  21,  chi  sia  62,  3S,  chi  son  63,  3>7 
(sum  qui  sum). 

■*  L'editore  veramente  reputa  che  qui  c'entri  i<=ego:  ch'i  anta,  ch'i  o. 
yia,  2=  ego  non  ritornerebbe  se  non  in  ma  i  ho  9,  34,  dove  per  ripro- 
dursi a  rovescio  il  caso  di  salvàio  (ali.  a  tòsseo);  e  codesto  >aa  i  si  po- 
trebbe al  postutto  intendere  per  mai  'sed'  (cf.  me  74,  10;  80,  38).  Avesse 
del  resto  ragione  il  Forster,  /  =  ego  sarebbe  pur  sempre  esempio  pnr  (juesto 
numero. 

*  Pur  qui  l'editore  risolve:  ch'i  han;  ma  il  nm.   i:ì3  noi  consento. 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Vocali  atone.  225 

aspichiar  23,  11;  26,  15-6  ecc.,  uicliiura,  scaiw;ar  17,  3,  cfr.  Vili  387,  ngc- 
cmitoe  30,  41,  cfr.  X  147,  assidiao  5,  8;  32,  31,  j)  erfition  3,  3,  mitae  less., 
prichar  less.,  uirtae  {^uiritae;  cfr.  uìrita  ug. ,  viritate  rev. ,  dven.  58,  vh'- 
tade  gst.  XV  272),  fivio  13,  2,  cfr.  X  147,  ex.  247,  gand.  72,  110,  requirir 
(così  0  non  reqtie-,  come  sta  nel  less.  ed  è  la  forma  delle  rizotoniche) 
21,  31;  105,  40,  requirhia  24,  1:  47,  41,  requiremo  113,  12,  diffinissan  20, 
11,  nigrissima  2.5,  7,  se  pur  qui  l'i  non  è  di  reminiscenza  latina;  spixor 

I,  17,  dove  forse  è  ripercosso  il  prtcp.  '''spixo,  ni  ne  e  8,  7,  ecc. 

20.  I  in  '?':  se  =  sic  (num.   157)  seguito  che  sia  da  consonante^:  1,  14; 

II,  41  ;  17,  24  ;  36,  4;  4,3,  20;  52,  3;  59,  27;  63,  11  ;  m,  3B  (.se  te  te=  sì  ti 
tieni),  ecc.,  0,  i4;  ^,  .V.  18.  10;  12,  36 \  il,  lo;  15,  15,  ecc.,  des-  =  dis- 
num.  113,  menor  smenazada  nienarra  ìneraueglia  [mexura]  uexende 
iiexin  uetuperio ,  temore  temor,  letanie  cegogne  senestro  semeglia,  de- 
xeua  -ano  5,  25.  26;  il,  35  (ma  digando  dixisse  13,  16;  18,  3.  5), 
nelania  uelanie,  merniar  lessia  descipuli,  descentri  less.,  crestalUne,  de- 
sinar (ma  disnar,  disnarello;  anche  il  voc.  ha  de-  e  disinare),  ensiua^, 
cengiar  less.,  e  Giunte  al  less.,  speai  ospedali,  pestelencia,  debellega  debe- 
litae,  testemonio  ìnouemento,  entendemento  109,  3,  cognossemento  89,  32, 
septemanna  sanguenente  ordenai  nermenoxo  nomenanra  ruQenenti,  mane- 
goldi  7,  6,  sacrefitio  vateicetae  partexela,  beneexir  beneesson  XII  467  maleexio 
11,  37  -son  XII  467,  dereson  -sione,  penetentia  domesteghega  regeor  ba- 
leure,  longean  less.,  nareghar  ruinear  spantear  ecc.;  -  humeli  utel  nobel 
fragel  strdìel  possibel  amabel  piaxenel  asieuel  raxoneuel  terribele,  bussela 
.52,  25,  femena,  temasene  {-sina  13,  22),  asena  uergene  maxena  ordeaa 
lagreme  qnarexema  dexema  {-ime  47,  4),  amarila-  seruitn-  beatitu- 
(iene,  carego  monego,  Domennego  -nega,  medego  endegi  perscghe  fon- 
nega  rexego  calonnexi,  staexi  U^a^.;  trafeo  tosseo  meco  dome^teii  ghierei  pcr- 
(fea,  seccea  less ,  preiieo,  Xinciie  ecc. 


*  Sia  ricordato  che  qui  persiste  ordinariamente  Ve  protonico  anche  là 
dove  la  lingua  letteraria  lo  riduce  ai;  così  ne' prefissi  re-  de-. 

-  Davanti  a  vocale,  a  ha  costantomente  si:  si  e  passim,  si  era  97,  IO.  12, 
si  ongan  89,  17-8,  si  ha  4,  1.5,  ecc.  Solo  apparentemente  anomali:  si  s'è 
8.5,  35,  si  h' e  97,  39,  dove  influisce  il  frequentissimo  si  e;  si  gli  suaua'5fi\ 
28,  si  disse  ùù,  27,  dove  agisce  Vi  della  sillaba  attigua.  In  b  nessun  esempio 
di  se  davanti  a  vocale,  ma  si  può  precedere  e  a  vocale  e  a  consonante; 
anzi- nella  Esposizione  del  Decalogo,  (fuesta  forma  è  quasi  (cfr.  se  19,  22-3; 
21,  37)  la  sola. 

•'  Ma  intrar  11,  IS,  clic  spetta  a  una  baso  dov<^  l'f  è  tenace  in  molto 
largo  territorio. 


-220  Sa  Iv  ioni, 

,20'''■^  Dalla  nonna  di  i  in  e  s'allontana  A  talvolta  g  per  ])iii  vio,  mante- 
nendo 0  restituendo  r /.  Cosi  perla  forinola  in- +  cons.  e  -in*;  mszV  ecc., 
in  uà  'ne  va'  60,  7  liin  poeua  24,  17,  ecc.;  uergin  (ma.  tcergetie)^,  ^nmagin 
rt<Q>n,  mansue-  amari-  inulti-  niagnitudin,  axin  (ma  asena),  tet'min,  ordin 
(ma  ordena),  plein  (ma  piceno  -a  less.),  hagnass'  in  '  se  ne  bagna'  1,  7, 
toglieuans' in  20,  40  (ma  uassene  75,  3,  couensene  42,,  34,  ecc.),  coiiin  (ma 
Qouene  -i),  angin  less.  Nell'esito  di  -{iti cu:  saluaio  companaio,  cf.  Quiar 
giudicare  {nieeo,  all'incontro,  medico),  e  in  quello  di  -ìidu;  Jiorrio  morbio, 
[lapiamo  64,  13]^.  Ancora  seruior  bandior  ordiura  nuriar,  imi iar  invitare, 
triar  less.,  traitor,  alainar  less.,  amicai  less.,  dove  si  tratta  di  antico  l  e 
dell'  iato  per  giunta,  o  della  vicinanza  di  suono  palatino  *.  —  Di  ligar  re- 
legar, V.  il  nm.  7. 

21.  -i  in  -e:  ogne  3,  4;  4,  9,  ecc.  {ogne  ano  46,  35.  38,  ogne  amaestra- 
iHP.nto  37,  23-4;  raramente  ogni:  4,  20,  ecc.),  cfr.  mli.  §  387,  mae  maie  6, 
lo.  13;  7,  7;  31,  2,  quaxe  16,  23  (qtiassi  16,  26),  tarde  4,  19,  ance  14, 
13  anze  20,  16;  21,   33;  22,  15  (anzi    20,  19),  denanze  22,   28,  dexe  do- 

dexe  ecc.,  uinte  30,  14;  34,  11  ^.  Voci  verbali  (mli.  §  390,  399):  uoresse 
nura.  149;  2.^  sing.:  dixe  4,26;  7,  3,  corre  18,  13,  lasse  8,  10,  desiare 
15,  32,  deuisse  10,  3,  dixisse  18,  3.  5.  6,  offendissc  13,  39,  desue- 
gisse  10,  3-4^. 

22.  o  ed  u  in  «:  agnuncha  23,  3,  mli.  §  137,  mlr.  I  §  370,  ascurir  7,  30; 
54,  36;  111,  10,  lagosta  less.,  mlr.  I  §  370  ^  -  solfara  53,  36;  61,  32;  85, 
20,  cfr.  num.   15,'  18,  e  beitr.   12,  raan  less.,  cfr.  num.   15®. 

23.  o,  u  in  e  (mli.  §  134):  reonda  16,  9,  ecc.,  rebusti  19,  34,  remar  remo 
23,  13,  ecc.,  8,  27,  ecc.  (rumo  22,  5,  ramar  10,  15;  11,  11),  relorio  44,  19, 


*  entendemento  109,  3  ha  l'c-  per  assimilazione. 

^  In  uergine  97,  29,  ymagine  28,  2,  avremo  l'i  dei  sing.  uergin  ecc.  che 
s'introduce  nel  plurale. 

^  La  base  di  candeo  (less.)  perciò  parrebbe  candidu  dissimilato  in 
candito  (cfr.  gomee  gomiti,  perdiea,  preuee,  ecc.).  La  differenza  tra  gli  esiti 
di  -idu  e  quelli  di  -itu,  la  quale  trova  forse  riscontro  in  ((uella  tra  -adu 
(Inmpea;  piem.  lampia)  e  -atu  (sàbao;  piein.  sàba),  si  ripeterà  poi  dall'età 
in  cui  cadeva  il  d,  secondo  che  era  primario  o  secondario. 

^  Anche  in  paina,  num.  49,  si  sente  l'anteriore  *pàjina. 

'  In  ladrone,  13,  24,  è  mal  restituita  la  vocal  finale. 

'■  seguenti  ìtà,  8  potrebbe  spettare  al  nm.  20. 

'  la  cognosse,  5,  22,  va  emendato  per  l'acognosse;  cfr.  nm.  18n,  110. 

'^  Se  Va  di  càan  non  è  per  assimilazione  alla  tonica,  s'avrebbe  un  va- 
lido argomento  per  ritenere  di  ragion  fonetica  anche  V-an  di  rómpan  ecc.; 
nm.   142. 


Annotazioni  lombarde  —  IV.  Fonetica:  Vocali  atone.  227 

impresele  promettere  22,  24,  seror  sero  7,  1,  ecc.,  L'i,  10,  seccorre  aeco- 
renano  24,  8;  4,  16,  cav.  53,  theod.  G6,  secorsso  12,  37,  ecc.,  selerra 
17,  36,  V.  theod.  9,  lesnaa  less.,  ne  =  'no'  proton.  19,  21;  61,  34;  60,  19,  co- 
gnessenqa  5.5,  1-2,  cognessuo,  ecc.,  {cognossessan,  ecc.,  46,  23,  ecc.)»  di  cui 
però  V.  nm.  9,  dexenor  112,  29,  ecc.,  honerar  113,  15,  mnsenar  less.,  maxc- 
naa  less.,  pKQg?le7ito  53,  36;  49,  40,  uolenta  3,  9;  23,  9,  dove  però  si  sente 
Ve  di  'volente'  'volendo';  -  pouero  10,  18  (pouoro  ib.)*. 

23''*^  -o  in  e.  In  mai/ s tre  maestre  33,  19-20;  67,  2,  ecc.,  iS',  IT,  ecc., 
Cm<e  62,  6,  ecc.,  ó',  ^^7,  ecc  ,  si  continua,  com"  è  risaputo,  il  vocativo  latino. 
Avremo  invece  una  mal  intesa  restituzione  della  vocal  finale  (v.  not.  22) 
in  mane  9,  13,  throne  12,9,  une  20,  35,  (cfr.  num.  125),  zinquene  19, 
35;  21,  41;  22,  14,  Thomaxe  15,  22,  talente  20,  14,  digande  18,  15, 
ogiande  12,  25',  date  3,  5. 

24.  0  {-n  0  u)  in  u  ^:  uuvrir  6,  41;  8,  39;  76,  31,  ecc.,  cfr.  muri  -ise  ecc. 
dvon.  45,  115,  116,  136,  157,  ecc.,  e  murra  -ebbe  assai  frequenti,  p.es.,  in 
Fra  Giordano  da  Rivalla,  amulexinar  less.,  tniiglier  71,  27,  esemplare  co- 
mune a  molti  altri  testi,  nel  quale  concorrono  l'influenza  della  labiale  e 
della  palatina,  furbir  11,  12-3;  14,  32,  ecc.,  v.  bonv.,  fugliaze  4,  37;  7,  4*, 
cfr.  fugassa  Vili  51,  20,  fuagina  less.,  buxia  104,  22  ecc.  (ma  boxardó), 
imitar  17,  8;  97,  11,  ecc.,  nm.  9,  humicha  -ncha,  13,  40;  15,  36.  20,  ali. 
.ad  ho-,  scuìiiinian  less.,  sufl'rir  9,  10;  68,  39,  ecc.  (ma  so-  72,  2),  criiuir 
30,  28  ecc.,  suuertio  34,  23;  36,  22.  33.  25,  27,  suersion  36,  26,  mela  lels., 
meleto  less.,  f^uar  giocare,  ouglar  less.,  Zuane  1,  13  ecc.,  cliiucar  less., 
zenityion  3,7-8,  durmando  71,3  (ma  c^o-  77,7),  curbelle  .58,37-8,  scurpie 
sciilp-  72,  12;  87,2;  .51,  23,  cussi  passim,  stdigliangga  85,  4  s utilissimo  71, 
12-3,  gunela  less.  e  Giunte  al  less.,  traituria  5,  8,  ali.  a  trattoria,  puru- 
lenta 39,  17,  un  less.,  uoluntae  ìi.olunter;  e  v.  nm.   11. 

25.  u  :  inguento  less.;  moniuiento,  less.,  ali.  a  nionu-  77,  33;  88,  9; 
luxiriosi  25,  1,  se  non  v'ha  errore;  foror  111,  7;  115,  33,  oxeegle  less., 
romeghar,  less.,  ali.  a  rumear,  diuolgaa  !54,  31.  -  prlìi»n  less.;  pixor 
less. 


'  Di  ttorcuo  ecc.,  v.  nm.  14'^. 

-  Potrebbe  però  esser  ben  legittimo  V -e  di  tor  :-o iule~[ssc\  5,  26  {-dose 
9,  31);  cfr.  mil.  guardàndes  'guardandosi"  ecc. 

^  Per  questo  numero  si  confrontino;  mil.  gugà  fugàsa  siil'il  inije  moglie, 
piem.  bùs'ia  diirmi  mìiri  crììc'i,  bellinz.  geni'igù'n.  Di  amulexinar,  v.  beitr.  80. 
L' u  di  cussi  <■  guarentito  dalla  costante  grafia. 

*  Nel  cod.  e  nella  stampa:  fu  (ilioze,  fu  (ìarc.  Doljbo  al  Mussafia  la  bella 
■emendazione. 


228  Salvioni, 


Consonanti 


26.  J:  (jiaxer  pass.;  iuslo  jìass.;  fa  già,  <;ouo  coain  <;once  rudei  zouao 
z  (idir/are  ecc.;  -  cei^imlo  peQo;  maìor  maiestae,  dove  avremo  realmente/ 
(cf.  ììiaJQ  ìiiajstd  in  varietà  moderno);  iniuria  ingiuria. 

27.  LJ.  Costante  in  A  la  risposta  -gli-  -gì-  ',  e  se  n'  indurrebbe  che  si 
tratti  veramente  di  /.  In  B  è  all'incontro  prevalentemente  li  (famelia, 
l'ilio,  ecc.);  ma  esempj  come  fiolo  7,  31;  8,  11,  toy  {=-to't;  cfr.  il  lomb. 
tojT),  to  togliere  (  =  lomb.  td  =  *tuj)  ci  illuminano  più  che  a  sufficienza  in- 
torno al  vero  valore  di  quel  li. LI  -LLI.  Scarsi  gli  esempj  della  schietta 

risoluzione  per  -j:  quei  qui  (e  quelli  quilli),  bei  hi  {belli  oggi  59,  22),  figlio 
figlio  {  =  fdioj;  cfr.  li  fiUo  besc.  1532,  e  nm.  36  n)  48.  22,  20;  49,  18; 
lly  .>,  8  (ma  figliai  115,  6,  ecc.)*,  quai,  lai  {lai  ovre  19,  2,  tai  animai  17, 
13,  tai  mai  113,  21-2),  colai,  mai^  bochai  lOG,  10,  canai  99,  18,  que,  carne, 
nm.  12,  tio  nm.   143;  —  toglie  nm.   145  ^ 

28.  RJ:  carolento  less.,  mortor  less.  ;  ma  di  confessor  v.  le  Giunte  al  less. 
Cf.  nm.  4  77  101. 

29.  N.J:  slranger  les,s.  ;  -N-f:  agni  30,  14.  31;  31,  14;  40,  18,  ecc.,  uegne 
tegne  nm.  28  n  145. 

30.  VJ:  piobia  pobia  less.,  gabia  59,  9;  102,  15,  alcbia  101,  11  (aleuiaiia 
lui,  5);  fope  less.;  sauio. 

31.  CJ:  QO  zo,  ga  qua,  fagga  faciat,  fa  za  facies,  brace  calce,  marggi 
marza,  lazo  giaza,  piaza  placeat;  sacrefdio;  -  fiduxia  3,  25  fitxia  107, 
15;  118,  23  (piem.  fiu's'a),  guixio  41,  23;  43,  7,  ofpxio  90,  l."!. 

32.  G.J:  correrà  88,  12,  assagar  108,  39;  coleo  less. 

83.  TJ:  richece  -cce,  uegiegga  topago  barozo,  traiggon  less.,  usangga  forgga 
speranza  acho tiienzao  usanze  ecc.;  clemencia  silencio  palientia  ecc.; 
palaxio  7,  2.  35,  ecc.  (  cfr.  bellinz.  Palàs'i,  nome  d'  una  località  di  campa- 
gna, dove  ancora  e'  è  un  'palazzo'),  presio,  despresio  (lomb.  després'i')  ser-^ 
nisio  16,  10  (lomb.  sarvis'i  mestolo?),  iustixia  3,  0.  27;  il,  16,  ecc.,  fran- 
chisia  0,  7,  stancln'.sia   20,  34,  ìncnusie   less.,  induxia  95,    1-2,  ecc.,  raxon 


'  Cfr.  nm.   132  133. 

-  figlio  50,  37;  .52,  11;  !f,  L'i;  11,  ò'I,  è  =  it.  figlio;  e  se  il  pUir.  no  suona 
figliò  (v.  nm.  27),  vorrà  dire  che  anche  nei  nostri  testi  ò  quell'alternazione 
tematica  (sing.  'figlio'  plur.  'figliuoli')  eh' è  già  stata  osservata  altrove; 
clm.  cxLvi,  (ìartner,  Ràtorom.  gramra.  §  107.  —  Non  manca  del  resto  il 
sing.  figlioli  .50,  24.  32,  ecc. 

■'  S'intende  che  in  toglie,  e  cosi  in  uegne  tegne  poclùe  (ma.  145  29  33),. 
si  prende  le  mosse  dalla  1.^  persona  (veni  ecc.). 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Consonanti.  229 

■condanaxon  inhandison  occ.  —  -TJ  :  pocìiie  -gìie  niim.  145,  27  n,  denchij 
4,34;  61,  12;  03,  26  dingij  ."j,  28  {dinti  7,  35),  fangi  6,  7  {fanti  14, 
41),  tugi  6,  18;  20,  30;  22,  22.  38  {luti  13,  39;   19,  14). 

CTJ:  freca  less.,  sfroi;rao  79,  32;  92,  34. 

STJ:  angossa  usso;  uschier  usciere  62.  36. 

34.  DJ:  mitae;  alar  (adinuada  9,  3),  aitorio  less.;  anco  less.,  giaio 
less.,  noio  less.;  cu  <:o  zo  giù,  gougo  less.,  niego  -?fO.  rar;i  apogàr,  uezo 
crezo,  ecc.  —  NDJ:  urcgonga  uergongado;  uregognia  40,  33. 

35.  S.J:  baxo  faxol  vtason,  diuison  47,  37,  dereson  10,23;  19,  18;  giesia. 
—  SSJ  :  grassa  grascia  47,  16. 

36.  L.  Di  I-  in  r  sono  in  A  pochi  esempj  :  Naar  less.*;  carchera  less., 
scurpie  72,  12;  87,  2,  parpe  90,  38  (mil.  pafpr')-^  fragel  fraxelar  nm.  67: 
e  molti  invoce  in  B,  soprattutto  per  -i,-:  iiore  ecc.  15,  15;  19,  20;  20, 
17,  ecc.,  uorenta  22,  35,  vare  5,  11,  mata  4,  33,  consora  7,  19,  po- 
uoro  10,  18,  gora  13,24;  22,6,  scara  14,36,  Maldarena,  inuo'rao  17, 
14,  ortoran  18,  11,  pares-  22,  11,  sora-  22,  35,  lassara  'lasciarla'  12, 
3.5,  r\tn  'la  hanno'  17,  20,  dra  «della'  22,  2.  3.  6.  35,  dri  'dei'  4,  21;  22, 
13,  intri  ecc.  nm.  132;  ortro  21,  35;  franzelao  less.  —  Per  Ai,+cons., 
Y.  nm.  3.  Se  atere  4,  13  ò  buona  lezione,  vedine  IX  190-7  n.  Di  quaichc 
V.  nm.  In.  —  -l:  ce  19,  28,  morta  22,  30.  37,  eterna  nm.  129  n,,  qua 
19,  26.  36;  20,  2.  1.5.  32.  33.  34,  esemplare  che  ritorna  pure  altrove  (db. 
9.  23,  bari.,  ecc.)  e  però  vuol  essere  conservato  anche  in  A  100,  28.  — 
Notevoli  que,  quello,  70,  2;  78,  17;  72,  13,  e  so  110,  30  che  sarà  da  inter- 
pretare, se  corretto,  per  'solo'. 

37.  L  complicato.  Risolto  sempre  all'italiana  in  A;  ma  in  B  la  grafia 
talvolta  latineggia,  specie  por  PL, 

GL.  In  B  sempre  gi\  ma  in  A  concorrono,  qnal  posto  la  tbrmola  pur 
-occupi  nella  parola:  chi  gi  glii^.  Ma  chi  prevale  di  gran  lunga  a  for- 
mola  iniziale  o  intorna  dopo  consonante;  gi  tra  vocali;  e  ghi  è  preferito 
anch'esso  a  formola  inizialo.  Esempj  di  B:  giama  giaue;  inginao, 
sgiexo  less.,  ingioado  desgioaa;  uegio  ogij  aparegiada  gev  u- 
Ijion^.  —  Esempj  di  A:  chiaue  chiamai,  chiaìicli  less.,  chiar  chierei,  cìn'ovn 


*  In  piaQi;ar  54,  0  è  forse  un'antica  dissimilazione  (*platjale). 

'  Davanti  ad  /,  bastano  eh,  g,  gii:  yncschiggo  less.,  inchinar,  i\  fors'anch'^ 
■schirna.  Ricompajono  però  chi  occ.  nel  plur.  dei  nomi  in  -cìiio  ecc.:  cercìiij 
ogij  ecc.,  ali.  a  maschi  ogi  ecc.  Esempj  come  isolati:  cheri  119,  16,  ghesia 
13,  27,  parege  O'.ì,  23,  ncge  .5(;,  23;  10.5,  30,  uegegga  55,  0,  onge  5,  34.  Fri'- 
quente  gesia. 

^  clamano  (ì,   IS  r   un   crudo  latinismo. 


230  Salvioni, 

less.,  c/itMca)'  less.,  chioxa  chiostra  chioui  ecc.;  giarnai  4,  20,  giere  20,  30; 
(jhiamar  85,  26,  ghiaueli  less.,  ghierei  32,  30;  -  superchiar  cerchio  torchio 
tnchiouar  schiarar  deschiarar  schiatta  schiopi  maschio,  schiesso  less  ;  sicper- 
ghiao  12,  38;  -  aparechiar  17,  2,  rechiuxo  75,  30;  119,  13,  dove  però  si 
sente  'cJlìicxo^;  oregia  uegio  ogio,  aparegiar  ptaregio^  cornagia  ingenogiar^ 
sbaagian  less.,  spegio;  oregliie  6,  9-10, 

GL.  Fermo  il  gi  in  entrambi  i  testi*:  giaio  giaqqa  glande,  gioto  -ton, 
giesie;  ongie;  itegiar  8,  18;    /,  3,  desuegia. 

PL.  Gli  esempj,  in  cui  graficamente  si  conserva,  son  pochi:  plaghe 
34,  39,  plance  14,  12,  planzare  3,  22,  piena  13,  27;  -  cobi",  slobia, 
dobio;  sempio  -. 

BL:  bianco  bioto  blastemao  ecc.,  sabion  arnbio. 

FL:  fior  {florida  6,  39)  ecc.;  infia  inflada^. 

38.  R.  In  ambo  i  testi,  ma  con  maggiore  frequenza  in  B,  è  soggetto  a 
cadere  il  -r  cui  preceda  vocale  tonica*:  corre  corriere  82,30,  ^errMe  less.» 
cixende  less.,  ministre  less.,  uolonte  72,  7;  98,  28,  curie  less.,  pruma  74, 
30,  rumo  22,  5;  117,  15,  amo  59,  15,  ghiapao  less.,  recrouo  less.;  -  dane 
7,  32;  14,  41,  portane  10,  7;  11,  18,  pri-  prume  19,  22.  31;  20,  13.  31; 
21,  33,  ecc.,  ìnese  9,  3,  remo  8,  27,  sero  less.,  maio  14,  11,  segno  14, 
28,  ono  21,  5,  scakao  less.,  zugau  8,  31,  robau  22,  11,  peccadu  3,  10. 

39.  V,  primario  o  secondario,  può  dileguarsi  quando  è  tra  vocali^:  om- 
bria less,,  corria  14,  29,  Zessta  94,  17,  cortianne  less.,  uianda  31,7,*  39, 
21  (tiiuanda  55,  23),  rianne  70,  4,  Wai  32,  3,  paor  -ra  less.,  traonne  less., 
tooie  119,  19,  proado  16,  41,  mentoar  39,  37.  38,  ecc.  (ali.  a  mentouar), 
toaglie  87,  3,  n^oZa  31,  26.  37,  receno  33,  8;  G8,  2,  snersion,  36,  26,  che 
perciò  non  richiede  emendazione,  uescoho  74,  18  uescoi  84,  5;  88,  14  (ma 
?<esco«o  -in'  115,  40;  70,  22),  uesco  5,  13;  6,  12.  16®. 

É  gw  (onde  poi  ^)  da  -v-,  primario  o  secondario,  in  tiguir  12,  33;  17^ 
20.  26;  18,  18;  19,  22  (oguan),  28,  33  (ogue)   ughir  39,  37,  38  ^   ughe  100, 


*  Però  ghiapao  less,  -gladio  d,  2;  15,  18  è  voce  latina,  e  muglerà,  less., 
voce  esotica.  —  Di  ganduglie  less.,  v.  nm.  67. 

^  Di  fm;3e  impan,  v.  nm.  146 n;  di  pu  puxa,  v.  less.,  pwnaqqo pixor  less,^ 
po&i'a  nm,  24  59  67. 

'^  flagell-  10,  23  è  voce  dotta;  cfr.  franzelar  less.,  e  nm.  67. 

■*  Per  il  -r  dell'infinito,  v.  nm    151. 

^  Assorbito  il  v  di  pu,  in  sure  nm.  9  (lomb.  séra). 

°  Questa  riduzione  di  'vescovo'  è  assai  diffusa  per  l'Italia;  e  qualche 
dialetto  passa  ormai  dal  già  antico  '  vesce  '  a  vesk  (Lodi,  Pavia,  ecc.). 

''  oge  (=0(}e)  28,  27;  e  di  agisse.  9,  12,  v.  nm.  53  n,  Codesta  evoluzione 
di  audire  coincide  col  prov.  auvir  e  ricorda  il  piem.  anvu'i  (Brezzo;  Bion- 
delli.  Saggio  642). 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Consonanti.  2:51 

16  (lomb.  ugà),  pagura  3,  18.  26,  36;  12,  9  (lomb.  paguro),  mantogar  o^ 
3;  9,  12;  17,22;  40,41,  doghexe  65,  12;  26,  30,  ali.  a  doexe,  colego  67,  33, 
ali.  a  coleo;  posseghet^  6,  27;  7,  27;  97,  38  (cfv.  posseuer  dven.  98),  benegexij 
4,  40,  ali.  a  heneex-  benex-,  preghe  prega  26,  27;  63,  7;  64,9,  sega  5,  is^ 

40.  F.  Stei'.an  52,  22;  105,   17,  sgarauagi  17,  9,  rnalueghere  less. 

41.  -M.  Adan  27,  34.  37,  ali.  a  Adam  8,  14,  Abrruin  26,  12;  63,  36,  ali. 
a  Abrauin,  9,  3;  61,  4,  ma  tiitt' e  due  le  volte  davanti  a  consonante  labiale. 
—  MN:  oniia  less.;  ominca  less.;  altono  less.;  cotogna  29,  35;  31,  37-X. 
39-40;  33,31;  58,  19,  dagno  passim,  degnai  less.  {dannai  92,  40);  dnl- 
magio  passim,  v.  kj.  I  123. 

42.  N.  Nella  formola  in  +  voc.  in  voce  piana,  A  rendo  il  n  prevalente- 
mente *  per  nn,  o  meglio  per  n  munito  della  trattina  che  <">  la  sigla  di 
un  n  ^,  onde  la  stampa  ha  'nn\  Si  chiederà  se  questa  grafìa  esprima  il 
suono  faucale  del  pedemontano  e  del  ligure,  Ascoli  II  127,  o  quello  che 
assume  in  tale  congiuntura  il  n  milanese,  v.  Fonet.  mil.  156-7*.  Che  a 
ogni  modo  codesta  grafia  abbia  un  significato,  si  arguisce  da  ciò,  ch'essa 
non  occorra  dopo  vocale  postonica  (uergene  non  uergenne);  né  d'ordinario 
pur  dopo  vocale  protonica,  e  cosi  ménna  perdónna  pènna  uànna  ecc.  s'  al- 
ternano con  menar  perdonerà  penòxo  uanitae  ecc.  (cfr.  pieni.  perdu'à<' 
perduné,   mil.   perdónna  pjerdonà,  ecc.)";  e  che    finalmente   la  risposta  di 


*  Per  gli  esempj  del  tipo  prega  ecc.,  si  potrebbe  pensare  a  delle  false 
ricostruzioni  determinate  dai  doppioni  meo  mego,  prea  prega,  ecc.,  nm.  45. 
Sennonché  sovvengono  il  trent.  p:gan  'pedàn-',  i  pav.  éuega  meta,  usgìn'-} 
utensili  (v.  less.  s.  oseeglc,  ed  emil.  itsoèj),  e  prega  pietra,  pragà  sassata, 
draghe  ultimo  (v.  'derear'  less.),  di  qualche  zona  novarese  (v.  Rusconi, 
nei  Saggi  di  Trecate  e  di  VespolateJ;  cfr.  ancora  XII  397  n. 

^  I  miei  assaggi  danno  trentasette  n  di  contro  a  quarantotto  'jm';  e 
'nn'  più  frequente  dopo  ò  è  à,  che  non  dopo  i  n.  —  Nello  sdrucciolo,  pre- 
vale pure  e  di  gran  lunga  (dieciotto  esempj  contro  cinque)  il  '»n';  esem- 
pio principalissimo  annima  (del  restante  :  domennega  spontannea  calonnexi^ 
iiionneghe  e  monexi,  suslennan  tennan  pongonnan;  genere  tenebre  ecc.).  Assai 
frequente  il  'nn'  puro  nella  desinenza  -nio:  demonnio  -nio,  fustannio  ca- 
pitannii  strannia,  testemonnie  93,  3,  ecc.  Sempre  è  con  n  la  voce  continuo. 

^  11  nn  scritto  alla  distesa  è  riservato  al  nn  etimologico  di  voci  non  po- 
polari {innocente,  innomerabel),  donde  riesce  a  estendersi  indefinitamente: 
inniquitae  71,  34,  inniniixi  84,  15,  innamora  innance  ecc.  Ben  rari  gli  esempj 
come  coronne  49,  15. 

■*  La  pronuncia  faucale  di  'nn'  ha  forse  conforto  da  ciò,  che  questa 
grafia,  insolita  nei  testi  lombardi,  ritorna  poi  no' liguri  e  pedcmontaiii  t 
Flechia  X  142  152,  tch.  353. 

^  Ben  rare  le  eccezioni  come  perdonnamo  98,  17. 


232  Salvioiii , 

un,  primario  o  secondario,  suol  essere  n:  pena  penna  (ben  contrapposto 
a  penna  pena),  cana  ano  ingano  seno,  nntono  less.,  dona  madona  (cfr.  pieni. 
céna  di  fronte  a  lana;  nel  mil.  però:  càna  e  ràna)^. 

A  sopprime  con  molta  frequenza  il  -n  del  prefisso  in  'con-venire'  cfr. 
38,  3;  40,  25;  41,  2-3;  42,  30.  34;  48,  G,  ecc.  (ma  connen  54,  31,  ecc.);  e 
in  B  occorre  oniicha  less.  e  Giunte  al  less.  (ali.  a  omincha)  tanto  fre- 
quente da  non  potersi  credere  un  mero  sliaglio. 

In  ambo  i  testi  si  dovrà  considerare  come  gutturale  il  -n  della  formolu 
n,  purché  il  -n  non  corrisponda  a  una  geminata  toscana,  nel  qual  caso,  che 
del  resto  si  presenta  solo  in  voci  verbali  come  haìi  fan  dan  in  fen  'man- 
don  manderan  ecc.,  gioverà  forse  distinguere  tra  i  due  testi  :  B  tratterà  la 
formola  alla  lombarda,  avrà  cioè  il  -n  dentale,  e  A  alla  pedemontana,  avrà 
cioè  il  -n  gutturale  (piem.  vaii,  fan,  ah)-.  —  Davanti  a  labiale,  il  -n  può 
mutarsi  in  m:  soneì'am  11,  1,  seguam  64,  3,  orassam  70,  19,  dem  70,  22,  iìii 
8,  21;  16,  10;  e  qui  vada  pure  grani  10,  2;  63,  27^.  —  Cade  ne' due  esem- 
plari di  larga  ragione:  te  6,  10;  Q6,  36;  96,  14,  ite  65,  25;  72,  ;'>7  ;  1,  20, 
cfr.  mli.  §  301,  e  in  be,  61,  26,  se  non  va  emendato  in  ben,  (cf.  bdlinz.  br)- 
Né  manca  il  solito  no  nm.   155*. 

Gutturali.  —  43.  K.  Interno  tra  vocali  si  riduce  in  ambo  i  testi  a  </ ^ 
che  ha  poi  comuni  le  sorti  del  i)  primario.  —  Il  nesso  sk-  è  sg-  in  sga- 
rauaqi  less.,  e  sgurar  less.:  cfr.  kj.  I  124-.5. 

44.  Q:  ca  'quam';  aigua  ama  less.,  ainguar  less.,  lesguar  d eslenguar 
less.,  antigo  plur,  -xi,  inigo  less.;  neche^a  less.;  scìiirar  less.;  -  quintar  less., 
squela,  less. 


'  Ma  anno  46,  27.  29.  Voci  non  popolari:  igranao  (ali.  a  tijrano),  ynni 
(ali.  a  yni  IKJ,  8),  manna  (ali.  a  mana) ,  e  forse  pur  condanna  41,  7  (cfr. 
dagno). 

"  Il  solo  argomento  eli' io  sappia  addurre  a  conforto  di  questa  supposi- 
zione, è  la  vocal  finale  caduta  (han  'hanno',  ma  ano  anno);  ed  è  un  ar- 
gomento, la  cui  efficacia,  non  me  lo  dissimulo,  sarebbe  assai  maggiore  se 
non  si  trattasse  di  forme  verbali. 

^  Sarà  invece  meramente  grafico  il  -i>c  delle  seguenti  voci:  uni  78,  12, 
nessum  5,  3;  9,  34,  souram  43,  5,  dio:am  4,  27,  meritam  10,  9,  fiam  10,  38, 
sttidiam  14,  19-20,  volani  15,  35,  siam  16,  3,  infendam  17,  28,  sabbucham 
19,  6,  cì-iani  21,  41,  falam  44,  20,  erarn  46,  21;  78,  13,  porram  15,  34; 
cfr.  X  142.  -  Caj/yn  11,  31;  45^  5  s'alterna  con  Cagn  93,  22,  cfr.  nm.  41. 

*  confusio  85,  19,  perdicio  83,  6  (boitr.  17;  e  cf.  il  lomb.  pcrd'izi,  mase., 
smarrimento,  perdita),  legio  65,  32-3,  afflictio  8,  19,  sono  le  voci  latine 
nella  forma  del  nominativo  ;  cfr.  commotio  in  bonv.,  ecc. 

''  E  ricostrutto  il  -e-  di  voci  sicuramente  popolari,  come  anticha  3,  36, 
foco  IG,  15,  dicho  9,  30-7,  arccorda  10,   19;  18,  18. 


Annotazioni  lombarde.  —  !V.  Fonetica:  Consonanti.  233 

45.  G.  —  Primario  o  secondario,  permane  in  B:  piaga  fadiga  miga* 
amigo  inigo  zudigare  digando  -sego  -niego  prego  negata  se- 
gando pegora  r eg ordeue  medego  lago,  suga  3,  25,  reduga  3, 
3,  ecc.  —  Resiste  pure  in  A  per  la  maggior  parte  degli  esempj:  antigo 
-ga,  amiga  -ga,  inigìio  mendìgo,  ligar  ligami,  figao  less.,  brega  intregha, 
cego  -ghi,  sego  tego  cegogne  negar  pregar  uaregar  nauegar  desmentegar 
carega,  legai  leale,  deslegai  legheltae,  regal  regale,  regaqqo  less.,  porteghi 
domesteghi  stomego  tonnega  damenneghe  perseghe  lago  draghi  piaghe  pagar 
pagan  pegora  aregordarse  arregolie  perigol,  segura  segicrtae,  figura  agugar 
lagoste  fuga  fustughe.  Ioga  alogar,  fogo  fogolar,  gogò  ecc.  ;  ma  anche  av- 
viene che  molto  frequentemente  si  dilegui;  fie  42,9,  faia  31,21,  uesie  21,22, 
Ha  6,10,  mia  2,36;  6,35;  69,37;  106,37,  mcriar  19,35;  21,29;  38,  19;  49,22; 
81,  10,  cotnuniar  106,26,  scuminian  scominie  62,18;  90,7,  piar  num.  6,  guiar 
pass.,  near  35,4,  prear  102,10,11;  95,40,  carrea  3,36;  68,38;  90,4,  in- 
trea  6,  34;  36,  12  ;  55,  41  ;  64,  34,  traffea  53,  1,  trafeo  23,  34,  dosmentéa  68,  6, 
tosseo  101,  41,  rumeauan  rumean  40,  15.  16,  desmenteo  118,  40,  ghierei  32,  30. 
31-2,  frauei  less.,  meo  meho  medico,  saluaio  31,  33;  83,  20;  97,  24;  100, 
17-8;  120,  1,  saluaiura  48,40,  campanaio  58,33,  gramaia  120,30;  leal  9,8, 
meo'mQQO  70,  14,  Greo  38, 14,  seondo  6,  23;  16, 14;  32,  30;  35,  15;  56,  31  ;  78,  32; 
108,3;  113,5,  neota  39,7;  92,24;  100,25;  112,29  (cf.  nuta  menta  less.),  fiao 
less.,  guar  gohi  15,35;  54,6,  fuagina  less.,  suar  25,  29;  59,  28;  69,  12;  89, 
15;  95,20,  augi  7,7,  aagia  99,22,  saugli  less.,  aiirar  less.,  gaan  less.,  gouo 
less. 

46.  GW:  langor  6,3;  16,26;  17,19;  58,10. 

'  47.  GR,  GM,  GN,  GD:  agro  negro,  sagro  (sacrestan  88,  19-20,  sacrestie  87^ 
15);  -  più  mente  less.,  -  cognosser;  -  Maldelena  -darena  12,  40;  13,. 
10;  15,23;  17,1;  18,11  (cfr.  Mandelena  passb.;  Zerbini,  Note  storiche  sul 
dial.  berg.  16). 

Palatali  ^  48.  C.  Iniziale,  passa  in  z:  cego  certa  cena  cento  cercha  ce- 
gogne genere  cirio  citae,  cixende  less.,  g  ere  and.  a    zinqiien    ecc.  ^;  -  in- 


*  E  mia  in  9,  21;  ma  il  dileguo,  che  in  questa  voce  va  ripetuto  da  spe- 
ciali motivi,  ritorna,  come  ognun  sa,  anche  in  moderne  varietà  lombarde 
allo  quali  ò  d'altronde  estraneo  il  dileguo  del  -//-;  cfr.  kj.  I  127.  Un'altra 
riduzione  proclitica  di  'minga'  è  nel  mina  di  Adria  e  di  Papozze  (Pap.). 

^  Per  la  funzione  fonetica  di  e,  g,  z,  x,  v.  il  §  II. 

^  cera,  volto,  è  sempre  scritto  con  e-  mai  con  citi-,  ecc.  (cfr.  il  §  II,  o 
clera  in  bonv.,  ihera  noU'a.  gen.,  chiera  ghera  gera  in  rov.).  Vorrà  diro 
che  vi  si  tratti  di  z;  cfr.  zcra  rev.  Ili  401,  il  pav.  zera  o  il  vcn.  e  fri. 
sicra.  V.  Ascoli,  IV  119n. 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  16 


234  Salvioni, 

terno,  dopo  consonante,  si  riduce  pure  a  z:  dolge,  porri  ecc.;-  fra  vocali, 
siamo  al  solito  s  *:  paxe  uoxe  guxo  raixe  noxer  aseo  cantarixe  meexi  staexi 
less.,  amixi,  antixi  38,  32,  ecc. 

49.  G'.  Iniziale,  passa  in  i:  gel,  gente  zente^  giganti  genera  ecc.;  - 
interno,  dopo  consonante,  dà  pure  i  :  ingegno  longge  anger  sorgessi  ecc., 
G  j  in  ariento  5,  lo;  20,  30;  24,  27;  31,  17;  48,  36;  82,  4  (cfr.  bari, 
db.  43,  ecc.);  -  fra  vocali,  dà  s'  in  fraxelar  (franzelao  num.  56);  e 
dilegua  in  paixe  maestre,  i^ania  pagina  33,  35;  45,  10  (cfr.  paina  in  Gloria, 
Volg.  ili.  nel  1100,  p.  76),  t<ilie  less.,  ruii  less.,  snello  less.,  leemi  less., 
lenii  less.,  se  è  *  legimine,  cfr.  mlr.  II  484,  saita  11,  28,  guainna  65,  11; 
volge  a  i  nelle  voci  con  gg  toscano  :  vece  reggere,  lege  legge  e  leggere, 
greggo  gregge,  rugin  fugir  fiizi^  afflige,  ecc.;  è  intatto  in  flagelar  refri- 
gerio sigilar  regina  ecc.,  voci  dotte. 

50.  CT.  Riflesso  per  e,  così  in  A  come  in  B*:  fachio  trachio  (e  quindi: 
stachio  dachio  andacliio),  satisfachio  desfachio,  confechio  perfechio  dichio 
(e  quindi  scrichio,  gr.  I  543),  eontradichio  interdicJiio,  heneecliio,  np.  Benec- 
chio,  tnaleechio,  lechia  less.,  colechia  acolechij  (e  quindi  tollechio),  aspi- 
chiar,  uichio  uicliioria  (coni,  viciória  languore,  spossatezza),  pechijn  pettine 
02.  4,  pechio  techio,  lechio  lecliiera,  lacJiie,  impachiar  less ,  nochie,  ochio 
ochiaiio  (canav.  t'icdva  l'ora  ottava),  uichiura  strechio  destrechio  constrechio, 
senechia  less.  (vaiteli,  seneciàt  angustiato),  drichio  destruchio  aduchij  con- 
duchio  reduchio,  suchie  asciutte,  penchio  penchiura,  gonchio  congonchij, 
cenchij;  -  faghio  -ghi,  daghio  dighio   beneeghie  uighioria,   redughij  -ghi, 


*  Non  occorre  che  qui  si  tocchi  di  far,  dir.  —  Per  i  riflessi  di  -ducere, 
v.  conduer  condurre  52,  35,  condue  'conduce'  53,  27,  reduer  Al,  39;  cfr. 
piem.  ardue  ridurre,  produ'o'=  *prodi've  produce,  e  v.  num.  62  n. 

-  La  fase  anteriore,  J<,  è  costante  in  a  nel  riflesso  di  fructu:  fruito,  e 
in  quello  della  base  germanica  io  ahi-:  guait-.  Lasciato  da  banda  il  secondo 
esempio,  che  di  certo  proviene^  dalla  Gallia,  notiamo  intanto  che  la  forma 
fruito  ricorre  in  più  testi  antichi  della  Venezia  (mon.  123,  reg.  144,  kath. 
10,  pass.  §  33,  ug.  11,  pat.  15;  cfr.  I  318  n,  457,  X  240,  rph.  §  2),  della 
Lombardia  (bars.  §  11,  dove  è  insieme  traita  tractat,  bonv.,  ambr.,  che  ha 
anche  frugio)  e  di  Genova,  dove  si  ha  fruito,  con  esito  diverso  da  quello 
che  suole  aver  colà  la  base  uct,  cfr.  Flechia  X  15.5.  Anche  il  frùt  del 
mod.  lomb.  è  da  un  anteriore  fruito,  cosi  come  tril'ta,  trota,  è  da  ^fruita 
(triiita  nel  bellinz.  rustico,  e  truita  in  ug.  ;  cfr,  I  305).  Sarebbero  mai  voci 
galliche,  introdottesi  prima  nel  linguaggio  della  cucina  e  della  tavola?  - 
Curioso  poi,  che  il  N.  T.  valdese,  XI  1  sgg.,  dove  il  riflesso  di  et  è  jt, 
bibbia  costantemente  fruc  anziché  frujt. 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Consonanti.  235 

soureqonghij;  -  drigia  tollegia  pengiura  gongia  souregongie.  -  digio  fa- 
c/io  desfagio  henedegio  tolegia  destregia  alagiado^. 

51.  fregio  ecc.  47,  36;  53,  2;  ecc.,  11,  15-^  15,  33,  ecc. 

Dentali.  —  52.  T.  Interno  tra  vocali  jjassa  in  d  *  e  ne  subisce  poi  le 
sorti.  ' 

53.  D.  —  In  B  è  soggetto  a  dileguarsi,  ma  più  frequentemente,  persi- 
ste: sudor  fiduxia  guadagno  medego  zudigare  redemer  zudei 
tradio,  ode  -di  -diva,  radixe\  eda  età,  6,  38,  peccadiiri  fadiga 
saludo  lado  ìnedesnio  prede  fradilli  asedo  aida  preuidì  cri- 
dano  ecc.;-  pey  4,8,  ere  credere,  rire  6,35,  ingoado  14,24,  traysii, 
20,  oyuo  3,  12;  7,3;  Q,\l,*',  proheza  5,5,  cri  or  e,  cri  IO,  18,  day  dadi 
8, 31  ;  15,  1,  grao  4,  29,  robao  peccaor  zugaur,  aseo  7,  13,  aiar  17,  5, 
spua  spua  z ad^a,  p)Q eua  o  ìnnipoente,  mario  ecc.  E  invece  costante 
il  dileguo  in  A:^  morbio,  orrio  less.,  lampea,  traio  traitor,  succeer,  procee 
47,21,  posseui  81,34-5,  meo  meexi  meexinna,  rier  creer,  rebairemo  2,  11,  pe 
raixe,  moho  -hi,  mo  avv.,  aourar  prò  fro  custo  reemer  rehencion  loar,  see 
'sedet',  tiuo  eoa,  cJioage  -cinne,  coardi  guaagno ,  heneexir  beneesson,  ma- 
leexio,  doexe  roe  quixio  guxo,   feeltae  50,  13,  lapiamo  64,  13,  goer  paraixo. 


^  Frequentissimo  in  b  il  semplice  t  {fato)  e  frequente  pure  la  ricostru- 
zione per  et.  Di  A  notinsi  quato  less.,  pato  (ali.  a  impachiar  less.;  cfr.  pagio 
bonv.,  ma  pat  nel  mi),  mod.),  deleto  diieto,  letor  scritura  fruteueli  sconfta 
santo,  centura  (mil.  zénta,  valraagg.  sénca),  factor  rector  respecto  ecc. 

*  debito  -tor,  abito  denoti,  creato  -ture,  secreto  aduocato  amutisse  subito, 
tutte  voci  dotte  che  l'Alta  Italia  conserva  fino  ai  dì  nostri,  citate  90,  14, 
nolontate  20,  13,  paì'uta  less.,  olita  59,  18,  frate  e  altre;  e  in  b:  peccator, 
-c'ito  -àta  nei  partic,  e  tant'altri.  Di  aitorio  traitor,  v.  X  154. 

^  Ma  v'hanno  Indizj  per  ritenere  che,  almeno  in  certe  congiunture,  il 
■dileguo  del  d  primario  sia  anteriore  a  quello  del  secondario;  v.  num.  20, 
e  si  contrapponga  anche  lapiamo  64,  13  a  desseò  70,  26. 

*  Pongo  qui  oyuo  sebbene  mi  rimanga  problematico  lo  y  (i)  che  ritorna 
in  altre  voci  dello  stesso  verbo  e  sempre  in  b;  cfr.  4,  18;  5,  11  {pyre, 
cioè  oyire);  6,  16;  8,  7  (cfr.  oye  pr.  e.  20).  Rimedia  esso  all'iato  o  ri- 
fletto per  avventura  -dj-ì  La  risposta  non  è  facile,  tanto  più  che  il  que- 
sito si  complica  di  forme  come  ogisse  9,  12  ogiando  -e  12,  25;  14,  17, 
dove  ti  chiede  se  g  ò  //,  e  risponderebbe  allora  allo  /  dell'iato  (cfr.  pa- 
giura^*paju'ra  paura  in  bonv.),  o  ò  (/,  e  andrebbe  allora  col  ^  di  ughir 
num.  39.  Dato  il  qual  caso,  avremmo  in  ogiando  un  gerund.  in  -iando; 
cfr.  not.  24,  kj.  I  131,  stfr.  VII  200. 

^  Non  popolari  fidel  crudel  consideì'ar  adorar  ed  altri;  ma  in  lapidar  o 
fadigha,  il  d  sarà  stato  restituito  (cfr.  lapiamo  faia). 


236  Salvioni, 

ruo  less.,  gite  suor,  strassua  70,  6,  Loe  Lodi,  nin  less.,  Toeschi  fiuxia,  fan 
113,  12,  grai^;  -  peccao,  fgao  less.,  papao  lao  dai  maini  [rat,  nai  90,26, 
sanitae  ecc.,  portaura  ecc.,  salue  xiirlue  peccaor  ecc.,  rei;eor  ecc.,  bandior  ecc., 
bateure  ordiura  spaa,  canno  101,29,  menni,  meniiaglia  30,15,  seecea  less., 
perdea,  gomee  18,36,  abao  -bai  -bbaesse,  saolo  'satollò',  criar,  lon^ean  less., 
mouehiqQa,  tioho  voto  pi.  noi,  spiio  meesmo  poer  poestae  deuear,  dessean 
less.,  tfiar  aseo,  dio  dito,  croar  less.,  frael,  ueel  34.  2,  leame,  see  sete,  monea 
crea  seno  reondo,  grao  45.  3,  preuee  -nei,  rouee  less..  sqìiele  coasselle  less., 
cam«  ree,maruar  nm.  62,  sapear  less.,  stramuon  17,  41,  5«Z«o  saluar,  speal, 
Lain  38,  14,  rtZam«r  less.,  roor,  meleto  less.,  sabao,  citai)!  79,  4,  refiiar,  in- 
aiar invitare  18,  32;  86,  9-10,  mario,  menaiqco,  Naar  less.,  wom'  90,  13, 
messea  less.,  graetiel,  fago  less.,  tojiei  110,  10,  cmegnaici  HI,  1,  f'/or,  sf«- 
ej;i  less.,  ineneurie  less.,  oxeegle  less.,  ecc.  ^.  —  Per  le  forme  participiali 
di  ambedue  i  testi,  v.  nm.  153. 

54.  DR.  Inalterato  in  B,  secondo  fonia  lombarda;  ridotto  in  A  a  semplice 
r:  dexidrar  madre  nu  drigao  Fedro  *;  -  ìnare, pare  paron,  laro  laron 
laroneggo,  quare  less.,  nuriar  ecc.,  dexirar,  sirrai  less..  Pero,  carrea  less., 
cantarise  balarixe  peccarixe. 

55.  -ND.  Ridotto  a  semplice  -n  in  due  esemplari  di  B:  segon  22,  20, 
san guan  17,  16  (cfr.  biastetnan  dee.  2,   17)*. 

Labiali.  56.  Interni  fra  vocali,  p  e  b  riduconsi  a  v  (nm.  39)^:  pireuenda 
preuee,  pouol  pouolar,  onera,  suuin  supino,  ^ewer,  louo  ranaxe  less.,  anerto^ 
ecc.;  - preuidi  pouoro,  conuerta  {  =  con-)  ecc.  —  PR,  BR:  laure,  aura 
'apra',  desoure  laure  leuroxo,  -  frena  crana  recrounr  cruuin;  -  onra 
couriua  soure  leuroxi  (e  leprosi).  Di  strato  non  popolare:  cele- 
bro less. 


'  Qui  vadano  anche:  froho  less.,  infroìio  less.,  ureo  vetro,  uree  less., 
prea.  pietra;  cfr.  nm.  65. 

^  In  faia  guiar  saluaio  companaio  gramaia,  fiao  less.,  meo  meco  meho,  il 
dileguo  della  dentale  si  complica  con  quello  della  gutturale. 

^  Circa  il  jjor-  di  pori  18,  17  porre  7,  19,  v.  not.  23n;  e  non  si  esclude 
che  la  dichiarazione  possa  valere  anche  pei  testi  che  ci  offrono,  come  a, 
radr.  Voce  ricostrutta  è  peccatrix,  15,  22,  e  così  pure  meretrixe,  14,  33; 
36,  38,  ali.  a  meltrixe  16,  36.  Voce  chiesastica:  patron  37,  7. 

*  gran  citae  45,  24,  gran  montagne  114,  34,  gran  peccae  7,  21-2,  gran 
richi  homi  18,  34-35,  gran  fiduxia  3,  25;  grand/oure  34,  8.  E  qui  vadano 
anche  tan  fin;  san  Quan,  san  Steuan,  san  Polo,  san  Jacomo,  san  Bassan; 
sancto  Augustin,  sanato  Andrea. 

*  scribere  aperto,  captili  13,22,  descoperta  12,  12,  su/jerchio  ecc.^ 
son  voci  ricostrutte. 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Accidenti  generali.         237 

57.  S.  —  Manca  il  s  di  sk-  in  cole  scuole  90,5,  quela  scodella.  66,  21,  crius 
98,  6  (così  il  cod.),  cosso  less.,  e  saranno  meri  sbagli,  sebbene  altrove  non 
manchino  consimili  esempj  *.  Appena  merita  menzione:  nsf  in  nf  nei  non 
popolari  tranfigurao  15,  27,  tran  forma  16,  6.  Di  s  primario  o  secon- 
dario che  passi  in  z,  preceduto  che  sia  da  liquida,  sono  esempi:  falqo 
(alza  (e  falsi  6,   10),  angonza  less.  *. 

Lo  se  di  se  e  sci  si  riduce  a  q:  nasse  nassion  less.,  eresse  cognosse 
fassi  spartisse  ecc.;  frequente  però,  sopratutto  in  B,  la  grafia  latineggiante. 
Pure  X  passa  in  5:  insir,  cosse  76,  33,  asselete  lassar  sugar  ecc.,  e  qui  pure 
non  mancano  le  ricostruzioni  (texer  30,  38,  ecc.). 


Accidenti  generali. 

58.  Aferesi:  sasin  5,  12,   dotare  adottare  15,  35,    dora  19,  24,    stae 
44,21,  pistole  S'è,  2%.  4Q,  sto  ecc.,  pron.  proclitico,  speaì,  relorio  44,19,  scuro. 

—  59.  Contrazioni  e  assorbimenti.  Di  aa\  guagno,  loa  60,  24,  stra 
93,  1  (se  piuttosto  non  è  da  leggere  strabonna,  nm.  115),  bea  77,  2S;  91,8, 
dona9l,22  (la  dona  =  l'a  dona;  v.  però  nm.  140n),  in  fica  13,21,  spuaza 
15,34,  slrangossa  8,  13';-  di  ee:  meo  medico  ali.  a  ?wee-,  benexir  benes- 
son  ali.  a  benee-,  malechia  ali.  a  malee-,  derrera  80,  25  ali.  a  deree-  84,  38, 
ere  credere;-  di  ti:  nin  less.,  uilia  less.,  cri  'gridi'  10,  18,  si  7.  23;  -  di  00: 
uesco;-à.\  ao:  v.  nm.  11,  e  aggiungi  monigga  less,  recrouo  less.;  -  di  eù: 
nula  less.;  -  di  ei:  prichar  less.,  e  v.  nm.  1  ;  -  di  ìe:  rire,  olcir  ulcir; 

-  di  ju:  pumaggo  habuo  saptco*;  -  di  òj  :  to,  figlio  nm.  27;  -  di  uè:  guxo 
less.;-  di  uj:  lu  chostu  cholu  altru  du  nu  tiu,  cfr.  nm.  1.  —  60.  Elisione 
di  vocale.  Le  continue  ricostruzioni^  rendono  piuttosto  scarsi  gli  esempj 


*  critura  dven.  146,  crini  rn.  60  (cfr.  ren.  80-85),  e  quarga  'squarcia' 
meg.  466,  nella  qual  parola  pur  dev'essere  uno  sk-  bene  antico;  cfr.  num.  114. 

^  franzelao  less.  sarà  forse  da,  frangelar  (not.  26)  anziché  da.  fraxelar 
less.  Vero  è  che  frangelar  si  può  alla  sua  volta  ricondurre  senza  difficoltà 
a  fraxelar  (cfr.  valra.  angéla=.ans'éla  'annicella').  —  Pongo  qui:  squar- 
sao  9,  16;  asmorsada  14,  30. 

'  deliberamente  20,  24  potrebb'essere  'de  libera  monte'. 

*  Di  pu  p)uxa,  V.  zst.  XII  296  n. 

*  Per  es.:  quaranta  agni  31,  14;  46,  17-8,  quella  annima  76,  40,  mia 
<xnima  14,  9,  una  aregordangga  14.,  39,  una  altra  63,  41,  per  che  eli  e  20, 
14,  su  un,  eio  0  7,  12,  una  hora  70,  14,  ecc.  Tali  ricostruzioni  inducevano 
poi  il  poco  perito  menante  di  b  a  delle  soluzioni  come  li  intelleto  8,  5, 
o,lla   albergo   7,   17,    ma  acusano   9,   36,    lo    odiiia    11,  34,   si   in- 


238  Salvioni , 

della  seguente  maniera:  neot' altro  47,  20,  sencf\-rme  82,  2-3,  sengr' ariento 
82,  4,  senc'esser  50,  27,  quell'aqua  69,  IO,  quest'ouera  1,  3,  tant'era  75,  22,. 
ond'era  79,  2-3,  ond'e  82,  30,  ogn'altro  53,  28;  54,  18;  51,  29,  ogn'ano  59,. 
22  {ogne  ano  46,  35)*,  rich'onii  14,  8  (ric/u'  /ìojhì  13,  30-31,  richo  homo  17, 
35),  grand' Olire  34,  8,  twi'e  41,  22,  chom'e  37,  22  ^  ìnal'astucia  85,  4,  sen<t 
rt?  nasto  (=sentia  al  o  sentio  ali)  59,  18,  anch'elio,  niancha  mi  (=nian-' 
e  ha  a  mi)  13,  13,  aqu'al  pe  43,  13,  de  terr'in  terra  60,  12,  logo  tegnent'e 
uicario  80,  39,  ch'a  'hi  pe  'che  ha  ai  piedi'  49,  39,  alta  uoxe  6,  18;  8,  6,. 
di  cui  V.  nm.  155  ^  ecc.  L'elisione  ha  luogo  tuttavolta  con  una  certa  re- 
golarità, in  A  sopratutto,  quando  si  tratti  di  proclitiche  monosillabe.  Cosi 
m'an,  t'e  73,  2,  t'a,  i'in,  gh'i,  l'adoron  'lo  ad-',  l'ara,  l'è  'ella  è'  s'el'a 
5,  35,  l'iixaitan  31,  7  (ma  la  in  traxeita  13,  39),  gh' era,  gh'a,  g' andana, 
gh' in,  u' 0,  u' aro,  u' in,  s' in,  s'osso,  s' imprendeua,  s' a  117,  36,  s'abita,. 
n'auri,  ch'amor  27,  9,  ch'alcun  110,  36,  e' o  14,  40,  ch'era,  eh' eran, 
eh' e,  eh' el,  perch' el,  ch'i,  perch'i*,  s' el  'se  egli'  (se  el  18,  26),  s'i,  n' o 
'non  ho'  io,  17,  d'i^,  d'absoluer,  d'esser,  d' aqua,  d'usura,  d'oltru  (ma 
de  anna,  ecc.);  cfr.  num.  132^  —  61.  Prostesi:  ysnello  19,  30;  scapi- 
tole less.  —  62.  Epentesi.  Di  J  e  v  che  rimediano  all'iato:  eio  7,11.12; 
8,  8  {ei'o  'io  ho'  7,  10.  11),  cfr.  net.  23 n,  Riv.  di  fil.  rom.  I  169,  aier 
44,  27  (venez.  àgere,  cfr.  beitr.  18,  pozzo  132,  tro.  486,  mat.  257,  bari.,, 
bri.,  ecc.),  maie  (ambr.  maye),  pronega  5,  29,  auoltri  less.,  goiio  37,  31,  ecc.. 


tende  21,  6,  si  infiaua  12,  14,  al  posto  di  lo  intelleto,  ecc.,  e  gli  fa- 
cevan  ravvisare  l'avverbio  'male'  nel  maZ  di  'mal'usanza',  che  risolva 
per  male  usanza  20,  13.  —  Un  esempio  analogo  è  forse  in  a:  jjura  a 
nm.  25. 

*  Costante  è  ogn'homo,  combinazione  lessicale  ormai  ben  forma. 

*  E  intenderemo  chom'e  pure  in  14.  1.  6;  cfr.  lomb.  come  IX  2,55  n. 

*  Cfr.  num.  194.  Qualche  passo,  addotto  nel  testo,  era  diversamente  emen- 
dato dal  Forster  ;  ma  ora  egli  accetterebbe  di  certo  la  interpretazione  eh© 
qui  ne  è  data. 

*  L'editore,  per  isvista,  scioglie  talvolta  chel  in  che-I  (p.  es.  in  80,6). 
Risolvendo,  come  facciamo,  s'el,  ch'el,  otteniamo  il  giusto  parallelo  di  ch'i, 
perch'i,  s'i,  cui  da  b  s'aggiunge  quello  di  ch'ai,  k'ala,  num.  18  n.  Circa 
tin  sin  ecc.,  s'esiterà  tra  t(e)'in  o  ten(e),  v.  num.  20. 

*  Quando  l' amanuense  adopera  hi,  la  integrazione  grafica  gli  par  neces- 
saria, e  scrive  che  hi,  de  hi. 

*  Un  caso  singolare  è  uè  de  re  (zziuedero  é?  'vedrò  io?';  cfr.  dibi'é 
debi'é  6,  30;  13,  9.  10;  14,  10.  Il,  oi' é  8,  7,  ma  o  è  'ho  io?'  7,  2;  10,  18) 
8,  8.  Andrà  cogli  ant.  gen.:  troverò  ^z  troverò  è?,  poré=poro  è?,  v.  Vili 
44,  31.  32. 


Annotazioni  lombarde.  —  IV.  Fonetica:  Accidenti  generali.         239 

nouar  nuotare  25,  25,  squanzaua  less.  *  ;  -  di  g:  v.  nm.  39  *  ;  -  di  d: 
biciaxo  less.;  -  di  ?"  tran  tronada  less.,  stronboli  less. ,  descentre  less.  , 
quentre  less.  ^;-  di  n:  delenr/uar  less.,  minta  less.,  franzelao  nm.  57n, 
lonxengare  less.,  ang on  za  16,  8,  uencan  (=uegan  'vedono')  15,4.  16'*; 
e  qui  vadano,  benché  di  ragion  diversa  (cfr.  Ascoli  III  442  sgg.):  insir 
ensiì~,  insteso,  inguai  dexingual,  ainguar  less.  L'epentesi  di  vocale  è  in 
Caualaria  nm.  65  ^  —  63.  Epitesi.  on  less.,  sontfoj  nm.  143,  —  64.  At- 
trazione, salmoira  44,  24,  magra  5,  35,  pairo  6,  37.  —  65.  Metatesi. 
Di  vocale:  ingonegiar  ingonegian  (-e-)  87,  15;  110,  28-9®  (ma  incenogiar 
52,  27).  Di  consonante:  tromentai  4,  33,  strochion  less.,  albregao  less., 
uregonga  -gognia  (se  pur  non  è  *v(e)reg-;  cfr.  uraxe  verace),  fernasia  52, 
12;  prede  prea  (ma  sempre:  Pero),  uree  ureo,  froho,  infroho,  nm.  53  n, 
recr Oliar  (ma  recourar  56,  9),  crouhia  descrouiiia,  frena,  craua  crauei  less., 
crastar,  incrosto  less.,  lesguar  less.,  marno  less.,  Caualaria  Calvario  72,  14, 
V.  nm.  63.  —  66.  Assimilazione.  Fra  consonanti  vicine:  creto  less.,  leemi 
less,  dexorare  5,25;  6,  1;  9,38,  t<erra  ecc.,  terrauan  qq,c.,  romaraue  ecc., 
uorra  ecc.,  z'Zora  ili-  6,  1^;  12,  19,  ecc.  (ma  inlora  8,  41),  ilio  22,  1. 
Fra  consonanti  lontane:  corporaì  87,  4,  se  pur  non  riflette  * corporario, 
angin  113,33,  dove  è  forse  attrazione  di  uergin  e  gouin.  —  67.  Dissimi- 
lazione. Di  consonanti  attigue:  mermar  less.  Di  consonanti  non  attigue: 
albor  43.  13;  74,  25  (ali.  a  arbor  43,  16;  74,  22),  meltrixe  less.,   celebro 


*  Questo  esempio  e  l'aversi  avo  da  àtu  in  più  testi  antichi  (pio:  apel- 
lavo  165,  scampava  192,  ambr.  :  provano  temperano  recronauo  dampnani 
spana;  cfr.  smariuo)  e  anche  in  varietà  moderne  di  Lombardia  (I  306),  non 
mi  persuadono  ancora  a  veder  nell'isolato  peccane  120,  20  altro  che  uno 
sbaglio  promosso  dal  vicino  greue. 

^  C'è  anche  destrngan  90,  19,  e  forse  non  ne  giudicammo  bene  nel  less. 
s.  'destrugar'.  In-uxi  -uctu  del  perfetto,  s'incontravano  struere  e 
ducere,  e  ne  poteva  esser  promosso  l' incontro  analogico  in  altre  forme. 
Onde  -dner  (v.  num.  49  n.)  secondo  -strtier,  e  -striigan  secondo  -dugan. 
Cfr.  ant.  gen.  indue  aduesse,  ma  condngo  indngando,  Vili  78,  11;  91,  15; 
78,  14,  X  153. 

'  All'incontro:  dommente  87,  12  (bonv.  dementre).  Qui  anche  uespo,  76, 
17-8,  che  forse  non  andrà  emendato;  cfr.  Vili  63,  20. 

*  uengan  ha  un  riscontro  antico  in  uenzo  'vedo'  triv.  ;  e  corrispettivi  mo- 
derni ne  sono:  lomb.  lenz  renz;  v.  anche  IX  224,  gst.  XV  262  n,  not.  23, 
kj.  I  128. 

^  Cfr,  sp.  calavera.  Esempio  analogo  è  sparaver,  sparviere,  di  molte  va- 
rietà antiche  e  moderne  dell'Alta  Italia. 

•*  Cfr.  bari,  {inzonechiò),  beitr.  16,  mli.  §  150. 


240  Salvioni , 

less.,  fragel  franzelar  less.,  lirio  108,  13,  cortei,  calonnexi  88,  24;  gan- 
duglie  less.,  pobia  less.  s.  'piobia'.  Di  derreal  43,  37.  38,  difficile  dire  se 
risponda  a  *deretrale  o  a  *deretrario.  Di  piaqqar,  v.  nm.  36  n. 


Y.  Morfologia. 

1.    Suffissi   e    prefissi. 

68.  -abile:  stabel  laudabel  amabel  incurabel  ecc. 

69.  -ACEu:  boaqa  less.,  uiace  less.,  choage  less.,  uinace. 

70.  -ale:  eternai,  celestial  26,  16,  perpetuai  1.5,   11. 

71.  -ALi.v:  prexaglia  less.,  rnenuaglia  30,  lo,  intraglie  less. 

72.  -an:  puitan  less. 

73.  -ANEu:  filagni  less.;  capitannio  strannìo-^  spontanneo.  Di  uilanea, 
V.  le  Giunte  al  less.  s.  v. 

74.  -ANu:  <05ton  less.,  j5roajÌHian  less.,  roa>i  less.,  tonjeapi  less.,  pto?<flnna, 
cortianne  less.  —  Di  heremitan  88,  25,  guardian  88,  16,  sacrestan  88,  19-20, 
V.  mlr.  II  25,  strf.  VII  186. 

75.  -ANTL^:  habitanga  perdonanqa  aregonlanqQa  nomenanca  dubitanqqa, 
sutiglianqqa  85,  4,  pricance,  ecc. 

76.  -ARDu:  uegiardo^  goliardo  less.,  boxardo,  begardi  less. 

77.  -ARiu:  colonbar  mortar  ecc.;  niidater  prexoner,  corre,  ecc.,  calcherà 
less.,  leuera  less.,  indiuinere  less.,  ecc.;  banderie  'bandiere',  cfr.  not.  23; 
statutario  homicidario  hostiarij  ecc.  Cfr.  num.  4. 

78.  -ate:  debelitaa  19,  38,  lassitae  20,  1,  ecc. 

79.  -ATicu:  lenguagio  ecc.;  saluaio  campanaio;  staexi  less. 

80.  -ATu:  papao par entao principai;  spina 0  less.;  ma<<aa  less.,  sauonaa, 
oregiaa  70,  37,  maselaa  86,  33,  s  curi  ad  a  scurriaa,  scopaggae  less.,  ^w- 
gnade,  squanzaua^ss.,  lesnada  less.,  domanada  less. 

81.  -ebile:  asieuel  deleteuel  conceuel  graeuel  raxoneuel  habondeuel  pia- 
xeuel  abhomineuel  intendeueli  fruteueli  piaseure  n ecesse ii re  19,  17. 

82.  -ellu:  disnarello  less.,partexela  cordelle  curbelle,  coasselle  less., ecc. 

83.  -ENu:  V.  i  Numerali. 

84.  -ENTU  -L-ENTu:  sangucnento  rugenento  ueninento  fumolento  carolento 
pugulento  turbolento,  pianctorenta  less. 

85.  -ETTu:  sacheto  uxeleto  libreto,  meleto  less,  pesseti  goueneti,  noueleti 
80,  3,  biancheti  roseti  lanceta  pianeta  pegorete  carrete  càbanete  asselete  ecc. 


Annotazioni  lombarde.  —  V.  Morfei.:  1.  Suffissi  ecc.  241 

86.  -i'a:  stoltia  51,  5,  mercantia  -le,  consortia  baylia  leuroosia  goliardia 
baronia  prexonia  poestaria  robaria  lecharie  traitoria,  meneurie  less. 

87.  ,-iciu:  uoltiQQO  less.,  menaiqQO  less.,  monehv^ga  less.,  auegnaici  less., 
monioQa  less. 

88.  -ile:  porcil  porcino  2,  5,  sabionil  sabbioso  29,  21,  quaresmil  35,  34-5. 

89.  -iNEu:  neruegni. 

90.  -iNGu:  solengo. 

91.  -INU:  niìi  less.,  fantin  yumaQin  naxin,  'pscin  less.,  agnelin  ^^icenin 
tenerin  testinna  patine  bramine  gambine;  citain,  colonbina  83,  9,  crestalinne; 
puinna  less. 

92.  -iscu:  greesco  'grechesco'  (Arch.  Ili  258)*,  sardeschi  (cfr.  sard.  sar- 
discu)  99,  18,  toesco. 

93.  -issa:  compagnessa  abbaesse;  profetissa. 

94.  -itia:  francliisia,  stanchisia  inmondixia  cupidixia;  matega  greuegga 
nechegi  uegiegga  reegga,  scuregga  94,  24,  grameza. 

95.  -ivu:  ombria.,  tenebria  31,  31,  corria  nm.  39. 

96.  -MENTu:  noximento  streiiìimento,  descorramento  less.,  p)^'''^'^' 
ìnento  less.,  ìiuriamento  netegamento  loìnentamento  ecc. 

97.  -OLu:  mangol,  amigol  less.,  fassola  56,  26,  bestiola  gripiola  cagnoln, 
pixarola  less.,  ecc. 

98.  -one:  topon  less.,  compagnon  pongiglon,  piacentone  less.;  in  zi- 
nugion. 

99.  -onea:  catiiiogna,  tnenggogne  105,  1'. 

100.  -ore:  baldor  ecc.;  spi x or  ecc. 

101.  -ORiu:  mortor  less.,  confessor  less.,  e  Giunte  al  less,  messora  less.; 
relorio,  fogo  purgatorio,  ciborij,  ecc. 

102.  -osu:  seccoso  arido,  garbiglioso  less.,  amoroso  caro,  amorevole,  do- 
loroso addolorato,  desiroxo  desiderabile,  leuroxo,  specioso  bello,  uermenoso, 
confortoso  less. 

103.  -t-ione:  raxon  condanaxon  inhandixon;  traiggon, 

104.  -t-ore:  regeor  correor  seruior  bandior,  ««laor  amante,  chiauaor '■  chi 
tiene  le  chiavi  ',  scannar  pugnaor,  pregantaor  less.  e  Giunte  al  less.,  ghia- 
pao  less.,    scacao  less.,  robao,  zugau  nm.  1. 

105.  -trige:  pjeccarixe  peccatrix,  cantarixe  balarixe;  meltrixe meretrixe. 

106.  -t-ira:  ordiura  bateure  porto.ura  ligaure  intaglianra  serraure  ecc. 


*  Il  plur.  greexi  91,  20  risffonderà  piuttosto  a  'grechesi'  (cfr.  Greo),  se 
pure  non  istà  per  grexi  'greci'  (cfr.  reefranchio  =  ref-  XII  384). 

^  Di  forme  come  fantiglonnea  (se  non  è  il  caso  di  -ea  =  -eta)  men<^gonea 
non  mi  so  veramente  che  pensare;  monqonea  anche  in  pred. 


242  Salvioni, 

107.  -umen:  bolegume  less.,  amarume. 

108.  -URA  :  pengiura ponchiiira  hrutura  frescura  pagur a  saluaiura,  stan- 
tura  less.,  pastura  less.;  gouentura;  centur  less.;  cfr.  mli.  §  515. 

109.  -UTu:  penili,  frascui  119,  39. 

110.  AD-:  acognosser  5,  22;  6,  30  (cfr.  nm.  18  n,  21  n,  e  cfr.  acognosuto 
bari.,  acognoscer  pr.  a.  6,  d.  9,  acunuxuto  acognose  gau.  135,  141),  acho- 
menzar  aloxengar  assetar^  amolar  less.,  allapidar  less.,  amorlar  less.,  ato- 
ponar  less.,  apontelar,  amulexìnar  less.,  aguadegnar  aguagnar  {v.  agoa- 
dagnare  rev.,  aguadegnare  bari.),  alainar  less.,  ahumanir  less.,  ainguar 
less.,  adeuenir  aregoUie,  arecordar  nm.  43  n.,  ai<iasar  less.,  apena  less., 
apertegar  less.,  apartuir  less.,  atei  Ila  less.,  anoinerar,  ecc.*. 

111.  CUM-:  comprende  less. 

112.  DE-*:  deruinar  demenar  delen guar;  deruhie  less.,  indequeto^. 

113.  BIS-  (v.  mlr.  II  624):  desmostrar  deschiarar  despichai  despiglao  de- 
spogliar despartir  deschazar  desuelar  deschainai  desmesuraa  desprexiar, 
descorrer  scorrere,  desmentegliar^  desfassar  sfasciare,  descognessuo  desfguraa 
desuergenaa  desraixar  desperduo  desconfortar  desmeter,  desfamar  diffamare» 
descressui  'decresciuti'  112,  38-9,  desZt^ar,  disfi gurao  7,  37,  desìnontar 
desformao'  disfigurao  7,  37,  disponne  41,  4,  dispensar  46,  40-41  [des- 
51,  10),  disolto  62,  6;  -  desconzo  dexingual,  desutel,  desgracioso  15,  3,  de- 
slegal;  dexasio. 

114.  EX-  (v.  mlr.  II  626).  Il  vero  e  proprio  rappresentante  di  ex-,  nei 
nostri  testi  e  in  genere  ne' dialetti  dell'Alta  Italia,  è  dis-,  come  s'è  potuto 
vedere  nel  precedente  numero.  L'esito  di  ex-,  che  pur  s'incontra  in  pa- 
role prettamente  popolari,  o  assume,  per  l'antichità  della  combinazione,^ 
l'aspetto  di  parte  integrante  della  radice,  come  in  sgurar  stragQar  squar- 
gar  ecc.,  o  ha  funzione  quando  rafforzativa  e  quando  peggiorativa:  schiarar 
81,  31,  sbatui  52,  10,  slanguisso  53,  41,  lesguar  less.,  sgruuie  less.,  suen- 
giar  less.  Del  resto:  aspiana  3,  40-41,  ascurggar,  asmorsada  less.;  cfr. 
nm.  18. 


*  Manca  talvolta  il  prefìsso  in  verbi  dove  l'italiano  lo  dà;  così  in  mi- 
nistrar 58,  7. 

*  Ne'nostri  testi,  comò  in  tatti  i  dialetti  dell'Alta  Italia,  de-  e  des-  vanno 
tra  loro  confusi,  e  per  lo  più  se  ne  vantaggia  des-  (cfr.  desmostrar,  e  il 
caratteristico  desinestego  =  dem- =  dom-  di  più  varietà  dialettali;  beitr.  50); 
difficile  quindi  lo  stabilire  con  certezza  se  il  des-  di  verbi  come  desugar^ 
asciugare,  rappresenti  d.e  +  s  o  des+s. 

^  Si  connette  forse  con  un  *deqiietar  inquietare.  V.  le  Giunte  al  less. 


Annotazioni  lombarde.  —  V.  Morfol.  :  1.  Suffissi  ecc.  243 

115.  EXTRA-  (cfr.  nra.  122  n.):  strauacliar  less.,  strauolge,  stramuar  less., 
strauisae,  strapassar  93,  27,  strassuar,  strafriger  less.,  -  stracitaor  less. 
e  Giunte  al  less.;  stragrande,  stramarauerjlioso  58,  12,  straexcellente,  stra- 
dolce  strabotma  (?;  nm.  59). 

116.  IN-:  inrichir  arricchire  35,  37,  infenge  imprender  inspeao  incolar ^ 
inferriai  less.,  inspinada^  infregia  15,  33,  inficar  itnpro'ineter;  in- 
dequeto  nm.   112  n. 

117.  INTER-:  interfinar  less.,  intermeQar  less. 

118.  PER-:  pergotar  less.,  perforgar  less. 

119.  RE-:  religar  rechiuxo  regratiar,  refranger  less.,  reuersar,  retrar,  re- 
fìgurar  raflf-,  refermar  rehutar  regouenir,  reuiscolar  less.,  refrenar  less., 
re  fregar  rinfrescare,  redrizar;  resguardo  sguardo,  rechiamo,  releiio  less., 
recolta,  ecc. 

120.  SUB-:  suuertir. 

121.  SUPER-:  soiireuegnir  soureconger,  souremenar  less.;  sourepin  51,  9. 

122.  TRANS-*:  traonne\es?,.,translatar\Q?,s,.,  tr anfigurao  15,27,  tran- 
forma  16,  6;  trabeai  103,  20. 

123.  Nomi  derivati  senza  suffisso  da  temi  verbali:  guarda 
guardia,  Qura  less.,  sagra  less.,  spera  less.,  pricho  less.,  spuo,  releuo  less., 
deueo  divieto,  forboto  less.,  j^erfor ego  less.,  rechiamo  resguardo,  suengia  less., 
fregga  less.,  carego  irafeo,  bruteggo  less.,  ecc.,  sustegno  tema,  bruggo  less., 
giaggo  less.,  berluso  less.,  pianzo  17,  38. 

124.  Partieipj  o  aggettivi  in  funzione  sostantivale:  feria  iti- 
sia,  pjaruta  less.,  imposta  less.,  lechia  less.,  colechia  less.,  reefranchio 
less.,  presa  preda,  cattura,  morso,  ecc.,  cfr.  nm.  80;  lo  uraxo  27,  27;  pie 
105,  24. 

125.  Infiniti  in  funzione  sostantivale:  i  soWiì  piaxer  despiaxe 
parir  ecc.  S' aggiunge  in  a  la  tendenza  pronunziatissima  a  convertire  in 
sostantivo,  oltre  che  ogni  infinito,  anche  l'intera  proposizione  che  dall'in- 
finito dipendo:  lo  despogliar,  lo  refuar,  senga  to  procurar  22,  20-21,  tm 
lauar  94,  16,  hi  tri  renegar  79,  40,  q^ui  mangiar  39,  38,  lo  lecer  in  charrea 
la  sancta  theologia  90,  4,  lo  star  remoto  e  solitario  da  la  gente  90,  36-7,. 
lo  tornar  indre  V  angustioso  quagno  71,  20-21,  lo  dir  de  Pilato  eh' ci  lo  noi 


*  E  risaputa  la  fusione  o  confusione  tra  extra-  e  trans-,  la  quale  ha 
nel  nostro  testo  più  esempj  e  dipende  dall'affinità  materiale  e  ideologica 
dei  due  prefissi.  Talvolta  però  la  confusione  par  che  esorbiti,  come  in 
fsjtrauestir.  Ma  in  simili  casi  sarà  lecito  pensare  al  solito  s-  (  =  cx-)  del 
nm.  114. 


244  Salvioni, 

lassar  71,  26,  lo  fir  strasinao  uia  72,  5,  ecc.  ecc.  Cfr.  Diez  III  217;  Vocke- 
radt,  Lehrbuch  der  it  spr.  I  239-40  *. 

126.  Verbi  derivati  da  nomi:  simiar ,  atoponar  less. ,' sermonar 
cpontelar,  pongonar  less.,  7'aixar  radicare,  desraixar,  regouenir,  inuegir 
invecchiare,  reueì'dir,  reuiscolar  less.,  inferriar,  a  uia  zar  less.,  ecc. 

127.  -iCARE  -ig'are:  carear  -gar,  spantear  less.,  rumear  less.,  piciar  less., 
nuriar;  -  amoregar  briitegar  netegar  handegar  palegar  less. 


2.  Flessione  del  nome. 

128.  Metaplasmi  *:  1.  Mascolini  che  passano  dalla  terza  alla  seconda': 
marmoro  (e  marmor),  alboro  (e  albor).  Cesavo,  traitoro  agg.  102,  3;  105,  24 
sost.  71,  22  (ali.  a  traitor),  longamino  ealexo  ueraxo  rauaxo  abao,  duxo 
38,  37,  cuxo  terrestro  pesso  gre^go,  ramo  94,  19,  uermo  99,  24,  trauo  prin- 
cipo  regnamo  tristo.  —  Ferainili  che  passano  dalla  terza  alla  prima: 
passava^  falga  falce,  freu'.i  febbre,  paora  fornaxa,  pexa  pece,  che  è  ben 
diffuso,  e  si  risente  forse  di  'rasa'  (cfr.  a.  tose,  race  XIII  480),  uesta  5,  18, 
dota  51,  13.  18;  terrestra  ueraxa,  comuna  40,  23,  trista,  ogna*  100,  11;  e 
qui  anche:  pt&nf (Scosta  spetia.  Questo  passaggio  è  di  regola  nel  plur., 
sempre  che  non  ostino  le  norme  del  nm.  13*:  citae  citate^  iniqidtae  poe- 
staeecQ.,  uirtue, parte  lese  raixe  croxe,  consorte  15,  8,  morte  49,  18;  92,  21,  ecc  , 
tioxe  noxe,  naiue  nm.  In,   cantarise  nocìiie,  viadre  mare,   leure  'lepri'. 


*  Sostantivata  anche  la  frase  latina  in  qui  benedicamus,  qui  deo  laudes, 
ijiti  deo  gracias,  75,  13-4. 

^  Resiste  a  ogni  influsso  analogico  il  riflesso  dotto  di  tribus,  che  è 
Iribo,  fem.,  tanto  al  sing.  che  al  pi.;  v.  31,  17;  30,  11.  Anche  è  notevole, 
ina  un  po' diverso,  la  leone  17,  12. 

^  Non  entra  veramente  in  questa  categoria,  ma  pur  sia  qui  ricordato, 
santo  santórwm  =  sancta  sanctorum  55,  28;  76,  13  (ma  sanata  s-  76,  9). 

*  ogna,  esempio  unico,  è  qui  registrato,  ma  ognun  sa  che  se  ne  può 
dare  una  dichiarazione  diversa;  v.  'omia'  nel  less, 

®  Quindi:  tree  seror,  le  sor  88,  28,  le  cornar,  le  nobel  coronne,  le parolle 
son  utel,  le  grande  tentacion,  ecc.  ecc.,  ali.  a  esempj  rarissimi  come  yma- 
gene,  uergene  88,  34,  utele,  fragele  39,  6.  Di  fine  'confini'  e  renne  'reni' 
102,  26,  penso  che  sian  de' plur.  neutri,  q.  'le  fina'  'le  rena';  felonne  15,9, 
■comune  40,  29,  traitone  21,  40,  piacentone  less.,  priore  88,  15,  hanno  o  pre- 
suppongono un  sing.  in  -a.  Da  b  annoto:  le  mane  4,  37;  5,  20;  14,  29 
^all.  a  le  ìnan  14,  25),  esemplare  ben  diff"uso,  le  percussione  7,  36,  e 
le  rene  'reni',  da  spiegarsi  come  il  renne  di  a. 


Annotazioni  lombarde.  —  V.  ^Morfologia:  2.  Nome.  245 

carne  arte,  ree  'reti',  torre,  mente  88,  22,  zente  gente,  giaue  grue;  neraxe 
lene  grene  forte  grande  soaue  dolce  uerde  solempne  ardente  someliante  ta- 
gliente, qiudche  nra.  1  n,  le  quae  (ali.  a  le  quai;  cf.  anche  tai  buffe  22,  19» 
cotai  gente  'cotali  genti'  35,  41)  ^ 

129.  Genere:  la  lume  less.,  la  nome  less.,  la  fior  less.,  la  matin  less., 
la  sabion  (e  lo  s-)  less.,  il  cui  genere  certo  si  spiega  dall'influenza  di  'sab- 
bia', Za  carcere  54,  10,  la  paor  less.,  temor  mondana  12,  6*;-Zo  fronte 
57,  33,  ecc.,  lo  rugin  less.,  tuli  decretai  'tutte  le  decretali'  86,  17*.  Fem. 
sing.  in  -a  da  plur.  neutri:  uestìmenta,  stercora  less.,  ecc.;  fem.  plur.  da 
plur.  di  genere  neutro:  castele  uassele  peccae,  donne  'doni'  26,  40;  51,  9,. 
cangele  87,  7,  granne  'cereali',  anelle,  uestimente,  7,25.36;  31,  10,  se  non 
è  il  diretto  plur.  di  sing.  uestimenia,  calgamente  31,  10  (e  calggamenti  31,  12), 
ferrie  less.,  file,  strace  'stracci',  pnimente  less.,  idole  (sing.  ydolo  110,  4), 
fruite  ali.  a  fruiti*,  legne  {legni  =  \Qgm  di  mare,  navigli),  prae  22,  12; 
30,  17,  mure,  menbre  memore ,  interiore  'intestina',  intragli'e  less., 
laure  labbra,  osse,  brace  bragine,  gomee  'gomiti',  crie  'grida',  pugne^ 
scue  70,  34,  rame  ali.  a  rami  68,  30,  migliere  58,  35,  oxeegle  less.,  ingegìie 
41,  3,  tenpore  'le  tempora'  36,  5,  arnexe  90,  30,  ligame^.  Anche  occor- 
rono pome  pere,  ma  di  questi  e  d'altri  nomi  di  frutti  (perseghe  fie)  mal  si 
decide,  mancandoci  la  forma  del  singolare  ^. 

Forme  neutrali:  doa,  trea  tria  48,  25  (cfr.  rev.  Ili  345,  455:  tria  uolta)^ 
dia  '  dita  '  (nome  di  misura)  48,  25,  ììiilia  (dexe  milia,  cinque  milia),  mi- 
gliera  (pixor  migliera  81,  26,  ma  molte  migliere  58,  35),  fiada  faa  {penta 
fi  ad,  a  5,  37,  doa  faa,  doghexe  faa;  ma  mille  fae,  cinque  fae,  e  del  resto 
sempre  fae  quando  la  voce  non  s'accompagni  a  un  numero^),  cfr.  sei  29, 


^  quae  sta  per  '^quaj-e',  cfr.  mae  aer  ali.  a  maie  aier. 

^  Ancora:  lo  temere  a  la  qua  20,2.  Ma  sauor  eterna,  20,  35,  andrà 
interpretato  per  sauor  eterna,  v.  nm.  36. 

^  Persistono  mascolini,  malgrado  V-a,  i  sost.  manna,  31,5;  33,  31;  46,  21 
(ma  la  manna  100,  14),  e  cresma  96,  32  (cfr.  ital.  il  crisma  ali.  a  la  cre- 
sima). 

*  L'indecisione  è  manifesta  in  fruiti ...  uegie  42,  16-9. 

^  Ha  però  sembianza  mascolina  il  pronome  che  vi  si  riferisce  (13,  4);  e 
si  chiederà  se  già  qui  sia  possibile  un  qui  feminile  (cfr.  mil.  qui  domi,  ecc.). 

®  Di  nomi  di  città  pajon  mascolini  Sodoma  e  Gomorra  61,  31;  ma  forse 
lo  scrittore  riferiva  agli  abitanti  il  partic.  abissai. 

'  Non  sarà  di  certo  per  mero  accidente  che  a  per  ben  tre  volte,  allato 
al  normale  a  le  fae,  abbia  a  li  fae,  15,  24;  23,  34;  61,  38.  Sarà  la  locu- 
zione avverbiale,  sentita  come  unità  lessicale,  coU'e  dell'articolo  assimilato 
all'i  0  j  della  sillaba  successiva. 


246  Salvioni, 

uoUa  {trea   uolla,  quatro  uolta  35,  19;   ma    anche:  doe  uolte),   septe  tanta 
111,  33-4;  cfr.  mli.  §§  342  352  365  387. 

130.  Casi.  Tipi  nominativali:  homo,  e  ne  deriva  il  piar,  homi  (ma  ho- 
mini  81,  28),  sor  suora  (plur.)  88,  28,  frai  plur.  di  un  sing.  *  frae,  seccea 
less.  ';  tipi  di  nominat.-accus.  :  uermo  (pi.  t^ermi  99,  19);  tipi  di  caso  obliquo  : 
seror  sevo,  marmor  -ro,  arbor  -ro,  mormor,  59,  37;  60,  3,  se  non  è  dever- 
bale da  mormorar,  forfor  100,  13,  peuer,  mofjlier  ;  tipi  di  vocativo  non 
popolari:   Criste,  maistre,  nm.  23*'". 

131.  Numero.  Ritorna  nel  plur.  la  forma  specifica  del  sing.  nei  testò 
ricordati  homi  sor  uermi,  ai  quali  si  può  aggiungere  cho  'capi'  5,  35*. 
Plurali,  che  per  le  vicende  foniche  riescono  a  un  tema  distinto  da  quello 
del  sing.,  sono  ai  nm.  1  27  29  33,  e  qui  s'aggiungono:  amixi  inimici,  an- 
lixi  38,  32;  41,  36;  119,  27,  loxi  21,  1,  meexi  calonnexi  monnexi,  staexi 
less.',  porci -qì  17,  9;  65,  35.  Circa  il  tipo  sing.  figlio,  plur.  figliò,  v.  nm. 
36  n;  del  pi.  paron  il  less.  s.  v.  Indeclinabili  il  fem.  trìbo  num.  128  n,  e  il 
grecismo  salterion  45,  33;  110,  14. 

132.  Articolo.  Forme  di  A:  Z  =  lo  la  davante  a  vocale*;  lo  davanti  a 
consonante;  'l  appoggiato  a  precedente  vocale®  e  seguito  da  consonante 
(tuto-l  di,  contra-l  duro,  che-I  figlio,  ecc.;  ma  anche  fa  lo  nono,  agreua  lo 
«laZ,  ecc.);  el,  rarissimo  (3,  26,  dov'è  inutile  la  risoluzione  per  e-l,  4,  16; 
28,  5.  22;  77,  23),  dav.  a  consonante;  -  gli,  hi,  (hij),  t",   dav.   a  vocale; 


^  Di  deuexo  loxo  aspexo  giuso,  v.  il  less.  E  fra  i  nominativi  dotti,  vada 
pure  il  np.  Herodia  11,  39. 

^  papa,  92,  32,  è  1'  unico  plur.  del  suo  genere.  Cfr.  mli.  §  337,  e  li  santi 
profeta  Vili  86,  7,  ecc. 

^  Ma  anche:  mendighi  inighi  loghi  porteghi,  ghierei  chierici,  frenetichi 
15,  25;  19,  13,  herretighi,  cegi  9,  30,  inigi  4,  11,  endegi  5,  29.  Di  gre- 
exi,  v.  nm.  92  n. 

*  Ben  rari  gli  esempj  come  lo  aparir  79,  4,  lo  exponer,  lo  offrir  87,  20-21. 

^  con-l,  57,  17,  è  una  ricostruzione  etimologica,  e  poco  genuino  sarà 
anche  mantenan-l  fogo  46,  24.  Circa  la  soluzione  di  chel  del  sei,  la  chiave 
pajono  fornircela  d'i,  ch'i,  62,  16,  ma  imbrogliano  gli  esempj  del  genere 
di  tuto-l  di,  contra-l  duro,  uia-l  ìnerchao  ecc.,  che  accennano  per  avventura 
a  tuto-l(o)  di.  ecc.  Si  consideri  d'altra  parte  che  Vi  di  chi  di  potrebbe  of- 
frirci la  risoluzion  fonetica  di  un  ei  atono  (chei  dei;  cfr.  pi=pej=per  i,  in 
varietà  lombarde),  cosi  come  Ve  di  chel  del.,  anziché  il  risultato  di  una  eli- 
sione, potrebb' esser  quello  di  una  crasi  (chel  =  cheel), 

"  Raro  li:  li  staexi  87,  10,  li  poueri  3,  8,  e  dav.  a  vocale  li  tcxelli  59,  3. 
Di  gli  preconsonantico,  penserei  che  altro  non  sia  se  non  il  prevocalico, 
indebitamente  esteso.  Ma  non  so  tuttavolta  scordare  come  in  varietà  mo- 


Annotazioni  lombarde.  —  V.  ^Morfologia:  2.  Nome.  247 

le  dav.  a  consonante;  gle  {gle  accuxe,  gle  liore,  gle  une,  gle  ombrie)  gì' 
(gl'onde  3,  9,  gl'aque,  gl'insidie)^ ,  e,  più  raramente,  le,  davanti  a  vocale. 
—  Forme  di  B:  lo  'l  (ka' l  sole  6,  28)  T*;  li  -ri;  la  l'  -ra;  V  {V  in- 
gurie  21,  36). 

Per  l'articolo  che  si  combini  colla  preposizione,  notinsi  in  A:  de  hi,  d'i, 
degli,  a  iti,  ai,  agli,  da  hi,  con  hi  87,  27,  con  gli,  per  gli,  in  lo,  in  le,  in 
gli,  ecc.  —  In  B,  come  in  ogni  testo  lombardo,  s' hanno  dra,  dri,  e  una 
sol  volta  ilio  22,   1  per  in  lo;  cfr.  il  bars.  §88. 

Conoscono  poi  ambedue  i  testi,  nella  combinazione  dell'articolo  con  in, 
quella  immissione  di  intus  (cfr.  frnc.  dans  la  chanbre  di  contro  a  en 
chambre),  che  è  tanto  diffusa  ne'  dialetti  di  gran  parte  d'Italia;  Diez  gr.  II 
483 n.  Bianchi,  Dial.  Città  di  Castello,  pag,  37.  In  A  s' hanno  promiscua- 
mente int-  e  ind-*;  in  B,  ove  si  astragga  da  in  del  11,  26,  sempre  int-: 
inte  l'amiimo  21,  27,  inte-l  cor  72,  21,  inte  la  roba  25,  25,  inte  le  spale  30,  21  ; 
ind'i  cor  61,  12-3,  ind,e  le  coste  76,  38-9;  -  znfeZ  uangelio  20,35,  intella 
leze  21,  13,  intil  pei  12,  15  (cfr.  di7  =  dei,  in  più  testi  antichi)*.  —  Nulla 
da  notare  circa  l'articolo  indeterminato. 


derne  si  possa  avere  j,  pure  davanti  a  consonante,  quando  l'artic.  s'ap- 
poggi a  precedente  vocale  (p.  es.,  a  Bellinzona,  al  manda  j  fjo  '  manda  i 
figlioli');  e  che  un  antico  *^Z'iseorj3i;om,  interpretato  poi  come  gli  scorpioni, 
poteva  far  ritener  legittimo  il  gli  davanti  a  ogni  consonante. 

*  L'è  di  gle  verrà  da  le.  E  cosi  rivediamo  nel  nostro  testo  il  doppio  esito 
di  illae,  qual  è  nel  piemontese  e  in  varietà  emiliane,  v.  mli.  §  382,  kj. 
I  129,  e  di  cui  non  mancano  tracce  in  Bonvesin  {li  orae  h  59,  ai  anime  a 
132,  i  oltre  fior  g  86,  che  il  sei.  s.  "floreta'  mal  tenta  di  emendare)  e  in 
qualche  altro  testo  antico  (p.  es.,  nel  testo  bolognese  che  sta  in  gau.  180 
sgg.).  E  gli  aque  20,  35-6  starà  a  gl'aque  come  uoglio  a  uoglo  ecc. 

^  el,  5,  1;  10,  41;  20,  31,  non  è  impossibile  che  vada  sciolto  per  e'I. 
'  Dalla  combinazione  indel  ecc.,  sarà  poi  come  astratto  il  semplice  mrfe=in, 
che  è  in  inde  qui  roghi  15,  29;  cfr.  il  lomb.  inde  quela  ed  'in  quella  casa'. 

*  In  intre  le  man  27,  18,  inter  le  main  77,  38,  inter  gle  aque  115,  2,  bene 
abbiamo  inter  nella  sua  schietta  funzione,  ma  che  pur  si  tocca  molto  stret- 
tamente con  quella  di  '  in  '  e  di  'entro';  e  quindi  si  capiscon  facilmente 
gli  a.  gen.  inter  lo  profundo  Vili  11,  41;  12,  12,  inter'  lo  euangerio  32,21, 
inter  la  chamera  32,  29;  33,  6.  26;  34,  13.  17,  inter  lo  so  uentre  34,  29; 
39,  27,  inter  lo  iardin  40,  26;  41,  2.  Per  l'a.  lomb.,  v.  Muss.  bonv.  §  18,  e 
intro  peccao  'nel  peccato'  22,  37  (di  cui  nel  capit.  delle  'Varia'  dedi- 
cato alle  Emendazioni);  nel  quale  ambiente  si  può  chiedere  se  intro  ecc. 
non  si  dichiari  da  int  +  ro  artic,  o  anche  da  inter  intre +  ro  artic ,  onde  inir^o 
sarebbe  la  riduzione  radiofonica  di  un  *intrero.  La  decisione  non  è  facile, 
ma  alla  seconda  alternativa  mi  rendono   incline  degli  esompj   come' intri 


248  Salvioni, 

138.  Pronomi  personali.  —  Prima  singolare;  forme  di  A:  e  {e  son, 
e  u'in  renderò  22,  40,  e  ho  111,  12,  e  ardo  73,  37,  e  haro  66,  29,  ecc.)  -é 
{fac'é  QQ,  9,  mentogh'é  9,  12,  digli' è  16,  40,  foss'è  17,  34,  diro  e  32,  2), 
i  (?)  nm.  19  n,  ini  (mi  fé  67,  32,  mi  no  fedi  36,  4,  mi  son  57,  15,  mi  era  67,  33. 
35;  68,  8,  mi  no  mae  66,  33);  -  caso  obliquo:  mi— me  enfatico  *,  me  m'  =  me 
e  mi  hi  nella  elisi.  Plurale:  nu;  nu  enfatico;  ne  «'  =  nos  e  nobis  nella 
elisi  {ne  fo  rexa  74,  38,  uogli  ne  113,  5,  ione  86,  16,  no  ne  desprexia  113,  16, 
saluarne  73,  26,  n'e  romaxa  113,  4)  *.  —  Forme  di  B:  eio  ei'  cfr.  num.  62, 
e  (e  0  11,  37,  e  sena  6,  32,  e  sonto  4,  33,  ecc.,  e  potrebbe  anche  celarsi 
in  ke  sonto  4,  36  =  A'e  sonto  e  consìmili;  fr.  nm.  19n),  -è  nm.  60n,  mi 
{mi  sonto  5,  37,  mi  no  uiti  11,  38,  ecc.);  -  obliquo:  mi  enfatico,  me  ni' 
nella  elisi.  Plurale:  niii  nu;  obliquo:  nui  nu;  ne  n' . 

Seconda  singolare;  forme  di  A:  tu^  tanto  enfatico  che  proclitico,  22,  14; 
7,  16;  64,  27.  28.  29,  ecc.,  ti  enfatico  {se  ti  no  manchi  118,  12,  ti  uraxa- 
mente  e  61,  4,  ti  solengho  si  e  113,  24,  ti  meesmo  dare  2,  31,  o  ti  72,  .36; 
96,  14),  fó,  t\  assai  rari,  nella  proclisi  {te  pò  99,  13,  i'e  73,  2);  -  caso 
obliquo:  <t=te  enfatico,  te  t'  =  ÌQ  e  tibi  nella  elisi.  Plurale:  itu\  obi.  uu 
=  vos;  uè  u'  —  \o^  e  vobis  nella  elisi.  —  Forme  di  B:  <«  enfatico  e  pro- 
clitico {e  tu. ..tic  m' e  tenuo,  10,  20-21,  rispondente  a  un  moderno:  e 
ti.. .te  m'e  teriu),  ti  enfatico  {ti  no  offendisse  13,  39,  ti  spoxa . . .  no 
dorme  3,  36,  ti  anima  e  sposa  di  4,  14,  no  sapiando  ti  4,  28)';  - 
obliquo:  ti  =  ÌQ  enfatico,  te  <'  =  te  e  tibi  nella  elisi*.  Plurale:  uu  enfa- 
tico, -uo  (e  forse  anche  -uu  4,  30)  nella  elisi  {i  uo  6,  6.  17;  16,  12,  si 
uo  13,  34,  uori  uo  17,  32). 

Terza  singolare*:  forme  di  A;  mascolino:  hi  enfatico  39,  21;  41.  5;  57, 


li  comandaminti  22,  38  (cfr.  ancora,  a  tacer  degli  analoghi  esempj  dì 
bonv.,  intre  li  nostri  cor  triv.),  dove  si  vede  '  intro  (  =  inter,  entro)  '  seguito 
appunto  dall'articolo  nella  forma  con  1-.  Cfr.  del  resto  anche  V intor  intur 
deiritalia  centrale,  rma.  XVIII  621. 

*  Ma  nella  interiezione:  oy^ne  69,  23.  24,  ecc.;  e  vi  si  continuerà  schietto 
l'antico  accusativo. 

^  Il  riflessivo  di  1^  plur.  è  costantemente  se:  se  semo  fachii  41,  32-3,  se 
possemo  auecer  29,  1,  se  demo  adourare  20,  .')7,  se  demo  afadigare 
19,  29,  partandose  112,  19.  Vedine  stfr.  VII  195. 

^  In  ti  fazi  4,  29,  il  ti  potrebbe  essere  enfatico:  ma  sarà  piuttosto  una 
riproduzione  del  ti  che  di  poco  gli  precede. 

*  Nessun  sicuro  esempio  di  te  nel  caso  retto;  in  te  partire  6,  10  s'avrà 
il  riflessivo  partirse. 

*  Giova  qui  ritornare  al  quesito  del  come  sciogliere  le  combinazioni  chel 
chela  chegli  cheli  sei  sela,  ecc.    Già  se  n'è  toccato    al  nm.  60  n,   e  a  prò- 


Annota/ioni  lombai'de.  —  V.  Morfologia:  2.  Pronome.  249 

14.  15;  83,  28,  ecc.;  el  davanti  a  consonante  e  a  vocale  {el  a,  el  aueua, 
dove  certo  si  pensa  anche  a  el' a  ecc.),  elio  73,  4  (conieriQQO  anch'elio), 
eli'  davanti  a  vocale  (eW  e  9,  1 1  ;  9,  21,  eli' era  26,  24,  eli  uci  11,  32),  l' 
(l'a,  l' aueua,  ecc.),  'l,  assai  raro,  davanti  alla  voce  verbale  {quando-I  chiamo 
70,  8,  e~l  ghe  peì-doneraue  48,  1,  a  chi-I  tien  2,  42,  a  chi-I  fa  79,  9),  'l  po- 
sposto alla  voce  verbale  (fe-l  44,  19,  ha-l  5,  6,  e-l  50,  19,  crio-l  73,  24,  ha- 
raue-l  25,  33,  romase-l  26,  26),  'lo  'Ilo,  assai  raro,  posposto  alla  voce  ver- 
bale {guarda  lo  5,  32,  ha  Ilo  26,  21);  -  caso  obliquo:  lu,  si^,  enfatici;  lo 
-lo  {lo  drici,  no  lo  uolse,  guarir  lo,  prendello  23,  10,  loa  lo  44,  37,  mete  lo 
73,  41,  batendo  lo  29,  27,  di  me  lo  34,  36-7,  de  ghe  lo  73,  19,  ecc.),  l'  {l'a 
fachio  50,  25^  ecc.),  'l  {hi-l  loauan  34,  4,  hi-l  cognossessan  46,  23,  chi-I  per- 
seguitan  83,  27,  chi-I  poeua  tochar,  se-I  fé  83,  17,  no-l  uol  51,  17.  20,  no-l 
lagaua,  ne-l  pò  donar  22,  25,  ecc.),  el  {el  se  fa  correr  15,  21,  el  se  de  loar 


posito  dell'articolo  al  nm.  132  n.  Parrà  dubbio  se  pronome  e  articolo  in- 
contrino la  medesima  sorte;  poiché  il  pronome  soggetto  el  è  fatto  risaltare 
con  grandissima  cura  (tanto  che  s' hanno  perfino:  per  che  el  no  uolse,  che 
el  e  3,  9,  onde  el  era  78,  4,  onde  el  ghe  comise),  laddove  per  l'articolo,  a 
tacere  che  di  el  ne  sono  cosi  scarsi  gli  esempj  espliciti,  è  costante  la  ten- 
denza a  saldarne  la  forma  {el  o  lo)  con  la  vocal  precedente.  S'aggiunga 
che  in  b  la  combinazione  di  che  +  al  pron.  (v.  più  sotto)  è  chal;  e  però 
una  maggior  presunzione  che  qui  almeno  il  pronomo  la  vinca  sul  che  (cfr. 
dee.  cai  7,  che  al  7,  sai  e  5,  sol  ten  6).  Propenderemmo  dunque  a  prefe- 
rire eh' el  ch'eia  ecc.  a  che'l  che' la  ecc.  Ma  poiché  allato  ad  el  eia,  e  in- 
dipendentemente da  qualsiasi  combinazione,  i  nostri  testi  hanno  lo  (ridu- 
cibile a  'l  quando  preceda  e  a  l'  quando  segua  vocale)  la  ecc.,  cosi  par 
possibile  anche  la  risoluzione  che  Z[o],  che  la,  ecc.  Una  decisione  non  si 
avrà  se  non  ricorrendo  insieme  a  tutti  i  testi  antichi  e  ai  dialetti  moderni. 
Ma  intanto  le  incertezze  si  rispecchiano  nelle  edizioni,  e  così  a  offre  pro- 
miscuamente: che  l'è  114,  11.  14.  15.  16.  18.  19.  21,  ecc.  e  o/i'e^  e  114,  28. 
29.  30.  33.  36.  39,  ecc.,  che-I  aue  118,  37,  ch'el  avesse  69,  26,  che  la  uoglia 
51,  2  e  cìi'ela  se  possa  5,  12,  qu'ela  ital  5,  3-5,  s'el  a  5,  35  e  se  l'è  72,  30. 
31,  che-I  uoleua  46,  13,  fin  che-I  uegniraue  80,  6  allato  a  ch'el  uoleua  80,  6 
ond'el  qeua  11,  21  e  onde-I  fo  11,  34,  onde'l  de  72.  6;  -  e  b:  chel  deueua, 
chel  ordena  4,  22  e  che  l'a  7,  32,  kell'a  10,  26,  sei  more  11,  28  e 
s'el  feua  5,  7,  se-ll-e  12,  28,  chela  dixe  11,  2  e  che  la  no  pare  9, 
20,  ke  la  possa  10,  7,  ke  li  sentiran  19,  16,  ecc. 

*  si  rappresenta  quasi  costantemente  l'obliquo  enfatico  di  3.'^  sing.,  quando 
preceda  una  preposizione  (cfr.  pat.  41,  ecc.):  fo  mando  per  si  23,  15-6,  poxo 
si  57,  12-3;  94,  12,  contrn  si  28,  7.  9,  de  si  4,  29,  a  si  57,  26  (dove  alterna 
don  a  hi),  ecc.;  fem.:  in  si  e  de  si  55,  40,  da  si  15,  14.  Cfr.  anche  maior 
dia  si  'maggiore  di  lui". 

Archivio  rriottol.  ital.,  XIV.  17 


250  Salvioni, 

49,  14),  'l  assai  raro,  posposto  alla  voce  verbale  {fuqe-l  53,  4,  toglie-l  60, 
34);  ghe  \  -  Feminile:  ella  eia  59,  27;  96,  2;  56,  1,  el'  (el'a  13,  30,  el'e 
73,32,  el'oì-a  60,  4),  la  (la  fa  81,41,  ecc.),  l'  (^e  44,  35,  l'aguga  17,  1,  ecc.), 
-Ila  (ha-lla  9,  18,  e-lla  6,  9);  -  obliquo:  le  14,  40,  si  enfatici  (v.  la  nota  1 
nella  precedente  pagina),  la  -la  -Ila  (la  ten,  rendeua  la  23,  41,  bitta  la^ 
impi  Ila,  59,  14,  ecc.),  l'  (l'aiaui  60,  17,  Vadoroìno  118,  31,  ecc.);  ghe  - 
Impersonale:  el  no  se  pò,  el  compi  de  46,  30,  e-l  no  se  pò  100,  22,  ecc., 
me-l  di  25,  38,  tn-l  se  95,  13,  lo  fé  73,  32,  ecc.  —  Plurale;  mascolino:  lor\ 
elli  egli  (elli  haran  2,  16,  elli  harauan  66,  27-8,  elli  eran  37,  29,  egli  eran 
73,  35;  112,  6,  egli  hahiaìi  118,  14),  hi  i^  davanti  a  consonante  {hi  fon,  hi 
dan,  hij  son  35,  37,  ecc.),  gli  gV  davanti  a  vocale  {gli  absoluan  62,  18,  gli 
han  67,  3,  gli  aspichiassan  80,  11,  gì'  intran  22,  2,  ecc.),  -gli  {uiuen  gli  8, 
35,  tornaiian  gli  48,  28,  diran  gli  67,  4)^;  -  obliquo:  lor;  gli  davanti  a  vo- 
cale e  a  consonante  (gli  amaistreraMe  80,  12,  gli  ulciua  48,  12,  gV  inganaua 
109,  23,  gli  scanassan  104,  10,  gli  perseguan  92,  30,  gli  guio  48,  28,  ecc.), 
hi,  meno  frequente,  davanti  a  consonante  (hi  /e  38,  1,  hi  reqe  83,  25,  hi 
guasta  80,  4,  hi  toglij  69,  37,  hi  canhiana  91  19)*,  -gli  e,  assai  più  rara- 
mente,-Zi  (mando  gli  61,  26,  fa  gli  44,  26,  uogliandogli  47,  39,  ieni  gli,  3,  9, 
guardan  gli  e  tochan  gli  116,  24,  tornar  gli  47,  39,  tirargli  117,  17-8,  tegnir 
li  42,  26,  inganar  li  117,  17);  _r//ie.  -  Feminile:  e^'Zi  (e^Zi  eraw  22,  21;  cfr. 
i  bonv.  e  276,  eli  an  pr.  e  5;  e  v.  nm.  132  n),  le  davanti  a  consonanto  (le 
refguran  51,  40,  le  pon  5,  30,  le  no  piangessan,  le  se  uorrauan,  ecc.),  gV 
davanti  a  vocale  (che  gì'  eran  34,  8,  quando  gV  eran  38,  24),  -le  {han-le  25, 
40,  son  le  118,25,  tran  le,  ecc.);  -  obliquo:  lor;  le  davanti  a  consonante  * 
(le  lassa.n  43,  31,  le  straggasse  51,  34,  ecc.),  gle  gì'  davanti  a  vocale  {gle  ha 
91,  38,  gle  offriuan  119,  37,  gl'incolaua  59,  32),  -le  -Ile  (fan  le  43,  30,  di- 
spensar le  46,  40-41,  nictc  le  e  ordcna  le  47,  2,  mete  Ile  28,  27,  ecc.);  ghe. 


^  Tanto  per  a  quanto  per  b,  ghe  (t.  nm.  136)  rappresenta  nella  elisi  il 
dativo  d'ogni  numero  e  genere;  cfr.  119,  37. 

^  i  occorre,  forse  esclusivamente,  nelle  combinazioni  si  c]ii  =  s'i  ch'i,  a 
cui  si  contrappongono  se  hi,  che  hi;  cfr.  d'i  ali.  a  de  hi,  e  v.  il  nm.  132n. 

^  Nessun  sicuro  esempio  di  li.  In  li  no  receueuan  38,  32,  li  aspichiassan 
80,  38,  che  li  gh'ofriuan  47,  11,  s'ha  Zi  =  11  li  e;  in  che  li  eran  47,  11,  assai 
verosimilmente  ch'eli  eran. 

*  Grandi  analogie  corrono  dunque  tra  il  plurale  del  pronome  oggetto  ma- 
scolino (e  in  parte  anche  del  soggetto)  e  il  plurale  dell'articolo  mascolino. 

^  Unico  esempio,  piuttosto  che  raro:  gle  conparere  14,  15,  onde  sospetto 
che  il  jnenante  avesse  prima  in  mente  di  scrivere  gle  acatere  (cfr.  less.  s. 
'acatar').  Anche  nel  plur.  fera,  del  pronome,  evidenti  e  belle,  cosi,  le  ana- 
logie col  plur.  dell'articolo. 


Annotazioni  lombardo.  —  V.  Morfologia:  2.  Pronome.  251 

Forme  di  B';  mascolino:  lu  5,  35;  11,  29;  elo  4,  15,  eli'  11,  2G,  el,  lo 
(lo  n'a  uedao  20,  10),  -lo  -Ilo  (e-lo  7,  27  bis,  e-llo  4,  22;  7,  39,  e  for- 
s' anche  respoxe-llo  10,  33),  -Z  (a-l  5,  33;  7,  27;  14,  33,  pecchel  20, 
16),  e  (e  no  pò  19,  7;  cfr.  Ili  203);  -  obi.  ^w^  si  (da  si  17,  36;  21,  12; 
vedi  la  pag.  249  in  nota);  lo,  Ilo  IT  (che  Ilo  uovi  7,  31,  kell'in- 
promete  20,  23),  Z',  'l  (chel  icezaS,  11), -Zo  -Ilo  (lassemelo  17,  30-31, 
soruenillo  21,  14);  glie.  —  Fnminile:  ella  eia  7,  22;  9,  3,  ecc.,  la  V 
(?;  he  la  10,  7,  se  l'aue  8,  3,  ecc.),  -Zct  (domandala  18,  2-3,  uiiie- 
rala  19,  14)  ^;  -  obi.  Ze  8,  33;  18,  1;  la  l'r'  (r'an  17,26),  -la  -ra  (las- 
sava 12,  35);  ghe.  —  Impersonale:  el  pariua  17,  39,  ell'e  11,  22,  fes- 
selo 11,  26);  -  lo  saure  4,  16,  lo  aure  4,  5,  l'  aueueno  6,  21,  e-Z  so 
ben  4,  20,  jìoZ  credere  6,  13,  dimello  12,  28.  —  Plurale:  eZt  6,  20,  UH 
12,  21;  19,  16;  21,  32,  el  (el  m' a  dao  *m'hanno  dato'  16,  16,  chel  no 
san  16,  18,  chel  se  fazano  16,  18),  li  (che  li  9,  39,  ecc.),  ei  17,  26*, 
•li  (in- li  6,  28)^;  -  loro.  Nessuna  occasione  per  l'obliquo  diretto  del 
pi.  mascolino  e  per  il  retto  e  l'obliquo  del  pi.  feminìle. 

Riflessivo:  si  =  se  enfatico;  S0  =  se  e  sibi  nella  olisi®. 

134.  Pronomi  e  aggettivi  dimostrativi:  cositi  11,  10,  questo -i -a 
-e,  quisti'';  sto  sti  sta  ste^;  quello  quelo  (quello  don  81,  4,  quello  disnar, 
quelo  chi  parla,  sonto  quello  'sono  colui'  4,36-7)  queW  (quelV esser'  11, 
27-8)  quel  (quel  m'a  noxuo  8,  8,  quel  peccaor,  quel  arbor)^,  quelli  (quelli 


*  In  una  dozzina  d'esempj  (cfr.  nm.  18  n),  b  inframette  alle  forme  pro- 
clitiche del  pron.  di  3.^  quell'a  pronominale  di  cui  si  ragiona  in  mli.  §372, 
mlr.  II  101-2,  kj.  I  128,  Itb.  XV  53-4,  stfr.  VII  194.  Gli  esempj  nostri  spet- 
tano tutti  alla  3.*  persona,  e  per  lo  più  del  sing.  mascolino  o  dell'imper- 
sonale. Il  feminile  solo  in  h'ala  togla  16,  7;  e  Va  isolato  dinanzi  a  una 
3.^  plur.  forse  in  a  l' aciisano  10,  9  (v.  le  Emendaz.),  se  pur  non  è  aZ 
r acusano  (cfr.  eZ  =  illi). 

*  Al  posto  di  lu,  11,  10,  s'aspetterebbe  lo;  v.  tuttavia  Arch.  III  264. 

^  Curioso  elio- ella  lo  9,  16;  se  non  è  uno  sbaglio.  Cfr.  ilio  qui  ap- 
presso in  nota. 

*  Forse  :  e  t  =  e  t  i  1 1  i. 

^  ilio  21,  32,  forse  per  UH  lo  (cfr.  elio  qui  sopra  in  nota);  ma  po- 
trebbe anch'essere  i-Ilo. 

^  Il  si  di  defendendo  si,  21,  33,  sarà  uno  sbaglio,  promosso  dal  si 
che  ò  sùbito  prima  di  de  fendendo. 

''  quest'oliera  1,  3,  ecc. 

"  Non  sarà  d'isti  il  d'i  sti  di  p.  82,  15-6;  ma  s'emenderà  por  de  sti. 

®  Secondo  la  norma  di  XII  384,  il  rapporto  tra  quel  e  qitell'  non  è  di- 
verso dal  rapporto  tra  quelo  e  quello.  L'apostrofe  di  quell'  ò  dell'editore. 


252  Salvioni, 

solchi  7,  7,  quelli  angeli  78,  39)  quegli  (quegli  adi  77,  9.  17,  quegli  honii 
110,  39)  quei  {quei  chi  A^  "29.  31,  quei  gli  quai,  quei  pianti  77,  17)  qui  (qui 
chi  68,  38.  39,  qui  carbon  68,  21)  qui  Ili,  quella,  quelle  (quelle  uiriue,  quelle 
altre  6,  27,  guelle  gdole  81,  26);  cholui  -lu,  collo  r  -loro^;  go  zo. 

ini  instesso  ecc.  si  nieesmo  ecc. 

tal  lai,  coiai  colai,  tanto^  cotanto  cotainti,  ecc. 
135.  Pronomi  e  aggettivi  interrogativi  e  relativi;  cfr.  nm.  10  n. 

—  Nell'obliquo  indiretto  il  relativo  di  accezione  personale  <^  sempre  olii 
(a  chi  =  a\  quale,  ai  quali,  alle  quali:  5,  7;  112,  35;  2,  12;  79,  29-30;  79,  9, 
de  c/u  =  dei  quali  98,  8)^;  altrimenti:  que^  (a  que  =  alia,  quale  117,  13.25, 
de  que=  del  quale,  dei  quali,  delle  quali:  41,  2;  60,  4;  36,  3-4;  63,  25,  su 
que  =  sul  quale  26,  9,  con  5^6  =  colle  quali  119,  22).  E  quod  si  riflette  per 
che  0  anche  per  que  (62,  22;  84,  4;  105,  39;  118,  11;  v.  anche  qui  118,  9). 

—  L'interrogativo  quis  dà  chi,  e  così  pure  il  relativo  sostantivo  qui:  chi 
e  chi  se  possa  8,  6,  chi  e  tanto  osso  chi  uea  96,  24,  trotta  chi  ossa  105,  32, 
troua  chi  moran,  chi  uoglian  105,  24.  26,  la  donno  a  chi  uoglio   104.  37. 

—  La  risposta  di  quid  è  que*:  que  fa  besogno?  13,  8,  que  gh'a  noxuo? 
26,  22.  23.  26.  27,  que  pu?  18,  7;  26,  2;  30,  31,  sauer  que  fosse  30,  33, 
sauer  qu'  eia  ual  5,  35,  cognoscer  que  e  74,  26,  guarda  que  tu  dighi  100,  27, 
no  sa  qu* el  fagqa  52,  16,  no  san  qu'i  se  faqqan  52,  20,  a  que  70,  30,  in 
que  4,  1;  5,  15.  -  que  cosa  4,  1  que  dalmagio  26,  25,  que  honna  slancia 
102,  8,  che  paraixo  102,  8.  -  lo  qual,  ìa  qual,  gli  quai,  le  quai  e  le  quae 

—  qual?  ecc.,  se  tu  me  domandi  quai  son  sti  fruiti  ...  e  quae  san  le  foglie 
43,  28-30;  -  quen  quentre  (que  femena  e  quentre  e  quella  59,  39,  quenire 
e  qual  persona  e  quella  96,  1,  per  quen  cason  17,  29).  —  Forme  di  B  :  che 
^e  =  qui  quae  ecc.;  ke  che  =  quoA^  chi  =  quis,  chi  =  qui  relativo  so- 


*  qusto  99,  5  e  qui  105,  11  sarebbero  assai  importanti  (clV.  i  pieni,  cast 
cui,  e  gst.  XVI  382  n),  se  in  vece  loro  non  si  volessero  costo  col, 

^  Ma  'l  uento  da  chi  113,  36. 

'  Codesto  que  e  gli  altri  che  seguiranno,  riterrei  non  diversi  da  che.  Si 
badi,  in  effetto,  a  che  alternante  con  que  nella  risposta  di  quod;  a  che  pa- 
raixo 102,  8;  a  que  norraal  corrispettivo  impersonale  del  chi  di  obliquo  di- 
fetto personale;  a,  perei  te  ali.  a  per  que,  e  cfr.  ancora:  seondo  che  tu  uegere 
e  que  te  parrà  108,  3.  Notevole  tuttavia  la  costanza  con  cui,  eccetto  che 
per  quod,  si  mantiene  la  distinzione  tra  che  e  que  (quel  die,  ma  qìiel  de 
que,  ecc.).  Vedi  ancora  il  nm.  157. 

*  Secondo  la  norma  del  nm.  19n,  occorre  una  volta  chi  e.'''=quid  est 
8,  14. 

*  quello  que  4,  37.  Frequente  anche  per  que. 


Annotazioni  lombardo.  —  V.  Morfologia:  2.  Pronome.  253 

stantivo  *.  -  quer=  qnìd   (che  9,    19).  -  lo  qua,  la   qua  e  la  qual,   li 
qiie,  le  qice^,  ct'r.  nm.   12;  -  quen  qtcente  les.s. '. 

136.  inde  e  ibi.  —  L'inde  proclitico  è  reso  da  A  per  n'  quando  segua 
vocale  (n'e  96,  29,  n' aqiiista  22,  21)  e  per  in  hin  quando  segua  conso- 
nante {in  mangia,  la  in  trasena  13,  39,  s'in  taglian  97,  1,  no  hin  poeua 
24,  17*).   Nella  enclisi:   hane   'ne   ha',  mangiane  59,  3,   couensene  42,  34, 

nauseile  75,  3;  bagna  ss'  in  1,  7,  toglieuan  s'in  20,  40.  CtV.  nm.  20  n. B 

ci  dà  :  ne  n'  'n. 

La  risposta  da  ibi  (v.  però  stfr.  VII  195-6,  kj.  I  128)  è  ghe^  in  ambedue 
i  testi  ^ 

137.  Pronomi  e  aggettivi  possessivi:  me  mio,  mea,  me  miei,  mee 
mie;  nostro  ecc.;  -  me  meo,  mia,  mei,  me  mie  {ìnan  me  17,  21).  -  to, 
toa,  to  (nu  somo  to  108,  4),  toe;  nostro  ecc.;  -  to,  toa,  toi,  to  (le  to  an- 
goxe  7,  15).  -  so,  soa,  so,  soe;  -  so,  soa,  so  (li  so  pey  4,  8)  soi.  —  In- 
vece di  lor,  ambedue  i  testi  adoperano  con  molta  frequenza  so  ecc.;  cfr.  2, 
16;  107,  29;  104,  41-105,  1,  ecc. 

138.  Comparazione:  maior,  menor,  pegor,  melior,  pu  più,  men,  pego, 
meglio;  pixor  less.;  pu  greue  ecc.;  -  la  più  zente  3,  3,  lo  più  grande,  lo 
pu  principal  51,  26;  85,  7,  gli  pu  richì;  -  pessimo,  -issi ma ,  tanto  atnaris- 
sima  23,  40,  tanto  nignssima  25,  7  (cfr.  Vockeradt,  p.  365  368  385  387). 

Tra  i  due  termini  della  comparazione  s'interpone  die  (12,  5-6;  25,  22; 
59,  4),  0  cha  (maior  cha  lo  segnar  67,  1,  maior  cha  lo  maestre  67,  2,  me- 
nar cha  quelle  13,  16-7,  pu  accexi  cha  la  fiama  117,  31-2,  a  pu  dachio  cha 
luti  gli  richi  13,  30,  pu  manifeste  cha  che-I  sol  luxe  83,  9-10),  e  pur  chomo 
(cfr.  pat.  40,  Diez  gr^  III  397  n):  chusi  mal  o  pego...  chomo  89,  8-12, 
chusi  e  pu  . . .  chomo  115,  35,  pu  chomo  una  bestia  106,  4,  ne  pu  ne  men 


*  Notevoli:  non  e  che  me  daga  'non  v'è  chi  mi  dia'  16,  14,  se  al 
fosse  che  per  lu  parlasse  'se  e'  vi  fosse  chi  per  lui  parlasse'  5,  21-2. 
Cfr.  tristo  che  ghe  uegnieua  dauante  'tristo  chi  (colui  che)  gli  veniva  da- 
vanti' cav.  41,  44. 

^  Notevole  che  occorra  ben  tre  volte  li  que^^le  quali  19,  18;  21,  27;  22, 
15.  Cfr.  li  quae  ambr.,  li  qual  dven.  116,  p.  38. 
^  in  chi  mane  5,  20  è  lezione  sbagliata. 

*  a  chi-n  fé  23,  13-4. 

°  Di  che  =  ghe,  v.  XII  383.  Ne  sono  esompj  anche  altrove:  Vili  4,  25,  rma. 
XXII  304. 

*  uè  gè  22,  36  offre  esempio  dell'uso  pleonastico  di  ghe  (cfr.  lomb.  §'q 
=  volgar.  tose,  ci  ho,  per  dire  non  altro  che  'ho').  Il  pronome  è  invece 
omesso  davanti  a  voci  di  'essere',  che  lo  richiederebbero:  b  5,  21-2;  5, 
22;   16,  14;  18,  4.  Cfr.  l'omissione  di  ne  in  abia  ben  zinquanta  6,  37. 


254  Salvioni, 

clìomo  axin  100,  29,  pii  calino  ho-no  choino  fo  Caym  11,  31,  pu  trista  fe- 
ììiena  chomo  fo  Ilerodia  11,  39,  pu  horria  cosa  . . .  cliomo  una  croia  femena, 
chomo  una  meretrixe  97,  5-6.  —  In  B,  s'ha  piw . . .  che  e  più .  . .  ha,  ctV. 
6,  28;  7,  Io;  9,  11.  38;  10,  24. 

139.  Numeri  e  aggettivi  numerali:  un  uno,  una;  masc.  dti,  fem. 
doe  neutr.  doa^;  masc.  tri,  fem.  tree,  neutr.  trea';  quatro;  cinque;  sexe  101, 
24,  ecc.;  se^e;  ocliio  101,  24;  noue;  dexe;  doexe  doghexe;  quatordexe;  icinte; 
trenta;  trenta  e  noue  13,  2-3;  quaranta;  quaranta  e  noue  113,  30;  cinquanta; 
sexanta;  sexanta  e  sexe;  septanta;  septanta  e  du;  cento;  cento  uinte;  cento 
sexanta  e  sexe;  sexe  cento;  sing.  ìnille,  plur.  milia;  trea  niilia;  sexe  milia; 
sexe  ìnilia  sexe  cento  sexanta  e  sexe;  dexe  ìnilia;  uinte  ìnilia'  cento  uinte 
milia;  sexe  cento  ìnilia.  -  pri-  pruniar  -mera,  segando,  terggo,  [quarto  =\a. 
quarta  parte],  [sexta,  dell'ora  canonica],  seten  e  septimo  103,  29,  ochiauo 
56,  29,  [nonna,  dell'ora  canonica],  trenteximo  103,  29;  -  miglerà  -e  81,  26; 
58,  35.  —  Forme  di  B:  tcn  uno,  una,  masc.  du  dtii,  fem.  do;  masc.  tri; 
quattro;  zinque;  sex;  sete;  dexe;  trenta;  trentatri;  quaranta; 
zinquanta;  cento;  cinque  cento;  plur.  milia;  cinque  milia;  cin- 
que milia  cinque  cento.  -  primer  ecc.,  segando  segon,  terzo  -a, 
quarto,  zinquen  -ne,  sexen  -no,  seteno^,  nouen,  dexeno,  un- 
dexen  -na,  dodexen,  tredex en,  quatordexen,  quindexen,  se- 
d  exen. 

qualche,  pi.  fem.  quaiche  nm.  1  n.;  qaschun  -aun,  alcìin  {no porre  ft  uichio 
da  alchun  12,  37-8,  no  da  alchun  homo  12,  27-8,  no  n'e  utilitae  alcuna 
15,  29,  nessun  cercho  meesine  ne  alcun  remedij  31,  15-6);  alquanti;  ognun- 
cha  less.;  ogne*  ogna  less.;  ogn' omo,  ogne  cosa^;  tati,  tuto-l  mondo  11,  41  ; 
qualuncha  (qualuncha  ora  67,  40)  ;  nessun  {chomo  se  porrà  incolpar  nessun 
homo?  come  potrassi  incolpare  alcuno?  8,  12);  neente,  niente  {ghe  mancha 


^  Di  dna  29,  14,  v.  il  less-  s.  'inter  dua', 

^  Di  tria  48,  25  non  mi  fido  gran  che,  perchè  s'  accompagna  a  dia  ed  p 
preceduto  da  uia  (cfr.  tuttavia:  tria  uolta  rev.  p.  357,  v.  1005).  Ove  fosse 
legittimo,  n'avrebbe  conforto  dua. 

^  Curioso  che  per  due  volte  (21,  29-30;  22,  25)  l'espositore  del  Decalogo, 
o  chi  per  lui,  si  tenga  nella  penna  l'ordinale  che  deve  corrispondere  ad 
'ottavo'  {ogien  bonv.). 

*  senQa  ogne  viene  a  dire  'senza  alcuno -a':  senqa  ogne  humanitae  26,  9, 
senQ(^a  ogne  dubio  38,  5,  senQa  ogne  letra  58,  4-5,  senQQa  ogne  peccunla 
82,  4,  sengga  ogne  greuegga  120,  10,  sengga  ogne  caxon  120,  11,  sengga  og/ie 
forgga  120,  12. 

'"  luto  ogìie  cosa  80,  17;   108,  31;  cfr.  Vockeradt,  pag.  3.55. 


Annota/.ioni  lombarde.   —   \'.  .Moi'i'ologia:  ?>.  Verbo.  'i55 

niente  eh' el  debia  far?  'gli  manca  qualcosa  che  debba  lare?'  77,  8-9,  ne 
che  uaglia  niente  'né  che  valga  qualche  cosa'  15,  30)  neota,  nula,  minta 
less. ;  intrnnbe  le  parte  2,  41  ;  altro  -i  *  {altri  pensan,  ecc.)*,  altrui  (tegnir 
altrui  in  tema  17,  37)  d'altrui;  pixor;  pareghij  -gè;  tanti  -e;  molti;  asse 
(asse  femene  23,  'ò^);  pochi.  -  qualche;  zaschun  -aicn;  alcun;  omo 
nmn.  141;  omincha  omicha  less.,  omia  21,  26,  omnina  less.;  tugi; 
nessun;  negata  less.;  oltri,  oltru,  d'oltru;  tanti;  quanti;  asse  (e 
0  ben  ueduo  madre  ase  11,  37). 


3.  Flessione  del  verbo. 

140.  In  ambedue  i  testi  sono  esempj  della  3.^  sing.  per  la  3.^  di  plur.  ; 
V.  la  Sintassi. 

141.  Il  tipo  'homo  cantat'  per  'cantaraus' (cfr.  mli  §  391;  e  agli  esempj 
antichi  già  noti  aggiungasi  o>n  ere  ren.  672)  ci  é  offerto  da  B  in  omo  no 
possa  20,  9,  omo  debia  20,  10,  nei  quali  passi  conio  va  evidentemente 
risolto  in  c'orno.  Anche  coìn  zura  20,  9  può  andar  così  interpretato." 

142.  Di  seconde  persone  con  distinzione  interna  sono  esempj  al  nm.  1. 
Indicativo.  —  143.  Presente.  I.  Conservata  la  desinenza   latina ^   Ad 

'habeo'  e  'sapio'  rispondono  o  e  so,  a  'sum'  son,  che  promuove  don  'do' 
64,  5,  non  66,  9,  e  anche  don  'debeo'  52,  3.  5;  73,  27.  39;  101,  11;  v.  tut- 
tavia mli.  §  457*.  Regolari,  tanto  in  A  che  in  B,  le  forme  del  tipopmnfo 
'piango',  conosso^  guarisso^  (e  cosi  nella  VI:  penqan  'pingono"  22,  3,  di- 
xan  36,  4,  nassan  43,  38,  e  nel  cong.  :  sporga  25,  5,  passa  49,  34,  sorgan 
24,  29,  ecc.).  Di  B  siano  ancora  addotti:  sonto  4,  33.  36,  ecc.  (ma  son  5, 
2);  6,  1),  e  fizo  10,  25,  dove  si  ricorre  all'analogia  di  uezo   cvezo  (ftzo: 


^  Di  altro  nel  significato  di  reliquus,  v.  il  less.;  un  esempio  dall' a. 
gen.  è  in  Vili  64,  27. 

^  nesun  allrj  pò  4,  20-21  ,  nessun  altri  daesse  29,  33-4;  quasi  'nessuni 
altri'. 

'  Di  dighe  16,  40  ecc.,  v.  nm.  69  n,  133. 

*  La  dichiarazione  che  tenta  il  Meyer-Lùbke  di  don  'debeo'  (cfr.  §  467) 
non  regge  por  il  nostro  testo,  dove  es  sempre  si  riflette  per  e. 

^  Di  acognosco  6,  30  ecc.,  v.  pag.  000. 

®  Circa  i  limiti  della  conjugaz.  incoativa,  cfr.  scruisse  98,  25,  seruissan 
98,  24  (ali.  a  serue  98,  23),  perseguisse  07,  10  (ali.  a  perseguan  92,  31),  sof- 
frisse 72,  2,  beneexissa  -ssan  quasi  '  benedicisca'  114,33;  95,  11;  ma  ascu- 
ran  54,  36;  tnse  insan;  ed  altri. 


256  Salvioni, 

/*  :  :  crezo:  cri);  cf.  aiich?^  fizo  'fiatis'  11,  21)'.  —  II.  Maiitonuto  1'  -i^.  Di 
forine  singole,  si  notino:  e  'es'  ey  'es'  4,  27^,  //  'fis'  1(3,  10;  7,  9,  di 
•dicis'  22,  19  (ali.  a  dighi  100,  27*)  ecc.,  (/*;  'dobes'  9,  32;  S,  6",  ecc.,  cri 
'credis'  5,  3,  ni  'vidos'  6,  22,  ecc.,  Ice  e  'habes',  se  'sapis';  fé,  uè,  de, 
no  "vis'  22,  22;  87,  10;  J,  35,  uu  'vis"  7,  14,  7J0  'potes'  99,  13.  —  III.  ÌS-e 
della  2-4.*^  conjugaz.  può  cadere,  e  cade  anzi  di  solito  in  A,  quando  prece- 
dano n  l  r  appoggiati  a  vocale^:  iiol,  ual,  jyar ,  requer  e  -re,  roman,  su- 
sten;  tiore,  uare,  uene,  peri en ,  sosten.  Di  verbi  anomali:  fi,  de  deve. 
—  IV.  Per  le  tre  prime  conjug.  valgono  promiscuamente  -amo  ed  -emo, 
per  la  4.^  -imo^:  ossamo  pregamo  cercamo  uogliamo  tegnamo  ueggamo  pos- 
samo  ;  adoretno  cerchemo  andemo  facemo  dighem,o  possemo  (e  poemó)  reqid- 
remo  auemo  senio;  off  rimo  suffrimo  seruiìno.  —  A  'sumus'  risponde  somo 
50,  15;  108,  4  (cfr.  meg.  589);  e  ne  sono  promossi  omo  habemus  2,  9.  10; 
6,  28;  12,  5.  11;  97,  22,  ecc.,  uolomo  3,  38;  120,  18-9,  receuomo  96,  7,  par- 
lomo  17,  28;  49,  3,  trouotno,  preghomo  108,5,  adoromo  118,31,  refermomo 
120,  20, pagamo''.  la  B  è  costantemente  -emo'^  ma  son  peculiari  le  seguenti 
forme:  amo,  samo  'sappiamo'  4,  29,  tiamo  4,  dZ,pomo  4,  27  (ali.  a,  pos- 
semo 20,8),  demo  'dobbiamo'  19,  26.  29;  20,  7.  —  V.  Le  desinenze  sono  : -ti 
per  la  l.%  -ì  per  le  altre  conjug.:  ame,  pense,  cercliey  ani,  saui,  si,  cognossi, 
noli;  porte,  perdane ,  compare,  fé,  ste,  i  'avete'  3,  33;  16,  12  ani, 
si,  uovi,  stremi;  -  di  'dicitis'  63,  3;  116,  14.  —  VI.  La  normal  desi- 
nenza di  A  è  tan  per  tutte  le  conjug.  (cfr.  nm.  21  n)*:  aspechian^  apogan, 
giaxan  'glaciono'  crean  'credono',  ^aran,  tenan,  uenan,  uolan  'vogliono', 
reqan,  cagan,  sentan,  oguan  'odono',  fan,  seruissan,  canferissan,  ecc.  Forme 


*  Di  [ueder]e  si  discorre  al  nm.  60n.  In  e  ahrazao  15,  32-3,  ritengo 
che  e  sia  il  pron.  di  l.^  pers.  e  omesso  per  isbaglio  a  'habeo'.  Finalmente 
e  dichia,  9,  33;  37,  10.  22-3,  vale  'è  detto'. 

^  mor  93,  24,  ual  8,  40;  19,  32;  51,  17.  20,  104,  36,   distu  nm.  13.  Por 
i  pochi  esempj  di  -e,  v.  nm.  20  a. 
'  sie  7,  12.  13  va  risolto  per  si  e. 

*  È  in  guarda  que  dighi,  che  potrebb'  essere  servii  traduzione  di  un  lat. 
*  vide  quid  dicas'. 

^  Anche  tal  '  tollit '. 

®  S' hanno  per  vero:  requiremo ,  tegnaina;  ma  son  verbi  che  non  ispet- 
tano  originariamente  alla  4.^. 

''  Anche  -orna:  soma  96,  6,  uoloma  5,  34  (cfr.  cerchoma  nm.  147  n).  — 
I  lomb.  pà§pm  vó'rgm  (piem.  càntu  vo'lu)  potrebbero  per  avventura  indurci 
a  leggere  pagamo  ecc.  e  cosi  a  cercar  dell' -omo  una  dichiarazione  diversa 
(cfr.  nm.   144).  Ma  omo  'habemus'  taglierà  la  testa  al  toro. 

®  Per  gli  esempj  in  -m,  v.  nm.  42  n. 


Annotazioni  lombarde.  —   \'.  Morfologiii:  3.  Verbo.  257 

di  verbi  anomali:  son  siin  in  11,  12  (1.  ch'in  invece  di  chi  'n),  an,  uan, 
tran,  ecc.,  den  'devono'  jìon  'possono".  In  B  la  desinenza  assume  atteg- 
giamenti diversi:  ligaìio  ecc.,  rom}} ano  14,  29;  16,  20,  butano  5,  22, 
uenano  8,26,  meneno  menen  4,  38,  compreno^  parleno ,  respon- 
den  4,  36,  ito  retto,  ne  r/ ite  no,  descendeno,  p  ert  eneno,  ecc.;  -in 
19,  21;  21,  36,  ecc.  (cfr.  not.  25  n),  pan. 

144.  Imperfetto.  —  I.  Non  occorre  in  A.  Nei  pochi  eserapj  di  B  V -a 
rimane  saldo.  —  II.  Saldo  1'-/.  —  III.  Saldo  V -a.  —  IV.  Occorrono  in  A  i 
seguenti  esempj  :  cromo  11,  3,  uoleuomo  112,  20,  creeuomo  1,  20,  e  si 
tratterà  di  éromo  -éuomo^.  —  V.  Coincide  con  II:  poeui  70,  37,  ziui  11,  9. 
—  VI.  Sempre  -an  in  A;  in  B  s'alternano  -ano  {-an  5,  6)  ed  -eìio;  cfr. 
4,  24;  9,  IO;   10,  12;  6,  21;  8,  32;   11,  40,  ecc. 

'dare'  'stare'  'trarre'  'sapere'  'fieri'  seguono,  in  A,  l'analogia  di  'fare' 
'dire':  daseua  31,  8,  ecc.,  staxeua  73,  12,  ecc.,  traxeua  13,  38.  39;  60,  36, 
saseua  20,  25;  61,  5;  63,  21  (ma  saueua  62,  21,  ecc.),  fiseua  24,  17;  77,  27 
(ma  feuan  72,  22;  81,  17).  In  B  sono  costanti  feua  faceva  e  steua;  forme 
di  cui  offre  esempj  anche  A,  il  quale  aggiunge  deua;  cfr.  5,  7.  21;  2.5,  28; 
48,  2;  33,  22;  73,  17,  Ancora  in  B,  di  'avere'  e  'sapere'  eua  10,  13;  11, 
41,  sena  6,  32;  9,  25,  di  'potere':  poreueno  13,  31;  14,  23  (su  iiore- 
ueno),  di  'fieri':  fina  12,  8.  13.  Di  'gire'  finalmente:  geua  68,  15;  J4, 
18,  ecc.^ 

145.  Perfetto.  —  I.  In  A  non  occorrono  se  non  fall  36,  4,  fé  67,  32, 
de  70,  37'.  Più  larga  messe  in  B:  mene  10,  19,  f  lag  elle  10,  33,  poi 
17,  20,  naxi  6,  32,  passi  10,  21,  uiti  II,  38;  fu  6,  35.  —  II  cerchassi 
68,  16,  inandassi  68,  25,  pechesi  1,  1,  desuegise  IO,  3-4  (cfr.  nm.  1), 
sorgessi  1\),  4,  hauissi,  spartissi,  guarissi  69,  3,  offendissi  -sse  9,  18;  13, 
39,  dixisse  18,  3.  5.  6,  ecc.;  fussi  11,  14;  13,  5,  faessi  68,  26*.  —  III. 
domandò  lasso,  ecc.*;  senti  insi  ofri,  pari  'parve'  33,4,  conuerti  stremi 
odi,  liei  'uccise'  11,  32  (che  risponde  all'infin.  ucir),  morite  3,  4,  aiirite 
1,  22,  luite  7,  22;  9,  16;  16,  23]  ;  conbaté  8,  23,  mete  70,  41,  promoue  (o 
promóue^^)  117,  3,  receue  8,  5,  pione  (o  pióuel)  61,  32,  bette  (o  bèueì)  55, 
23,  qonqe  76,  38,  perde  8,  6;  8,  5,  fende  76,  8,  noxe  37,  17,  nasse  5,  9,  j)oe 


*  Cfr.  i  lorab.  parlàogm  sérgm  (pieni,  parldou  cru  ,  fèsomo  besc.  124,  e 
Y-àuomo  del  condiz.  (nm.  150). 

*  Illusorio  sera  34,  35;  35,  8;  leggi:  s'era. 

^  mentoghe  9,  12,  si  ragguaglia  a  mentogh'é;  nm.  133. 

*  fissi  8,  37  può  aver  doppia  interpretazione. 

^  Esempj   di  -a  son  forse   recomanda  73,  7,  forma  11,  5,  cria  9,  1,    e 
dona  91,  22,  del  quale  al  nm.  59. 


258  Salvioni, 

8,  24,  ecc.,  caze  S,  4;  -  e  di  tipo  forte:  fu  fo  7,  4;  30,  30;  1,  ii*;  5,  LO, 
fé  7,  2,  de  29,  36;  5,  i2,  ste  16,  41,  ze  A,  17,  siete  55,  21  ecc.,  irete  'trasse' 
25,  8  ecc.,  retrete  US,  38,  aue  9,  40;  8,  3,  ecc.,  tnixe promise  comise  desexe 
romase,  raxe  55,  26,  respoxe  inpose prexe  represe  disse  scrisse  redusse  con- 
dusse, uolse  8,  24,  uosse  8,  18,  ualse  apparsse  sparse  corsse  incorsse,  uer/ne 

7,  2  ecc.  (cfr.  uégnan),  deuegne  couegne,  itene  18,  15,  perì>,ene  9,  15,  te- 
gne  sustegne,  toglie  91,  12.  16.  19,  ecc.  (cfr.  tóglian),  pocJiie  poghe^  31,  2; 
34,  37;  26,  30  (cfr.  pogi  in  bonv.).  —  IV.  cornandomo  116,  Ì2,  portomo 
(intulimus  nel  testo  lat.)  10,  15;  metemo  120,  18;  forno  11,  1,  -duomo 
nm.  150.  —  V.  passasi  72,  20,  Jtauissi  11,  37-8,  fossi  11,  37  *.  —  VI.  passón 
porton  ecc.,  reuiterson,  ìneno\_n~\  8,  30;  strapassàn  72,  16,  aran  30,  32, 
semenan  30,  33,  prouan  30,  34,  shaagian  76,  4,  adoran  1 10,  23.  30,  ingone- 
gian  110,  28-9,  inchinan  110,  29,  saluan  110,  30  [esemplari  dubbj:  perseue- 
ran  81,2,  prican  82,  8,  treman  IH,  23,  dan  28,  35,  che  meriterebbe  spe- 
cial menzione,  se  tirato  sulle  forme  precedenti;  comenzano  9,  1-2 ^J;  sentin, 
murin  inpin  fuzin  s epe  Un;  mettén  26,  14,  desmeten,  uiuen  30,  31,  uenden 

9,  4,  temen  71,  34,  poen  27,  6,  iiencen  108,  18,  uolgen  33,  27,  renden  37, 
19,  cognessen  81,  32,  iteggen  23,  14,  auegen  33,  1,  ca^en  5,  3*;  —  e  di 
tipo  forte:  /bn  7,  3,  14;  14,  20,  fen  9,  4;  8,  16;  10,  37;  refen  49,  9, 
den  13,  2;  14,  23,  tren  76,  34,  gen  26,  13;  ma  del  resto  sempre  in  -àn: 
hauan  32,  10,  ecc.,  sapan  'seppero'   108,  20,  stetan  33,  41,  ecc.,  misan  64. 

8,  desexan  75,  16,  destexan  72,  15,  presan  63,  25,  romaxan  63,  34,  propoxan 
108,  A\,respoxan  62,  39,  dissan  64,  20,  uolsan  63,  28,  corssan  81,  38,  aparssan 
58,  22,  sparsan  76,  2,  uegnan  28,  30,  deuegnan  41,  13,  tegnan  39,  16,  o^e- 


*  poghe  si  potrebbe  anche  ragguagliare  a  poé,  analogamente  a  doghexe 
ecc.  nm.  39  n. 

2  uedesse  18,  15  ammette  pure  una  doppia  dichiarazione.  In  meritell, 
36  avremo  un  presente  retorico. 

^  Notevole,  che  mentre  son  sicure  una  decina  di  forme  in  -«n,  appena 
ne  occorrano  una  o  due  malsicure  per  il  sing.  -a  (v.  la  n.  5  a  p.  257),  cui 
-àn  deve  stare  come  stanno  -òn  -én  -in  ad  -ò  -è  -i.  —  A  legittimare  la  de- 
sin.  -à  -ano  in  b,  cioè  in  un  testo  lombardo,  basterebbe  poi  rimandare  ad 
Arch.  Ili  268  n;  ma  a  ulteriore  conforto  ci  sia  lecito  ricordare:  hatezàn  pil- 
lan  besc.  730,  1344,  gita  alegra  predici  ib.  773.  754,  755;  comengano  bonv. 
(?;  cfr.  Arch.  HI  266  n);  ?,\ì\^.  gitarda,  plur.  mena  aciisa,  passb.;  5«Zi/ten  de- 
nioran  actisan  triv.:  ligan  incoronan  passm.  65,66;  cfr.  bars.  26,  Ib.  .54.  — 
Quanto  ad  a,  forse  non  inutile  richiamare  V-A  -àn  dell' ant.  ligure  cui  si 
rannoderà  il  piem.  robàno  rubarono  rev.  p.  399,  vv.  2151  2156.  Vedi  del 
resto  rma.  VII.  27-8,  zst.  IX  233,  mli.  §  420. 

*  cazeìi  4,  34,  meten  17,  3  di  perfetto  o  di  presente? 


Annotazioni  lonibai-do.  —  V,  ?iIoi'fologia:  3.  Verbo.  259 

giian  109,  "28,  reter/nan  75,  41,  toglian  47,  38;  pochian  37,  28,  ecc.,  che  è 
forma  rifoggiata  sul  singolare  (cfr.  pogieno  ambr.). 

146.  Futuro.  —  Desinenze:  -ó  ^   ~é  -à  -émo  (in  B  anche  -ayao;  cl'r.  5, 

18,  e  il  nm.  143)  -i  -àn.  —  Il  tema  infinitivale  della  1/'  conj.  si  conforma 
in  A  ai  verbi  in  -ere:  abandonero  trouera  ecc.;  in  B  appare  inalterato  e 
anzi  avviene  che  in  planzare  3,  22,  gli  si  conformi  l'-ere^.  In  ambedue 
i  testi,  'essere'  dà  sera  13,  19;  .V,  i5;  'avere'  e  'sap'^re' «j-a  e  sarà  100, 
18  ^  forme  ben  diffuse  in  Italia  e  fuori,  la  seconda  delle  quali  sarà  stata 
attratta  dalla  prima,  proclitica  di  sua  natura.  Occorrono  anche  attera  ecc. 
4,  G;  97,38;  e  inB:  aure  4,  5,  saure  4,  16.  Di  'dovere':  detterà  14,3; 
-  'dare'  'stare'  'fare'  'trarre'  conservano  sempre  Va  del  tema;  -  'fieri' 
ha  fira  in  ambedue  i  testi.  —  La  sincope  della  vocale  del  tema  è  in  uorro 
(onde:  porr-  nm.  54  n),  narra  83,  7,  uerro  66,  34,  morran  83,  2,  paì~ra  1,  16. 

Frequente  assai  la  perifrasi,  di  futuro  allo  stato  sciolto:  o  abraza  15, 
32,  0  incoronar  \Q,  'd,o  absolue  16,  1,  a  laua  15,  7,  a  n  ocompagna 
17,  26,  ecc.  Ma  in  A  per  un  vezzo  che  è  anche  di  altri  testi  settentrionali 
e  va  anche  di  là  dell'Alta  Italia  (cfr.  Arch.  XII  166  178),  troviamo  il  fu- 
turo di  'avere'  anziché  il  presente,  funger  da  ausiliare:  haro  ferir  ferirò, 
are  creer,  ìiare  absoliier  e  desligar  62,  15,  ara  corromper  ne  lassar  brutegar 
ne  irnpir  43,  40-1,  haremo  creer,  ari  greeì',  haneri  tegnir  e  possegher  97, 
38,  s'aran  desperder  66,  30,  aran  beneexir,  ecc.,  ecc.  L'ausiliare,  come  si 
vede,  può  così  reggere  più  d'un  infinito.  —  Cfr.  nm.   150. 

147.  Imperativo*.  —  II.  ascolta  responde  seme  •,  fa  ira  di,  to  o  tol  100, 

19,  te  96,  14,  ecc.  ^,  uè  65,  25,  ecc.;  e  sono  esortativi:  sij  sapij  uogli;  e 
in  B:  passa  Idsseme  nm.  16,  pianze,  oye,  ueni  8,  27;  sta  fa  uà  di, 
ere  14,  14.  —  III.  In  A  esce  sempre  per  -a:  turba  ascolta,  intenda  uiita 
stea  fìa;  B:  obserua  19,  20  salite  4,  18,  che  è  piuttosto  augurativo,  mo- 
ria 10,  16.  17.  —  IV.  Nessun  esempio  da  B.  In  A  ricorrono  promiscua- 
mente, come  per  l'indicativo,  -amo  ed  -e>)io^  :  czrchemo   deschiarerno,  fa- 


*  Di  uederé  8,  8,  v.  nm.   143  n. 

*  Una  forma  singolare  di  a  è  inpera  (da  inpir)  85,  3.  Ne  risulta  come  un 
infin.  inper-,  che  non  si  vede  all' infuori  di  questa  forma  di  futuro;  ma  vi 
si  connettono  impe  impan  46,  36;  19,  14.  Cfr.  nell'it.:  empiere  ali.  a  empire. 

^  Si  correggano:  el  le  sarà,  21,  36,  in  ella  s'ara,  e  saremo  pei-  forgar,  2, 
10,  in  s'aremo  perforgar. 

*  Il  futuro  per  l' imperativo  è  in  compire  69,  25,  dove  il  carattere  impe- 
rativo ha  risalto  dalla  mancanza  del  pronome. 

^  te  h  poi  passato  dall'imperativo  al  presente  dell'indicativo:  66,  36. 
^  -òma  soltanto  in  cerchoma  4,  17;  od  -èma,  pure    una  sol  volta,  in  rfo- 
mandema  17,  28-9. 


260  Salvioni , 

gemo  -metemo;  comengamo  piglimno^  ueijnamo  uezamo,  conpiaino  116,  5.  — 
V.  Normali,  in  ambedue  i  testi,  -é  per  la  1.*,  -i  per  le  altre  conjugaz.  ^: 
lasse  2)  sr  do  ne,  attendi  goi  pi  anzi,  beneexi  114,  9,  ecc  ,  dormi  fuzi,  ecc.; 
inoltre:  di  64,  11;   115,  7,  fé  ste  tre,  —  VI.  releuan  116,  41,  sian  116,  40. 

La  proibizione  s'  esprime  di  solito  col  far  precedere  la  negazione  alla 
voce  imperativa:  no  uogli  19,  35,  no  attende  53,  5;  no  dexidra  22,  29, 
no  dorme  4,  11,  ecc,  no  uoglie  Ili,  21.  In  pochi  esempj  di  A  subentra 
la  2.^  pers.  dell' imperf.  cong. ;  no  te  prendissi  ìneraueglia  ne  hauissi  penna 
35,  10-11,  niente  regeuissi  61,  29,  no  dAihitassi . . .  ne  uè  notassi,  ne  ne  cam- 
biassi ne  uè  hrotassi  ne  uè  lanteassi  67,  5-7  *. 

Congiuntivo.  —  148.  Presente.  —  I.  -a  desinenza  unica  per  ambedue 
i  testi:  debia  99,  35,  senza  'sentiam'  15,  18  (cf.  gpa.  ni  8,  6),  ueda,  sa- 
pia'^  ama  72,  2,  ecc.,  parla  8,  9.  11;  12,  33;  sia.  —  II.  -i^  per  A,  -i  ed 
-e  promiscuamente  per  B;  onde  achati'^  temi,  dighij  64,  29,  abij  sii  ecc.;- 
lassi,  cri  IO,  18  (cfr.  nm.  59);  fazi,  jizi  9,  5,  muri  abij,  si  7,  23 
(nm.  59);  intre  4,  11,  dige  6,  11,  abie  9,  33,  die  15,  16;  cfr.  nm.  21. 
Notevoli  dai  15,  29,  hai  14,  12.  —  III.  -a  tanto  in  A  che  in  B*:  bei(a  r  e- 
duga  diga  receua  tema,  uaglia  15,  30,  para'ì,  37,  taglia,  daga  '  det'  sporga 
25,  5,  nox't,  despiaza  14,  33,  passa,  'pascat',  beneexissa  serua  senta,  fia  116, 
40,  dea  stea,  e  quindi  uea.  Arch.  IX  37,  sia;  buta  lassa  scampa  ecc.  — 
IV.  Da  A:  giiardemo  50,  20;  respondemo  111,  25,  possamo  113,  4.  10  ue- 
gnamo  43,  27,  debiamo  50,  22;  45,  29;  da  B:  zuramo  20,  8;  perdamo  11, 
20.  —  V.  Sempre  -é  in  ambedue  i  testi.  —  VI.  fagan  sorgan  despiaxan  pe- 
rissan  dean  deghan  29,  29  (cfr.  nm.  39)',  trean  'traggano'  99,  14,  sia7t; 
bofan  lauan  ecc.;  -  fa  zana  9,  40;  16,  18. 

149.  Imperfetto.  —  I.  fosse  70,  33;  poesse  68,  23,  uo  resse  5,  2;  10, 


*  Però:  uegge  25,  33-4,  cognosse  25,  34,  uegne  6,7  (^all.  a  uè  ni  6,  10). 
Son  voci  esortative:  sie  habie  uoglie. 

^  Di  questo  vezzo  proibitivo,  che  dovrà  la  sua  origine  a  delle  forraole 
esortative  od  ottative  del  genere  dell'it.  'non  credeste  già'  (cfr.  veron.  no 
credesse  miga  Pap.,  crem.  no  stessev  a  cred  Pap.,  moden.  a  'n  cherdéssi  ìnenga 
eh' a  i  tgnéssa  in  P.  Ferrari,  La  medseina  d'ónna  ragaza  amalèda,  scena  xi, 
boi.  n'ev  figurassi  miga  gau.  278),  ho  sotto  mano  questi  altri  esempj:  noi 
disissi  bonv.  n  166,  a.  gen.  no  diexi  Arch.  X  114.  68,  al.  no  feixi,  berg.  7io 
pensest  (Assonica),  ven.  no  ghe  stessi  miga  contare  (Goldoni,  Baruffe  chioz- 
zotte,  I,  it).  Dal  proibitivo  la  forma  s'estende  all'imperat,  e  cosi  in  lap.: 
thr aessi  '  tra  '  73,  e  stregasti  '  pregate  '. 

'  scalde  103,  2,  es.  isolato. 

*  sie  nella  congiunzione:  cum  zo  sie  e  ossa  ke  19,  32. 
'  In  deghan  s'incrociano  forse  dean  e  daghan. 


Annotazioni  lombarde.  —  V.  IMorfologia:  3.  Verbo.  261 

3,  tnorisse  14,  12,  fisse  11,  26.  —  IL  fossi  fussi  13,  2.  40;  domandassi 
hauessi  uegissi  ecc.,  uolisse  102,  30.  —  III.  In  ambedue  i  testi,  -asse  per 
la  1.*,  -esse  per  la  2-3.^  conjug.,  -isse  per  la  4.^.  E  si  notino:  fosse,  cesse  27, 
19,  ecc.,  fesse  27,  22;  10,  39,  stesse  80,  6,  traesse  74,  33,  f aesse  daesse 
staesse,  fisse  21,  14.  —  IV.  presentassemo  113,  7,  auessemo  21,  12.  offris- 
simo 113,  7.  —  X.  Nessun  esempio,  se  ne  togli  1' -issi  della  corrispondente 
voce  del  condizionale.  —  VI.  Normali  in  A:  -assan  -essan  -issati'^  e  B  ci  offre: 
pianzesseno  11,  40-41,  fosseno  20,  41;  21,  1.  —  Ancora  si  notino:  fes- 
san  stessan  faessan,  diessan  'dicessero'  (piem.  diyéissa)  58,  26. 

Condizionale*.  150.  —  I.  porreue  ardereue  sereue.  —  II.  trouerissi 
arissi  frissi;  poris-tu  17,  20.  —  III.  -aue  in  ambedue  i  testi.  —  IV.  uor- 
rauomo  64,  31,  deuerauomo  86,  7.  11-12,  starauomo  92,  7,  e  si  tratterà  di 
-duomo^'^  uorauenio  17,  33;  21,  12.  14.  —  V.  porrissi  97,  40.  —  VI.  7nen- 
derauan  ecc.;  seraueno  13,  36. 

Circa  il  tema  infinitivale,  rimando  al  nm.  146.  Qui  si  ricordino:  saraue 
'saprebbe'  59,  38  (cfr.  sareue  vciQg.  36,  3,  saria  ?,a\.),  diraue  'dovrebbe'  60, 
23;  rotnaraue  84,  19,  ferrane  couerrauan  *. 

La  perifrasi  allo  stato  sciolto  non  ha  esempio  in  B.  Numerosi  esempj 
ne  sono  all'incontro  in  A,  ma  limitati  alla  VI:  harauan  seccar  e  bruxar  42, 
18-19,  arauatt  circundar  e  far  66,  14,  hauerauan  marcir  o  uerminar  42, 
18.  —  Cfr.  146. 

Infinito  151.  Prevalgono  in  B  le  forme  in  cui  più  nulla  rimane  del  -re: 
perdona  cercha  troica;  aué  14,  12;  17,  17,  taxe;  morì  impij  odi  ro- 
magni;  to  17,20  (tor  6,  1),  di,  fi  13,  23.  24,  sta;  esse  nasse,  pianze 
de  fende  baie,  ecc.;  ma:  andar  mangar  seguir  redemer  ecc.;  por- 
tare morire  beuere,  ecc.  Numerosi  anche  in  A  in  casi  di  -e  =ère:  esse 
uiue  corre  mete  baie  ecc.;  ma  ne' verbi  deboli  resta  il  -r,  toltane  una  ven- 


*  Non  so  ben  rendermi  ragione  di  eran  22,  21,  che  vale  indubbiamente 
'sarebbero';  e  perciò  potrà  così  valere  anche  in  21,25.  In  due  passi  di  b, 
s'ha  invece  del  condizion.  l'ini  perf.  del  cong.  :  se  no  resse  dormi  tu  me 
deuisse  desuegia  10,  3,  se  tu  fussi  de  ferro  tu  deuissi  esse  roto 
13,  40-41  (cfr.  se  yo  potesse  più  che  volontierg  te  receuesse  rev.  pag.  83, 
vv.  1807-8,  fosse  meglio  ta.cere  ib.  286,  v.  4473,  el  fosse  mei  che  no  non  fos- 
sim  nati  serv.  454). 

*  La  differenza  che  è  circa  l' atona  tra  -rlssjm)  ecc.  (nm.  149)  ed  -cuomo 
(nm.  144)  -duomo  dipende  dalla  labiale  cho  nello  ultime  duo  formo  la  pre- 
cede. Ed  èromo  sarà  di  ragione  analogica. 

^  ter  rane  Qcc.  presumono  l'infin.  tener  ecc.;  le  forme  come  uegtiiraue  SO, 
6,  tegnerissi  52,  16,  sustegncraue  62,  24,  dipendono  all'incontro  da  tegner 
vegnir. 


262  Salvioiii, 

tina  d'esempj,  che  per  metà  hanno  un  pronome  suffisso:  aspechia  2,  15, 
narra  27,  34,  considera  20,  17,  demora  93,  27,  reuersa  104,  34,  troua  11,  6, 
guarda  sse  8,  31,  unita  sse  17,  8,  lassa  sse  03,  14;  107,  5,  tira  glie  42,  25; 
tóme  82,  1,  noxe,  uege,  goe  100,  22*;  sostegni  3,  22,  mwn  6,  41,  feì-i  72,  21, 
rosii  sse  30,  34-5,  awri  ^r/ie  79,  25,  teni  gli  3,  9;  to  ghe  4,  16;  11,  22;  78,  10. 

La  forma  tematica  del  presente  si  può  estendere  all' infinito  {tegnir  ali. 
a  teni  3,  9,  uegnir  37,  13  ali.  a  uenir  56,  25,  romagnir  cfr.  nm.  150  n,  as- 
saglir  less.,  boglir  94,  17.  23)  *,  e  così  al  gerundio  e  al  participio  nm.  152, 
153.  —  Il  passaggio  dalla  3.^  alla  4.*  coniug.  ò  nei  soliti  2^(^^i>'  inerir  luxir 
tegnir,  romagnir  ro  magni,  impir,  di  che  però  v.  mli.  §83;  dalla  3.^  alla 
A.'^  passano  requirir  beneexir  '. 

Gerundio.  152.  Esce  per -andò  in  tutte  le  coniugazioni  *:  re/v'anòantZo 
melando  uiuando  uendando  baiando  corrando  faqcando  cognossando  aco- 
gliando  liabiando  sapiando  uogliando  ìiogando  romagnando  fognando,  pas- 
sando digando,  stagando  (e  stando  56,  28;  82,  25;  32,  16),  siando  sentando 
parlando  ugnando  dor mando  segnando  beneexando);  -  pian z andò  t or- 
zando azonzando  credando  uedando  uoliando  sapiado  digan- 
do oiatido  ogiando  ^  —  In  cantendo  83,  28-9,  è  invece  -andò  che  cede 
a  -endo. 

Participio.  153.  Passato;  forme  deboli.  In  X.  son  costanti  le  desi- 
nenze -ao  -uà  -io,  -aa  -uà  -ia,  -ai  -lù  -ti,  -ae  -uè  -ie  ^;  ma  in  B  alternano 
le  forme  del  tipo  -ao  ecc.  con  quelle  del  tipo  -ado  ecc.  ^;  e  vi  è  costante: 
-arffl  =  -ata^  Esempi  di  2.^-3.^:  metuo  desmetiio,  cermio  12,  40,  reìiemuo 
11,  1,  spandilo  15n,  cotnpionudo  18,  19,  desponiido  22,  36-7,  caQiio, 


*  Di  parecchi  verbi  in  -ere  lat.,  è  difficile  giudicare  se  nel  nostro  testo 
rimangono  ancora  fedeli  all'antico  tipo;  cfr.  it.  nuocere,  lomb.  gqd,  piem. 
ve'dAe. 

^  venir  vegnir  ecc.  si  fanno  concorrenza  nello  stesso  pres.  dell'indie, 
onde  uen  'venis'  e  '  venit'  (piem.  véne  ven,  lomb.  vénet  ven),  venan  '  ve- 
niunt  '  (piem.  véàu,  lomb.  vénen),  dove  influiva  in  ispecial  modo  tenan  = 
tenent,  uegnamo,  ecc. 

^  Del  passaggio  parziale,  v.  nm.  145.  Qui  s'aggiungano  uiuiuan  31,  21, 
se  non  è  un  lapsus  calami,  deuiua  12,  8. 

*  Ma:  facendo  2,  11;  68,  15;  93,  14;  105,  19;  e  altri  in  -endo:  6,32;  15, 
21-2;  29,  27;  46,  24;   105,  31;  -/,  20-  20,  30;  21,  33. 

^  Di  -an  =  -andò,  v.  nm.  55. 

^  Per  le  poche  forme,  che  si  scostano  dal  tipo  normale,  v.  i  nm.  13,  59; 
]ìOv  -ó  =  -do,  il  nm.   11. 

'  Frequenti  in  n  le  ricostruzioni  -ato  ecc. 
®  I  pochi  osempj  di  -«  =  -ata,  al  nm.  59. 


Annotai,  lombarde.  —  V.  ^Nloi'fol.:  4.  Indeclinabili.  263 

sapuo  sapindo^  habuo  abiudo,  uogluo  tegnuo  uegnuo  qcq. —  Forme 
forti:  mixo ,  premixo  promisso  -esso  56,  40;  9,  21,  coniisso  27,  2,  desmiso 
41,  35,  remiso  60,  4,  romaxo,  proposo  2,  9-10,  conpoxo  35,  18,  dispoxo  56, 
17,  prexo  comprexo  apreso  desceo)o,  speso,  texo  18,  38,  atexo  43,  9,  apexo 
72,  7,  rexo  offexo  roxo  raxo  ascoxo,  chiosso  -so  57,  39;  90,  18;  98,  19,  re- 
chnixo  75,  30,  spansso  14,  8,  arso,  uesteo  (?)  less.,  creto  less.,  dichio  (e  quindi 
iicrichio),  beneechio  maleechio,  trachio ,  fachio  (e  quindi  dachio  stachio  an- 
dachio),  acolechio  (e  quindi  tollechio),  aduchio  conduchio  reduchio,  iiichio 
65,  18;  67,  9;  92,  17  destriichio  72,  37,  constrechio  48,  13-4,  penchio  28,  2, 
cenchio  30,  22,  gonchio  70,  28,  a<;onghio  55,  7,  congongio,  scrito  85,  38,  ro<o, 
««sto,  mosto  116,  27-8,  comnosto  57,  9;  97,  9;  117,  16,  v.  Ascoli  III  467, 
eresio,  di  cui  però  al  nm.  59,  disoUo  62,  16,  absolto,  suff'erto  offerto;-  e  da 
B  si  prenda:  toleto  14,  9. 

154.  Participio  di  presente:  maldixante  6,  4,  solo  esempio  di  -ente  in 
-atite;  tegnente  33,  17;  80,  39,  uogliente  22,  22;  109,  11,  luxente,  -cognos- 
sente,  possente  posscente.  Di  -aìite  in  -ente:  semegliente  4,  24;  12,  11;  42, 
29  (ma  -gitante  5,  37;  21,  33),  partente  81,  18,  trinchente  22,  37,  tagliente 
G3,  28-9.  Ma  quasi  tutti  gli  esempj  sono,  per  la  funzione,  aggettivi  o  so- 
stantivi. 


4.  Indeclinabili. 

# 
155.  Avverbi.  —  Di  tempo  e  di  ripetizione:  semper  sempr-e,  mai 
mae  ìnaie  ina  27,  24  me  38,  7,  za  mai,  pu  mae  35,  28,  Jna<?  pu,  mae  per 
alcun  tenpo  'mai  in  nessun  momento'  118,  5,  no  , .  . puxa  61,  34.  37-8,  an- 
chor  -ra,  etiamde,  pur  anche  26,  4,  ecc.,  za,  ino  (mo  doexe  mo  sepie  59, 
4-5),  per  mo  al  presente  'pel  momento'  19,  36,  inlor  -ra,  allo  less.,  seme 
less.,  seme'l  di  'una  volta  al  giorno',  alchuna  uolta,  alchuna  fiaa,  a  le  ed  a 
li  fiae,  soiiengo,  ancho  less.,  al  tempo  d/anco,  al  di  d'anco,  a  un  altro  tempo 
'un'altra  volta'  19,  38,  antigamente,  de  li  a  gran  tempo  91,  34,  tuto-l  di 
sempre,  ogne  di,  tuta  nochie  31,  39,  ogn'ano,  continuo  continuamente  57, 
31;  27,  22,  de-l  continuo,  ogne  di  cotitinuo  31,  6,  de  di  in  di  continuo  10, 
31-2,  inange  -gì,  inance  che  'da  prima  che'  63,  37,  denange,  in  prima,  in- 
prumeramente ,  pò,  dapo,  dopo  in  ga  92,  36,  apresso  {apresso  de  ste  cose 
'dopo  queste  cose'  47,  36),  subito,  de  subito,  incontenente,  tosto,  iostanna- 
menle,  a  la  pu  tosto  06,  27,  assi  tosto  60,  30,  pu  tosto  .  , .  assi  tosto  54,  28-9; 
-  da  B:  quando,  sempre,  mag  {te  uedero  ?nai  =  non  ti  vedrò  più? 
9,  5)  me  18,  4,  anchora,  etiam  10,  12,  etiamde,  ni  ancha  13,  13, 
più  'più  mai'  'ormai',  za,  or,  or  mo  14,  27,  ista  porista  less.,  tati- 
tor  less.,  inlora  ili-,  souenQO,  ancho,  heri,  heri  da  sira  1,  31,  ecc., 


264  Salvioni, 

doman  da  in  a  ti  n  8,  1,  damatin  8,  2,  l'oltro  di  11,  9,  tuta  no  e  te, 
inanze  de-,  in  prima,  inprumer amente,  pò,  possa,  da  mo  in- 
dre  'd'ora  in  poi'  9,  27,  da. ..in  zn  20,  29>,  tarde,  incontanente,  to- 
sto. —  Di  luogo:  onde  unde  dove,  per  onde  'per  dove'  donde  onde,  qui 
chi,  la,  la  suxa,  de  la,  ga,  ga  suxa  quassù,  ga  go  quaggiù  78,  29,  su,  siixa, 
in  susa  32,  18,  desoure,  de  ga  desoure  75,  38;  76,  26,  desoto,  for,  defor  de- 
fora, dentro,  in  detitro,  inange  de-,  dre  41,  32,  dedre  41,  17,  adre  31.  20; 
32,  2,  indre  71,  20;  99,  1,  ecc.,  poxo,  aposo,  apresso  32,  2-3,  incercho ,  de- 
cerclio,  intorno,  detorno,  d'atomo,  ape  less.,  dape  less.,  presso,  de  presente 
118,  6,  longe,  uia,  per  tninnemeggo  less.,  adosso,  insemo,  per  tuto  16,  37; 
31,  29;  glie  in  pronomi  avverbiali;  -  da  B:  onde  unde  dove,  in  onde 
dove  5,  18,  in  qual  parte  8,  9,  qui,  q -itilo  less.,  in  lo  less.,  da  inlo 
12,  3,  s^(xo,  zo,  fora,  de  fora,  de  ti  irò,  de  mezo  'in  mezzo'  14,  28, 
in  cerco  incerco  12,  14,  ghe,  ne.  —  Di  modo  e  di  grado:  Formati 
con  -mente:  altramente  altrimenti,  48,  6;  98,  13,  ecc.,  antiga- drigia-intrea- 
conpia-  9,  20,  legiera-  facilmente,  solenga-  solamente,  soltanto,  uraxa-,  ecc.; 
composti  con  una  preposizione:  de  certo,  de  chiar,  de  palexe  76,  10,  de  rar 
101,  6,  de  legier,  de  superchio  25,  3,  de  pm  96,  11,  de  raxon  a  ragione,  da 
tientura  a  casaccio  106,  4,  da  fé  fiduciosamente  12,  36,  da  beffe  'per  burla' 
22,  12;  71,  38-9,  a  par  18,  30,  a  drichio  102,  37,  a  una  'd'accordo'  120, 
22,  a-l  nien,  a-l  manifesto  79,  35-6,  a  la  grossa,  a  la  reonda,  incercho  a  la 
reonda  'in  circuita',  a  la  couerta  27,  Ì6,  a  la  descouerta  76,  10,  a  la  pego, 
a  la  pii  curia,  a  la  pu  tosto  66,  27,  a  penna  61,  18;  66,  18,  a  meschia  'alla 
rinfusa'  106,  32,  a  posta  {pur  a  questa  posta  a  questo  solo  scopo  87,  40), 
a  le  perfine  less.,  in  tuto  intieramente  2,  29,  in  breue,  in  curio  56,  27,  per 
certo,  per  lo  certo  7,  16,  per  affachio  affatto,  per  lo  meglio  5,  10,  per  lo  so- 
meglante  similmente  5,  37,  per  forga  violentemente  7,  27;  forte  5.  24;  18, 
40;  19,2,  ecc.  palexe  76,28  (cfr.  gst.  Vili  415),  uolontera  uolonter  107,  30, 
uolonte  98,  28,  mal  uolonte  72,  7,  niente  '  per  nulla'  28,  15,  pur  solamente 
25,  13,  ecc.  {pur  tcn  pocho  'neppure  un  poco'  28,  14),  no  pur  'non  solo', 
noma  less.,  ben,  meglio,  mal,  pego  pegor  15,  37,  più  3,  7,  pu,puxa,  no  pu, 
no  puxa,  sta/nade  less.,  quasi,  forsse,  chomo  {chomo  gran  tropo  78,  11-2), 
chusi,  si  3,  18;  101,  (>,  ecc.  20,  21  {si  donclia^  così  dunque),  si  ben  57, 
25,  assi  less.,  altresi  'altresì'  e  'altrimenti'  less.;  donde  11,  19;  31,  21,  in 
97,  1,  ecc.;  -  da  B:  amaramente  angossoxa-,  ecc  ;  a  corto  breve- 
mente 3,  8-9,  almen,  alta  uoxe  5,  18;  6,  18;  8,  G  (cfr.  nni.  60,  e  Ig. 
29,  34,  rev.  pag.  147,  nella  didascalia  che  segue  al  v.  3406,  e  pag.  445, 
v.  750),  in  occulto,  in  manifesto,  in  zcnugion  3,  7-8,  per  certo, 
di  per  certo  18,  14,  asse,  forte,  fortcnte  less.,  j3t<r  soltanto  19, 
31,  ecc.,  meglio,  pego,  più,  cotanto,  quaxe  -xi,  poco   de  men  che 


Aniiotaz.  lombarde.  —  V.  MorfoL:  4.  Indeclinabili.  265 

'per  poco'  'quasi  quasi'  6,  29-30  t(puocho  inen  quasi  Arch.  Ili  199,  24*, 
podio  meno  che  arabr. ,  Ig.  34,  poco  de  men  nolo  disse  a  so  par  bv.  1042), 
coni  4,  1.  6;  5,  7,  como'^,  si  conio,  cossi  corno  19,-5,  cossi  cu-,  insi 
16,  39. 

L'avverbio  di  negazione  suona  sempre  no  in  B*  (no  me  fira  9,  30,  no 
e  miga  8,  39,  no-l  6,  13).  La  norma  di  A  è  invece  non  {non')  davanti  a 
vocale  e  no  davanti  a  consonante';  ma  non  vi  sono  infrequenti  tuttavia  i 
casi  di  no  pre vocalico:  no  intendeuan  38,  30,  no  altre  12,  8,  no  adoremo 
111,  30-31;  rarissimi  invece  quelli  come  non  s' in  17,  23.  In  ambedue  i  testi, 
ma  con  maggior  frequenza  in  B,  occorre  poi  la  negazione  rinforzata:  no... 
miga  4,  9-10,  ecc.,  no...  mia  69,  36-7,  ne...  mia  2,  36. 

La  negazione  isolata  è  no.  —  La  particella  affermativa  è  si. 

156.  Preposizioni:  a  (e  per  reminiscenza  latina:  ad*"),  de,  da,  in°,  in- 
ter,  intre  nm.  132  n,  infra  84,  18;  89,  38,  su,  insù  (insù  la  santa  croxe  52, 
21),  su  per  103,  41^,  saure  sure  71.  35,  desoure  {desoure  da-l  cha,  desoure 
da  la  fornaxa  113,  30),  soto,  per  {per  si  meesmo  29,  2,  per  si  instesso  29,5, 
da  per  si  meesmo  28,  4),  con,  con  sego  ecc.,  senga,  ape  de  'vicino  a',  pì-esso 
a,  apresso  de  {apresso  de  qo  'dopo  di  ciò'  'oltre  ciò'  17,  32),  poxo  {poso 
lo  seten  cerchio  33,  1),  apoxo  {apoxo  lo  so  maistro  80,  36),  innance  {in- 
nance  di  Xaar  89,  38),  innance  a  70,  2,  denance  da  89,  20,  ecc.,  dre  a  78, 
15,  adre  a  105,  35,  dedre  da  59,  20,  inuer  52,  7;  87,  15,  deuer  26,  4  {de- 
uer  li  'verso  li'),  30,  22  {deuer  terra),  imcerso  de  9,  39,  contro,  incontra, 
for  da  {for  da  l' usso),  de  far  da  27,  29,  ecc.,  for  de  29,  33,  dentro  da  21, 
28-29,  ecc.,  incereho  {incercho  Yherico  32,  34,  incercho  la .  croxe  68,  22,  in- 
cercho  le  mure  32,  36-7),  incercho  a  77,  25,  decercho  a  113,  31,  detomo 
{detorno  la  citae  48,  38),  per  uia  de  'a  mezzo  di'  32,  24,  infina,  tanfin  a, 
tanfin  in,  fin  inde-l  116,  41,  oltra,  segando;  -  e  da  B:   a  e  anche  ad   di 


^  I  pochi  eserapj  di  come,  che  occorrono  ne' nostri  testi,  sono  assai  mal- 
sicuri, ammettendo  sempre  la  risoluzione  per  com'è  (  =  come  è,  come  io); 
cfr.   14,  1.  6;  92,  10;  7,  19. 

*  non  a  20,  9  va  letto  no  n'a  'non  ci  ha'. 

'  Di  ne,  V.  nm.  22.  Nell'apostrofo  è  n'  =  7ie  =  no  in  ne  n' e  100,  9;  cfr. 
nm.  157. 

*  Intorno  al  valore  da  attribuirsi  a  questo  ad,  siamo  più  che  illuminati 
da  esempj  come  a  esser  4,  33,  a  intende,  5,  2,  a  adorar  56,  18,  cui  stanno 
allato,  oltre  ad  Abel,  ad  anonciar  56,  11,  anche  ad  questi  12,  11,  ad  uirtue 
26,  31,  ad  qo  27,  18,  ecc. 

*  Di  inde  {inde  qui  gcghi  'in  quei  giuochi')  15,  29,  v.  nm.   132  n. 
®  super  18,  27,  è  su  per. 

Archivio  fflottol.  ital.,  XIV.  18 


266  Salvioni , 

pretta  reminiscenza  latina,  de^,  da,  it\,  ini-  nm.  132  n,  intre  21  1,  su, 
sui-  15,  26;  16,  11;  20,  1,  soura,  suso,  per,  cum  con  {contego  ecc.), 
senx  senza,  ape  de  11,  2.  19,  apì'ouo  de  less. ,  apresso  de  3,  17, 
inanze  da  12,  4,  denanze  da  5,  17,  denanze  a  6,  3,  poxo  12,  24; 
14,  18,  uerso  4,38,  contra,  incontra,  dentro  da  12,31.  35,  fora  da 
12,  3,  fin  {fin  compieta  16,  41-17,  1),  olirà. 

167.  Congiunzioni:  e  et^,  e  trovansi  adoperati  indifferentemente  da- 
vanti a  vocale  e  a  consonante;  e  si  oppure  e  se  (et  sic;  nm.  20)  ^  davanti 
all'uno  e  all'altro  de' verbi  coordinati  che  seguono  al  primo*,  cfr.  15,  41- 
16,  1;  22,  18-9;  36,  4;  43,  32;  54,  16;  58,  4-6;  63,  25;  64,  33;  66,  26.  35-6; 
67,  21-2;  78,  30-31;  80,  10-15,  dove  persiste  l'è  se  malgrado  la  conversione 
della  costruzion  diretta  nell'indiretta  (el  uegne . .  .  e  glie  disse  che . . ,  e  se 
u' aro),  91,  12-3,  ecc.:  ne  né,  e  anche  coordinante  in  proposizioni  o  ipote- 
tiche, o  interrogative  alle  quali  s'aspetta,  per  risposta,  un  diniego,  cfr, 
18,  9;  32,  3-4.  14-5;  97,  5,  e  in  unione  colla  negazione  no  davanti  al  verbo 
(ne  no  posso  'e  non  posso'  101,  12,  ne  w'e  'e  non  è'  100,  9);  Qoe;  o,  o  uo 
87,  10  (cfr.  ouo,  oiiol,  ouoi  tes.  268,  241,  254,  ouoi  gand.  127);  ma  me  74, 
10;  80,  38,  ma  anzi  9,  17:  75,  37;  117,  25  e  fors" anche  35,  39;  59,  3.  30, 
ma  'tanto  più'  25,  18;  che  che  'nam'  'enim';  si  e  se  (lat.  sic,  nm.  20)  nelle 
stesse  funzioni  che  son  descritte  dal  Tobler,  Li  dis  dou  vrai  aniel  ^25, 
ug.  36,  pat.  39  (cfr.  anche  Diez  gr.  UH  344-5):  lu  titol  sourescrito  se  dixe 
1,  14,  questo  ordin  si  e  metiio  6,  33,  questo  si  apar  22,  9,  Qaschun  se  s'era 
34,  35;  35;  8,  '/  nerbo  de  de  si  e  fachio  carne  50,  26^,  lo  mondo  si  e  100, 
12,  vu  se  saui  ben  70,  34-5,  ti  solengho  si  e  113,  24;  cìii  ha  men  amor  si 
ha  ìnenor  2^^'don  60,  5-6;  lo  desirar  suenqia  de  que  le  son  caxon  se  tol 
23,  1,  quel  fruito  chi  nassera  de  ti  si  e  santo  43,  17-8;  de  la  si  e  100,  14. 


*  Non  ben  legittimo  di  3,  4;   18,  14;  19,  35. 

*  et  '  ebbene  '  '  orbene  '  97,  7. 

'  Nel  se  di  cressan  se  coxan  42,  16  è  forse  da  riconoscere  il  pron.  rifles- 
sivo (coxerse).  All'incontro:  confessar,  anziché  confessar  se ,  in  e  se  confes- 
sauan  57,  10. 

*  Ridotto  a  es,  questo  e  si  vive  sempre,  p.  es.,  nel  dialetto  di  Budrio: 
la  s' presente .. .  e  s' la  i  dess  'la  si  presentò...  e  sì  la  gli  disse'  (Papanti), 
e  viveva  un  tempo  nel  milanese  e  bolognese.  Cosi  nel  Prissian  de  Milan: 
ghe  diseuenn...  es  la  schrivevenn  'le  dicevano...  e  si  la  scrivevano',  ecc.; 
cfr.  la  versione  milanese  della  Novella  boccaccesca  presso  il  Salviati,  e  il 
testo  bolognese  in  gau.  269  sgg. 

^  Potrebbe  anche  dire:  'si  è  fatto  carne';  ma  sarebbe  l'unico  esempio 
di  un  si  di  passivo,  e  appunto  occorrerebbe  davanti  a  vocale,  come  l'unico 
si  =  SQ  (congiunz.).  Cfr.  nm.   19. 


Annotaz.  lomljarde.  —  V.  ^Nlorfol.:  Indeclinabili.  267 

15.  16,  poxo  la  mea  annima  e  se  don  amar  52,  3,  in  questo  caxo  e  si  o 
107,  33;  se  tu  mar  de  frena . .  .la  jjeìitta  si  e  longha  93,  24-5,  se  tu  regracii 
de...  questo  si  e  94,  40,  ecc.  ^;  adoncha  doncha,  doncha  'allora' 'tuttavia' 
9,  26;  ance,  innance  49,  38;  se^ ;  che  e  chi  '  '  quod';  cha  'quam'  (nm.  138, 
e  cfr.  ancora:  innance  cha  26,  .34;  53,  9-10,  altro  cha  9,  33;  17,  38);  chomo 
(nm.  138,  e  aggiungi:  incontenente  chomo,  tanto  chom'  14,  1,  in  tanto  chomo 
, mentre  che'  116,  5);  iìi  tanto  ...  in  quanto  52,  1-2,  tanto ...  i)v  quanto  52, 
5-6;  onde;  de  qo  24,  11  ;  pergo  inperQo,  pergo  ke,  inpergo  ke;  perche  e  per- 
que;  inance  dia  118,  20;  dopo  che  17,  28,  ecc.,  poxo  che  87,  33,  pò  che 
101,  13;  da  che  10,  28,  ecc.;  a-l  fai  che  .57,  1-2;  a  qo  che;  dommente  che 
less.;  pur  che  11,  2,  ecc.;  ben  che  37,  8,  ecc.;  senqa  che  11,  9,  ecc.;  si..  . 
che;  tanto  . . .  che;  pergo  che  . . .  per  tanto  20,  38-40;  quamuixde  che,  a  cui 
si  contrappongono  niente  men,  niente  de  men,  no  pergo  men  10,  4,  anchor 
pergo  104,  40-105,  7;  et... pur  tuttavia  47,  37-8;  no  pur.. .ma  3,  28,  no 
pur... ma  eciande  3,  29;  non  altro...  se  no  13,  33-4,  7ion  altro...  noma 
less.;  -  e  da  B:  e  et  (e  anche  ed  4,  2),  adoperati  senz'alcuna  distinzione; 
e  si  oppure  e  se  (t?sse),  =  'et  sic':  uà  tosto ..  .esse  narra ...  esse  la 
consora  7,  18-9,  e  v.  ancora  5,  10-11;  6,  14;  7,  3.  39-41;  12,  34-7;  19, 
35-6,  ecc.;  ne  ni  né,  e  può  anche  aver  funzione  coordinativa,  senza  che 
sien  necessario  le  condizioni  di  cui  sopra,  cfr.  12,  33;  17,  11;  19,  33.  34; 
zoe,  zo  si  e  a  dire  'c"est  à  dire'  20,  7;  on  un  less.;  ma;  si  se  come 
in  A:  raxon  se  uore  15,  15,  tu  si  e  7,  12,  uu  s'i  digio  3,33;  gascun 
che  la  uedeua  si  pianzeua  11,  AQ,  questa  dona  che  te  pare.  ..si  a 
le  giaue  12,  38-9,  questo  segnor  che  fi  batuo  si  e  so  filio  12,  35-6; 
tu  in  la  prexone  si  e  ligao  7,  11,  e  cossi  digando  si  fé  taxe  la 
dona  18,  9;  doncha  do  less.;  a7ize;  se  e  si  8,  40  (=si  lat.)*;  ke  che 
e';  cha  ha  (cfr.  nm.  138,  e  aggiungi:  inanz  cha  11,  28);  unde  5,  37, 
donde  20,  3;  imperzo  3,-28;  5,  'ìQ;perzo  che,  imperzo  he^ ,  pero 


^  Manca  un  esempio  del  tipo:  se  tu  regracii  de,  si  e  insta  cossa.  Per  b 
si  vegga  7,  37-8. 

^  Una  sol  volta  si  70,  33,  o  segue  vocale.  Cfr.  nm.   19. 

'  Cfr.  67,  21;  72,  1;  e  nm.  19.  Occorrono  anche,  a  poche  linee  di  distanza 
tra  di  loro:  que  crei  uu  chi  e  sia  63,  3-4,  e  que  dixon  gli  homi  chi  sia  lo 
figlio  de  l'omo  62,  38-9;  due  esempj  che  correrebbero  più  lisci,  ponendo 
que  al  posto  di  chi  e  viceversa. 

*  L'  oscillare  tra  si  e  se  nella  risposta  di  s  i  e  (nm.  20)  avrà  per  avven- 
tura promosso  questo  si,  come  anche  \\  si  di  passivo,  19,  10.  Cfr.  del  resto 
anche  di  nm.  156  n. 

^  imperzo  he,  11,   13,  par  avere  il  semplice  significato  di  'perciò'. 


268  Salvioni,  Annotaz.  lombarde.  —  V.  Morf. :  Indecl. 

che;  per  qua  11,  4.  5.  7;  inanze  che  8,  1;  azo  che;  fin  che  nasci 
'  jfìn  da  quando  nacqui'  6,  32  (cfr.  fin  che  la  uene  'fin  da  quando  la  venne' 
meg.  188);  tanfo  ..  .che;  quaniiiixde  che  ...  an  pò  12,  5-6  ;  auegnlake 
quantunque  less. 

15S.  Interjezioni:  de=o\ì\  12,  8;  106,  7,  ìiou  4,  27,  ho  68,  4,  oy  me 
69,  23.  24,  ecc.*,  guai  {guai  a  uu  10,  20),  ve  te  'eccoti'  83,  23;  -  e  da  B: 
do  deh!  12,  34;  17,  35  (cfr.  doo  do,  rev.  23,  v.  9,  pag.  61,  v.  1215,  doyme 
rev.  495,  v.  1882),  e  sarà  come  la  fusione  di  deh!  e  di  oh!;  a  8,  38.  39; 
9,  41;  ho  8,  15;  susu  5,  30. 

[Continua.] 


*  Due  volte  (60,  25;  113,  19)  hi  me,  susseguenti  a  voce  in  -a;  e  vorrà 
naturalmente  dire  ahimé. 


Correzione. 
A  pag.  246,  1.  21,  dopo  i®,  si  aggiunga:  dav,  a  consonante;  gli  gì' 


NOTE  ETIMOLOGICHE  E  LESSICALI. 


e.  NIGRA». 


1. —  it.  adesso,  desso. 

Il  pronome  italiano  desso  non  deve  esser  altro  che  un  de- 
ipso  de-'pso,  come  dentro  è  de-intro  ecc.  (v.  all'incontro 
M.-L.  II  §  566);  e  il  significato  originario  ben  ne  traspare  nel- 
l'uso degli  antichi  scrittori,  come  per  es.  :  e  so  che  tu  fosti  desso 
tu,  'tu  di  propria  tua  persona'.  Se  avesse  buon  fondamento 
Vaddesso  di  antica  pronuncia,  allegato  dal  Tommaseo,  si  pen- 
serebbe senz'altro  all'ulteriore  combinazione  ad-de-ipso,  cfr. 
ad-de-intro  addentro,  che  varrebbe  anche  per  qualche  riflesso 
esotico.  Ma  è  difficile  ammettere  nel  toscano  la  riduzione  di 
addesso  in  adesso',  e  Y e  di  queste  e  d'altre  forme  romanze  si- 
milari solleva  difficoltà  anche  con  la  base  ad-de-ipso  (cfr.  Kòr- 
ting  161  e  Nachtr.). 

2. —  fr.  baudet,  it.  Montebaldo. 

Il  fr.  haudet  'asino',  hain.  bande  'asina',  son  riferiti  dal 
Littré  all'air,  baud  'allegro,  ardito',  coli' osservazione  che  l'a- 
sino fosse  così  chiamato  per  la  sua  arditezza  e  per  la  sua  viva- 
cità. La  stessa  spiegazione  dà  egli  per  baud,  nome  di  una  specie 


•  Abbreviazioni:  —  albv.,  Albertville.  —  biell. ,  biellese.  —  br.  ,  Brezzo,  in  Val- 
Brozzo  Canavese.  —  can.,  canavese.  —  ex.,  Valle  di  Castelnuovo  in  Canavese.  —  gin., 
Ginevra.  —  monf.,  Monferrato.  —  piem.,  piemontese.  —  piv.,  Piverone  in  Canavese.  — 
quey.,  Queyras.  —  R.,  Rueg-lio  in  Canavese.  —  tr.,  Traversella  in  Val  Brozzo.  —  va., 
Valle  d'Aosta  —  vb.,  Val  Brozzo,  —  ve,  Val  Chiusella  in  Val  Brozzo.  —  vald.,  Valdese 
in  Piemonte.  —  vs.,  Val  Soana  in  Canavese.  —  vi.,  Vico-Canavese  in  Val  Brozzo. 

Quanto  alle  trascrizioni,  pure  in  questo  lavoro  è  convenuto  far  largo  uso  della 
facoltà  ch'era  data  in  XI,  xii;  e  un  particolare  argomento  qui  anzi  spingeva  a  rinun- 
ziare a  ogni  ambizione  di  una  livellazione  continua  dello  rappresentazioni  grafiche,  poiché 
era  frequentissimo  il  caso  di  voci  esotiche  provenienti  da  tali  fonti  che  altro  non  danno 
se  non  un'ortografia  tradizionale  od  approssimativa.  Ma  si  è  naturalmente  badato  ad 
escludere  ogni  grave  incertezza. 


270  Nigi-a, 

di  cani  da  corsa  di  Barberia.  Ora,  è  ben  possibile  cbe  il  fr.  Imu- 
douin  e  l' it.  baldoviìto,  soprannomi  dell'  asino,  siano  diminutivi 
di  haud,  deformati  per  consonanza  col  nome  pr.  aat.  Balduin. 
Ma  il  significato  etimologico  di  bau  dei  ecc.  punto  non  sembra 
dover  essere  'ardito';  bensì  'glabro,  raso,  privo  di  peli'.  L'asino 
infatti  si  distingue  dal  cavallo  e  dal  mulo  per  il  difetto  di  cri- 
niera; e  i  levrieri  di  Barberia  sono  di  pelo  liscio.  Il  dan.  bael- 
det  '  implumis  '  sembra  presentare  una  formazione  identica  o  con- 
genere e  rinchiudere  un  concetto  non  dissimile.  E  si  può  ancora 
chiedere  se  i  frères  Tjaudes  (frati  francescani),  che  il  Nicot  tra- 
duce per  'gaudentes',  non  fossero  cosi  chiamati  per  la  loro  ton- 
sura, e  se  baudir  un  faucon  non  equivalga  a  '  déchaperonner 
un  f.'.  Il  tema  germanico  bald  (Mackel  61)  che  si  continua  nel- 
l'afr.  baldj  ingl.  bold^  'ardito',  non  sarebbe  dunque,  almeno  in 
codesto  suo  significato,  la  sorgente  immediata  di  baudel.  Questo 
invece  sarà  più  direttamente  connesso  coli' ingl.  bald  'calvo',  e 
coi  nomi  locali  it.  Monte-baldo,  Mon-baldone,  Castel-baldo,  che 
riuscirebbero  sinonimi  del  ni.  it.  Mon-calvo;  cfr.  canav.  Afun- 
-bjutt  =  'Monte-nudo  '. 

I  lessicografi  inglesi  (Skeat,  Wedgwood),  movendo  dall'antica 
forma  balled  ballid,  ritengono  che  l'ingi.  bald  debba  andar 
disgiunto  dal  germ.  bald  e  dall' ingl.   bold. 

3. —  vs.  bera  f.,  monf.  vinvera  f.,  'scojàttolo'. 

Le  due  forme  provengono  dal  lat.  viverra  'furetto';  la  prima 
con  aferesi  dissimilativa  della  sillaba  iniziale,  e  col  b  iniziale, 
che  ricorda  quello  di  *berbix  *berbicariu  (can.  vs.  bargér); 
la  seconda  con  epentesi  di  n;  ed  entrambe  col  significato  che 
passa  dall'una  all'altra  specie  di  roditore,  come  nel  rum.  veve- 
rita  e  nel  gr.  mod.  §eQ^eQiTL,a  'scojattolo'. 

Di  men  facile  dichiarazione  :  vb.  veì^gappa ,  albv.  cardasse , 
VA.  vergasse,  svizz.  rom.  verdjassa,  gruy.  vyardzd,  che  pur  di- 
cono 'scojattolo';  le  quali  forme  devono  anch'esse  aver  patito, 
come  quelle  di  vs.,  l' aferesi  della  sillaba  iniziale,  ma  per  contro 
essersi  arricchite  di  due  suffissi  consecutivi:  *vérrica  (cfr. 
murica,  M.-L.  II  §  410)  ^verricdcea,  onde  verga  vergaga. 
Nella  forma  savojarda,  il  d  sta  per  g. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  271 

Una  confusione  di  specie  della  stessa  natura  fu  avvertita  da 
Flechia  (Arch.  II  52)  nel  dialetto  di  Cuneo,  in  cui  la  citata 
forma  vinvera,  da  viverra  che  in  latino  significa  'furetto', 
venne  a  significare  'mustela'.  E  così  il  sardo  sellimi,  sciurus, 
che  avrebbe  dovuto  significare  'scojàttolo',  è  invece  passato  a 
dir  'màrtora  '. 

4. —  mil.  cerkaria  [cfr.  n.  5]. 

Il  mil.  cerkaria  'salamandra',  risponde,  con  epentesi  di  r,  a 
un  tema  *caecarilia,  promosso  da  caecilia.  La  salamandra, 
nella  fauna  popolare  di  varj  luoghi,  è  compresa  tra  i  rettili 
creduti  ciechi  e  velenosi,  come  il  ramarro  e  la  lucignola  (cfr. 
com.  sigórbola  =  c\ec3i~orh-à).  In  Lombardia  si  applica  ad  essa  il 
motto  riferito  altrove  alla  cecilia  (v.  cils'ìja,  nm.  5)  :    ' 

Se  cercaria  (salamandra)  ghe  vedess, 
E  Vaspersor  (aspide  sordo)  ghe  sentiss, 
Poca  gent  ghe  sariss. 

In  Provenza  uno  dei  nomi  della  salamandra  è  blando.  Il  Mi- 
stral,  connettendo  questo  vocabolo  col  germ.  blirid  'cieco',  cita 
il  proverbio  provenzale,  non  molto  diverso  dal  milanese  : 

Se  la  blando  ie  veste 

E  la  vipera  (vipera)  i'entendié, 

Devalerien  un  cavalle. 

5. —  can.  cils'ija  [cfr.  n.  4]. 

Il  can.  ciis'ija,  vb.  sas'ulja,  'lucignola,  cecilia',  altro  ancora 
non  sono  che  il  lat.  caecilia.  Il  e  latino,  preceduto  da  vocale 
e  seguito  da  e  od  i,  si  riflette  normalmente  per  s  piem.  e  can.: 
dis'ija  dicebam,  as'inel  'acino'  ecc.;  e  così  -ili a  si  riflette  per 
4a  -ija  {fija  filia,  ecc.).  Dimin.  :  ciis'jin,  cils'jela. 

È  l'anguis  fragilis,  cui  la  credenza  popolare  attribuisce  la 
cecità  e  il  veleno.  Quindi  il  detto  toscano  : 

Cecilia,  cecilia  bella! 

Se  avesse  gli  occhi  di  sua  sorella  (la  vipera), 

Cadrebbe  morto  il  cavalier  di  sella. 

A  cui  fa  riscontro  il  canavese  : 

Ciis'jin  e' iis'j eia! 

S' a  l' ejss  j' oj  d'  sua  sorela, 

Fariss  kajer  l'om  da  la  sela. 


272  Nigra , 

E  il  provenzale: 

Se  l'arguei  (cecilia)  avié  d'uei, 

E  lou  serpent  de  cambo, 

Davalarien  lou  premié  chivalié  de  Frango. 

La  pretesa  cecità  della  lucignola  è  espressa  nei  varj  nomi  da- 
tile in  molti  idiomi:  lat.  caecilia  (  cfr.  nm.  5),  it.  cicigna  luci- 
gnola lucia)  gr.  TvcfXtvYj,  coni.  07'ì)isoeula,  trev.  orbes'iola  ovhi- 
s'igola,  bissorbola  (biscia-orba),  trent.  orbis'ola,  h\  orvet  aveugle 
borgne,  lion.  bÓ7^Ui,  pr.  orvdri,  ted.  blindschleiche,  ecc.  La  cre- 
denza popolare  è  dovuta,  come  si  sa,  all'apparato  palpebrale  di 
questo  rettile,  composto,  come  quello  del  ramarro,  di  due  pal- 
pebre e  di  una  membrana  connivente,  che  fa  parer  l'occhio 
velato. 

6. —  cai-  (kal-)  ecc.,  nella  composizione  neolatina. 

Primo  il  Littré,  poi  con  maturità  maggiore  A.  Darmesteter  nel 
Traitè  de  la  fovmaiion  des  ìnots  composés  dans  la  langue 
frang.  ecc.  (p.  Ili  sgg.),  riconobbero,  nelle  varie  sue  forme,  que- 
sta voce  singolare,  che  entra  come  primo  elemento  in  una  larga 
serie  di  composti  neolatini,  e  gallo-italici  in  ispecie,  a  impartir 
loro  un  significato  come  di  stupore  o  dileggio.  Chiunque  si  riac- 
costi alla  serie  di  cui  entriamo  a  parlare,  ripensa  quasi  inevi- 
tabilmente alla  probabilità  che  codesto  cai-  rifletta  il  lat.  quale, 
come  insieme  ripensa  ai  paralleli  ideologici  che  ci  sarebbero  of- 
ferti dalle  combinazioni  stereotipe  del  tedesco  :  loas-fùr  loas-far- 
ein-,  o  dai  veri  composti  dell' ant.  indiano  sul  tipo  di  kin-nara  = 
quale-un-uomo!  =  mezz'uomo,  tal  che  è  tra  l'uomo  e  il  bruto.  Il 
Darmesteter,  accennate  queste  analogie,  le  respingeva,  e  non  a 
torto,  imaginando  che  taluno  le  adducesse  per  documentare  una 
corrispondenza  direttamente  isterica  od  etimologica,  tra  il  caso 
del  neolatino,  per  es. ,  e  quello  dell'  indiano.  Ma  naturalmente 
nessuno,  che  non  fosse  affatto  inesperto,  avrebbe  potuto  postulare 
una  continuazione  tradizionale  di  codesta  maniera;  e  non  si  ri- 
torna a  simili  paragoni ,  se  non  per  la  molto  evidente  conve- 
nienza che  ne  deriverebbe  nell'ordine  ideale.  C'è  all'incontro 
qualche  non  lieve  difficoltà  che  osta  nell'ordine  fonetico  al  rag- 
guaglio   di  cai-  ecc.  =  quale,  poiché,  a  tacer   d'altro,    abbiamo 


Note  etimologiche  e  lessicali.  273 

nella  Francia,  come  già  il  Darmesteter  prudentemente  avvertiva, 
anche  cha  (cioè  *ca  sa)  per  codesto  ca-  =  qua-;  e  tale  fase  ci  si 
presenterà  anche  nell'Engadina.  Checche  ne  sia,  qui  a  ogni  modo 
non  si  presume  di  risolvere  la  questione  etimologica,  ma  solo  si 
mira  a  estendere ,  anche  per  quant'  è  della  ragione  geografica , 
la  notizia  di  questa  curiosa  apparizione  lessicale  ^ 

Le  forme  che  assume  questa  parte  iniziale  dei  composti,  sa- 
rebbero nel  francese,  secondo  il  Darmesteter,  o.  e.  112:  cai  cai' 
chal  char  gal  gar,  cali  gali  cliali  diari,  ca  ga  cha.  Noi  vedremo 
aggiungersi,  specialmente  per  virtù  della  maggiore  estensione 
dei  limiti  territoriali,  pur  cala  e  caì^a  scara. 

Ed  ecco  ora  la  nostra  serie: 

i;  bl.  calofurcium  (Ducange)  'forca,  patibolo',  fr.  à  cali- 
fourchon,  vb.  a  kalegiìke  'a  cavalluccio'.  Il  contenuto'  etimo- 
logico del  VB.  halegìÀke  non  sarà  diverso  da  quello  delle  voci 
precedenti,  poiché  gùke  altro  pur  non  dev'essere  che  un  pi.  fem., 
connesso  col  can.  pieni,  ra.  guk  [alv.  juc  'juchoir')  'ramo  su 
cui  posano  gli  uccelli  e  specialmente  le  galline'.  Cfr.  Darm.  112. 
2]  VB.  haì^amiÀsa,  una  specie  di  flauto  agreste,  fatto  colle 
scorze  di  verghe  liscie  di  castagno  o  di  salcio,  quando  sono  in 
succhio.  La  seconda  parte  del  composto,  -musa,  occorre  nell'  it. 
cornamusa  e  in  forma  diminutiva  nel  fr.  musette,  che  signifi- 
cano certi   strumenti  musicali   a  fiato.  —  Non   mancherà   vera- 


*  Il  rimpianto  Darmesteter  ripetutamente  accennava  a  una  dissertazione 
speciale  che  egli  avrebbe  pubblicato  intorno  a  questa  'particola'  (o.  e,  112 
114n),  per  la  quale  i  dialetti  francesi  gli  venivano  offrendo  una  messe  via 
via  più  abondante.  Le  sue  obiezioni  fonetico-etiraologiche  intanto  si  chiu- 
devano così  :  «  Il  est  donc  vraisemblable  de  voir  dans  la  particule  cai  un 
mot  d'origine  étrangère.  Elle  aura  été  importée  en  France  entre  le  X®  et 
le  XIIF  siècle,  à  une  epoque  où  le  francais  n'avait  que  de  rares  formes 
en  ca  (celles  qui  lui  venaient  du  lat.  qua),  et  beaucoup  de  formes  en  cha 
(celles  qui  lui  venaient  du  lat.  ca),  de  telle  sorte  que,  recevant  un  nouvoau 
mot  cai,  il  pouvait  lui  laisser  sa  forme  originelle,  ou  l'adopter,  par  le  chan- 
gement  de  e  en  eh,  à  sa  phonétique  generale.  La  particule  cai  doit  donc 
ótre  d'origine  germanique  (haut  ou  bas  allemand),  ou  scandinave  (par 
l'intermédiaire  des  Normands),  ou  bas-bretonne,  ou,  ce  qui  est  moins  vrai- 
semblable, basque.  C'est  à  l'uno  quclconque  de  ces  langues  qu'il  en  faut 
domaudor  T  explication.  » 


274  Nigra, 

mente  chi  piuttosto  pensi  per  karamimi,  a  una  riduzione  dal- 
l'it.  cornamusa,  che  però  è  alla  sua  volta,  specialmente  nella 
prima  sua  parte,  un  problema  etimologico.  Io  penso  che  sia  uno 
dei  composti  la  cui  prima  voce  è  verbale:  coynia  dall' ait.  cor- 
jia?'e  *  sonare  il  corno'. 

5;  pr.  carahougno,  lim.  carabaugno,  pr.  calabowno,  lim. 
calaborno,  pr.  caborno  caborgno,  'cavità  d'albero',  lion.  delf. 
calaborna  caborna  'capanna,  grotta'.  Nelle  ultime  voci,  la  se- 
conda parte  del  composto  è  pr.  borno,  apr.  va.  borna,  lim. 
hourno  borgno ,  rou.  bourgno ,  che  vale  'buco,  cavità'.  Nelle 
prime  è  un  tema  ^bougna,  che  risponderà  all'it.  bugno,  can. 
btln,  'tinozza,  bugliolo'.  In  caborgno  caborna  è  possibile  che 
hi  sincope  di  ca-  per  cala-  sia  stata  suggerita  da  quella  di  ca 
per  casa.  —  Cfr.  Darm.  112. 

4  ;  sard.  caluscerla  caluxèìHula  '  lucertola  '.  Qui  la  sincope 
ha  una  ragione  molto  chiara.  Cfr.  galaberno  e  calimanda,  ri- 
feriti qui  appresso. 

5;  delf.  vald.  galaberno  'salamandra',  fr.  calimande  'specie 
di  sogliola  '.  La  seconda  parte  del  composto  è  rispettivamente 
pr.  labreno  '  lucèrtola  ',  fr.  limande  '  sogliola  '  ^. 

6;  pr.  calprus  'merisier'  prunus  avium.  La  seconda  parte 
del  composto  sarà  pr.  prus,  piem.  prilss,  'pero  pera'. 

7;  it.  carabàttole  '  masserizie  di  poco  pregio  '.  Il  Caix  (n.°  253) 
fa  derivare  questa  voce  da  grabatulu  'lettuccio'.  Ma  è  di  certo 
uno  stento  non  lieve  il  postulare  un  cara-  da  gra-\  e  penseremo 
di  preferenza  ad  un  composto  simile  ai  precedenti ,  la  cui  se- 
conda parte  sarebbe  bàttola  'striscia  della  cuffia,  falda  del  cap- 
puccio, tabella  '  ecc.,  tutte  cose  di  poco  valore. 

8  ;  fr.  clabaud  '  specie  di  cane  ',  se  è  *calabaud.  La  seconda 
parte  del  composto  potrebb' essere  il  fr.  baud  'specie  di  cane  da 
séguito'.  Ma  il  Braune  ztschr.  XX  359  riferisce  clabaud  al  germ. 
*glapjan  'abbajare',   connettendolo  col  fr.  glapir ,  afr.  glaper. 


*  Il  Darraesteter,  o.  e.  113,  faceva  susseguire  alF  articolo  [fr.]  calimande, 
quest'altro  buon  articolo:  '[fr.]  colimagon,  altération  de  calitnagon,  comme 
le  prouvent  la  picard  ealamichon  et  Umichon  et  le  normand  calimachon 
et  lirnachon\ 


Note  etimologiche  e  lessicali.  275 

9',  lion.  cahrgìw,  main.  blais.  calorgne,  'losco  cieco';  — 
afr.  loì^gne  'bieco'. 

10]  pr.  galopastre  ' bergeronnette '.  Dal  pr.  pastre  'pastore'. 
Il  nome  sarà  stato  dato  all'  uccello  per  la  sua  abitudine  di  se- 
guire le  greggie. 

il.  Nelle  voci  provenzali  galapantin  'vaurien',  galavesso 
'nonchalance',  galofège  'goulu',  galolunu  galoìneì^lus  'gobe- 
mouches',  compajono  inalterati  i  secondi  membri  dei  composti: 
pantin  vesso  fège  Inno  mey^lus. 

12]  pr.  galifoulo  'fango  di  neve'.  La  seconda  parte  vuol 
essere  comparata ■  col  lat.  fullone-,  fr.  foidon  foule?',  ecc. 

13]  genov.  gaamustu  gaamusciu  'nevischio'.  Qui  gaa  sta 
normalmente  per  gara  =  cala  ;  mustu  7nusciu  rispondono  al  lat. 
mustu  *mustiu. 

.  14]  pr.  calahrun  'crepuscolo'.  La  seconda  parte  è  un  tema 
masch.  brunu,  e  risponderà  al  fem.  bruna  che  in  alcuni  dia- 
letti e  gerghi  dell'Alta  Italia  e  di  Francia  significa  'notte'  e 
'sera'.  Il  bl.  galabrunus  (Ducange),  pr.  galabrim,  significano 
una  specie  di  panno,  e  la  seconda  parte  del  composto  ne  indi- 
cherà il  colore. 

15]  it.  caramógio  'persona  piccola';  dove  si  può  pensare 
a  mògio  =  mòggio,  lat.  modiu  'misura  di  capacità'. 

16.  Il  nome  della  fata  popolare  francese  Garabosse  può  pa- 
rere una  deformazione  di  e  ara  bus.  Ma  è  più  verosimile  che 
sia  un  composto;  nella  cui  seconda  parte  s'avrebbe  il  fr.  bosse 
'gobba'.  Cfr.  cabosser  Barra.  113. 

17]  sp.  calamoco  'ghiacciolo'.  Lo  sp.  ha  ìnoco  'moccio';  e 
non  è  poca  la  somiglianza  tra  il  moccio  e  il  ghiacciolo  pendente. 

18]  ferr.  galavrina,  mod.  boi.  gakwréina,  'ribeba'.  La  se- 
conda parte  può  essere  connessa  coli' afr.  b?Hn  (an.  brim)  'ru- 
more, strepito',  e  anche  'orgoglio'.  Con  quest'ultimo  significato 
concorderebbe  quello  del  mil.  gakwrinna  'capriccio', 

19]  trent.  bresc.  berg.  com.:  calabi'osa,  mant.  calabricsa, 
com.  calabrozza,  parm.  calabruzza,  parm.  regg.  galabruzza, 
berg.  com.  galivrogia,  e  con  s  intensivo  piac.  scalabrilsa,  '  brina'; 
gen.  gaabisu  (  =  garabisu)  'nebbia  gelata',  bav.  calabrux  '  gra- 
gnuola'.  La  seconda  parte  del  composto  si  trova  allo  stato  iso- 


276  Nigra, 

lato  nell'it.  broccia  'acqua  gelata',  ven.  hrosa  'brina',  fri.  hrose 
'neve,  grandine'.  Le  voci  significanti  'vento  freddo':  pg.  hriza, 
fr.  hrise,  eng.  brasa  ecc.,  ricordano  curiosamente  la  glossa  d'I- 
sidoro: calabris  ' venti s  siccis'.  La  forma  genovese  gaahisu 
varrebbe  per  l'identificazione  di  hrise  fr.  con  hise,  di  brUtsa  lad. 
con  bilsa  bisa  ecc.,  e  col  bi/S  della  Svizzera  tedesca  'vento  di 
NE.'  e  'nebbia';  cfr.  Diez  s.  brezza;  Caix  221;  Mussafia  beitr. 
38;  Schucliardt  rom.  IV  254;  Kòrting  1348. 

20',  romagn.  pad»  trent.  calaverna,  trent.  caliverna,  ca- 
linverna,  pist.  calaverno,  piem.  mant.  boi.  galaverna,  agen.  ga- 
raverna,  gen.  gaaverna,  romagn.  galaverna,  com.  galiverna, 
imol.  sgalaverna,  'brina,  gelicidio,  nebbia  gelata,  ghiaccioli'. 
Questa  voce,  così  sonora  e  cosi  diffusa,  più  volte  tentata  dai  lin- 
guisti (Schneller  125;  Schuchardt  rom.  IV  254),  rimane  tuttavia 
allo  stato  di  problema.  Collocata  che  sia  nella  nostra  cornice 
(kala-verna),  come  ormai  deve  parere  legittimo,  il  problema  si 
riduce  alla  dichiarazione  di  verna,  per  la  quale  si  può  pensare 
alla  base  vi'trina  [virina  verna',  cfr.  l'artic.  giure,  qui  ap- 
presso al  num.  12).  S'aggiunge  l'eng.  clialaoerna  'lampo',  che 
mal  si  può  separare  dal  sinonimo  altocan.  alejvro  {lejoro  qui  ap- 
presso, all'artic.  n.°  12);  nei  quali  due  termini,  non  tanto  fa 
diflScoltà  la  ragione  del  significato  (si  potrebbe  partire  dal  'lam- 
peggiar del  ghiaccio  sulle  creste  alpine'),  quanto  la  ragion  fo- 
netica della  prima  sillaba.  Finalmente,  il  verbanese  galaverna, 
che  dice  '  fungo  in  forma  di  lingua  che  nasce  sul  castagno  '  e  (  per 
origine  veneziana;  Clierub. )  'pinolo  della  barca  ove  s'appoggia 
il  remo',  non  consente  spiegazioni  che  abbiano,  per  ora,  una  ve- 
risimiglianza  sufficiente. 

21;  sp.  calabrina,  hedor  (fetore;  ztschr.  II  66  n);  dove  il 
secondo  elemento  ricorda  l'asp.  bren,  frnc.  bran  'escremento', 
onde  breneux  embrener  ecc.,  e  il  vs.  sbrina  'impegolato,  em- 
brené',  rimanendo  però  qualche  difficolta  circa  la  vocale. 

22;  galabuaè  f.,  nel  dial.  diPuybarrand  (Charente),  'me- 
lolonta', fr.  hanneton.  La  seconda  parte  del  composto  è  buaé  f., 
fr.  'bois',  che  avrà  qui  il  senso  di  'corna',  come  in  '  bois  de 
cerf.  Si  sa  che  in  varj  idiomi  il  melolonta  è  detto  'cervo  vo- 
lante '. 


4 

I 


Note  etimologiche  e  lessicali.  277 

Il  nostro  '  fattore  di  composti  '  s' avrà  molto  probabilmente 
anche  nelle  seguenti  voci  :  it.  calamagna  calamandrea  caracollo, 
sp.  calabobos  calagozo  calamorra  galizabra,  cat.  calamarsa, 
pr.  calibaìn  callamberto  galigorQO,  fr.  caleìmsse  calimafrèe  ga- 
limatias cloporte  ;  ecc.  Di  galimatias  e  calimafrèe,  v.  il  Darme- 
steter,  o.  e.  113,  dove  son  pure  esaminati  charivayn  calembre- 
claine  ecc. 

7. —  caràbu,  granchio,  nella  sua  figliazione  neolatina. 

La  intitolazione  di  quest'articolo  è  in  singolare  contrasto  col 
num.  1644  di  Kòrting,  che  dice:  'carabus  -um,  eine  art  langge- 
schwànzter  meerkrebs  scheint  im  romanischen  keine  nachkommen- 
schaft  zu  besitzen'. 

Incominciamo  per  avvertire  che  il  g-  per  k-,  fermo  e  diffuso 
nella  prosapia  neolatina,  non  ci  deve  punto  parere  strano,  trat- 
tandosi veramente  di  voce  greca  {xaga^og).  E  se,  d'altronde,  il 
lessico  neolatino  non  ci  dà  più  se  non  voci  derivate  e  tutte  di 
significazione  traslata,  le  derivazioni  e  i  traslati  ci  appajono  però 
di  un'evidenza  ben  singolare. 

I  temi  sono:  car[a]bucuhc  e  car[a]biiculu',  carabiculu',- 
eJo-carla]buculire  ex-carabiculare;  ex-carabire,  in-ca- 
rabulire. 

II  primo  gruppo  dei  riflessi  neolatini  sia  il  seguente: 

can.  s'garavir  'ingagliardire,  risvegliare',  partic.  sgaravi) 
quey.  eicaravilld  'enjoué,  éveillé',  ling.  guasc.  escarrabihd  escar- 
rabilhd  'dégourdir,  ragaillardir ,  réveiller',  gin.  ècarabiller 
'écarquiller ',  afr.  escarbillarcl  'éveillé,  gai,  enjoué';  voci  tutte 
in  cui  ritorna  l' identico  traslato  che  è  nell'  italiano  '  sgranchire  ', 
da  'granchio'.  E  a  riprova  s'aggiunge  il  significato  positivo  che 
è  nel  VB.  angravall  angarlì,  '  aggranchito,  intirizzito  dal  freddo  ', 
quasi:  incarabulito. 

Ora  veniamo  a  un  secondo  gruppo. 

morv.  grabouil  '  garbuglio  ',  cìi  carboidó  '  en  peloton  '  ;  il.  gar- 
buglio, can.  piem.  garbuj  'viluppo,  intricamento ',  it.  groviglia,    \ 
aggrovigliare,  \và.\i.  aggravogliare,  scravogliare',  piem.  garabija 
'garbuglio,  ruffa'.  Il  granchio  dà   l'idea  di   cosa  raggomitolata 
aggrovigliata,  onde  pienamente  si  legittima  il  senso  di  garbuglio. 


278  Nigra, 

Ma  rimane  il  fr.  ècarbouiller  ècrahouiller ,  <;he  già  *a  priori' 
non  par  possibile  di  staccare  dalle  voci  precedenti.  Littré  ne  dà 
una  di  quelle  definizioni  che  si  foggiano  per  legittimare  un'eti- 
mologia preconcetta;  spiega  cioè  ècarbouiller  per  'réduire  en 
fragments  en  écachant',  a  fine  di  persuadere  il  suo  *excarbun- 
culare  (da  carbunculu),  che  del  resto  doveva  dare:  -boun- 
gler.  Nel  fatto,  però,  gli  esempj  da  lui  citati  mostrano  che  ècar- 
bouiller significa  semplicemente  'écacher',  ma  non  'reduire  en 
fragments  ',  come  del  resto  si  vede  ben  chiaro  àalVècraboui  della 
Bretagna:  'schiacciare,  far  piatto'.  Ora  l'idea  di  'schiacciare' 
è  pure  contenuta  nel  nostro  * ex-carabuclare,  poiché  questo 
risponde  a 'sgranchire',  e  'sgranchire'  significa  non  solo  dare 
elasticità  e  gagliardia  a  ciò  che  era  irrigidito,  discriminare  ciò 
che  era  intricato,  ma  anche  distendere  e  appiattire  ciò  che  era 
aggrovigliato  come  un  granchio  fuor  d'acqua.  Piuttosto  sarà  da 
dire  che  ècarbouiller,  per  il  suo  ca  e  non  dia,  abbia  fisonomia 
provenzale  anziché  francese.  Cfr.,  del  resto^  l'afìinissimo  s'gar- 
bìÀljer  'districare',  dell' Engadina. 

E  semplicemente  intensivo  il  s-  che  vediamo  nel  pieni,  sgarbi'j, 
allotropo  di  garbici),  e  nell'it.  scarabocchio.  Quest'ultimo  voc-d- 
bolo  significherà  etimologicamente  un  'piccolo  granchio',  figu- 
rato dalla  macchia  d'inchiostro,  e  ideologicamente  andrà  cosi 
con  sgorbio  da  scorpiu  (v.  Caix  563,  dove  scarabocchio  é  fatto 
derivare  da  scarabaeus)  ^.  Il  'granchio',  cioè  il  'cancro',  sta 
poi  alla  sua  volta  nel  fr.  èchancrer ,  vb.  grangiljun  'matassa 
arruffata',  piem.  grangja  '  grovigliola',  ecc. 

8. —  prov.  garri,  piem.  gari. 

Per  l'etimologia  del  piem.  vald.  gari^  br.  geri,  delf.  quey.  farri, 
pr.  garìn  'ratto,  topo',  vien  facilmente  da  pensare  al  pr.  garre 
'grigio,  falbo',  afr.  guarre  'screziato',  fr.  bigarrè;  ma  la  guttu- 
rale sarebbe  mal  disciplinata.  Amarra  piuttosto  il  confronto  col  fr. 
jarre,  termine  usato  dai  pellicciaj  per  indicare  il  pelo  duro  che 


^  L'it.  garbuglio,  secondo  il  D'Ovidio,  non  dovrebbe  essere  indigeno 
(circa  V-uglio,  cfr.  rimasuglio  ecc.);  ma  a  ogni  modo  esso  sta  daccanto  a 
scarabocchio  come  aguglia  allato  ad  agocchia. 


Note  etimologiche  o  lessicali.  '  279 

sporge  oltre  la  superfìcie  del  pelame.  Il  Bugge  si  chiede,  se  jarre 
non  debba  riferirsi  allo  sp.  xaro  jaro,  detto  del  porco  che  abbia 
le  setole  rigide  e  scure  come  quelle  del  cinghiale.  Dal  fr.  jarì^e 
viene  il  mil.  giar  con  egual  senso,  e  il  suo  derivato  desgiard 
*^levar  via  il  pelo  vano  dai  cappelli',  che  il  Salvioni  riferiva  a 
*dis-clarare  (Fon.  182).  Per  noi  ci  vorrebbe,  a  ogni  modo, 
un  tema  *garrio',  e  non  oseremo  ancora  affermare  che  il  topo 
abbia  questo  nome  per  le  setole  irte  che  egli  porta  sul  muso. 

9.  —  Applicazioni  metaforiche 
di  nomi  del  gatto  {gatto  chat;  ìninon  ecc.). 

Il  fr.  gattilier  'salcio  agno  casto'  è  di  origine  ignota,  secondo 
Littré.  Proviene  dallo  sp.  gatillo  (  saicz-gaiillo  ),  secondo  Bugge  ; 
il  quale  così  scrive  intorno  questa  voce  (rom.  IV  357):  «gatillo 
est  le  diminutif  de  ^a^o  =  chat,  mais,  comrae  nom  de  l'arbris- 
seau,  il  semble  une  altération  de  agno  castil,  la  quelle  forme 
se  trouve  en  portugais  à  coté  de  agno  casto.  »  Il  dotto  svedese 
avrà  ragione  nel  ricondurre  il  fr.  gattilier  (la  cui  gutturale  tra- 
disce a  ogni  modo  un'origine  non  francese)  allo  sp.  gatillo;  ma 
non  nel  supporre  che  gatillo,  come  nome  dell'albero,  sia  un'al- 
terazione del  portoghese  castil,  col  quale  non  ha.  alcuna  rela- 
zione etimologica.  Com'egli  rettamente  avverte,  gatillo  è  un  di- 
minutivo di  gaio.  Ora,  la  voce  per  'gatto',  sia  essa  cattu  o  sia 
qualche  altro  suo  sinonimo,  secondo  che  di  sopra  indicammo,  s'ap- 
plica nei  riflessi  romanzi,  in  varie  forme  di  gradazione  e  di  ge- 
nere, alle  significazioni  seguenti:  1."  la  ruca  e  altri  bruchi: 
piem.  can.  monf.  gen.  lomb.  emil,  ecc.  gala  gatta  gatt  gattin 
gattinna  g ditola,  afr.  chatte-peleuse  (Cotgrave),  ingl.  caterpillar 
(Skeat)  ecc.;-  2."  l'amento,  cioè  il  fiore  di  salcio,  noce,  noc- 
ciuolo,  castagno,  pioppo  e  simili  (cfr,  ted,  lidtzchen  'amento', 
ingl.  katkin,  oland.  katten  kattekens,  'amento  di  noci  e  nocciole') 
e  quindi  alcuni  degli  alberi  che,  appunto  come  lo  sp.  gatillo  e 
il  fr.  gattilier,  producono  questo  amento:  piem.  can.  gen.  gaia, 
lomb.  gattinna,  boi.  gatt,  romagn.  gàtel,  tose,  gatto  'amento  di 
salcio'  ecc.;  tose,  gdttice  gdttero  'specie  di  pioppo';  lomb.  gatun 
gdtul   mina    [mina  'gatta'),  can.   muga  musa  (tose,  muscia 


280  Nigra,  '     - 

'gatta'),  BR.  miniigalt,  'salcio  selvatico',  com.  mognon  'salice  pe- 
loso'; dial.  di  Malmedy  minon  Sveidekàtzchen',  vali.  niod.  minu 
'kàtzchen  der  blùthen'  (Horning);  tose,  migna  mignola  mignolo 
'amento  dell'ulivo;  cai.  pr.  cat-sauz,  ling.  gat-sauze,  'salcio  agno 
casto';  pr.  c(dié,  vel.  chatié,  'salcio  spinoso';  alYevn.  caio ,  pr. 
catoim,  fv.  chaton,  pr.  ìninoun  (fr.  minon  minette  'gatto  -a'), 
albv.  iniret  {mire  'chat'),  'amento  di  laante'.  L'applicazione  del 
nome  del  'gatto'  al  bruco  e  al  fiore  di  certe  piante  si  spiega 
per  una  certa  loro  somiglianza  con  cotesto  animale  nella  forma 
allungata,  nella  pelosità  e  nella  flessibilità.  Secondo  uno  stesso 
ordine  di  idee,  il  nome  diminutivo  della  cagna  fu  attribuito,  in 
francese,  al  bruco  e  alla  ciniglia  {chenille)  e  l'accrescitivo  del 
cane,  in  milanese,  al  baco  [cagno a). 

Le  voci  fr.  7ninon  ìninette,  pr.  minaitcl  mignaud  mhiein  mi- 
gno  mino  minoun  mounet  miro,  piera.  can.  monf.  gen.  meno 
mina  mino  minin  minina  minina  migtianna,  boi.  mnéin,  mil. 
manan  manana,  'gatto  -a,  gattino  -a',  ci  condurranno  sulla  trac- 
cia dell'etimologia,  rimasta  finora  oscura,  del  pr.  magnan  'bi- 
gatto' (it.  magnatto,  Dumeril,  cit.  da  Mistral,  s.  magnan).  Ri- 
salirà questa  voce,  con  l' atona  assimilata,  a  *minan  (cfr.  gen. 
mignanna,  mil.  manan),  accrescitivo  di  mino,  che  esiste,  come 
si  è  veduto,  in  provenzale  piemontese  canavese  monferrino,  col 
senso  di  'gatto'.  Significherà  dunque  'gattone',  cioè  il  bruco 
per  eccellenza,  il  bruco  della  seta,  secondo  lo  stesso  concetto  che 
in  Piemonte  Lombardia  Liguria  e  altrove  fece  assegnare  il  nome 
del  gatto  0  della  gatta  al  bruco  dei  cavoli,  e  anche  al  bigatto, 
sia  vivo,  malato  o  morto  (mil.  gattin  'baco  da  seta',  boi.  gali, 
piem.  gatiha,  mil.  gattozz,  'bigatto  malato  o  morto'). 

Si  noti  poi  la  concordanza  nel  carattere  accrescitivo  del  suf- 
fisso nel  magnan  provenzale  e  del  prefisso  nel  bigatto  italiano; 
poiché  bigatto,  alla  sua  volta,  non  deriverà  da  bombyx  '^bom- 
bico,  come,  dopo  il  Ménage,  ingegnosamente  ha  tentato  di  pro- 
vare il  nostro  Flechia  (Arch.  II  39),  ma  bensì  da  ^bis-gatto, 
che  vorrà  dire  'gattone'  e  risponderà  per  il  senso  al  pr.  ma- 
gnan che  è,  come  già  dicemmo,  un  accrescitivo  dello  stesso 
tema  di  cui  il  fr.  minette  e  il  piem.  minin  sono  diminutivi  ipo- 
coristici. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  281 

Se  questa  dichiarazione  del  yv.  marjnan  è  ben  fondata  ^  si  po- 
trà pensare  a  iin'egual  derivazione  per  l'it.  ìnignalta  (scritto  an- 
che magnalta,  Mattioli  cit.  da  Tommaseo,  s.  mignatta).  La  san- 
guisuga ha  di  fatti  col  bigatto  e  con  altri  bruchi  una  somiglianza 
nella  forma  e  nella  contrattilità  dei  corpo,  e  con  alcuni  anche 
nel  colore.  Come  forme  affini  si  comparino  il  già  citato  genovese 
mignanna  'gatta',  e  il  toscano  mignatto  •lombrico'  che  si  trova 
negli  intestini  degli  animali,  e  che  certo  non  può  derivare  da 
minium.  11  suifisso  -atto  -atta  si  sa  che  occorre  nei  dialetti  del- 
l'Alta Italia  e  in  Toscana  per  designai^e  piccoli  animali  (  Meyer- 
Lùbke,  II  506). 

Per  l'etimologia  non  ancora  accertata  di  minon  mineite  e  delle 
voci  affini,  si  consultino:  Diez  s.  mignon  e  mina  2;  Gaix  st.  417; 
Thurnejsen  keltor.  69;  Mackel  101;  Kòrting  5299. 

10. —  it.  gavine  gaoigne;  fr.  ècheoeau. 

Degli  it.  gavine  gavigne  'glandule  del  collo'  (cfr.  bl.  gavanus 
gavinae,  Due),  il  Diez  non  ha  tentato  alcuna  spiegazione.  Di- 
cono propriamente  'gomitolo',  e  sono  diminutivi  feminini  del  tema 
c'«f;o  =  *capu  'nodo  di  corda'.  Dallo  stesso  tema  procedono  :  tose. 
aggavignare  'afferrare  per  il  collo  ',  piem.  gavine  angaviné,  monf. 
angavné,  'ingarbugliare,  aggrovigliare',  piem,  angavin ,  monf. 
aiigaven,  'ritorta,  massa  intricata',  tose.  boi.  gavetta,  monf.  an- 
gavcta,  romag.  gavetta  gavétula,  'matassa',  monf.  kavèta  gavèta 
'gomitolo',  romagn.  gavan  'viluppo  di  fila  intricate',  piem.  can. 
gavass  'gozzo',  tose,  gavetta  'matassina  di  corde  musicali',  ro- 
magn. gautlen  'matassina  fatta  sulla  mano  aperta  incrociando  i 
fili  dal  pòllice  al  dito  mignolo'.  Quest'ultima  forma,  considerata 
la  sua  dentale,  è  manifestamente  un  doppio  diminutivo  mascolino 
di  gavetta,  piuttosto  che  un  riflesso  di  *cap  iteli  in u.  Ma  a  ca- 
pite, cioè  a  un  verbo  * capitiare  *captiare  (cfr.  it.  raccapez- 
zare), ben  risaliranno  le  voci  monf.  gen.  gassa  gassetta,  piem. 
can.  angassa,  'cappio'. 


*  Il  pr.  marjnan  significa  ancora:  'amento  del  ijioppo  bianco'  (Alistral); 
ed  è  un  significato  che  riesce  a  conferma  dell'etimologia  che  è  proposta 
qui  sopra. 

Archivio  g-lottol.  ita!.,  XIV.  19 


282  Nigra, 

Col  c  iniziale  originario  si  hanno  altre  forme  da  capii:  bl. 
capulum  'funis'  (  Isid.  gì.),  it.  cappio,  fr.  cable,  pieni,  havjun 
(*capulone,  come  sabjun  =  ^sahuìone) ,  can.  kav  un,  quey. 
chahoun,  alhy.  stavo n  {st-  =  ch-),  lion.  chavon,  'bandolo  di  ma- 
tassa'. E  da  capite:  tose.  Catella  (Caix  259)  'bandolo',  vs.  ka- 
tiljun  'gomitolo',  pr.  captel  capclel  catel  'bandolo'.  Dal  ga- 
vetta tose,  romagn.  e  dal  gavèta  kavèta  monf.  'matassa'  e  'go- 
mitolo' mal  si  possono  separare  i  modenesi  sgaveia  e  scaveta 
di  egual  significato.  Ed  è  egualmente  difficile  il  separare  dagli 
uni  e  dagli  altri  i  fr.  écheveau  èchevette,  morv.  échavotte,  'go- 
mitolo', e  l'afr.  eschief  che  Nicot  traduce  'orbis  filaceus'.  Ma 
qui  risorge  la  disputa  tra  il  5  intensivo  e  il  pref.  ex-.  Il  Diez 
evitò  l'ostacolo  facendo  procedere  le  forme  francesi  da  scapus, 
che  tra  altri  significati  ha  anche  quello  di  '  rotolo  di  carte  '.  Ma 
oltreché  scapus  non  si  potrebbe  porre  a  base  delle  altre  voci 
qui  sopra  riferite,  il  suo  significato,  che  è  quello  di  'gambo, 
tronco'  e  di  'rotolo'  in  quanto  questo  sia  in  forma  di  colonnetta, 
è  troppo  lontano  da  quello  di  '  matassa  '  e  '  gomitolo  ',  perchè  in 
assenza  di  anelli  intermedj  si  possan  conciliare.  Se  l'afr.  escha- 
voir  'arcolajo'  implicasse  l'esistenza  d'un  verbo  eschaver  col 
senso  di  'dipanare'  o  'aggomitolare',  la  questione  sarebbe,  al- 
meno in  parte,  risolta. 

11. —  VB.  geléJDvo;  pr.  gelihre;  fr.  givre. 

VB.  gelèjvro  [gelevro  tr.,  gelivro  br.,  deleyver  vi.,  delivro 
ve:  d  =  g),  can.  va.  gejvro,  vs.  gevro,  fr.  givre,  borg.  gèvre, 
occit.  jalihre  gelihre  gilibre,  cat.  gebre,  'brina'.  —  Sono  riflessi 
di  un  composto  assai  notevole  per  l'antichità  del  suo  accento,  e 
cioè:  *gelzvitrum,  'gelo-vetro'  o  'vetro-ghiaccio'.  Il  fr.  givre 
(cioè  zivre  =  zlivre  ^zleivre)  risulta  cosi  un  sinonimo  ben 
legittimo  del  fr.  ver-glas ,  rou.  tvoir-glache ,  parm.  veder-giazz. 
Dove  non  sarà  superfluo  ricordare,  che  in  Val-Camonica ,  Val- 
tellina, Trentino,  Engadina,  per  'ghiacciajo'  si  dice  vedretta, 
•vadretta,  vedrial,  vadret  {vedrec  nel  canton  Ticino),  vadretin 
da  vitru,  e  uno  dei  ghiaccia]  del  Monte  Rosa  si  chiama  Verrà. 

Alla  contrazione  postonica  di  vitrum  in  vb.  can.  -vro  ecc., 
risponde  la  protonica  di  vb.  piem.  can.  vrera  (vs.  vereri),  'im- 
pannata '  =  V  i  t  r  a  r  i  a. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  283 

12. —  fr.  grive,  pr.  grivo,  piem.  griva. 

Dicono  'tordo  ',  il  fr.  grive,  pr.  grivo,  guasc.  grigo,  delf.  grievo, 
piem.  can.  griva.  La  voce  piem.  e  can.  ci  venne  verosimilmente 
di  Provenza,  la  indigena  in  Piemonte  essendo  tiird  =  tiwdu.  In 
Piemonte  e  nel  Canavese  s' ha  pure,  col  significato  stesso  della 
forma  semplice,  il  dimin.  grivola',  e  da  questo  deve  proceder 
grivold  'macchiato  di  bianco  e  di  nero'.  Una  delle  cime  del  Gran 
Paradiso,  nelle  Alpi  Graje,  porta  il  nome  di  Grivola',  e  in  can. 
occorre  pur  la  forma  masc.  grivo,  e  gli  accrescitivi  grivass  gri- 
vassa ,  applicati  a  varie  specie  di  tordi.  Già  il  Génin  considerò 
il  fr.  grive  come  il  fem.  dell' afr.  griu  =  grieu  'greco',  dichiara- 
zione che  ha  conferma  dalla  forma  guascone  sopracitata.  Il  fem. 
grive,  qual  che  sia  la  precisa  evoluzione  fonetica  del  rispettivo 
mascolino,  starà  pur  di  certo  a  questo  come  sta  juive  a  *juieii 
*/«m  =  ju[d]aeu  { v.  Suchie>  ztschr.  VI  438;  Behrens,  Metath. 
90;  Meyer-Lùbke  I  442).  Dunque  grive  significherà  la  'greca', 
e  il  tordo  avrà  avuto  questo  nome  da  uno  dei  paesi  mediterranei 
dove  va  regolarmente  a  passar  l'inverno  e  donde  ritorna  in  pri- 
mavera. Altri  uccelli  furono  indicati  col  nome  del  luogo  donde 
vengono  o  dove  vanno,  come:  la  róndine  riparia  detta  dardanel 
dàrdan  in  Lombardia,  ciprioto  e  dàrdano  nel  veneto,  tartarei 
nel  parmigiano,  tàrter  nel  trentino  ;  il  róndine  cipselo  detto  dardi), 
a  Bergamo,  dardao  a  Savona,  liarhairou,  cioè  'barbaresco',  a 
Nizza;  la  ghiandaja  marina  detta  uccello  turco  nell'isola  del  Gi- 
glio; il  basettino  (panurus  biarmicus),  detto  todeschin  e  unga- 
resin  in  Lombardia  ;  il  piovanello  detto  romaniello,  torolino  ro- 
mano, a  Napoli;  il  cavaliere  dltalia  (himantopus  candidus),  detto 
francisottu  a  Terranova  di  Sicilia;  il  francolino,  e  altri. 

13. —  can.  gilla. 

Il  can.  gàia  'hocco,  noce  campana  o  reale'  sarà  un  vero  ci- 
melio, in  quanto  risponda,  anche  per  la  ragion  fiessionale  del 
nominativo,  al  lat.  juglans.  Appena  è  d'uopo  ricordare  come 
sia  qui  normale  ^-  da  j  ;  cfr.^wn  =  jej  unu,  ^'wro=juro,  ecc. 
Per  gì  aspetteremmo  veramente  un  secondo  g  {gassa  gant  gajra 


284  Nigra  , 

gera  =  gliele  glande  glarea;-  unga  singa  =  ung'la  cin- 
g'ia  ecc.)  e  quindi:  ^M<7a=juglans.  Ma  il  g  di  glans  può  es- 
ser mancato,  anche  nel  composto,  prima  dell'evoluzione  neola- 
tina; cfr.  lande  sp.  e  port.,  =  gì  ande. 

14. —  L'it.  lava  e  più  altre  voci  affini  od  omofone. 

I. —  L'it.  lava  'pietra  di  vulcano  fusa  o  indurata'  punto  non 
si  connette  radicalmente  con  lavare.  Se,  nel  dialetto  napoletano, 
lava  si  dice  anche  per  ' torrente  di  pioggia  nelle  strade ',  que- 
sto significato,  dovuto  a  similitudine  col  'torrente  vulcanico',  è 
afTatto  secondario.  Nell'ordine  etimologico,  il  nostro  vocabolo  si 
toccherà  piuttosto  col  gr.  làrag  (pietra)  ecc.;  cfr.  Curtius^  553, 
e  perciò  con  XaoxofiCai  lautumiae  ecc.,  e  coi  nomi  proprj  :  L ri- 
vi num  Lavinia. 

A  ogni  modo,  la  parentela  'italica'  di  lava  è  molto  nume- 
rosa. Insieme  col  pr.  lavo  lauvo  '  pierre  piate',  e  col  fr.  lave, 
che  sono  la  stessa  parola,  si  posson  qui  citare:  bl.  lavi  a  'lapidis 
species',  laveria  'cava  di  pietra'  (Ducange  da  carte  Langresi 
dei  secoli  XIII  e  XIV);  it.  lavagna;  va.  lavjàu  'cava  di  lava- 
gna'; bresc.  laind  =  lavina  'franare';  pr.  lavino,  it.  lavina, 
lavanca,  vs.  lavenci,  vb.  Lavenka  lavanka,  'valanga',  lavankal 
'ammasso  di  terra  e  pietre  prodotto  dalla  lavina';  fr.  lavance 
lavanchc,  da  cui  per  falsa  etimologia  popolare  si  fece  avalan- 
clie,  donde  l'it.  valanga,  pg.  lavanca',  bresc.  Idf  'frana';  br. 
lavess  'lavagna',  mìì.  lavesg  'sorta  di  pietra'  (Cherub.),  pr. 
lauvas  lauvelo  lavencho  'dalle',  lauvd  'paver',  lavassiero  'ar- 
doisière',  lauvisso  'araas  de  pierres  plates';  [triest.  Idv7'a  'sca- 
glia']; lad.  lavina  livina,  lavinal  livinal,  'petraja  di  lavina', 
lavinér  'traccia  della  lavina',  lavinus  -a  'esposto  alla  lavina'; 
e  i  nomi  locali:  Lavello  (Puglie),  Lavino  Lavagna  (Lig.),  La- 
veno  Lavena  Lavenone  (Lomb.),  Lavagno  Lavazzo  (Ven.),  La- 
vess Lavasse  Lavjus'a  Lavat^ejs  Lavina  Lavenka  Lavaggi  (Can. 
Piem.),  Lava  (V.  Cam.),  Lavace  (Trent.),  Laver  Lavin  Lavinoz 
Lavaz  Laviru/n  (Lad.),  Lavans  Lavanda  (Fr.),  ecc.  Con  hj  da 
■fj,  il  VA.  lahje  'lastra  d'ardesia';  se  pur  non  c'entra  lapide, 
come  nel  can.  lapjass  'masso  di  pietra'  (cfr.  piem.  ecc.  tcbi^ 
vallanz.  chicepp  Arch.  I  254,  tepidu). 


Note  etimologiche  e  lessicali.  285 

II. —  YB.  lanka  'macigno'  lancott  'pietra  da  taglio',  albv.  lan- 
ate {=  lanche)  'montagna,  burrone'.  Una  connessione  tra  questi 
vocaboli  e  il  lat.  lanx  'piattello  di  bilancia',  originariamente  di 
pietra,  è  per  ora  una  mera  ipotesi.  Ma  giova  citare,  come  pro- 
babilmente affini,  varj  nomi  di  luogo  in  regioni  alpestri  o  sas- 
sose: Lans  (Pieni.,  Sav.)  Lanza  (Trent.,  Yen.),  Lanzada  (Y. 
Teli.),  Istalanz  (isola-pietra?,  Eng.),  Launsch  (lad.  sottos.),  Lans 
Lansac  Lance  Lanchy  Lanchère  Langon  Lanques  Lanquais 
(Fr.),  ecc. 

Si  può  chiedere  se  col  lat.  lanx  teste  citato^  si  abbia  a  con- 
netter la  noe  a,  che  Yarrone,  citato  da  Gellio,  attribuisce  ad  ori- 
gine ispanica,  e  se  quindi  questo  vocabolo  non  significasse  in  ori- 
gine l'antica  asta  cuspidata  di  selce. 

Lo  sp.  lancila  (laja)  'lastra  di  pietra'  fu  identificato  da  Baist 
(ztschr.  Y  561)  con  pianella  'lama  di  metallo,  ferro  da  stirare'. 

III. —  Accanto  a  laim  dev'essersi  avuto,  sin  da  età  romana, 
^lausa,  col  preciso  significato  di  'pietra  piatta,  pietra  da  tetto 
e  da  lastrico  '  ^  Ne  abbiamo ,  nei  paesi  romanzi ,  i  seguenti  ri- 
flessi :  bl.  lausa  Iosa,  apr.  lausa,  alta-It.  Iosa,  lion.  loiisa  lusa, 
fr.  lauze  lose,  cat.  Uosa,  sp.  Iosa,  pg.  lousa.  Derivati:  bl.  lausa- 
tuin,  piem.  can.  Iosa  'tetto  di  lastra  d'ardesia',  vs.  los'in  'piat- 
tello', pr.  lauseto  'petite  dalle',  lausado  'pavé  de  pierres  plates', 
lausa  (sp.  losar)  'paver',  lausiè  'carrière  de  dalles',  lausiho 
lausisso  'debris,  amas  de  pierres  plates',  lausanier  'massif  de 
montagnes';  e  i  nomi  locali  ^:  La  Los' a  (Yal  di  Stura),  Los  era 
(vs.,  can.),  Los  eli  (can.),  Laus'ere  (va.),  Lósego  (Belluno),  Ló- 
sine  Lózio  (Brescia),  Lauzac  (Friuli),  Lausanne  (Svizz.),  Lo- 
zère  Lausero  (Fr.,  Pr.),  ecc.  Oltre  che  per  la  diffusione  in  tanta 
parte  del  territorio  romanzo ,  il  vocabolo  è  anche  notevole  per 
la  sua  antichità  letteraria,  poiché  già  ricorre  nella  tavola  di 
Aljustrel  in  Portogallo,  che  è  del  I  secolo  dell'era  volgare,  nella 
veste  di  un  aggettivo  plurale  feminino:  lapides  lausiae,  col 
chiaro  significato   di  'pietre  d'ardesia'.  Lo  Schuchardt,   colpito 


*  In  Carpentier  è  anche  attribuito  a  Iosa  il  senso  di  later  quadratus; 
e  lo  sp.  loza  significa  'majolica'. 

*  Cà".  il  cogn.  Lans  US. 


286  Nigra, 

tlairantichità  del  A'ocabolo,  volle  escluderlo  dal  lessico  latino  ;  e 
comparandolo  con  Laiisanna,  lo  dichiarò  preromano  e  di  ori- 
gine celtica  (ztschr.  VI  424).  Senonchè  il  Biicheler  (Arch,  f.  lat. 
lex.,  II  605)  lo  rivendicò  giustamente  alla  latinità,  facendolo  ori- 
ginare dalla  radice  primaria  lau-,  conservata  nel  greco;  ma 
senza  che  si  possa  consentire  con  lui  circa  gli  elementi  di  for- 
mazione, che  avreìibero  a  coincidere  con  quelli  di  minutiae 
nuptiae  *nautea  =  nausea  ecc.,  poiché  lausiae  è  forma  ag- 
gettivale ('ardesiane')  concordante  con  lapides,  nom.  pi.  qui 
usato  al  feminino,  la  quale  presuppone  il  sostantivo  la  usa,  esi- 
stente difatti  nei  riflessi  romanzi,  come  già  vedemmo.  Resta,  in 
conclusione,  la  difficoltà  dell'allargamento  radicale,  che  vorremmo 
postulare,  per  ottenerne,  coli' elemento  derivatore,  un  s ',  poiché 
un  verbo  *lau-d-ere  (cfr.  clau-d-ere),  onde  *lausa  (cfr.  clau- 
sum),  c'ingolferebbe  nelle  ipotesi. 

L'origine  celtica  di  lausiae  resta  intanto  esclusa,  per  ciò  che 
non  si  sia  finora  trovato  un  radicale  celtico  a  cui  riferire  co- 
testa  parola  ^. 

IV. —  VB.  Ids'  'pietra  piatta,  lastra  di  pietra';  dimin.  las'ètt) 
las'as'ér  'tagliatore  di  lastre';  bresc.  las'a  'lastra  di  pietra'.  Con 
questo  vocabolo,  o  con  vocaboli  derivati  dallo  stesso  nucleo,  sono 
nominate,  in  varie  regioni  alpestri  romanze,  molte  capanne,  dette 
'alpi',  coperte  di  lastre  di  pietra,  e  altre  località  montane,  come: 
la  Las  (Biell.,  V.  Lesa,  vb.,  V.  Livigno,  Eng.),  Laas  Laaserspitz 
(Eng.),  Lasa  (S.  Gallo),  Las' in  Laser  Lasinètt  Las'app  (vb. ), 
Las'oney  (V.  Lesa),  Laggio  (Ven.),  Lazza  (V.  Cam.),  Latsch 
(Eng.,  Tir.),  Leysse  (va.). 

Il  tema  integrale  di  Ids'  sarà  probabilmente  *lavac'e,  '^laacej 
cfr.  i  nll.  Laudce  (Trent.)  e  Laas  Laasevspitz  (Engadina)^ 


*  Qui  si  avrà  a  porre  anche  il  fr.  losange  '  rombo  ',  termine  araldico,  de- 
derivato da  Iosa  tose,  come  già  spiegarono  il  Guyet  e  il  Ducange  (Ménage 
s.  V.;  Due.  s.  v. ).  I  termini  similari  negli  altri  idiomi  romanzi  o  in  inglese 
sono  tolti  dal  francese.  Dal  significato  di  lose  'pietra  da  lastrico'  ordina- 
riamente quadrata,  si  passò  facilmente  a  quello  di  'losanga'  che  ha  forma 
egualmente  quadrilaterale. 

*  Si  ricordi  ancora  il  tose,  laiòa,  sinon.  di  lavina  (lucch.  le::a;  gen.  liff- 
gia  '  frana'). 


Note  etimologiche  e  lessicali.  287 

E  ancora  rimarrà  da  mandare  sotto  Ids',  il  gen.  las'ana,  spe- 
cie di  pasta  di  Genova  consistente  in  spezzi  quadrcAigolayn  di 
sottile  sfoglia  di  farina  di  grano  tenero,  più  o  meno  larghi '^  Le 
'lasagne'  sono  così  nominate  per  la  loro  forma  piatta,  sottile  e 
a  pezzi  quadrati,  come  le  lastre  di  tetto. 

La  qual  dichiarazione  è  confermata  dalle  forme  provenzali  : 
lauvan  lauvanet  lauvagnet,  daccanto  a  lausan  e  lasagne  (quey. 
lazanio).  Il  Mistral,  registrando  queste  forme  nel  suo  dizionario, 
le  riferisce  a  lauso  'pierre  piate';  e  questo  si  dovrà  intendere 
di  lausan.  Ma  le  prime  risalgono  a  lava,  e  l'ultima,  lasana, 
che  è  la  voce  genovese,  va  bensì  parallela  al  tema  lausa,  ma 
più  precisamente  risale  per  noi  a  lavac-  ecc. 

Si  confronti  finalmente  il  bl.  (Ducange)  lazana  nemoris 
'pars  sylvae  longior  quam  lata',  cioè  un  quadrilatero  allungato, 
qual  è  appunto  la  forma  della  '  lasagna  '. 

15. —  Lomb.  piem.  maskaì^pa  maskei^pa,  can.  maniskm'pa  ;  — 
it.  sup.  picina  pooina  puvena,  lad,  puinna  puina;  — 
svizz.  rom.  mota,  valmagg.  motta,  piem.  tuma,pv.  toumo, 
fr.  tomme. 

Il  tema  anfr.  *skarpa  (Mackel  57),  derivato  dalla  radice  ger- 
manica e  greco-latina  skarp  'tagliare,  fendere',  dal  significato  di 
'brandello,  squarcio  di  stoffa  o  di  cuojo'  (ingl.  scrap,  com.  scarp) 
passò  a  quello  di  'tasca'  (isl.  norv.  skreppa,  sved,  skràppa,  ingl. 
scrip,  aol.  scharpe  schaerpe,  bted.  sclirap),  essendo  questa,  nota 
lo  Skeat  (s.  scrip),  'made  of  a  scrap  or  shred  of  skin  or  other 
material'.  Secondo  le  varie  foggio  e  i  varj  usi  della  'tasca',  il  vo- 
cabolo skarpa  venne  poi  ad  assumere,  negli  idiomi  germanici  e 
nei  romanzi,  varj  significati,  fra  i  quali  son  da  notare  i  seguenti: 
1.°  'tasca  da  pellegrino,  saccoccia  appesa  al  collo,  a  tra- 
colla, alla  cintura':  aat.  scharpe,  le  forme  scandinave  e  anfr.  so- 
pracitate, e  afr.  esqiieì^pe  escha7'pe; 


*  Dizionario  genovese  di  Gio.  Casaccia  s.  v. -La  definizione  di  certi  les- 
sici '  pasta  tratta  a  forma  di  nastro  '  è  falsa,  poiché  non  è  applicabile  alle 
vere  lasagne,  ma  bensì  alle  cosi  dette  strisele  o  lasagnette.  La  forma  carat- 
teristica della  lasagna  è  un  'pezzo  piatto  quadrangolare'. 


288  Nigra, 

2.°  'sciarpa  a  tracolla':  ted.  scharpe,  fr.  écharpe,  it.  sciarpa 
ciarpa  ; 

3."  'calzatura  del  piede':  it.  scarpa,  che  è  veramente  la 
'saccoccia  per  il  piede'.  Si  sa  che  la  'scarpa'  era  fatta  origina- 
riamente, e  in  cei'ti  luoghi  è  fatta  anche  adesso,  di  uno  squarcio 
di  cuojo  0  di  stofTa,  cucito  e  allacciato.  Dalia  forma  della  calza- 
tura fu  detto  scarpa,  in  architettura  e  muratura ,  il  pendio  del 
muro  a  sostegno,  e  in  topografìa  il  pendio  di  monte. 

4.°  I  termini  lomb.  piem.  maskarpa  onaskerpa  e  can.  ma- 
ìiiskerpa,  'ricotta',  contengono  presumibilmente,  nella  seconda 
parte  del  composto,  lo  stesso  tema  sìcarpa,  col  significato  origi- 
nario di  'saccoccia'.  E  noto  che  la  'ricotta'  si  pone  in  una  pez- 
zuola di  tela,  che  presa  in  mano  per  i  capi  presenta  la  figura 
di  una  saccoccia  piena.  Si  può  supporre,  che  per  distinguere  questa 
saccoccia  da  quelle  che  si  portano  al  collo  o  ai  piedi,  si  sia  ag- 
giunto a  skarpa,  come  prima  parte  del  composto,  il  determina- 
tivo mani,  e  che  maniskàrpa  abbia  quindi  a  significare  ^scarpa 
a  mano  '.  Ma  è  anche  possibile  che  inani-  significhi  'cacio'  (cf.  vs. 
mano  'cacio',  com.  Tr.  P.  magnocca  'latte  quagliato',  soprasilv. 
minucc  ecc.  Arch.  VII  500  n.),  e  che  maniskerpa  perciò  dica 
*  tasca  da  formaggio'. 

Il  mil.  maskarpon  significa  una  specie  di  ricotta,  ma  anche 
un  fungo,  l'amanita  ampia  di  Persoons ,  il  quale  sarà  stato 
così  nominato  per  il  suo  cappello  bianco  semisferico,  somigliante 
ad  una  maskarpa  rovesciata 

L'incertezza  del  senso  della  prima  parte  del  composto  reride 
egualmente  incerta  la  proposta  spiegazione.  Vorrà  quindi  essere 
considerata  come  semplice  ipotesi. 

Un  altro  nome  della  'ricotta'  nell'Italia  Superiore  e  nei  paesi 
ladini  è  pur  dovuto  alla  forma  impressale  dalla  pezzuola  che 
l'involge.  Le  voci  lomb.  ven.  friul.  trent.  em.  romagn.  puina  po- 
vina  puvena,  lad.  puinna  puina,  significano  'ricotta,  cacio  fre- 
sco '.  Collo  stesso  significato  sono  registrate  le  voci  latinizzate 
povina  popina  negli  statuti  di  Trento  e  di  Roveredo,  citati  dallo 
Schneller  (s.  poina).  Nel  comasco,  la  voce  poma  ha  non  solo 
il  significato  di  '  caciuola  fresca  oblunga  ',  ma  anche  quello  della 
'pigna  rotonda  e  oblunga'  prodotta  da  certa  specie  di  alberi  co- 


Note  etimologiche  e  lessicali.  289 

nileri  (Monti,  toc.  com.  s.  v.).  Il  Lorck,  che  registra  tutte  queste 
forme  (altberg.  232),  propone  con  riserva  che  esse  possano  de- 
rivare da  poplna 'vivanda  di  taverna',  con  modificazione  di  si- 
gnificato. Ma  la  ricotta  non  è  vivanda  di  taverna,  e  la  modifi- 
cazione del  senso  sembra  troppo  grave  per  potersi  ammettere. 
In  ogni  caso  poi  il  significato  di  'pigna',  che  è  del  com.  ■poina, 
resterebbe  senza  spiegazione. 

Se  si  rifletta  che  il  cacio  negli  idiomi  romanzi  ha  preso  so- 
vente il  nome  dalla  sua  forma  (  cfr. ,  oltre  *formaticu,  il  fr. 
maton,  cat.  ynafó,  lo  svizz.  rom.  /uota  rnoteta,  valmagg.  inatta)^ 
non  parrà  inverosimile  che  anche  la  voce  povina  puina  puvena 
abbia  seguito  lo  stesso  processo  logico  e  perciò  realmente  signi- 
fichi una  speciale  figura  sotto  cui  si  presenti  la  'ricotta'.  Ora 
questa  specie  di  cacio  fresco,  che  non  è  altro  se  non  il  latte  qua- 
gliato al  fuoco  e  separato  dal  siero,  prende,  dopo  essere  messo 
in  un  sottile  pannilino  bianco,  una  forma  semisferica,  che  potè 
essere  comparata  con  quella  di  una  poppa  di  donna,  coperta  dalla 
camicia.  Quindi  pndna  e  povina  saranno  diminutivi  derivati  dal 
tema  latino  pupa  ^pùppa  che  ha  preso  negl'  idiomi  italici  il  si- 
gnificato di  'poppa,  mammella'. 

Secondo  lo  stesso  ordine  di  idee,  il  frutto  del  pino  zembro,  di 
forma  rotonda  allungata,  fu  detto  nelle  montagne  comasche  poina 
[*pupina]  per  la  sua  somiglianza  colla  tetta  di  vacca  o  con  una 
pupazzi  na. 

Dalla  figura  di  formella  circolare  di  concia  o  di  torba  com- 
pressa (fr.  motte,  pr.  monto,  pieni.  ìnula,  mil.  rnotla)  prese  il 
nome  un'altra  specie  di  cacio,  detto  nella  Svizzera  romanza 
ìnota  motetta,  in  Val  Maggia  motta.  Questo  nome  in  altre  regioni 
si  cangiò  per  metatesi,  e  diventò  in  fr.  dial.  tomme,  prov.  toumo, 
pieni,  ti'/ina.  Metatesi  consimile  si  produsse  probabilmente  anche 
nello  sp.  toinar,  che  sarebbe  per  molar,  come  propose  il  Sette- 
gasti,  rom.  forsch.,  I  250,  però  con  un'etimologia  {* motvare 
mutuare)  alla  quale  non  è  facile  acquietarsi. 

16. —  ant.  lomb.  mengun,  vaiteli,  mangoìi,  can.  mingun. 

Le  forme  ojniu/aca  dell' ant.  mil.,  minila  piem.  can.,  a  cui  si 
deve  aggiungere  il  monf.  ninl-a,,  sempre  col  significato  di  '(igni', 


29Q  Nigra, 

furono  già  riconosciute  e  spiegate  come  riflessi  di  omni-unquam 
(Diez  s.  ogni;  Ascoli,  Ardi.  VII  537).  Il  pieni,  /tiiìika-fant,  e  il 
monf.  ninka-kwand ,  significano,  come  si  sa,  'ogni  tanto,  ogni- 
quando'.  Il  vtell.  mencliecU,  e  il  levent.  mencia  (Monti,  voc. 
com.),  dicono  'giorno  di  lavoro'  e  rispondono  al  tose,  ognidì.  Ma 
l'alomb.  niengun,  di  cui  è  molto  dubbio  se  possa  connettersi  con 
questo  voci,  rimane  a  ogni  modo  poco  chiaro.  Occorre  il  vocabolo 
nel  passo  seguente  dell'Antica  parafrasi  lombarda  di  un  testo 
di  S.  Crisostomo,  edita  dal  Forster  (Arch.  VII  15-31):  uolaa 
cuar  a  mengun  e  menssun  .  e  a  par  e  despar,  'vogliono  gio- 
care a  7n.  e  a  m.  e  a  pari  e  dispari  '.  Il  giuoco  è  ancora  in  uso 
in  Valtellina,  col  nome  di  mangun,  e  in  Canavese  con  quello 
di  niingun  e  lansun.  In  Toscana  è  detto  sbricchi;  v.  Fanfani, 
Tommaseo,  Petrocchi,  s.  v.  Nel  Canavese  si  fa  cosi:  Uno  dei 
giocatori  tiene  in  pugno  un  piccolo  oggetto  o  più,  come  cente- 
simi soldi  bottoni  coccole  granellini,  e  dice  all'altro  giocatore, 
mostrando  il  pugno:  mingun  lansun,  luer  na  vò-tò?,  cioè  (se 
può  avventurarsi  una  spiegazione  per  la  prima  parte):  'tutto  [o] 
niente,  quanti  ne  vuoi  tu?'  L'altro  giocatore  tenta  indovinare,  in 
una  0  più  volte  secondo  la  convenzione.  Se  indovina,  guadagna; 
se  no,  perde. 

La  dichiarazione  etimologica  'ognuno  —  nessuno',  è  natural- 
mente più  che  dubbiosa.  La  più  grave  difficoltà  che  le  sta  con- 
tro, è  nella  terminazione,  poiché  -ùnu  dovrebbe  dare  al  can., 
come  al  lomb.,  -Un  e  non  -tm.  Il  rn  e  il  l  di  menssun  e  lansun 
si  possono  spiegare,  il  primo  per  l'allitterazione  (cfr.  Salvioni, 
Arch.  XII  414),  il  secondo  per  dissimilazione  àeì'n  di  ninsun 
[ìiissiìn  ansiin). 

17. —  it.  minchiate. 

L'it.  minchiate  'carte  del  giuoco  dei  tarocchi',  equivale  a  un 
lat.  *miniculatae  'miniate'.  Si  dissero  miniculatores  i- mi- 
niatori di  manoscritti;  onde  il  nome  posto  ai  miniatori  di  carte 
da  giuoco  (v.  Ducange,  Forcellini,  s.  v.,  e  I.  G.  I.  Breitkops, 
Versuch  iìber  den  ursprung  der  spielkarten,  II  27  150).  L'eti- 
mologia ben  sicura  di  questo  vocabolo  conferma  che  le  prime 
cirte  da  giuoco  usate  in   Italia  erano  dipinte  a  mano. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  291 

18. —  can.  piem.  morfell  vermell. 

Il  fr.  gourme  e  il  pr.  vonna  'cimurro'  furono  considerati 
come  forme  metatetiche  del  fr.  tnoroe,  pr.  7noroo,  derivanti 
da  un  tema  feminino  di  morbus  (Behrens,  Metath.  78;  cfr. 
Ardi.  VII  536-7).  Forme  corrispondenti,  tanto  per  l'una  quanto 
per  l'altra  figura,  occorrono  anche  nei  dialetti  pedemontani: 
can.  piem.  morfell,  can.  vermell,  vs.  grùmell,  br.  r'àinell,  'moc-. 
ciò'.  Il  can.  vermell  ha  forse  potuto  subire  la  contaminazione 
di  vermis,  ma  questa  non  si  dimostra  nel  ys.  gràmell,  né  nel 
BR.  rùmell,  che  starà  per  grumell  o  vriìmell.  Si  comparino: 
alp.  quey.  ling.  groumel,  delf.  gromnet,  'morve'. 

19.  —  it.  jidihl. 

In  Toscana  si  dissero  nàìhi  le  piccole  imagini  disegnate  o  di- 
pinte su  carte  e  destinate  a  divertimento  dei  ragazzi,  poi  le 
figure  del  giuoco  dei  tarocchi  ^  Il  vocabolo  occorre  la  prima 
volta,  per  quanto  si  sa,  nella  cronica  del  Morelli  del  1393,  con 
altri  nomi  di  giuochi  di  fanciulli  -.  Ma  si  ridusse  ben  tosto  a 
significare  esclusivamente  le  carte  da  giuoco  ^.  Col  quale  signi- 
ficato, e  nella  forma  di  ndipe^,  ritorna  in  Portogallo  e  Spagna, 
dove  è  tuttora  parola  vivente.  E  probabile  che  la  trasmissione 
se  ne  sia  fatta  dall'  Italia  alla  penisola  iberica,  e  non  da  questa 
a  quella;  però  gli  argomenti  in  favore  di  questa  ipotesi  non  com- 
portano una  certezza  assoluta.  Uno  degli  argomenti  sta  nella 
presunta  origine  italiana  del  giuoco  dei  tarocchi;  origine  vero- 
simile, ma  non  ancora  posta  fuor  d'ogni  contestazione  (v.  Merlin, 
op.  e).  Un  altro  argomento  sarebbe- fornito  dalla  fonia  del  vo- 
cabolo; poiché  se  dalla  penisola  iberica  egli  fosse  passato  diret- 
tamente in  Toscana,  vi  avrebbe  verosimilmente  conservato  la  la- 
biale sorda,  e  si  sarebbe  perciò  pronunziato  ndipi,  non  nàibi. 


*  R.  Merlin,  Origine  des  carles  àjouer;  Parigi   1869. 

*  «Fa  dei  giuochi  che  usano  i  fanciulli,  agli  agliossi,  alla  trottola,  a' ferri, 
a'  naibi,  a  codorone  o  simili.  »  Cron.  Morel.  270. 

*  Nel  noto  verso  del  More/ante,  vii,  62:  Tu  se' qui  re  di  naibi  o  di 
scacchi.  E  in  un  più  antico  documento,  citato  da  A.  M.  Salvini  (Annot. 
Finr.  393):  Il  nostro  fratello  non  f/iHi  drcH  e  non  tocchi  naibi. 


292  Nigni, 

Al  che  veramente  è  facile  obbjettare  che  il  vocabolo  potè  giun- 
gere in  Toscana  passando  prima  per  altre  parti  d'Italia,  dove 
avrebbe  patito  la  digradazione  della  sorda  in  sonora.  Nelle  fonti 
italiane,  a  cui  si  è  attinto,  non  si  trova  il  singolare,  ma  solo  il 
plurale,  e  quindi  non  si  può  distinguere  la  terminazione  del 
tema.  Nei  testi  latini  riferiti  da  Ducange  e  da  Carpentier,  si  al- 
ternano nel  plurale  i  due  temi,  in  o  e  in  e:  naiborum... 
naibes.  Le  forme  iberiche  hanno  la  desinenza  in  e.  Nel  Dizio- 
nario del  Diez  la  voce  italiana  si  continua  a  stan^jìare  coli' ac- 
cento sul  primo  i',  e  naibi  è  pure  in  qualche  edizione  della 
Crusca  e  nel  Fanfani;  ma  nel  Tramater  e  nel  Petrocchi:  nàibi. 
La  voce  italiana  è  morta;  che  però  si  trattasse  di  un  proparos- 
sitono,  risulta  pressoché  sicuramente  dal  verso  del  Mor gante 
citato  qui  sopra  in  nota. 

Ma  qual  che  ne  fosse  il  preciso  tema,  questa  parola  non  è  di 
Gi'igine  italiana  o  ispano-portoghese,  ne  trova  alcuna  parentela 
nei  glossarj  dell'una  o  dell'altra  penisola.  Il  calabrese  ìiipJK 
'infante',  che  del  resto  procederà  dalle  colonie  romaiche  in 
Italia,  gr.  mod.  vì'itiìov^  pgr.  vvmog,  non  si  può  a  ogni  modo 
connettere  foneticamente  con  ndibi. 

Conviene  dunque  cercare  altrove;  e  si  presenta  sùbito  all'e- 
same la  serie  delle  voci  francesi  significanti  'pigmeo,  ometto, 
bambino',  cioè:  fr.  nahot,  f.  nabote,  afr.  nambot  nimbot,  pr. 
nabó,  lion.  namboi,  delf.  gnabó,  norm.  napin.  Son  tutte  voci  di- 
minutive, che  presuppongono  un  tema  semplice  7iab  o  nabe;  e 
la  forma  normanna  vorrebbe  un  tema  colla  labiale  sorda,  pari 
a  quello  che  sta  a  base  della  voce  ispano-portoghese.  Ora,  salva 
la  ragione  dell' z  interno,  nulla  s'oppone  ad  ammettere  che  la 
voce  italiana  sia  connessa  con  le  francesi  dianzi  citate,  non  solo 
nell'ordine  fonetico,  ma  anche  per  il  significato,  e  che  perciò 
nàibi  equivalga  nel  senso  originario  a  'pigmei,  ometti,  bambini'. 
Dal  quale  concetto  a  quello  di  piccole  imagini  umane,  dipinte  o 
disegnate  su  carta,  il  passo  è  agevole  assai.  Dove  è  anche  da 
ricordare,  che  i  Tedeschi  chiamano  i  fanti  delle  carte:  biiben, 
cioè  '  bambini,  ragazzi  '. 

L'origine  delle  voci  di  Francia  teste  citate,  pare  germanica: 
e    così   nabot   fu  riferito    da   Diez   e   da   Joret  all'anord.  nabbi 


Note  etimologiche  e  lessicali.  293 

'gobba  e  nano',  e  il  normanno  napia  fu  ravvicinato  da  Diez 
al  germ. /c;^«ppe  {-àat.  knabo  knappo)  'ragazzo'.  Per  l'aferesi 
del  li  di  queste  ultime  voci  dinanzi  a  n  si  può  invocare  l'esempio 
dello  stesso  anord.  nahbi  e  dello  scozz.  nab,  che  non  si  possono 
disgiungere  dall' ingl.  knap  knab  (v,  Joret,  rom.  IX  435)^.  La 
forma  delf.  gnabó,  che  pare  confermi  l'antico  gnabat  filius, 
enixus,  del  lessico  d'Isidoro^,  verrebbe  in  appoggio  all'opi- 
nione del  Diez.  Ma  resta  sempre  la  difficoltà  de\Y-ai-,  che  in 
altri  termini  vuol  dire  il  bisogno  di  partire,  per  gl'idiomi  ibe- 
rici e  per  qualche  varietà  italiana,  a  un  substrato  nabje  o 
nabjo. 

20.  —  \ì.  pati  a  p  atei;  fr.  patte. 

Patta  ecc.  per  'cencio'  è  voce  comune  a  gran  parte  dèi  dia- 
letti dell'Aita  Italia,  di  Toscana,  di  Provenza,  e  di  Francia. 
Littró  continua  a  non  distinguere  patte  'zampa'  (che  sarà  con- 
siderato qui  appresso),  da  patte  'bande  d'étoffe,  chifìbn '.  Il  fr. 
patte,  col  senso  di  'cencio  pannilino',  insieme  col  pr.  pato,  lion. 
svizz.  rom.  patta,  piem.  can.  lomb.  pata,  tose,  patte  al  pi.,  va  rav- 
vicinato, come  già  additava  il  ]Meyer-Lùbke  (ztschr.  XV  244),  al 
longobardo  *paita,  got.  paida,  'camicia,  veste'.  Tra  i  numerosi 
germogli  di  questo  tema,  basti  qui  citare  i  seguenti  :  atosc.  pat- 
tieri  'rigattiere';  piem.  patleta  (daccanto  a  patta)  'brachetta, 
toppa  dei  calzoni',  patanU  (comune  a  va.  e  al  quey.)  'nudo, 
straccione',  paté  (comune  al  lomb.)  'cenciajuolo',  patin  patjun 
'pezzo  di  tela,  scampolo  di  stoffii ',  stimssepate  grido  dei  cen- 
ciajuoli  ambulanti  'stracci  e  cenci',  vb.  patuja,  crem.  pataja, 
'camicia',  mil.  in  pattaja,  can.  an  patojun,  'in  camicia',  patuj 


^  I  quattro  fanti  nel  giuoco  delle  carte  sono  in  inglese  detti  hiiaves.  Ora, 
che  gl'Inglesi  abbiano  adottato  per  le  carte  da  giuoco,  almeno  in  parte, 
l'antica  nomenclatura  italiana,  è  provato  dalla  comparazione  di  altre  voci, 
come  spade  club  trump,  colle  corrispondenti  italiane  spada  bastone  trionfo. 

*  «.gnabat  natus,  generatus,  fìlhis,  creatus  vel  enixus,  lingua  gallica»; 
S.  Isid.  gloss.  798.  La  glossa  è  letta,  secomlo  qualche  codice,  gnatiis,  da 
Holder  e  da  altri  (Holdor,  Altcclt.  sprachsch.,  s.  v.  gnatos;  Diefenbach. , 
Or.  eur.  s.  v.  gnabat).  Ma  allora,  come  si  spiega  il  commento:  lingua 
•gallica? 


294  ^'igi-a, 

'cencio',  trent.  patoel  'l)raghiera',  albv.  palei  patiti  'cencio', 
Woxi.paidiro^  srizz.  rom.  pailai,  'cenciajuolo';  bl.  pataria  'lociis 
ubi  pannus  texitur  vel  venditur'  (Carpent.  Suppl.)  ^ 

Quanto  al  diverso  fi',  patte,  sp.  pg.  paia,  'zampa',  è  da  notare 
che  il  Meyer-Lùbke  (I  49)  attribuisce  allo  sp.  pala  e  ai  fi\  pa- 
iaud  patin  un'origine  puramente  romanza  ed  onomatopeica.  Ma 
parrà  forse  più  probabile,  che  ptaiie  paia  si  ragguagli  per  metatesi 
al  ted.  tappe  'zampa'.  Le  forme  parallele  inglesi  tap  e  pai,  che 
significano  entrambe  'colpo  leggiero',  e  il  pr.  tapi  =  patin,  tapi 
'piétiner'  (Mistral  s.  v.;  Behrens  o.  e.  84),  verrebbero  a  conferma 
di  questa  ipotesi;  cfr,  ancora:  ])iem.  patin  allato  a  tapin  'pat- 
tino', oltre  il  mil.  tappasd,  piem.  tapine,  'zampettare'.  E  insieme 
sieno  mentovate,  come  voci  affini,  le  seguenti:  piem.  cìxtì.  pata 
'arpione';  it.  patta,  monf.  pata,  piem.  can.  mowi.  patela,  'colpo 
dato  colla  mano  aperta',  it.  pattane  'colpo  di  chi  cade'  e  anche 
'percossa  colla  mano',  monf.  patan  'scappellotto',  ^v.patd,  piem. 
patte  patoké,  'picchiare,  percuotere';  avvertendo  come  concor- 
dino, rispetto  al  significato,  le  voci  ted.  tappen  'percuotere  col 
piede',  tapps  'scapezzone',  tapp  'pugno,  zampa,  zampata'. 

Rimarrà  dubbio  se  il  piem.  Cditx.  supaté  supatar  'scuotere' 
appartenga  a  questo  tema  o  al  precedente. 

21. —  it.  pirone,  birillo,  perla  ecc.;  fr.  piron  ecc. 

Sono  qui  considerati  l'it.  pirone  'caviglia',  fr.  piron  'cardine', 
sic.  piruni  'zipolo',  it.  pirolo  piuolo,  boi.  crem.  ferr.  pirol, 
bresc.  pirol,  regg.  (em.)  prol,  parm.  pròl,  piac.  pi)'o,  nap.  pi- 
rolo, 'bischero,  cavicchio',  can.  pjulott  'zipolo',  iì.  prillo  (donde 
prillare  ^ gìvsive'),  lomb.  trent.  pirlo  'birillo,  trottola';  e  con 
/;  iniziale  per  p:  piem.  can.  mod.  boi.  birun,  can.  bresc.  hiròl, 
lomb.  biro,  'bischero,  cavicchio',  it.  birillo,  march,  birlo,  can.  be- 
rjola,  YB.  birola  barjola,  'trottola';  sp.  birla  'birillo,  batacchio'. 

La  derivazione  dell' it.  piuolo  da  epigrus  o  epiurus,  pro- 
posta da  Caix  (St.  454),  fu  vittoriosamente  confutata  dal  Flechia 
(Arch.  II  316).  Dovrà  pure  abbandonarsi  quella  imaginata  dallo 
Schneller  (p.  100),  e  accettata  dallo  stesso  Caix  (St.  463),  del 


*  Diverso,  per  la  vocale  radicale  e  il  genere,  l'  alsaz.  pet  '  chiffon  '. 


Note  etiraologiclie  e  lessicali.  295 

tpent.  pirlo  (it.  prillo,  march,  hirlo)  dal  mal.  lioii^l  'quirl',  non 
potendosi  facilmente  ammettere  l'equazione  tra  il  germ.  ///'  e  il 
romanzo  p  h. 

Il  Flechia.  nel  luogo  precitato^  colpito  dal  fatto  che  il  hresc. 
pira  e  il  ven.  Vàà.  piron  significano  'forchetta'  come  il  neogreco 
7ieiQovviox\  derivò  non  solo  queste  voci,  ma  anche  quelle  che  si- 
gnificano 'cavicchio,  zaffo',  dall' ant.  greco  tvsìqsiv  'forare',  con 
cui  vanno  pure  i  neogr.  neÌQog  'succhiello'  e  neioiov  'vite'.  Ma 
se  l'origine  greca  si  può  ammettere,  come  già  osservò  il  Caix, 
l)er  piron  'forchetta',  poiché  lo  strumento  potè  venirci,  col  suo 
nome,  per  mare,  prima  nelle  regioni  venete  e  poi  nelle  adjacenti, 
essa  non  è  ammessibile  per  le  voci  che  significano  'cavicchio, 
tappo,  birillo,  trottola,  bataccliio  ',  le  quali  sono  ben  più  antiche 
della  forchetta.  E  lasciato  pur  da  banda  l'argomento  cronolo- 
gico, più  ancora  importa  notare,  che  il  fondamento  comune  a 
tutti  questi  ultimi  significati  non  è  già  quello  di  '  punta  '  o  di 
'foramento',  ma  bensì  quello  della  forma  conica  più  o  meno  al- 
lungata, la  quale  è  specialmente  manifesta  nel  pirlo,  nel  batac- 
chio, e  anche  nel  tappo,  quasi  un  cono  tronco. 

Ora  la  forma  conica  è  presentata  dal  lat.  pìru  'pera',  che 
appunto  sta  a  base  delle  citate  voci  romanze,  a  cui  si  possono 
aggiungere  Tit.  j)erZa,  e,  come  si  vedrà,  il  can.  berla''-.  Questa 
etimologia,  intravista  dallo  Schneller  per  pirlo  hirlo  (p.  164), 
non  isfuggi  a  Carolina  Michaélis  di  Vasconcellos,  che  l'affermò 
per  lo  sp.  hirla  'birillo,  batacchio'.  Essa  è  applicabile  a  tutte 
le  voci  citate  in  principio  di  questo  articolo. 

Al  tema  *pirula,  da  piru,  si  dovranno  pure  riferire:  piem. 
can.  berla,  cn.  bérla,  vs.  hrilà,  monf.  brela,  va.  bròla,  'cacherello 
di  pecora,  capra,  lepre,  coniglio  e  simili'.  La  ragione  per  cui  fu 
dato  questo  nome  al  'cacherello'  è  la  stessa  che  valse  il  suo  nome 
alla  'perla',  cioè  la  forma  di  piccola  pera.  Per  1'/'  piem.  in 
posizione  romanza  da  i  breve  si  comparino:  kjèll  'quello',  vérd 
'verde',  ecc.  Sono  poi  voci  derivate  o  connesse  con  berla:  piem. 


*  Qui  probabilmente  anche  Vìt.  piroletia  'rapido  movimento  in  giro  fatto 
colla  persona',  che  sarà  un  diminutivo  del  tema  cui  riviene  vb.  birola  'trot- 
tola' (cfr.  Caix  St.  462). 


296  NigiM, 

hcrlua  '<.ivow7.o\  sherlacim  'sporco',  caii.  &(';'///*« 'escremento, 
caccola',  amb''rlifa)',  ]nem.  monf.  aniberlifé.  quey.  amherlifj'ar, 
'imbrattare';  cui  si  vorrà  anche  aggiungere  il  fr.  embeìlijìcoter 
'embarrasser',  cioè  propriamente  'erabourber',  che  Darmesteter 
(Tr.  82  )j  Littré  e  Scheler  (s.  v.  )  ritennero  come  vocabolo  foggiato 
a  capriccio. 

22. —  piem.  can.  prxin  '  scojattolo '. 

Gl'idiomi  romanzi  traggono  generalmente  la  voce  per  'scojat- 
tolo' dal  lat.  sciurus,  che  è  il  gr.  cxiovQog  (ridotto  a  scu- 
riits  ecc.,  Kòrt.  7314),  aggiungendogli  di  solito  qualche  suffisso 
diminutivo:  bl.  squiriolus  scuriolus,  tose,  scheruolo,  pr.  escii- 
rol,  h\  ecureitil,  it.  scojdUolo,  friul.  schirat  ^,  ven.  scJiiraio, 
lomb.  parm.  sghiratt,  boi.  schiratel,  grig.  sqiiilal,  arden.  ecicran 
skiroìi.  Lo  sp.  pg.  conservò  la  forma  semplice  esquilo. 

Parallele  a  squiriolus  scuriolus  si  trovano  nel  bl.,  citate 
dal  Ducange,  le  forme  esperio lus  espiriolus  asperiolus 
aspriolus,  donde  il  vali,  st'pirou.  Ma  si  trova  pure  pirolus 
collo  stesso  significato.  E  a  questo  pirolus,  o  meglio  per[i]ó- 
lus,  s'accosterà,  col  cangiamento  di  suffisso,  la  forma  piem.  can. 
prim,  quasi  Sperone. 

23. —  piem.  can.  sard.  pr.  pjola. 

Il  piem.  can.  gallur.  in\  pjgla,  xs.  pjela,  'scure',  deve  essere 
separato  dal  com.  boi.  romagn.  ecc.  piola  'pialla',  e  da  altri  temi 
aventi  a  base  planula.  Al  germ.  hapja,  aat.  heppa,  'falcetto',  ted. 
mod.  ìiippe  'roncola',  fanno  capo  il  piem.  apju,  i  pr.  dpi  àpio 
apiou  apioun  apieio,  e  l'afr.  hapietle,  come  anche  il  fr.  Iiache, 
Vìi.  accia  azza,  e  il  can,  vs.  assa,  col  significato  comune  di 
'scure'.  Il  Ducange  registra  anche  hapiola  'securis',  sopran- 
nome dato  a  Baldovino  di  Fiandra  (sec.  XII),  coli' osservazione 
che  hapiola  risponde  in  vernacolo  a  hapietie  da  ìiape  'securis'. 
Ora,  questo  hapiola,  identico  al  pr.  apiola,  che  ha  lo  stesso  signifi- 
cato, diventò,  cedendo  Va  iniziale  all'articolo, piok,  forma  comune, 
come  s'è  visto,  al  provenzale,  al  pedemontano  e  al  gallurese. 


*  [Curioso  è  il  sinon.  friul.  sgariizule,  il  cui  ija  si  combina  normalmente 
col  cja  del  ferr.  sgariol  (cfr.  Mussafia,  beitr.,  s.  schilato),  senza  che  se  ne 
veda  una  limpida  ragione  nella  base  etimologica.  —  G.  I.  A.] 


Note  etimologiche  e  lessicali.  297 

24. —  fr.  réver,  ré  ve. 

Le  seguenti  forme:  fr.  l'èoe)',  vali,  raiin,  Mornant  (Rhòne) 
ra'icó  (Puitspelu),  'sognare',  lion.  recl  raim  'demeurer  tran- 
quille, rester  coi'  (Puitspelu),  ci  faranno  risalire  a  *requare 
per  *  requia  re,  denominativo  di  *requa  per  requie.  Il  dileguo 
delTi  di  iato  in  *requa  da  requie,  trova  riscontro  nei  riflessi 
romanzi  di  quiètu  e  quietare,  diventati  di  buon  ora  *quetn 
*quetare,  if.  cheto  chetare,  can.  kiocj ,  vs.  ki'j,  pr.  quet-z,  sp. 
quedo,  fr.  coi,  lad.  quew,  senza  dire  del  requevit  ecc.  nelle 
Iscrizioni  cristiane.  Da  *requare  si  procede  poi  normalmente  al 
fr.  récer  (che  punto  non  risale  a  un  resoer),  come  da  *aqua- 
riu  a  evier,  da  aequali  all'afr.  v,wel  ecc.;  cfr.  it.  dileguare,  pr. 
deslegar,  piem.  s'iejvè,  da  *disliquare.  Il  senso  originario  di 
réver  sarebbe  'requiare,  riposar.^',  come  è  attestato  dal  lion. 
rer/  'rester  coi'.  Dal  senso  di  'riposare'  viene  naturalmente 
quello  di  'dormire',  poi  quello  di  'sognare',  e  dal  concetto  di 
'sogno'  sorge  quello  di  'divagazione  mentale',  e  genericamente 
'divagare,  vagare'. 

Il  sost.  rére  m.,  che  secondo  Littré  non  ha  storia  (cfr.  Kort. 
2845),  dovrebbe  essere  un  post-verbale.  Si  comparino,  per  quel 
clie  possano  valere,  le  forme  di  apparente  origine  liturgica,  mil. 
std  réqai  'star  queto,  posare',  e  vs.  reki  'riposo',  che  è  masco- 
lino come  réve. 

25. —  ir.  rièble. 

I.l  fr.  rièble  (svizz.  rom.  reiblla  ribla  rella)  è  la  'speronella, 
appiccamani',  galium  aparine,  aparine  hispida;  erba  appar- 
tenente ni  genere  'gaglio',  detta  in  ingl.  cleavers,  in  ted.  krebs- 
liraut,  in  francese  popolare  gi'atevon,  e  nota  per  le  reste  un- 
cinate con  cui  si  appicca  alle  mani  e  alle  vesti.  Si  pensa  volen- 
tieri a  un  derivato  dall'aat.  rihan,  ted.  mod.  reiben  'grattare', 
cos"i  che  se  ne  avrebbe  una  fedele  corrispondenza  di  graleron. 
11  -l  derivativo  potrebbe  essere  germanico;  men  probabilmente 
di  romanità  francese.  Il  dittongo  della  forma  francese  fa  qualche 
difficoltà;  Ve  si  direbbe  anorganico  {rì'ble). 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  20 


298  Nigra, 

26. —  can.  spinga,  fr.  e  p  in  gì  e,  it.  spillo  -a. 

Le  voci,  che  negl'idiomi  romanzi  significano  lo  'spillo',  cioè 
r'ago  con  capocchio',  si  possono  ripartire  in  due  categorie,  cioè: 

I.  Voci  col  nesso  -ng-  -ng'l-:  can.  spinga  ('spillo,  spilla',  spin- 
gun  'spillone'),  va.  epenga,  gin.  epingue,  gruy.  (Vaud)  épenga, 
vallese  éfinga  {f=sp),  lim.  eipingo,  e  i  dimin.  fr.  èpingle,  apr. 
espingla,  lim.  eipinglo,  Vaud  épenglia,  vb.  lece.  nap.  spingula. 

II.  Voci  senza  gutturale:  vel.  espieuno,  delf.  èpièuno,  picc. 
èpieule  èpìide  èpille,  quey.  espinoro,  lim.  esjnnlo,  it.  spillo  spilla, 
afr.  espille. 

Diez  (s.  spillo)  separa  le  voci  piccarde  èpieule  èpiule  dal  fr.  è- 
pingle  e  dall'it.  spillo,  e  le  fa  originare,  come  va  bene  di  certo, 
da  splculu.  Fa  poi  che  spilla  venga  da  spinula  e  pur  questo 
è  evidente  (cfr.  culla  da  cunula,  pialla  da  *planula,  ecc.); 
ma  anche  vuole  èpingle  dallo  stesso  tema  latino,  per  epentesi 
di  g  dopo  n,  la  quale  ipotesi  è  pur  sostenuta  da  Gròber  (all., 
V  476),  con  approvazione  di  Kòrting  (7683).  Ascoli  invece 
(Arch.  IV  171)  deduce  èpingle  da  *splcula  con  epentesi  della 
nasale.  Tralascio  l'ipotesi  di  Scheler,  che  pone  per  tema  una 
forma  diminutiva  del  ted.  spange  'fermaglio'.  Il  ragguaglio  ri- 
ferito da  Ducange  tra  il  bl.  spinga  e  sphinx  suggerì  finalmente 
a  Gastone  Paris  (rom.  IX  623)  l'ingegnosa  ipotesi  secondo  la 
quale  èpingle  sarebbe  il  riflesso  di*sphingula  dimin.  di  sphinx. 

La  questione,  in  quanto  converge  al  fr.  t^pingle,  è  dunque 
molto  controversa;  e  potrà  portarvi  qualche  luce  l'esame  delle 
forme  semplici,  sullo  stampo  del  can.  spinga,  che  furono  finora 
trascurate.  È  chiaro  che  spinga  epiyigue  e  simili  non  sono  forme 
tronche,  né  originate  da  spingula  èpingle.  E  per  contro  già  di- 
venta ben  verosimile  che  èpingle  sia  una  forma  diminutiva  di- 
pendente da  spinga  ecc.,  e  perciò  punto  non  derivi  da  spinula. 
L'epentesi  di  g  tra  n  e  l,  non  potrebbe  d'altronde  esser  giusti- 
ficata se  non  nel  caso  in  cui  il  n  fosse  stato  gutturale.  Ma  la 
nasale  di  spina  èpine  è  schiettamente  dentale;  se  perciò  fosse 
il  caso  di  un'epentesi,  questa  doveva  essere  dentale,  onde  *spin- 
dlaj  non  spingla]  e  da  *  spinella  mal  si  potrebbe  postulare,  in 
questo   campo,  uno  *spingla.   L'esempio   citato  dal   Gròber  del- 


Note  etimologiche  e  lessicali.  299 

l'afp.  signe  da  *sindine,  gr.  oivdwv^  non  è  concludente,  poiché 
qui  si  tratta  manifestamente  di  un  esito  palatale,  comunque 
s'abbia  a  fare  più  precisamente  la  storia  del  nj.  Né  si  potrebbe 
invocare  il  piem.  spiaglott  =  ^spinlott,  giacché  in  questo  esempio 
l'epentesi  della  gutturale  è  giustificata  dal  suono  gutturale  della 
nasale  precedente.  Il  dialetto  piemontese,  come  si  sa,  guttura- 
lizza  regolarmente  la  nasale  libera  tinaie,  e  l'intervocalica  della 
terminazioni  -ane  -ena  -ina  ecc.  Quindi  il  riflesso  piem.  di  spina 
è  spina,  donde  spin-loU  =  spinglott. 

L'etimologia  di  spinga  èpingue  ecc.  deve  essere  la  stessa  che 
l'Ascoli  rettamente  propose  per  èpingle.  Quindi  spinga  deriverà 
da  spTca,  come  èpingle  da  splcula.  L'epentesi  della  nasale  nel 
lomb.  minga  da  mica,  riportata  dall'Ascoli  a  sostegno  della  de- 
rivazione di  èpingle  da  splcula,  trova  un  riscontro  anche  più 
perfetto  nello  spinga  da  spi  e  a. 

Che  vi  siano  per  spingla  èpingle  spillo  ecc.  due  temi  diversi, 
cioè  dall'un  lato  splca  e  dall'altro  spina,  è  pur  confermato 
dai  due  verbi  di  egual  significato,  luce.  5Z> inorar é?  =  *spicul are, 
e  berg.  ^pwz^  =  *spinare,  'spillare'. 

27. —  it.  stivale. 

L'it.  stivale,  asp.  estibal,  pr.  estivai,  mil.  vs.  strical,  e  il  'cal- 
zare di  cuojo  che  copre  il  piede  e  la  gamba'.  Il  Ducange  deriva 
stivale  da  aestivale,  quasi:  'calzatura  di  estate';  ora  lo  'stivale' 
è  precisamente  l' opposto  della  calzatura  estiva.  Il  Diez  sta  col 
Ducange,  pur  non  trascurando  il  lat.  tibiale,  già  indicato  dal 
p.  Bertet.  Il  significato  quadrerebbe,  giacché  lo  stivale  copre  an- 
che la  tibia.  Ma  osta  la  fonetica,  postulandosi  da  *stibiale  uno 
*stiggiale',  né  sarebbe  chiara  la  prostesi  di  s.  La  forma  milanese 
e  valsoanina  (strival)  ci  porrà  per  avventura  sulla  retta  via, 
suggerendoci  che  stivale  stia  per  strivale,  cioè  sia  un  derivato  di 
'^strivo,  sp.  estriho ,  ddv.  estrieu  cslriic  estrief,  q.]}v.  estreups 
estriubs,  cat.  esireh,  'staff'a',  le  quali  voci,  secondo  Baist  (ztschr. 
Y  554)  e  Mackel  (129),  avrebbero  per  base  un  germanico  sireicpa 
'striscia'.  Il  senso  etimologico  di  stivale  =  strivale  concorderebbe 
quindi  col  significato  usuale  di  questa  parola,  e  indicherebbe  la 
'calzatura  per  la  staffai',  la  'calzatura  per  cavalcare'.  Altre  ri- 


30Q  Nigra,  Note  etimologiche  e  lessicali. 

sposte  di  codesta  base  germanica,  sarebbero  in  Italia:  berg.  strerà 
'staffa'  (Lorck  203),  sic.  sfreva  'correggia  delle  scarpe';  pieni. 
s'trivera  'staffa  della  conocchia,  attaccata  alla  spalla  della  filatrice", 
slriDCiss  ''staffile'  (fìanini.  striepe  'lanière  de  ciiir';  fr.  clrivière). 
Il  dileguo  di  r  dopo  t  e  st  non  è  insolito.  Tra  i  dialetti  pe- 
demontani occorre  frequentemente  nella  desinenza  -stra,  come 
in  oìinesta  fnesta  =  minestra  finestra  ecc.,  e  cosi  nel  tose.  Ijò- 
rato  per  baratro,  nell'afr.  mitaille  -  mitraille;  che  valgono  per 
la  formola  interna,  postonica  e  protonica.  Per  la  iniziale,  come 
sarebbe  nel  caso  presente,  si  possono  citare:  can.  laskiin  =  vs. 
Iraskun  'correggiato'  (aat.  driscil  'flagello'),  fr.  touiller,  pieni, 
(fwjré, 'rimescolare' =  *truellare,  ven.  pad.  luhiar  tihiar  'treb- 
biare' (Mussafia,  beitr.  58  n;  Meyer-Lùbke,  It.  gr.  76). 

28. —  fr.  tricoises,  vs.  trùkejs  e. 

Al  fr,  tricoises,  pg.  torqaez  'tenaglie',  risponde  il  vs.  triì- 
kejs'e.  Pensava  il  Diez  a  connettere  la  voce  francese  col  neerlan- 
dese  trek-ijzer  'fer  à  tirer';  ma  il  Littré  rigetta  quest'idea,  né 
del  resto  i  significati  la  favorivano.  Badando  giustamente  all'afr. 
turcoise ,  e  comparando  le  voci  gaeliche  turcaid  'tenaglia'  e 
turcach  'turco',  il  Littré  considera  tricoises  come  un'alterazione 
di  furcoises,  aggettivo  derivato  da  ture  (onde  s'ottiene  un  cu- 
rioso allotropo  di  turchese  tarquoise,  la  nota  pietra  preziosa). 
La  forma  di  Val  Soana  viene  in  sostegno  di  questa  opinione,  che 
ha  saldo  e  manifesto  fondamento  nel  significato  del  suffisso  ro- 
manzo -ese  =  lat.  -ense,  indicante  provenienza  da  luogo.  Lo  Sche- 
ler  all'incontro  crede  le  forme  turcoise  trucoise  mutilate  da 
*estrucoise  e  le  deriva  da  étriquer,  dando  cosi  a  un  tema  ver- 
bale un  derivatore  -ese,  e  al  suffisso  -ese  nn  senso  strumentale, 
supponendo  cioè  due  fenomeni  linguistici  affatto  anormali. 

29. —  VB.  vrim. 

Una  bella  conferma  del  tema  *venimen  come  base  del  fr. 
venin,  afr.  velin  venirn,  pr.  verin  (v.  Thomas,  rom.  XXV  88), 
si  trova  nel  vb.  vrim  'veleno'.  Il  m  di  -men  è  intatto  nei  dia- 
letti jiedemontani  :  ?w;;i  =  lumen,  ara/w  =  aeramen  ecc. 


STORIA  DELL' i  MEDLiNO, 
DELLO  j  E  DELL'  i  SEGUITI  DA  VOCALE 

NELLA  PRONUNZLA.  ITALIANA; 

frammento  d'un' opera  intorno  ai  criterj  distintivi  dei  barbarismi, 
ed  alle  arbitrarie  deturpazioni  della  lingua  italiana; 

DI 

BIANCO  BIANCHI. 


(Continua  dall'Arch.  XIII  141-260.) 


F^ubhlic azione  postuma  ^. 


§  2  (Cap.  III).  Vicende   ed  efifetti  dell'-/-  etiinolog-ico ,  e  d'ogni  altra  provenienza,  sulle 
consonanti  precedenti. 

18.  Fondamenti  storici  e  termini  della  materia.  —  Ve- 
demmo sotto  il  §  precedente  le  cause  fonetiche  e  morfologiche  le  quali 
iianno,  nello  stesso  tempo,  impedito  allo  -j~  di  alterare  la  propria  natura 
e  quella  della  consonante  precedente.  Vedemmo  ancora  come  l' i  me- 
diano, 0  tale  almeno  neiroriy:ine  sua,  si  mantenga  ed  assorba  la  vocale 
seguente,  oppur  le  ceda,  passando  nella  continua  palatina  J,  secondo  la 
quantità  o  la  qualità  della  vocal  flessionale,  che  immediatamente  gli 
segue.  Ora  resta  a  vedersi  come  questo  i  si  comporti,  verso  le  con- 
sonanti precedenti,  nelle  sue  dette  ligure  {i  ed j),  e  più  specialmente, 
ed  anzi  quasi  in  tutto,  nella  seconda.  Le  varie  consonanti  che  pre- 
cedono immediatamente,  trovandosi,  secondo  gli  accidenti  della  fles- 
sione, accostate  all' 2  ora  come  vocale,  ora  qual  consonante,  occorre 
prima  dare  uno  sguardo  ai  cambiamenti  delle  consonanti  mediane, 
che  si  trovano,  tra  vocali  in  generale,  ed  in  ispecie  ove  la  seconda 
sia  /,  per  passare  ai  casi  in  cui  questa  è  o  si  fa  /,  e  sapere  a  quali 


*  V.  Supplem.  all'Arch.  glott.  it.,  IV  51-2. 

• 


302  Bianclii, 

di  queste  condizioni,  od  altra  causa  che  vi  sia,  debbansi  attribuire  i 
cambiamenti.  Vedemmo,  per  cagion  d'esempio,  che  in  Syrl  Syrju, 
armari  armarjo  la  r  trovossi  ora  tra  vocali,  ora  tra  vocale  edj, 
ed  altresì  che  la  sua  mutazione  in  l  nella  prima  delle  due  voci,  ed  in  d 
nella  seconda,  non  fu  cagionata  né  daWj  né  dalle  vocali  accostanti 
(Arch.  XIII  192-3);  ma  non  abbiamo  ancora  esaminato  a  quale,  dei 
suoni  accostanti  o  vicini,  debbasi  attribuire  la  mutazione  del  e  di 
*flgci  *flgcja  (floces)  nel  ^  di  fiogia,  o  del  p  di  Sapi-s,  dat. 
abl.  "^-jo,  nel  v  di  Savjo  (ib.  195),  né  tanto  meno,  mentre  in  questi 
due  casi  abbiamo  lo  indebolimento  di  tenui  in  sonore,  siamo  penetrati 
nel  fatto  opposto  del  rafforzamento  o  raddoppiamento  delle  medesime 
negli  esempj  di  /rtcc/«  =  fa  e j  a  t ,  sappia'=  ssì^jslì  e  loro  analoghi;  e 
meno  ancora  ci  siamo  resi  conto  dei  fatti  assai  diversi  dai  precedenti, 
e  tra  loro,  che  ci  pr;sentano  mediu  e  modiu  nei  loro  cambiamenti 
in  mezzo  e  moggio,  e  cosi  di  altri  di  questo  genere  o  d'altro  affine. 
Anche  per  discendere  all'esame  di  tali  fatti  occorre  incominciare  a 
trattare  del  mantenimento  o  mutazione  delle  consonanti  tra  vocali  ; 
poiché  se,  per  es.,  il  t  di  pretium  si  fusse  mutato  tra  queste,  cioè 
nella  figura  di  Spreti,  in  ci,  diverso  pure  sarebbe  stato  il  suo  esito 
ulteriore  nel  suo  incontro  con  lo  j  (in  *prédjo  per  pretio),  da 
quello  che  si  ode  nell'ital.  prezzo,  e  la  sua  seconda  forma  pregio y 
paragonata  a  quella  che  presenta  savjo,  che  anch'essa  ha  in  saggio 
una  seconda  figura,  potrebbe  a  qualcuno  far  sospettare,  che  nell'uno 
0  nell'altro  incontro,  qualche  cosa  di  simile  avvenisse. 

Da  quello  che  qui  è  premesso  è  facile  rilevare,  che  la  nostra  trat- 
tazione è  ristretta  alle  consonanti  semplici  originarie,  poste  tra  vo- 
cali, che  solo  incidentalmente  può  toccare  qualche  suono  iniziale,  e 
che  lascia  in  disparte  le  consonanti  composte  o  complesse  a  cui,  prima 
0  poi,  non  s'innesti  un,/;  ma  che  non  si  può  convenientemente  trat- 
tare dell'incontro  di  quest'ultimo  con  le  medesime  nei  gruppi:  cj  gj 
{hj]ì  iJ  4j  Vi  PJ  ^J  fJì  V  W  Wì  anche  preceduti  da  altre  consonanti, 
sènza  darsi  un  pensiero  degli  esiti  dei  gruppi  congeneri:  ci  gì  (7i/), 
cr  gr  {hr);  ti  di,  tr  dr;  pi  bl  fi,  pr  br  fr,  o  di  qualche  altro  che  po- 
tremo inciampare.  Tuttavia  questa  seconda  sorie  sarà  più  sbrigativa, 
rimettendoci  alle  cose  già  note,  e  servirà  più  che  altro  qual  termine 
di  confronto.  Nel  trattare  delle  mutazioni  di  questi,  e  dei  suoni  in 
generale,  noi  ci  manteniamo  fedeli  al  principio  della  normalità  asso- 
luta, non  ammettendo  cioè,  che  dato,  presso  un  popolo,  il  cambia- 
mento d'  un  suono  in  certe  congiunture,  esso  possa  sottrarsi  a  tale 
vicenda  nell'una  e  nell'altra  voce  che  corrono  per  le  medesime  boc- 


Storia  dell"-/-  ecc.  —  Ca[).  Ili,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       303 

che,  e  riconosciamo  coi  migliori  maestri  (v.  Ascoli,  Ardi.  X  21  23) 
che  le  eccezioni  alle  regole  sono  appar(?nti,  figurazioni  della  nostra 
mente  e  non  realtà  obiettive  ;  e  facciamo  ogni  sforzo  per  ischiarire 
la  consistenza  di  tali  eccezioni,  per  trovarne  gli  elem-enti  e  le  cause 
e  per  coordinarle  alle  loro  particolari  specie  o  sottospecie.  Per  te- 
nerci fedeli  a  questa  massima,  dobbiamo  e  vogliamo  sapere  che  le 
condizioni  di  un  suono,  di  cui  ammettiamo  il  mantenimento  o  la  muta- 
zione, siano  realmente  identiche  dall'una  all'altra  voce,  che  il  mante- 
nimento e  la  mutazione  non  siano  impediti  o  stornati  da  suoni  vicini, 
diversi  dall'una  all'altra  parola,  compresa  la  posizion  dell'accento, 
che  non  siano  impediti  o  stornati  dall'azione  analogica  di  altre  parole; 
che  insomma  le  condizioni  intrinseche  ed  estrinseche,  quanto  alla  loro 
efficacia  sopra  quel  suono,  siano  realmente  pari.  Ciò  si  sa  ed  anclie 
si  osserva  dagli  uomini  della  scienza,  tranne  i  casi  di  sviste  e  d'al- 
lucinazioni, a  cui  può  andar  soggetta  una  mente  sia  pur  sobria  ed 
acuta;  ma  quando  con  troppa  fretta  si  dice,  per  mo' d'esempio,  che 
l'italiano  conserva  o  muta  in  certo  modo  il  tal  suono,  che  quindi  la 
tal  parola,  od  un  suo  elemento,  è  o  non  è  d'origine  italiana,  si  sa, 
ma  nella  pratica  si  dimentica  non  di  rado,  che  la  succitata  regola 
ammette  come  condizione  che  il  popolo,  il  quale  parla  quella  data 
lingua,  sia  veramente  uno,  e  che  ciò  vada  inteso  tanto  nello  spazio 
quanto  nel  tempo.  Difatti,  per  certi  caratteri  generali,  anche  un'in- 
tiera nazione  può  costituire  un  popolo,  nel  senso  linguistico  di  que- 
sta dizione;  ma  per  altri  più  speciali,  un  popolo  è  quello  d'una 
sola  regione,  ed  un  suono,  che  siasi  mantenuto  nell'una,  può  essersi 
mutato  nell'altra;  e  cosi  per  caratteri  più  particolari  un  popolo  si 
restringe  ad  una  sola  parte,  spesso  piccola,  di  una  regione.  Del  pari, 
a  rigore,  non  può  dirsi  un  popolo  quello  che  si  succede,  nel  me- 
desimo luogo,  da  una  generazione  ad  un'altra,  od  almeno  da  un  se- 
colo all'altro;  e  non  è  contraddizione  che  un  suono,  entro  lo  stesso 
dialetto,  presenti  esiti  varj  o  differenti,  sorti  in  tempi  diversi.  A  tutto 
rigore  non  è  un  popolo  quello  che  risulta  dalla  frapposizione  e  fram- 
mistione  di  due  o  più  genti  diverse ,  e  può  darsi  il  caso  che  la  fo- 
netica d'una  lingua  riesca,  perciò,  in  qualche  punto  contraddittoria. 
Guai  alla  fonetica  ed  alla  compagine  d'una  lingua,  quando  la  frap- 
posizione e  la  frammistione  avviene  tra  genti  di  lingua  o  di  dialetto 
affine!  Talora,  entro  certi  limiti,  cioè  (juando  non  sia  il  caso  di  al- 
terazione profonda,  o  che  si  ricliieda  un  lungo  svolgimento,  avviene 
che  una  sola  parte  d'un  popolo,  per  quanto  si  voglia  ristretto,  ma 
intiero  nelle  sue  varie  classi,  arti  ed  industrie,  si  disponga  a  cambiare, 


304  Bianchi, 

e  cambj  di  fatto  un  suoao  od  una  forma  grammaticale,  e  dia  tutto 
il  rimanente  di  quel  popolo,  per  abito  o  per  istinto  logico  od  analo- 
gico ne  ripugni.  In  questo  caso  la  novità  fonetica  o  morfologica  viene 
ad  estinguersi,  e  l'antico  riacquista  l'esclusivo  dominio;  ma  frattanto 
qualche  cronista,  o  notajo,  o  pizzicagnolo,  tinto  di  quella  nuova  pece, 
ne  ha  imbrattato  qualche  cartaccia  che  la  fortuna  riserba  agli  eru- 
diti futuri.  Allora  alcuni  di  questi,  trovando  strano  che  una  lingua 
si  mostri,  per  certi  caratteri,  più  conforme  o  più  vicina  alle  origini 
in  tempi  posteriori  che  in  età  più  antica,  armatisi  di  quei  preziosi 
cimelj,  che  adoperati  male  ritornan  cartaccia,  si  fanno  pronti  a  sen- 
tenziare che  il  vero  stato  dell'antico  dialetto  era  quello  rappresen- 
tato da  quei  documenti,  e  che  la  lingua  dei  veri  scrittori,  contem- 
poranea 0  sortane  dipoi ,  è  una  fattura  academica  o  un  raffazzona- 
mento letterario.  Questo  è  un  caso  assai  frequente  nell'italiano,  e 
siamo  per  mostrarne  più  esempj ,  come  daremo  qualche  esempio  di 
alterazioni  più  o  meno  recenti  attribuite  all'antico.  Ma  contempora- 
neamente ,  per  esser  fedeli  al  principio ,  e  per  applicarlo  bene  nelle 
condizioni  che  incliiude,  bisogna  spiegar  bene  quel  che  intendiamo  per 
lingua  italiana,  e  di  quali  elementi  sia  composta. 

Abbracciando  da  primo  il  campo  più  largo,  per  restringersi  presto 
nei  confini  il  più  che  si  possa  ristretti,  lingua  italiana  è  quella  che 
si  formò,  in  Italia,  dal  latino  volgare  dopo  la  invasione  dei  Longo- 
bardi (568),  e  si  compiè  col  definitivo  assorbimento  di  questi  nelle 
stirpi  anteriori.  Al  loro  arrivo  il  volgar  latino  tra  noi  era  in  gran 
parte,  ma  non  in  tutto,  conforme  al  volgare  che  sta  a  base  di  tutte  le 
lingue  romaniche,  ed  aveva  già  assunto  alcuni  caratteri  suoi  proprj, 
che  ne  facevano  un  dialetto  latino,  durato  per  un  lunghissimo  tratto 
de'  cinquecento  anni  che  precedono  il  mille.  Questo  dialetto  serbò  a 
lungo  una  buona  parte  della  flessione  nominale  e  verbale  del  latino, 
via  via  più  alterata,  ma  ancora  sentita,  e  mantenne  più  a  lungo  che 
le  altre  lingue  sorelle  il  sentimento  della  quantità  vocalica;  onde 
assai  tardi  fissò  ({uei  tanti  caratteri  che  fanno  annoverar  l'italiano 
tra  le  lingue  analitiche.  Più  che  le  forme  grammaticali,  la  metà  circa 
delle  proprietà  fonetiche  dell'italiano  doveva  essersi  già  fissata  al- 
l'arrivo dei  Longobardi.  La  suppellettile  lessicale  di  quel  dialetto, 
ognun  sa  che  era  composta  in  massima  parte  di  latino  proprio,  di 
alcune  voci  appartenute  a  lingue  ad  esso  soggiaciute,  di  voci  greche 
introdotte  dalla  coltura,  e  più  dalla  medicina,  dalla  Chiesa  e  dal  com- 
mercio, e  di  voci  teutoniche.  Quest'  ultimo  elemento ,  non  tanto  nu- 
meroso quanto  più  tardi,  c'era  digià  prima  dei  Longobardi,  introdotto 


Storia  delT-i-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       305 

neiriiso  castrense,  come  ebbe  giustamente  ad  osservare  il  nostro  Di- 
rettore, dai  Teutoni  ammessi  nelle  legioni,  ed  io  aggiungerei,  anche 
dalla  pacifica,  e  più  o  meno  spicciola,  immigrazione  di  quelle  genti, 
promossa  dalle  medesime  cause  che  spinsero  le  invasioni.  Nonostante 
il  rinforzo  apportatovi,  per  oltre  mezzo  secolo,  dalla  dominazione  go- 
tica, non  apparisce,  e  nemmeno  é  presumibile,  che  questo  elemento 
introducesse  nuovi  suoni  o  in  qualche  cosa  modificasse  la  fonetica 
del  volgare  d'Italia.  L'elemento  teutonico  deve  attribuirsi,  per  la 
maggior  parte,  alla  dominazione  longobarda,  politicamente  slegata  e 
mal  ferma,  ma  etnograficamente  più  salda  e  più  duratura  delle  pre- 
cedenti. I  Longobardi,  anclie  dopo  la  loro  caduta  politica,  rimasero, 
pur  considerandosi  come  italiani,  quale  classe  distinta  della  popola- 
zione, ed  apparisce  da  indizj  che  per  un  altro  secolo,  od  un  secolo  e 
mezzo,  seguitassero  in  buona  parte  a  parlare  tra  loro  un  dialetto 
teutonico,  e  col  volgo  quel  volgare  che  poi  dovea  divenir  l'italiano. 
Nel  successivo  prevalere  dell'elemento  indigeno,  con  la  lenta  estin- 
zione di  quello  straniero,  il  vero  italiano  è  quello  che  risultò  dal 
contemperamento  delle  due  lingue.  Dagli  eftetti  che  ne  sorsero,  ap- 
jjarisce  più  un'adattazione  clie  una  lotta  tra  inconciliabili  elementi. 
Ma  l'adattamento,  se  esclude  la  contraddizione,  non  esclude  una 
certa  confusione;  la  quale  si  manifesta  bensì,  in  alcuni  casi,  nella 
parte  lessicale,  ma  non  nella  fonetica  e  nella  morfologia  della  lingua. 
Difatti  l'etimologista  può  talora  rimanere  incerto,  se  l'una  o  l'altra 
voce  sia  d'origine  italica  o  germanica,  e  più  ancora  quando  il  cel- 
tico viene  a  concorso,  specialmente  per  certe  lingue  e  dialetti;  ma 
il  grammatico  può  andar  diritto  col  suo  'solito  latino'  senza  incon- 
trare simili  inciampi,  e  profittando  anzi  dell'elemento  straniero.  Cer- 
tamente nocque,  alla  compattezza  del  vocabolario  italiano,  l'ammis- 
sione d'un  numero  troppo  forte  di  voci  teutoniche,  sciolte  dalle  leggi 
di  derivazione  e  di  composizione  della  lingua  indigena,  ed  alle  quali 
avrebbe  da  sé  supplito  il  genio  di  essa  con  la  elaborazione  del  pro- 
prio fondo;  ma  il  genio  stesso  rimediò  in  gran  parte  al  male,  con  la 
successiva  estinzione  di  molte  voci  mancanti  più  o  meno  d'appoggio 
analogico,  e  con  l'adozione  di  quelle  più  semplici,  che  per  la  forma 
e  per  il  significato  loro,  furon  capaci  di  fare  da  radicali  in  nume- 
rose formazioni.  —  Nel  processo  d'adattamento  tra  il  longobardico 
ed  il  volgare,  il  primo  non  introdusse  verun  suono  di  nuovo,  ma  sa- 
rebbe un  errore  il  credere  che  ncn  avesse  una  parte  nella  costitu- 
zione fonetica  della  nuova  lingua,  non  telo  entro,  ma  anche  fuora 
della  materia  che   esso  arrecava.  Tra   i  fatti  che  qui  occorreranno, 


306  Bianchi, 

vedremo  che  la  /  mediana,  mancante  al  latino  proprio  e  solo  rimasta 
in  alcune  voci  trasmesse  da  dialetti  italici  estinti  (v,  Ascoli,  Ardi.  X), 
non  solo  si  rese  più  frequente  per  l'adozione  di  parecchie  voci  lon- 
gobardiche, ma  l'u  anche  rafforzata  in  una  parte  di  quelle  indigene 
ad  imitazion  delle  nuove.  Il  suono  io  di  guaklo  =  io alci  'bosco',  fre- 
quente come  nome  locale,  c'era  digià  in  uguale,  pingue,  sangue, 
languire,  ma  si  rese  più  frequente  nell' accozzarsi  delle  due  lingue, 
applicandosi  anche  a  voci  latine  come  guado,  guastare,  da  vadum, 
vasta  re.  L'accoppiamento  di  questo  ic,  sentito  principalmente  come 
gutturale,  con  la  sonora  dell'organo  corrispondente  {§),  fu  opera  del- 
l'elemento indigeno,  ma  questa  fu  bensì  provocata  da  quello  stra- 
niero, che  recava  una  semivocale  nuova  in  quanto  era  distaccata  da 
consonanti;  sicché  può  dirsi  che  il  gruppo  o  suono  composto  gxc -gu- 
nacque  dalla  cooperazione  delle  due  stirpi.  Ed  a  questo  proposito 
giova  recare  un  esempio  degli  esiti  fonetici  contraddittorj  che  possono 
risultare  dall'accozzarsi  e  frapporsi  di  due  genti  diverse,  quando  non 
è  un  solo  ma  sono  due  i  fattori  dello  svolgimento  d'una  lingua:  per- 
ciocché, se  per  effetto  del  teuton.  xcat,  il  lat.  vadum  divenne  guado 
senz'altro  come  voce  comune,  a  questa  vicenda  si  sottrassero  i  nnl!. 
Vado,  Veccia,  Vaggio  (*vadjo),  Varlungo  (vadum  longum),  ma 
non  così,  all'incontro,  Guarlone  {*vaclulone),  il  quale  dovremo  dire 
applicato  al  luogo  posteriormente,  quando  omai  la  voce  comune  avea. 
guado  per  unica  forma.  Del  fatto,  che  talora  la  forma  più  originale 
e  più  antica  torna  a  dominare  in  secoli  posteriori,  e  che  non  sempre 
gli  antichi  documenti  presentano  la  figura  più  antica,  ne  fa  testimo- 
nianza il  ni.  Monte-varchi  (v.  X  315,  n.'^  47),  che  in  carte  dell'XI  sec. 
è  scritto  Monte  Guarchi  (v.  il  Repetti  all'art.  'Moncioni'),  dov'è 
varco  (dal  lat.  varie  are)  dai  Longobardi  pronunziato  loarco,  poi 
guarco  da  loro  e  dagli  indigeni,  i  quali  ultimi,  nondimeno,  manten- 
nero di  preferenza  varco.  In  qualche  nome  la  pronunzia  longobardica 
di  voce  latina  giunse  a  prevalere,  come  in  Bcdconevisi^  Valle  Cu- 
neghisi  (X  306,  n°  3),  dove  il  b-,  che  non  può  nascere  dal  v  lat.  seguito 
da  a,  annunzia  il  suo  passaggio  tramezzo  a.gu-'=w  di  tocdle ,  che  è 
nei  monumenti^;  ed  in  qualche  altro  nome,  quale  Vcdfonda  e  Guai- 
fonda,  contrada  di  Firenze,  la  doppia  pronunzia  dura  sino  ai  tempi 
nostri.  Le  ragioni  della  prevalenza  dell'una  o  dell'altra  si  potrebbero 


*  Ma  si  avverta,  come  accenneremo,  che  nemmeno  Guai-  si  sarebbe  mu- 
tato in  Bai-  senza  T influsso  di  balcone,  tanto  naturale   in  questo  caso. 


Storia  dell' -i-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons  preced.       307 

assegnare  caso  per  caso;  ma  qui  ci  conviene  piuttosto  avvisare, 
sulle  generali,  che  la  tendenza  indigena  a  porre  un  freno  ai  cambia- 
menti di  gutturali  in  palatine,  ed  a  ricostituire  le  prime  ove  l'analo- 
gia ne  porgesse  il  destro,  e  la  ripugnanza  a  ridurre  in  sonore  le 
esplosive  tenui,  se  certamente  non  furon  promosse  dai  Longobardi, 
furono  facilitate  od  almeno  non  contrastate.  Nella  morfologia  della 
lingua  nostra,  direttamente  essi  non  introdussero  verun  principio  di 
corruzione;  che  anzi,  nella  flession  nominale,  si  provarono  a  dare  un 
impulso  progressivo  alla  3.*  deci.,  imprimendo  nuovo  vigore  alla  classe 
de'  nomi  in  -o  -onis,  come  aldio  -onis,  Baro  -onìs,  Hugo  -onis,  simili 
a  Cato  -onis.  Cicero  -onis,  ed  allargandola  anche  ad  -a  -anis,  come 
aldia  -anis,  barba  -anis,  filia  -anis,  e  ad  -i  -inis ,  come  in  Guntari 
-urini,  Landari  -arini  ,  v.  X  410).  Quanto  poi  al  danno  indiretto  che 
potette  risentire  la  lingua  dalla  estinzione  della  classe  colta,  avve- 
nuta per  causa  della  invasione  straniera,  non  occorre  far  parola  in 
questa  occasione. 

Fin  qui,  come  dominio  originale  della  nostra  lingua,  abbiamo  sup- 
posta una  base  geografica  molto  larga,  e  ciò  era  ben  giusto  però 
che,  via  via  che  risaliamo  in  antico,  troviamo  comuni  a  molti  dia- 
letti certi  caratteri,  che  qua  o  là,  pajon  oggi  soltanto  proprj  della 
colta  favella;  ma  dovendo  causare,  cammin  facendo,  le  apparenti  ano- 
malie, ci  conviene  ristringere  il  paese  di  nascita  della  lingua  alla 
Toscana,  e  se  ancora  troviamo  incoerenze,  al  centro  della  medesima. 
Questo  dobbiamo  fare  tanto  più  die  se,  come  abbiamo  accennato, 
l'elemento  teutonico  ben  si  discerne,  e  non  reca  in  grammatica  ve- 
runa confusione,  entra  in  campo  un  terzo  elemento,  assai  scarso  in- 
vero, e  dall'istinto  della  lingua  sempre  respinto,  ma  che  non  fa  meno 
arrabattare  il  fonologo  per  le  sue  contraddizioni  col  rimanente  della 
favella,  cioè  del  toscano  in  complesso,  pur  tacendo  degli  altri  dialetti, 
specialmente  dell'Italia  centrale  e  meridionale.  La  confusione  recata 
da  questo  elemento,  benché  straniero,  nasce  dalla  sua  identità  d'ori- 
gine col  vero  italiano,  e  dal  fatto  che  avendo  esso  impronta  popo- 
lana nelle  alterazioni  fonetiche  consuete,  in  genere,  alle  lingue  roma- 
niche, sfugge  sempre  al  ripiego  di  attribuirlo  a  pedantesca  imitazion 
dal  latino.  Difatti  ognun  sa  che  i  poeti  del  primo  secolo  credettero 
di  abbellire  i  loro  componimenti  accattando  voci  e  locuzioni  dall'an- 
tico francese,  ma  in  maggior  proporzione  dal  provenzale,  e  che  questo 
vezzo,  digià  comunicato  alle  prose  di  quél  secolo,  durò  anche  presso 
i  prosatori  e  i  poeti  del  secolo  seguente,  con  progressiva  diminuzione 
fino  al  BDCcaccio.  Tuttavia,  non  tutti  si  sono  accorti  (e  qui  la  critica 


308  Bianchi, 

lui  molto  (la  lavorare),  che    parecchj   giojelli  del  secolo  d'oro,  presi 
dai  pedanti  come  modelli  di  ìiatio  candore,  altro   non  sono   che  cat- 
tive traduzioni  dall'antico  francese  o  dal  provenzale.  Questo  bastar- 
dume, prodotto  in  parte  da  ignoranza  letteraria,  e  parte  ispirato  dal 
concetto  puerile  d"  una  superiorità  gerarchica  dei  modi  e  forme  che 
più   hanno    del   nuovo   e  stanno   fuori    dell'uso    più  comune,  non  era 
punto  giustificato  dai  bisogni  del  pensiero,  e  non  avea  la  scusa  della 
moderna  barbarie    degli   scrittori    acciarponi,  degli  uffizj  governativi 
e  dei  giornali,  la  quale  scherma  i  rinfacci  con   la  novità   delle    cose 
e  delle  idee.  L'italiano  era  allora  una  lingua  compiuta  ed  interamente 
moderna,  ed  era  già  troppo  ampio  per  capere  lo  piccinerie  delle  let- 
terature francese  e  provenzale  di  quei  tempi.  Ciò  tanto  è  vero,  che 
mutate  le  condizioni  ed  allargato  il  campo  del  pensiero,  il  provenzale 
dovette  sparire,  ed  il  francese  dovette  rifarsi  due  volte.  Per  buona 
fortuna  venne  il  cinquecento,  che  mentre  ravvivò  l'italiano  qual  era 
in  sostanza,  lo  purgò    dal  ciarpame    straniero.  Quest'epoca   fu  quasi 
istintiva  e  riusci  bene  in  massima  parte,  ma  non  fu  fatta  con  corri- 
spondente riflessione.  Imperocché  fu  in  parte  effetto  della  dimenticanza 
in  cui  caddero  le  antiche  letterature  provenzale  e  francese,  ed  in  parte 
della  credenza  che  questa  materia  fusse  antica  italiana  andaia  in  di- 
suso, e  dovesse  perciò,  secondo  le  regole  della  rettorica.  evitarsi.  Al 
contrario,  il  fatto  stava  cosi,  che  quella  massa  di  voci  e  forme,  locu- 
zioni e  significati,  credute  anticate,  non  era  stata  mai  in  uso  presso 
il  vero  popolo ,  e    solo   in  minima    [)arte  presso    una   classe   ristretta 
di  persone,  e  che  spogliata,  qual"  era,  delle  finali  in  consonante,  per 
le  quali  il    francese   ed  il  provenzale   avevano  un    qualche   grado    di 
priorità  sull'italiano,  non    era  nemmeno  la  più  antica,   ma   anzi   era 
quasi  sempre  la  più  lontana  dalle  origini,  e  la  parte  più  corrotta  che 
potesse   entrare   nella   nostra  favella;  dimanieraché  la  surrogazione, 
ad  essa,  delle  voci  e  modi  corrispondenti  della  lingua  viva,  costituiva 
un  vero  e  proprio    ritorno  al  puro  ed  antico  italiano.  Cosi   fu  fatto, 
ma  non  cosi  fu  inteso,  e  mentre  il  toscano  passava  a  larghe  schiere 
per  una  breccia  aperta  dalla  rettorica,  l'equivoco  durò,  e  dura,  an- 
cora nella  così  detta  question  della  lingua.  Ed  invero  il  Monti  ed  il 
Perticari,  che  avevano  in  uggia  la  Crusca  ed  i  Toscani,  non  si  ac- 
corsero, nelle  loro  acerbe  critiche   contro  di  quella    e  contro  alcuni 
antichi  scrittori,  che  quasi   sempre  lavoravano  a  tutta  possa  per  il 
trionfo  del  vero  toscano.  Il  Nannucci,  nel  presentare  la  sua  raccolta 
di  'Voci  e  locuzioni  ital.  derivate  dalla  lingua  provenzale'  (Firenze 
1840,  p.  5),  ebbe  a  dire  che  avrebbe  fatto  vedere  «  come  certe  voci 


Storia  (Joir-i-  ecc.  —  Cap.  HI,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       309 

«  e  maniere,  che  si  leggono  nei  nostri  Antichi,  le  quali  i  non  Toscani 
«  gridano  essere  prette  fiorentinerie,  idiotismi  di  Camaldoli  e  di  Guai- 
me fonda,  gerghi  del  nostro  contado  ecc.,  si  reggono  tutte  ne' Ibnda- 
«  menti  della  lingua  romana.»  Era  naturale  che  questa  guerra  ai  mu- 
lini a  vento,  fatta  dai  non  toscani,  tornasse  tutta  a  guadagno  dei  veri 
idiotismi  di  Camaldoli  e  di  Gualfonda  ;  ed  il  torto  del  Nannucci  era 
quello  di  non  si  accorgere  che  questi  ultimi,  e  non  i  provenzalismi, 
erano  i  rampolli  più  prossimi  al  ceppo  romano,  e  clie  gli  esempj 
provenzali,  da  lui  recati,  erano  in  sostanza  tante  accuse»  di  servilità 
letterata,  e  non  giustificazioni  della  vecchia  barbarie.  Anche  il  Nan- 
nucci visse  nel  comune  equivoco,  e  più  nell'errore,  che  non  ha  mai 
il  coraggio  di  formulare,  ma  sempre  ta  sottintendere,  che.  cioè  il 
provenzale  costituisse  un  anello  di  mezzo  tra  il  latino  e  le  lingue 
sue  derivate,  ed  avesse  quasi  una  superiorità  ed  un'autorità  paterna 
sull'italiano.  Dal  medesimo  equivoco  son  nati  i  Manzoniani,  ai-  quali 
deve  la  lingua  alcune  tra  le  più  gravi  delle  sue  cadute.  Il  manzo- 
niano, che  per  tenersi  all'uso  più  famigliare,  evita  le  voci  e  modi 
pellegrini,  non  si  accorge  che  i  più  di  questi  sono  veramente  pelle- 
grini,  ossia  'stranieri'.  Se  per  esser  moderno  e  tenersi  al  fiorentino, 
dice  e  scrive  capretto  e  capriolo  (meglio  -itolo),  e  sfugge  come  atFet- 
tazioni  carretto  e  cavriuolo,  egli  non  va  a  pensare  che  le  forme  da  lui 
preferite  siano  invece  le  più  antiche  e  le  vere  italiane;  ove  chieda 
grazia  e  non  mercè,  e  dica  rwsrcede  soltanto  quel  che  paga  a  chi  gli 
lavora,  non  pensa  che  gli  usi  da  lui  tralasciati  non  son  nati  in  Ita- 
lia; quando  dice  esser  grato  e  non  saper  grado,  vi  è  e  non  vi  ha,  vi 
sono  0  ci  sono  e  non  vi  hanno,  egli  ignora  che  le  locuzioni  da  lui 
sfuggite  si  svolsero  da  un  complesso  di  pensieri  e  di  forme ,  che  ò 
e  fu  estraneo  al  sentimento  logico  dell'italiano.  Partecipano  i  Man- 
zoniani al  merito  di  aver  recato  ad  uso  scritto  moltissime  voci  e 
modi  della  lingua  viva,  che  non  erano  meno  regolarmente  formati, 
spessissimo  non  meno,  e  qualche  volta  più  antichi  di  (piegli  scritti 
nei  primi  secoli;  ma  quest'opera  era  già  stata  incominciata  da  tre 
secoli  e  poi  [ìros'^guita  prima  di  loro.  NuUadiraono ,  l'errore  gravis- 
simo dei  Manzoniani  é  stato  quello  di  credere  che  la  grammatica  ed 
il  vocabolario  italiano  dei  secoli  scorsi  non  avesse  fondamento  popo- 
lare, e  tutto  fusse  un'academica  ed  artifiziosa  manipolazione  di  let- 
terati, che  all'arbitrario  ed  al  convenzionale  sagrificassero  le  genuine 
bellezze  della  natura.  Per  questo  l'opera  loro  ò  riuscita  rovinosa  alla 
grammatica  italiana,  né  gì'  indigesti  incrementi  lessicali  da  loro  pa- 
ti'ociiiati  compensano  il  danno  della  sanzione  data  ai  barbarismi,  lìc- 


310  Bianchi, 

cati  neiruso  fiorentino  da  una  classe  frivola,  ignorante  e  serva  dello 
straniero. 

I  gallicismi  clie  s'incontrano  nell'antica  lingua  scritta  non  debbonsi 
in  tutto  attribuire  ad  una  malintesa  coltura  letteraria;  poiché  una 
parte  se  ne  trova  o  ritrova  in  cronache,  scritti  di  famiglia,  libri  di 
devozione  e  traduzioni,  che  traspajono  come  lavori  fatti  nell'ore  d'ozio 
da  mercanti  toscani,  e  per  lo  più  fiorentini,  stati  molti  anni  in  Fran- 
cia. E  noto  dalle  cronache  ed  altre  memorie  dei  tempi  quanto  fu 
numeroso,  aella  prima  metà  di  questo  millennio,  il  concorso  di  mer- 
canti e  banchieri  italiani  in  generale  (  detti  Lombardi  '  ),  ed  in  parti- 
colare di  fiorentini,  nelle  principali  piazze  della  Francia,  senza  dira 
di  altri  paesi,  dove  avean  eglino  fondati  stabili  fattorie,  e  dove  i  rap- 
presentanti delle  varie  case  passavano  anni  ed  alcuni  gran  parte 
della  loro  vita.  Nemmeno  la  materia  straniera,  passata  per  questa 
via,  pose  tra  noi  salde  radici,  e  va  accomunata  con  l'altra  introdotta 
per  la  lettura.  Ma  a  volte  la  lingua  presenta  certi  scangéi'',  che  la 
critica  è  costretta  a  riconoscere  esser  di  vera  tradizione  popolare,  e 
non  incoerenze  recateci  per  le  vie  sopra  indicate.  Tale  si  presenta 
la  stessa  voce  scangéo,  che  non  è  stata  mai  usata  nella  letteratura 
nota,  e  che  ci  venne  come  il  verbo  cangiare  da  un  dialetto  francese 
che  diceva  canger  e  non  clianger  ecc.,  in  un'età  in  cui  la  vocal  finale 
di  escangè  e  di  ogni  altro  partic.  pass,  (e  cosi  dell'infinito)  di  1.*  coniug. 
era  in  francese  profterita  larga,  e  non  chiusa  com'  è  oggi.  Tal  è  lo 
stesso  sutììsso  -éo  che  vi  è  contenuto,  il  quale  col  feminile  -éa  fu 
applicato  anche  a  basi  veramente  italiane,  e  die  in  alcune  voci  (§  3.'^). 
ci  darà  molto  da  fare  per  distinguerlo  da  un  suftìsso  omofono  di  for- 
mazione italiana.  Uno  scangeo  fanno  anche  accivire  -ito,  civanza,  dal 
fr.  chevir,  achever  e  clievance,  e  queste  da  chef  =  capo,  le  quali  voci 


'  Anticamente  lombardo,  nei  paesi  oltramontani,  significò  'abitante  del 
Regno  Longobardo',  quindi  'italiano'  in  generale;  ma  molti,  riferendosi  a 
quei  tempi,  pigliano  abbaglio,  credendo  che  si  trattasse  degli  abitanti  di 
quella  ristretta  regione  che  ora  dicesi  Lombardia,  la  quale  ha  ereditato  il 
nome  ma  non  l'estensione  di  quel  regno  antico.  Lomhard-Street  di  Londra 
oggi  non  può  tradursi  altrimenti  che  per  Via  degV  Italiani. 

^  scangeo  vale  cambiamento  inaspettato  e  spiacevole;  e  nel  senso  morale, 
cattiva  azione  che  vien  da  persona  creduta  incapace  di  commetterla.  E 
voce  che  trovo  registrata  nel  Voc.  del  Fanfàni  riveduto  dal  Bruschi  (Fi- 
renze 1891),  onde  pare  usata  in  più  luoghi,  e  non  solo  in  quegli  da  me 
frequentati.  La  pura  formazione  italiana  sarebbe  stata  scambiato  sost.  neu- 
tro: 'fare  uno  *scambiato '. 


Storia  dell"-!-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       311 

appariscono  avere  avuto  una  certa,  ma  assai  ristretta,  popolarità  sino 
ai  principi    del    1500.  Le   medesime    dovettero   venirci   per   bocca  di 
mercanti;  ma  per  un   mezzo    più   intimo   penetrarono    cavretto  e  ca- 
vrh'.olo,  già  sopra  citate,  la  cui  parziale  popolarità,  ristretta  a  fami- 
glie feudatarie  ed  ai  loro  servitori  di  caccia,  è  mostrata  da  antichi 
statuti  che,  nel  resto,  non   porgono  indizj  d'imitazione  dal  francese. 
Ora,  tali  deviazioni  dalla  comune  fonetica,  da  questa  poi  quasi  sempre 
sopraflatte,  non  potettero  intrudersi   altrimenti   che  per  la  immigra- 
zione di  marchesi,  conti  e  gastaldi  co'  loro  séguiti,  mandati  da  Carlo 
Magno  e  dagli  altri  Re  Franchi  al  governo  delle  marche  e  de'  con- 
tadi italiani,  in  luogo  dei  nobili  longobardi,  più  volte  ribelli  e  sempre 
sospetti.  Per  questo  mezzo  vennero  in  Toscana  anche  i  cognomi  Bian- 
ciardi  {BlancJiard),  Guicciardini  [Guichard) ,   Giraldi  [Gerard],  Ric- 
ciardi {Richard),  Riccieri  {Richier)  e  tante  forme  di  nomi  proprj,  che 
avemmo  occasione   di   esaminare  in  X  395-6,  400.  La  dichiarazione 
di  vivere   secondo   la  legge   salica,   se   in  ogni  singolo  caso   non  fa 
pruova  d'origine  franca,  è  cosi  frequente  nelle  carte  da  far  credere 
che  veramente  un  gran  numero  di  famiglie  di  quella  nazione  si  sta- 
bilisse in  Italia.  Ora,  se  si  considera  che  la  invasione  dei  Normanni 
in  Inghilterra  fece  tanta  breccia  suU'angolo-sassone  da  creare  il  mo- 
derno inglese,  saremo  costretti  ad  ammettere,  clie  pur  tenendo  conto 
d'un  minor  numero  d'invasori,  e  d'una  popolazione  anteriore  più  nu- 
merosa che  in  Inghilterra,  dovesse  in  Italia  produrre  un  qualche  ef- 
fetto sulla  favella  la  occupazione  dei  Franchi.  Apparisce  che  la  classe 
sorta  da  questa  invasione,  anche  quando  più  non  mantenne  una  lingua 
distinta,  conservasse  alcune  forme  dialettali  proprie,  rinfrescate  poi 
dai  giullari   e  menestrelli  che  giravano  per  le  corti,  ed  infine  quasi 
del  tutto   cancellate   sotto  la  prevalenza   definitiva   della   democrazia 
comunale.  Ho   voluto   insistere    sopra   questo    elemento    storico,    non 
perchè  i  filoioghi  non    siansi   più  o  meno   accorti    che   alcune  di  tali 
voci  e  forme  non  haimo  vera  impronta   italiana,   ma  perchè   non  ne 
hanno  distinto  la  maggior  o  minor  penetrazione  nell'uso  italiano,  e  ne 
hanno  confusi  i  varj  modi  d'introduzione  nelle  solite  vie  delle  lettere 
e  del  commercio.  Avendo   riguardo   alla  causa   storica,   dico   questo 
elemento   di  proveìiienza  francescti,  e  vi  comprendo  le  voci   e  forme 
tanto  provenzali  quanto  francesi,  ed  anche  quelle  teutoniche  recateci 
dal  dominio  dei  Franchi  '.  Qualche  volta  la  forma  francesca  può  con- 


*  Nel   mio  'Dialetto  di   C.  di  Castello'  p.  54,  osservai   che  «Nella   vera 
Toscana  fosti  fosse  ecc.  [per  fusti  fusse]  non  fu  né  è  schiettamente  popò- 


312  Piiauclii, 

t'oiulersi  con  quella  corrispondente  di  dialetti  alto-italiani,  ma  di  rado 
poti'i'i  aversi  una  presunzione  storica  in  favore  di  tal  provenienza. 

Tenuto  conto  degli  elementi  stranier-i,  per  verificare  la  regolarità 
e  costanza  di  una  legge,  bisogna  ristringersi  alla  Toscana;  se  ciò  non 
basta,  al  bacino  dell'Arno,  e  se  non  basta  ancora,  al  Fiorentino  ed 
in  particolare  al  suo  capoluogo.  Ma  poiché  un  dialetto  col  pi'ocedere 
dei  tempi  presenta  fasi  diverse,  che  in  sostanza  costituiscono  varie 
parlate,  dobbiamo  considerare  come  vero  nucleo  dell'italiano,  quale 
fu  voluto  dalle  vicende  storiche,  il  dialetto  fiorentino  del  secolo  XIV. 
Quello  è  il  vero  italiano,  e  come  tale  ó  ogni  acquisto  posteriore  che 
si  conforma  a  quel  modello;  laddove  tutto  quanto  ne  devia,  sia  pur 
nato  o  ricevuto  in  Firenze,  è  barbarismo,  provincialismo  o  corruzione 
plebea,  o  se  anche  è  tollerabile,  come  qualche  forma  del  cinquecento, 
non  si  dirà  esser  questa  della  più  squisita  favella.  La  divisione  del 
toscano  in  dialetti,  o  piuttosto  sottodialetti,  è  anteriore  ad  ogni  mo- 
numento scritto  in  volgare  italiano,  e  dall'esame  delle  carte  latine  si 
può  rilevare  che  incominciasse,  per  valerci   d'un  numero  tondo,  col 


lare  in  luogo  veruno,  come  tale  non  è  per  la  maggior  parte  de'  dialetti 
italiani,  ed  è  per  le  leggi  della  fonetica  (o  da  vi  od  anche  da  ui,  sia  pure 
in  posizione)  e  dell'analogia  (fui  fu  ecc.),  del  tutto  inammissibile.  E  vero 
che  in  più  manoscritti  fiorentini  del  trecento,  che  fanno  testo,  prevale; 
ma  è  servile  imitazione  dal  provenzale  {j'ost,  foss  fosses),  che  indi  passò 
a  sciupare  le  grammatiche  italiane».  Queste  parole,  cosi  poco  giulebbate, 
diedero  ai  nervi  al  nostro  valoroso  Parodi;  il  quale  oppose  che  nei  Fram- 
nienti  fiorentini  del  1211  occorre  sempre  fosse^  tranne  una  o  due  volte,  il 
che  «induce  a  dubitar  molto  delle  affermazioni  del  B.,  giacché  per  quel 
testo  e  per  quel  tempo  l'imitazione  provenzale  non  può  parere  possibile 
[rom,  XVIII  623]».  Lasciamo  da  parte  che  nel  XII  secolo  la  letteratura 
provenzale  era  già  in  fiore  ed  in  fama,  ed  eran  già  incominciate  le  rela- 
zioni commerciali  con  la  Provenza,  ma  si  tratterebbe  sempre  d' una  forma 
straniera,  anche  se  introdotta  per  altra  via,  come  quella  d'un' invasione 
e  dominazione  più  che  secolare.  Questa  porge  una  spiegazione  molto  più 
naturale  e  più  facile  di  quella  che  possa  darne  la  fonologia,  la  quale  non 
può  trattare  le  vocali,  che  entrano  a  far  parte  d'un  dittongo,  con  tanta 
confidenza  da  spacciarle  con  questo  passaporto:  «  l' »  di  fuisti  è  breve 
e  l'-i-  dev'esser  caduto  prestissimo  [ibid.]  ».  Il  'prestissimo'  nuoce  più 
che  non  giovi  a  questa  tesi,  poiché  un  i  originario,  o  comunque  antico, 
non  se  ne  va  ma  s'incorpora  al^^«  precedente  e  lo  prolunga.  In  *fraile 
voito  ecc.,  poi  frale  vnto,  Vi  si  trova  in  dittongo  in  età  più  moderna,  e 
ne  sparisce,  come  vedremo,  per  causo  che  non  potevano  verificarsi  in 
fuisti  fuissem  ecc. 


storia  deìV-i-  eco.  —  Gap.  IH,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       313 

mille.  Ciò  s'intende  per  caratteri  d'una  certa  importanza,  quale  non 
hanno    alcune  lievi   dilìerenze   nel    trattamento    delle  vocali  atone;  e 
per  caratteri  che  siansi  svolti  durante  la  vita  dell'italiano  come  lingua 
distinta.  Imperocché  il  carattere  che  è  rappresentato  dall'arret.  e  se- 
nese consegno  fameglia,  gngo  pongo,  onto  ponto,  di  contro  a  consiglio 
famiglia,  ungo  pungo,  unto  punto  del  bacino  dell'Arno,  è  di  molto  an- 
teriore ili  mille,  e  può  dirsi  primigenio,  cioè  sorto  in  seno  al  volgar 
latino,  in  età  in  cui  non  potevano  esservi  che  dialetti  latini,  o  diffe- 
renze provinciali  del  latino  stesso  (cfr.  X  358  e  n.,  XIII  250').  Può 
dirsi  che  incominciassero  nel  mille  a  fissarsi  i  caratteri  piii  distintivi 
del  pisano  lucchese,  che  furono  la  mutazione  di  z  in  ss  {piassa  posso 
per  piazza  pjozzo   ecc.),  ed  il   cambiamento   in  ?«   di  ^+cons.  {auto 
sondo  caucina  per  alto  soldo  calcina  ecc.),  e  quello  di  -/-  in  r  [tam- 
buro per  tombolo,  Capannori  per  -oli  ecc.  )  particolare  al  lucchese  ed 
alla  Montagna  di  Pistoja,  ossia  della  destra  dell'Arno  sino   alle  sor- 
genti dell' Ombroné    (IX  372  n,  393  n),  con   qualche  strascico,  mal 
fisso  ed  assai  contrastato,  sulla  sinistra,  in  Val  d'Elsa  ed  in  Val  d'Era. 
Vero  si  è  che  della  mutazione  di  -II-  in  id  {cieuli  =  celli  e  simili,  ib. 
394-5  nn.)  si  ha  qualche  esempio  della  fine  del  s.  VIII,  ma  vi  si  tratta 
d'un  caso  di  dissimilazione,  che  per  sé  solo  non  basterebbe  a  provare 
l'esistenza  contemporanea  di  caudo  per  caldo  e  simili.  In  questa  parte 
le  altre  parlate  si  tennero  più  strette  alle  forme  originarie.  Il  senese 
ebbe  caratteri  bastanti  a  farlo  considerare  come  un  dialetto  distinto, 
ma  non  esclusivi  e  cosi  spiccati   da  farne    un  dialetto   indipendente  ; 
perocché  cominciò  col  pendere  verso  l'arrotino,  poi  seguitò  con  l'ac- 
costarsi al  fiorentino,  ed  oggi,  specialmente  nel  capoluogo,  s'  é  fatto 
un'appendice  del  pisano  moderno.  Alcuni  caratteri  gallo-italici  non  ba- 
stano  a  distaccare   dal   toscano  il   dialetto   arrotino.  Tra  le  parlate 
toscane,  è  questa  oggi  la  meglio  conservata  per   integrità  di  suoni, 
la  più  pura  e  la  più  ricca  di  voci  e  forme  antiche.  Nel  secolo  XIV 
questo  vanto,  ma  in  grado  superiore,  spettava  alla  fiorentina,  la  quale 
allora,  nel  complesso,  serbava  più  integro  il  tipo  antico  e  comune  to- 
scano, e   caso  per  caso   rappresentava   quasi   sempre  la  maggiorità 
delle  parlate  toscane.  Intendo  dire  che  ove,  per  parlare  con  esempj, 
il  fiorentino  diceva  pungo  e  famiglia,  aveva  a  rinfianco  il  pisano  ed 


'  Nel  bacino  deU'Ai'no  è  compreso  quello  del  Serchio,  che  ne  fa  antica- 
mente tributario,  e  la  Versilia  fino  alla  Magra,  e  se  ne  escludo  la  Chiana, 
che  versava  una  volta  quasi  tutta  nel  Tevere. 

Archivio  glottol.  ital.,  XIY.  21 


:^14  HiaiiLlii, 

il  lucchese  contro  pongo  e  fameglia  del  senese  e  deirarretino  ;  i  quali 
alPincontro,  in  alto  e  soldo,  cospiravano  col  fiorentino  a  respingere 
V  auto  e  sondo  dei  Pisani  e  dei  Lucchesi.  Cosi  in  altri  casi  la  parlata 
centrale  ora  sostenuta  ora  dalle  une,  ora  dalle  altre  parlate  sorelle; 
il  che  congiunto,  quasi  sempre,  ad  una  maggiore  conformità  col  la- 
tino, ed  al  fatto  più  decisivo  che  Firenze  era  il  maggior  centro  di 
popolazione,  di  ricchezza,  di  potenza  politica  e  di  coltura,  della  To- 
scana, e  quasi  dell'Italia  tutta,  ne  assicurava  il  definitivo  trionfo  nel 
dar  forma  alla  lingua  comune. 

Prescindendo  dall'uso  di  latinismi,  di  voci  e  locuzioni  provenzali  ed 
antiche  francesi ,  di  cui  sopra  abbiamo  parlato ,  nessun  fatto  lascia 
supporre  che,  nel  s.  XTV,  la  classe  colta  avesse  in  Firenze  una  forma 
di  linguaggio  e  nemmeno  una  pronunzia  diversa  da  quella  della  plel;e. 
Solo  è  concepibile  una  scelta  di  parole  e  di  modi  da  usarsi  secondo 
la  convenienza  in  certe  circostanze,  e  tratti  da  un  fondo  che  era  co- 
mune a  tutte  le  classi.  Se,  per  parlare  al  solito  con  esempj,  negli 
scritti  fiorentini  del  trecento  si  trovano  usate,  per  la  3.'  pers.  pi.  del 
perfetto,  tanto  le  forme  dissero,  fecero,  stettero,  quanto  quelle  rap- 
presentate da  dissono,  féciono,  stéttono,  non  può  dirsi  che  le  prime 
si  usassero  soltanto  dalla  classe  più  elevata,  e  le  seconde  dall'infima 
plebe;  poiché  questa  supposizione  non  verrebbe  confermata  dallo  stato 
di  famiglia  degli  scrittori  che  usavano  le  une  o  le  altre,  o  tutte  in- 
dilferentemente.  La  questione,  per  dir  cosi,  è  piuttosto  cronologica 
che  sociale;  perciocché  le  prime  {dissero  ecc.)  erano  più  antiche  o 
comuni  ad  ogni  classe,  e  poi  divenute  via  via  più  rare  col  sorgere 
e  prevalere  delle  seconde,  che  anch'esse  si  fecero  comuni,  giunsero 
ai  tempi  del  Boccaccio,  che  le  usò  di  preferenza,  appunto  perché 
meno  trite  e  rimaste  più  in  alto  dell'umile  volgo.  È  poi  noto  che  lo 
Novelle  del  Boccaccio  furono  il  principal  testo  da  cui  prendessero 
norma  i  primi  lavori  grammaticali.  —  Quando  il  fiorentino  fu  innalzato 
al  grado  di  lingua  scritta,  in  opere  letterarie  che  dovean  renderli! 
comune,  era  in  più  punti  in  un  periodo  di  trasformazione.  Si  osser- 
verà che  questo  è  un  fatto  comune,  che  tutte  le  lingue  parlate  sono 
state  e  sono  in  continuo  movimento,  che  anche  l'attico  di  Demostene 
ed  il  latino  di  Cicerone  furono  transitorj;  ma,  all'incontro,  dovremo 
riflettere  che  ci  può  esser  differenza,  tanto  nella  durata  da  un  pe- 
riodo ad  un  altro  della  vita  d'una  lingua,  quanto  nel  numero  e  nella 
importanza  dei  cambiamenti  che  distinguono  un  periodo  dall'altro. 
Nel  s.  XIV  il  dial.  fiorentino  svolse  una  ricca  varietà  di  forme  gram- 
maticali ,  delle   quali  una   parte  si  fissò   nella   scrittura  ed   ebbe  più 


storia  dell'-;-  ecc.  —  Gap.  IH,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  preced.       315 

tardi  accosjlienza  definitiva  in  tutta  Tltalia,  ed  un'altra  parte  rimase 
al  volgo,  e  con  qnalche  modificazione  si  fissò  per  una  durata  ben  più 
lunga  del  periodo  di  tormazione.  Nella  parte  fonetica  questo  dialetto 
andava  perdendo,  nel  detto  secolo  ed  anche  prima,  il  v  tra  vocali 
{jìarea  sentia  di  contro  i\  •pareva  sentiva),  ed  andava  dissibilando,  come 
vedremo,  le  sibilanti  miste  palatine  (rasgione,  cascio  bascio  passando 
in  ragione,  cacio  e  bacio).  Fino  a  questo  punto  tutto  rimase  all'ita- 
liano: ma  si  può  assegnare  al  secolo  seguente  almeno  il  principio 
d'un  altro  tracollo,  cioè  la  mutazione  di  ^  +  cons.  in  j  {cajddo  tojtto 
per  caldo  tolto  ) ,  e  quella  di  IIJ  presso  a  poco  in  ()f/j  (  ragghio  pig- 
ghiare  per  vaglio  pigliare)',  le  quali  due  proprietà  non  passarono,  e 
fu  bene,  all'italiano.  Ciò  nondimeno  sono  queste  d'una  grande  impor- 
tanza nella  storia  della  lingua  e  della  letteratura;  poicliè  nella  dispu- 
tazione  che  insorse,  nel  s.  XVI,  sulla  cosiddetta  question  della  lingua. 
furono  in  buona  parte  cagione  che  si  confondesse  ogni  criterio  col 
mettere  il  fiorentino  alla  pari  di  ogni  altro  dialetto.  Vero  si  è  che  i 
litiganti  non  si  curarono  di  notare  questi  ed  altri  difetti,  e  nemmeno 
diedero  loro  un  gran  peso,  ma  le  differenze  sopravvenute  nella  pro- 
nunzia del  popolo  eran  tali  da  avvalorare,  più  o  meno  esplicitamente, 
l'opinione  che  la  lingua  scritta  fusse  nella  sua  origine,  e  dovesse  es- 
sere nel  suo  processo,  tutta,  o  quasi,  una  manipolazione  di  letterati. 
Ben  sarebbe  stato,  se  gli  avversarj  del  fiorentinesimo ,  nel  corso  di 
tre  secoli,  avessero  notato  tutti  i  difetti  di  questo  dialetto;  che  allora 
ci  sarebbe  stato  più  agevole  conoscerne  la  storia,  o  meglio  la  cro- 
nologia delle  sue  successive  vicende;  ma  esso  ebbe  la  disgrazia  di 
non  trovare  chi  ne  sapesse  dir  male  abbastanza  ^.  Laonde  è  assai 
raro  che  c'imbattiamo  in  testimonianze  dirètte  come  questa  del  Mu- 
zio: «L'aver  più  questa  che  quell'altra  balia,  non  c'insegna  scrivere. 
«Della  pronunzia  non  disputo  [si  noti  bene].  Anzi  dico  che  la  pro- 
«  nunzia  Toscana  avanza  ordinariamente  quelle  dell'altro  regioni  d'Ita- 
«lia;  massimamente  quella  di  alcune  città,  come  di  Volterra,  e  di 
«  Siena;  nò  per  me  so,  qual  più  ofienda  non  che  me  solo,  ma  comu- 
«  nemente  le  orecchie  di  tutta  Italia,  che  quella  del  popolo  di  Fio- 
«  renza,  della  quale  a  me  sembra  che  dir  si  possa  quello  che  dice 
«il  Varchi  della  Genovese:  e  ciò  ò  che  il  parlar  Fiorentino  scriver 


*  Qnalche  cosa  ne  appuntarono  i  grammatici  sanesi,  ma  tardi,  poco  e 
male.  I  componimenti  rusticali  di  scrittori  fiorentini  sono  lavorati  con  arto, 
e  non  rappresentano  che  in  parte  lo  schietto  dialetto. 


316  Bianchi, 

«  non  si  può.  Ma  è  >  bella  cosa  era  sentire  favellare  il  Varchi,  maestro 
«  della  lingua,  il  quale  pronunziava:  Ascolta,  e  un  altra  voita,  e  Laide, 
«e  Craldio,  e  delle  altre  coso  cosi  fatte...»-.  È  vero  che  cosi  pro- 
nunziavasi  in  Firenze  a  tempo  del  Varchi  e  del  Muzio,  cioè  ascojtta, 
ajttro,  vojtta  ecc.,  come  ancora  nel  Contado,  ed  il  Muzio  avrebbe  sa- 
puto meglio  rappresentare  questa  pronunzia,  se  avesse  voluto  e  sa- 
puto adoperare  lo  j  del  Trissino.  L'unica  pronunzia  fiorentina  che 
non  si  sarebbe  potuta  scrivere,  ed  alla  quale  doveva  alludere  il  Mu- 
zio, senza  farne  menzione,  era  quella  di  pagghja  fogglija  ecc.,  por 
'paglia  foglia,  comune  a  tanti  dialetti  del  mezzodì,  dov'  è  il  suono  tra 
gutturale  e  palatino  che  descrivemmo  in  XIII  153  n,  178  e  n.  Non 
sappiamo  se  il  Muzio  volesse  alludere  anche  all'aspirazione,  ma  pur 
tacendo  che  questa  non  era  propria  soltanto  del  fiorentino,  egli  sa- 
rebbe stato  in  errore,  credendo  che  essa  mancasse  di  segno  nell'al- 
fabeto. E  vero  altresì  quello  che  sottintendesi  nelle  parole  del  Muzio, 
cioè,  che  a  Siena  ed  a  Volterra  pronunziavasi  a' suoi  tempi,  ed  in 
parte  ancora,  altro  volta,  paglia  foglia  e  così  in  simili  casi;  ma  questo 
significa  soltanto  che  mentre  Firenze  aveva,  in  questa  parte,  mutato, 


*  Sia  difetto  ortografico  del  Muzio,  oppur  de'  suoi  editori,  qui  è  da  cor- 
reggere: Ma  è?!  bella  cosa  ecc.  Quello  ('  largo  che  comunemente  scrivono 
ehi,  è  interiezione  interrogativa  e  di  meraviglia. 

^  Stando,  senza  riflettere,  a  queste  parole  del  Muzio,  vien  fatto  d'escla- 
mare: «Se  un  letterato  coltissimo,  come  il  Varchi,  pronunziava  cosi,  figu- 
riamoci gli  altri  !  »,  e  si  verrebbe  a  negare  la  continuata  tradizione  dell'an- 
tica pronunzia,  conforme  alla  scrittura,  pur  nella  classe  colta  di  Firenze. 
Un  fatto  storico  di  tanta  importanza  nella  storia  della  lingua,  non  può  am- 
mettersi sulla  fedo  d'un  critico  dispettoso  e  maligno  come  il  INIuzio.  E  del 
tutto  inverosimile  che  il  Varchi,  in  presenza  di  letterati,  e  particolarmente 
dinanzi  al  Muzio,  che  sapeva  disposto  a  còglierlo  in  fallo  ed  a  dirne  male, 
si  lasciasse  andare  a  cosi  grossolani  idiotismi.  Tra  questi  ci  sono  due  cor- 
rezioni a  rovescio,  che  è  moralmente  impossibile  si  odano  in  bocca  di 
persona  mezzanamente  colta.  Una  è  Laide  per  Adelaide,  che  pronunziato 
Adelajdde,  per  riduzione  dell'i  atono  a  J,  viene  volto  in  Adelaide  dal  vil- 
lano mezzo  incivilito  che  ha  imparato  a  dir  alto  e  caldo  in  luogo  del  suo 
ajtto  e  cajddo.  Quanto  all'altra,  la  pronunzia  plebea  fiorentina  di  Claudio, 
è  Craudio,  che  senza  dubbio  il  Varchi  sapeva  ben  raddrizzare  :  Craldio  non 
poteva  essere  che  una  falsa  correzione  di  quelle  parlate  che  avevano  auto 
e  caudo  per  alto  e  caldo,  cioè  del  Valdarno  inferiore  verso  il  Pisano,  per 
dove  era  passato  il  Muzio;  il  quale  si  compiacque  d'appiccicare  al  Varchi 
gl'idiotismi  che  egli  aveva  raccattato  da'  suoi  vetturali. 


Storia  de\l'-«-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  18:  Effetti  sulle  cons.  precoci.       317 

le  altro  due  città  aveau  conservato  quella  pronunzia  che  già  era  a 
tutte  tré  comune.  L'alterazione  di  tutte  la  più  sconcia,  fu  la  ridu- 
zione al  semplice  p  del  dittongo  no  dall'  o  breve  latino,  la  quale  può 
porsi  come  avvenuta  intorno  al  1700.  Dico  la  più  sconcia,  perchè  tale 
alterazione  spezza  quella  bella  armonia  di  corrispondenza  che  passa 
tra  il  sistema  delle  vocali  italiane  e  la  quantità  delle  vocali  latine  ; 
cosicché  l'p  di  bono  novo  rota,  per  buono  nuovo  ruota  da  bonus  no- 
vus  rota,  viene  a  confondersi  con  l'p  é\  cosa  lode  frode  da  causa 
laude  fraude'.  I  Manzoniani  sono  stati  male  avventurati  nell'acco- 
gliere  e  propagare  bono,  novo  e  tutti  gli  altri  scerpelloni  di  simil 
risma,  ed  avrebbero  commesso  errore  men  grave,  se  per  ismania  di 
popolare  semplicità,  avessero  adottato  tojtto  per  tolto  e  saggina  per 
soglia  e  via  discorrendo,  dov'è  maggiore  interezza  di  forma  italiana 
che  in  rota  per  ruota  e  bono  per  buono. 

Di  altre  vicende  del  parlar  fiorentino  non  occorre  qui  tenere  di- 
scorso, poiché  é  nostro  proposito  di  trattarne  in  quanto  divenne  lingua 
comune,  e  non  in  quanto  successivamente  si  svolse  come  un  partico- 
lare dialetto.  Il  parlare  della  classe  colta,  o  come  altrimenti  dicono, 
della  gente  civile,  non  ha  per  noi  autorità  se  non  per  quanto  conservi 
della  tradizione  dell'antica  pronunzia.  Nella  sostanza  della  parola  e 
della  dizione  sta  molto  di  sopra  l'uso  del  popolo,  non  di  quello  cìu) 
per  affettazione,  e  quasi  sempre  a  sproposito,  scimmiotta  le  classi 
superiori,  ma  di  quello  più  ignorante  e  più  semplice,  onde  inconsa- 
pevole e  spontanea  sgorga  la  vena  natia.  L'uso  popolare,  inteso  nei 
termini  sopra  esposti,  é  il  primo  fondamento  di  fatto  e  costituisce  il 
criterio  principale  d'ogn' indagine  storica  sull'italiano.  La  sua  genui- 
nità é  superiore  a  quella  di  qualunque  manoscritto,  come  la  sua  au- 
torità è  superiore  a  quella  di  qualunque  scrittore,  ed  anzi  serve  esso 
qual  termine  di  confronto  per  giudicare  della  maggiore  o  minor  pu- 
rità di  lingua  degli  scrittori.  Laddove  poi,  per  vicende  comuni  a  tutto 
le  favelle,  abbia  esso  perduto  \)n\  o  meno  delle  proprietà  e  qualità 
primitive,  sarà  facile  ricondurlo  dallo  stato  presente  a  quello  in  cui 
si  fece  lingua  comune,  coi  criterj  generali  della  scienza  e  con  la  te- 
stimonianza dei  monumenti  scritti. 

Ristretti  i  limiti  dello  svolgimento  fonetico  al  dialetto  fiorentino,  ed 
in  particolare  a  quello  del  secolo  XIV,  sarà  ben  raro  il  caso  che  non 
sia  raggiunta  la  normalità  assoluta,  ed  in  questo  raro  caso  diremo 
che  soltanto   una  parte  di  parlanti  abbia   mostrato    propensione   per 

*  Cfr.  Arch.  I,  p.  vi. 


318  Bianchi, 

un  dato  suono,  e  sia  stata  poi  sopralìatta  dal  maggior  numero,  che 
s'  è  tenuto  fermo  al  suono  più  antico. 

Il  passaggio  dal  latino  airitaliano  s'eiFettuò  in  varj  periodi  di  tran- 
sizione. La  separazione  di  un  periodo  dall'altro  non  può  risultare  che 
volta  per  volta  dall'analisi  dei  suoni  e  delle  forme,  e  non  può  con- 
venientemente stabilirsi  a  'priori,  se  non  in  modo  parziale  e  congiun- 
tamente al  procedimento  analitico.  Il  periodo  italiano,  rappresentato 
più  schiettamente  dall'antico  dialetto  fiorentino,  si  può  porre  tra  il 
mille  e  il  1400.  Da  quest'epoca  in  poi  comincia  il  periodo  dialettale, 
e  s'intende  per  quella  parte  in  cui  la  lingua  viva,  fuori  d'ogn' istinto 
progressivo,  si  svia  dalle  antiche  leggi  che  la  governavano,  non  di 
(;[uella  parte  vecchia  o  nuova  che  queste  leggi  mantenga,  o  ne  sia 
una  ragionata  conseguenza. 

Chiariti,  dopo  questo  schizzo  storico,  intorno  ai  termini  delle  nostre 
ricerche,  potremo  trattare  correntemente  questa  materia  con  risparmio 
di  molte  digressioni. 

19.  Mutamenti  di  consonanti  semplici  tra  vocali,  e  di  esplo- 
sive +  liquida+ vocale.  —  Bisogna  prima  di  tutto  intendersi,  spe- 
cialmente in  (juesta  parte,  sull'uso  di  certi  termini.  E  vero  che  in  un 
certo  senso,  più  moderno  clie  antico,  le  eccezioni  sono  forme  della 
nostra  mente,  che  non  sussistono  nella  natura  delle  cose,  ossia  non  sono 
realtà  oggettive.  Ma  se  erriamo  nello  interpretare  le  apparenti  devia- 
zioni di  certi  fatti  dall'andamento  di  altri  simili,  l'errore  non  istà  nel- 
l'uso della  parola  eccezione,  né  tampoco  nel  concetto  di  coloro  che 
primi  la  usarono,  e  questa  parola  non  resta  però  meno  legittimamente 
formata  né  meno  correttamente  applicata.  La  parola  '  eccezione  '  passò 
al  linguaggio  filosofico  in  generale  dall'uso  giuridico  e  da  quello  gram- 
maticale. Prima  'excipere',  specialmente  nelle  narrazioni  poetiche, 
valse  pigliar  la  parola  da.  ossia  dopo  un  altro,  da  un  discorso  fatto 
da  altri  attaccare  il  suo,  il  che  si  fa  generalmente  contraddicendo 
più  0  meno  a  quello  che  é  stato  detto.  Cosi,  per  mo'  d'esempio,  do- 
poché l'attore  aveva,  in  giudizio,  recitato  la  formola  della  rei  vendi- 
cano, il  convenuto  [reus)  opponeva  V exceptio  rei  venditae  et  traditae. 
Di  qui  sorgeva  il  concetto  che  alla  legge  o  principio  generale,  del  di- 
ritto nel  proprietario  di  perseguitare  la  cosa  nelle  mani  di  chiunque 
si  trovasse,  si  facesse  eccezione  nel  caso  che  egli,  od  il  suo  autore, 
l'avesse  altrui  venduta  e  consegnata.  Quindi,  allargandosi  ancora  il 
campo  delle  idee,  si  faceva  un  passo  ulteriore  verso  il  concetto  più 
universale  delle  numerose   leggi  e  regole  generali,  e  delle  loro  ancor 


storia  dell'-i-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  19:  Cons.  seinpl.  tra  voc,  ecc.       319 

più  lunuei'ose  eccezioni.  la  mezzo  a  tutte  queste  leggi  ed  eccezioni 
sarà  stato  fatto,  se  vuoisi,  un  gran  male,  ma  la  colpa  non  è  certa- 
mente della  nomenclatura.  II  linguaggio  grammaticale  è  posteriore 
Alle  antiche  Ibrmole  del  diritto,  ma  i  grammatici  dovettero  giungere 
all'idea  dell'eccezione  per  una  via  più  diretta;  perciocché  non  può 
supporsi  che  non  sentissero  nel  verbo  excipere  il  valore  etimologico 
di  'pigliare'  ossia  'torre  da',  cioè  una  parte  da  un  tutto.  Ora,  quando 
essi  insegnavano,  per  es.,  che  «  di  regola  tutti  i  dativi  ed  ablativi 
plurali  della  1."*  deci,  latina  finiscono  in  -Is  (rosis,  agricolls  etc), 
ma  excipiuntur  dea,  equa,  mula,  clie  in  (juei  casi  fanno  deabus, 
equabus,  mulabus  »,  altro  non  facevano  che  annunziare,  ne'  suoi 
proprj  termini,  un  fatto  vero.  Quando  poi,  verso  i  nostri  tempi,  si 
volle  spiegare  la  difterenza  tra  le  due  terminazioni,  dicendo  che  in 
origine  quei  casi  dovettero  essere  sempre  in  -bus  o  -bis,  se  vi  fu 
errore  nell'ammettere,  a  tacer  d'altro,  la  disparizione  del  -b-,  anche 
nelle  sue  fasi  anteriori  di  /",  plì,  hli,  di  questo  errore  non  ebbero  colpa 
le  parole  'regola'  ed  'eccezione',  che  eran  già  vecchie,  ed  eran  nate 
e  nutrite  in  un  campo  d'idee  molto  diverso.  Si  dice  che  queste  pa- 
role inchiudono  il  concetto  di  fatti  che  si  sottraggano  ad  una  legge, 
sotto  la  quale  dovrebbero  esser  compresi,  ossia  il  concetto  della  vio- 
lazion  d'una  legge;  ma  anche  questo  che  vi  si  vuole  inchiudere  ò  ar- 
bitrario e  moderno,  e  rappresenta  un  fatto  transitorio,  che  può  scom- 
parire senza  danno  della  nomenclatura.  La  regola  e  la  eccezione 
esprimono  fatti  reali,  che  possono  essere  peggio  o  meglio  interpretati. 
Se  in  ciò  si  commette  errore,  o  la  regola  è  mal  definita,  o  la  ecce- 
zione è  male  spiegata;  ma  finché  le  cose  rimangono,  le  parole  debboii 
restare,  e  molto  più  né'  libri  elementari,  che  non  possono  render  ra- 
gione di  tutto.  Non  di  rado  si  presentano  fatti,  pei  quali  le  eccezioni 
possono  chiamarsi  fenomeni  di  sottospecie,  e  ciò  quando  la  legge 
trova  un  limite  e  muta  andamento  per  variare  di  condizioni,  ma  albi 
parola 'eccezione'  non  si  può,  né  conviene  sempre  rinunziare.  —  Questo 
ho  voluto  dire  per  protestare  contro  la  confusione  babelica  che  vieii 
recando  la  mania  di  mutare  la  terminologia  grammaticale,  in  ogni 
libro  che  esca  fuora,  sia  pur  ricco  di  vere  ed  utili  novità.  Cosi  in  un 
libro  di  molto  pregio,  destinato  all'insegnamento,  trovo  scritto  che 
aspirazione  ò  un  termino  del  tutto  spropositato,  poiché  quando  si  prof- 
ferisce, essa  come  ogni  altro  suono,  si  espira,  ma  non  si  aspira,  cioè 
si  tira  il  fiato  fuora  dei  polmoni,  e  non  in  dentro.  Questo  significa 
addirittura,  come  dice  il  proverbio,  un  saper  fare  il  calzolaio,  e  por- 
tire  lo  scarpe  rotte;  cioè  dire,  nel  caso  nostro,  saper  bene  spiegare 


320  Bianchi, 

ló  voci  usate  da  altri,  e  non  intender  cica  di  quelle  che  si  adoperano 
per  nostro  uso  e  consumo.  Le  prepp.  ad  ed  ex  non  valgono  particolar- 
mente né  'in  dentro'  né  'in  fuora'  del  soggetto  che  parla.  Il  composto 
aspirare  significa  semplicemente  'soffiare  accosto  a\  quindi  'aspirare 
il  e,  il  f, Ulp',  vale  'soffiare  accanto  al  e,  al  ^,  al  p',  facendone  di, 
tli,  ph,  e  ciò  si  fa  anche  accosto  alle  vocali,  perché  lo  spirito,  per 
parlare  in  digrosso,  non  può  profferirsi  senza  l'appoggio  di  altri  suoni. 
Il  significato  di  tirare  il  fiato  a  sé  non  fu  mai  neir  intenzione  dei  gram- 
matici; é  arbitrario  e  moderno,  sebbene  non  sia  falso,  e  si  giustifichi 
per  l'analogia  dei  com^^o'&iì  assog  gettivi,  quali  acci  pio,  assumo, 
adipiscor  ecc.,  equivalenti  al  medio  greco  di  dativo  (v.  la  mia 
'Prep.  A'  103  n."  14,  152  segg.).  Generalmente  le  preposizioni,  non 
esclusa  la  ex,  esprimono  una  relazione  obiettiva,  cioè  si  riferiscono 
ad  un  oggetto  o  ad  un  termine  che  sta  fuori  di  chi  parla  o  di  chi 
agisce;  ma  benché,  ciò  non  ostante,  l'uso  di  exspirare  (animam  e 
simili),  con  punto  di  partenza  dal  soggetto,  come  in  altri  simili  com- 
posti, sia  classicissimo,  non  é  necessario.  Perciò,  siccome  in  lingua 
non  si  possono  profferir  suoni  altrimenti  che  mandando  fuori  il  fiato, 
nel  modo  che  i  grammatici  hanno  sempre  inteso  o  sottinteso,  cosi  la- 
sceremo ai  medici  ed  a  chi  russa  la  distinzione  tra  'aspirazione'  ed 
'espirazione',  ed  entrando  in  materia,  seguiteremo  la  vecchia  nomen- 
clatura. 

Nello  esporre  e  nello  spiegare  il  mantenimento  o  la  mutazione  delle 
consonanti  semplici  in  mezzo  a  vocali,  quantunque  arreclii  nuovi  par- 
ticolari e  qualche  nuova  applicazione,  non  intendo  né  pretendo  d'in- 
trodurre un  nuovo  principio.  Imperocché  altro  non  fo  che  svolgere 
6  definire  una  dottrina  già  insegnata  e  praticata,  per  l'italiano,  dal  no- 
stro Direttore  (Ardi.  X  85-87)  e  seguitata  dal  Meyer-Lììbke  (Gramm. 
der  rom.  spr.  I  411),  e  comunemente  accetta,  la  quale  ammette  che 
le  esplosive  tenui  mediane,  le  quali  immediatamente  precedano  la  vo- 
cale tonica,  si  cambiiiio  in  sonore,  e  generalmente  si  mantengano  in- 
tatte quelle  seguenti  alla  tonica.  Io  credo  che  una  definizione  possa 
abbracciare  non  solo  le  esplosive,  ma  anche  le  continue:  piuttosto 
il  h  pare  che  v'incalzi  male,  in  quanto  che,  anche  ov' é  postonico, 
passa  in  v.  ma  forse  ciò  avvenne  in  un  periodo  posteriore;  e  se  il 
b  la  sorpassò,  la  5  entrò  più  tardi  nella  corrente  comune.  Ciò  avver- 
tito diremo ,  irhe  in  un  periodo  certamente  posteriore,  ma  forse  non 
molto  lontano  da  quello  in  cui  le  gutturali  e  g  si  fanno  palatine  di- 
nanzi a  i  ed  e,  avviene  quanto  segue:  I.  La  sonorità  dell'accento,  qua- 
lunque vocale  lo  riceva,  fa  scendere  d'un  grado  la  consonante  scempia 


Storia  dell' -i'-  ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  19:  Cons.  sempl.  tra  voc,  ecc.       321 

mediana  che  accosto  precede;  a  condizione:  a)  che  la  consonante  sia 
capace  di  gradazione;  ò)  che  il  suono  succedaneo  esista  digià  nella 
lingua;  e)  che  questo  non  sia  di  tal  natura  che,  nello  stesso  ten'po  e 
per  eftetto  della  medesima  causa,  debba  discendere  d'un  grado  ulte- 
riore. Ad  illustrazione  della  seconda  condizione,  diremo  che  la  prima 
legge,  siccome  puramente  fisica,  non  ha  per  effetto  di  crear  nuovi 
suoni,  quale  volesse  disegnare  una  simmetrica  geometrica;  essa  é  co- 
stretta a  volgersi  nel  circolo  dei  suoni  esistenti:  nuovi  suoni  possono 
sorgere  in  tempi  posteriori,  e  la  legge  può  tornare  ad  aver  vigore  per 
essi,  se  la  loro  natura  lo  comporta.  —  II.  Legge  o  regola,  limitativa 
della  prima:  nessuna  consonante  scempia  tra  vocali  può  dileguarsi, 
se  almeno  una  delle  due  vocali  circostanti  non  sia  omorganica  e  cosi 
affine,  a  quella  consonante,  da  supplire  alla  sua  mancanza,  e  quasi  da 
far  parere  ai  parlanti  d'averla  profferita.  Tranne  alcuni  casi  di  di- 
leguamento, che  sono  da  discutersi,  e  pei  quali  ha  vigore  la  limita- 
zione della  seconda  regola,  le  consonanti  scempie  di  prima  sillaba  po- 
stonica si  mantengono,  ed  alcune  si  raddoppiano,  ma:  III.  Le  esplo- 
sive sorde  divengon  sonore,  ove  siano  seguite  da  a.  Tanto 
meglio  ciò  può  avvenire  se  anche  la  tonica  sia  un'altra  a,  un'e  od  o 
larghe  ed  in  origine  brevi;  ma  siavi  o  no  questo  concorso,  la  causa 
principalissima  sta  nella  massima  sonorità  della  vocale  seguente,  che 
assimila  la  consonante  alla  su:i  qualità.  Anche  la  vicinanza  dell'ac- 
cento contribuisce  a  (juesto  effetto,  e  sarà  da  vedere  se  a  ciò  basti 
Va  che  da  quello  è  lontana.  In  ogni  modo  questa  virtù  dell'-rt-  é  in- 
dipendente dagli  effetti  della  prima  legge  e  può  essersi  spiegata  in 
tempi  differenti:  anzi  pare  che  nell'italiano  la  3.'''  legge  si  attuasse 
dopo  la  prima,  e  che  la  successione  dei  due  fenomeni  si  possa  formu- 
lare nel  fatto,  che  il  d  di  stafferà  =  staterà  sia  più  antico  che  quello 
di  stradarsi  Vài  a,.  —  IV.  Le  seconde  ed  ulteriori  consonanti 
scempie  protoniche  e  postoniche  si  mantengono;  ma  delle 
prime  è  difficile  incontrare  esempj  schietti,  poiché  o  si  cade  in  con- 
sonanti iniziali,  od  in  forme  che  l'etimologia  sottrarrebbe  all'azione 
fonetica  (osserva,  per  es.,  il  e  di  maceralojo).  La  seconda  regola  li- 
mitativa, e  le  condizioni  che  ristringono  gli  effetti  della  prima  legge, 
come  pure  i  brevi  confini  della  3.*  regola,  mostrano  già  che  siamo  in 
presenza  d'un  essere  cosciente,  il  quale  ripugna,  e  ne  vedremo  il  modo, 
ai  ciechi  impulsi  d'un  istinto  fisico,  e  ne  evita  o  ne  attenua  le  ulte- 
riori conseguenze.  La  coscienza  ha  quella  logica  intuitiva,  che  si  chiama 
analogia,  la  quale  anche  crea,  in  contrapposto  alla  prima  e  terza 
regola,  la  seguente  legge:  V.  Ogni  snono  die,  por  effetto  delle 


322  Bianchi, 

leggi  fonetiche,  dovrebbe  digradarsi,  od  aneli  e  cadere, 
si  mantiene  intatto  l'in  da  principio,  o  ritorna  allo  stato 
primiero,  se  fa  parte  di  voci  che  abbiano  connessione 
reale  od  apparente  con  altre,  nelle  quali  il  suono  mede- 
simo, siccome  in  diversa  posizione,  do  vea  conse  r  v  ar  si. 
L'osservanza  di  quésta  regola  dipende  dalla  maggiore  o  minore  im- 
portanza che  la  coscienza  dei  parlanti  annetta  alla  forma  più  etimo- 
logica. I  fenomeni  della  prima  e  della  terza  regola  appartengono  in 
modo  generalissimo  alle  assimilazioni:  sono  le  corde  vocali  che,  tin 
dal  profferimento  della  consonante  clie  precede,  predispongono  la  ten- 
sione che  richiede  la  tonica  o  Va  seguente.  Indipendentemente  da  que- 
ste cause ,  agiscono  poi  le  più  speciali  assimilazioni  agli  altri  suoni 
vicini,  e  gli  accidenti  generali  di  dissimilazione,  metatesi,  elisione, 
contrazione  ecc.,  (qualcuno  dei  quali  può  anche  sconfinare  dai  limiti 
posti  alle  regole  premesse,  dimodoché  una  consonante  che  sfugga  ad 
una  legge  di  cambiamento,  possa  rientrarvi  per  causa  diversa.  Nel 
dare  esempj  di  questi  fatti,  procederemo  dalla  parte  più  interna  a 
quella  via  via  più  esterna  dell'organo  vocale,  prima  facendo  conto  delle 
esplosive. 

Grutturali:  ^ka-  ^kor  ^ku^.  La  tenue  di  prima  protonica,  per  vi- 
gore della  prima  legge,  passa  in  sonora:  fregare  -ava  fricare,  intri- 
gare -ava  intricare,  annegare  ecc.  n  e  e  a  r  e ,  pagare  ecc.  pacare,  pie- 
gare ecc.  plicare,  pregare  ecc.  precari,  segare  ecc.  secare,  5»- 
^«re=^sucare  da  rivedersi,  soffocare  «//b- sublocare,  dragone  dra- 
cene e  per  diffusione  anche  drago  =  d  ra  e  o ,  ni.  Santa  Gonda  =  S.  J  u- 
Gunda,  ma  cfr.  anche  i  nnpr.  longob.  Guadi-  e  Cimdi-,  aguzzo  auzzo 
=^  *acutjo  ma  anche  acuto  da  acùHu,  che  sono  da  rivedersi  sotto  //, 
Z«^imrt  =  lacuna,  voce  che  non  apparisce  toscana,  sebbene  confoiniie 
alla  fonetica  toscana  '.  Non  si  estende  questa  legge  alle  l'adici  rad- 
doppiate, non  solo  perchè  possa  dirsi  la  seconda  sillaba  rimanere  as- 
similata alla  prima,  ma  anche  perchè  il  valore  della  loro  formazione 
fu  sempre  sentito:  coco'  mero-=  cucùmere ,  coca  Ilo  ■=  cucullus,  co- 
oùzzolo  cucutium,  cfr.  [dial.]  cùccuma  cucùma,  e  molto  più  nella 
voce  imitativa  cocide  o  cùcùlo  cuculus;  ma  ove  la  radice  si  sdoppj, 
e  la  formazione  si  oscuri,  può  talora  la  legge  riprender  vigore,  come 
iii  bi-gutta,  che  in  latino  sarebbe    stata  bi-cucutium   nel  senso  di 


'  Non  la  incontro  tra  i  nomi  locali,  e    presso    il    volgo    non    è   usata  se 
non   da  chi  conosco  Venezia. 


Storia  dell' -e- ecc.  —  Gap.  Ili,  §  2,  19:  Cons.  sempl.  tra  voc,  ecc.       323 

CUCII  ma,  su  di  che  rivedi^emo  a  //.  E  ben  difRcile  lo  ammettere  che 
secondo,  variante  con  sicondo,  e  sicuro  non  siano  di  tradizione  popo- 
lare continuata:  nel  primo  il  k  deve  essersi  mantenuto  per  una  c<^rta 
connessione  logica  con  seco  {^secondare  alcuno'  quasi  'andar  seco\ 
cioè  con  quello,  ^secondo  lui'  quasi  ^ seco  lui'),  ed  in  sicuro  per  la  sua 
connessione,  dal  sentimento  non  del  tutto  smarrita,  con  cura  -are  per- 
curare  ecc.  La  popolarità  di  giocondo  =  j  u  e  u  n  d  u  s  è  un  po'  meno  certa, 
benché  probabilissima,  ma  potea  risentirsi  ài  giuoco;  laddove  in  S.  Gonda 
questa  relazione  si  oscurava  per  effetto  della  contrazione  è  successivo 
accordo  de' due  apposti:  sancta-Jo-,  '^sancie-Jó-  *santjo-  *santja~ 
-gonda,  la  cui  prima  parte  fu  certo  una  variante  di  santa.  —  La  ten. 
gutt.  seguita  da  a  di  prima  postonica  passa,  o  dovrebbe  sempre  pas- 
sare in  O,  ma  è  una  regola  che  l'analogia  rende  quasi  sempre  ineffi- 
cace, ove  non  incontri  altri  aj  uti  :  lattuga  ^lactuca,  lettiga  =  lectica, 
bottega^  apotheca,  sèga-le  secalis,  dove  concorre  anche  l'idea  di 
segare,  come  nel  singolare  spiga  =  spica  concorre  il  suo  derivato  5p2- 
^rt>T  <=  spicare;  e  c'entrano  naturalmente  le  terze  pers.  sing.  e  plu- 
rali del  pres.  ind.  dei  verbi  citati  in  principio,  ed  i  sostantivi  loro  de- 
rivati: frega,  intriga  {-go),  annega,  paga,  prega  {priego),  sega,  foga, 
onde  il  g  si  estende  a  tutta  la  conjugazione.  La  nota  parentela,  qui 
con  maggior  forza  ribadita,  tra  u  e  Q,  non  dee  farci  credere  che  sugo 
venga  in  tutto  da  sucus,  e  non  sia  stato  informato  da  sugare;  poi- 
ché al  toscano  basta  una  gutturale  qualunque  per  chiudere  la  formola 
Hi-,  cfr.  i  numerosi  nnll.  Luco  <=  Incus.  La  regolarità  può  illudere  chi 
creda  creata  in  Toscana  la  voce  tartaruga  (scatole,  lavori  di  tart.): 
(jua  non  é  molto  antica,  e  dev'  essere  lo  spg.  tortuga  fattosi  più  pe- 
sante strada  facendo,  ed  anche  più  moderna,  e  qua  ancora  poco  usata, 
é  pizzùga  'testuggine',  dai  pizzi,  venutaci  da  dialetti;  poiché  -uca  do- 
vea  rimanere  per  le  analogie  che  tosto  vedremo,  e  difatti  il  senese 
aveva  ed  ancora  conserva  iartùca  id.  Per  dipendènza  etimologica  dal- 
l'esposte due  formule  Vì^  e  i-ha  in  g,  e  non  per  le  proprie  condizioni 
fonetiche,  sorgono  le  figure  in  -e'golo  -a:  fre'golo  -la,  segolo,  tre' gola, 
pe'gola  da  un  ant.  '*pegare  '^iìn-  =  picare,  pettegolo,  -ola  (forse  ana- 
logico), spigolo  spiculum,  le  quali  trovavano  un  rinfianco  in  tégola 
{regola),  stegola  da  stiva,  zigolo  e  qualche  altra  voce  d'origine  va- 
ria. —  In  due  combinazioni  di  ilt},  questo  passa  in  sonora,  non  per  la 
sonorità  dell'una  o  dell'altra  vocale  accostante,  che  come  tale  in  tanti 
altri  casi  non  ha  effetto,  ma  per  la  loro  comunanza  di  natura  omor- 
ganica  con  la  sonora  gutturale.  La  i)rinia  è  rappresentata  da  *a^M  = 
acu  o  '-lagu  -  \:xcu ,  onde  poi  ago  lago,  cli'^  oltbero  il   -//-  por  assi- 


324  Bianchi,  Storia  dell"-/-  ecc.,  Gap.  Ili,  §  2,  19. 

milazioiie  del  -k-  aW-n  che  fu  costantemente  finale  di  4.'*  deci.  (XIII 
197),  fenomeno  non  identico,  ma  affine  a  quello  che  ci  diede  guanto 
da  tcant  e  struggo  da  destruo  (v.  sotto).  L'«  può  avere  agito  in 
concorso,  ma  non  fu  causa  determinante.  Ci  mancano  i  rappresentanti 
di  specus  e  di  pecu;  ficus  non  fu  costantemente  di  4.%  e  per  que- 
sta è  latino  e  non  romano,  laddove  porticus  va  tra  gli  sdruccioli 
in  -co,  a  cui  passeremo.  Come  si  vede,  gli  esemplari  son  ridotti  po- 
chini, ma  si  pesano  e  non  si  contano.  Se  ne  può  dedurre  (e  ci  son 
altri  argomenti  per  ciò  credere),  che  V-u  di  4.^  rimase  per  lunga  età 
nel  toscano  (v.  1.  e);  ma  se  si  correrebbe  troppo  a  dedurre  dal  fatto 
opposto  {^cg  da  ^ko),  che  nell'età  del  -k-  in  -^-,  tutti  i  nomin.  e 
accus.  di  2.^  (-u)  fussero  già  stati  ridotti  ad  -o  come,  salvo  la  quan- 
tità, il  dat.  e  l'abl. ,  non  saremmo  però  in  falsa  strada.  La  seconda 
combinazione  ci  è  porta  da  luogo  =  1^00  e  gruogo  =  cròco  (locus, 
crocum)  dove  la  gutturale  si  assimila  regressivamente  al  gruppo  so- 
noro ed  omorganico  wo',  causa  determinante  lo  ic.  Ne  sfuggirono  fuoco 
focus  e  giuoco  jo cu s,  pei  quali  il  nostro  Direttore  ammise,  con 
grande  acume,  la  presenza  di  nominativi  /bc[.s]  jocls},  dove  la  primi- 
tiva gutturale,  rimasta  finale,  potette  sostenersi;  ed  addusse  altri  di 
simili  esempi  (X  91-2),  ai  quali  questo  lavoro  non  ha  nulla  da  levare, 
ed  ha  anzi  qualche  cosa  da  rinforzar  l'argomento.  Da  coquus  -um 
e  co  quo  si  sarebbe  avuto  '^coco,  poi  cuoco  '^cuogo,  e  da  co  qui  e 
-Ts  cocqui:  c'era,  dunque,  tanto  da  salvare  un  termine  di  mezzo  cuoco, 
ma  la  digestione  di  tale  materia  non  è,  a  questo  punto,  ancora  ma- 
tura (v.  intanto  qui  sotto  a  qu).  Quanto  a  poco  ■=  p  a  u  e  n,  ?-oeo  =  rau  e  o , 
oca  =  anca,  fioco,  per  cui  ammetto  Sfianco  (che  più  innanzi  inve- 
stigheremo), il  nostro  Direttore  osservava,  che  «il  ce  preservato 
dal  dittongo,  o  meglio  dall'rtw  antico  (ibid.  91  n)  ».  Io  mi  fermo  a  que- 
sto 'meglio',  poiché  la  pronunzia  av  aveva  in  qualche  esemplare  una 
ragione  etimologica  assai  fresca  (cfr.,  anche  per  raucus,  ravus), 
ed  av  ed  au  si  alternano  in  varie  età  della  lingua;  in  caso  diverso  au, 
avrebbe  preso  una  leggiera  tinta  di  aio,  ed  assai  facilmente  rauco, 
per  es. .  si  sarebbe  fatto  '^raugo  o  rogo,  se  non  piuttosto  '^ragiro  o 
'^rogioo. 


DI  UN  DIALETTO  VENETO, 
IMPORTANTE   E   IGNORATO. 


Lettera  a  un  compagno  di  studj. 


Monte  Generoso,  agosto  1897. 

Amico  onorandissimo.  —  Una  delle  ragioni,  per  le  quali  più 
desideravo  di  avervi  qui  incontrato,  era  quella  di  mostrarvi  le 
scarse  mie  note  intorno  al  dialetto  di  Grado  ed  eccitarvi  a 
fare  voi  stesso,  o  direttamente  o  addestrando,  qualche  allievo,  di 
più  e  di  meglio  che  a  me  per  ora  non  sia  dato.  Rimedio  come 
posso  con  questa  lettera,  trascrivendovi  le  rapide  mie  note  e  ac- 
compagnandole, perchè  l'orientarvi  non  vi  costi  alcuna  fatica, 
degli  opportuni  rimandi  al  primo  volume  àeW Aì^cìiìdìo  ,  il  solo 
ferro  di  mestiere  che  io  qui  abbia  con  me.  Il  divulgatore  di  questa 
parlata,  che  tosto  vi  nomino,  è  d'altronde  persona  così  cortese, 
e  così  desiderosa  che  la  sua  divulgazione  profitti  agli  studj ,  da 
rendermi  sicuro  eh'  egli  seconderà  con  ogni  sollecitudine  le  ri- 
chieste che  gli  sieno  rivolte  da  chi  egli  sappia  ben  preparato  a 
indagini  della  nostra  maniera. 

Grado,  come  di  certo  ricordate,  dista  non  molto  da  Aqui- 
leja;  è  una  cittadetta,  che  or  deve  fare  circa  tremila  abitanti: 
latinamente  Gradus,  Gravo  nell'odierno  parlare,  onde  Gravi- 
sani  {(jraizani)  i  suoi  abitanti,  come  dirimpetto  verso  oriente, 
sulla  sponda  istriana.  Maggia^  o  meglio  Magia,  dà  l'aggettivo 
muglizan.  Aquileja  è  oggi  schiettamente  friulana,  come  vedete 
dalla  novella  presso  il  Papanti.  Grado,  all'incontro,  non  solo 
mantiene  il  linguaggio  veneto,  ma  lo  serba,  o  almeno  lo  serbava 
quand'eran  giovani  quelli  che  oggi  son  vecchi,  in  condizioni  così 
arcaiche,  da  far  veramente  sbalordire.  Questo  privilegio  ripete 
di  certo  la  sua  ragione  dalla  natura  del  luogo,  poiché  Grado 
giace  al  mare,  sull'estremo  isolotto  della  projìria  laguna.  Se  non 


326  Ascoli, 

avete  la  Carta  dello  Stato  Maggiore  austriaco,  ricorrete,  per  ri- 
conoscer codesta  posizione,  alla  Carta  che  ò  data  dal  Fìliasi  ^ 

Quanto  alle  fonti  anteriori,  scritte  o  stampate,  siamo  per  il 
gradese  a  tale  specie  d'erudizione  di  cui  si  può  fare  sfoggio  an- 
che in  mezzo  a  queste  montagne.  Tranne  un  doppio  ma  assai 
limitato  Saggio,  che  vien  quasi  a  coincidere  con  la  fonte  amplis- 
sima a  cui  già  allusi,  e  del  quale  più  in  là  vi  ritocco,  par  dav- 
vero che  non  ci  sia  prima  stato  proprio  nulla,  o  nulla  almanco 
di  più  o  meno  conosciuto.  Dal  Filiasi,  che  ha  pur  tanto  di  buono, 
non  c'è  da  cavar  niente  per  questa  parte.  Nelle  raccolte  di  ver- 
sioni dell' Orazion  domenicale,  non  rammento  d'aver  mai  veduto 
la  gradese.  Né  il  Papanti  ha  la  gradese  tra  le  tante  versioni 
della  Novella.  Le  Etnografìe  dell'Austria  devon  dare  giustamente 
Grado  e  Monfalcone  come  territorj  pei  quali  si  continui,  dal 
Regno  finitimo,  la  parlata  veneziana  o  veneta,  ma  senza  fare 
alcuna  distinzione  tra  Monfalcone  e  Grado. 

Il  rivelatore  del  dialetto  di  Grado  è  Sebastiano  Scaramuzza; 
e  la  notizia  che  mercè  sua  consegue  la  nostra  disciplina,  presso- 
ché improvvisamente,  di  questa  singolare  parlata,  è  tale  da  potersi 
dire  piena  ed  intiera.  Lo  Scaramuzza,  ricco  di  molta  e  varia  dot- 
trina, professore  emerito  di  filosofia,  scrittore  imaginoso  e  pa- 
triota ardente,  è  un  Gradese,  residente  in  Vicenza,  il  quale  ha 
prediletto  sempre  con  vera  passione  il  dialetto  materno  e  lo 
scrive  in  verso  e  in  prosa  con  molto  garbata  scorrevolezza.  Da 
non  pochi  anni  andava  egli  pubblicando  qualche  sua  scrittura  gra- 
dese in  giornali  o  riviste  che  stentano  a  uscire  da  confini  più  o 
meno  ristretti.  Ma  non  ostante  la  scarsa  diffusione  di  questa  ma- 
teria sparpagliata,  resta  sempre  un  fatto  abbastanza  curioso,  che, 
in  mezzo  a  tanto  fervore  di  studj  dialettali,  i  Saggi  dello  Scara- 
muzza non  abbiano  prima  d'ora  richiamato  l'attenzione  di  qual- 
che romanologo  operoso,  che  mi  togliesse  la  prerogativa,  così 
poco  meritata,  d'essere  il  primo  a  parlarne  per  le  stampe  ai 
compagni  di  studio  ,  pur  venendo ,  senza  mia  colpa  e  con  mio 
grave  dispiacere,  tanto  più  tardi  che  non  pensassi.  Ora  il  nostro 
Gradese  raduna  molte  delle  sue  cose  vernacole   in  un  poderoso 


*  [Filiasi,  Mem.  stor.  de'  Veneti  priiui  e  secondi^  sec.  ediz.,  voi.  V.] 


Un  dial.  veneto,  importante  e  ignorato.  327 

lavoro  poligrafico,  del  quale  è  uscito,  pochi  mesi  fa,  il  primo 
volume;  e  cosi  potrà  essere  agevolata  la  notizia  e  meglio  pro- 
mossa la  disamina  di  questa  suppellettile  preziosa^. 

Nel  simpatico  suo  libro:  Lagune  di  Grado,  il  Caprin,  secondo 
che  prima  vi  accennavo,  ha  qualche  sagginolo  gradese.  Sono,  a 
p.  294,  alcuni  modi  di  dire  e  proverbi;  e  a  pp.  260-64  alcuni 
canti  lagimaìn.  Di  questi  però  dice,  eh' è  ricorso  allo  Scaramuzza, 
come  air  «  unico  che  conservi  lo  storico  vernacolo  di  Grado  », 
perchè  in  qualche  modo  glieli  riportasse  alla  forma  dell'antica 
parlata.  Cosi  pur  questi  canti  diventano,  jìer  quanto  è  della  loro 
foggia  dialettale,  una  specie  di  fattura  dello  Scaramuzza.  I  modi 
di  dire  e  proverhj,  all'incontro,  non  mostrano  di  aver  subito 
alcun  ritocco  ;  e  concordano  bensi,  per  varie  caratteristiche,  con 
le  scritture  proprie  dello  Scaramuzza  o  i  canti  ritoccati  da  lui, 
ma  per  altre  no  (cosi:  maledeti,  anziché  *maledili',  disarò  an- 
ziché *disarè).  Negli  ultimi  decennj,  come  lo  stesso  Scaramuzza 
di  frequente  ricorda,  le  caratteristiche  dell'antico  parlare  sareb- 
bero venute  cedendo  al  tipo  comune  delle  moderne  parlate  ve- 
neziane. Ma  poiché  appare  che  egli  sia  come  l'ultimo  superstite 
delle  generazioni  che  hanno  parlato  quello  schietto  gracisano 
ch'egli  scrive  (affermazione,  del  resto,  che  andrà  intesa  con 
giusta  discrezione),  la  critica  circospetta  potrebbe  muover  qual- 
che dubbio  circa  la  piena  fede  che  per  ogni  parte  si  debba  pre- 
stare alle  forme  che  da  lui  ci  sono  offerte.  Non  già  di  certo,  si 
potrà  pensare,  per  voluta  finzione,  ma  forse  per  l'azione  in<;on- 


*  \_Italicce  Res,  1;  Vicenza  1895-6  (edizione  fuori  di  oommepcio).  Qui  an- 
cora sia  citata  la  seguente  scrittura  del  nostro  Autore  :  Le  vicende  e  le 
conclusioni  del  tnio  studio  giovanile  sulla  parlata  gradese;  Udine  1894  (ediz. 
t'.  d.  comm.).  L'acuta  e  persistente  indagine  dello  Scaramuzza  intorno  alle 
ragioni  istoriche  del  suo  linguaggio  natio,  si  manifesta  in  ispecio  nelle 
Ital.  Res,  i  273  sgg.  Non  ha  egli  compiutamente  afferrato  il  vero,  perchè 
gli  son  mancati  quei  sussidj  di  cui  principalmente  abbisognava.  M;i  n'è 
rimasto  poco  lontano.  Il  suo  i  jiiù  che  altro  un  difetto  di  prospettiva;  e 
la  naturale  '  sua  perspicacia,  ajutata  che  ora  sia  dalla  notizia  delle  fonti 
più  opportune,  potrà  aggiungere  copiosi  e  ordinati  ragguagli,  da  cui  venga 
larga  utilità  agli  studiosi.  L'adempimento  di  quest'augurio  coroni  la  car- 
riera intemerata  del  nobilissimo  Gradese!] 


328  Ascoli, 

sapevole  della  tendenza  analogica ,  qualche  fenomeno  caratte- 
ristico può  aver  ripigliato,  sotto  la  penna  dello  Scaramuzza, 
un'estensione  maggiore  di  quello  che  in  realtà  non  gli  rimanesse 
pur  nella  prima  metà  di  questo  secolo.  E  si  penserà  in  ispecie 
alla  rigida  permanenza  dell'  'umlaut'.  Senonchè,  tra  perchè  le 
ipotesi  storiche  e  la  preparazione  dottrinale  del  nostro  Autore 
non  pajon  tali  da  promuovere  simili  tendenze,  e  tra  perchè  il 
venerando  uomo,  di  cui  è  proverbiale  il  più  coscienzioso  rispetto 
a  ogni  ragione  della  morale  e  della  storia,  da  me  esplicitamente 
esortato  a  ripensarci,  dichiara  di  sentirsi  perfettamente  sicuro  di 
non  aver  mai  ceduto  ad  alcuna  tentazione  di  questa  maniera,  io 
alla  mia  volta  non  devo  cedere  ai  dubbj  di  cui  ho  pur  dovuto 
non  escludere  ogni  menzione.  Nuove  esplorazioni,  del  resto,  an- 
che nei  territorj  finitimi,  ci  sono  ora  promesse. 

Si  tratta  dunque  di  un  dialetto  veneto,  e  vuol  dir  tale,  che 
piuttosto  rappresenti  1'  'antico  veneto  di  terraferma  e  anche  del- 
l'estuario',  che  non  il  'veneziano  vero  e  proprio'.  E  si  tratta 
di  una  rappresentazione  veramente  cospicua,  la  quale  viene  an- 
che a  togliere  ogni  illusione  circa  i  supposti  incrociamenti  che 
qui  fossero  avvenuti  tra  veneziano  e  friulano.  Quanto  a  prima 
vista  par  nel  gradese  d'immediata  provenienza  friulana,  si  ri- 
solve, almeno  per  la  maggior  parte,  in  fenomeni  che  eran  co- 
muni, sin  da  antichi  tempi,  al  veneto  di  terraferma  ed  al  friulano. 

Un  pajo  di  testicciuoli  'scaramuzzani  '  che  più  in  là  vi  fo  ve- 
dere ^,  rendono  qui  superflua  una  descrizione  dei  caratteri  gene- 
rali di  questa  parlata.  Per  quello  che  v'abbia  di  specifico,  mi  ri- 
duco, in  questa  rapida  dimostrazione,  ai  capi  seguenti:  I.  L'' um- 
laut '.  —  II.  Il  riflesso  della  formola  alt  ecc.  —  III.  Il  participio 
feminile  in  -aga  =  -aa  ;  e  altri  speciali  dilegui  di  d  primario  o 
secondario.  —  IV.  Altri  particolari  fonetici.  —  V.  Particolarità 
morfologiche.  —  VI.  Comunanze  fondamentali  col  friulano. 


^  [Prosa.  It.  Res  I  280-81:  Zé  cossa,  dorica,  manifesta,  cofà  '1  Sol:  I  Grai- 
sani  ha'  conservao  fin  'desso,  el  so  antigo  favela,  perchè  i'  zc'  stai  no  basta 
isulani,  ma  anche  isolai^  più  de  duti  i  oltri  populi  de'la  Furlania  o  de'l 
Estuario  de  San  Marco  benedeto.  E  'desso  a  un  oltro  quisito:  'Sto  graisan 
veccio,  historico,  rebusto,  e  zintil,  el  polarà  onisempre,  ntè'l  avigni,  dura? 
Respondo:  El  zé  distinào  a  muri,  passando  por  de'i  'nbastardiminti E 


Un  dial.  veneto,  importante  e  ignorato.  329 

E  ora  incominciamo: 

I.  L' 'umlaut'.  —  ^li  fo  lecito  adoperare  questa  voce  tecnica 
tedesca  per  significar  brevemente  l' influsso  dell'  i  atono  finale 
sali' e  tonica  e  sull'p  tonico  (tipi:  vero  viiH,  negro  nigri,  credo 
aridi',  solo  siUi,  ì'psso  )'itssi,  rompo  rumpi).  Il  fenomeno,  che 
in  antica  età  è  fermo  in  date  varietà  venete,  non  meno  che  nelle 
lombarde,  oggi  più  non  s'avverte  nella  Venezia  se  non  per  po- 
veri avanzi  (p.  e.:  rust.  pad.  limpi,  chiogg.  baiaùri)',  Arch.  I 
425-27.  Nel  gradese,  all'incontro,  il  fenomeno  è  conservato  con 
molto  mirabile  tenacità.  Le  serie  che  si  ricavano  dalle  scritture 
dello  Scaramuzza  pajono  uscire  dai  più  antichi  testi  pavani  o 
veronesi.  Rispetto  a  tutte  quante  le  odierne  parlate  venete,  il 
gradese  si  presenta,  per  questa  parte,  in  tali  condizioni,  da  po- 
tersi paragonare,  o  anzi  mettere  ben  molto  innanzi,  a  quelle  che 
rispetto  alle  lombarde  vantano  i  dialetti  viventi  di  alcune  val- 
late all'estremità  settentrionale  del  Lago  Maggiore,  descrittici 
dal  Salvioni  [Arch.  IX  188  sgg.].  L'effetto  dell" umlaut'  si  ri- 
sente facilmente  anche  sulla  pretonica  (per  es.  :  onór  unùri). 
Ed  eccoci  alla  dimostrazione  ^ 

1.  /...-i,  da  e'...-i,  tra  cui  sono  comprese  le  formolo  -ènti  ecc. 
—  Nella   declinazione:  momento   muminti,  bastimento 


tanto  più  stieto  sto'  finis  lingicae  G radensis  suzederà,  quanto  più  int'- 

un-corando  le  gran'  comunicassiuni  vignarti' L'oltro  ano  Ale  dizévo  a 

un  nòbele  signor,  todesco  de  ùfizio,  e  'talian  do  nassionalitae,  che  coman- 
dóva  a  Trieste:  Fé'  gargossa  per  Gravo,  signor,  favelè'  a  Viena.  E  alo  a 
me:  Che  tu  vói,  Scaramuzza ,  che  se  possa  fa  per  quel  povero  desgrassiao 
de  Paese?  E  Me  a  ciò:  Ghité'  drento  de  Gravo  el  popìdo  de  Teraferma!  - 
Tu  sòn'  malo,  ftgio!  -  No  son  malo,  no,  signor!  —  Versi.  Vie.  e  conci.  29: 
Mo'  co  bela  che  zé  'Ngesina  mia!  'La  zé  de  sti  paisi  el  primo  fior!  Tremo 
ch'el  vento  me  la  pòrta'  via;  La  separavo  in  fundi  de'l  gnó  cuor.  Gò  'la 
so  lustra  e  'la  se  fa  pulla,  Figia  o  suore  'la  par  de  gharghe  sior.  A  Gravo, 
no,  no  zé,  gni  'n  Furlanìa,  Vògi  che  più  de'i  sòvi  èbia'  splendor.  In  gnis- 
sùn  logo  mai  se  catara  Una  beléssa  cuma  questa  qua.  Più  nigri  de  la  note 
el'  ha  i  cavili;  Le  drèssc  po',  che  'la  se  fa  co'  quili,  'Le  'ncoròna  'sta  bela 
per  regina  De  Gravo  e  dutaquanta  la  marina!] 

'  Lo  voci  gradesi  son  sempre  riprodotte  così   tal   quale  come  le  danno 
le  stampe. 

Archivio  g-lottol.  ital.,  XIV.  22 


330  Ascoli, 

basliminti,  contento  continti,  de'  i  'nozlnli,  gudiminti  inse- 
gnaminii  laminti,  i  vinti,  arzinti  torinti,  sinsi,  stapindi, 
iéapo  tinpi;  dovivi  piini  rimi,  Piemontisi',  benedeto  [hc- 
nedète)  benediti,  elo  ili,  qiiili  quii  quisti  virdi  pili',  To- 
desco  Todischi,  povariti  anziditi  ozeliti  alboriti,  vogiti  oc- 
chietti; ecc.  Nella  conjugazione:  defènde  difendere,  tu 
difìndi;  creo  credo,  Cì^ée  crede,  crii  credi;  'la  sente,  in 
sinti:  melo,  tu  miti;  rende,  rindi;  1  zerca,  tu  zircìii,  ri- 
gni,  insigni,  splindi,  vighi  vedi;  cantivi  meritivi  pinsivi, 
*cantévi  ecc.,  v.  §  Y. 

Quando  siamo  all'incontro  ad  e'...-i:  belo  bèli,  zevto 

zerti,  vedo  veci,  'verii  aperti',  ecc. 

2.  Ù...-Ì,  da  p...-i.  —  Nella  declinazione:  fior  furi, 
dolor  duluri,  amor  amuri,  splandor  splanduri,  cidiiri  ri- 
gilri',  sodisfassion,  lission  lezione  ecc.,  allato  a  condis- 
siuni  ecc.,  dòn  duni,  paròn  paruai,  sabiuni  (e  anche  bo)i 
buai',  nono  nonno,  nani)',  'moróso  onbroso  misterioso,  al- 
lato a  mister  itisi  odorusi  bramasi,  spasi;  munii  prunii 
confrunti  gulfì  ;  mondo  mundi,  tondo  tundi,  dòlze  dulzi, 
gurghi  laschi  sepulti;  ecc.  Nella  conjugazione:  concòre 
concorrere,  allato  a  curi  tu  corri,  curi!  corri!,  tu  hunuri, 
tu  turni. 

Quando  siamo  all'incontro  ad  ó...-i:  morii  corpi,  vogi 

occhi. 

II.  Il  riflesso  della  formola  alt  ecc.  —  Di  alt  ecc.  in  aui 
(*ault)  ecc.  erano  raccolte  più  testimonianze  venete  in  Arch.  I 
470  sgg.  Ma  insieme  anche  di  alt  ecc.  in  oli  ecc.,  ib.  459  sg. 
E  questa  riduzione  ci  ritorna  costante  nel  gradese: 

òlio  alto,  olia  òlle;  in  altri  mundi,  un  olirà  volta,  óltre 
altre,  nòliri  noi  altri,  vòUri  voi  altri;  salto  salto,  salii; 
còlda  calda,  colde,  scalda  riscalda.  A  formola  atona  :  i  scol- 
darà  gli  scalderà  ;  oliar  altare.  Ma  :  fai  solo  falce. 

III.  Il  participio  feminile  in  -aga  (p.  e.  cantagia  cantata). 
—  Questa  è  una  caratteristica  molto  singolare.  Nel  territorio, 
in  cui  ci  moviamo,  non  vedo  che  questa   trasformazione  riesca 


Vn  dial.  vonoto,  importante  e  ignorato.  331 

intelligibile  se  non  imaginando,  che  tramontata  la  dentale,  come 
la  ragione  storica  voLva  (cantata  cantada  cantd-a),  si  rime- 
diasse all'iato  per  l'epentesi  di  j  (canta-j-a),  onde  poi  g.  Ora, 
di  codeste  epentesi  di  _;,  appunto  nella  risoluzione  di  forme  par- 
ticipiali di  siffatta  specie,  ben  s' hanno  esempj  in  regioni  più  o 
meno  riraote,  secondo  che  più  A'olte  s'avvertiva  pur  neir.4rc/u'- 
vio^;  ma  in  territorj  veneti,  per  quanto  la  memoria  mi  dice, 
non  se  ne  sono  mai  incontrate.  Il  più  solito  è,  anche  negli  an- 
tichi testi,  che  V d-a  del  tipo  canld-a  si  riduca  ad  d\  e  nella 
sola  regione  veronese  abonderebbe  V d-a.  La  riduzione  in  a  s'in- 
contra poi  anche  nel  gradese,  quando  s'esca  dalla  ragione  par- 
ticipiale; e  cosi:  zorna  giornata,  baila  'badilata'  (cfr.  Arch.  I 
430).  Senza  dire,  che  lo  stesso  gradese  punto  non  sa  dell'epen- 
tesi quando  siamo  al  plurale  del  participio  feminile  (e  perciò 
desmentegàe  dimenticate,  soteràe  scontràe  destacàe,  non  diver- 
samente da  piàe  pedate  o  stràe  strade),  così  come  non  ne  sanno 
le  forme  del  maschile,  che  si  rappresentano  coi  seguenti  esempj: 
ì^esiào,  mudo  mutato,  restai  separai  (lasciando  ancora,  che  s'in- 
tende, i  tipi  componàa  fornia,  cressùo  sintìo).  Un'analogia  molto 
incerta  per  l'epentesi  sarebbe  in  cdge  cadere  (cadere  càere).  E 
tragio  per  'tratto'  (che  illusoriamente  accennerebbe,  per  questa 
regione,  a  ^'  =  ex)  mi  riesce  addirittura  un  enigma.  A  ogni  modo, 
eccovi  una  serie  d'esempj  per  cotesto  sing.  fem.  del  participio: 
cantagia  stacagia  'rivagia  sbandonagia  desmentegagia  di- 
sgrassiagia  descordagia  insanguiiiagia  sentagia  insegnag- 
gia  forUmaggia;  ecc. 

D'altri  e  caratteristici  dilegui  di  d  primario  o  secondario, 
come  in  frèli  fratelli,  crée  creava,  rie  surìe\  Uvio,  tv.rbio,  su- 
perfluo è  quasi  dire  come  sieno  comuni  ai  testi  e  alle  parlate 
d'ogni  età  nella  Venezia;  cfr.  Arch.  I  458,  429-30,  ecc. 

lY.  Altri  particolari  fonetici.  —  Superstite  V -e  di  -de  = 
-ATE  nei  nomi  astratti:  istàe  zita  e  nouitàe  'reditòe  ecc.,  come 
nel  chioggioto  ecc.  —   L' a  protonico  in  i  nella  formola  ank-  : 


*  [Vedine  molto  di  più  nel  bel  lavoro  di  E.  Gorra:  Beli' epentesi  di  iato 
delle  lingue  romanze,  in  Stiidj   di  filol.  rom.  VI  4G5-597.] 


332  Ascoli, 

incùo  *anc-uó  oggi,  incora.  —  Nel  presente  di  'vedere'  si  svi- 
luppa un  y,  che  va  per  tutta  la  conjugazinne  :  vóghe  vede,  710 
veglie'  non  vedete,  véglie  vedere,  vigùo  vigila  veduto  -a.  Un  g 
per  il  _/  di  JECTARE  (cfr.  l' it.  conghieilura)  :  gliela  getta,  gliitùi 
gettati.  —  Di  V  in  ì),  oltre  hóse  voce,  hanpa  vampa  ^,  abbiamo 
.9&0Z0,  pi.  sbidi.,  il  volo,  deshodd  [dis]-vuotare  (ma  zvòda  vuota). 
—  La  metatesi  cliioggiota  pre  =  per,  in  pre  me  per  me,  ecc. 

V.  Particolarità  morfologiche. 

Nel  nome,  va  notata  la  figura  nominativale  suòre  soror,  in 
ispecie  perchè  abbia  accanto  a  sé  il  curioso  plurale  soróze  so- 
róse.  Una  forma  d'ordine  storico  non  è  questa  di  certo  (cfr.  per 
es.  Arch.  I  445  n),  e  si  penserà  facilmente  all'attrazione  analo- 
gica di  voci  sul  tipo  'morose,  '*spose  [sposine),  ecc.  —  Pur  qui 
il  superlativo  beletissima. 

Nel  pronome  personale  son  le  maggiori  singolarità.  Ab- 
biamo la  forma  congiuntiva  me  assunta  anche  alla  funzione  del 
nominativo  tonico:  che  tu  me  scrivi',  me  dare  io  darò.  Il  qual 
nominativo  così  coincide  cogli  obliqui  :  a  me  ecc.  E  ugualmente 
è  una  figura  sola  nel  pronome  tonico  di  seconda  singolare  (la 
congiuntiva  è  te)',  onde:  tu  iatri  tu  entri,  e  ugualmente  nella 
reiterazione  ridondante:  tu  tu  vogi  tu  vuoi,  e  insieme:  a  tu, 
co'  tu,  da  tu.  Qui  sono  occorse  vicendevoli  attrazioni  analogiclie. 
Ma  è  notevole  la  stessa  presenza  del  tu  nominativale,  che  ci  fa 
risalire  all'antica  Venezia  e  dura  del  resto  anche  nel  friulano; 
cfr.  §  VI.  Per  la  terza:  elo,  d'elo',  pi.  'nfra-d'-ili.  —  Il  pos- 
sessivo 'mio',  ridotto,  come  nel  friulano,  a  no  (cfr.  l'it.  gnaffe 
'mia  fé'),  si  fa  indeclinabile:  dal  gnó  ho,  dé'la  gnò  marina, 
i  gnó'  lauri,  de'le  gnò'  soròse  delle  mie  sorelle.  —  Il  relativo 
o  interrogativo  'cui'  in  funzione  nominatÌA'ale,  come  nell'antica 
Venezia  (Arch.  I  464)  e  nel  Friuli:  cu  geraì  chi  era?,  ecc.; 
ma  qui  ancora  negli  obliqui  :  de  cu,  ecc. 

Passiamo  alla  conjugazione.  —  Gl'infiniti  perdono  tutta 
la  sillaba  finale,  come  pur  si  vede  in  qualche  varietà  dell'estuario 


^  [Il  primo  esempio  ritorna  in  Ruzzante,  il  secondo  iu  Calmo;  v.  Wex- 
driner:  Die  paduanische  mundart  bei  Riizante,  Breslavia  1889,  p.  31.] 


Un  (Hai.  veneto,  importante  e  ignorato.  333 

veneto  (Ardi.  I  436  465  n;  cfr,  il  §  che  qui  segue);  onde:  ferma 
renovd  dura  fci,  savè',  dm'jiii,  omésse'  vive'  mète'-te  véglie"  *vé- 
dere.  —  I  gerundj  dei  verbi  in  ^ere  foggiati  su  quelli  dei 
verbi  in  -are,  come  negli  antichi  testi  veneziani  ecc.;  onde: 
riandò  rìdendo,  pimizando  corando,  come  hiastemando  tismando 
(fiutando);  cfr.  digando'  stagando.  —  Forme  di  presente  indi- 
cativo: he  Ì7i-a-mente  ho  in  mente,  ìiè  pianto  ho  pianto,  no  he 
vigno  non  ho  veduto;  me  poco  sé  io  poco  so,  no  sé'  che  di 
non  so  che  dire;  ine  son  io  sono;  tu  ni  ha  dào,  tu  va',  tu  sta, 
tu  no  tu  sa'',  tu  san  tal  sei  tale,  tu  són  tu  quél,  tu  tu  son' ^  ; 
tu  pòi,  tu  miti  metti,  domandi;  V  pi.:  véno  *a verno  abbiamo, 
Steno  *stemo  stiamo,  lodéno  lodiamo,  ecc.,  cfr.  §  VI;  2*  pi.:  bra- 
me' ecc.  Nel  futuro,  rivediamo  naturalmente  le  forme  stesse 
che  ci  offriva  l'ausiliare  isolato:  da?'è  darò,  savarè  saprò,  ve- 
garè  vedrò,  scrivarè  pianzarc  ecc.;  tu  sarà  sarai,  tu  vara 
avrai,  tu  tu  farà,  ecc.;  vòltri  vivaré'  vivrete.  —  Di  presente 
congiuntivo:  èbio  io  abbia,  ebia  egli  abbia,  sépia  egli  sappia; 
cfr.  Arch.  I  432.  —  Nell'imperfetto  indicativo,  la  conjuga- 
zione  in  -are  piega  all'analogia  di  quella  in  -ere,  come  avviene 
nel  chioggioto  ecc.  Onde,  come  creévo  credevo,  respondéva  ecc., 
cosi:  devo  davo,  passévo  saluèvo  catèvo  preghèvo  tornévo  spe- 
révo  capitévo  provévo;  o  alla  terza:  deva  dava,  destinéva  bra- 
méva  vardèva  'rivéva  caleva  ecc.;  cfr.  §  I,  1,  Di  P  pi.:  zoghé- 
veno,  di  2'^  pi.:  'véve  stéve'.  Di  'essere':  géro  io  era,  gèreno 
éra[va]mo,  gòre  éra[va]te.  —  Nell'imperfetto  congiuntivo, 
con  V -0  analogico  di  prima,  e  V -a  analogico  di  terza:  se  me 
'vesso  se  io  avessi,  se  polésso  se  potessi,  se  no  mandésso',  se 
no'l  creessa,  che  Vandéssa,  che  i  siùri  paghéssa;  se  i'  fòssa 
'ndài]  ecc.;  2^  pi.:  vo  luminésse  voi  illuminaste.  —  Condizio- 
nale. Ancora  con  l'-o  analogico  della  V  sing.  :  varavo  me 
possilo  avrei  potuto,  selzaravo  sceglierei,  volaràvo  vorrei,  du- 
ravo staravo]  di  2*:  tu  te  metaràvi;   di  3"*  :   sarave  volaràve 


*  Questo  son  per  'es'  ricorda  in  particolar  modo  Trieste  (cimelj  terg. : 
tu  soìis,  Main.:  ti  sos-to,  triest.  volg.:  (i  ti  son  [cfr.  Arcli.  IV'  3G3]);  e  coin- 
cide con  la  voce  per  'sum',  corno  nell'è  di  Ruzzante  o  nello  xè  (?e)  di 
Goldoni  coincidono  più  legittimamente  'es'  ed  'est'. 


334  Ascoli, 

'nclaì'ave.    Superfluo    insistere   sulla   *  veneticità  '   di   queste  for- 
mazioni. 

YL  Comunanze  fondamentali  col  friulano.  —  Nelle  par- 
ticolari concordanze  o  comproprietà  tra  gradese  e  friulano,  è 
naturalmente  da  ricercare  quale  e  quanta  parte  risulti  comune 
alle  parlate  venete  più  o  meno  antiche,  e  quale  e  quanta  sia 
specifica  del  gradese.  Ora,  questa  seconda  parte,  stante  l'atti- 
guità dei  territorj,  non  potrebbe  non  trovarsi  rappresentata  da 
un  certo  numero  di  elementi  lessicali;  ma  per  quanto  è  dell'or- 
ganismo in  genere,  e  vuol  dire  del  sistema  fonetico  e  del  fles- 
sionale,  gli  speciali  influssi  del  friulano  qui  si  riducono  certa- 
mente a  COSI  poco,  da  potersi  dire  a  pressoché  nulla  ^.  Circa  il 
sistema  fonetico,  sarebbe  ozioso  spendere  una  dimostrazione  qua- 
lunque. Quanto  alle  forme,  l'apocope  nell'infinito,  il  futuro  e 
qualche  voce  di  congiuntivo,  come  del  pari  qualche  particolar 
convenienza  nel  pronome,  ci  risultavano,  nel  precedente  para- 
grafo, di  patrimonio  veneto-friulano  anziché  friulano-gradese. 
Una  particolare  illusione  produceva  il  -no  di  prima  plurale.  Lo 
Scaramuzza  vi  ha  ragionato  intorno  con  bell'acume,  vedendovi 
(p.  es.  in  It.  res  275-6)  una  desinenza  friulana  riportata  a  con- 
dizione veneziana,  cioè  l'antico  -yn  ridotto  a  -ìi  perchè  riuscito 
finale  {slntim  sintin),  e  poi  rifornito  dell'-o.  Analogo  discorso 
era  fatto  pur  rìeìVArchÌDÌo  [li  452-3]  circa  il  tipo  aretino  pi- 
glieno  pigliamo,  ed  altri  tipi  congeneri.  Ma  nel  caso  nostro  ba- 
sterà avvertire  che  il  fenomeno  si  riproduce  largamente  in  fa- 
vella veneta,  antica  e  moderna;  cfr.  Arch.  I  422,  [Muss.,  beitr.  20]; 
senza  dire  dell' -o>i  di  l'"*  pi.  di  pres.  che  ha  lungamente  persi- 
stito nella  Venezia;  Arch.  I  396  422  449.  —  E  lasciando  la 
morfologia,  il  gradese  -mentre  per  -mente,  negli  avverbj,  è  parso 
anch'egli  un  *  medaglione'  friulano;  ma  è  all'incontro  di  largo 
e  antico  patrimonio  veneto  ;  Arch.  I  439  ecc.  Piuttosto  parrebbe 
di  diretta  ingerenza  friulana  il  grad.  d'ondra  'donde',  fri.  dón- 
tre',  ma  bisognerà  cercar  bene;  cfr.  Arch.  I  67  533.   E  lallace 


*  Solo  per  qualche  voce  pronominale  (v.  §  V)   parrebbe  doverli  ricono- 
scere. 


Un  dial.  veneto,  importante  e  ignorato.  335 

ancora  l'apparenza  friulana  del  d-  nei  grad.  ditto  duti  dute 
^ tutto'  ecc.,  del  e-  del  grad.  vogi  'occhi',  della  dissimilazione 
che  è  nel  grad.  nimhri  'membri';  o  di  nóme  'soltanto',  di  in- 
dóla  'dove',  di  despi'io  'di  poi'  e  di  me  scugna  a  rae  'mi  biso- 
gna'; cfr.  Arch.  I  445, 454, 413-4  426,  433, 446  [500],  454  n;  ecc.^ 
Sa  piuttosto  di  diretto  influsso  friulano  X -uio  diminutivo:  sco- 
laritto  brazzidi,  o  forse  V  -usso  di  timidusso. 

Ma  io  devo  finire.  Lo  Scaramuzza,  in  un  passo  che  facilmente 
troverete  e  che  in  questo  momento  io  non  vi  posso  citare,  tocca 
di  certi  'rioni'  della  sua  Grado  in  cui  perduri  abbastanza  ni- 
tida la  vecchia  parlata.  Fate  di  arrivarci.  E  gli  egregi  Bertanza 
e  Lazzarini  (che  hanno  del  resto  inteso  le  nostre  teorie  nel  bel 
modo  che  avrete  veduto)  devono  accennare,  se  la  memoria  non 
m'inganna,  pure  a  vecchie  carte  dei  Podestà  di  Grado  ^.  Fate 
d'arrivarci.  E  vogliatemi  sempre  l'afF.'"'^  vostro 

G.  I.  A. 


^  [Cfr.  ]\Iuss.  beitr.  s.  nembro  e  scliiinier;  Boerio  s.  noma.  —  Chioggioto 
(Nardo):  sento  altre  riobe  cugnarave  dire,  cento  altre  cose  converrebbe 
dire;  cagna,  per  vu  me  cagnara  mitorire;  e  Goldoni,  Bar.  Chioz.  Ili  xviii: 
cognè  obedire,  cognè.~\ 

'  III  dialetto  veneziano  fino  alla  morte  di  Dante  Allighieri;  Notizie  e 
documenti  editi  e  inediti  raccolti  da  Enrico  dott.  Bertanza  e  Vittorio  dot- 
tor Lazzarini;  Venezia  1891.  A  pag.  87  vi  si  tocca  di  'Atti  dei  Podestà 
dell'Estuario  veneto  da  Grado  a  Cavarzere'.] 


VAR  I  A. 

1.  *CAPOR  CAPORE,  per  caput  capite. 

Parlando,  in  Ardi.  XIII  294-5,  di  caDO  asturiese,  anziché  caini, 
per  caput,  io  chiedeva:  «  E  se  poi  nell'asturiese  cavo  s'avesse 
«  un  *capor  di  fase  anteriore  (cfr.  apud  apor),  sia  pure  non 
«  propriamente  latino,  ma  infiltratosi  da  qualche  altro  idioma 
«paleoitalico  nel  latino  volgare?  Se,  a  dire  altrimenti,  qui  si 
«  ritrovasse  la  chiave,  indarno  sin  qui  cercata,  degl'ital.  capo- 
«  rano  caporale,  che  primamente  eran  veri  aggettivi,  e  forse 
«  altro  non  sono  se  non  voci  vernacole  che  perfettamente  ri- 
«  spendano  a  *càpitano  capitale?  Quest'è,  bene  inteso,  una 
«mera  interrogazione,  cioè  meno  d' un' ipotesi.  »  E  un  mio  be- 
nevolo critico  (Zeitschr.  f.  rom.  philol.,  XIX  141),  quasi  non  gli 
bastasse  la  molta  mia  cautela,  obiettava  ancora  che  un  ^capoì' 
mal  poteva  perdere  nell'asturiese  il  suo  -r. 

Ma  avvenne  all'incontro  che  io  via  via  mi  persuadessi  d'aver 
colto  nel  segno.  Non  ho  mai  presunto  di  schietta  latinità  il  *ca- 
pop  che  io  mi  provava  a  resuscitare;  e  il  r  finale,  come  può 
tacer  nell'umbro,  cosi  anche  nel  falisco;  e  non  c'è  bisogno  di 
credere  che  lo  perdesse  l' asturiese.  Come  in  caporano  e  capo- 
ì^ale,  il  tema  capor-  ritorna  poi  anche  in  caperozzolo  (cfr.  ca- 
pitozza) e  nel  caperello  'capezzolo',  che  vedo  attribuito  al  se- 
nese ^  ;  nelle  quali  voci  toscane  l' er  anziché  or  sarà  d' ordine 
analogico,  cfr.  pazzerello  ecc.  Ma  a  Roma  è  caporello  (Belli, 
son.  del  20  sett.  1835,  e  così  caporelle  nel  campobassano  (D'Ovi- 
dio), capurelle  nell'abruzzese  (Finamore),  e  siamo  al  preciso 
parallelo  del  nap.  capetieUe,  ugualmente  per  'capezzolo'.  Nel- 
l'abruzzese s'aggiunge  capeì^ate  o  capurate  sost.  f.,  'colpo  dato 
col  capo  della  zappa,  del  bidente  o  della  scure'.  E  ora,  final- 
mente, sopraggiungerebbe  la  figura  obliqua  di  ^cdpo)',  cioè  ca- 
pore,  allo  stato  semplice,  in  una  pergamena  barese  del  1067  ^ 

G.  I.  A. 

*  Nel  senese,  veramente,  vorremmo  caparello  ;  cfr.  pozzarello  ecc. 

*  E  nella  26^  delle  pergamene  del  Duomo  di  Bari.,  contenute  nel  primo 
volume  del  Codice  dqdoinatico  barese  edito  a  cur^^  della  Conunissione  prò- 


Nigra:  toccare;  ecc.  337 

2.  TOCCARE -j  ecc. 

L'it.  toccare,  afr.  iocliier,  fr.  foacìier,  ecc.,  si  fa  provenire  da 
un  german.  *tukkòn  'zucken,  rasch  ziehen',  v,  Kòrt.  8419;  ma, 
a  tacer  d'altro,  le  significazioni  non  si  conciliano  bene,  come 
già  fu  notato. 

Nessuno,  pare,  ha  ancora  avvertito  che  il  nostro  verbo  ha 
invece  pronto  un  substrato  latino,  il  quale  molto  ben  conviene, 
così  nell'ordine  dei  suoni  come  in  quello  del  significato.  Data 
una  derivazione  nominale  per  -ico  -ica,  sul  tipo  di  vomica  ecc., 
dalla  radice  che  è  in  tundere  (tud-),  noi  otteniamo  *tudicu 
*tudica  (cfr.  tudicula),  onde  *tudicare,  cfr.  vellicare,  mor- 
di cus  mordi cans,  ecc.;  così  come  da  tudit-  (tudes)  s'è  avuto 
tuditare.  Da  tudicare  a  tuccare  si  viene  normalmente  per 
l'ettlissi  dell'i  e  l'assimilazione  di  do  in  ce.  Ne  danno  anche 
esempj  propriamente  latini  o  paleoitalici  ;  ma  qui  basterà  che 
da  più  modeste  regioni  sia  citato  l'afr.  empechier,  fr.  empécher, 
=  inipeceare  =  ìm\^eàìciìvc.  U ù  è  normalmente  riflesso:  Ipc- 
ca  ecc.  =  tùccat.  La  significazione  originale  di  tudicare  sarà 
stata  pressapoco  'leviter  tundere';  e  il  'tundere'  si  sente  sempre 
molto  bene  in  modi  come  questi:  toccar  le  bestie,  cioè  'solleci- 
tarlo battendole';  toccar  le  campane ^  toucher  sur  les  uns  et 
SU)'  les  aalres-,  ecc.  C.  Nigra. 

Ho  pregato  il  mio  illustre  collaboratore,  che  mi  lasciasse  pren- 
der sùbito  questa  nota  etimologica  da  una  nuova  serie  ch'egli 
sta  per  regalare   -àW Archivio ,  parendomi    che   si   tratti   di   una 


iiììiciale  di  Archeologia  e  Storia  jìatria,  Bari  1897.  Per  la  parie  storica,  la 
splendida  pubblicazione  è  affidata  a  G.  B.  Nitto  de  Rossi;  per  la  diploma- 
tica ecc.,  a  Francesco  Nitti  di  Vito,  l'autore  del  bel  Saggio:  Il  dialetto  di 
Bari  (parto  prima,  vocalismo  moderno),  Milano  1896.  Ed  ecco  il  passo: 
De  mohilibus  vero  dedit  michi  omelia  et  feriale  curri  gestis  de  sanclis.  anti- 
fonarium  de  dia  [cfr.  dia  spagn.  ecc.]  et  alium  de  nocte.  unum  ambrosia- 
nnm.  et  solomonem  psalterium,  orationale.  viginti  tribus  quaterni  de  gestis 
sanctorum.  una  cortina,  sabano  rosato,  alio  sabanello  villato  ['orlato,  rica- 
mato', Nitti  j  cifm  capare  [=  capite,  NittiJ  ad  sericum  ['col  capo  a  sota"]. 
quinque  sindones  lineis.  et  una  serica  cum  bjtnna  [=vetana,  'orlo,  frangia', 
Nitti].  caput  lectora  vetere.  ecc. 


338  -  Ascoli  :  laccare  occ. 

dichiarazione  luminosa  per  sé  stessa  e  tale  da  venirne  pronto 
ajuto  alla  dilucidazione  di  una  serie  di  verbi  neolatini  in  -ccare, 
che  da  un  pezzo  tormenta  gli  studiosi. 

Il  caso  di  toccare  =  tudcar-e,  salvo  la  diversa  ma  ancor  più 
facile  assimilazione  {ce  da  gc  o  gc),  è  molto  simile  a  quello  di 
ficcare  ecc.  da  *flgieare  f  igear  e,  che  ormai  può  dirsi  general- 
mente ammesso.  Similmente  il  lucchese  aggiaceare,  porre  e  porsi 
a  giacere  (Bianchi,  Prepos.  A.,  299),  risalirà  a  ad-jac-[ij care. 

Ma  tudcare  toccare  ci  gioverà  più  specialmente  contro  le 
difficoltà  che  ci  opponeva  il  ce  di  simiglianti  forme  combinato 
con  l'assenza  del  -n-  che  è  nel  rispettivo  tema  di  presente  del 
verbo  primario.  Ora  ci  apparirà  facilmente,  che,  sia  per  l'effet- 
tiva presenza  di  una  forma  nominale  intermedia,  derivata  per 
-ico  -ica  dalla  schietta  radice  (tud-ica),  sia  per  la  diffusione 
analogica  del  tipo  verbale  ottenuto  a  questo  modo,  torni  lecito 
postulare,  per  es.,  un  tagicare  allato  a  tangere  (cfr.  tagax), 
come  tudicare  allato  a  tundere  (cfr.  tuditare);  onde  tag- 
-care  taccare  ecc.  Il  nostro  compianto  Bianco  Bianchi,  nel  suo 
poderoso  tentativo  intorno  a  simiglianti  forme  (op.  cit.,  236  sgg.), 
voleva  all'incontro  risalire  a  *tateare  da  *tactare;  e  I'Ul- 
RiCH  (Zeitschr.  f.  roman.  philol.,  IX  419)  a  -^taeticare;  ardi- 
menti fonetici  che  non  hanno  persuaso.  Entrambi  codesti  autori, 
felicemente  come  io  credo,  rivendicavano  alla  latinità  anche  lec- 
care ecc.  {lecca  leccano)',  ma  noi  non  penseremo  a  *  Ut  care 
0  a  '^licticare;  bensì  a  ligicare  (cfr.  ligula  ligurire)  al- 
lato a  lingere.  Nei  dialetti  (cfr.  Muss.  beitr.  59  113),  incon- 
triamo il  boi.  strikàr  con  lo  stesso  significato  dell' it.  strizzare. 
L'it.  strizzare  è  =  strictiare  ',  e  strikdr  ci  darà  all'incontro 
strigicar^  (cfr.  strigilis)  allato  a  stringere.  Ugualmente 
frakdr  frahà  dell'Alta  Italia  'rompere,  schiacciare,  premere', 
documenteranno  un  f  rag  ica  re  (cfr.  fragilis)  allato  a  fran- 
gere. —  E  per  finire  con  un  altro  caso  in  cui  non  c'entri  il 
-n-  presenziale:  strulcdr  strokdr  stròkd  (1.  pers.  ind.  stróki)  'spre- 
mere' dei  varj  dialetti  dell'Alta  Italia,  riverranno  similmente  a 
ex-troc-[ij  care  allato  a  ex-torcère  (torquère),  dove  per 
l'antichità  della  metatesi  si  può  vedere  in  Arch.  XIII  461  n.  — 
Ma  questo  è  un  discorso  da  continuare.  G.  I.  A. 


Ti-uontu.  339 

3.  Tbuentu  ed  altro. 

Il  nesso  dr  si  può  dir  che  manchi  al  latino;  e  quando  lo 
dovremmo  avere,  troviamo  in  sua  vece  il  nesso  (r.  Per  quello 
che  è  dei  nomi  geografici,  valgano,  benché  seriori,  gli  esempj 
di  Tràpani  jQtnavov  ^,  e  O'trnnto  '^Yóqovc  '^VÓQovvzog  ^.  Chi  vo- 
lesse tentare  l'etimologia  di  Truentus,  potrebbe  perciò  molto 
legittimamente  postulare  un  drne)it-  droveni-,  e  sarebbe  così 
portato,  quasi  senza  avvedersene,  alla  migliore  interpretazione 
indoeuropea  di  un  nome  di  fiume:  'io  scorrente,  il  fluente'  ^.  Pur 


*  Circa  Trap-  Joen-,  non  sarà  ozioso  notare  elio  nei  dialetti  albanesi  la 
'falce'  è  drapen  draper. 

*  Forse  è  lecito  qui  ricordare  Tarticoletto  Tortona  e  Tortosa  in  Arch. 
VII  140  sgg.  (il  legittimo  d-  di  Dertona  ritornerebbe  nel  cognome  Dartonà: 
Vincenzo  Dortona  [Dart.],  che  sulla  fine  del  secolo  xvi  traduce  in  ge- 
novese il  I  canto  deir  Orlando  Furioso;  ^'ernow  III  364).  —  Ma  or  sono 
principalmente  da  vedere:  Lindsay,  llie  Latin  Languaye^  capit.  IV',  §  113, 
e  Thurneysen,  KZ.  XXXII  562  sgg.  Dissente  lo  Stolz,  Eist.  rjr.  d.  kit.  spr., 
I  327;  e  di  certo  si  potrà  discutere  intorno  a  taluno  degli  esempj  che  sono 
addotti  per  tr  lat.  da  dr;  ma  dovrà  egli  mancare  al  latino  ogni  riflesso  di 
un  dr  etimologico?  Intanto  sia  lecito  porre  un  altro  esempio;  ed  è  truc-s 
allato  alle  voci  dei  Celti  che  rivengono  a  *drtiko  malus;  dove  starà  pur 
meglio  che  non  accanto  al  got.  pvairh-s  'iracondo',  o  notomizzato  come 
altri  vorrebbe.  —  Riesce  anche  istruttivo  il  considerare,  nella  loro  ripar- 
tizione regionale,  i  venticinque  nomi  locali  incomincianti  per  dr,  che  son 
dati  dal  Dizionario  geografico  postale  del  Regno  d'Italia,  Roma  1885. 
Quattro  ne  rivengono  alla  base  dracon-  ifQaxoyz-,  tre  dei  quali  nell'Italia 
meridionale  e  uno  nella  settentrionale  (Dragone,  Dragonea,  Dragoni;  Dra- 
goncello); e  questi  vanno  come  esclusi  dal  conto.  Dei  veiituno  che  re- 
stano, l'Italia  meridionale  ne  ha  duo  soli,  e  sono  in  territorj  dove  può 
entrare  la  ragion  dell'albanese  o  del  romaico:  Drapia  (Monteleone  di  Ca- 
labria), Drosi  (Palmi).  Il  Friuli  ne  ha  pur  due:  uno  che  oscilla:  Drenehia 
(San  Pietro  degli  Slavi;  Pirona:  Drence  Trence),  e  l'altro  assai  curioso: 
Driolassa  (Latisana;  Pir. :  Driulasse).  Tutti  gli  altri  diciassette  sono  sul 
territorio  gallo-italico  {Drammo,  Drano,  Dravogna,  Dresano,  Dresio,  Dreno, 
Drizzona,  Droetto,  Drondo,  Dronero,  Drosso,  Drubiaglio ,  Drttent,  Draogno, 
Drusacco,  Drusco),  aggiunta  a  codesto  territorio  la  sezione  metaiiro-pi- 
saurina,  Arch.  II  444,  che  ne  ha  uno  (Drogo,  Urbino). 

*  Cfr.  per  es.  il  sscr.  draoant,  corrente,  scorrente,  Dravantl  n.  di  fiume. 
E  dico  'interpretazione  indoeuropea'  senza  dimenticare  che  la  radice  drao 
dru  non  è  filologicamente  documentata  se  non   nel    territorio  indoiranico: 


340  Ascoli, 

quanto  alla  forma,  druentu  sarebbe  insuperabilmente  analogo 
al  lat.  fluentu  (tipo  venta).  Vero  è  che,  oltre  Truentus,  il 
nome  del  fiume,  abbiamo  anche  Truentum  ('oggi  Torre  di  Se- 
guro'),  il  nome  della  città  in  riva  a  quel  fiume.  Ma  anche  son 
nomi  di  luogo:  Fiume  Fiumicello  ecc.,  quasi  'ad  flumen'  ecc. 
A  circa  un  grado  di  latitudine  più  in  alto,  nell'Emilia,  cioè  in 
territorio  gallo-italico,  avremo  il  Forum  Druentinorum,  o 
Truentinorum  che  sia;  e  più  in  alto  ancora,  ben  dentro  a 
quel  territorio,  scorre  la  Druentia  (Durance;  cfr.  il  ni.  Druent 
nel  circondario  di  Torino);  e  ci  sarebbe  d'aggiungere  ben  di 
più  ;  V.  per  es.  in  Revue  Celtique  I  299  sgg. 

Qui  però  non  è  il  luogo  d'insistere  in  alcun  ragguaglio  di  que- 
sta maniera.  In  Truentu  io  m'imbattei  nel  raccogliere  modesta- 
mente, sui  territorj  dell'Asia  e  dell'Europa,  i  riflessi  diversi  di 
una  stessa  base  etimologica  (come  su,  kl,  ecc.)  secondo  gli  'stati 
diversi'  che  la  data  parola  poteva  simultaneamente  ofi'rire  in 
una  fase  an-teriore.  Dato  cosi  un  Truentu  secondo  la  prosodia 
classica  (truentu),  noi  avremmo  primamente  a  postulare  un  mo- 
derno Trènlo  o  Trovénto  {febbrajo  februariu,  rocina  ruina),  e 
poniamo  anche  per  terzo  un  incolume  Troènio.  —  Ma  non  ab- 
biamo nessuno  dei  tre.  Va  dell' it.  Tronto,  e  Yu  del  riflesso  asco- 
lano Trunie^,  accennano  all'incontro  a  ù  latino  accentato.  Or 
come  spieghiamo  questo  fenomeno?  S'invocherà  una  riduzione 
(adopero  qui  deliberatamente  questa  cauta  parola),  da  assomigliare, 
solo  per  indiretto,  a  quella  che  è  in  incùtit  da  ^In-quetit,  o 
a  una  di  più  o  men  tarda  età,  quale  in  ant.  it.  futo  *liiito  fùgitu 
(lasciando  l'it.  fora  fuerat,  ecc.),  e  altrettali?  Nel  proprio  nostro 
esempio,  una  qualsiasi  riduzione  latina  non  vedo  che  avvenisse; 
e  la  riduzione  latina  di  un  truentu  a  frnntu  sarebbe  del 
resto  come  dire  un  ^metùnt-  da  metuént-.  0  non  sarà  egli 
più  semplice,  non  sarà,  a   dir   meglio,  ben   più  consentaneo  al 


per  la  convinzione  in  cui  sono,  che,  a  tacer  d'altro,  essa  radico  viga  in 
più  nomi  celtici  di  fiume,  come  già  vedeva  il  Pictet;  cfr.  Stokes,  Urkelti- 
sches  s.  *dru.  Né  dimentico  Zeuss-Ebel,  7. 

*  A.  Castelli,  Duemila  stoì-neUl  ascolani,  in  «Vita  popolare  marchi- 
giana», periodico  settim.,  Ascoli  Piceno,  1896:  J'runtc  Ib  810,  cfr.  munne 
mondo  88  454  570,  K//«e  102;  l'affrante  7. 


Truoiitu  od  altro.  341 

vero,  il  riconoscere  addirittura  in  Truentu  un  nuovo  esempio 
di  nome  geografico,  ribelle  alla  'leggo  di  penultima'  (Truentu), 
sul  tipo  degli  altri ,  che  stanno  più  a  mezzogiorno  e  già  furon 
più  volte  tentati  nell'Archivio  e  or  si  vedono  ritoccati  dal  Meyer- 
Lùbke  (I  488-89)? 

Nel  mettere  innanzi,  coll'antica  mia  predilezione,  quest'ultimo 
quesito,  punto  io  non  trascuro  le  obiezioni  clie  si  sono  opposte, 
in  ispecie  da  ricercatori  italiani,  ai  presunti  indizj  di  un'accen- 
tuazione latina  anteriore  a  quella  che  è  invalsa  nell'  età  clas- 
sica ^  Ma  io  reputo,  con  altri,  che  sempre  si  tratti  di  una  que- 
stione aperta  e  più  che  aperta.  ^li  ferisce  particolarmente  la 
negata  identità  tra  Mànlius  (Mànilius)  e  Manilius.  Poiché 
Manlius,  col  suo  7il,  ci  offre  in  effetto  una  figura  fonetica  da 
dirsi  ancora  galleggiante,  tal  cioè  che  non  ha  trovato  ancora 
l'assetto  suo  diffinitivo.  Vi  appare,  si  direbbe,  appena  espunto 
l'i  che  risonava  tra  l  e  w,  non  vi  è  ancora  consumata  quel- 
l'assimilazione, che  era  voluta  cosi  dal  tipo  classico  corolla 
(coron[u]la),  come  dal  volgare  o  italiano:  culla  cunula^.  E 
vien  da  sé,  che  se  non  rinunzio  a  Manlius  (cfr.  Mallius)  = 
Mànilius,  non  rinunzio  neanche  a  (ràfie  frnc,  trèhol  sp.,  =  tri- 
foli  u,  it.  trifòglio,  o  a  7nancki  =  miinìcÌA,  ven.  piem.  manissa. 
La  Toponomastica,  alla  sua  volta,  non  tarderà  a  far  sentire,  in 
questo  come  in  ogni  altro  campo,  la  poderosa  sua  voce;  e  dal 
bel  saggio  del  Pieri  sui  nomi  locali  del  Lucchese  (Supplem.  al- 


*  Al  D'Ovidio  è  succeduto  il  Cocchia;  v.  Arch.  X  419  sgg. 

^  Por  questa  condizione  intermedia  tra  quella  che  dipendo  da  una  taso 
anteriore  e  quella  che  all'incontro  sareljbe  voluta  dalla  successiva,  var- 
rebbe, passando  a  tutt' altro  ordine  cose,  Y  \t.  jiosiierla  (postn-la)  =  itoste- 
rula,  dove  è  Vie  normale  per  V  r  hit.,  ma  tal  che  più  non  si  conviene 
alla  posiziono  eh' è  prodotta  dalla  eliminazione  dell' ^f.  Esempio  analogo 
parrebbe.  <H&rZo  torlo,  portato  dal  Diez  a  torulus;  ma  è  curioso  ed  osta 
Vo  che  i  lessici  danno  alla  voce  italiana  e  par  concordare  con  Vu  del  lo- 
gud.  tiirnlic  (Spano  s.  ou  e  s.  it.  tuorlo).  Il  vero  tuttavolta  pur  sarà  che 
rp  di  tuorlo  torlo  provenga  analogicamente  da  voci  omofone,  come  torno 
orlo-,  [e  il  sassarese,  d'altronde,  con  Vp  del  suo  tgraru,  hi  dgraru  di  l'gbu, 
del  pari  che  il  logodurese  settentrionale,  col  suo  tgralu,  su  d(jralu  de  sos' 
os'o,  accenna  ad  o  breve  latino,  v.  Arch.  XIV  I33,"  Guarnerio]. 


342  Ascoli, 

l'Ardi,  glott.,  Disp.  V)  già  m'è  dato  citare:  Cdmpiglia  e  Pid- 
nizza,  nò  sono  i  soli  ch'egli  abbia  ^ 

Ma,  qual  pur  sia  il  modo  preciso  della  'riduzione',  più  mi 
preme  qui  ricordare  che  il  solo  riflesso  certamente  popolare  che 
s'abbia  di  cruentu,  cioè  del  preciso  parallelo  di  Truentu,  è  il 
rumeno  crunl  ^,  che  sta  alla  voce  latina  cosi  precisamente  come 
sta  l'it.  Tronto,  ascol.  Trunte,  a  Truentn.  Si  manda  col  rum. 
ct^unt  la  coppia,  rumena  anch'essa:  zunc  zuncà,  juvencus,  -a, 
dove  è  in  efTetto  la  stessa  riduzione,  poiché  si  risale  a  juencu 
juenca.  E  vi  si  vuol  vedere  un  u  da  ìfé  ^,  che  è  cosa  per  se 
stessa  tutt' altro  che  persuasiva  e  punto  non  è  suffragata  da  al- 
cun altro  valido  esempio  rumeno.  Per  ìt  da  ùe  ci  sarebbe  zane 
juvenis  (jùeni).  Ma  non  saremmo  veramente  a  tre  proparossi- 
toni,  due  di  tijio  antfclassico  e  uno  classico,  da  scriversi  pres- 
sappoco: cril'^ntu,  jù^iic'u  j lignea,  jù/niì^. 

Dicevo,'  neir  incominciare,  che  il  riflesso  di  un  Truéntu 
avrebbe  dovut' essere,  nell'italiano,  Trento  o  Trovénto,  secondo 
che  Vu  [oj  od  u  andasse  come  assorbito  o  assimilato,  oppur 
provocasse  l'epentesi;  nel  primo  dei  quali  casi  la  geminata, 
quando  sia  possibile,  riesce  nell'italiano  manifesta,  come  in  mciìi- 


*  Non  devo  qui  entrare  nella  discussione  tra  'acconto  protosillabico"  e 
'accento  di  quartultima  mora',  o  solo  mi  permetterò  di  notare  che  io  di 
certo  non  avrei  voluto  mai  sostenere  l'affermazione  di  una  diversità  fonda- 
mentale tra  il  tipo  salicetum  e  il  tipo  salictum.  Qui  vorrei  avvertire 
solamente,  che  sali  e  tu,  oltre  che  nei  nomi  locali  già  addotti  da  Flechia 
{Xomi  loc.  d' It.  derivati  dal  nome  delle  piante,  pp.  4,  20-21),  occorre,  si  può 
dir  da  un  capo  all'altro  dell'Italia,  pure  in  funzione  di  nome  comune; 
cosi:  fri.  salett,  berg.  salec,  bruzz.  salèttc  sm.  'ghiareto,  greto,  che  d'ordi- 
nario è  piantato  a  salici';  e  che  similmente  salicetu,  oltre  che  nei  nomi 
locali  addotti  nel  citato  lavoro,  è  pur  come  nome  comune  nel  nap.  salicitg 
=  it.  saliceto  salceio;  ecc.  Già  era  poi  notato  dal  Forcellini,  che  alla  serie 
salictu  ecc.  (v.  Corssen,  vok.  Il  897)  andasse  aggiunto  virgultu  =  vir- 
g  u  1  e  t  u . 

^  Passato  anche  nel  verbo:  se  'iicrunta  s'infuria,  incfrjiintazi  sanguinarj  ; 
Gaster,  Chrestom.  II  288,  I  307. 

^  MiKLosicH,  o.  e,  Lautgr.  (13);  ]Meyer-Lììbke,  I  150. 

*  La  oscillazione  tra  jiì[vJoncu  e  ju[v]éncu  sarebbe  perspicuamente 
rappicsontata  dal  rum.  c/rnc  allato  al  s,\c.  jencu. 


Truci!  tu  od  altro  343 

na/a  =  manuària,  allato  a  manovale  =  m-àiìuà,} e  (cfr.  nella  po- 
stonica: srd.  logud.  jV^nn«  =  janua  ^,  ali.  all'it.  Ge.wva).  Che  se 
passiamo  a  n  preceduto  da  esplosiva,  per  //?  gli  esempj  sono 
ornai  superflui  ;  e  per  du  non  andrà  dimenticato  duo-  in  dò  : 
dodici  =  duodecim,  e  in  postonica:  Cedda  =  cedua  Ardi.  IX 
389  n,  che  fa  il  pajo  con  ^c/rfa  =  Adua,  di  contro  a  vedova  = 
V  i  d  u  a ,  Manto  va  =  Man  t  u  a .' 

Va  sempre  tenuta  distinta,  ma  va  pur  qui  ricordata,  la  storia 
di  qv  gv,  per  la  quale  mi  permetto  di  rimandare  alla  'Rivista 
di  filologia'  X  13  sgg.  La  formola  un  po' trascurata  [non  però 
dallo  ScHUCHARDT,  del  quale  si  può  veramente  dire  che  abbia 
veduto  ogni  cosa]  e  una  delle  più  importanti  è  poi  su,  dove  ri- 
cordo primamente  il  possessivo  suo,  parallelo  a  tuo,  che  dà  nei 
dialetti  il  proclitico  so  (cfr.  lo\  nel  friul.  pur  tonici:  so  tó),  al- 
lato all'epentetico  sóvo  (cfr.  tóvo),  forma  che  viene  a  coincidere 
fortuitamente  con  l'arcaica  latina. 

Circa  lo  su  di  suè'sco  consuè'sco,  l'italiano  non  ci  darà 
di  veramente  popolare  se  non  l'assimilazione,  che  è  allo  stato 
latente  in  costume  (*cossetii-),  e  tnanso  =  ma.ns\ies,  dov'è  note- 
vole il  mantenersi  di  ns  nelle  favelle  neolatine  (Kòrt.  5076),  di 
certo  perchè  durò  lungamente  la  coscienza  del  composto :'manu- 
-suet-.  E  sia  poi  detto  per  incidenza  che  ^^ìianse  manso  ci  dà 
un  altro  nominativo  aggettivale!  L'iì.  consueto  non  è  popolare, 
com'è  manifesto  per  lo  7is  e  per  Ve  aperta;  e  la  seconda  ra- 
gione vale  anche  per  mansueto.  Preziose  forme  popolari  sono 
all'incontro  le  seguenti:  gallur.  masedu,  sassar.  niaseddu,  = 
mansuetu  (Guarnerio;  cfr.  Spano,  s.  masèdu  masedàre  amma- 
sedài);  cui  s'aggiungono,  nella  parte  italiano-sarda  del  vocabo- 
lario dello  Spano,  s.  'mansuetudine':  masedumen,  masedia.  Il 
quale  complesso  di  voci  sarde,  anche  perchè  manca  allo  spagnuolo 
il  riflesso  jiopolare  di  mansuetu,  non  consente  che  se  ne  ripota  la 
ragione  dalla  mera  influenza  degli  sp.  mansedad  man'^ed/um'bre, 


*  E  ugualmente:  srd.  logud.  honnaróu,  it.  genìiajo;  ecc.  Nel  iVanceso  al- 
l'incontro: janviev  ecc.;  cfr.  il  bello  studio  del  Neumann:  Die  entwicke- 
lung  von  consonant  +  u  im  franzósischen,  nella  Miscellanea  Caix-Canello, 


344  Ascoli, 

sempre  però  buoni  anch'essi  per  sue  in  se.  E  preziosi  dalla 
zona  ladina:  i  sojjrasilv.  lius'eser  [cusescher]  partic.  casischeu) 
=  consuescere,  kuseida  {cusdcla,  consuetudine)  =  consueta, 
registrati  dal  Carisch,  Il  Nigra,  in  una  nuova  serie  di  etimo- 
logie che  ora  si  viene  stampando,  discerne  la  base  dell' it.  nias- 
saro  da  quella  del  piem.  mas'iwé,  canav.  mas'uvér',  ma  il  vero 
pur  sarà  che  basti  a  tutto  il  solo  mansuariu,  il  termine  ita- 
liano offrendo  la  figura  assimilata  e  i  pedemontani  la  figura 
epentetica  di  su.  E  ancora  piace  aggiungere  il  ricco  esempio  to- 
ponomastico: Sessa  Au7'unca,  [Sessa  Cilento,  Sessano,]  Sas- 
sola, da  Suessa  Suessula.  —  [Cfr.  Schuch.  II  481.] 

Il  s-  che  resti  o  paja  restar  solo  da  quel  50tt*  =  sul)-  che  è 
incolume  in  sov-ente  =  siih-inde,  può  credersi  di  primo  tratto 
una  riduzione  non  diversa  da  quelle  che  dianzi  si  consideravano, 
massime  se  codesta  riduzione  avvenga  dinanzi  a  vocale  che  non 
è  labiale.  Ma  se  pur  giova  che  sia  qui  toccato  della  serie  d'e- 
sempj  in  cui  è  s--  sub-,  non  va  di  certo  dimenticato  che  questa 
è  una  serie  'sui  generis'.  Il  fenomeno  è  riconosciuto  da  un  pezzo 
nello  s]).  sombra  (e  vorrà  dire  *su[v]ombra)  ombra,  ecc.,  cui 
s'unisce  anche  l'engadin.  sumhvwa  ombra,  sumliricar  mandare 
ombra.  La  toponomastica  italiana,  dal  suo  canto,  già  ci  offre, 
oltre  Spmbra,  anche  Sorbano  e  Simo-campo  (Pieri,  luogo  cit.; 
agli  artic.  :  umbra  suburbanu  imu).  Coi  quali  esempj  non  esito 
punto  a  mandare,  tornando  ai  nomi  comuni,  il  genov.  sagùggu, 
piem.  sai'ij,  ecc.  'pungiglione  ad  ago  delle  vespe'  ecc.,  quasi  sub- 
aculeu  (cfr.  Flechia,  Arch.  III  167  n),  forme  che  assai  proba- 
bilmente son  deverbali  ;  cfr.il  genovese  sa(ji\ggà  quasi  sub- 
aculeare.  —  Un  altro  caso  'sui  generis'  può  parere  offerto 
da  uno  ''^sn  che  provenga  dal  non  latino  "^sf,  cioè  in  biàsimo 
blàsphemo;  o  dal  non  latino  *67j,  neìVsiiv.  preslre  ecc.  ^pré- 
sb'tr)  ma  veramente  vi  si  tratta  di  tutt' altro  ^ 


*  Cioè  della  seconda  consonante  che  si  dilegui  nel  nesso  triplice;  cfr. 
Neumann  1.  e.  171  n.  Il  caso  dì  prèso' tv  è  veramente  di  nesso  quadruplice 
e  così  ci  ricorda  i  quadruplici  in  cui  tace  la  seconda  organica  e  soprav- 
vive la  terza  inorganica:  c/uirtre  *chaì-gire,  tordre  *tór:dre.  Ma  lasciando 
il  francese,  un  altro  caso,  che  bene  qui  s'aggiunge,  è  consobrino  *co- 


Truentu  ed  altro.  345 

Vite  e  Vué,  che  tra  di  loro  s'alternano  nella  conjugazione 
di  non  pochi  verbi  latini  (p.  e.  flùere  fluéntem),  vengono  poi 
a  mancare  all'italiano,  o  perchè  egli  abbia  perduto  taluni  di  co- 
testi verbi,  o  percliè  altri  ne  mandi  a  un'altra  categoria  flessio- 
nale.  Cosi  non  abbiamo  più:  imbuere  induere  metuere  rue- 
re;  e  fanno  -isco  -ire,  più  o  meno  letterarj  che  pur  sieno,  i 
continuatori  di  tribuere  {attribuisco),  acuere  arguere  fi  nere 
{affluisce),  deluere  minuere  annuere  struere  {costruisco), 
statuere  [intuèri].  Onde  ci  mancano  molti  substrati  del  perf. 
in  -ui.  Quanto  a  con  suore  e  spuere,  il  Meyer-Lùbke  dice  (II 
146),  che  hanno  scambiato  V-uo  con  V-io  d'altri  temi  di  presente, 
onde  l'infinito  in  -ire)  e  vorrebbe  dire  giustamente:  '^cóssi^o, 
cucio,  cucire,  o  ^excospìo,  afrnc.  escopir  ecc.;  cfr.  Schuch.  11 
129  469.  Ma  perchè  soli  questi  due  esempj  della  serie  in  -uere,  e 
di  certo  i  due  più  schiettamente  popolari  e  due  nei  quali  l' ir  ma- 
nifestamente offriva  un  u  di  schietta  radice,  avrebbero  essi  ap- 
punto abbandonato  V-uo  per  assumere  V-io  presenziale,  quasi 
fosse  un  ritorno  alle  condizioni  antichissime  in  cui  ebbero  an- 
ch'essi incolume  questo  fattore  di  presente  {siicjo  ecc.  ecc.,  v.  per 
es.  Brugmann,  II  1062)  ?  Non  sarà  più  naturale  il  pensare,  che 
allo  schietto  consuere  (cfr.  rum.  coase,  venez.  cùser,  ecc.)  s'in- 
trecciasse in  Roma  un'altra  forma  italica,  in  cui  non  fosse  mai 
tramontato  V-io,  e  vuol  dire  suppergiù  un  cósuio,  onde  normal- 
mente cóssjo  cuso  ?  Lo  stesso  u  dell'  it.  cucio  f-d  un  po'  contro 
alla  schietta  latinità  di  questa  voce,  costringendoci  a  supporre 
che  la  tonica  ceda  alla  analogia  dell' atona  {cucire  cucio).  E 
se  abbiamo  negato  la  latinità  della  testa  dell'ago  {cruna)  e  del 
refe  (Arch.  X  5-6),  si  vorrà  forse  perdonarci  che  ora  veniamo 
a  rivocare  in  dubbio  pur  quella  di  cucio  cucire. 

G.  I.  A. 


sbrino  *ci(s'rin,  onde  s'arriva  alla  nota  forma  ladina  {ctis'dr'in);  rosta 
però  sempre  difficile  l'altra  o  ulteriore  ridazione,  che  ci  porta  a  cnzino 
(cugino  ecc.),  e  rimane  curioso  il  fr!.  consovrin,  forma  semiletteraria, 
Arch.  I  529. 


Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  ,  23 


346  Ascoli , 

4.   SAMPOGNA    e    CARIBO. 

Nessuno  più  dubita  che  sampogna  e  i  suoi  collaterali  neola- 
tini risalgano  a  aviKfwvia]  ma  ne  viene  appunto  un  esempio  di 
quanto  ancora  s'impari  e  si  desideri,  pur  trattandosi  di  cose 
che  per  la  loro  stessa  evidenza  non  parrebbero  più  chiederci 
nuova  attenzione  o  nuove  cure. 

Insieme  con  la  significazione  di  'concento  di  più  stromenti  o 
di  più  voci',  questa  parola  greca  venne  dunque  ad  assumere 
quella  di  un  determinato  stromento  musicale,  che  in  fondo  vuol 
dire  di  un  'particolare  concento'.  La  letteratura  classica  non 
ci  dà,  per  la  significazione  così  limitata,  se  non  il  noto  passo  di 
Polibio  ^  Sarà  contemporanea  una  testimonianza  orientale.  Nel- 
l'arameo  del  libro  di  Daniele,  che  la  critica  assegna  al  secondo 
secolo  avanti  l'era  volgare,  la  sinfonia  (sumponjàh)  è  un  par- 
ticolare stromento  ^.  Un  traslato  assai  notevole,  ma  di  certo  non 
d'antichità  rimota,  è  nel  masc.  sampùn  sampuòn  dei  dialetti 
grigioni,  'campanello  delle  vacche',  e  pur  'campanaccio  della 
guidajuola'.  Son  campanelli  armoniosi  quelli  degli  armenti  sviz- 
zeri. Tuttavolta,  abbiamo  una  distanza  davvero  epigrammatica, 
tra  «la  dolce  sinfonia  di  paradiso»,  che  suona  si  devota  (Fa- 
rad. XXI  59-60),  e  questa  che  viene  dai  battagli,  per  le  pigre 
scosse  del  collo  delle  mucche  ! 

La  più  antica  testimonianza,  forse  di  gran  lunga  più  antica, 
che  per  la  significazione  della  sola  'fistula'  ci  resti,  sarà  pur 
sempre  quella  del  volgar  latino,  in  quanto  ci  è  data  dall' it.  sam- 
pogna zampogna  (sp.  zampona,  frnc.  zampogne)^  rum.  cimpój, 
altro  mascolino  quest'  ultimo,  da  mandare  col  sampùn  che  nei 
Grigioni  abbiamo  pur  dianzi  ritrovato  ^.  L'antichità  s'addimostra. 


*  XXVI,   10,  5  (Athen.):  nccQ^f  in ixm [xaì^coi'  /uerce  y.EQariov  xcct  GviKfcofias. 

^  IH,  5,  [7J,  10.  Nella  Vulgata,  come  nei  Settanta,  symphonia  traduco 
sumponjàh.  All'incontro,  fistula  avQty^  vi  traduce  l'arameo  masruqJthà, 
che  radicalmente  consuona.  Le  tre  voci  che  susseguono  a  masroqìthà,  sono 
occidentali  tutte  e  tre:  qathros  [qlthros]  sabbekà  psmiterln,  Vulg. :  cithara 
sambuca  psalterium. 

^  cimp)oe,  com'è  nel  Diez  s.  sampogna,  o  e impoae,  com'è  nel  Kòrting,  7988, 
0  meglio  cimpoi'ije  com'è  in  Miklosich,  Beitr.  z.  lauti,  ecc.  59  [285],  è  ve- 
rumr^nte  la  forma  plurale,  Mikl.  ib.  89  [89j. 


sampogna  e  caribo.  347 

oltre  che  per  p-(f,  anche  per  la  riduzione  latina  dell'accento 
{-phiia  -(fwvia),  e  la  conseguente  evoluzione  volgar  latina  o  ro- 
manza {-p<jnja:  ìì.-pona,  rum.  -poj  -poaje).  Vie,  che  vedemmo 
sussistere  nell'arameo  di  Daniele,  avrà  molto  probabilmente  ri- 
sonato in  oi'igine  anche  nella  forma  volgare  dei  Latini:  *sum- 
pónia  *som-pÓJiia,  onde  per  dissimilazione  sampona,  cfr.  salca- 
iico  ecc. 

Una  variante  che  è  in  Daniele,  iii  10,  ha  l' i  nella  prima  sil- 
laba e  manca  del  m  (sifonja  o  siponja  che  s'abbia  a  leg- 
gere) ;  e  vi  corrisponde,  con  una  sibilante  più  aspra,  la  sefiDijó 
dei  Siri.  Siamo  così  a  una  forma  che  assai  notevolmente  coin- 
cide con  l'ant.  frnc.  chifonie,  sampogna  o  cornamusa;  e  già  il 
Gesenio  si  fermava  nel  suo  '  Thesaurus  '  a  questa  particolare 
coincidenza.  Sarà  perciò  da  credere,  che  la  voce  greca,  passata 
anticamente  al  latino,  mandasse  al  neolatino  un  secondo  suo  ri- 
flesso per  la  via  dell'Oriente?  Veda  chi  ne  sa  di  più.  Di  certo 
è  singolare,  che  sia  costante  nell'  ant.  francese  la  mancanza  del 
m,  senza  dire  che  sempre  vi  e  f  anziché  p  e  che  dell'accento 
latino-italiano  vi  s'abbia  appena  un  sentore  [cyfoine).  Ma  la 
nasale  della  prima  sillaba  manca  in  Europa  alla  sola  'languc 
d'oil',  che  ne  ha  priva  anche  la  forma  epentetica  chiphornie, 
conservata  nell 'alto-normanno  odierno  {chi fownie)^.  Costante  il 
f  del  resto,  ma  preceduto  dal  n,  nei  dialetti  della  Francia  me- 
ridionale *,  ed  è  proprio  anche  del  riflesso  portogliese.  Nel  Forez 
torna  pur  la  forma  epentetica  :  sanforgno,  e  così  nell'Alvernia  : 
chanforgno.  La  quale  epentesi  è  ancora  nel  j)ieraont.  camporna, 
e  si  dovrà  probabilmente  a  qualche  incrociamento  di  parole  (cfr. 
rampòrna  ecc.,  Arch.  VII  519).  Cosi  s'avrà  a  pensare  anche 
della  palatina  in  luogo  del  5-,  cXw.  già  vedemmo  pur  nel  termine 
rumeno  e  accompagnata  ad  /. 

Curioso  ancora,  che  alcune  alterazioni,  inerenti  a  questa  voce 
nel  significato  di  'zampogna',  le  ritornino  pur  nel  significato 
di  'sinfonia';  e  non  sarà  di  certo  perchè  duri  la  coscienza  del- 


*  V.  GoDEFROY,  s.  cifonio. 

'  V.  MisTRAL,  s.  foLinfòni  (cfr.  fanfougnias  in  una  versione  limosina  delia 
'Parabola':  Mèlangcs  sur  les  langiies  ecc.,  Parigi  1831,  p.  494). 


348  Ascoli, 

l'identità  etimologica,  ma  ben  piuttosto  per  la  seduzione  della 
conformità  fonetica.  Così  abbiamo  l'accento  o  il  e,  spettanti  a 
forme  che  rispondono  a  ^zampogna',  pur  nei  limosini  sinfònio 
chinfounio  che  rispondono  a  'sinfonia' ^ 

Ma  alla  avfKfwvia,  a  codesto  antico  comonium,  io  per  vero 
non  ho  ora  fermato  la  mia  considerazione  se  non  perchè  essa 
mi  tenzonava  nella  mente  con  un  caso  pressoché  inverso,  nel 
quale  una  voce,  che  importerebbe  il  concetto  di  uno  'strumento 
speciale',  riesca  invece  ad  assumere  una  significazione  più  larga 
e  più  alta. 

Questo  vocabolo  sarebbe  il  dantesco  caribo  {si  fero  ciDanli 
danzando  [cantando]  al  loro  angelico  caribo,  Purg.  xxxi  132), 
di  cui  discorre  molto  garbatamente  il  nostro  Biadene  nelle  sue 
Varietà  letterarie  e  linguisiiche,  Padova  1896,  pag.  47-59.  La 
significazione  di  caribo  garibo,  prov.  garip  (in  'Leys  d'amors'), 
ristudiandosi  ora  unitamente,  come  grazie  al  Biadene  si  può,  i 
varj  luoghi  in  cui  la  voce  occorre,  apparirà  oscillare,  nell'or- 
dine storico,  tra  'un  determinato  stromento  musicale'  e  'un  de- 
terminato ritmo  a  cui  il  canto  e  la  danza  si  conformava',  un 
quid,  in  altri  termini,  che  intanto  avrebbe  una  specie  di  ana- 
logia ideale  nella  relazione  che  passa  tra  'lira'  e  'lirica'. 

La  serie  dei  tentativi  etimologici  intorno  a  garip  caribo  è 
ormai  lunga,  ma  senza  certo  costrutto  (cfr.  Scartazzini,  Encicl. 
dant.,  I  320).  Non  parrà  illecito  perciò  un  nuovo  esperimento, 
che  ben  rimane  anch'esso  per  ora  nel  limbo  delle  ipotesi,  ma 
forse  vi  si  accampa  con  qualche  particolare  seduzione. 

Che  si  ricorra  a  fonte  arabica  e  si  fiiccia  arrivar  la  voce  in 
Italia  attraverso  la  Provenza,  potrà  a  priori  parer  naturale. 
Ora  dal  radicale  qasaba  vengono  al  lessico  arabo  parecchi 
nomi  in  cui  è  la  significazione  di  'arundo'  e  di  'fistula'^,  tra 
cui  più  importano  per  il  caso  nostro:  qdsib  'fistulis  canens'  e 


'  V.  MisTRAL,  s.  sinfòni. 

^  Nel  Freytag:  qaxab  arundo,  fistula,  qasib  fistulis  cunens,  qasabah  arundo, 
qasscih  fistulator  canens,  qisàbah  ars  fistulatoria,  qassàbah  arundo,  tubulus, 
fistula  musica,  qussàb  fistulae,  tibiae,  qafibah  arundo,  tubulus,  fistula  musica. 
Nel  Wahrmund:  qàsab  (flòte,  rohrpfcife),  qàsabefh]  (pfeifenròhre),  qasib 
(pfeifer).  Di  §esbah,  v.  più  in  là. 


sampogna  e  caribo.  349 

qaslbah  'fistula  musica'.  Il  primo  ha  veramente  il  carattere 
di  un  participio  o  aggettivo  verbale,  quasi  fosse  un  latino  fistu- 
larius  0  fistulator,  'qui  flstula  canit';  e  gli  sta  normalmente 
allato  il  pressoché  sinonimo  qassàb  'fistulator  canens'.  Il  se- 
condo, che  lia  per  simil  modo  accanto  a  sé  il  sinonimo  gassa- 
bah,  è  veramente  un  astratto,  e  potrebbe  anche  dire  'ars  fistu- 
latoria'  come  dice  l'altro  astratto  qisdbah,  o  come  sì  potrebbe 
finalmente  significare  pei  tipi  qasb  qasìb  e  qasib.  Se  gaì'ip 
caribo  posson  dunque  valere  come  legittime  ripercussioni  fone- 
tiche di  simil  voce  arabica,  ne  verrebbe  loro  pressappoco  la  si- 
gnificazione originaria  di  'zampognesca  (musica  o  danza  o  poe- 
sia)', e  vuol  dire  una  significazione  di  cui  mal  si  saprebbe 
imaginare  la  più  adatta;  cfr.,  tra  l'altre,  l'it.  'zingaresca'.  La 
sonata  e  la  composizione  poetica  a  cui  s'accompagni,  stanno 
così  riunite,  e  appena  é  d'uopo  ricordarlo,  nella  stampita.  E  la 
musica  e  la  danza  si  trovano  fuse  insieme  in  un'altra  voce  stra- 
niera, significante  un  singolo  stromento,  accolta  dai  Neolatini  e 
modificata  secondo  la  tendenza  del  proprio  loro  linguaggio  :  in 
giga,  cioè,  che  si  legge  pur  nella  Divina  Commedia  [gige,  oggi 
geige,  violino,  dei  Tedeschi),  e  riunisce  le  seguenti  significazioni: 
«  strumento  musicale  di  corde,  parte  di  sinfonia  briosa  e  anche 
una  specie  di  ballo  vivo  e  spedito.  » 

Ora,  per  le  contrade  della  Francia  dell'oc^,  e  similmente  in 
una  determinata  zona  della  Francia  dell'  oil,  invalendo,  in  età 
più  0  meno  rimota,  una  specie  di  'rotacismo',  il  pensiero  tra- 
scorrerà facilmente,  nel  caso  nostro,  alla  pronta  legittimazione 
di  un  ca)'ib  (prov.  garip)  da  qasib,  e  parrà  quasi  di  dover 
cantare  vittoria  senz'altro.  Ma  c'è  da  esaminar  bene,  da  un  lato, 
quanta  difficoltà  nell'ordine  teorico  pur  resti,  e  dall'altro,  se  nel 
caso  particolare  le  obiezioni,  alle  quali  accenniamo,  valgano  dav- 
vero a  dissuaderci  dal  nostro  tentativo.  C'è  dunque,  in  pi'imo 
luogo,  che  questa  specie  di  rotacismo  delle  Francie  naturalmente 
presuppone  in  fase  anteriore  una  sibilante  sonora  ^  Ora,  la  si- 


*  V.  Meyek-Lììbke,  I,  §  456.  Agli  studj  ivi  citati,  ora  s'aggiunge,  e  ben 
notevole:  Alph.  Blanc,  Passage  de  s,  z  à  r  et  de  r  à  s,  z  L'Narbonensia'], 
in  Rev.  d,  langues  rom.,  XL  50-64,    121-39.  Vi  abbiamo  serie  abondanti  di 


350  Ascoli , 

bilante  arabica  è  in  qasib  una  sorda  per  eccellenza  (un  sdd), 
come  si  riconosce,  a  cagion  d'esempio,  nel  Cassavo  di  Palermo, 
che  ci  continua  l'arabo  qas7^  'arx'.  Ma  l'uso  secolare  di  qasib, 
poniamo  tra  i  Provenzali,  non  avrebbe  egli  potuto  importare  la 
riduzione  a  sonora  della  sibilante  sorda  tra  vocali  ?  Più  difficile, 
teoricamente  parlando,  parrebbe  la  riduzione  a  principio  di  pa- 
rola, e  pur  l'avremmo  in  zero  {sifr  ecc.).  D'altronde,  se  è  raro, 
pur  non  manca  d'esempj  il  'rotacismo'  in  basi  indigene  con  si- 
bilante sorda  ^  —  Ma  una  ben  più  grave  obiezione  di  principio 
insorgerebbe  ancora.  Codesto  passare  di  s  in  r  che  nelle  Fran- 
cie si  combina  con  l'inversa  mutazione  di  r  in  s  [Jerus  Masia, 
Jesus  Maria),  si  risolve,  alla  fin  delle  fini,  in  un  fenomeno  ge- 
neralmente transitorio  e  d'ordine  grafico  e  letterario,  in  una 
particolare  indistinzione  di  pronuncio,  che  si  vien  col  tempo  cor- 
reggendo, e  che  d'altronde  avrà  anche  promosso,  mentre  che 
durava,  come  una  depravazione  nel  conversare  e  nello  scrivere. 
Laonde  la  permanenza  di  s  in  r  diventa  in  effetto  un  fenomeno 
ben  raro  nella  schietta  l'ealta  del  linguaggio  ^.  —  Questo  è  vero 
certamente;  ma,  a  ben  vedere,  non  ne  viene  alcun  impedimento 
alla  presunzione  di  cariò  da  qasib,  e  quasi  anzi  ne  viene  un 
argomento  in  favore.  Poiché  siamo  a  una  voce,  che  punto  non 


esempj,  che  provengono  da  documenti  narboncsi.  I  più  antichi  sono: 
gleira  glieira  per  glesia  (chiesa),  in  duo  atti  del  1221  e  duo  del  1232,  co- 
piati nel  1255  e  1266;  lasciando  i  meno  antichi  della  voce  stessa.  Altri 
esempj:  are,  1376,  per  ase  (asino);  caiira,  1376,  1403,  per  causa;  avirn- 
men  1381,,  per  avisamen;  ecc.  ecc. 

*  Blaxc  1.  e.  53:  fraire  per  finisse  fraxinu,  esempio  raccolto  dallo  Chaba- 
NEAu;  neserary  1476,  necessariu;  corta  1381-91;  per  costa,  ecc.  —  Noterò, 
per  incidenza;  che  la  difficoltà  cesserebbe  se  la  sibilante  sorda  riuscisse 
aderente  a  una  sonora  successiva;  ed  è  curioso  vedere  che  appunto  ciò 
segua  in  voce  che  qui  spetta:  «...nos  tirailleurs  algériens  ont  retrouvó 
Icur  entrain,  et  Tun  d'eux,  un  ancien  pàtre  kabyle,  facjonne  avec  des  ro- 
seaux  une  gueshah  dans  laquelle  il  soufflé  les  airs  du  pays,  on  tète  de  la 
colonne  VLa  Revue  de  Paris,  1°  ag.  97,  p.  654].  »  Notevole  anche  il  g-,  come 
nella  forma  provenzale  e  in  alcuni  testi  della  Divina  Commedia  (Biadene, 
48  n);  e  normale  dell'arabo  marocchino  per  q~,  Bombay,  §  8. 

'  cerieiro  *cerasia;  vie  d'are!,  modo  esclamativo,  considerato  più  ele- 
gante che  non  vie  d'ose!;  Blanc  1.  e.  134  n. 


sampogna  e  caribo.  351 

ci  porta  al  linguaggio  schiettamente  popolare,  ma  entra  piuttosto 
nel  gergo  didascalico,  nei  precetti  d''arte  poetica';  sarebbe  come 
un  gleire  per  gleise  che  un  rito  particolare  avesse  diffuso  e  ser- 
bato. —  Finalmente,  può  parer  che  formi  una  diflficoltà  il  fatto 
che  manchi  alla  Spagna  il  riflesso  di  questo  qasih  che  ci  oc- 
correrebbe e  in  Provenza  e  in  Italia.  Ma  alla  Spagna  posson 
pur  mancare,  per  più  ragioni,  voci  arabe  che  occorrano  in  altre 
contrade  neolatine;  così  p.  e.  taqvJm,  Arch.  X  17. —  Nulla 
dunque  vieta  ancora  d'insistere  sulla  vena  qui  tentata. 

Dato  poi  che  in  caribo  si  rifletta  davvero  l'arabo  qasih,  s'avrà 
egli  a  credere  che  Dante  vi  sentisse  ancora,  più  o  meno  distin- 
tamente, la  'sampogna'  o  la  'cornamusa',  e  intendesse  di  subli- 
marla come  eterizza  le  'trombo'  là  dove  dice:  «canto  che  tanto 
vince  nostre  Muse..,,  in  quelle  dolci  tube»  (Farad,  xii  7-8)? 
0  non  piuttosto,  e  ben  piuttosto,  si  dovrà  a  ogni  modo  ritenere, 
che  egli  altro  non  vi  sentisse  che  un  termine  tecnico  della  poe- 
tica del  tempo  (cfr,  per  es. :  caribo,  nota,  stampita,  ap.  Biad. 
1.  e.  59),  di  guisa  che  1'  «angelico  caribo»  faccia  strettamente  il 
pajo  con  r  «angelica  nota  »  del  canto  successivo  (Purg.  xxxii  33)  ? 
—  Curioso,  del  resto,  che  le  vicende  storielle  dello  arti  dello 
Muse  portino  alle  lettere  italiane  di  queste  belle  gemme:  il  ca- 
ribo e  la  ribeba,  la  sarabanda  e  la  giga.  Di  codesti  ele- 
menti stranieri,  uno  solo  è  tedesco  ;  ma  basta  a  ricordarci,  che 
non  solamente  la  potenza  del  vincitore,  di  cui  sempre  si  parla 
per  le  voci  che  ne  vennero  al  linguaggio  dei  vinti,  quali  brando 
e  gonfahone  e  altrettali,  ma  ancbe  la  sua  balda  allegi-ia  è  ri- 
masta bene  impressa  nel  lessico  italiano;  dove  si  vedono  l'ibrido 
piffero  e  la  giga,   incitanti  alle  danze  i  drudi  e  le  drude, 


tra  i  bicchieri,  i  brindisi  e  il  trincare. 


G.  I.  A. 


352  Ascoli,  coslario  ecc. 

5.   COSLARIO   e    COCLARIO'^. 

Parallela  alla  forma  coclario  (cocljario)  coclilearium,  che  dà 
normalmente  l'it.  cucchiajo,  venez.  cucaro,  còrso  cuòcere  cuc- 
ceì'O,  ecc.  ecc.,  si  protende  o  si  protendeva,  per  lo  meno  dal- 
l'Arno alle  Alpi  orientali,  con  l'identico  significato,  la  forma  co- 
slario.  La  quale  è  per  ora  molto  rapidamente  documentata  con 
la  serie  di  normali  riflessi  che  qui  si  presentano  in  ordine  d'età: 

Venezia,  1300;  perolU  ['péroli',  ciondoli,  orecchini]  d  anhro  vini  et 
anelli  ii  d  auro. ..  et  cusler  ri  d  argento  (docum.  64  ap.  Bertanza  e  Laz- 
ZARiNi);  1300:  peroli  vini  d  anhro  e  cusler  vi  d  argento  (doc.  65,  ìb.).  — 
Toscana,  sec.  XIV,  Franco  Sacchetti:  giunte  [le  minestre],  messer  Ridolfo 
comincia  sicuramente  a  pigliarne  pieno  il  ciisoliere.  —  Del  sec.  XV,  ve- 
nete suppergiù,  le  forme  dei  glossarj  italiano-tedeschi,  spogliati  dal  Mus- 
safia:  cusilier  cuslier  citsìir  'loffel'.  —  Della  prima  metà  del  sec  XVI:  cu- 
slier  nelle  rime  del  bellunese  Cavassico  (Cian-Salvioni).  —  Odierno  bo- 
lognese: cuslir  cucchiajo  'voce  contadinesca'  (Coronedi  Berti);  roma- 
gnuolo,  con  la  metatesi  del  nesso:  culsera  culsira. 

Ora,  se  i  due  tipi  coslario  e  coclario  manifestamente  coe- 
sistono, questa  singolare  coincidenza  nella  forma  e  nel  signifi- 
cato celerà  essa  tuttavolta  una  diversità  radicale?  Una  tal  pre- 
sunzione non  può,  nel  caso  nostro,  non  ripugnare  in  sé  e  per 
sé.  Ma  come  poi  conciliare  tra  di  loro  uno  sl  con  un  cl,  rag- 
guaglio che  alla  sua  volta  ripugna  a  ogni  ragion  latina?  La 
conciliazione  è  però  italicamente  ben  possibile,  poiché  uno  -sl- 
{gl)  dell'umbro  può  rispondere,  com'è  notorio,  a  un  -cl-  latino; 
riscontro  che  si  legittima,  a  qui  dirla  in  poche  parole,  per  ciò 
che  l'anaptissi  promossa  dal  nesso  kl  sia  palatina  nell'umbro, 
laddove  è  labiale  nel  latino.  Potremo  perciò  avere,  dalla  base 
greca  di  molto  antica  importazione,  un  esito  'umbro'  cosi-, 
rimpetto  all'esito  'laziare'  cocl-.  E  coslario  sarebbe  un  nuovo 
caso  analogo  a  quello  di  càpor  cdpore,  da  cui  lietamente  pren- 
devano le  mosse  queste  noterelle,  cioè  voce  neolatina  di  italicità 
non  punto  latina.  G.  I.  A. 


*  Cfr.  Tartic.  cuslir  nel  «Beitrag»  del  Mussafia,  articolo  anch'esso  in- 
vidiabile, quando  si  consideri  che  risale  a  un  quarto  di  secolo  addietro.  Il 
veneto  sculier  dico  altrove  che  sia  veramente  scuftjellario. 


NOTE  ETIMOLOGICHE  E  LESSICALI. 


e.   NIGRA. 


Seconda  serie  (v.  p.  269-300). 


1. —  YB.  ankaìiiljar  dèskaniljar. 

Il  VB.  ankaniljar  onkanijar  significa  ^aggrovigliare';  e  l'op- 
posto dèskaniljar  dice  ^districare,  dipanare'.  Hanno  per  base 
canìcùla  (in-  dis-),  nel  senso  di  'bruco',  che  è  nel  fr.  chenille. 
L'arrotolarsi  abituale  del  bruco  spiega  l'etimologia.  La  conser- 
vazione della  gutturale  nei  vocaboli  valbrossesi  esclude  la  loro 
provenienza  dal  fr.  chenille,  che  invece  passò  nell'it,  ciniglia. 

Daccanto  al  yb.  ankaniljar  -ijar  vi  è,  nell'alto  canavese,  collo 
stesso  significato,  il  verbo  ankanivlar,  probabilmente  così  tra- 
sformato in  seguito  a  spinte  analogiche,  che  per  ora  non  ci  è 
consentito  di  determinare. 

2. —  afr.  argot,  fr.  ergot. 

Significa:  1.°  l'unghia  acuta  e  ricurva,  ossia  sprone,  posto  alla 
parte  posteriore  del  piede  di  certi  uccelli,  cani,  e  altri  animali; 
2.**  la  punta  di  ramo  secco  rimasta  sull'albero;  3.°  la  segale 
cornuta.  I  due  ultimi  significati  sono  probabilmente  dovuti  alla 
somiglianza  della  punta  del  ramo  secco  e  della  segale  cornuta 
collo  sprone  del  gallo. 

L'etimologia  è  rimasta  finora  oscura.  Ma  quando  si  "supponga, 
com'è  ben  lecito,  una  fase  anteriore  *regot  *ragot,  s'ottiene 
una  figura  che  può  esser  la  giusta  metatesi  di  garot  e  ci  porta 
al  VA.  garott,  sp,  garron,  pr.  garroun,  'ergot',  sp.  garra  'arti- 
glio', pr.  garrot  'bastone  ricurvo'.  L'etimologia  sarà  la  stessa 
che  quella  dell' it.  garretto,  dei  fr.  jarrel  garrot  ecc.  (v.  Diez 
s.  garra;  Kòrting  3600). 

Archivio  fflottol.  ital.,  XIV.  24 


354  ÌNigi'ii, 

3. —  svizz.  roui.  CD'id,  va.  arrjé,  'mùngere'. 

Conviene  anzitutto  metter  da  banda  l'arraiare  DC,  afr.  ar- 
rayer^  apr.  arrmjar^  guasc.  arred  arrid,  sp.  arrear,  it.  m^re- 
dare,  significanti  'mettere  in  ordine,  allestire,  equipaggiare,  go- 
vernare, curare',  e  provenienti  dal  tema  nominale,  it.  arredo, 
fr.  arroi  ecc.  Questo,  come  fu  dimostrato  dal  Mackel  (80),  risale 
al  got.  rèdSj  as.  rad,  aat.  rat,  'opes  proventus',  riflesso  anche 
nel  can.  are  'condimento  di  vivanda',  e  nel  morv.  arì^oi  'assai- 
sonnement'.  Negli  esempj  latineggianti  e  afr.  citati  da  Ducange, 
il  vocabolo  è  specialmente  usato  per  indicare  l'equipaggiamento 
e  l'apparato  di  guerra,  e  l'arraiator,  afr.  arraiour,  equivale 
a  'maresciallo  di  campo'. 

Le  voci  della  Svizzera  romanza  e  della  Valle  d'Aosta,  come 
hanno  un  significato  diverso,  così  sono  di  origine  differente.  Esse 
postulano  un  adr etare,  che  è  naturale  dissimilazione  di  un 
adretrare;  ma  questo  noi  vorremmo  da  *ad-re-trrihère,  pas- 
sato alla  prima  conjugazione  sotto  la  doppia  influenza  di  tirare 
e  di  adretrare  da  retro.  Il  semplice  trahere  resta  alla  con- 
jugazione originale  nel  va.  irare',  ma  nei  composti  coi  prefissi 
re-  ad- re-  prevalse  nello  stesso  dialetto  la  prima  conjugazione, 
e  ne  venne  la  confusione  tra  i  riflessi  di  retrare  =  a,dretva.re 
da  retro  e  quelli  di  retrahere  adretrahere;  onde  i  verbi 
VA.  ree  'ritrarre',  se  ree  'ritrarsi',  arrjé  'mungere',  daccanto  a 
ierjé  relerjè  'tirare  ritirare'.  Nel  canav.  e  nel  railan.,  il  pas- 
saggio alla  prima  conjugazione  si  operò  anche  per  varj  tempi 
del  verbo  semplice;  e  cosi  si  hanno  il  can.  Irar,  imperf.  trava, 
il  mil.  tra  trda  ecc.,  da  trahere,  secondo  l'analogia  di  tirar 
tira  'tirare'. 

11  significato  etimologico  di  aria,  arrjé,  sarà  quindi  lo  stesso 
che  quello  del  fr.  traire. 

Sono  più  difficili  a  spiegarsi  i  sostantivi:  svizz.  rom.  riè  (Bri- 
dei),  VA,  rér  reer,  'filo  di  latte',  prov.  rei  rai  arrai,  aprov.  rai 
raig  radi,  'zampillo,  getto,  tratto,  filo  di  acqua,  di  latte  ecc.'. 

Per  la  forte  sincope  di  forme  che  qui  rientrano,  e  special- 
mente per  il  dileguo  di  tr  intervocalico,  sono  da  compararsi: 
YA.reé-fòss  'arrière-fils',  reé-fenna.  'seconda  moglie';  svizz.  rom. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  355 

ari  arri  'addietro' =  adretrariu  (cfr.  be/'dgl  ^  berbicariu); 
pr.  rei-petil-fd  'arrière-petit-fils',  ling.  /v' =  vetrariu;  caii.  drrr. 
piem.  dré=  deretrariu. 

4. —  it.  àrnia,  sp.  cat.  arna.^  '^alveare'. 

L'origine  di  àrnia  ama,  ignota  a  Diez,  rimase  iiuora  oscura. 
Le  voci  di  lat.  barb.  arbinarium  albinarium  arbinalem  'al- 
A-eare',  di  cui  Girolamo  Rossi  ha  recentemente  dato  esempj, 
tratti  dagli  statuti  di  Cosio,  Badalucco  e  Parnasio  ^,  possono  forse 
recar  qualche  luce  per  l'etimologia  della  voce  italiana  e  della 
catalano-spagnuola. 

Che  il  lat.  alvus  'alveare'  sia  la  base  primaria  delle  antiche 
voci  liguri  precitate,  non  par  da  dubitare;  il  cangiamento  di  l 
in  r  e  di  v  in  h  non  potendo  qui  fare  ostacolo  (cp.  piem.  arhi, 
lig.  arhio  argo,  it.  albió).  La  difficoltà  starebbe  piuttosto  nel  de- 
terminare la  base  secondaria,  quella  cioè  da  cui  dipendono  im- 
mediatamente, sia  albinarium   arbinarium,  sia  ama  arnia. 

Ma  data,  come  codeste  voci  di  lat.  barb.  ci  offrono,  una  voce 
fondamentale  da  scriversi  àrhìnu  (cfr.  ib.:  arbellum)  àrlnna 
e  anche  àrbinja  (v.  Asc.  qui  sopra,  p.  341-2),  noi  pur  veniamo 
con  attraente  facilità  a  àrhna  àì'hnia,  ama  àrnia. 

5. —  VB.  artóliha. 

Il  sost.  f.  VB.  artólika  significa  'arroganza,  insolenza,  oltraco- 
tanza'.  Riflette  il  lat.  rhetorica. 

6. —  can.  halkar,  lomb.  balkà,  engad.  balcàr  ecc. 

L'engadinese  balcàr  'calmare'  ha  conservato  il  significato 
che  è  forse  il  più  antico.  Concordano  con  esso,  o  vi  si  approssi- 
mano, il  can.  balkar,  il  monf.  barké,  il  lomb.  balkà,  l'emil. 
balka,  col  senso  di  'diminuire,  scemare,  cessare'.  E  vi  si  do- 
vranno senza  dubbio  connettere  il  rouer.  blacà  e  il  prov.  blaqui, 
'cèder,  faiblir,  manquer,  défaillir'. 

Tutte  queste  voci  hanno  per  base  il  lat.  placare,  come  è  pro- 
vato dal  ment.  placa  'calmare',  dal  delf.  placa  'céder,  fléchir, 

'  (jir.  Rossi.  Glossano  mcdioevale  lùfifrc,  Torino  IS'Jti,  s.  al1>in;u-iimi. 


356  Nigra, 

défaillir',  dallo  svizz.  vom.  pllakd  'cessare,  interrompere'.  Il  senso 
•li  'flècliir'  del  vocabolo  delfinese  spiega  il  ferr.  harkàr  'pie- 
gare'. Lo  Schuchardt  (Rom.  IV  253)  ravvicinò  alle  voci  alto- 
italiane  e  alla  ladina  anche  la  normanna  ì)aquer  'céder,  làcher', 
i>  altre,  circa  lo  quali  rimane  tuttavia  qualche  dubbio. 

Dovranno  per  contro  separarsi  le  voci  omofone  o  quasi  omo- 
ione,  significanti  'guardare':  it.  (gergo)  halcare^  ferr.  balkar, 
alomb.  baucar ,  vs.  hokar,  vallon.  hauquer,  piem.  huké,  can. 
hejkfw  bajkar',  piem.  monf.  bejké,  che  avranno  origine  diversa. 

7. —  it.  barletta  'specie  di  morsa  ad  uso  dei  legnajuoli'. 

Il  Carena,  all'articolo  legnaiuolo  nel  suo  vocabolario  d'arti 
e  mestieri,  dà  la  descrizione  e  spiega  l'uso  del  bai-letto,  stru- 
mento di  ferro  in  forma  di  7,  o  piuttosto  di  r,  che  introdotto 
nel  foro  del  banco  del  legnajuolo  vi  tien  fermo  il  legno  da  in- 
tagliarsi. Il  vocabolo  italiano  è  identico,  per  la  forma  e  per  il 
senso,  al  fr.  valet,  afr.  e  prov.  vaUet  varlet  vaslet,  ed  è  qui  ado- 
perato nel  senso  di  'servitore'  appunto  per  il  servizio  a  cui  è 
destinato.  La  base  riconosciuta  di  queste  forme  è  un  diminutivo 
del  BL.  vassus,  sulla  cui  etimologia,  non  ancora  accertata,  sono 
intanto  da  consultarsi  le  fonti  citate  dal  Kòrting  3821.  Il  voca- 
liolo  si  trova  collo  stesso  significato  in  Val  d'Aosta  :  valett  di 
ÌKch,  e  in  prov.  oarlel  de  banc,  'valletto  di  banco'. 

8. —  can.  berrà,  piem.  bero,  fr.  dial.  beròu,  'ariete,  montone'. 

Il  Marchot  (Zeitschr.  XVIII  421),  riportando  le  forme  lore- 
nesi,  svizzere  e  altre,  &«rà  Z^f  rò  beuràu  beròit  ecc.  ^,  significanti 
tutti  'montone,  ariete',  le  fa  provenire  dal  nome  proprio  afr,  Be- 
/vwi  =  Beroldus  o  Berulfus.  Ma  le  forme  franco-svizzere  non 
possono  separarsi  dalle  equivalenti  pedemontane:  can.  yb.  bérrò, 
piem.  bévo,  che  certamente  non  sono  parole  di  imprestito  venute 
dai  territorj  francesi.  Ora,  è  impossibile  il  dare  per  base  alle 
voci  pedemontane  il  nome  Beroldus  o  Berulfus,  che  in  pie- 
montese si  sarebbe  riflesso   per  *berdud  *berulf  o  altra  forma 


^  Cp.  albv.  bellou  'gpos  bclior  à  longues   cornes';  bellei  'jeune   moiiton 
do  moins  d'un  an';  va.  bellinn  'hrebis'  ecc. 


Note  etimologiche  e  lo?;sicali.  -  II.  357 

coli' accento  sulla  seconda  sillaba.  E  invece  probabile  che  le 
forme  pedemontane,  meglio  conservate,  riflettano  un  proparossi- 
tono  berrulic,  diventato  berrò  col  dileguo  dell'ultima  sillaba, 
come  notoriamente  avviene  p.  e.  nel  pieni,  nespo  =  nèspolo  = 
mespilu  (cfr.  Ardi.  II  119  396-7).  E  questo  herrulu,  d'età  più 
o  meno  tarda,  potrebbe  egualmente  stare  a  base  delle  voci  dia- 
lettali franco-svizzere,  con  l'accento  sulla  prima  sillaba  del  suf- 
fisso, secondo  altre  analogie  che  appunto  s'avvertono  sul  campo 
dei  dialetti  cui  spettano  le  forme  qui  considerate.  Così,  allato  al 
can.  pik-ul,  mil.  pih-ol,  coni,  pék-ol,  vb.  pik-Oy  'gambo  di  frutta 
o  foglia',  abbiamo  nei  dial.  francesi  e  provenzali:  pic-oùl  pec-oùl 
pic-òu  ecc.,  e  nei  pieni,  emil.  pik-òll. 

Ma  ammessa  codesta  base  neolatina  hcrrula,  quale  ne  potrà 
essere  la  spiegazione? 

Nei  nomi  di  animali,  come  in  quelli  di  piante,  accade  non  di 
rado  che  la  stessa  base  serva  a  specie  diverse,  purché  vi  sia 
tra  loro  una  affinità  anche  lontana.  Cosi  il  vs.  yb.  borri  'toro', 
il  VA.  bure  'bue',  hanno  la  stessa  base  che  il  morv.  bourou 
'asino',  0  *burrlcus  coi  suoi  riflessi  neolatini;  il  can.  gu,  che 
sarà  haediolu,  significa  'ariete'  e  'becco';  pieni,  bcca,  ital.  bec- 
cia  'capra',  e  can.  pieni,  beca  'pecora';  can.  piem.  cessa  'cagna' 
e  monf.  '  scrofa  '  ;  e  nel  valtellinese  :  bar  barinn  significano 
'ariete',  barro  'caprone'.  Non  è  dunque  impossibile,  che  ber- 
rìilu  sia  un  tardo  diminutivo  di  yerro  =  verres.  L'affinità  qui 
consisterebbe,  non  tanto  nel  fatto  che  ì  due  animali,  cioè  l'ariete 
e  il  verre,  sono  entrambi  domestici  e  convivono  sotto  lo  stesso 
tetto  e  negli  stessi  pascoli,  quanto  nell'essere  entrambi  i  ripro- 
duttori delle  rispettive  specie.  In  questa  ipotesi  il  vernilo,  cioè 
l'ariete,  sarebbe  il  piccolo  maschio,  in  confronto  del  ven'O,  e  il 
maschio  senz'altro  in  confronto  del  mutilato  montone.  Questo 
significato  originario  sarebbe  poi  andato  naturalmente  perden- 
dosi col  progresso  del  tempo,  come  dimostrano  altre  forme  co- 
gnate, per  esempio  il  lem.  mil.  bèra,  e  il  a's.  (gergo)  beri'''a. 
'pecora',  com.  pi.  ber'U/  'pecorelle'.  La  forma  semplice  appare 
nel  romagn.  berr  'montone'  (ma  cfr.  vaiteli,  bar),  o  le  diminu- 
tive nei  mil.  berin  beroit  'agnello',  berinna  'agnella'.  11  va.  ha 
anche  l'aggettivo  berr  il  berraja  'lanuto  -a". 


35K  Nigi-a, 

9.  —  pieni,  hjdleva,  valdese  del  Wiii'tenberg  Ijinriarn, 
'fosso  con  acqua  corrente,  gora'. 

Il  Rosiger  (  Neu-Hengstett :  Gesch.  u.  spr.  einer  Waldenserco- 
lonic  in  Wiirtenberg,  pp.  21  30)  vede  in  hidriard  una  metatesi 
di  riparia;  e  la  supj)Osta  metatesi  è  accolta  dal  Behrens  (Ree. 
metatli.  82).  Ma  codesta  spiegazione  fu  già  impugnata  giusta- 
mente dal  Morosi,  in  Arch.  XI  396.  Difatti,  il  valdese  'bidridrd, 
è  identico  agli  equivalenti  piem.  can.  bjalera,  monf.  hjarer'a,  li- 
gure medioev.  bealera  bialera;  e  queste  forme,  foggiate  col  suf- 
fisso -aria,  procedono  dal  bl.  bedale,  aprov.  bezal,  neopr.  be- 
saii  biau  bial,  quej.  beai,  piem.  can.  bjdl,  monf.  bjd  ecc.,  'alveo, 
canale  di  mulino'.  Il  dialetto  savojardo  (Albertv.)  ha  anche  il 
lem.  bidla  'hvas  de  rivière'.  La  base  originaria,  col  significato 
di  ''canale,  ruscello,  alveo,  solco  di  scolo',  appare  nel  bl.  be- 
dum,  gen.  beo  (savon.  medioev.  beudus  bendo,  v.  Rossi,  Gloss. 
uìedioev.  ligure,  s.  beudus  bedale),  da  cui  non  si  possono  disgiun- 
gere, malgrado  la  loro  dittongazione,  le  forme  air.  fr,  e  fr.  dial. 
bied  biez  bief  (gin.  bi,  Malmedy  bt  ecc.).  Il  feminino,  collo 
stesso  significato,  è  in  prov.  beso,  for.  bie,  menton.  bea. 

Il  Diez  (s.  V.)  traeva  l'afr.  bied  dall' as.  bed,  anord.  bedr  =■- 
aat.  betti,  'letto',  notando  che  la  deviazione  di  senso  nella  voce 
romanza  era  estranea  agli  antichi  dialetti  germanici.  Ma  la  spie- 
gazione dell' -z'e  in  bied  biez  era  da  lui  lasciata  dubbiosa.  La 
difficoltà  fu  ripresa  in  più  sottile  esame  dal  Mackel,  p.  89. 

Il  Cimrico  bedd,  'tomba'  è  sicuramente  preso  dall'anglosas- 
sone, e  sarà  all'incontro  dal  francese  il  brettone  bèz  'fosso'. 
Sul  diverso  significato  di  bed  nei  due  vicini  paesi  d' Inghilterra 
e  di  Cambria,  Giovanni  Owen  compose  l'epigramma:  Angli  bed 
lectum  vocitant  Cambrique  sepulcrum.  Ora,  da  'fossa'  a 
'sepolcro'  si  passa  molto  naturalmente;  e  'fossa'  e  'letto'  s'uni- 
scono poi,  con  pronta  fiicilità,  nell'  'alveo  del  torrente  o  del 
fiume'. 

9''. —  can.  bibjar. 

can.  (cN.)  bibjar  'tremare,  aver  la  pelle  d'oca'.  Dall' aat.  bi- 
bén,  ted.  beben. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  359 

10 —  it.  br illare . 

Il  verbo  it.  hrilki/'e  originariamente  dice  '^girare  intorno  al 
proprio  centro  con  rapidità  ',  come  è  chiaro  nel  passo  della  Cas- 
sarla di  Ariosto  (III  6):  'a  cui,  più  di  giràndola,  —  brilla  il 
cervello  '.  Assai  vicino  a  questo  è  il  significato  di  '  battere  rapi- 
damente le  ali  sorreggendosi  in  aria  senza  volare  '  come  fanno 
le  allodole,  i  falchi  e  altri  uccelli  (Fanfani,  Petrocchi  ecc.).  Bril- 
lare vale  anche  'mondare  il  riso  colla  «brilla»',  cioè  col  noto 
ordigno  che  con  rapida  rotazione  della  màcina  spoglia  il  riso 
della  buccia.  In  Romagna  ha  inoltre  il  significato  speciale  di  tre- 
mare per  il  freddo'. 

La  nozione  di  giro  rapido  e  di  tremolio,  che  è  nei  significati 
sopra  esposti,  spiega  come  il  verbo  sia  venuto  ad  equivalere  a 
'scintillare  tremolando'  o  a  'tremolare  scintillando';  e  quest'ul- 
timo concetto  è  appena  modificato  nelle  voci  brillante  '  diamante 
slaccettato,  e  brillo  'semi-ebbro',  cioè  'tremolante,  vacillante'. 
Un'identica  connessione  logica  di  concetti  presenta  il  lat.  coru- 
scare,  che  significa  'tremolare  rapidamente'  e  'scintillare'.  Di 
che  toccava  anche  il  Direttore  deìVArchivio  (III  45.5-6),  pensando 
però  a  un  etimo  di  brillare  affatto  diverso  da  quello  che  qui  si 
propone,  E  la  proposta  è,  che  in  brillare  sia  da  riconoscere  un 
allòtropo  di  prillare  'girare  come  un  pirlo  o  paleo ^.  Entrambi 
i  verbi  perciò  risalirebbero  a  un  pirinvAare,  da  pirinulio 
(it.  prillo),  dimin.  neolat.  di  piru  'pera'.  11  digradamento  di  p  ini- 
ziale in  b  toscano  non  lia  bisogno  di  essere  dimostrato  ;  e  basti 
qui  citare  birillo,  allotropo  di  prillo  (Arch.  XIV  294). 

La  voce  sembra  passata  d'Italia  in  Francia  e  nella  penisola 
iberica. 

11. —  picHj.  bica,  sp.  pg.  pc.a. 

11  piem.  bi.la  (can.  bl'wa,  piv.  buioa,  ve.  bia^btìa)  indica  il 
Mente  di  rastello  pettine  tridente  èrpice  sega  e  d'altri  simili  stru- 
menti'. Concorda  il  sav.  albv.  pi'wa  'dente  di  èrpice'.  Le  forme 
apr.  pua,  \m^.pi'Ajo  puio,  Yim.pioo,  guasc.  delf,  può,  sp.  pg.  pita 
pi' I/a,  significano  inoltre  'punta',  i  pr.  pivan  pual  puat  'rastel- 
liera'. 


360  Nigra, 

La  provenienza  delle  voci  sp.  pg.  dal  lat.  pugio,  proposta  da 
Diez,  è  insostenibile.  Si  dovrà  piuttosto,  e  per  queste  voci  e  per 
le  altre  qui  citate,  risalire  al  lat.  pupa  'mammella',  base  da  cui 
sorse  una  così  ricca  serie  di  voci  romanze,  coi  significati  più  di- 
versi (mil.  mani,  pila,  piem.  biiata,  'bàmbola';  com.  puvaia  'pen- 
necchio'; vaiteli,  poja,  va.  booala,  'pannocchia';  altoit.  povina 
puoena,  lad.  puinna,  'ricotta';  com.  poina  'pigna'). 

Il  senso  delle  voci  piemontesi,  delle  ispano-portoghesi  e  delle 
altre  sopracitate  è  spiegato  dalla  evidente  somiglianza  di  forma 
tra  i  denti  di  rastello  segone  pettine  e  di  altri  arnesi  aventi  i 
rebbj  volti  all' ingiù,  e  le  tette  pendenti  delle  vacche,  scrofe,  e 
d'altri  mammiferi.  La  mammella  della  vacca  somiglia  in  grosso 
modo  a  un  pettine  a  quattro  denti,  quella  della  capra  a  una 
forca  a  due  rebbj,  il  ventre  d'una  scrofa  ad  un  segone. 

È  curioso,  per  questo  rispetto,  il  ravvicinamento  etimologico 
fatto  dal  Ritschl  e  segnalato  dallo  Schweizer-Sidler,  tra  le  voci 
latine  pectus  e  pecten.  Ma  qui  la  congruenza  logica  sarebbe 
tra  le  costole  del  petto  e  i  denti  del  pettine  (v.  KZ.  Ili  377 
f.,  XIV  151). 

12.  —  cai-  (kal-)  ecc.  nella  composizione  neolatina. 

Continua   dal    num.  G   della  serie    precedente,  Ardi.    XIV  272-7. 

23;  it.  a  calzoppo  'a  pie  zoppo,  sojtra  un  sol  piede',  fr.  'a 
cloche-pied'.  Il  vocabolo,  benché  toscano,  e  usato  dal  Doni  nella 
Zucca,  non  è  registrato  dalla  Crusca,  nò  dal  Tommaseo,  nò  dal 
Fanfani,  nò  dal  Petrocchi.  Lo  ò  dall'Alberti.  E  comune  in  Lom- 
bardia :  aberg.  a  la  galzopa,  bresc.  mant.  galzopp,  mant.  gallzop- 
par  'andare  a  piò  zoppo'.  A  Bologna,  per  falsa  etimologia  popo- 
lare da  gallo,  s'  è  fatta  la  locuzione  a  zopp  gallelt  (v.  Lorck, 
aberg.  112)  ^ 

-i*4  ;  mil.  parm.  cariiga,  mil.  carugola,  'eruca  della  vite,  me- 
lolontha  vitis'  e  nell'alto  milanese  anche  'cantàride',  pav.  ga- 


^  [Qui  veramente  potrà  sorgere  il  dubbio  se  nella  prima  parte 
del  composto,  anziché  un  'quale!',  non  s'abbia  piuttosto  il  'ca- 
vallo'. —  G.  I.  A.] 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  361 

riwla  {==*ga7'riigola)  'melolonta'.  La  seconda  parte  è  nella  forma 
semplice:  ìHiga  'eruca'. 

25;  mant.  garó'sola  ga/'usola  'rosolaccio'.  La  seconda  pavte 
è  un  dimin.  di  ròsa. 

26;  com.  carùs'ola  (Monti)  'salamandra'.  Che  la  seconda 
parte  del  composto  sia  il  riflesso  di  un  rosùla,  come  nel  num. 
precedente,  è  comprovato  da  altri  nomi  della  salamandra:  valsass. 
rosola,  Arbedo  7'es'a,  Varese  hissa-ròs'a,  com.  rósa  marinna. 
Il  Biondelli  registrò  anche  un  com.  coru zzala  'salamandra,  che 
sarà  una  deformazione  di  carùs'ola. 

27;  al  7  (p.  274)  è  da  aggiungere:  Regg.  Em.  garabdttel, 
piem.  garibaje  f.  pi.,  'cianfrusaglie,  bazzècole'. 

28;  it.  grhnaldello  'strumento  di  ferro  per  aprir  serrature 
senza  chiave'.  E  una  deformazione  di  gariboldello,  come  appare 
dal  confronto  colle  voci  equivalenti  :  mant.  garaboldell  (e  rabon- 
dell  con  aferesi  di  ga-),  sgaraboldell,  garaboldon,  piac.  garibold, 
mil.  piem.  gariboldin,  piem.  gavibaldin,  va.  garabaudé;  Arbedo 
hregoldin  =  *greboldi/i;  A'^enez.  rimandelo  =  '^gribaldello.  Nella 
voce  veneziana,  come  nella  variante  tose,  grimandello  e  nel 
irent.  gramandel,  vi  è  dissimilazione  di  /  in  n.  La  seconda  parte 
del  composto  sembra  rispondere  al  germ.  bolz,  as.  boli,  'bonci- 
nello, caviglia,  chiavistello".  Per  la  digradazione  di  b  in  iii  in  gri- 
rnaldello,  si  compari  Vii.  sernioUino  per  serpollino.  Meno  chiara 
ò  la  seconda  parte  nel  brianzuolo  gaì'biìsell  'nasello,  boncinello'. 

29;  m.\\.  calosson  calisson  'ossacela  senza  polpe';  si  die»- 
jier  ischerno  a  persona  soverchiamente  magra  (Cherubini).  L'ac- 
crescitivo di  'osso'  appare  senza  alcuna  alterazione  nella  se- 
conda parte  del  composto  della  jirima  forma. 

'.iO;  vali,  calmouséle  'nascondiglio'  (Grandgagn.).  Molisele 
('  un  sost.  f.  derivato  dal  verbo  vali,  mousi  'nascondere,  che  in 
fr.  è  musser  (afr.  raucier,  picc.  muclier),  connesso  coll'it.  smuc- 
ciare  (Caix  575),  sic.  ammucciari,  soprsilv.  micdr,  eng.  niucdr 
(Diez  s.  musser).  Si  possono  aggiungere:  namur.  rauchi  'eacher', 
jiiov.se rote  'recoin'  (Grandgagn.):  va.  mosse  'tramontare',  il  na- 
scondersi del  sole,  mòsse  m.  'tramonto',  rnossen  m.  '})onente'  ^, 
Ardenn.:  li  solo  mousn  'le  soleil  se  conche'. 

*   La   pronunzi:!   dr-llc   voci    v.ildostano   oscilla    tra  mòssi'-  o   ruusc. 


?S2  >'igi-.>, 

.7/;  ted.  ìialmduser  'sornione'.  Non  h  impossibile  che  i  Te- 
Jeselii  abbiiino  preso  dai  Valloni  la  prima  parte  almeno  di 
questo  loro  composto,  ancora  inesplicato.  Il  vocabolo  è  moderno. 
Il  Kluge  ne  fa  dipendere  la  seconda  i)arte  dal  mat.  mùsen  mau- 
sea  (s.  dukmausor).  ^fa  la  jìrima  ben  sembra  essere  il  nostro 
kal-. 

.13;  vali,  calebote  ìialehide  •  inauvaise  voitm'e',  e  ancora 
calehole  'petite  armoire,  tronc  pour  aumòne,  confessionnal ',  ca- 
lehnLin  'petite  caisse'.  Nella  seconda  parte  di  questi  composti,  si 
vorrà  vedere  l'equivalente  del  fr.  halle,  afr.  houle,  it.  holle. 

33;  Vosges  caramania  cairalinaignai,  Metz  caramonià, 
linguad.  charraniagnou,  'magnano,  calderajo  ambulante'.  Nella 
seconda  parte  del  composto  sono  i  riflessi  dialettali  del  fr.  rua- 
fjnieii  '  magnano  '. 

34;  mìl.  garahhi,  lo  stesso  che  roahhi,  'riàvolo  di  legno 
col  quale  i  foi'naciaj  l'ispianano  l'aja",  rispondente  al  lat.  ru- 
tabiilu. 

13.  —  fr.  carillon. 

Significa  'scampanata',  cioè  suono  ripetuto  di  una  o  più  cam- 
pane. Il  Ménage,  con  approvazione,  o  almeno  senza  obbjezione, 
di  Diez  Littré  Scheler  e  Kòrting,  fece  risalire  carrillon  (cosi 
egli  trascrive)  a  un  quadri lio,  e  spiega  elio  ebbe  questo  nome 
perchè  anticamente  significava  il  suono  simultaneo  di  quattro 
campane.  Ora,  questo  quad/'iliojie,  che  suppone  un  quadrile, 
non  esiste  in  Ducange,  né  altrove  a  mia  notizia,  e  il  suo  suffisso 
non  converrebbe  poi  al  senso.  D'altro  lato  la  spiegazione  che 
il  Ménage  ne  deduce  è  puramente  congetturale.  Non  è  punto 
})rovato,  e  non  è  anche  probabile,  clie  i  carillons  si  facessero  in 
alcun  tempo  col  suono  di  quattro  campane.  Sé  anche  si  ammet- 
tesse che  il  significato  originario  del  vocabolo  fosse  quello  di 
\m  'concerto  di  campane',  rimarrebbe  tuttavia  da  dimostrare  che 
un  tale  concerto  fosse  di  quattro  campane,  mentre  è  noto  che 
in  Francia,  come  altrove,  la  maggior  parte  dei  campanili  di  cam- 
pagna non  ha  più  di  tre  campane  per  ciascuno;  e  quelli  che  ne 
hanno  più  di  tre,  ordinariamente  ne  hanno  più  di  quall^ro,  quante 
cioè  valgano  a  fornii'o  la  scala  musicale   più  o  mono  completa. 


Not<3  etimologiche  e  lessicali.  -  li.  363 

Ma  il  vero  sarà  che  carillon  signitìcò  e  significa  etimologica- 
mente 'scampanata  di  una  o  più  campane',  senza  che  il  numero 
quattro  ci  abbia  da  entrare. 

Carillon  suppone  un  tema  dimin.  dalla  base  quadru,  'cosa 
quadrata',  che  sarebbe  passato  a  significare  'campana'  e  'suono 
di  campana';  e  appunto  il  va.  harrd  f .  =  quadrata,  e  l'albv. 
earron  m.,  quasi  'quadrino'  o  'quadratino',  significano  la  'cam- 
pana delle  vacche',  cioè  la  campana  di  forma  quadra,  la  più 
antica  e  la  più  semplice  di  tutte,  e  ben  anteriore  alla  campana 
di  bronzo  a  loggia  di  vaso  rovescio. 

Daccanto  a  carillon  vi  sono  in  afr.  le  forme  quarreignon  e 
carenouy  che  si  fanno  bensì  provenire  da  quaternione,  ma 
altro  pur  forse  non  saranno  che  semplici  deformazioni  di  ca- 
rillon. 

14.  —  pieni,  cass. 

11  piem.  cass  'rintocco  funebre'  risponde  al  pr.  e  afr.  clas, 
nfr.  glas,  che  si  fa  risalire  a  un  popolare  classum  per  clas- 
si cu  m.  La  stessa  base  è  postulata  per  l' it.  chiasso  (Diez  s. 
chiasso;  Grober  all.  I  547;  K/irting  1935). 

15. —  \)\em.  caoela  f/aoela,  can.  itg.  g a  i^ eia,  y>v.  giiauella, 
ir.  jaoelle,  sp.  gavilla,  'manipolo'. 

Il  Thurneisen  (p.  62)  inclina  ad  ammettere  che  gavela  pos?a 
risalire  albi  rad.  celtica  gah,  che  appare  nell'irl.  gabàl,  cimr. 
gafael,  corn.  gacel,  'prendere  tenere',  e  conforta  la  sua  opinione 
principalmente  col  fatto  dell'assenza  d'un  e  iniziale  in  tutte  le 
forme  romanze  da  lui  conosciute.  Ma  la  piemontese,  che  è  la 
prima  in  capo  a  quest'articolo,  ha  appunto  una  sorda  iniziale. 
Vero  è  che  óavela  si  alterna  con  gavela;  ma  torna  malagevole 
il  far  provenire  la  prima  di  questo  forme  dalla  seconda,  mentre 
il  contrario  non  presenta  alcuna  difficoltà.  Se  adunque  il  piem. 
cavela  non  è  una  semplice  deformazione  di  gavela,  il  che  al 
postutto  non  si  può  escludere  in  modo  assoluto,  l'argomento  in- 
vocato dal  Thurneisen  verrebbe  a  mancare,  e  l'etimologia  cel- 
tica da  lui  ammessa  dovrebbe  cedere  il  posto  alla  latina  pro- 
posta dal  Diez  (s.  gavela). 


364  ^igi'ii, 

16.  —  piem.  cea. 

li  significato  di  questa  voce  piemontese,  clu.'  occorre  anche 
nella  forma  di  ceja,  è  'graticcio  di  vimini  o  di  canne',  e  spe- 
cialmente quello  fatto  in  forma  di  cestino  e  solito  a  sospendersi 
in  aria  per  conservarvi  varj  oggetti.  Il  tema  postulato  è  clèta, 
lo  stesso  cioè  che  sta  a  base  del  pr.  cleda,  e  del  fr.  claie,  e  clie 
Diez  (s.  claie)  connette  coli' air.  cliafh  e  col  cimr.  choyd. 

17. —  monf.  dèrliò. 

Al  monf.  dèrkó  risponde,  per  il  senso,  il  can.  e  piem.  d'ko, 
quey.  decó.  Entrambe  le  forme  significano  'anche';  monf.  dèrkó 
me,  piem.  d' lio  mi,  7ni  d' ho,  'anch'io'.  Corrispondono  etimolo- 
gicamente a  'di-ri-capo',  'di-capo'  o  'da-capo',  e  perciò  alle 
forme  ladine  e  ladino-venete  derecau  darcau,  da  catto  ecc., 
spiegate  dall'Ascoli  in  Arch.  Ili  282. 

18.  —  piem.  dojt. 

Col  piem.  dòjt  m.  vanno  il  can.  dòti  e  il  yb.  dócc,  col  signi- 
ficato di  'garbo,  grazia,  modo,  cura,  assetto'.  L'aggettivo  com- 
pare soltanto  nel  composto,  piem.  dès'dójt  ds'adòjt,  can.  désdòtt, 
'sgarbato,  sgraziato,  maldestro'.  Da  dòcc  procede  il  vb.  dócar 
col  senso  speciale  di  'governare,  curare  il  bestiame'.  Questi  vo- 
caboli non  possono  provenire  da  dùctu,  che  darebbe  in  piem. 
-ùti  -àjt  {riilt  sujt  =  rutto  asciutto),  né  da  dùctu  che  darebbe 
-ult  o  -ujt  {ridati,  ujt  =  ùnctu).  Risaliranno  invece  a  dòctu 
da  docère  (cp.  piem.  hòjt,  00.11.  hot t,  vb.  koéc,  'cotto',  da  coctu). 

11  Salvioni  (Post.  s.  ducere),  connettendo  con  ductu  il  piem. 
due  'vago,  avvenente,  grazioso',  fu  tratto  in  errore  dalla  falsa 
grafia  di'ic  data  dal  Biondelli.  Questo  vocabolo  deve  scriversi 
due,  f.  duca,  ed  è  verosimilmente  un  allotropo  di  dùs  'dolce' ^. 


*  [La  conciliazione  tra  dùs  dussa  0  due  duca  può  riuscire  per  ciò,  che 
siccome  la  prima  coppia  risponde  a  dolce  *dolca,  cosi  l'altra  risponda  a 
dolco  dolca,  cfr.  Arch.  X  93,  passato  al  masc.  il  e  che  si  produceva  nel  fe- 
minile.  Di  ca  in  ca  sopravvivono  ancora  più  esempj  nello  schietto  piemon- 
tese; cfr.  Arch.  II  128,  e  cdnter  cantore,  cànker  cancro.  Anche  vedi  più  in 
là.  al  num.  28.  —  G.  I.  A.] 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  365 

19. —  can.  e-tilii,  va.  e-tot. 

Significano  'anche',  come  il  lion.  età  etou,  e  il  norm.  iton, 
sav.  ito.  La  forma  lionese  fu  già  rettamente  interpretata  dal 
Chabaneau,  come  rispondente  al  fr.  et  tout  (Puitspelu,  Dictionn. 
si'ppl.  s.  V.).  Per  contro  Littré  spiegava  la  forma  normanjia 
come  un  riflesso  di  hi  e  tali  s.  La  forma  canavesana  e  la  val- 
dostana non  ammettono  dubbio  sulla  loro  provenienza  da  et, 
combinato  con  la  voce  eh' è  riflessa  dall' it.  tutto,  fr.  tout,  ecc. 

20. —  can.  piem.  flapa,  vb.  froppa. 

Daccanto  ai  continuatori  del  lat.  faluppas  'quisquilias,  paleas 
minutissimas,  vel  surculi  minuti',  esaminati  da  A.  Horning  (in 
Zeitschr.  XXI  192  sg.),  si  possono  considerare  le  seguenti  voci 
pedemontane:  vb.  froppa  'verga';-  va.  frappa  'sarmento';  - 
can.  flapa  'verga  con  foglie';  donde  il  verbo  flapar  'percuotere 
con  verga';  da  ravvicinarsi  all'it.  frappa,  che  in  termine  di  pit- 
tura significa  'fogliame';-  can.  flapa  'orecchia  larga  e  piatta'; 
da  compararsi  coll'ingl.  flap  of  the  ear  (v.Wedgwood  s.  flap);  - 
piem.  flapa  'faloppa,  bózzolo  imperfetto'.  Si  compari  ancora  il 
mod.  vliip  'sarmento'. 

21. —  can.  f/ebi-a,  f/uebra,  begra  'melolonta'. 

Il  'maggiolino',  melolontha  vulgaris',  è  detto  in  vb.  gué- 
ì)ra,  a  Ozegna  o  ih  altre  località  del  Canavese  e  del  Piemonte 
gebra,  a  Pi  verone  bcgìxi  (forma  metatetica,  riflessa  anche  nel 
pittavino  brègue),  nel  Biellese  kabra,  a  Pont-Canavese  habriola, 
che  è  un  diminutivo  del  precedente,  foggiato  per  falsa  etimologia 
popolare  sul  modello  di  cavriiiola  da  capra.  Tutte  queste  forme 
pi'^overranno  dall'equivalente  aat.  kèvar  chèvaro,  nted.  kdfer, 
svizz.  chàbr.  Per  l'etimologia  delle  voci  germaniche,  si  vegga 
Kluge  s.  kàfer. 

22. —  \t.  ghetta,  iv.guétrc. 

Il  vocabolo  è  pur  comune  all'Alta  Italia,  alla  Sardegna,  alla 
Provenza,  e  significa  quella  specie  di  calzatui'a  che  fascia  la 
gamba  e  scende  abbottonata,  affibbiata  o  lacciata,  sulla  scarpa. 


o(i6  Nigra, 

coprendone  il  toniajo,  esclusa  la  punta.  Il  nome  di  questa  calza- 
tura pare  dovnto  ai  gheroni  laterali,  col  mezzo  dei  quali  essa 
si  allarga  sul  collo  del  piede.  Quindi  glielta  avrà  probabilmente 
per  base  un  "gdjdita,  da  yajda,  che  è  parm.  e  pieni.,  geda  can. 
mil,  ecc.,  'gherone',  e  direbbe  etimologicamente  Sgheronata'.  La 
gajda  poi  fu  già  identificata  col  longobardo  gaida  'pilum  ve- 
stimenti', avendo  il  gherone  la  figura  di  un  ferro  di  lancia  (v. 
Diez  s.  ghiera;  Caix  St.  94).  Nella  voce  francese,  il  r  sembra 
epentetico. 

23. —  piem.  gilofrada,  can.  golifrada,  'garofanata'. 

Come  al  proprio  riflesso  di  carj-óphyllu,  cioè  garofano,  l'ita- 
liano ragguaglia  la  sua  garofanata,  così  il  francese  a  girofie 
la  sua  girofiée.  Il  canavesano  golifrada,  che  occorre  nei  canti 
popolari  ^,  inverte  le  vocali  protoniche  del  piem.  gilofrada.  Si 
può  chiedere,  per  vero,  se  queste  due  forme  sieno  schiettamente 
indigene  (cfr.  piem.  garófo  gai'ofu.ìlyi),  benché  il  g  nella  formola 
GA-,  come  il  e  nella  formolo  ca-,  si  possano  avere  in  filoni  in- 
digeni [cfr.  le  note  ai  num.  18  e  28].  A  ogni  modo  esse  offrono 
la  metatesi  delle  liquide;  cfr.  sic.  galófaru.  La  forma  va.  geno- 
fleya  è  notevole  per  il  suo  n,  che  ritorna  nei  corrispondenti 
prov.  marsig.  juniflado,  joimiflado,  rouer.  ginoufiat,  ling.  gi- 
noìinfìado.  Ma  più  notevole  ancora  la  deformazione  dell' ingl. 
gUli/loivej-,  passato  poi,  per  etimologia  popolare,  in  jidifiower, 
quasi  'fior  di  luglio'.  Confrontando  il  vocabolo  inglese  col  prov. 
juniflado,  il  Behrens,  Ree.  metath.  107,  fu  indotto  a  pensare  che 
in  quest'ultima  forma  influisse  alla  sua  volta  il  nome  'giugno'. 

24. —  piem.  grissin;  grissa,  grissja,  gi'rsa. 

Il  piem.  grissin  [gèrsin)  è  il  lungo  e  sottil  pane,  a  foggia  di 
vei^ga,  vanto  del  forno  torinese.  Luigi  Cibrario  nella  sua  Storia 
di  Torino  lasciò  scritto:  «Cominciarono  in  Piemonte  a  farsi 
«  dei  pani  allungati  fini  di  3  oncie,  chiamati  grissie,  fin  dal  se- 
«  colo  XVII.  Migliorando  la  pasta,  recandola  a  tale  tenacità  da 

'  XiGRA,  Canti  'pnpolrri  del  Piemonte,  Torino  Ins-^,  |,.  Wj. 


Note  etimologiche  e  lossicali.  -  II.  VS7 

«  potersi  trarre  in  coi'dicelle  lunghe  un  braccio  senza  romperle, 
«  si  procedette  all'  invenzione  dei  grissini  »  ^. 

E  dunque  fjrissin  un  diminutivo  mascolino  del  nome  positivo 
che  in  Piemonte  Canavese  e  Monferrato  si  dice,  secondo  i  luo- 
ghi :  grissa  grissja  gressa  gersa,  e  significa  propriamente  'fila, 
seguenza  di  oggetti  infilati  l'uno  dietro  l'altro  e  l'uno  accanto 
all'altro'.  Cosi  aa  grissja  significa  'in  fila',  gersa  d'agilóe, 
cV vis,  'filare  di  spilli,  di  viti'.  Applicato  al  pane  [grassa  d' pan) 
il  vocabolo  indicò  le  'picce  di  pani',  cioè  'più  pani  attaccati  in 
fila  incrociate  a  foggia  di  grata'  (cfr.  vaiteli,  schera  di  michi 
'  quattro  pagnotte  cotte  insieme  e  attaccate  come  a  schiera  '  ; 
Monti).  Oggi  queste  picce  si  dicono  gersa  a  gaoass,  letteral- 
mente 'fila  a  rocchi',  e  gersa  d' pan  significa  semplicemente  'fil 
di  pane,  pane  allungato',  donde  il  dimin.  grissih  gèrsin  'pane 
in  forma  di  bastoncino  '. 

Da  fjèì'sa  'fila'  provengono  i  verbi  pieni,  gérsé  angèrsé  'or- 
dinare, mettere  in  assetto,  riporre'. 

Il  vocabolo  si  trova  col  suo  significato  originario  nel  dialetto 
di  Val  d'Aosta:  grisse  f.  'grata  di  legno  sopra  il  camino,  sulla 
quale  si  affumicano  e  si  seccano  le  castagne  e  le  noci';  nel 
Var:  grisso  gr eisso,  prov.  graso,  'claie  sur  la  quelle  on  fait  sé- 
cher  les  figues,  ou  sur  la  quelle  on  met  le  pain  (Mistral)'.  E  si 
risale  a  un  crai  io  e  a  da  crates  'grata';  onde  grissja  o  (prèssa 
d' pah  risponderà  etimologicamente  a  'graticola  di  pani'.  Per 
la  sincoi3e,  si  comparino  i  pieni,  irent  'tridente',  vél  'vitello', 
mùh  'mattone',  drc  =  *deretra)'iu,  va.  vable  'vitalba',  vb.  ra- 
bjo  'riàvolo' =  rutabulu;  ecc. 

2r).  —  Y.s.  kasiejer  'cercare'. 

Rifletterà  un  quaesiicare,  da  *quaestare  (fr.  qurfer)  pro- 
veniente dal  part.  di  quaerere. 


*  Il  prof.  r.  Rosa,  nello  sue  Atjgiv.nLe  a  Uelcuento  tedesco  nel  dialetlo 
■pieììiontese,  Bra  1800,  p.  7,  citando  il  Cibrario,  fa  derivare  rjrisshi  e  rjressa 
dal  tod.  rjries  'tritello,  semolella'. 


368  Nigra, 

24. —  VB.  krijalés'irji. 

Significa  'stridìo  alto  e  prolungato',  e  dovrà  essere  connesso 
col  tose,  crialeso  'raganella',  che  il  Caix  (St.  301)  rettamente 
fece  provenire  da  kyrie  eléison.  A  Noto  (Sicilia):  'ntra  un 
crialesu  'in  men  che  non  si  dica'. 

25. —  inciid-  nei  riflessi  pedemontani. 

Anche  nei  dialetti  pedemontani  V  incùdine  assunse  denomina- 
zioni che  si  scostano  più  o  meno  dalla  base  del  latino  classico 
in  end-.  E  sono  principalmente  i  piem.  «/?few.9'o  m.,cdi\\.ankiis'è)i 
f.,  VB.  ankwis'èn  anhioiclèn  {d  da  s)  i.,  monf.  lankiois'o  m.  col- 
r  articolo  agglutinato.  Le  prime  due  forme,  secondo  che  già  fu 
riconosciuto,  rivengono  a  inkùgine  sull'analogia  di  aeru- 
gine  ecc.  Le  altre  devon  rivenire  a  inkicdigine,  sull'analogia 
dei  nomi  latini  in  -Igine. 

Daccanto  ad  ankus'o  vi  è  in  piem.  la  forma  ankwljo  m.,  che 
sarà  un  incudic'lo. 

26. —  dXio-iidX.  kandul a  fjandiUa  handvola  ecc. 

11  collare  di  legno,  metallo  o  cuojo,  delle  vacche,  pecore,  ca- 
pre, a  cui  è  appesa  la  campanella,  è  detto  in  can.  e  vs.  kandula, 
gandula,  in  lomb.  kandiwla,  kanavra,  kandura  kandola,  in 
trent.  kanndyola,  kanndola,  in  va.  óenevalla  colla  solita  pro- 
gressione dell'accento  in  voce  proparossitona,  nei  Bassi  Pirenei 
kandulo.  In  Piemonte,  kandtda  è  l'anello  mobile  cui  si  unisce 
la  catena  del  giogo  dei  buoi  che  tirano  l'aratro.  A  Belluno,  ka- 
ndijola  è  il  collare  di  legno  con  cui  i  bifolchi  cingono  il  collo 
ai  bradi,  e  anche  'gorgozzule'.  Nel  venez.  e  pad.,  i  plurali  kanóle 
kandule  valgono  le  'fauci'  (Muss.  beitr.  41).  Nei  Bassi  Pirenei, 
candido  significa  pure  una  specie  di  focaccia  in  forma  di  anello 
0  corona.  A  Blenio,  il  collare  del  campanello  delle  vacche  è 
detto  lianva. 

Da  quest'  ultima  forma,  riportata  a  cdaapa,  si  potrebbe  essere 
indotti  a  porre  per  base  delle  voci  precitate:  *canàpula,  sup- 
ponendo che  il  collare,  prima  che  di  ferro  o  di  legno  fosse  stato 
di   canape   (Salv.  dial.  d'Arbodo  s.  canàura).    Ma  questa   ipotesi 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  369 

non  ha  veramente  altro  motivo  che  la  forma  del  vocabolo  di 
Elenio,  la  quale  potrebbe  anch'  essere  una  semplice  deformazione 
popolare  di  kandola.  A  ogni  modo,  quella  etimologia,  oltre  che 
sarebbe  contraddetta  dal  fatto  dell'essere  questi  collari  da  per 
tutto  in  legno,  cuojo  o  metallo,  e  non  mai  in  canapa,  non  spie- 
gherebbe poi  l'anello  dell'aratro  e  le  fauci. 

Si  dovrà  piuttosto  ricorrere  a  catena,  e  vuol  dire  a  *cate- 
nabula.  Il  significato  etimologico  del  vocabolo  sarebbe  in  fondo 
'l'ordigno  per  cui  si  catena';  e  a  codesto  collare  si  suol  difatti 
assicurare  la  catena  di  ferro  delle  vacche  nelle  stalle  durante 
la  stagione  del  pascolo.  La  derivazione  non  dovrebbe  esser  no- 
minale, perchè  allora  non  si  difFenzierebbe  gran  fatto  dal  valore 
del  nome  primitivo  (cuna  e  un  a  bui  a),  ma  piuttosto  verbale  (ve- 
nari  venabulum).  Sempre  però  potrebbe  es.sere  opposta  la  dif- 
ficoltà che  non  ci  sia  indizio  di  un  lat.  catenabula  e  che  di 
simili  formazioni  non  ne  fioriscano  sul  territorio  neolatino  (altro 
sarebbe  per  es.  il  lomb.  cadenil  'quel  ferro  o  legno  a  cui  nel 
camino  sono  appese  le  catene  da  fuoco').  La  derivazione  da  ca- 
tena spiegherebbe  del  resto  anche  il  nome  dato  all'anello  del- 
l'aratro a  cui  è  attaccata  la  catena,  come  pure  le  fauci  e  il 
gorgozzule  degli  animali,  intorno  a  cui  si  legano  le  catene.  E 
l'anello  della  catena  spiegherebbe  finalmente  la  focaccia  in  forma 
di  corona. 

27. —  vs.  lauelj,  piem.  lajòl  ajól. 

Il  'ramarro'  è  detto  in  vs.  lauelj,  in  piem.  can.  lajòl  ajól,  in 
monf.  lajó,  in  vb.  viól^  in  Br.  liòu,  in  gen.  lafjd. 

Nel  vs.  lauelj  si  dovrà  riconoscere  la  legittima  risposta  di 
(\\xq\V ah-oculu  da  cui  dipendono  l'ait.  avocalo,  fr.  aveugle,  afr, 
aveulle  aveide,  va.  avuljo  aiUjo,  con  l'articolo  concresciuto. 
Nel  VB.  viòl  è  all'incontro  aferesi  dell' a  ^  Il  ramarro  si  sarebbe 
detto  il  'cieco'  per  la  stessa  ragione  che  in  alcuni  luoghi  fece 


*  [Notevole  la  voce  vs.  anche  perchè  mostri  in  questa  composiziono 
l'identica  figura  che  nello  stesso  dialetto  è  per  oc'lo  allo  stato  isolato: 
ztélj  Arch.  Ili  30.  Nella  voce  va.,  all'incontro,  questa  coerenza  punto  non 
s'avverte.  La  voce  vb. ,  finalmente,  ricorda  col  suo  io  il  trittongo  che  è 
nel  pi.  fr.  ijeux.  —  G.  I.  A.] 

Arcliirio  glottol.  ital.,  XIV.  23 


370  Mgra, 

attribuire  la  cecità  alla  lucignola  e  alla  salamandra  (v.  qui  so- 
pra, a  p.  271,  s.  cerkcu'ia  e  c'às'ija). 

Il  piem.  can.  lajòl  ajòl  fu  altramente  dichiarato  da  Flechia, 
Arch.  Ili  160.  Ma  la  comparazione  di  queste  forme  colle  prece- 
denti, e  col  piem.  can.  òj  'occhio',  da  *òlj,  persuaderà  a  mandare 
anche  ajòl  sotto  ahoculu.  Il  br.  Uòu,  e  la  variante  piem.  ìiól, 
concordano  col  piem.  lajol,  salva  l' attenuazione  di  aj-  protonico 
in  /.  —  Nel  gen.  lago  il  [j  sta  per  v.  Ma  oc' lo  allo  stato  iso- 
lato darebbe  ógga  al  genovese.  E  avvien  perciò  di  chiedere  se 
lagd  sia  riduzione  di  un  lagógga  di  fase  anteriore,  o  non  piut- 
tosto un'imitazione  di  forme  piemontesi. 

Codesta  etimologia  avrebbe  una  singolare  conferma  nel  ted. 
eidechse  'ramarro',  se  que.sto  si  dovesse  interpretare:  'avente 
gli  occhi  velati'.  Il  Kluge,  partendo  dalla  forma  aat.  egici elisa 
f.,  e  fondandosi  principalmente  sull'asass.  evnthcssa,  non  esclude 
che  la  prima  parte  del  composto  convenga  col  ted.  auge,  lat. 
oculus.  Ma  il  secondo  elemento  è  per  lui  'ganz  dunkel'.  Ora  è 
possibile  che  questo  secondo  elemento  abbia  una  base  proveniente 
dall' aat.  decchan,  nted.  decken,  'velare,  coprire'.  —  Un  altro 
ravvicinamento  potrà  tentarsi,  quanto  al  significato  etimologico, 
tra  le  voci  liguro-piemontesi  e  le  tirolesi  tedesche  di  Luserna, 
trascritte  da  Schneller  (s.  rochenstoz):  eggelsturz  eggeUlorz 
(ramarro).  Se  in  queste  voci  la  prima  parte  del  composto  ri- 
flette, in  forma  diminutiva,  il  tema  che  è  nel  ted.  auge,  la  se- 
conda parte  andrà  coUted.  stiirzeti  'coprire  voltando,  umwen- 
dend  bedecken'  (Kluge  s.  v.),  onde  sturze  'coperchio'.  Il  senso 
etimologico  di  eggelsturz  sarebbe,  in  questa  ipotesi,  'avente  gli 
occhi  velati  ',  come  nel  ted.  eidechse,  di  cui  il  vocabolo  tirolese 
sarebbe  un  sinonimo. 

28. —  piem.  limoca  'giaggiuolo';  limocé  'indugiare'. 

Alle  forme  piemontesi  rispondono  le  can.  limuga  e  limugar 
collo  stesso  significato.  La  base  di  limoca  limì'f/a  è  un  Hmv- 
lica,  da  llmula,  o  meglio  dal  A'erbo  *limulicare.  Il  nome  fu 
applicato  all'  ireos  di  qualsiasi  colore  per  la  forma  delle  sue  fo- 
glie fatte  a  guisa  di  lima,  o  di  lama  di  coltello,  che  valse  a 
questa  pianta  il  nome  di  gì  ad  i  ohi s  in  latino,  di  '^ttfCov,  (fddya- 


Note  etimologiche  e  lesisicali.  -  II.  371 

vov  in  greco,  di  schìoertel  in  tedesco  ecc.  In  piemontese,  il 
'giaggiuolo'  (=gladiolu)  si  dice  pure  al  pi.  kutcj  m.,  e  kutélc 
f.,  'coltelli',  come  a  Montone:  in  va.  hot  da  culter;  nel  co- 
masco spadée. 

La  monotona  lentezza  del  lavoro  della  lima  suggerì  il  verbo 
limulicare,  riflesso  nel  piem.  limoóé  e  nel  vb.  limugar  'indu- 
giare, esitare  '  [v.  per  la  ragione  fonetica,  la  nota  a  dòjt,  p.  364]. 
Analogamente  sarà  del  vali,  limesinar  'jaresser'. 

29. —  piem.  mas'ucé,  can.  mas'uvér. 

Il  significato  di  questo  vocabolo  in  entrambe  le  regioni  è 
'massaro'  e  'mezzajuolo'.  Il  Salvioni,  nelle  'Postille'  al  vocabo- 
lario del  Kòrting  (5077),  pone  a  base  di  esso  il  lat.  mansue- 
tariu  'domatore  di  belve'.  Ma  il  tema  è  il  bl.  mansufiriu, 
foggiato  su  mansus  di  4.''  declinazione,  'fondo  colonico';  e  la 
forma  toscana  massaro  avrebbe  all'incontro  per  base:  mansa- 
riu  da  mansum  di  1.*  declinazione  (di  che  vedi  però:  Asc.  XIV 
344).  La  base  mansuàriu  ritorna  nei  vocaboli  valloni  equiva- 
lenti masuier  maisowier  (v.  Grandgagnage,  Dictionn.  II  019). 
I  BL.  mansus,  si  della  1."  che  della  4.'"^  declinazione,  il  fem. 
mansa  e  il  neutro  mansum,  sono  tutti  esemplificati  dal  Du- 
cange,  il  quale  registra  pure,  daccanto  a  questi  temi,  i  rispettivi 
derivati  mansarius,  mansuarius,  mansoarius,  masoerms. 

30. —  VB.  melja  meja,  'mucchio  di  fieno'. 

Le  forme  valbrossesi  risalgono  senza  dubbio  a  mètula  da 
mèta.  Si  comparino  can.  piem.  seja  da  sètula,  veja  da  vé- 
tula,  VB.  celì/a  pure  da  vetula.  Al  semplice  mèta,  collo  stesso 
significato,  risaliranno  le  forme  com.  meda  (mil.  medin  'stollo'), 
BR.  TR.  mjd  {=  meja  coli' accento  risospinto),  afr.  e  picc.  moie, 
VA.  meja  (cp.  seja  va.  =  séta). 

Il  dimin.  mètula  è  posto  dal  Diez  a  base  del  fr.  meule  'muc- 
chio di  fieno  0  di  paglia'.  Ma  questa  etimologia  è  contestata  da 
Meyer-Lùbke  (Zeitschr.  XIX  97),  che  preferisce  la  base  mola. 


372  Nigra, 

31. —  engsid.  mirica. 

L'engad.  minca  'ogni',  mine  un  'ognuno',  che  il  Piilt  {Le 
parle?^  de  Seni;  Losanna  1897,  p.  156)  ravvicina  dubitativa- 
mente al  celt.  manti,  risponde  in  realtà  al  minka-  del  pieni,  min- 
katant  'ogni  tanto'  (monf.  ninkakivand  'ogni  quando'),  e  al- 
l'antico mil.  omiunca,  che  son  considerati  come  riflessi  di  omni- 
unquam:  Diaz  s.  ogni;  Ascoli,  Arch.  VII  537;  Nigra,  Arch.  XIV 
289-90. 

32. —  ìomh.monatt. 

Questo  vocabolo,  che  s'è  fatto  notorio  per  la  celebre  descri- 
zione della  peste  nei  Promessi  Sposi,  ha  in  milanese,  secondo 
il  Cherubini,  i  seguenti  significati:  'sùdicio',  —  'uomo  prezzo- 
lato per  far  la  guardia  ai  morti  di  fresco',  —  'infermiere  di 
appestati',  —  'scaltrito'.  L'accrescitivo  monatton  equivale  a 
'sudicione'.  Nel  comasco,  monatt  significa  anche  'briccone' 
(Monti),  a  Piacenza  soltanto  'becchino'. 

La  forma  del  vocabolo  mostra  chiara  l'origine  provenzale.  In 
questo  idioma  maunat,  corrispondente  all'afr.  ìnauné,  significa 
'mal-né,  mal-élevé',  e  'méchant';  e  in  prov.,  come  in  afr.,  maunet 
risponde  a  mal-7iet  cioè  'sùdicio',  cfr.  basso  eng.  malnett  'mal- 
propre'  {malniUs  =  ted.  nichts  nùtz,  'vaurien'),  Pult,  Le  parler 
de  Seni,  p.  70.  Quest'ultima  voce  passò,  in  forma  di  maimett, 
col  suo  senso  naturale  di  'sùdicio',  in  Piemonte  e  Canavese.  In- 
vece in  Lombardia  i  prov.  maunat  e  maunet  si  fusero  nell'unica 
forma  monatt  [ch\  pa.y.  ììiondt  'monello';  Salvioni  'Quisquiglie 
etimologiche',  p.  7],  che  vi  prese,  con  quello  di  'sùdicio',  gli 
altri  significati  qui  sopra  riferiti. 

Parallelo  al  non  indigeno  monatt,  abbiamo  in  Lombardia  l'in- 
digeno malnati  malnatin,  che  si  dice  nel  basso  milanese  dei  feti 
vaccini  pecorini  porcini  ecc.,  nati  anzi  tempo. 

33. —  piem.  oììja  'incontro'. 

Occorre  nella  frase  andé  an  obja  'andare  alla  rincontra' 
(Gavazzi).  È  un  interessante  riflesso  di  obviam,  *ovjam',  cfr. 
jòvia,  piem.  gohja  'giovedì'. 


Noie  etimologiche  e  lessicali.  -  li.  373 

34. —  piem.  can.  plarBl. 

Il  piem.  can.  pkiì^bl,  monf.  pleura,  s^en.  praeléu,  m.,  è  il  'fungo 
pratajuolo'.  Il  vocabolo  è  dissimilato  da  un  prarBl  praaròl  di 
fase  anteriore,  equivalente  a  pratariolo.  La  dissimilazione,  nelle 
forme  pedemontane,  fu  forse  ajutata  dall'etimologia  popolare 
tratta  dal  can.  p/«r,  piem.  pie,  'pelare'  e  'spellare',  a  cui  si  pre- 
stava questa  specie  di  fungo  dal  cappello  coperto  di  bianca  pelle 
che  si  suole  levare  prima  di  cuocerlo.  [V.  ora:  Salvioni  'Qui- 
squiglie etimol.'  p.  13.] 

35.  —  can.  pìinjol. 

Il  'timo  serpillo'  è  detto  punjòl  nella  Valle  di  Castelnuovo, 
pundl  in  Val  Brosso.  Le  quali  voci  sono  deformazioni  d'un  ser- 
py  II  e  òhi,  con  abbandono  della  sillaba  iniziale  e  dissimilazione 
di  LL^in  n.  L'aferesi  si  produce  egualmente  nel  fr.  plllolet,  va. 
polliolet,  e  nello  svizz.  rom.  pignolet,  che  rioffre  la  dissimila- 
zione di  ì  in  n.  Notevole  la  vocal  labiale  che  s'ha  nel  versante 
italiano  per  Vy  greco;  e  notevoli  per  altre  deformazioni  gli  it. 
pepolino  e  sermollino. 

36. —  VA.  pussa,  lion.  poussa,  f.,  'polvere'. 

Queste  forme  sembrerebbero  favorire  l'etimologia  proposta  da 
Horning  (Zeitschr.  IX  499)  per  il  iv.  poussière,  che  sarebbe  per 
una  derivazione  di  pulsa  'sospinta'.  Si  veda  però:  Asc.  Arch.  II 
423  n. 

37. —  Di  una  buse  rapu  ecc.,  a  cui  accennino 
molte  voci  neolatine. 

Lo  sp.  rabo  'coda'  può  far  pensare  al  lat.  rapu,  la  rapa  di- 
stinguendosi, fra  le  radici  bulbose  esculente,  per  la  sua  coda 
dritta  e  sottile;  e  s'ha  poi  lo  sp.  raposa  'volpe',  che  avrebbe 
a  dire  'la  coduta'  (cfr.  Kòrting  6657),  con  p  anziché  h  (v)  ^  La 


*  Cfr.  nello  sp.:  rabeto  ali.  a  ra2J0.  E  per  altri  &  da  p:  afr.  rabe  'rapa', 
fr.  abeille,  piem,  tébi  tepidu,  stibi  stipite,  pjuba  'pioppo',  monf.  sabiirc 
'assaporare'. 


374  Nigi-a, 

'coda'  si  fa  sentire  anche  nel  fr.  rdble,  che  è  il  dorso  inferiore 
del  lepre  e  del  coniglio  colla  coda  dritta,  spellato  e  preparato 
per  la  cucina  o  per  la  tavola.  Già  il  Ménage  faceva  risalire 
questo  vocabolo  francese  a  rapuluni;  un'etimologia  sommaria- 
mente condannata  da  Scheler,  si  per  la  forma  e  si  per  il  senso, 
ma  che  rimane  pur  sempre  probabile  anche  per  la  forma;  cfr. 
(a  tacere  del  ni.  Grenoble  e  del  contestato  àfr.  eslouble):  fr.  e 
afr.  doublé  cable  pueble.  Né  si  deve  del  resto  escludere  che  la 
voce  francese,  appartenente  al  linguaggio  di  cucina,  potesse  ri- 
sentire qualche  influenza  dialettale,  occitanica  o  spagnuola;  cfr. 
in  Provenza  e  Linguadoca:  rable  rèble  e  rèple  (Mistral). 

Alla  somiglianza  colla  'rapa'  farà  ancora  pensare  il  nome 
provenzale  del  poplite:  roba,  cui  fa  riscontro  il  bresc.  ravott 
'gamba  e  coscia  di  bambino  jìafFuto'.  E  una  rassomiglianza  più 
che  mai  stretta  colla  'rapa  codata'  mostra  il  campanello  a  mà- 
nico verticale,  qual  si  usa  principalmente  nelle  chiese,  detto  in 
pr.  rabaiety  in  can.  rabajiti. 

Sempre  nello  stesso  ordine  di  idee,  il  diavolo,  il  'coduto',  è 
detto  in  italiano  e  specialmente  nel  furbesco:  rabidno  raboino, 
neir 'argot'  fr.  raboin,  lion.  raboiim,  mil.  rabboi  rabozz,  e  poco 
diversamente  in  altri  vernacoli.  11  vocabolo  avrebbe  anche  ol- 
trepassato il  territorio  romanzo,  se  qui  appartiene,  come  pare, 
la  voce  popolare  di  Vienna  d'Austria  ravuzl  'diavolo'.  Non 
vorrei  affermare  la  metatesi,  ma  citerò  ancora  in  quest'incontro: 
Vs.  barajno  barisco,  pieni,  barabijo  barabu,  'diavolo';  e  inoltre: 
monf.  emil.  barnif,  pieni,  beimi f,  berlikk  (anche  bergam.),  emil. 
barnik,  'diavolo';  piem.  barabdu  'spauracchio,  diavolo,  folletto', 
col  quale  si  potrà  forse  connettere  il  tose,  maramàa  ^. 


*  F.  Valla,  nella  Rivista  delle  tradizioni  popolari  italiane  (I  370),  riferisce 
che  in  Salicetto,  nella  provincia  di  Cuneo,  Baraban,  Maraman  e  Barahan 
cutela  sono  i  nomi  d'un  essere  imaginario,  che  viene  invocato  dai  genitori 
o  dalle  nutrici  per  intimorire  o  far  tacere  un  fanciullo  che  dà  noja.  Il  Ba- 
raban  viene  con  un  grosso  bastone  e  con  un  sacco  per  mettervi  dentro  il 
fanciullo  discolo  e  portarlo  in  una  prigione,  detta  Carniiscina.  Nella  stessa 
Rivista  (641),  A.  Frontoro  scrive  che  in  vai  di  Taggia  ligure  il  Barahan  è 
una  delle  molte  trasformazioni  del  diavolo,  un  fantasma  grande  e  brutto 
con  un  sacco  dietro  le  spallo   por  mettervi  i  bimbi  cattivi,    p]   S.  Chiarelli 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  li.  375 

Il  concetto  di  'coda,  deretano'  ingenera  quello  di  'stràscico'; 
e  ne  proviene  ima  numerosa  serie  di  voci  alto-italiche  e  proven- 
zali: piem.  rablé,  can.  rablar,  vs.  rabilar,  va.  rabellè,  quey.  ra- 
belai',  gen.  rebelldj  'strascinare';  piem.  rabell  'struscino',  e  quindi 
'  disordine  '  e  '  chiasso  ',  rablada  '  strascino,  lungaggine  ',  rablera 
'codazzo,  sequela',  a  rabliin  'strasciconi',  lùmassa  rablojra  (vb. 
rablera)  'lumacone  ignudo',  vs.  rabileri  'striscia';  mil.  rabott^ 
romagn.  rabast  'stràscico',  romagn.  rabazcr  'miscea,  strascico 
di  cianfrusaglie',  pieni,  rabast  'strascino,  rete',  rabastiìin  'spaz- 
zatura', rabasté  'trascinar  per  terra',  rabascé,  can.  rabassar, 
'ammucchiare,  spazzare  e  portar  via',  quev.  rabaslar  rabastear 
'ramasser';  pr.  rabai  rabel  'ce  qui  est  entraìné  par  le  vent, 
r  eau,  ou  le  baiai  ',  rabaid  rabald  '  traìner  rafler  ',  rabaiun  '  ba- 
layures',  rabattd  'ramasser'. 

Ed  eccoci  all'ancora  inesplicato  fr.  rabdcher  [ravdcher  nel 
Lacurne  citato  da  Littré)  'répèter  souvent  et  inutilement  la  méme 
chose',  e  anche  'far  strepito'  (Oudin).  Questo  verbo  si  connette, 
nella  radice  come  nel  significato,  cogli  anzidetti  piem.  rablada 
'stràscico,  lungaggine',  e  rabell  'stràscico'  e  'chiasso',  col  va. 
roMé  'tardo,  che  trascina  in  lungo',  e  nella  formazione,  col 
piem.  rabascé,  can.  rabassar,  quey.  rabastear,  pur  citati  di  so- 
pra; cfr.,  oltre  il  già  citato  piem.  rabast,  il  rabdt  del  Beny, 
che  significa  'chiasso'  come  il  piem.  rabell  e  i  mil.  rebell  rebel- 
loU.  Il  verbo  piem.  rahasce  significa  'trascinar  via  oggetti  spaz- 
zando', il  fr.  rabdcher  'trascinare  il  discorso  ripetendo'. 

Sia  finalmente  lecito  qìii  addurre  quest'  altra  serie  di  voci  : 
mil.  rabott  rabottell  rabotlon,  mant.  raboj,  tose,  rabacchio  ra- 
baccìiino,  em.  boi.  rabac  rabbucceit,  sp.  rapaz  rapagon  rapa- 
rigo,  'ragazzo,  monello'.  E  insieme  sia  esplicitamente  dichiarato, 
che  qui  si  mira  piuttosto  ad  aggruppamenti  lessicali  che  a  so- 
luzioni etimoloofiche. 


(ivi  p.  723)  racconta  che  noi  Polesine,  alla  vigilia  dell" Epifania,  ijuando  la 
fiammata  della  Befana  accesa  sulla  piazza  sta  per  spegnersi,  le  madri,  per 
far  andare  a  letto  i  bambini  che  hanno  assistito  alla  baldoria,  li  minacciano 
della  venuta  del  Barabau  o  Barabahau  che  porta  via  i  fanciulli  indocili  e 
disobbedionti. 


37G  Nigra, 

38.  —  agen.  reosso  {arreosso),  ngen.  arrosd', 
pieni,  ami)  OS  sé,  anibossùr. 

L'agen.  aì'reosso  'a  ritroso'  è  ricondotto  da  Flecliia,  Arch.YIII 
383-4,  a  *ad-revorso;  e  a  conforto  di  cotesta  spiegazione,  si 
citava  da  lui  il  ngen.  arrosd  'ritirare',  che  egli  interpretava 
per  *ad-revorsare.  Ora,  la  connessione  tra  questa  voce  e  le 
precedenti  è  manifesta,  poiché  arrosd  procede  dal  ngen.  roso, 
che  è  la  forma  moderna  corrispondente  all' agen,  reosso,  e  la 
frase  fd  roso  significa  appunto  'far  posto,  ritirarsi'.  Ma  tutti 
questi  vocaboli,  anziché  da  revorsu,  dovranno  più  precisamente 
procedere  da  retrorsu  ad-retrorsu  'a  ritroso',  come  è  in 
ispecie  dimostrato  dal  significato  di  arrosd,  che  non  é  già  quello 
di  •  rivolgere  '  o  •  rovesciare  ',  bensì  quello  di  '  ritirare,  trarre  da 
banda  '.  Le  voci  liguri  reosso  ecc.  vanno  cosi  col  tose,  ritroso  ; 
e  circa  il  dileguo  di  tr,  si  può  qui  sopra  vedere  al  nm.  3. 

Nello  stesso  luogo,  il  Flechia  faceva  risalire  a  *invorsare 
*invorsu  il  gen.  hnbosd  e  il  piem.  anibossé  (can.  ambossar, 
monf.  arabussé),  'capovolgere,  rovesciare',  e  i  rispettivi  aggettivi, 
gen.  imbosi'.,  piem.  a/mboss  'capovolto,  bocconi'.  Ma  è  difficile  il 
separare  queste  a'Ocì  dalle  equivalenti  occitaniche:  apr.  abauza/', 
npr.  aboiisd.  \ìng.  abaicsd,  'coucher  sur  le  ventre,  retourner  un 
objet  sens  dessus  dessous',  apr.  abauzos,  npr.  d' aboussoun,  alp. 
a.baous  ecc.,  'à  plat  ventre,  ventre  à  terre'  (Mistral),  colle  quali 
ultime  concorda  pure  il  can.  ambossun  'bocconi';  e  vi  si  può 
aggiungere  l'equivalente  vald.  a  buco.  Ora,  se  la  connessione 
tra  le  citate  voci  occitaniche  e  le  liguri-piemontesi  è  fondata, 
—  il  che  non  sembra  potersi  mettere  in  dubbio,  —  la  loro  co- 
mune provenienza  da  *in versare  *invorsu  sarà  certamente 
illusoria,  postulandosi  per  l'apr.  abaìtzar  ecc.  una  base  eviden- 
temente diversa.  Questa  poi  sarà  la  stessa  da  cui  sorsero  le 
voci  bosa  di  lat.  barb.,  apr.  boza,  npr.  bouso,  'pansé  des  ruini- 
nants'  (Mistral),  it.  buzzo  'ventre',  buzzone  'panciuto',  busec- 
chio  'ventre  d'animale'.  Il  significato  etimologico  dei  vocaboli 
alto-italici  imbosd  ambossé  ambossun,  come  quello  degli  occita- 
nici abauzar  abouzd,  concorderà  quindi  col  loro  significato  sto- 
rico, che  è  propriamente  'mettere  il  ventre  a  terra';  e  troverà 


Note  etiiuologiche  e  lessicali.  -  li.  377 

un  riscontro  logico  nelle  voci  di  senso  affine,  it.  bocconi,  svizz. 
rom.  a  botzon,  lion.  à  bouchon,  pr.  d'aboucoun,  apr.  cat.  sp.  abo- 
car  ecc.,  il  cui  senso  letterale  è  'metter  la  bocca  a  terra'. 

È  parimenti  da  rigettarsi  l'etimologia  del  piem.  ambossitr 
'imbuto'  da  *invorsoriu  (Flecliia  1.  e).  Il  vocabolo  piemontese 
non  può  disgiungersi  dagli  equivalenti,  vald.  òmbugóu,  lion.  em- 
bossoù  imbossu  einbossoù,  delf.  emboussouor,  vel.  emboussaire 
(cp.  VA.  èmbosè  'imbottare'),  ecc.  E  questi  egualmente  non  pos- 
sono separarsi  dagli  equivalenti,  pr.  emboiUadoù,  alp.  embou- 
tour,  apr.  embotayre,  vs.  èmbutjéur.  La  base  postulata  da  questa 
doppia  serie  di  vocaboli  sarà  la  stessa  su  cui  si  fondano  l'afr. 
busse,  il  fr.  bosse,  il  lion,  bossi,  i  barb.  lat.  buza  bota  butta, 
il  ling.  boi,  il  pr.  bout  bouto  ecc.,  'otre,  tonnello'.  Il  pieni,  am- 
bossùr,  al  pari  delle  voci  affini  precitate,  significherà  quindi  eti- 
mologicamente HmboUatore  *imbottigliatore.  E  di  tale  significato 
si  ha  la  riprova  nel  verbo  piem.  cmibossé  la  lessija  'imbuca- 
tare',  cioè  'imbottare  i  panni  nel  mastello  del  bucato'.  Qui  ap- 
parterranno probabilmente  anche  l'it.  imbuto,  e  l'afr.  enibut,  ma 
la  loro  formazione  non  è  abbastanza  chiara. 

39.  —  can.  ribja. 
Il  can.  ribja  f.  significa  'costola',  e  risponde  all'equivalente 
aat.  rippi,  nted.  rippe  ribbe. 

40. —  mil.  sherpa,  skirpa. 

11  mil.  sherpa  o  skirpa,  l'arbed.  skèrpia,  significano  il  'cor- 
redo della  sposa',  e  anche  il  'corredino  dei  bambini'  (Cherubini, 
Salvioni).  Questa  parola  non  è  diversa,  per  l'etimologia,  dall' it. 
scarpa  'calzatura'.  Entrambe  le  voci  risalgono  all'anfr.  *skarpa, 
che  dal  senso  originario  di  'squarcio'  passò  a  quello  di  'tasca', 
come  fa  dimostrato  nell'articolo  su  ma sk arpa,  Arch.  XIV 
287  sg.  Alle  voci  citate  in  quell'articolo,  possono  aggiungersi 
l'it.  scarsella,  fr.  escarcelìc,  'tasca,  saccoccia',  da  scarpicella 
(Diez  s.  sciarpa),  e  il  vali,  skerpia  {scrcpia  skeùrpia)  'boite 
d'écorce  de  cerisier,  de  saule,  pour  y  mettre  des  fraises,  des 
myrtilles  ecc.  '. 

La  relazione  logica  tra  la  tasca  del  lìcllegrino  e  il  fagotto 
della  sposa,  non  ha  bisogno  di  essere  spiegata. 


378  Nigra, 

41. —  gen.  seizella  siyuella  safiaegga  f.  'cecilia', 
anguis  fragilis. 

La  prima  di  queste  forine  risponde  all'it.  cecella  (v.  Kòrting 
1462).  E  siguella,  cioè  *si(jurella,  sarebbe  italianamente  cecu- 
lella  (da  caecula);  come  saguegga,  cioè  "^saf/uregga  sarebbe 
italianamente  cecuUglia.  Si  comparino  le  voci  di  eguale  signifi- 
cato :  VB.  sas'iUja,  can.  ciìs'ija,  e  ancora  il  mil.  cerkaria  {=  ce- 
liarla) 'salamandra',  qui  sopra  a  p.  271. 

42. —  Di  forme  in  cui  è  s;kl  e  hi  iniziale. 

Qui  si  prescinderà  intieramente  dalle  basi  germaniche  (come 
klachjan  Mappe  slap)  che  si  sono  addotte  o  parrebbero  da  ad- 
durre a  fondamento  delle  voci  dei  Neolatini  alle  quali  s'allude. 
Non  è  qui  badato  se  non  a  un  molto  modesto  incremento  del- 
l' inventario. 

Di  sld  in  slij  o  se  parrà  sicuro  esempio  l'it.  schiacciare,  cui 
sta  allato  il  can.  scassar  'stringere,  serraro,  comprimere'.  S'ag- 
giunge l'aggett.  piem.  can.  scass  -a,  monf.  scasse  -ia,  'stretto, 
fitto,  compatto',  che  trova  accanto  a  sé,  con  singolare  termina- 
zione, gli  equivalenti  che  seguono:  posch.  scìddssar,  mil.  scdsser^ 
vaiteli,  scesser,  com.  cassar,  e  con  terminazione  più  ancora  sin- 
golare: mì\.  scdssak,  in-àc.  scassa;)  {^a\.  scassili,  hovgoi.  scassego, 
alomb.  schiasseo,  Arch.  XII  430).  Il  monf.  ha  pure  un  sost.  m. 
scassi  scass  ar  kor  'stretta  al  cuore'.  Questa  qualità  di  produ- 
zione morfologica  non  può  non  meritare  qualche  considerazione 
]iella  ricerca  sulla  qualità  originaria  della  base  o  delle  basi. 

Per  quello  che  è  delle  forme  nominali,  prive  del  s-  cioè  dell'ex- 
di  *ex-clappare  *ex-claptare,  sciapa  ecc.  (cfr.  Kort.  4543), 
sieno  qui  aggiunti:  piem.  can.  capp  'coccio,  stoviglia,  ciottolo', 
cap(?/  =  clapètum  DC.  'ammasso  di  ciottoli',  can.  caperà,  apr. 
clapiera  {iv\\x\.  hlapìne)  'luogo  ciottoloso',  piem.  capela  'scheg- 
gia di  pietra,  coccio'  (o  'trappola'). 

E  dallo  'scheggiare'  venendo  finalmente  al  'recidere',  sia  le- 
cito qui  aggiungere  all'afr,  chapler,  riferito  ad  un  cap[u]lare 
latino  (Kort.  1634),  i  piem.  capi'dc,  apr.  cat.  capoular,  quey.  cha- 
pelar  chapourar,  gru}'.  tsapUà,  sp.  capolar,  'tagliare  a  pezzi'; 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  379 

onde  il  pi\  capouloun  'coupon',  e  il  can.  kàpid  'pezzo  di  legno 
o  trùcciolo  spiccato  dal  tronco  nel  tagliarlo,  segarlo  o  accon- 
ciarlo'. 

43. —  ca.n.  sk iodi  m.  'dolore'. 

Si  direbbe  un  incrociamento  di  ^squalo  {squalo:  squalère 
squalor  :  :  cZiw/o:  dolere  dolor;  cfr.  Ardi.  II  436)  col  ted. 
guai  {.,  aat.  quella,  '  pena,  tormento  '.  Prevarrebbe  il  tedesco  nel 
significato,  il  latino  nel  genere. 

44. —  \Àe.m.  skìcaré. 

Il  piem.  skivaré  risponde  etimologicamente  all'it.  squadrare, 
exquadrare,  ma  con  significato  più  esteso.  La  voce  piemontese, 
con  cui  è  connessa  l'equivalente  vb.  shioarrjar,  significa:  P  'ren- 
der quadro  un  oggetto,  ma  specialmente  un  toppo  colla  scure  '  ; 
2"  '  piallare  '  ;  3"  '  scivolare  '.  Il  terzo  significato  proviene  dal  se- 
condo, come  il  secondo  dal  primo.  Il  concetto  di  'piallare'  im- 
porta quello  di  'render  liscio';  e  lo  'scivolare'  può  parere  equi- 
valente a  un  'ri-lisciare'.  11  mi],  squarrà  già  'irrompere,  preci- 
pitare, rovesciare',  coincide  nella  forma  e  non  si  scosta  molto 
da  codesto  senso;  coincide  poi  anche  nel  senso  il  va.  égaré  'sci- 
volare' =  piem.  skwarc. 

45. —  VB.  skice  'qualche'. 

Qui  s'aggiunge  nuova  messe  alla  messe  già  abondante  clie 
danno  gl'Indici  al  I  voi.  dell'Archivio,  sotto  non-so-chè  (p.  546c). 

Lo  skive  valbrossese  si  usa  in  senso  diminutivo  o  spregiativo: 
skwe  sol  'qualche  soldo',  skwe  lece  'un  po' di  letto'.  Non  è  di- 
verso il  valmaggese  ihi  squè  'alcunché'  riferito  dal  Monti;  a 
Arbedo  um  suquè  'un  non  so  che'.  In  va.  è  saké  'qualche  cosa, 
alcunché';  in  vallone:  saké  'quelque  chose',  saki  'quelqu'un', 
saous  'quelque  part',  saqaantz  'quelques',  forme  già  ben  chia- 
rite dallo  Scheler  (Grandgagn.,  Dictionn.W  334  n). 

Il  VB.  skwe  (=  s'  kwe)  significa  dunque:  '[non]  so  che',  come 
il  VB.  skioant  {=  s  kwand),  usato  per  dire  'una  volta,  tempo  fu', 
risponde  a  ^  [non]  so  quando'.  Nell'equivalente  di  Val  Chiu- 
solla:  naskìoant  {^- na' s' kìoand),  ìa  particella  negativa  persiste. 


380  Nigra, 

Il  VB.  sJaoardaJ)J) ,  sinonimo  di  skwant,  e  il  pur  vb.  skioinlapp 
'  poco  fa  ',  cioè  '  [7ionJ  so  quanti  [giorni]  \  presentano  un'  appen- 
dice, forse  enfatica,  e  a  ogni  modo  non  chiara. 

46. —  can.  s'réjnsar;  fr.  vincer. 

Al  pieni,  urs'ensé  'risciacquare'  corrispondono  le  forme  cana- 
vesane  s'réjnsar  s'ransar  s'rinsar,  yb.  sranpar.  Gli  equivalenti 
dei  dial.  italiani,  i  francesi,  provenzali  e  ladini,  alcuni  dei  quali 
escono  in  -tare  (astig.  ars  ante,  nap.  arrecentare,  sic.  ricintar i, 
apr.  recentar,  ecc.),  furono  esaminati  dal  Mussafìa  e  dal  Flechia 
(Beitr.  94;  Ardi.  II  28),  e  da  essi  giustamente  riferiti  a  recen- 
tiare  recentare. 

Nelle  forme  canavesane  è  manifestamente  s'r  da  rs',  e  s'réjn- 
sar s'rinsar  ecc.  cosi  corrispondono  a  *'rsèjnsar  *'rs'insaì'  ecc. 
Una  consimile  metatesi,  ma  in  senso  inverso,  occorre  nel  yb. 
'rsen  'sereno',  che  sta  per  sren. 

Nello  stato  presente  delle  indagini  sul  fr.  rincer,  afr.  raincier 
reinser  (vald.  ronca),  sarebbe  forse  temerario  il  supporre  che 
anche  in  queste  forme  si  sia  prodotta  la  metatesi  di  recenti  are 
in  *serincer  soirincer  e  insieme  il  susseguente  dileguo  della  sil- 
laba iniziale  scambiata  per  il  pronome  riflessivo. 

47.  —  can.  stapell. 

Nell'alto  canavese  (valle  di  Castelnuovo)  col  nome  di  stapell 
è  detto  un  '  bastone  corto  che  si  lancia  sugli  alberi  per  abbat- 
tere le  frutta'.  Donde  il  verbo  staplar  'abbatter  le  frutta  col 
bastone  lanciato  sull'albero'.  Il  sost.  stapell  è  il  diminutivo  d'un 
tema  corrispondente  all'aat.  siap  'bastone'. 

48. —  Riflessi  di  stillicidium. 

La  voce  latina  (stillicidium  stiricidium)  richiede  ancora  essa 
medesima  esplorazioni  di  varia  maniera.  La  sua  larga  prole 
neolatina  apparisce,  per  ora,  alquanto  insubordinata  e  qui  altro 
non  si  presume  se  non  d'incominciarne  una  rassegna  un  po' me- 
todica. 

Assai  notevole,  come  riflesso  integrale,  è  il  cn.  slalis'èj',  cui 
stanno  allato  i  bisillabi  vb.  stalcjcl  stelèyd  slaléjf  {f=  s).  Nello 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  381 

stesso  CN.  appare  insigne,  con  diversità  desinenziale,  l' altro  tri- 
sillabo stalas'en,  cui  rispondono  mirabilmente  il  borm.  sielegini, 
il  fassano  stales'egne,  Schneller  197.  L'ampezzano  siragegna, 
citato  nel  medesimo  luogo,  ha  r  anziché  l;  ma  un  r  ridondante 
sarebbe  nel  nonese  starlèze,  solano  sterléze,  ivi  pure  addotti, 
che  fermano  anche  per  la  ragione  dell'accento.  Il  Trentino  ci 
darebbe  ancora,  per  ulteriore  derivazione:  stralezavi  ib.  196;  e 
ai  friul.  strizzai  strizzèis  strincèis,  forme  non  bene  perspicue, 
starebbe  similmente  allato  uno  sirizzeùrie.  Il  sinonimo  vb.  cli- 
stelj,  finalmente,  ci  fa  quasi  perdere  la  traccia  della  base  latina, 
e  più  ancora  il  va.  cletè,  ugualmente  per  'stillicidio'. 

49. —  ant.  lom.  snello,  lomb.  si'iell. 

Il  snello  della  'Parafrasi  lombarda  d'un  testo  di  Grisostomo' 
edita  dal  Forster,  Arch.  VII  78,  39,  significa  propriamente  in 
cotesto  luogo  '  chiodo,  fermaglio  '  di  sepolcro,  e  non  sarà  diverso 
dal  moderno  lomb.  silell,  pav.  siÀé,  '  acciarino  della  ruota  o  della 
mola',  e  anche  'chiodino  di  legno  per  le  scarpe'  (Cherubini, 
Biondelli,  Salvioni  Arch.  XII  436,  XIV  215).  Risaliremo  a  *su- 
bello,  da  su  bùia  in-subùlu;  dove  son  da  confrontare  lo  sp. 
subilla,  pg.  sovela,  aventi  lo  stesso  senso  del  lat.  subula. 

Ad  origine  diversa  risaliranno  le  voci  dell'Alta-Italia  signifi- 
canti il  'pungiglione'  delle  api  e  vespe:  gen.  sagiiggu  sagòggu, 
piem.  saviill  sailll  saviij  scmj  savi],  alomb.  sauglio,  a,vh.  segiij, 
bellinz.  slgtrj',  lomb.  seuliim,  vald.  seuTim.  Una  certa  congruenza 
di  significato  e  un'apparente  somiglianza  formale  poteva  giusti- 
ficare l'ipotesi  d'un  ravvicinamento  di  queste  voci  col  germ. 
saule  seuel  (aat.  suila,  got*siwila)  'lésina  punteruolo',  con  im- 
mistione di  acùleu.  Ma  già  il  Flechia,  Arch.  Ili  167  n,  aveva 
intuito  la  diretta  provenienza  delle  voci  ligiuM  e  piemontesi  da 
aculeu,  pur  lasciando  senza  spiegazione  il  s  iniziale.  E  ora  la 
spiegazione  ne  è  fornita  dall'Ascoli,  nel  suo  studio  persuasivo 
intorno  a  Truentu,  Arch.  XIV  344. 

Nel  canavesano  abbiamo  poi,  per  equivalenti  del  piem.  sa- 
viill ecc.:  sejf  srijf,  che  ricordano  in  modo  singolare  V ejvja 
'agucchia',  ejvjér  'agorajo',  dello  stesso  dialetto. 


382  Nigra, 

ÒO.  —  can.  /apcll . 

In  canavese  si  dice  lapell  il  'mucchio  di  fieno',  lasciato  nei 
prati  dopo  la  falciatura,  prima  del  trasporto  al  fienile.  Dal  nome 
viene  il  verbo  iaplar  'fare  i  mucchi  del  fieno  nei  prati'.  Il  vo- 
cabolo risale  al  ted.  stapel  'mucchio',  stapeln  'ammucchiare'. 
Per  l'aferesi  del  s,  si  compari  l'it.  tappa  di  fronte  al  fr.  étape, 
clie  Diez  connetto  con  questa  stossa  parola  germanica  stapel. 

51.  —  it.  tarpare. 

Il  significato  di  tarpare  è  'tagliare,  mozzare',  e  si  dice  spe- 
cialmente del  tagliar  le  penne  delle  ali  agli  uccelli  perchè  non 
volino.  Il  Diez  lasciò  questo  vocabolo  senza  spiegazione.  È  ve- 
rosimile che  la  forma  originaria  fosse  drapare  (o  veramente 
strappare),  passata  per  aferesi  di  .9  in  irappare,  onde  tarpare. 
L'aferesi  avrebbe  preceduto  la  metatesi,  e  sarebbe  stata  promossa 
dall'analogia  delle  voci  italiane  in  cui  si  avvicendano  tra-  e 
stra-  come  trascinare  strascinare,  tralucente  e  stralucente,  e 
simili.  Ora,  collo  *slrapare,  che  s'è  ricostruito,  è  identico  l'afr. 
estraper  nfr.  étraper  'tagliare  la  stoppia  coW etrape  (falcetto)'. 
Il  Diez  ravvicina  le  voci  francesi  allo  svizz.  strapen  'spellare, 
sfrondare',  e  al  bavar.  straffen  'ritagliare,  scemare,  mozzare'. 
Il  significato  della  voce  bavarese  coincide  con  quello  di  tarpare, 
e  questa  congruenza  è  un  valido  argomento  in  favore  della  con- 
nessione etimologica  delle  due  voci. 

Ma  la  storia  del  vocabolo  svizzero  e  del  bavarese  è  ancora 
ignota. 

52. —  VB.  vAvra,  acònito  napello. 

Uno  dei  nomi  popolari  medioevali  dell'acònito  era  luparia 
(herba  luparia;  Rolland,  FI.  pop.,  1  96).  Ma  da  codesta  pa- 
rola è  atfatto  impossibile  venire  ad  ijlcra.  La  voce  valbrossese 
sarà  piuttosto  una  deformazione  del  nome  germanico  popolare 
dell'acònito:  loolfsivìirz,  dan.  idveurt,  letteralmente  'radice  di 
lupo',  corrispondente  al  sic.  'erba  luparia',  e  al  fr.  'herbe  au 
loup'. 


Note  etimologiche  e  lessicali.  -  II.  383 

53. —  can.  (oisca,  lomb.  ven.  vìscc,  lad.  vlscla. 

La  base  che  si  riflette  nel  can.  loisca  'verga'  (donde  iciséar 
'vergheggiare')  è  comune  alla  Lombardia  e  al  Veneto  {visca), 
alla  Svizzera  romanza  {vouista),  e  alla  regione  ladina  {viscla 
ristia',  V.  Mussafia,  Beitr.  121,  Ascoli,  Arch.  I  284  n,  356).  Manca 
al  Piemonte  occidentale,  alla  Francia,  alla  Provenza,  alla  peni- 
sola iberica.  Le  voci  provenzali  giscle  cisoie  'verga,  virgulto' 
ma  anche  'getto',  gisclas  'bacchetta'  e  'serpente',  engad.  gèisla 
gàisla  jdisla,  hanno  origine  diversa,  e  vanno  col  ted.  geisel, 
aat.  geisla,  f.,  'verga,  flagello'. 

Il  Thurneisen,  Keltor.  59,  fa  risalire  viscla  ad  un  celtico  *i)li- 
scdy  rappresentato  dall'air,  /lese  'verga,  bacchetta,  linea',  e  si 
prova  a  connetterci  pure  il  fr.  flèche  (it.  freccia,  piem.  can. 
fìeca).  Ma  lasciando  andare  il  fr.  flèche,  la  cui  dipendenza  da 
^vliscd  è  per  lo  stesso  Thurnevsen  tutt'  altro  che  accertata  ^,  e 
limitandoci  al  nostro  viscla  'verga',  parrà  difficile  ammettere 
una  parentela  così  diretta,  come  quella  che  è  presunta  dal  Thur- 
neisen, tra  un  antico  vocabolo  irlandese,  di  cui  non  si  ha  traccia 
nelle  regioni  cambriche,  né  (a  prescindere  dal  tanto  problema- 
tico flèche)  in  Francia  o  in  Provenza,  senza  dir  della  penisola 
iberica,  e  una  corrispondente  parola  romanza  vivente  nel  Pie- 
monte orientale,  nel  Lombardo- Veneto,  nel  Trentino,  nella  Sviz- 
zera e  nelle  regioni  ladine.  Finché  quindi  non  saranno  trovati 
gli  anelli  intermedj  della  catena  che  deve  congiungere  la  parola 
irlandese  colla  romanza  delle  Alpi,  il  ravvicinamento  di  viscla 
con  flesc  {vlisca),  malgrado  la  congruenza  del  significato,  ri- 
marrà abbastanza  incerta  perchè  sia  lecito  tentare  un'etimologia 
meno  lontana. 

Il  Noreen  prima,  e  poi  il  Ceci  (Rendic.  Acad.  dei  Lincei, 
Ser.  V,  voi.  IV,  631)  hanno  stabilito  la  provenienza  del  lat. 
virga  da  *uizga,  con  relazione  all' aat.  tmisc  da  *ic'isgi  (ingl. 
foisp).  Questo  stesso  tmisc  germanico,  col  suffisso  diminutivo  la- 


*  La  provenienza  germanica  di  flèclie  (dal  neerl.  flits,  secondo  Diez)  è 
messa  da  iMackel  (98)  tra  gli  esempj  non  sicuri.  Tuttavia  essa  rimane 
finora  ia  più  probabile  (v.  KUigo,  s.  flitzbogen,  pfHtschen  e  pfeil). 


384  Nigra,  Noto  ctiniologicho  e  lossicali.  -  IL 

tino,  ben  potrebbe  esser  la  base  del  nostro  viscla,  che  verrebbe 
COSI  a  riuscire  quasi  un  allotropo  di  virga. 

A  questa  etimologia  si  può  obbjettare  che  nelle  regioni,  dove 
la  voce  l'omanza  che  qui  si  esamina  è  in  uso,  la  risposta  a  io 
germanico  oscilla  tra  g  gu  e  o  w,  od  è  ferma  al  secondo  ri- 
flesso. Così  nella  regione  ladina,  daccanto  a  visa  si  trova  §uisa, 
nel  veneto  e  nel  trentino  occorrono  vindol  e  guindoli  vadanar 
e  (juadanar,  nella  Svizzera  romanza  vouéro  e  guéro,  nel  lom- 
bardo guindol  e  vardé  ecc.  Solo  il  canavese  e  il  friulano  ri- 
spondono quasi  esclusi vamentQ  per  w  v:  csm.ivarir  loardar  loer 
'guari'  loacar  ^guatare'  lolndul  loajar  ^urlare'  wanar  loamp 
'guanto'  ìoapp  luati  'guaito'  ìoèkk  'curvo'  icers  'storpio'  loinar 
'dondolare';  friul.  vuari  cuardà  nere  'guerra'  uevc  uadagnd 
uadià  'sposare'  ecc.,  daccanto  a  uisghe  viàsglie  'verga'  {guida 
'guidare'  sarà  voce  importata).  Ora,  in  tutti  i  luoghi  dove  esiste, 
per  quanto  si  sa,  il  riflesso  di  risela,  esso  dà  sempre  v  o  iv, 
non  mai  g  gu.  Non  comprendo  tra  questi  riflessi  il  vallone  set- 
tentrionale guiche  'bàtonnet'  (Grandgagnage,  Dict.  II  597  n),  la 
cui  origine  è  incerta;  e  lascio  ai  giudici  competenti  il  decidere 
sulla  portata  di  codesta  obbjezione. 


I  DIALETTI  ODIERNI  DI  SASSARI, 
DELLA  GALLURA  E  DELLA  CORSICA. 


P.  E.  GUARNERIO. 


[Continuazione  e  fine] 


§  III.  NOTA  RIASSUNTIVA. 

I  singoli  paragrafi  delle  annotazioni  che  precedono,  mostrano 
già  per  sé  medesimi  le  divergenze  che  intercedono  tra  il  sas- 
sarese ed  ,il  gallurese,  formandone  due  tipi  dialettali  ben 
distinti;  e  mostrano  insieme  per  quali  esterne  influenze  il  sas- 
sarese si  distacchi  dal  tipo  sardo  originario  (logudorese),  e  per 
quali  altre  il  gallurese.  Tuttavia,  non  sarà  forse  superfluo 
riassumere  qui  per  sommi  capi  le  principali  dissi uiiglianze,  on- 
d'essi  divariano  dal  fondo  comune  indigeno. 

II  sassarese  ne  differisce  anzitutto  per  questa  caratteristica, 
che  egli  mantiene  distinta  la  continuazione  dell'i  e  dell' u  tonici 
brevi  da  quella  dell'i  e  u  tonici  lunghi,  riflettendo  l'i  accentato 
breve  in  sillaba  aperta  o  chiusa  per  e  (nm.  21  e  24)  e  l'u  ac- 
centato breve  fuori  di  posizione  o  in  posizione  per  o  (nm.  36 
e  40).  Ha  poi  comune  col  gallurese  V-i  di  contro  all'-e  del  Lo- 
gudoro  (nm.  58).  Risolve  le  formole  -ariu  e  -oriu  in  -ar/gu  e 
-oggic  (nm.  G  I  e  31),  che  è  quasi  uno  svolgimento  assimilativo 
della  fase  meridionale  -a/'g  -org,  e  ingrossa  lo  J  iniziale  e  me- 
diano in  g.  (nm.  75  e  77).  Ha  proprie  risoluzioni  per  JL  s  n  e 
dinanzi  all'i  in  iato;  che  sono:  l  per  lj  (nm.  78),  i  per  sj 
(nm.  82),  n  per  nj  (nm.  83)  e  zz  per  cj  (nm.  87).  Nel  parlare 
plebeo,  volge  costantemente  a  r  il  -l-  (nm.  97).  Continua  cl-  per 
e  (nm.  106),  -cl-  per  ce  (nm.  107);  analogamente  gl-  per  g  e 
-GL-  per  gg  (nm.  112  o  114).  E  a  tacere  di  minori  disparità 
sporadiche,  sono  finalmente  esiti  specifici  la    palatalizzazione  di 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  26 


386  Guarnerio, 

se  +  a  od  i,  che  riesce  a  s  (nm.  140),  e  l'assibilazione  di  e'-  in 
z  e  ài  -e'-  in  i  (  nm.  162  e  163). 

11  gallurese,  rispetto  al  vocalismo,  diverge  dal  tipo  sardo 
logudorese  per  la  caratteristica  di  mutare  in  a  Ve  dinanzi  a  rr 
ed  altri  nessi  di  r*^  (nm.  16),  la  quale  è  pur  comune  al  còrso 
oltremontano.  Rispetto  al  consonantismo,  se  ne  distacca  in  quanto 
riesce,  per  le  formolo  studiate  al  nm.  75  77  93  95  106  107  112 
114  174  e  175,  alle  articolazioni  e"  e  g~,  comuni  alla  Corsica, 
le  quali  si  possono  considerare  quasi  un'anticipazione  dei  profe- 
rimenti che  s'incontrano  in  tutto  il  territorio  toscano  (nm.  75  n). 
Offre  analogamente  il  suono  speciale  nn,  come  risultante  di  nj 
GN  ng'  (nm.  83  e  178).  Risolve  lj  in  dcj,  come  se  movesse  dal  II 
meridionale  (nm.  78)  ;  continua  CJ  per  ce  (nm.  87)  ;  conserva  in- 
columi le  sorde  originarie  -e-  -t-  -p-  (nm.  158,  179  e  185)  e  la 
sonora  -d-  (nm.  183),  come  pure  il  e  anche  mediano  (num.  162 
e  163). 

Nella  flessione  i  rapporti  tra  dialetto  e  dialetto  convengono, 
coni'  è  naturale,  con  quelli  che  la  fonologia  ci  mostra;  e  potrebbe 
parere  ozioso  che  qui  vi  s'insistesse. 


§  IV.  APPUNTI  LESSICALI. 

abeddu,  tmp.,  assai;  a  beddu  a  becldu  abondantemente  Sp.  ve;  cfr.  tmp. 
un   beddu   un  mucchio,  gen.  du  bcllu  molto. 

abbadalcA^  gali.,  abbacchiare;  contaminazione  dello  sp.  badalar  con  l'it. 
bacchiare. 

abbaiddd,  sass. ,  dov'è  comunissimo  l'intercalare  abbaklda  guarda,  anche 
log.  abbaidare;  ripete  lo  sp.  aguaitar  Kòrt.  8842,  con  la  labializzazione 
della  gutturale,  cfr.  log.  abbà  =  *aggud  2^  prs.  sng.  dell'imper. 

abrigà^  gali.,  coprirsi,  prendere  il  ridosso,  anche  log.  abrigare \  è  lo  sp. 
abrigar  Kòrt.  670,  e  uno  spagnolismo  sarà  pure  l'aggettivo  abrigu,  e 
non  voce  indigena,  come  parve  al  Salvioni  post.  it.  al  voc.  lat.-rom.  s.  v. 

abucatu,  crs.,  poveretto,  meschino;  ben  collegato  dal  Falc.  581  con  l'it. 
bujo,  quasi  'abbujato',  infatti  crs.  buc'u  =  'buTÌu.  Si  usano  altresì  skii- 
ritu  sa.ss.  iìihtcru  obscuru,  niellu  om.nieddu  nigellu,  tintu  tinctu, 
tutte  voci  di  commiserazione,  desunte  metaforicamente  dal  'bruno',  di 
cui  si  veste  in  segno  di  lutto  ;  cfr.  i  versi  :  Hanno  Unta  la  sua  razza 
B'  un  color  oscuru  e  tetru^  Tm.  82  e  sim. 


Il  sassarese,  il  gallureso  e  il  córso.  Appunti  lessicali.  387 

aburgttii,  sass.,  tumulto,  chiasso,  aburutlà  baruffare  -oni  chiassone,  log.  ah- 
hulottu  -are,  mer.  abbolottai  o  avolotai,  ecc.;  tutti  foggiati  sullo  sp.  al- 
boroto,  cat.  avalot  Kòrt.  232. 

acca,  sass.  tmp.,  arditezza,  coraggio,  log.  azza  o  aita  filo,  taglio  e  metafor. 
audacia  e  sim.,  da  *acia  per  acies.  Figuratam.  nel  tmp.  ili'  azza  di 
la  bidda  all'  entrata,  all'  orlo  della  città,  cfr.  log.  aita  de  monte  schiena 
di  monte. 

accakhunaddu,  sass.,  ammaccato,  accakkà  acciaccare,  ammaccare,  log.  cak- 
kare;  dallo  sp.  achaque;  Canello  III  383  n  e  Kòrt.  799. 

accicppd,  sass.,  inzuppare,  tmp.  accupd  -i,  mer.  -ai;  sp.  chupar  Kòrt.  7954.  ' 

akkunglpu,  sass.,  conforto,  log.  akkunortu  -are;  sp.  conhortar  Ascoli  X  7  n. 

addugà,  tmp.,  conservare,  log.  dogare  tirar  da  parte,  ecc.  Sp.  ve.  e  Arch. 
XIII  118. 

affakka,  sass.,  accanto,  crs.  affakhu  vicino,  cvs.  tmp.  affa kkattc  affacciato; 
pur  log.  Arch.  XIII  113;  la  gutturale  vi  è  forse  geminata  per  influenza 
dell'altra  forma  più  recente,  facca^  largamente  estesa  nell'isola,  cfr. 
mer.  a  facci  dirimpetto. 

affri^uegga,  v.  s.  avvilguà. 

affuente,  v.  s.  puali. 

aihliu,  sass.,  scodella;  il  log.  aisku  ali.  a  disku  dishuedda,  mer.  diskua  -eddu, 
mostra  che  si  risale  a  discu,  e  Va-  si  dovrà  alla  concrezione  dell'ar- 
ticolo sa  disku  s'  adisku,  in  cui  sarà  caduto  il  -d-  intervocalico,  come 
in  airà  adirare  e  sim. 

alabà,  gali,  e  di  tutte  le  varietà  sarde,  come  nello  sp. 

albata  -td,  gali.,  vomero,  arare,  srd.  sett.  alvada,  log.  (Nuoro)  arvada,  mer. 
orbada;  da  urvu  Muss.  beitr.  66  n,  ma  commisto  con  vervactu,  cfr.  log. 
(Nuoro)  barbatare  dissodare  il  terreno,  barvattu  -are  maggese,  fare  il 
maggiatico,  gali,  balbatu  -à,  ali.  a  log.  arvattu  -are,  alvatu  -are  sempre 
nello  st.  sign. 

ammazzamariddu,  sass.,  è  il  tose,  ammazzaniariti  sorta  di  spilla  lunghis- 
sima, Fanf.  u.  t. 

anketla  {fi  l'),  crs.,  dar  lo  sgambetto,  da  anca  nel  sign.  di  'gamba";  anche 
sass.  anhalitta,  log.  on^allitta  {fa^er  s')  camminare  con  un  jiiede  ecc. 

ano  0  ino,  sass.,  forma  sincopata  del  parlar  plebeo  por  'signore';  crs. 
so  0  su  ira.,  m  come  nel  gen. 

appattà,  crs.,  acchetare,  contentare;  cfr.  it.  patta  in  far  patta,  impattarla. 

apprisurd,  sass.,  affrettare,  mer.  appresurai;  ò  lo  sp.  apresurar. 

apprittà,  tmp.,  costringere,  incalzare  ecc.,  log.  apretu  -are  mer. -at  ecc.; 
dallo  sp.  aprelar  Kòrt.  655  e  v.  innanzi  s.  priità. 

appus'entu  -a,  sass.  gali,  e  di  tutta  l'isola,  altro  spagnolismo. 


388  Guarneiùo, 

arbitronu,  crs.  om. ,  arbusto,  Ort.  d'i,  che  presuppone  *arbitu  ali.  ad  ar- 
butu  Parodi  st.  it.  fil,  class.  I  427  n. 

an-epikà,  sass.,  ornarsi,  pure  del  srd.com.,  ben  arrepikaddu  attillato;  cfr. 
it.  ripicchiarsi,  sp.  repicarse  Caix  st.  489. 

arribbà,  sass.,  conservare,  log.  arribbare;  non  altro  che  *ad-ripare,  ma 
notevole  pel  sign.  a  cui  ò  passato.  Il  log.  arrìbare  mer. -ai  ali.  all'in- 
digeno bènnere,  sono  forme  italianeggianti. 

arrinikatii,  tmp.,  arrabbiato,  quasi  *ad-renecare  da  nequam  Flechia  Vili 
371,  come  il  log.  arringare  adirare,  far  rabbia,  sass.  arringa-arringa 
arràbbiati-arràbbiati ,  col  sign.  del  mil.  gina-gifia.  Alla  stessa  famiglia 
apparteranno  le  voci  dello  Sp.  ve.  :  log.  rennegare  mer.  -ai  sett.  -à  in- 
quietarsi, rennegu  -oste,  renne§a-rennega  ecc.,  oltre  il  mer.  reninà  -osu 
stizzirsi  ecc. 

arrumbatu,  tmp.,  appoggiato,  log.  arrumhare,  vanno  col  sass.  arrembassi 
arrémbaddi  appoggiati  Arch.  XIII  115,  e  non  sono  da  confondersi  con 
le  voci  mer.  arrutnbulai  rotolare,  arrùmbulu  o  riiìubulii  rullo,  a  rirni- 
bulu  rotolone,  arrumbulonai  aggomitolare,  rumbuloni  gomitolo  ecc., 
che  sono  da  glomulu  con  gì-  dissimilato  in  r-  e  l'epentesi  di  b,  cfr. 
log.  lóritmu  0  lómburu,  lóruma-lòruma  rotolone,  lorumare  o  alloru- 
mare  ecc.  Muss.  beitr.  64  e  Ascoli  II  424. 

arrunkd,  sass.,  ragliare,  àinu  arrunhendi  asino  che  raglia,  log.  arronkare 
mer.  arrunhai,  gali,  ronku  raglio;  da  roncare,  cfr.  Muss.  beitr.  96, 
Kòrt.  6975. 

arrunzà,  crs.,  spingere  innanzi,  e  a  chi  tira  fune  o  altro  si  dice  arrunza.\ 
vale  pure  incurvare,  piegar  la  schiena:  sempre  arrunzà  lu  spimi  a  la 
fatica,  Tm.  292;  cfr.  livorn.  arronzare  affaticare,  logorarsi  Fanf.  u.  t.,  srd. 
mer.  arrunzai  o  ì'unzai  contrarre,  raggrinzare,  raggricciarsi,  che  sono 
tutti  da  unire  al  cat.  arronsar  contrarre,  incurvare  Parodi  rom.  XVII  53. 

askecu,  crs.,  schifo,  ashegale  -osii  sudicione,  schifoso,  sass.  àliìiamu  alìììa- 
mìli,  log.  àskamu  -ile  -osu  -are  ecc.;  cfr.  sp.  asco  Kòrt.  331-33  e  Sal- 
vioni  XII  388  e  XIV  205. 

assatocii,  crs.,  abbrustolito,  kastana  assatoca  marrone  d'una  certa  specie 
facile  a  sgusciarsi  quando  è  arrostito,  VI.  71  n;  da  assare. 

assussi^à  -addu,  sass.,  quietare,  quieto,  log.  sosserjare  mer.  -ai;  sp.  sosegar. 

assustii  -à  0  sustu  -a,  tmp.,  spavento  -are,  sass.  assulpu  -addtc  o  insulpà\ 
sp.  siisto. 

attracca  (a  l'),  crs.  csm.,  all'imbrunire,  Tm.  196;  penserei  ad  una'metatesi 
di  *ad-tardiare,  e  pel  senso  cfr.  sp.  tarde,  srd,  sas  tardas  [orasj,  ife 
attardarsi  e  sim. 

aUriffi,  sass.,  arrischiarsi,  log.  attrivire  o  atrevire;  sp.  aireverse. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  389 

attuntund  -addii,  sass. ,  sbalordire  -ito,  da  tontu  balordo,  sciocco,  di  tutta 
l'isola  e  pur  del  crs. ;  sp.  toìtfo  Kòrt.  887  e  8229. 

avviliteci,  tmp.,  osservare,  e  Sp.  ve:  gali,  avviliguà  -atu,  log.  avveriguare  o 
averguare -adu  verificare  ecc.;  ripetono  il  cat.  e  fiYi.averigiiar  Kòrt.  253. 
Sulla  stessa  voce  si  è  foggiata,  per  la  nota  maniera  di  derivazione 
verbale,  il  sass.  plebeo  avvritjuegya  o  affriguegga  guarda  un  po',  ima- 
gina! 

augà,  gali.,  aonibrare,  augancu  ombroso,  detto  del  cavallo;  sarà  *a[b]u- 
r  i  a  r  e  da  b  u  r  i  u . 

aun'zà-,  sass.,  aizzare,  detto  più  comunemente  del  cane,  log.  aun'zare;  non 
ostante  lo  i,  par  da  ragguagliare  con  l'it.  aizzare  e  auzzare,  venez. 
uzzare  ecc.  Kòrt.  181,  e  parimenti  il  gali,  auccà  con  la  palatina  in  luogo 
della  sibilante,  cfr.  nm.  76. 

azzgtta,  sass.  e  log.,  sferza,  staffile,  tmp.  accatta  -a,  mer.  accottu  -ai;  ripe- 
tono lo  sp.  azote,  cfr.  it.  dottare  nap.  zotta  ecc.  Kòrt.  822. 

azziippà,  tmp.,  urtare,  log.  azzuppare  -ada,  mer.  azziibbai  o  ziihbai  ecc. 
Kòrt.  8238  e  v.  più  innanzi  s.  zimfa. 

bakkila,  gali.,  asola,  da  bacca,  donde  anche  il  cat.  baga,  che  tal  e  quale 
occorre  nel  sass.  e  log.  con  lo  st.  sign. 

badonu,  crs.  om.  srt,  burlone,  da  badare,  cfr.  tenere  a  bada  ecc. 

bagattelle,  crs.,  donne  da  nulla,  VI.  95;  è  l'it.  bagattella  Kòrt.  991,  che  dal 
primo  sign.  di  'giuoco  di  bussolotti'  passa  a  quello  di  'cosa  da  nulla' 
e  qui  a  'donna  leggera',  non  senza  influenza  di  bagascia. 

ballotta,  crs.,  castagna  bollita,  bst.  vallptta,  anche  it.,  sp.,  ecc. 

bambgsa,  crs.,  gozzoviglia;  ò  il  fr.  débauché,  cfr.  piem.  desbaucia  it.  bisboccia, 
in  cui  si  è  immessa  la  base  bomb-  bamb-  'bere'. 

bambù,  sass.,  sciocco,  scipito,  senza  sale,  ed  è  pure  srd.  com.,  insieme  con 
molti  derivati:  mar.  bambittu  bambizeddu,  seti,  bambareddu,  log.  bam- 
biginu  ecc.;  anche  ìt.bambo  Kòrt.  1028.  Aggiungi  sass.  bambgikhu  nello 
stesso  sign.,  ma  solo  di  persona,  e  por  la  desinenza,  dove  sarà  meta- 
tesi di  vocale,  cfr.  it.  babbiocco. 

banzigd,  sass.,  dondolare,  altalenare,  a  banzigaroni  a  cavalluccio,  e  Sp.  ve: 
log.  bdnzigu  -gare  -palella  -rjanenna,  gali,  banziharedda  -hajgla  e  con 
assimilazione  zanzikA  e  azzihd;  cfr.  gen.  bdgi^u  bangi^u  Parodi  et. 
gen.  in  Giorn.  ligust.  1885  e  Kòrt.  1016. 

barra,  sass.  e  srd.  com.,  mascella,  come  nel  cat.  Kòrt.  1062  e  rom.  XX  58. 

barrunzeddi,  sass.,  guardie  campestri,  log.  barranzellu  -eddu,  mer.  barra- 
cellu;  cfr.  it.  bargello  Kòrt.  1056,  ma  le  voci  sardo  sono  rifatte  sullo 
sp.  barrachel. 

bassa,  gali.,  cosso;  ò  il  cat.  bassa  pozzanghera  Kòrt.  1021. 


390  Guam  e  rio, 

bertule,  sass.  srd.  com.  e  crs.  om.  srt.,  bisaccie  da  cavallo;  etimo  ignoto, 
ma  siano  ricordate  le  'equas  ruralium  quas  bertolatas  Longobardi 
vocant',  di  Alb.  da  Mussato  ap.  DC.  ad  voc. 

biddisó,  sass.,  passero,  e  pur  log.  sett.  Sp.  ve;  la  base  ne  sarà  forse  pullu, 
con  V u  alterato  nelT atona;  il  suffisso  mi  è  oscuro;  cfr.  il  mer.  pil- 
loni  rom.  XX  69;  la  stessa  base  sarà  nel  ni.  BiKJdiisò  villaggio  del 
circondario  di  Nuoro, 

bómbulu,  crs.  om.  srt.,  orciuolo,  it.  bómbola  sorta  di  vaso  di  vetro  da  tener 
vino,  dal  gr.  [ìó^^v'Aog  vaso;  e  con  l'it.  bómbo  il  'bore'  vanno  log.  bumbu 
e  abbiimbu  st.  sign.,  abbumbare  gali,  abbumbà  ubbriacarsi. 

botta,  sass.,  stivale,  crs.  botte,  log.  bota,  francesismo. 

bóttulu,  crs.,  bottoncino  e  anche  pallino  nel  giuoco  delle  boccio,  VI.  101; 
it.  botta,  gen,  botta  la  noce  con  cui  si  tira  nelle  altre  giuocando  a  ca- 
stelline. 

brandali,  crs.  om.  srt.,  treppiede;  da  aggiungere  alla  serie  delle  voci  dialet- 
tali, come  gen.  brandA,  mil.  brandinà  ecc.  raccolte  dal  Muss.  beitr.  43  n. 

brandoni,  gali.,  ghiaccinolo,  mer.  candelabro;  è  lo  sp.  blandon  fiaccola 
Kòrt.  1319  e  pel  sign.  gali.  ctV.  mil.  e  pieni,  kandlott,  bresc.  kandira  ecc. 

brea,  sass.,  grido  sostant.,  brià  gridare,  brca  grida  verbo,  con  q  in  accento 
che  accenna  ad  i  ;  crs.  om.,  brionu  il  grido,  brinnd  gridare,  li  briona 
grida  lamentevoli,  gali,  briaticu  attaccabrighe;  da  mandare  con  briga 
-are  Kòrt.  1345. 

brinkà,  tmp.,  saltare,  brinkittu  saltarello;  anche  log.  e  sp. 

troccM,  crs.,  specie  di  quagliato,  anche  gali.;  'brocius  concreti  lactis  gru- 
mus  massa'  DC. 

bubùa,  sass.,  voce  infantile  per  'male,  dolore';  log.  crs.  bua,  come  nel  tose, 
sp.,  ecc. 

bukkalottu,  sass.,  stupido  ecc.  rom.  XX  62  n. 

buccihoni,  sass.,  pugno  col  dito  medio  ripiegato  in  fuori,  log.  buccikone 
mer. -om  cazzotto;  si  risale  a  biilcu  per  bnlzu  polso,  con  la  notata  as- 
similazione le  in  ce',  cfr.  gali,  bulconi  pugno,  abbiilcunà  cazzottare,  it. 
bolcionare  ecc. 

budifjone,  crs.  bst.,  uomo  panciuto,  cfr.  ^Qn.  budegu  sorta  di  pesce  e  pan- 
cione, dalla  base  bot-  che  è  in  bot-ulu;  da  aggiungere  alla  serie 
delle  voci  affini  in  Muss.  beitr.  35  n  ;  ma  il  gen.  budisùh  sarà  d'altra 
origine. 

buffa  (a),  crs.  bst.,  a  ufo;  la  stessa  voce  incrociatasi  con  buffo. 

bu^attina,  crs.,  bambola,  diminutivo  del  gen.  biigata,  cfr.  gali,  buattoni  bam- 
boccio, piem.  bilata  ecc.  Ascoli  II  125  e  Parodi  et.  gen. 

buriana,  crs.  bst.,  burrasca,  it.  buriana  o  burana,  log.  boriana  vento  impe- 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  391 

tuoso;  anziché  a  vaporeu  Diaz  359  e  Gaix  st.  237,  penserei  a  bo- 
rea vento  del  settentrione  che  porta  pioggia  e  nebbia,  cfr.  mer.  bòrea 
nebbia,  log.  abbuerà  -are  e  fra  gli  altri  dialetti  fuori  dell'isola  il  ven. 
bora  vegl.  bura  Ive  IX  153. 

burr'ikkulu,  sass.,  somarello,  log.  bitrriku  -eddic;  sp.  horrtcco. 

buzéfaru,  gali.,  intrattabile,  alterazione  popolare  di  bucefalo. 

kag'arone,  crs.  om.  aj.,  sputacchio  e  metaforicamente  sudicione;  deverbale 
da  *kag'arà  -^hacarà  metatesi  di  *karacà  dalla  base  krak-  con  a 
inserto;  cfr.  it.  scracchiare  Flechia  III  124  e  sass.  iìil'iarrasu  -a,  log. 
harram  o  iskarrasu  -à  ecc. 

kagifola,  gali.,  cacchione;  come  la  voce  it.  da  cat'lu  +  suff.  di  diminutivo, 
Ascoli  Vili  518. 

halà,  tmp.,  sass.  e  pur  log.  e  mer.,  tacere;  sp.  cattar. 

kalasu,  sass.  e  srd.  com.,  cassetto,  p.  es.  nell'augurio:  a  zent' anni ,  fiH 
masi  e  dina  a  kalasi;  è  il  cat.  calaix  Caix  st.  332. 

kamallu,  crs.,  facchino,  come  nel  gen. 

kanteg'g'a,  gali.,  guancia,  crs.  kantefa,  log.  kanter'zu,  mer.  hantrezu,  rom. 
XX  62;  manca  al  sass,  che  usa  barra  o  kc'wana. 

kara,  tmp.,  faccia,  come  nello  sp. ,  donde  karazza  maschera;  invece  sass. 
accarà,  sett.  accerà,  log.  akherare  affacciare,  modo  avverbiale  akkera, 
p.  es.ìstare  akkera  stare  alla  finestra,  continueranno  cera,  come  l'it., 
Ascoli  IV  119-21  n. 

karakolu,  crs.,  quella  specie  di  cerchio  che  nelle  cerimonie  funebri  fanno 
i  convenuti,  quando  si  mettono  a  cantare;  significazione  metaforica 
della  voce,  che  ritorna  nel  log.  karagolu  specie  di  chiocciola  e  anche 
morsa,  strettojo;  cfr.  it.  caragolo  chiocciolino  di  mare,  ali.  a  caracollo 
-are  Kòrt.  1646. 

karapina,  sass.  e  srd.  com.,  sorbetto;  è  anche  tose.  Caix  st.  2.54  e  gen.  nel 
senso  di  'sorbettiera';  sp.  garapinar  congelare. 

karetta,  sass.  e  log.,  cuffia;  spagnolismo  da  kara  faccia. 

karinu,  sass.  e  gali.,  carezza,  log.  kariùare  -osu  ecc.;  sp.  carino. 

karrafma,  sass.  e  srd.  com.,  boccia;  sp.  garrafa. 

karraggà,  sass.,  coprire,  tmp.  karrag  ij  à  e  skarrag  g  à  coprire  e  scoprire, 
Xog.karral'zu -are  ingombro,  calcinaccio  ecc.,  e  anche  's,dL%s.  karrag gu 
materia  d'ingombro,  rottami,  inharraggaddu  ingombrato.  Di  etimolo- 
gia per  me  non  chiara. 

harrela,  sass.,  strada,  dissimilato  da  karrera  log.,  gali.,  sp.,  ecc. 

hasali,  gali.,  dente  molare,  anche  log.  e  mer.  ;  è  il  cat.  caixal. 

hateroccii,  crs.,  in  iscorcio,  da  lato,  VI.  01  e  kàlero  callaja  stretta  con  can- 
cello, poi  quale  s'entra  di   lato;  anche  bst.  katargccu  di  sbieco,  cfr. 


392  Guarnerio, 

it.  catorchio  chiavistello  e  lucch.  catro  cancello.  Non  si  risalirà  a  rad. 
ted.,  come  pensava  il  Gaix  st.  260,  ma  a  clathru,  come  già  notava 
il  VI.  1.  e,  ridotto  per  dissimilazione  a  *catru  Pieri  XII  118,  ma  v. 
jMuss.  beitr.  68  n.  Ritornerà  lo  stesso  etimo  nell'it.  catorcio  o  catarzo 
legno  secco  che  si  forma  presso  il  taglio  ai  tralci  delle  viti. 

hattocca,  sass.  e  log.,  frottola,  bugia,  kattucccri  bugiardo;  per  via  di  meta- 
tesi dallo  sp.  chacota,  che  si  ripete  dal  log.  e  mer.  cakota  -are  -ai. 

kàvana,  sass.  e  tmp.,  guancia,  e  Sp.  ve:  log.  kàvanu  guancia,  -ada  schiaffo, 
-ale  sguancia  del  freno,  e  in  senso  morale  -ile  marchio  ecc.,  ali.  a  log. 
e  mer.  kàvana  roncone,  mer.  kàvuna  st.  sign.,  log.  kavanzola  roncola 
potatoja.  Due  serie  diverse  di  sign.,  ma  certo  unite  di  origine.  Non 
persuade  gabata,  né  cavu,  Kòrt.  3548,  che  dovrebbe  perdere  il  -v-; 
ma  non  ho  di  meglio. 

kavila,  crs,,  pizzetto  grosso  e  dozzinale,  VI.  46;  notevole  pel  sign.  speciale. 

hdvriu,  crs.  epe.  (Rogliano),  usignuolo  Falc.  574,  ali.  al  comune  filutnena,  e 
inkavriulassi  mettere  il  tralcio,  il  viticcio;  mi  fanno  pensare  a  capreu 
nome  di  animale  e  insieme  di  pianta,  come  Vìì.capriolo  Ascoli  VII  518. 

kedda,  sass.,  settimana,  ali.  a  tmp.  Mia,  log.  hida,  mer.  cida,  notevole  per 
Ve  in  accento,  da  non  confondere  con  kndda  Flechia  mise.  201. 

campa,  crs.,  zampa,  che  è  pure  it.,  lucch.,  Fanf.  u.  t.  e  Arch.  Ili  16'^. 

canka  o  zanka,  cr?-.,  gamba,  come  in  it.,  donde  log.  zankone  stinco,  gali. 
zanhanu  zoppo. 

cavonu  -una,  crs.  om.  srt.,  chiacchierone  -rare;  va  col  tose,  ciabare  fre- 
quente a  Siena  per  'chiacchierare  uggiosamente  e  senza  proposito', 
■  Fanf.  u.  t.  ed  entrerà  in  famiglia  con  ciaba,  ciabattino  e  sim. 

cìddeyi,  gali.,  bettola,  log.  zilleri;  è  lo  sp.  cillero,  cfr.  lucch.  ciglieri  can- 
tina, Pieri  XII  114.- 

cimagga  -osti,  sass.,  cispa  -oso,  gali,  cummaha  -osu,  log.  zimiga  -osu  ;  dallo 
sp.  cima  tenerume;  mentre  il  mer.  ciddika  -osu  è  da  ciddu  ciliu. 

cincaluli,  crs.  bst.,  sonagli;  cfr.  per  la  prima  parte  l'aret.  cincianella  frin- 
guello, Fanf.  u.  t. 

cappuzzu,  crs.,  pajolajo,  aggiustapignatte,  e  in  Sp.  ve:  srd.  coni,  cappuzzu 
-are  ciabattino,  acciarpatore  ecc.,  ra.(ìi\accapuzzai  -adori  -amentu,  e  con 
altri  suffissi:  srd.  com.  cappinu  -are,  gali,  cappinà  -adori,  log.  incappu- 
lare,  tmp.  incappulag^ gu  imbroglione,  ecc.;  tutte  voci  da  collegarsi 
allo  sp.  chapucear  cat.  xapusser;  Parodi  rom.  XVllI  60. 

cukulellu,  crs.  Piccolino,  cuku  piccolo,  bst.  ciigu  -a;  lo  stesso  che  l'it. 
ciuco  asino  giovine,  cfr.  giucco  Caix  st.  288. 

kola,  crs.,  cera  colata  in  un  funerale,  log.  kolu  colatojo,  Salvioni  post.  s.  v. 

korcu ,  crs.,  misero,  infelice,  voce  di  commiserazione  o  di  carezza;  anche 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  393 

•  tmp.  holcu,  sass.  holzu  kozzu  kulzarp.ddu,  log.  korzu;  se  da  corculu 
VI.  21  e  Falc.  586,  il  :;  sass.  e  log.  accenna  a  voce  non  indigena. 

kozz-a,  tmp.,  sett.,  mer.,  zeppa,  bietta,  log.  kofta;  sarà  *coccea  desunto  da 
cocca  nel  sign.  di  pezzo,  frantume  Kort.  1972  e  Arch.  II  335.  Dallo 
stesso  etimo,  mev.  hozzina,  log.  hozzif/ma,  sett.  kozzikina  ceppaja,  e 
parimenti  mer.  ozz'di  con  caduta  del  h-,  e  azzili  con  o-  in  a-,  log.  at- 
tile  e  con  la  nota  prostesi  battile  collottola,  nuca,  pel  qual  sign.  cfr. 
sp.  cogote;  infine  con  senso  morale  da  un  *hottile  corrispondente  al 
mer.  [kjozzilì^  discendono  kottilesa  -osic  durezza,  cocciuto. 

krabbinni,  sass.,  fico  primaticcio,  log.  krabiotie ,  gali,  kaprioni ;  che  si  ri- 
torni a  capreu? 

kicccH  e  kuccukku,  crs. ,  cagnolino,  è  lo  stesso  che  Tit.  cuccio;  anche 
R3.?,s.  kuccuccUy  e  gali,  kaccuccu ,  che  mostra  l' incrociamento  di  cuccio 
con  lo  sp.  cachorro,  ripetuto  dal  mer.  haccurrii. 

huenta,  crs.  om.,  nell'esclamazione:  La  me'  quanta  d'ugni  cosa,  Ort.  22,  che 
è  tradotta  'accomplie  en  toutes  choses'  e  nelle  note  è  spiegata:  'bieu 
faite,  faite  au  tour,  et,  par  extention,  accomplie'.  La  ragione  dell'ac- 
cento distoglierà  dal  pensare  al  gen.  ant.  cointu  da  cognitu  Flechia 
Vili  339  Salvioni  XII  425,  che  ha  pur  sign.  vezzeggiativo. 

kuerinu,  crs.,  quartiere,  la  quarta  parte  della  pieve  VI.  72;  cfr.  it.  quarra 
quarta  parte  dello  stajo,  log.  e  sass.  karra  misura  di  solidi,  e  anche 
piazza,  strada,  p.  es.  karra  grande  e  karra  piccola  due  strade  cono- 
sciutissime  di  Sassari;  da  quadra  rom.  XX  59  e  Hofm.  109. 

kuidaddu,  sass.,  fretta,  tmp.  akuitta  imper.  fa  presto,  log.  kuidare  o  koittare^ 
mer.  akkoittai  ecc.  ;  dallo  sp.  cuidar  cat.  ciiijtar. 

kullà,  crs.,  salire,  bst.  kpllii  salgo;  anche  it.  collare  scendere  e  alzare,  ecc. 

kunolu,  sass.,  cesto,  canestro,  gali,  kouu,  log.  konzu  -ale,  mer.  kungali  -eddu 
tutti  per 'vaso  di  terra  cotta,  l)Occale',  da  congiu;  anche  qui  coi  due 
'sign.  che  occorrono  nell'it.  cogno,  misura  di  liquidi  e  cesta  intessuta 
di  vimini. 

kurata,  crs.,  gugliata,  tratta  di  filo  dalla  rocca  al  fuso;  quasi  *[a]corata 
da  *acora,  cfr.  it.  agora  aghi  e  agata  quantità  di  filo  che  riempie  l'ago. 

kuricgni ,  gali.,  conocchia,  mi  ha  l'aspetto  di  un  derivato  diminutivo  di 
kolu,  quasi  *kolic'lu  col  sufi,  -one;  lo  Sp.  ve.  registra  log.  korizone 
de  limi  tortoro  di  lino,  de  lattuka  la  parte  più  tenera  nei  cespi  di  lat- 
tuga, ma  in  (piesti  avrà  da  fare  piuttosto  lo  sp.  corazon. 

denfji  -eri,  gali.,  smanceria,  smorfioso,  log.  denf/e  mer.  den^i  ecc.  ;  sp.  dengue. 

dicrtta,  crs.,  carestia;  e  il  fr.  disette,  od  è  pur  del  gen.  ant.  Flechia  Vili  349. 

diccosu,  sass.,  gali,  e  srd.  com.,  fortunato,  disdicca  -adu  ecc.  ;  come  nello  sp. 

dilihansd,  sass,  divagare,  confortare,  log.  diskansare  mer.  -ai;  sp.  descansar. 


394  Guarnerio, 

dimmaju,  sass.,  deliquio,  log.  e  gali,  dismaju  -are\  sp.  desmayar. 

dibarattu^  sass.,  disordine,  log.  disbaratare  ecc.;  sp.  desbarato. 

dispidì,  tmp.  e  srd.  com.,  licenziare  ;  sp.  despedir. 

duiipsti,  sass.  e  tmp.,  leggiadro,  grazioso  ;  ancora  sp. 

erbile,  crs.,  finocchi  e  altre  erbette  selvatiche,  di  cui  si  fa  buona  zuppa, 
VI.  68. 

fajfaruzza,  sass.,  mollica,  briciola,  log.  far faruza^  quasi  *furfur-ucea, 
cfr.  infatti  sass.  fùjfaru  log.  fùrfaru  furfure  *  e  tose,  friscello  *[fur]- 
furicellu  Caix  st.  326.  Pel  passaggio  dal  sign.  di  'crusca'  a  quello 
di  'briciola'  considera  il  mer.  farinalla  *farinacula  pezzetto,  briciola. 

falà,  crs.  tmp.  e  sass.,  discendere,  e  Sp.  ve:  sett.  falare  scendere,  metaforic. 
smagrire,  faladu  sparuto. 

fercu,  crs.,  chiavistello,  paletto;  potrebbe  essere  da  un  derivato  di  veru, 
cfr.  pist.  verchione,  ma  ferru  v'entra  sicuramente,  cfr.  gen.  i  feri  i 
chiavistelli. 

fiaddu,  sass.,  pecora,  bestia,  capo  di  bestiame,  gaU.  fiatii  log.  fadii;  da 
*fetatu,  cfr.  log.  fedare  figliare,  fedale  della  stessa  età,  prov.  e  friul. 
feda  pecora,  ecc.  Kòrt.  3213  e  Salvioni  post.  s.  v. 

ficculà,  Crs.  om.,  guardare,  tmp.  fggulà  o  fugyulà,  sass.  fggulà  ali.  al 
log.  ojare  *oc'lare  occhiare  e  gali,  uguld  quasi  *oc'lulare,  mi  pare 
accennino  ad  una  commistione  di  fixare  +  *oc'lulare.  Più  oscuri 
mi  sono  i  cvs.  fidic'd  fdig~à  fulid  sempre  per  'vedere',  nei  quali  po- 
trebbe essere  incrociamento  di  fixare  con  videre  coli' elemento  di 
derivazion  verbale  -c'a  o  -ia. 

friata  {ora),  tmp.,  ora  tarda,  sass.  o.  f riadda,  log.  o.  feriada;  da  feriare 
far  vacanza,  che  è  pur  del  vocabolario  it.;  e  s'intende  come  'ora  di 
ferie,  di  vacanza,  di  riposo'  passi  a  indicare  'ora  tarda'. 

frassadda,  sass.  e  mer.,  coperta,  log.  fressada  sett.  -aia;  anche  bergam.  ant. 
fresada  Lorck  altberg.  191,  ma  le  voci  srd.  ripeteranno  lo  sp.  frazada. 

franka,  sass.  e  srd.  com.,  branca,  zampa,  e  Sp.  ve:  log.  franhada  sett.  -ala 
brancata,  manata,  mer.  frankas  gancio,  grafiio.  Cfr.  mer.  farrunka  -ada 
zampa  -ata  affarunkai  -ankai  artigliare. 

frasà,  crs.,  fracidare,  bst.  frazi  tu  fracidi,  come  il  tose,  fraiio  Arch.  Ili  398, 
il  gen.  fraSiu,  coi  quali  vanno  sass.  fra'zig§u  -«,  gali  fracikà  -humu  ecc.; 
altra  cosa  è  il  log.  frazare  consumare,  come  va  corretta  la  voce  ad- 
dotta Arch.  XIII  118,  e  v.  per  ora  Salvioni  XII  404. 


*  É  il  terzo  grado  della  farina;  il  primo  è  detto  sìmbula  simila,  il  se- 
condo pófìdine  pollen. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  395 

frineri,  crs.,  portatore  del  freno  nel  corteo  nuziale;  il  freno  è  una  conoc- 
chia, circondata  in  cima  da  molti  fusi,  infioccata  di  nastri  e  con  ap- 
peso un  fazzoletto  a  guisa  di  bandiera,  VI.  15;  metatesi  del  gr.  cpeQviq. 

frisettu  0  f rigetta,  crs.,  nastro,  h^ì.  frusettu,  quasi  'piccolo  fregio'  Falc.  584, 
frisatu  ornato  di  nastri,  e  di  un  gallo  è  detto:  lu  cresti-doppiu-fri- 
giatu   Tm.  248,  cfr.  lucch.  fregetto  Pieri  XII  172,  gen.  fre:etu,  ecc. 

fri.sH,  sass.  e  log.,  serratura,  tmi^.  is frisa  schiudere;  quasi  *ex-flexare 
da  flexu,  cfr.  log.  ant.  affliskata  Arch.  XIII  115,  fr.  ant.  flexir  ecc. 
Kòrt.  3325. 

frula,  crs.,  trottola,  andrà  con  Tit.  frullo,  che  si  dice  dei  bambini  che  non 
possono  star  fermi,  come  la  trottola. 

farrui/gà,  sass.,  frugare,  log.  forroju  -are  mer.  forro§H  -ai  ecc.;  anziché 
ad  un  derivato  di  furca  rom.  XX  65  n.,  si  risalirà  a  un  *foric'lare 
da  *furicare  addotto  dal  Thomas  rom.  XXIII  458,  con  avvicinamento 
a  forru  furnu,  il  che  mi  pare  che  basti,  senza  postulare  un  *fur- 
nuculare  ib.  457  n. 

r/aiu,  crs.,  gioja,  infjaju  rallegro,  gioisco;  è  \"\L  gajo  sostantivato. 

ganci,  sass.,  tmp.  e  srd.  com.,  voglia,  brama,  ecc.  ;  ben  noto  spagnolismo. 

gariccu,  sass.,  giuoco  che  fanno  i  ragazzi  con  delle  pallottoline,  che  get- 
tano con  le  dita  dentro  una  buca;  quando  entrano  in  questa,  dicono  fa 
gariccu;  lo  stesso  che  il  ^an.  gaicu. 

góggulu,  sass.,  culla,  log.  gókulu,  quasi  *cloculu,  cfr.  cógga  nm.  33. 

gabba,  g~ab'i  o  g~abbn,  tmp.,  bravata  -are  -eggiare  ;  cfr.  ìt.  gabbare,  ant.  fr. 
gaber  vantarsi,  dir  spacconate  Kort.  3549;  pel  g~-  sarà  da  aggiungere 
alla  serie  del  nm.  171. 

g~algastplu  o  valgnstglu,  gali.,  gola,  gorgia,  sass.  ajjalpplu  o  galpglu,  log. 
irgustolu  0  argentolu,  da  collegaro  con  l'it.  gargatta,  sp.  garganta,  ecc., 
crs.  karkaneddi,  pei  quali  v.  Muss.  beitr.  62  e  M.-L.  I  49.  Altre  voci  srd  , 
risalenti  del  pari  alla  stessa  base,  saranno:  log.  fjorgoena  irguene  ar- 
guene  gorgia,  mer.  (Jorguena  [jorgonea  ort)onea  gorgozza,  grafjasla  ga- 
vigne,  ecc. 

g^eppa,  gali,  e  crs.,  grumo  di  sangue,  log.  ceppa;  una  stossa  cosa  del  tose. 
chieppa,  nel  modo  di  dire  star  con  la  cliieppa  star  con  paura,  con  la 
tremarella,  quasi  col  sangue  raggrumato,  Fanf.  u.  t.,  cfr.  il  mil.  6'<«  kunt 
el  skac. 

gona,  tmp.,  tinozza,  conca;  foggiato  sul  log.  ajone  *asjone  Flechia  II  398, 
specie  di  conca  di  sovcro  che  serve  per  la  vendemmia,  con  aferesi 
di  a-  per  l'illusione  che  fosso  la  vocale  dell'articolo,  e  j-  in  g-,  onde 
* l' aj 0}ia  '^ la  j onci  la  gona. 

(}rampa,  crs.,  zampa  d'animale  con  lo  unghie;  anche  it. 


396  Guarnerio, 

grinta,  crs.,  granchio  peloso,  e  metaforic.  donna  maligna  Le.  390,  che  non 
saprei  disgiungere  dal  mìl.  f/rinta;  cfr.  Ascoli  II  448  n,  VII  578. 

§uaiiatu,  crs.,  insidiato  VI.  97;  ha  lo  stesso   sign.  anche  Tit.  ant.  guaitare, 

§ueru,  crs.,  danno  Tm.  350,  di  //u^ru  a  danno,  ingiierà  rovinare,  p.  es. :  in 
chiosic  inguen-atu  un  ci  andà  a  pasce,  Mt.  136  e  da  campo  inguarato  e 
da  donna  infamata  sta  ritirato,  Tm.  365;  non  separabile  dal  gen.  sguarà 
squarciare,  nap.  sguarrare,  log.  isgarrare  ecc. 

ihhadrid,  sass.,  scivolare,  sdrucciolare,  gali,  iskatrià  log.  iskadriare. 

ihharrasu,  sass.,  v.  s.  kag~arone. 

ihhisà,  sass.,  soffiare  il  naso,  kisammi  soffiami,  log.  iskisare;  ripetono  il 
cat.  esquitxar  spruzzare  Parodi  rom.  XVII  QQ,  passato,  e  s'intende  fa- 
cilmente, al  sign.  di  'spruzzare  col  naso,  soffiarlo'.  Saranno  all'incontro 
dal  ted.  quetschen  Salvioni  IX  257  n,  il  sass.  ililìiccà  algh.  ashicà  sett. 
iskiccà  log.  iskizzare  schiacciare,  al  pari  del  lomb.  ant.  schigar  lomb. 
od.  skisd  gen.  skisd  moden.  schizzér  ecc. 

iìihramintaddu,  sass.;  tmp.  skalmintatu  -osa  scottato,  ma  metaforicam,  'av- 
vilito, mortificato',  log.  iskarmentare  ecc. 

iJìhurifitta,  sass.,  sculacciata,  log.  ishulioitta  -are. 

ihliuru,  sass.,  v.  s.  ahiicatu. 

ilpuddà,  sass.,  spegnere,  log.  istudare  mer.  -ai  Ascoli  I  36  n  e  Kòrt.  8452. 

imbafaccà,  crs.  bst.,  imbrogliare,  bafacca  vana,  p.  es.  :  E  una  giuvanotta 
capi  vana,  una  bafacchia,  Mt.  8. 

imbarà,  tmp.,  trattenere,  log. -are;  sp.  emparar  sequestrare. 

imbgliggu  -ó,  sass.,  fagotto,  involgere,  tmp.  imbulikà  ecc.;  Sp.  ve:  log.  im- 
boligu  -are  -osu  involto,  intrigo,  avvolgere,  imbroglione,  ali.  a  imboju 
-are  imbroglio,  avviluppare  ecc.  Le  due  serie  devono  avere  attinenza 
con  l'it.  inooglio  ecc.,  e  non  vi  avrà  a  che  fare  bulla  Caix  st.  74.  Da 
questa  base  sarà  invece  il  gali.  buUg~u  fango,  quasi  *buliculu  con  l 
scempio,  cfr.  log.  buluzu  -are  o  abhuluzu  -are  intorbidamanto  -are;  e 
inoltre  il  log.  e  gali,  buza  otre,  borraccia,  che  sarà  *bullea  con  Ij 
in  i,  cfr,  it.  bugliolo  Fanf.  u.  t. 

imbuzanhn,  crs.,  cfr.  tose,  buggiaìicare,  gen.  bìlzanha  ecc.,  Muss,  beitr,  39. 

impunzà,  sass.,  aizzare,  incitare,  cfr.  log.  pimza  bulletta,  punta  e  Sp.  ve.  : 
log.  impunzonare  gali,  impunzunà  nello  st.  sign.,  ali.  a  punzone  stile; 
da  punotione  Ascoli  III  344  n  e  Kòrt.  6472;  anche  mer,  punta  -ai, 
punconi  -onai. 

inkuccà,  crs.  bst.,  imberciare,  incontrare;  da  coccia  per  testa,  quasi  a  dire 
'batter  della  testa'. 

inkuha,  sass.  e  gali.,  incetta,  raccolta,  log.  inhun'za  mer.  inkunga;  inkuna 
di  lu  driggu  raccolta  del  grano,  inhunà  lu  driggu  piegare  una  stuoja 


II  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Appunti  lessicali.  397 

in  giro  per  terra  a  guisa  di  siepe  e  introdurvi  il  grano;  da  *in-cu- 
neare  e  cfr.  log.  kuniare,  mer.  kimgai  ecc.  Arch.  XIII  118. 

infadaddu,  sass.,  annojato,  log.  infadare  mer.  -ai\  è  Io  sp.  enfadar. 

ingarmatu,  crs.,  fatato,  ingermatitra  incanto,  fatagione  ;  anche  it.  ingiarmare 
Caix  st.  364;  aggiungi  gen.  ingarmdse  adornarsi,  abbigliarsi. 

intrica,  sass.,  consegnare,  regalare,  intrégalu  tmp.  intrì^alu  consegnalo,  log. 
iiìtre^are;  è  lo  sp.  entregar. 

inzékkole,  crs.,  intacchi  o  intagli,  fregi  che  si  usavano  alle  scarpe  da  donna, 
VI.  67;  p.  es.  :  co  le  scarpetta  a  tacchi  inzeccolate ^  bst.  inzekka  tacca 
inzikkà  intaccare;  cfr.  it.  teccola  o  zeccola  Caix  st.  616  e  Canello  III  383. 

jaka,  tmp.,  cancello,  sass.  jagga,  log.  jaga  o  gagga. 

jdkaru,  crs.,  cane,  jaharone  om.  jakaronu  termine  spregiativo  Falc.  573  e 
Mt.  XXII,  compreso  ma  non  più  usato  nel  nord  dell'isola;  è  pure  del 
srd.  e  Sp.  ve.  registra 'log.  di  Monte  Acuto:  gàgaru  cane  da  caccia,  con 
cui  andranno  gagarare  sbrancare  e  gàgara  o  gàgaru  fuga. 

lakheddu,  sass.,  truogolo,  log.  e  mer.  lakkittii  e  dial.  com.  laku  pila  man- 
giatoja;  da  Xdxxog  Diez  380  e  Bianchi  XllI  197. 

lanu,  sass.,  magro,  secco,  lami  he  horru  grassa  he  ladru  magro  come  corno 
grasso  come  lardo,  illanig§à  dimagrare,  log.  lanzii  lanzigeddu  illan- 
zikare,  mer.  langu  -ori  illangiri,  gali,  allanakd  ecc.;  da  la  ni  are  che 
dal  primitivo  sign.  di  'lacerare'  si  è  ristretto  a   quello  di  'smagrire'. 

lastiìngsii,  tmp.,  compassionevole,  srd.  com.  làstima  ecc.,  è  lo  sp.  lastima^ 
Ascoli  I  43  n. 

lézina,  crs.,  buccia,  lezinose  bucciose,  detto  delle  castagne,  VI.  59  ;  da  con- 
nettersi col  tose,  lézzora  o  lézzola  'ragnatele'  o  'quel  certo  quasi  velo 
che  si  genera  nella  superficie  del  vino  ecc.  facendolo  bollire'  Fanf. 
u.  t. ,  e  inoltre  col  tose,  rèzzola  'quella  sottilissima  pellicola  che  co- 
pre la  cipolla'  e  pistoj.  rézzura  crosta  del  pane;  tutti  parrebbero 
(salvo  che  Io  z  sia  sordo  in  tutti)  diminutivi  di  rezza  re  ti  a;  per  lo 
scambio  del  sufi.,  cfr.  tose,  pòsola  ali.  al  veron.  pÓ5ena;  ecc. 

lintu  e  pintu,  sass.,  modo  di  dire  per  'tal  e  quale'  'somigliantissimo'; 
dall'unione  di  due  prt.  pass.,  lintu  da  Ungere  leccato  e  pintu  da 
pingero  dipinto. 

lisina,  sass.,  sdrucciolare,  tmp.  lusikig'g'a  scivola  e  Sp.  ve.  :  mer.  lisi)tai  -osu 
-ada  lisingu  lisinu,  log.  lisi§inare  lasinare  lansinosu  ecc.;  cfr.  j^Muss. 
beitr.  106n  e  Kòrt.  4848. 

litran^a,  sass.,  dicesi  di  persona  pigra,  lenta,  anche  litranggsu  e  Sp.'^vc:  log. 
sett.  latran<)osu  ali.  a  latranga,  mor.  rctranfja  o  arretranga  posoliera; 
non  fanno  che  ripetere  lo  sp.  arritranca  o  retranca,  con  r-  dissimilata 
in  l-,  e  con  un  curioso  passaggio  a  sign.  metaf. 


398  Guarnerio, 

lokku,  crs.  bst,  floscio  Le.  220,  391,  di  diversi  dial.  e  anche  it.  e  sp. 
losu,  crs.,  uomo  dappoco  j\It.  93,    172;   ò  il  tose,  lodo  Caix  st.  427  e  pel 

sign.  cfr.  mil.  pi  l'oka  far  lo  stupido. 
luia  0  rusa,  sass.  e  tmp.,  granajo;  Sp.  ve.  log.  lusa  cannajo,  e  quant'  una 

luscia  vale  'grosso',  come  nei  nostri  testi  vivi  A  5. 
makh'ini,  sass.,  pi.  pazzie,  follie,  tm\).  makhinu,  \og.  nmkkine  -ìmini;  sost. 

desunti  da  maccu . 
mandrnni,  sass.,  poltrone,  pur  log.  e  mer.  ;  cfr.  sic.  mandritni,  prov.  mod. 

rnandroitno  Kort.  7552. 
mantrurjgà  -oni,  gali.,  brancicare  -one,  pur  del  tose.  Fanf.  u.  t. 

mara,  crs.  om.  srt. ,  deviamento  d'acqua  per  inaffiare  gli  orti,  srd.  mer. 
m^rra  chiavica,  cloaca;  conferma  mar  a  ali.  a  mare  per  palude,  pan- 
tano, come  fr.  -mare;  occorre  anche  in  alcuni  nnll.  srd.  Mara  'e  Pa- 
dria^  Mara  calagonis  ecc.  Diez  s.  v.  e  Kòrt.  5111. 

ìnaskata,  gali.,  colorita,  maski  colori,  ma  solo  per  indicare  il  rosso  della 
guancia,  Chiesa  ps.  8,  crs.  om.  maskirossa  detto  di  mela;  da  mnska 
guancia,  accattato  dal  gen. 

mairakka,  sass.,  arnese  col  quale  si  fa  rumore  nel  venerdì  santo  in  luogo 
delle  campane  ;  è  del  srd.  coni.,  it.,  sp.  ecc.  Diez  468. 

maiaddini,  sass.,  cerimonie  religiose  del  mercoledì  santo,  in  cui  si  battono 
i  banchi  in  chiesa,  si  disfanno  gli  altari  ecc.,  mazadda  battitura;  da 
masu  mal  leu  nm.  79;  cfr.  log.  Sp.  ve.  ma:are  pestare,  battere,  ma- 
zadura  pestatura. 

mazza,  sass.,  gali,  e  mer.,  pancia,  mazzìmini  -canini  budella,  trippa,  log. 
matta  -àmine\  non  altro  che  *mattea  con  notevole  trapasso  ideologico. 
Sono  pur  del  srd.  com.  mazza  e  mazzola  eoi  sign.  della  stessa  voce  it,, 
e  inoltre  matta  cespo,  albero,  che  ripete  l'identica  voce  sp. 

mengu,  sass,  zappatore,  voce  dispregiativa,  anche  ìuangoni  manyunazzu; 
Sp.  ve.:  log.  mancane  mer.  -oni  st.  sign.,  oltre  mengosu  e  mingenku 
babbeo  e  sim.  ;  andranno  col  xaav.  menga  che  vive  come  nome  di  una 
varietà  di  uccelli  dall'apparenza  balorda  ed  è  *menc'la  me n  tuia; 
così  anche  il  Rolla  sec.  sag.  etim.  srd.  84. 

mertinu,  crs.,  asinelio,  cfr.  log.  j^erru  bracco;  Kòrt.  5140  6100. 

mésaru,  crs.,  pezzuola  che  scende  dal  capo  sulle  spalle  e  lungo  le  gote, 
VI.  20  e  Ort.  133;  anche  tose,  mésere,  log.  e  sett.  mésaru  mer.  méseru, 
senza  dir  del  ^an.  méis'ou  pezzuola  da  testa,  diversa  dal  comnnQ  pessottu. 

messèlima,  crs.,  mezza  settima'na,  come  il  tose,  mezzèdima,  da  media- 
hebdoma  Muss.  beitr.  52,  Ascoli  VII  531. 

micisca,  crs.,  carne  de' mùffoli,  de' cervi  conservata  in  lunghe  strisce,  sa- 
lata e  condita  di  erbe    aromatiche,    che  dura  molti    mesi  e  che  i  pa- 


Il  sassarese,  il  galhirese  e  il  c(3rso.  Appunti  lessicali.  399 

stori   tengono   in    serbo   per    presentarne   gli  ospiti,  Tm.  72;    pare  di 

sentirvi  il  tose,  inciscliiare  contaminato  con  qualche  altra  voce. 
tnimmula,  sass.,  nenia,  cantilena,  -psii  piagnucolone,  e  Sp.  ve:  log.  sett.  mé- 

mula  -osu  lamento,    ecc.;    ha    tutta  l'aria  di  una  voce    onomatopeica. 
minnannie -a,  gali.,  avolo -a;  voce  infantile,  cfr.  Kòrt.  5299  e  Tappolet,  ro- 

man.  verwandt.  69. 
tningnnu,  sass.,  sciocco,  minchione,  e  Sp.  ve:  mer.  minconi  log.  -ale  mer.  e 

sett.  -ali,  da  minca  mentula;  ma  la  voce  sass.  pare  rifoggiata  sull'it. 

mignone^  volto  a  sign.  spregiativo. 
miiinyinu,   crs.    bst.,   moccichino    e    poi   'ragazzo';   d'etimo    mal    sicuro, 

cfr.  berg.  ant.  miciniosa,  sic.  micciusu  e  sim.  Muss.  beitr.  81  e  Lorck 

altborg.  168. 
tnolu,  sass.,  bagno,  nel  modo  di  à\?e  punì,  a  molu  e  Sp.  ve:  sett.  aìnmolu, 

tmp.  amiìioddu  ecc.;  siamo  a*moll-iu,   come  nel    mil.  swój  Salvioni 

fon.  mil,  163,  gen.  asmilgà  ammollare,  inzuppare,  ecc.  ecc.  Notevole  il 

vciQY.  molli  modello,  che  può  risalire  ad  altro  etimo;  cfr.  Sp.  ve:  log. 

ììiolle  sett.  mollu   con  lo  stesso  sign.  di  'madreforma'. 
monti,  sass.,  log.  moìizu,  pettinatura  alta,  cosi  detta  dalla  forma  di  chioc- 
ciola;   e   manza  è  infatti  il  nome  di  una  specie  di   chiocciole  mange- 

recce,  cfr.  nm.  83  e  84. 
7nora,  crs.  om.  srt.,  mucchio  di  legna  o  di  pietre  ;  la  stessa  voce  che  è  nel 

famoso  verso  dantesco  'Sotto  la  guardia  della  grave  mora';  anche  oggi 

è  d'uso  nel  sen.  per  'pilastro  di  mattoni,  monte  di  sassi',  Fanf.  u.  t. ; 

cfr.  Kòrt.  5482. 
inuccif/ile,  crs.  bst.,  muso;  ritorna  nel  sass.  muzzigili   \og.-ile;  entrerà  in 

famiglia  coi  derivati  di  *mucceu. 
m,untinaggu,  sass.,  iramondezzajo,    log.  muntonarzu   iwqy. -ar(fu;   muntone 

'mucchio'  passato  a  sign.  specifico. 
murrari,  sass.,  freno,  da  murra  srd.  com.  e  gen.  grugno,  muso,  sp.  e  cat. 

morrò,  piem.  mgr,  ecc.;  cfr.  pure  gali,  murrunnii  -à,  log.  murrunzii  -a, 

mer.  -ungu  -ai  brontolio  -are. 
muzzi()nni,  sass.,  tizzone,  pur  log.  e  sett.;  mer.  miizzioni;  cfr.  it.  mozzicone 

Kórt.  5515,  che  vale  'quel  che  rimane  di  cosa  troncata  o  arsicciata'. 
necéu,  tmp.,  magro,  sfinito,  niccesa  -tira  magrezza,  inniccd  dimagrare;  Sp. 

ve:  log.  necca  -are  macchia  -are,  esser  malsano,  pira  neccada  pera  gua- 
sta ,   neccu   sciocco. 
nice  (in),  crs.,  a  pretesto,  fa  ìlice  far  finta. 
nera  -e,  crs.  bst.,  grido  di  sprezzo,   nera  gridare;    è    il    gen.  nera    suono 

spregiativo  fatto  con  la  bocca,  trulla. 
nohha,  crs.  bst.,  goffa,  grossolana;  è  pur  tose  Fanf.  u.  t. 


400  Guarnerio, 

miirnone,  crs.,  piagnucolone  JMt.  49;  da  connettersi  col  lomb.  lurgnon,  con 
assimilazione  dell'iniziale;  cfr.  com.  lorgna  lurrjnà  e  sim.  Lorde  altberg. 
182. 

pabassinic,  sass.,  panetto  con  uva  passa,  elio  si  fa  specialmente  pel  giorno 
dei  morti,  da  pabassa  srd.  com.  uva  passa;  pabassare  appassire. 

pac'ella,  crs.,  ripetizione  a  coro  dei  duo  ultimi  versi  d'ogni  strofa,  Tm.  67, 
pacellà  cantare,  h?>t.  pag'ella  canto  a  due  voci;  è  un  diminutivo  di 
pacii  pagu  pariu. 

paiole^  crs.,  letto  di  parto,  Mt.  42,  impaìualata  donna  di  parto,  Mt.  44,  cfr. 
tose,  impagliuolata  impagliata  Fanf.  u.  t. ,  eng.  paglioula  e  sim.,  Ascoli 
I  41  n. 

palpuccà,  gali.,  brancicare,  palpeggiare,  reiterativo  di  palpare. 

pandicina  -A,  gali.,  sbadiglio,  anche  tose,  pandecenare;  cfr.  crs.  om.  aj, 
bokha  panzuld,  om.  srt.  bokka  jjanduld  st.  sign. 

panissa,  crs.  ora.  aj.,  come  log.  mer.  e  gen.,  specie  di  polenta  di  farina  di 
ceci,  d'uso  genovese,  Muss.  beitr.  86. 

papaccona,  crs.  bst.,  pacchievona.,  pappare  +  pacchiare. 

passiggu  o  passiziu,  tmp.,  pogginolo,  anche  log.  passizu. 

pastera,  tmp.,  vaso  di  fiori,  log.  e  mer.  ajuola;  va  col  log.  pàsiinu  vi- 
gneto, pastinare  zappare  la  vigna,  onde  saremo  a  pastinu  con  scam- 
bio di  suffisso. 

pastuccà,  gali.,  dir  frottole,  log. pastocca  bugia;  anche  ìì. pastocchia  Diez  s.  v 

patta,  crs.,  colpo  dato  a  mano  aperta,  come  nel  tose,  e  altri  dial.,  ed  anche 
zampa,  come  nel  fr.,  ecc. 

penta,  crs.,  parte  scoscesa  di  colle,  oppure  acquatella  che  scende  dai  monti; 
anche  in  nnll.  Penta  vili,  nella  Casinca  alla  foce  del  Golo  e  Penta 
Acquatella  altro  vili,  nel  cantone  d'Orezza;  da  pendita,  cfr.  t'r.  j)ente. 
Aggiungi  trapianta  e  pentone  macigno,  coi  quali  va  il  log.  trabentu 
-are  precipizio  -tarsi,  che  erroneamente  il  Caix  st.  71  mandava  con 
l'it.  avventare  e  scaraventare;  inoltre  log.  péntuma,  gali,  s/jétitumu, 
log.  e  mer.  ispéntumu  -are  -ai  dirupo  -are,  e  il  ni.  gen.  Péntema. 

pettata,  crs.,  erta,  ed  è  pur  tose.  Fanf.  u.  t. 

picca  lu  fohu  0  lu  cinnarag^u,  crs.,  Ort.  245  e  Mt.  125,  accendere,  dar  fuoco; 
cfr.  it.  appicciare  e  lomb.  pijà  Salvioni  IX  258. 

piccglu,  crs.  bst,,  vinello;  anche  tose.  Fanf.  u.  t. 

pidaùcu,  tmp.,  cencio,  ci?,  na.]}.  p etaccio,  ^t^.  pedazo ,   ìo^c.  petazza,  ecc.  da 

pittaciu. 
pidrissa,  sass.,  lastra  di  pietra  per  lavare. 

pigata,  gali.,  centopelle  (trippa);  il  log.  hentupuzone  e  il  mer.  centupilloni 
secondo  ventre,  ripetono  centipellio  -onis  con  avvicinamento  omo- 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  401 

fonico  3l  puione  e  pilloni;  la  voce  gali,  è  dalla  stessa  base,  priva  della 
prima  parte  e  con  altra  desinenza,  quasi  fosse  *[centi]-pelli-ata, 
con  llj  in  g,  come  in  altre  voci  rifatte  sulle  log.,  cfr.  nm.  79. 

pillàkkero,  crs.,  cencio  di  abito,  VI.  67;  corrisponde  al  lucch.  pillàccoro 
Pieri  XII  131,  da  pilu  per  via  del  sufF.  -aca,  donde  pure  con  altro 
suff.  il  crs.  pillotti  cenci,  VI.  93. 

pilhikka,  crs.  om.,  parrucca,  anche  srd.  com.  pilukka  -eri,  dove  assume  pure 
il  sign.  di  'rimprovero,  rabbuffo',  come  in  parecchi  dial.  dell'alta  Italia. 

piloni,  crs.  om.  e  bst.,  capperone  di  pel  di  capra,  VI.  21  ;  csm.  pelone  grosso 
e  pesante  mantello  di  panno  còrso;  da  pilu  col  noto  suffisso. 

pimpinnelle,  crs.,  fettuccine,  trine;  sarà  pampinu  con  suff.  diminut.  e  pel 
sign.  cfr.  it.  fronzoli;  in  it.  pimpinella  è  una  specie  d'erba,  Diez  s.  v. 
e  Kòrt.  6146. 

pinzu,  crs.,  pizzo,  cima  di  montagna,  u  pinzu  a  Bercine  il  pizzo  della  Ver- 
gine, Mt.  XXII;  anche  semplicemente  punta,  kappellu  a  tre  pinzi  Yl.  41, 
e  hst. pinzuta  aguzzo;  anche  it.  pinza  Diez  s.  pizza  e  Kort.  6119. 

pisd,  crs.,  sollevare,  alzare  e  con  lo  stesso  sign.  ritorna  nel  tmp.,  sass.  e 
log.;  è  pensare  con  notevole  modificazione  di  senso. 

pisticcine,  crs  ,  pani  di  farina  di  castagne,  VI.  62,  dalla  base  pist-;,  cfr. 
ÌVidch..  pistìccioro  frantume  Pieri  XII  132. 

pità,  bst.,  prendere  un  po'  di  cibo,  Le.  229;  è  il  gQw.  pitd  beccare  ecc. 

pìzzigi,  sass.,  molle  da  fuoco,  log.  pittiges  e  pitti^eddos  ali.  a  pittijada  pizzico, 
presa  di  tabacco,  pìttige  -are  pizzicotto  -care,  e  tutta  una  numerosa 
famìglia  propagatasi  dalla  rad.  pit-  pie-  Kòrt.  6119. 

pgggu,  sass.,  pozza  d'acqua,  ripete  il  log.  poju  registrato  dallo  Sp.  ve. 
insieme  con  pojoht  fontanella  della  gola;  foneticamente  possono  es- 
sere poculu,  ma  il  significato? 

pratta,  sass.  e  tmp.,  come  log.  e  mer.,  argento  ;  dallo  sp. 

prenda,  sass.  e  srd.  com.,  gioja,  giojello;  ancora  sp. 

preu,  gali.,  trascurato,  tardo;  log.  priu;  per  metat.  da  pi  gru,  cfr.  prizzgsu 
nm.  91,  notevole  1'  e  per  ?,  che  accennerebbe  a  formazione  non  gali, 
vera  e  propria,  ma  piuttosto  a  origine  sass. 

prittà,  sass.  e  tmp.,  litigare  e  prettu  lite;  a  Sassari  si  usa  raramente  il 
vrb.  e  dicesi  sog^u  in  prettu;  anche  srd.  com,  pretare  o  pletare  ecc.; 
dallo  sp.  pleito. 

pitali,  sass.,  secchia  di  legno,  algh.  paal  Arch.  IX  3.o5,  dal  catpoal,  che 
sta  a  jJO««  puteu  come  lo  ap.  pozal  a  pozo,  alla  qual  voce  io  penso 
che  rivenga  anche  il  log.  vpiiale  secchia,  con  la  concrezione  della  vo- 
cale dell'articolo  *su  pitale  s'  itpuale;  e  probabilmente  anche  il  log. 
upu,  strumento  per  attingere,  non  ò  che  un'estrazione  ulteriore  da 
Archìvio  glottol.  ital.,  XIV.  27 


402  Guarnei'io, 

upu-ale;  clV.  ad  ogni  modo  Flechia  mise.  205  ^.  La  medesima  conglu- 
tinazione ritorna  in  affuente  piletta  per  l'acqua  santa  presso  il  letto, 
log.  di  Bonorva  (Canti  pop.  log.  raccolti  dal  Ferrare  p.  110),  poiché 
non  si  avrà  qui  che  lo  sp.  fiiente,  con  l'art.  *sa  fuente  la  fonte;  in- 
fine un  incrociamento  di  upuale  e  affuente  occorre  nel  log.  apuente 
nello  st.  sign.  di  'piletta'. 

pumatta,  sass.,  anche  log.  e  algh.,  pomodoro,  risulta  da  pomu  +  sp.  tornata, 
come  cremon. pò inates,  ecc.;  tmp.  tumata,  gen.  tumdta  ecc. 

pundacu,  gali.,  incubo,  da  pondu  e  il  sul!,  -aculu;  invece  a  pendere 
risaliranno  il  sett.  pindaccM,  e  il  gali,  pindaricconi  fantoccio,  spaurac- 
chio, e  a  pensu  i  mer.  |)es^<  pena,  pesàdige  incubo;  cfr.  Muss.  beitr. 
78  n. 

pupiddu,  gali.,  padrone,  da  pupillu,  notevole  pel  sign.  assunto  fin  da 
antico,  Arch.  XIII  122. 

puzzinosa,  crs  ,  volpe,  voce  dei  montanari,  Pale.  578  ;  la  quale  è  pur  chia- 
mata, oltre  che  predaca  nm.  6,  anche  manijazzona. 

rabazzoni.  sass.,  radici  della  vite;  ha  sign.  specifico,  ma  da  mandarsi  con 
V ìt.  ravizzone  e  sim.,  cfr.  Salvioni  post.  s.  rapicius. 

ralla,  crs.,  tosse  ;  è  il  fr.  vale  rantolo. 

randa,  sass.  e  srd.  com.,  merletto,  trina;  s^p.  randa  reticino. 

rangu,  crs.,  sciancato,  anche  log.  ràngiilu  zoppo,  andare  a  ràngulu  arran- 
care, cfr.  it.  ranco,  gen.  rnhgu,  ecc. 

rasa,  gali.,  sornacchio,  che  non  saprei  disgiungere  dal  nap.  rascare,  lomb. 
e  venez.  rascar  sputare. 

ràsula,  gali.,  truciolo,  va  con  rasa  *rasc'lare  *rasiculare,  non  senza 
immistione  di  amia  nm.  Ili  ;  sarà  la  stessa  parola  il  sett.  rahila  stoppa 
filata  Sp.  ve. 

rasfikà,  crs.  om.,  grattare;  probabilmente  vi  si  incrociano  rasare  *  scarificare. 

ratu,  sass.,  ramo,  anche  log.,  cfr.  crs.  ì'ati  graticci  nm.  167. 

raufinà,  gali.,  bisticciare,  contendere;  la  stessa  voce  del  log.  raunza  -are 
grugnito,  borbottare,  da  *rag-ire  per  via  del  suff. -nn  -/-,  quasi  *rag- 
un-jare,  e  pei  due  diversi  sign.  a  cui  è  venuta  la  voce  nelle  due  re- 
gioni sarde,  cfr.  boi.  regagnar  e  gen.  rah^unà  Parodi  rom.  XVII  71. 

roska,  tmp.,  lisca,  pagliuzza;  risalirà  a  *iusca,  come  il  lomh.  ri'ska  ecc., 
ma  notevole  1'  o,  che  vi  sarà  immesso  da  qualche  altra  voce. 


'  Non  iiìette  conto  di  fermarsi  all'etimo  proposto  dallo  Sp.  ve.  s.  v.  e 
raccolto  senz'altro  dall'Hofm.  88:  upuale  da  aqualis  con  rpi  labializzato 
in  p;  ma  se  si  labializza,  come  resta  V  it  dopo  il  ^? 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Appunti  lessicali.  403 

rubéddula,  sass. ,  fiisajuolo;  le  corrispondenti  voci  log.  ri(ella  rueledda 
rueddula  accennano  u  derivati  di  rota  con  suff.  diminut.  -oli-,  -ell-ul-, 
ma  nella  voce  sass.  sarà  incrocianiento  con  qualche  altra  base. 

rùgulu^  crs.,  briciola;  è  la  stessa  voce  che  il  lucch.  rùciolo  truciolo  Fanf. 
u.  t. ,  assunta  a   sign.  specifico. 

rumaìettu,  sass.,  mazzetto,  log.  roinalette  mer.  ramalettu  -ai  arramalettu  ecc., 
dallo  sp.  ramillete. 

rum,  sass.,  russare,  log.  rusare  ali.  a  rùskidu  -are  russare  e  sbuffare  dei  ca- 
valli; siamo  a  roscidu,  donde  *roscio  -are  Kòrt.  6983,  e  s'intende 
come  dal  sign.  di  'spruzzare'  si  passi  a  quello  di  'sbuffare'  del  ca- 
vallo, che  spruzza  e  sbuffa  insieme,  e  infine  a  quello  di  'russare*. 

ruspa,  crs.,  cercare,  Mt.  56;  anche  it. 

sajpinteri,  sass.,  serpenteri  dial.com.,  termine  militare  dice  lo  Sp.  ve. ,  e 
tal  valore  ha  pure  nei  nostri  testi  vivi,  A  4. 

saratu ,  crs.,  specie  di  imposta  sacra,  Ort.  72;  da  sacratu,  cfr.  it.  ant. 
saramento  ecc. 

sarkonu ,  crs.  om. ,  stalla  delle  bestie  da  macellare  e  in  genere  stalla;  da 
adq^  carne,  quasi  'carnajo '  Falc.  574  e  Mt.  x. 

sbaffà,  crs,,  mangiare  avidamente;  vulia  sbaffd  un  gallu  vivu,  Tm.  249;  è 
pur  del  livorn.  popolesco:  si  deve  fa  delle  Ibafate  numero  uno  con 
vino  bona!,  cfr.  tose,  sbaffìare,  da  *pappiare  per  pappare  secondo  il 
Caix  st.  501,  ma  chi  sa  che  non  v'entri  la  base,  donde  il  crem.  baffa 
e  sim.,  Muss.  beitr.  31. 

skag'g'u,  gali.,  gozzo  delle  galline,  log.  iskariu  -are  squarciare,  quasi 
'aprire  il  ventriglio';  da  escariu. 

skappinu  e  scappimi,  crs.,  odore  forte  e  propriam.  quello  del  sudore  dei 
piedi;  è  pure  gen. 

skasate,  crs.,  slogate,  VI.  54,  da  shasare  uscir  di  luogo  ;  anche  sic. 

skinke,  crs.  bst. ,  stinchi,  tmp.  shinku  caviglia;  cfr.  gen.  ant.  schinche  Fle- 
chia  Vili  387,  ven.  schinco,  mil.  schinca  ecc.  Diez  s.  stinco  ;  per  traslato 
bst.  skinkellu  sasso,  intoppo. 

sabi^gtlH,  crs.  bst.,  specie  di  reto;  it.  sciabica  sp.  xabeca  Caix  st.  124;  cfr. 
lucch.  sciabigotlo  scimunito  Fanf.  u.  t. 

sakkà,  crs.  bst.,  schiacciare;  è  voce  gen.  da  fiaccare. 

iukittà,  sass.,  agitare,  scuotere,  mer.  assakkitlai ;  cfr.  it.  sciagattare  Caix 
st.  530. 

surtia,  crs.  bst. ,  cordicina;  non  può  disgiungersi  dall' it.  sargia,  srd.  mer. 
sartia  sermento  sottile  por  legare,  sàrti^u  vinciglio,  ecc.,  ma  nella  sil- 
laba iniziale  v'  è  certo  contaminazione  con  qualche  altra  voce. 

susà,  crs.,  prendere  il  tabacco;  è  il  gQn.  susà  soffiare,  da  subflare. 


404  Guarnerio, 

skrinà,  crs.  bst.,  schiudere  appena;  quasi  *ex-cren-iare,  cfr.  it.  crena 
mil.  krenna,  ecc. 

skuile,  crs.  bst. ,  e  in  altre  varietà  skuillì  scivolare,  sdrucciolare;  ct'r.  boi. 
squillar  ecc.  Flechia  Vili  392,  Muss.  beitr.  107  n  e  Parodi  rom.  XVII  64. 

skuzzulà,  crs.  e  tmp.,  scuotere,  spazzolare,  sass.  ililiuzzulà,  log.  iskuzulare 
iskuzinare  o  iskuttinare;  da  excutere  per  via  di  diversi  sufi. 

Sfjnda,  gali.,  ricchezza,  agiatezza,  log.  e  sett.  siencla  e  asiend<i;  è  lo  sp.  ha- 
cienda. 

sbrina,  crs.,  digrignare  ed  è  pure  del  vocab.  it. 

s^iiini,  gali.,  far  greppo;  è  Vìt.  sghignare  con  sign.  specifico. 

silind,  tmp.,  calmare,  iiiitigare,  log.  asselenu  -are  o  assulenare,  mer.  sul- 
lenii;  solenare  o  sollenare  è  pure  del  vocab.  it.,  da  sublenis  Flechia 
mise.  199;  anche  il  sass.  strema  tranquillo,  sarà  dalla  stessa  base,  ma 
con  avvicinamento  a  serenu. 

sìndria,  sass.  e  srd.  com.,  cocomero;  accattato  dal  cat.,  ]\Iichaells  mise.  149. 

sinzà,  sass.,  finire,  sénzala  finiscila,  vattene,  shizeddiinira  finitemela;  va 
col  gen.  senta  e  sim. ,  cfr.  Parodi  etimol.  in  Mise.  Rossi-Teiss  s.  enger. 

sirenu,  sass.,  v.  s.  silind. 

spaldizid,  tmp.,  consumare,  disperdere,  log.  disperdissiare  ecc.  ;  dallo  sp. 

spiguld,  gali.,  scorticare,  sbucciare  ;  rifatto  sul  log.  ispizolare  ali.  al  quale  è 
ispizare  levare  il  primo  strato,  isj).  su  lacte  spannare,  dal  sost  pi  zu 
strato,  grasso,  panna,  pizu  pedde  superficialmente,  e  ritorna  nel  mer. 
^nllu  strato,  scheggia,  con  una  numerosa  famiglia  di  derivati,  pillada 
-onkii  -osu,  spillai  -onai  -onkai  con  sign.  affini;  si  tratta  di  pi  leu,  cfr. 
aret.  peglia  D'Ovidio  XIII  400  e  Meyer-Lùbke  KZ.  XXXIII  308. 

sjìirrd,  gali.,  fendere,  spaccare,  log.  isperrare  mev.-ai,  da  *ex-pern-are 
e  ctr.  log.  e  mer.  perra  metà,  frades  perras  gemelli  ecc.,  pèrrias  cosce 
e  isperriare  -ada  spalancar  le  gambe.  Invece  i  mer.  sparrankai  -unkiai 
ripeteranno  lo  sp.  esparrancar. 

sprikkd,  gali.,  balbettare,  parlare,  da  *ex-praedicare,  che  passa  dal  sign. 
di 'predicare,  annunciare'  a  quello  di  'parlare',  ct'c.  gen.  ant.  princhar 
e  altri  dial.  Salvioni  XII  423  e  post.  s.  v. 

stazzano,  crs.,  fucina  da  fabbro,  stazziuiacu  fabbro;  cfr.  it.  stazzo  fermata, 
crs.  e  srd.  com.  stazzu  luogo  ove  i  pastori  si  fermano  quasi  a  stazione, 
Falc.  573  e  736.  Verisimilmente  stazzona  dal  sign.  primitivo  di  'fer- 
mata', ove  si  solevano  ferrare  i  cavalli,  passò  al  senso  di  'fucina  di 
maniscalco,  di  fabbro'. 

stelu,  tmp.,  vaso,  stoviglia,  log.  isterilì  mer.  strezu  e  strezaju  stovigliajo,  ecc. 

suihhu,  sass.,  ascella,  log.  suisku  o  suirku  da  subhircu  Muss.  beitr.  99  n 
e  Salvioni  post.;  nel  mer.  suercu,  è    oscuro    1'  e. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Appunti  lessicali.  405 

sullingiilu,  cps. ,  filetto  della  lingua,  cfr.  to?,c.  soUìngoro  Fanf.  u.  t.,  da 
*sublingua  e  il  suff.  -ulu,  dissimilato  nel  tose,  in  -i(7-  (-or),  v.  lucch. 
Pieri  Xll  117. 

surroga,  sass.,  russare,  log.  surrayu  -are;  non  si  possono  disgiungere  dal- 
l'it.  sòrnaca  -are  e  sim.  Caix  st.  280,  donde  pure  il  tmp.  sórraka, 
p.  es.  drumm'i  a  sùrraka  dormire  russando,  il  crs.  epe.  surnahone  che 
russa  molto,  il  h^i.  surnakoìie  sciocco.  Però  nel  srd.  è  un'altra  serie 
di  voci  affini  di  suono  e  sign.,  che  debbono  aver  avuto  influenza  sulle 
precedenti  e  sono:  log.  sarra§u  -are  -osu  -au  raucedine  e  rantolo,  af- 
fiocare  e  arrancare,  rauco  e  rantolone,  da  *sub-raucu,  mev.  arrapai 
da  *ad-raucu,  con  aw  in  a  e  Vn  atono  in  a  per  assimilazione,  an- 
ziché con  la  concrezione  del  s-  riflessivo,  come  pensa  l'Hofm.  31.  Si  ha 
inoltre  log.  (Rosa)  surrusu  -are  mer.  surrùskiu  -iai,  in  cui  dovrà  es- 
sere commistione  di  surrafju  con  rusare  o  ruskidare  veduti  q.  s. 

svahà,  gali.,  disaccare,  vuotare,  *ex-vac-are. 

iakkeri,  crs.  bst.,  avventori,  e  takka  lavoro  della  giornata;  cfr.  fr.  tache. 

taddaja,  sass.,  balia,  log.  tadaja  tmp.tataja'^  dalla  voce  infantile  tata  cfr, 
Tappolet  op.  cit.,  e  tatta  registra  pure  Sp.  ve.  per  'sorella'. 

taddunag'u,  crs.  om.,  nome  dispregiativo  di  chi  ha  fatto  la  spia  e  ha  preso 
la  taglia,  detta  taddone  taglione. 

taddplu,  tmp.,  branco  di  pecore  o  di  majali,  sfadduld  sbrancarsi,  log.  ta- 
zolu  dirainut.  di  tasu,  mer.  tallii. 

tata  (a),  crs.,  in  fino,  bst.  a  tala  in  tera  fino  a  terra;  da  ad-talu  pas- 
sato a  funzione  avverbiale;  e  talu  con  nuovo  suflf.  riappare  nel  crs. 
talorchi  talloni,  gali,  ialolku. 

tàmbara,  crs.  om.  aj.,  pancia,  tambaroìie  pancione;  penserei  a  un  derivato 
da  tamburo  con  l'alterazione  di  u  in  a  fuori  d'accento. 

tanka,  tmp.,  sass.  e  srd.com.,  luogo  chiuso,  podere,  deverbale  da  tankare 
chiudere  ;   dal  cat. 

tarrànkulu  o  terrànkuhi,  sass.,  ragno,  non  altro  che  tarantola  con  scambio 
di  desinenza  e  reduplicazione  del  r;  cfr.  gen.  tankua  scorpione,  che 
è  *t<iankica  *  ta [rjanku/rja. 

tee  e  II  tic  co.,  crs.  csm.,  satollo  -are,  om.  tic  cu,  gali,  e  sass.  teccu,  gali. 
tic  cala  -ina  panciata;  cfr.  tose.  ant.  tecchio  Caix.  st.  626  e  gen.  ant. 
tecciu  Parodi  osserv.  s.  less  gen.  ant.  in   Giorn.  ligust.  XIII  8. 

tegga,  gali.,  schiaccia,  tagliola,  mer.  tezi;  non  altro  che  tegula,  v.  pel 
sign.  la  definiz.  di  'schiaccia'  nei  diz.  ital. 

teppa,  crs.,  masso,  tippone  sasso,  forse  la  stessa  voce  del  mil.  teppa  piota, 
zolla,  ecc.  Kort.  84.57;  e  per  quel  che  vale  sia  ricordato  anche  l'etimo 
teba  voce  sabina  addotta  da  Varrone,  Falc.  736 


406  Guarnci'io, 

Udiri,  sass.,  cercine,  su  cui  si  appoggia  l'anfora,  quando  è  portata  sul 
capo,  log.  tedile  mer.  tidili;  non  altro  che  sedile  con  la  documentata 
alterazione  di  s-  in  t-, 

tozza,  ers.,  macigno,  tozzi  roceie  ;  è  Vìi.  tozzo  Ascoli  I  37  n,  e  in  quanto 
dice  'corto,  schiacciato'  passa  nel  crs.  al  sign.  di  'pietra,  masso',  come 
in  it.  a  quello  di  'pezzo,  frusto'. 

tra§uliìm,  crs.,  portatore  d'olio  di  Balagna,  regione  ricca  d'olivi;  cfr.  srd. 
mer.  tra§u  peso,  traino. 

trampà  -eri,  tmp.,  sass.  e  srd.  com.,  ingannare,  -tore;  accattato  dallo  sp. 

trascattù,  crs.,  tralignare,  Falc.  588,  cfr.  it.  dischiattare. 

trassa,  sass.,  inganno,  trasseri  ingannatore,  tmp.  trassà  o  transà  nm.  139,  e 
pur  log.  e  mer.;  è  il  cat.  trassa  Kòrt.  828.5.  L'altra  serie  di  voci,  log. 
attrassare  mer.  -ai  ecc.  omettere,  differire,  contos  attrassados  conti  ar- 
retrati, ripete  invece  lo  sp.  atrasar  ritardare. 

tran,  gali.,  occhiello,  asola,  anche  mav.  tran,  log.  e  sett.  trauhu,  accattati 
dal  cat. 

trilla,  crs.,  indugiare,  log.  trinare  mev. -ai,  da  tricari,  Kòrt.  8360. 

trikatìa,  gali.,  bozzacchio,  log.  trihadìa  e  anche  terga  guscio,  baccello,  questo 
da  *thecula  per  via  di  *thec'la  *tecra,  e  quello  dalla  stessa  base 
con  una  desinenza  che  non  mi  è  chiara  e  torna  nei  log.  tegadìa  ta- 
gad'ia  tikadla,  tutti  per  'bozzacchione'. 

tringulà,  crs.,  tremare,  Falc.  588;  una  stessa  cosa  che  il  tose,  dringolare 
Caix  st.  309. 

truhedda,  sass.,  specie  di  zampogna,  log.  truvedda  ;  sarà  da  unire  col  pis. 
trohha  da  tuba  Pieri  XII  1.59;  ma  il  h  (v)  conservato  accenna  a  voce 
non  indigena. 

truvà,  tmp.,  marciare,  sass.,  truhba  marcia  via!,  log.  triivare  guidare  il 
bestiame,  stimolare  ecc.  ali.  al  mer.  truba  branco,  portai  a  truba  me- 
nare con  violenza;  si  collegano  con  Vit.  truppa  e  dal  sign.  di  'con- 
durre il  bestiame'  si  comprende  come  ne  discende  quello  di  'stimo- 
lare' e  quindi  di  'mandar  via',  ecc. 

truppià,  sass.,  torcere,  strizzare,  log.  troppiare  torcere,  comprimere;  siri- 
sale  forse  ancora  alla  base  dell' it.  truppa,  sp.  tropa,  e  per  la  significaz, 
specifica  cfr.  sp.  tropel  calpestio,  ntropellar  calpestare,  ripetuti  nel 
srd.  mer.  atropelu  -iai  ecc. 

truzzà,  crs.,  tagliare  a  pezzettini,  it.  ant.  truciare;  quasi  *tort-iare  Fle- 

chia  II  154. 
tumbà,  crs.,  uccidere,  come  sp.,  prg.  ecc.;  manca  alla  Sardegna. 
itine  à,  gali.,  nicchiare,  gemere,  log.  tuncu  -are  mugolio  -are,  istare  tunci- 
tunci  nicchiare,  mer.  zùnkiu  -iai  ecc.;  sarà   da   ragguagliare    col   crs. 
tufiu  tiiHU  j\It.  84,  d'etimo  oscuro. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Appunti  lessicali.  407 

tupizzu,  gali,  nuca,  collottola,  sass.  tnbbezzu,  log.  sett.  tiibizza;  la  seconda 
parte  della  voce  accennerebbe  a  un  ^cuppitiu  da  cuppa,  cfr.  gen. 
hupi'issu,  ma  la  prima  sillaba  richiama  alla  base  top-,  donde  il  fr. 
toupet  e  sim.,  onde  sarà  incrociamento  delle  due  voci.  Hanno  lo  stesso 
sign.,  da  basi  diverse,  il  log.  tuju,  mer.  ziipu,  nuor.  truku  o  turku. 

vafji/anu  -a,  sass.,  scapolo,  nubile,  tmp.  vagganu  log.  bajann  a  Orane  ba- 
kicìiT,  il  mer.  bagadìii  -a  scapolo,  libero,  che  è  pure  di  qualche  varietà 
log.*  Kòrt.  app.  8540,  non  può  essere  che  *  vacati  vu  da  vacare, 
quasi  'vacuo,  vuoto',  e  riferito  a  donna  'vergine,  ragazza'  e  poi  esteso 
ad  uomo  'scapolo',  cfr.  log.  donna  baéjant'ia  che  non  ha  figliato,  trap. 
oakantìa  sterile,  leccese  ahant'ia  fanciulla  da  marito,  ecc.  Anche  nell'al- 
tra serie  entrerà  un  derivato  di  vacare,  che  non  mi  è  ben  chiaro. 

valkii  vàlkalu  e  anche  falku ,  crs. ,  fiore  campestre  ;  cfr.  log.  barkii  gali. 
balku  e  con  r-  in  s-  log.  basku  viola,  basktc  ruju  mammoletta,  basku 
doppiu  violaciocca,  probabilmente  da  mandare  col  gen.  bdihii,  ma  l'etimo 
non  ben  sicuro. 

vìhulu,  gali.,  culla,  crs.  vlkulu  bst.  békiilu,  cfr.  trent.  végol,  da  vehiculu. 

volpe,  sass.,  vossignoria,  log.  vosté,  mer.  vostei  vostetti;  sono  lo  sp.  itsted  al- 
terato per  via  di  vos. 

zakkalòy  crs.,  vocativo  dispregiativo,  zakkalona  impiastrata  di  fango;  cfr. 
it.  zàccaro  fior,  zàcchera  Kòrt,  1452. 

zaru  o  zeru,  crs.,  specie  di  pesce,  in  qualche  varietà  anche  zarli  o  zerli\ 
è  Vìt.zarro  o  zerro,  srd.  com.  garrettti  o  zar-,  da  gerres. 

zdzzara,  trap.,  chiacchiera,  sass.  e  srd.  com.  cdccara;  ripetono  lo  sp.  eha- 
chara,  e  il  log.  ha  pure  cdncara  con  la  doppia  cons.  risolta  in  nas. + 
cons.  cfr.  nm.  139  e  Ascoli  II  150  n.  .r 

zembu  -a,  crs.,  gobbo  -a,  gen.  zenbu,  da  gibbu  ali.  a  gubbu,  donde  it. 
ant.  gamba  -eruto  ecc  Parodi  rom.  XVII  52.  Un  incrociamento  delle  due 
basi  è  nel  log.  zutnba  -osti,  mer.  zù»iburu  ecc.  Il  sass.  e  alcune  varietà 
log.  hanno  inoltre  zurumba  -one  -osu,  che  risulta  dalla  fusione  di 
zìimba  +  rumba  altra  voce  per  'gobba';  questa  co' suoi  derivati  non  si 
può  separare  dal  mer.  rùmbulu  -ai  -ani  e  sim.  già  veduti  sotto  ar- 
rumbatii. 

zanna,  crs.  bst.,  picco. 

zerfja,  crs,  stizza,  collera,  anche  gergo,  bst.  zergosu  collerico;  dallo  stesso 
etimo  dell' it.  zerigare  molestare,  con  cui  andrà  forse  anche  il  log.  at~ 
turiffare,  cfr.  per  ora  Caix  st.  661. 


*  Notevole  il  log.  die  de  bagadiu  giorno  festivo,  col  'de'  preposto  all'ag- 
gettivo; cfr.  il  gen.  gurmi  d'ovei,  o  de  vei  diurnus  operili  s  Parodi 
et.  gen. 


408  Guarnerio, 

Sila,  crs.  csm.,  focolare,  oni.  zirlila  -onu;  ò  la  stessa  voce  che  il  tose,  giglia 
per  artiglia  argilla  Fanf.  u.  t.  Non  fa  difficoltà  i-  per  //-,  cfr.  ger^a 
ali.  a  zer^a  e  sim.,  e  quanto  al  sign.  già  il  VI.  56,  pur  comparandolo 
erroneamente  col  tose,  teglia  t\\  t itile  ecc.,  notava  'cosi  chiamasi  nel- 
l'interno dell'isola  il  focolajo,  perchè  formato  d'argilla  impastata,  che 
s'assoda  al  fuoco  entro  una  cassa  quadra'. 

éimbinà,  crs.  bst.,  lavorare  assai;  è  il  gen.  gnmina. 

zingà  (u  fgkii),  crs.  bst.,  attaccare  il  fuoco,  ali.  a  zingu  rovo  e  metaf.  pre- 
testo, inzingiinata  strappo  Mt.  63,  cfr.  \t.  ìnzigare,  vcàì.  sinzi()à  e  in- 
^i(J(',  che  valgono  pure  'attizzare'. 

zinziku,  crs.  csm.,  poco,  inezia  e  sim.;  da  ciccu  con  reduplicazione  rin- 
forzativa;  cfr.  per  la  prima  parte  il  tose,  zinzino  e  per  la  seconda  i 
log.  tihhìi  e  azigu,  campob.  zica,  ecc. 

ziru,  gali,  e  mer.,  giarra,  orcio;  è  pur  del  vocab.it.  Caix  st.  662. 

zunfà,  crs.,  voce  burlesca  per  'picchiare';  si  ragguaglia  con  l'it.  zombare 
dar  delle  busse,  \og.  azzumbare  o  inzumbare  cozzare,  urtare  col  capo 
e  mer.  aitumbu  -ai  ecc.;  cfr.  Arch.  Ili  379  e  Kòrt.  8238. 


§  V.  APPENDICE. 

Saggio  di  trascrizione  di  testi  vivi. 

A.    Sassaresi. 
1.  kuntaddu  di  ru  sari^. 

liilpu  ora  un  re  e  kand'era  in  làura  kun  tutti  e  tre  li  viìgri  à  dittu:  «  ka 
l'è  di  datti  e  tre  ki  ini  bg  piii  be'?»  n' e  i.iidda  la  manna:  <i  eju  ru  Ifglu 
^e'  hant' e  l'gcci.»  l'alpra:  «hant'  e  la  ^idda.»  e  la  minori:  «eju  a  babbu 
meju  ru  Ifgìu  be'  hument'  e  sari  in  karilp'ta.»  iìihuménzani  a  mari na Ila , 
hi  la  vilgra  era  un'  impulpgra  e  ki  lu  l}ur'ia  be'  hument'  e  sari  in  ka- 
riipia.  «zi  la  bgggani  fora,  huntenti  cddi  hi  zi  l'ani  kazzultadda.  ma  li 
daH  dejii  lu  galpiggu  a  lu  re,  hi  e  guntu  mezzu  geggu  e  e  andaddu  a 
ru  ^untinenti  a  kurassi.  da  §i  zi  l'ani  bugadda  fora  hidda,  hument' e  a 
di,  s' e  huju^adda  kun  un  furilperi  e  sinn'  e  andadda.  da  gi  hiddu  e  pal- 
piddti  geggu,  no  a  uni  kadizzi  ki  i' ra  lukanda,  uni  era  la  vilgra  kuju' 
ìfadda  hu  ru  lukanderi,  e  afy'ia  dittu  a  li  viìgri:  «eju  andu  a  fgra  a  ku- 
ramnii  kilp'  gcci,  hi  no  veggu.»  da  gi  eri  da  a  vil[)U  ru  babbu,  no  s'è  dadda 


*  Raccontata  da  Speranza  Satta,  di  Sassari,  analfabeta. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Testi.  409 

a  kunnis'ì  e  à  diltii:  ubai',  kilpii  r  babbu.»  e  à  humandaddu  a  ri  gitz inerì 
di  fa  tultu  bambù,  dabbgi  ki  l'ani  appariccaddu  e  à  manaddu  duttu  senza 
sari:  «ebbe,  hiiìdu  s'inori,  pia^uddu  r'  e  lu  rikattu  ?  »  e  eddu:  ai!  hi  era 
rikattu  bnnu,  ma  no  v'  era  sari  e  no  sijoia.  »  tandu  si  so  rihunisiddi.  «  eju 
sof/P/u  ra  viTpra,  kidda  gi  hi  burla  be'  hument'  e  sari  in  karilpia  e  tne'  s'u- 
reddi  m'  atii  marìnaddii  e  eju  abd  vi  l'aggu  fatta  a  polpa  di  no  'punì  sari 
i  ru  rikattu.»  e  lu  re:  «.adiinka  s'ei  duni!  flora,  no  e  kùjpa  meja,  e 
kvjpa  di  ra  famiria,  ki  ni' à  impiinzadAu»  e  di  ru  .dlpiaieri  li  fyeni  un 
dlmmaju. 

2.  kuntaddu  di  la  fémmina  ki  si  fes'i  lu  mariddu 
kun  li  s'g'  mani  *. 

kilpa.  era  una  gotfana  e  no  si  bulla  mai  kujubà,  finz'  a  ki  abùssia  auddu 
un  ommu  fattu  da  li  s'g'  mani,  tandu  piladdu  un  pani  s' inkammina.  ar- 
ri^idda  a  un  buhhu,  inkontra  un  ommu  beccu,  ki  li  disi:  «a  uni  andi?» 
e  edda  ripgndi:  «e  bon' om,mu  ìneju,  soggu  jirendi  mondu  in  zehiia  d'un 
ommu  fattu  da  li  me'  mani.  »  tandu  lu  beccu  li  diii  :  «  vai,  no  aìjare'  a 
ilpà  assai  a  inkuntrd  pa  lu  gamminu  una  femminedda.  »  e  l'omm,u  e  tpa- 
riddu.  kidda  gol^ana  si  boni  dorrà  in  kamminu  e  inkontra  fnajmenti  la 
femminedda,  ki  li  disi:  «vai,  ai  a  inkuntrd  una  vuntana  e  inkil^i  impalpa 
di  lozzu  l'ommu;  abbaidda  paro  ki  t' ani  a  camà  tanti  ìjozi,  ma  tu  no  ri- 
pundl,  hi  si  no  n'abarai  mali.  »  arrida  a  la  vuntana  e  inkilji  iìiliuménzani 
tanti  Ifozi,  ki  insulj)àl^a)ii;  ma  edda  no  ripondi  e  si  botti  a  fa  l'  om,mu. 
l'ommu  di  derra  era  ga  fattu  e  ihhudendi  tre  ko'jpi  di  vilpigitta  li  dazi  la 
razoni;  e  li  ^o'zi  s'ùbbidu  si  galani,  la  goljana  kun  l'ipgs'u  sinn'  àndani  a 
la  bifida,  no  v'erani  ankgra  arribaddi ,  kandu  li  t)eni  in  kabbu  a  l'ipgs'u 
d' andà  a  la  s'g'  ziddai  e  la  mujeri  A  akkunsintiddu  dizendi:  «vai,  fa  tuttu 
lu  gi  voi,  ma  no  ti  bazà  a  nisunu,  ki  si  no  t' immintikeggi  di  me.  »  lu 
mariddu,  ki  si  gamaì}a  disideri,  rdripglj)u:  «ai  a  vide'  ki  no  abaraggu 
a  bazà  a  nisunu.»  edda  da  gi  disideri  e  palp)uddu ,  edda  e  ilpadda  in 
kampaiia.  disideri  arrilfa  a  la  s'g'  bidda  e  li  s'g'  parenti  si  l'ani  fyazaddu 
e  da  lu  mumentu  s'è  immintigaddu  di  maria,  la  muleri,  e  s'  e  kujuìjaddu. 
maria  dabbgi  d'albe'  tantu  aipittaddu,  pensa  lu  §i  era  imduddu  akkadi  e 
piììendi  s'i  boni  in  kamminu  in  zehiia  di  disideri,  kantendi:  «e^a  di  tre 
funtani  —  ipiìii  di  tre  pedi  —  ziiìhendi  a  disideri  —  e  disideri  no  in 
Igg^u.  —  dabbgi  d'aì}/^'  kussl  tantu  pientu,  inkontra  un  ommu  lieccu,  ki  li 
disi:  «e  ki  ai?»  «e  bon' ommu  meju,  e  ki  aggu  alfe'?  eì}a  di  tre  fun- 
tani ecc.»   edda   ripundla.  «e  kos'a   l)g   di?»    li   dizi    lu    Ifccu.  effa   di  tre 


*  Favoritami  da  un  mio  scolaro  di  Sassari. 


410  (Tiiarnerio, 

funtani  ecc.  »  cclda  rlpimdìa  sempri.  tandu  hi  ^eccu  li  dazi  una  nizzgla  e 
li  diii:  «vai,  ki  aìjaro'  a  inhuntrà  una  femmina  becca.'»  maria  sempri 
hantendi  la  s'o'  knnzona  sigi  a  kamminà  e  l'inhontra  kidda  femmina  becca 
e  li  dizi:  «e  hos"ai?»  «  eì)a  di  tre  funtani  ecc.»  edda  rìpundia.  «e  hos'a 
ì)g  di'?»  li  dumanda  la  becca  e  li  dazi  una  méndula,  dizendi:  vai,  yn  t' d 
a  inkuntrà  kiss'ommu  beccu.»  maria  sempri  dizendi  la  s'g  kanzona  sigi 
a  kamminà  e  inkontra  dorrà  un  onimu  beccu,  ki  li  dumanda  lu  matessi  e 
li  dazi  una  nozi  e  li  dizi:  «vai,  entra  i'  la  ziddai,  hi  inkqntri  inhif^i  vi- 
zinu  e  allòggaddi  in  kissa  ulpera,  ki  e  a  peci  a  kissu  gran  palazzu;  in- 
ki^i  v' e  disidrri.  pós'addi  e  mana,  la  brimma  dì,  la  nizzgla,  hi  ga  t' à 
dadda  V  nmìnu  beccu,  la  s'i§iinda  dì  la  méndula,  ki  t' d  dadda  la  fémmina 
e  la  delza  di  la  nozi.»  maria  ihhglpa  li  baratili  di  V ommu  e  sinn'anda 
pinendi  e  kantendi  la,  s'g'  kanzona  fnz'  a  hi  à  auddu  V  ulpera.  inhibi,  la 
di  infatlu,  sinni  fala  a  hi  vóndagf/u  e  ilìlncca  la  nizzgla  e  n'esi  un  g'in- 
dalii  d' oru  e  edda  si  boni  a  ingumiddd  hun  lu  filu  d' gru  matessi.  la  s'ijvi- 
dora  di  lu  balazzu  d' a  gcci,  uni  era  disideri ,  s' accara  a  la  ganzona  di 
maria  e  l'à  vilpa  ingumiddendi.  inkantaddM  a  kidda  ^ilpa,  entra  kur- 
rendi  a  undi  la  baddrona  e  li  dizi:  «accdrias'i,  la  baddró ,  inki^i  a  gcci 
v' e  una  femmina  hun  un  §indalu  d'gru;  duniàndia  a  vide'  si  lu  ì^endi.» 
«i!  no  n' aggu  bilpu  mai!  meTu  di  lu  nglpru  sarà!»  «accdrias'i  a  vide', 
torra  a  di  la  s'ijvidgra,  ki  e  beddu  assai.  »  la  baddrona  a  tanti  prigadórii 
s' accara  e  relpa  edda  bum  marabiladda  e  li  dumanda  si  lu  bindia.  «inora 
si,  rtpgndi  maria,  ma  no  pa  dina,  ma  pa  drummi  una  notti  kun  tg'  ma- 
riddu.  »  «  i  !  abbaxdda  a  vide! ,  dizi  la  baddrgna,  hi  no  ti  vgzzu  drtimmi  una 
ngtti  hun  me'  mariddu?»  «e  lassiala  drumm'i,  dizi  la  s'ijvidgra;  un  po^^u 
di  drummitgriu  e  eddu  no  sinn'abbizza  nemtnanku.»  tandu  la  baddrgna 
n  akkunsintiddu  e  pila  lu  glndalu;  e  la  ngtti  à  daddu  hi  drummitgriu  a 
lu  mariddii.  dabbgi  gi  era  drum,middu,  ni  li  bilani  la  Mandela  e  fàzini 
intra  a  maria  e  eddi  si  zi  gghhani.  maria  viljìas'i  s'gla  hun  disideri, 
ihhumenza  a  pini:  «  e^a  di  tre  funtani  ecc.»  hussi  z' e  passadda  tutta  la 
ngtti  e  lu  manzanu  pa  tempu  sinni  bes'a  e  sinn' anda.  la  di  infatlu  tala  la 
méndula  e  n'esi  una  nàjpa  kun  un  fusti  e  edda  si  boìii  a  najpà  filu  d'gru. 
suzzedi  lu  ynatessi  di  lu  gindalu  e  hunkgldani  di  vindillu  pa  drumìnì  tnrra 
ku'  lu  mariddu.  maria  tutta  la  ngtti  pieni,  k'intendi  la  s'g'  kànzgna;  e 
fattu  dì,  edda  sinn' anda.  li  barrunzeddi,  hi  ariani  intindidda  kilp)a  ^ozi, 
dwnàndani  a  disideri  kgs"era,  e  eddu  rlpgndi  ki  no  at/ia  intes'u  nienti. 
li  barrunzeddi  li  fàzini  kridi  hi  e  veru  d'aQe'  intes'u  in  kas'a  s'gja  una 
ì)gzi  di  pientu  kun  un  kantu  e  ki  era  ga  dui  ngtti  ki  l'ariani  intindidda. 
maria  intantu  la  delza  dì  a^ìa  taladdu  la  nozi  e  n'  e  isidda  la  zgzza  hun 
li  btiddigini  d' gru.  suzzedi  lu  matessi  di  la  nàjpa  e  fnajmenti  pa  la  pri- 


Il  sassarese,  il  gallarese  e  il  còi'so.  Tosti.  411 

yadória  di  la  s'ijvidgra  akkunséniini  hun  dalli  hi  drumtnitoìHu.  la  notti 
parò  disideri  faii  vinta  di  niatià  e  mulprendi  d' aì)e'  sonnu  sinn' anda  a 
hdhhassi  e  la  inuìeri  ni  li  bila  la  ijandela.  dabboi  maria  intradda  in  l'ap- 
jìKò'enta  di  disideri,  iìiliurnenza  la  s'o'  hanzona.  disideri,  hi  no  era 
dritniiniddit ,  ilpazia  attentic  a  li  baràuli,  ki  no  pudia  kumprindl.  dabboi 
ab>;ndi  intes'u,  faSi  vinta  d' ièiddassi  e  dumanda  a  maria  humenti  era 
'Ipaddu  la  s'o'  andadda  d' inkuntrassi  inkiddà.  maria  li  diii  tuttu  lu  §un- 
taddu  e  dabboi  piJaddi  tutti  li  dina  kun  la  zozza,  lu  fjìndalu  e  la  nàjpa 
ku'  lu  fus'u  d'orti  si  ni  fùgyini.  lu  rnanzanu  la  tnuleri  ku'  la  s'ijoidora 
so  andaddi  a  lu  lettu  di  disideri  e  no  vi  l' inkóntrani.  disideri  kun 
maria  sinn' rrani  andaddi  e  vìmini  in  pazi.  dabboi  di  la  kimtintezia  so 
molpi  tvuljjéndis'i  a  dui  àjburi  di  sàlizi,  ki  ankgra  vicini  beddi  a  fianku 
di  la  vuntana,  inni  maria  fesi  a  disideri .  a  me  ani  fattu  un  pa(jyu 
d'illliapi  di  pabiru  e  a  kandu  a  kas'a  no  n'alia  più  firu. 

3.  la  fora  di  ru  s'ajpenti  *. 

kilpu  era  un  re  e  a^ia  tre  fiìgri  fhnmini  e  palihi  erani  beddi  ru  babbu 
r' a^ia  fattu  un  kalpeddu  avvizimi  a  ru  s'g'  parazzu.  e  kilpi  tre  fiori  erani 
drent' a  ru  yalpeddu  in  manera  ki  no  pudiani  innamurà  kun  nisunu.  lu 
babbu  e  andaddu  una  ìjgljia  a  galdinu  a  puntu  di  mezzu  di;  sendi  tpas- 
siggendi,  l'è  isidda  una  ì}q'zi  camèndÀru  pa  innommu:  antqni,  pa  tre  volpi, 
lu  re  si  bglpa  e  no  vedi  a  nisunu.  in  allora  e  andaddu  da  ri  viJgri  di- 
fendi :  «seddi  ffoi  ki  mi  gameddi?  »  «no,  babbu,  e  palilii?»  «paìihi  oggi 
a  mezzu  di  era  in  galdinu  e  agg'  intes'u  una  fyozi  e  aggu  pinsaddu  ki  fus- 
siadi  ^pi.»  li  viJgri  ani  dittu:  «no,  babbu,  noi  semmu  tankaddi  kumenti 
z' à  dassaddu  bolpé.»  lu  babbu  à  manaddu  in  famiìHa  e  si  ritira  a  kùm- 
raara  s'gja.  lu  duntani  e  andaddu  a  galdinu  a  ru  matessi  rg^gu  e  à  intes'u 
camà  di  ngl}u  pa,  tre  volpi:  antoni!  kilp' ommu  e  andaddu  tgrra  in  giru 
pa  ru  galdinu  pa  vide'  kidda  ì}ozi  e  nudda  no  A  vilpu.  in  allgra  e  andaddu 
da  ri  vilgri  dizendi:  «a  kantu  e  a  kantu  s'eddi  l}gi  ki  ini  gameddi,  palihi 
arimani  e  gggi  ni'  e  isidda  ra  matassi  ^ozi;  diddimi  si  seddi  l}gi  ki  mi  ga- 
meddi. »  «  no,  babbu,  no  sem,mii  ngi.  »  àndani  a  taura  e  dabbgi  si  dorrà  a 
ritira  i'  ra  ^ammara  s'gja.  la  dezza  di  tgrra  a'  ndà  a  galdinu  e  tgrra  a 
intindi  la  t^gzi,  ki  ru  gamal^a  pa  tre  vglpi:  antgni!  in  allgra  ru  re  à  fattu 
ra  zelUia  pa  tuttu  ru  galdinu.  girendi  girendi  drent'  a  un  imbuhìiiddu 
d' àjburi  à  abbaiddaddu  e  a  viljju  kiljju  ^ran  sajpenti  e  l'gmmu  à  tri- 
maddu:  «sajpenti,  sei  du  ki  mi  gammi?»  «si,  sg^^' eju  hi  ti  ganinm.» 
«palihi  mi  gammi?»  «palihi  vglu  una  di  ri  to'  fìjgri  a  muìeri  e  si  no  mi 


^  Raccontata  dal  muratore  Giuseppe3  Oggiano  di  Sassari. 


412  Guaniorio, 

ra  dai,  tempii  a  Ira  di,  tic  sei  mplpu.  »   in  allora  ru  re  si  ritira  in  kàm- 
mara  s'pja.  li  vilpri  hi  l' aipittàìf  mi  a  uiaui'i,  da  fi'  ani  bilpu  l'ora  passadda, 
ni  s'<2  isiddi:  «a  no  veni,  babbu,  a  kiljj'pra?»  tandu  e  andadda  ra  mamia 
a  lini  era  ru  babbu  e  l'  à  vilpu  pus'addu  i'  ni  s'p'  kaddrioni  piilendi  e  r'  à 
dittu:  «.kos'e,  babbu,  hilpu  pientu  ki  volpe   fa;i  ?  »   lu    babbu  a  rtppljm  : 
«  vaii  e  maneddi  e  ilpeddi  allePiri.»  la  vilpra  ripnndi:  adìggiami  ni  g' à, 
ki  ni  Impili  sabbe'.»  in  allora  ru  babbu  à  dittu:  «  kidda  bo:i  gi  m'  e  isidda 
in  galdinu  era  da  un  gran  sajpenti  e  vp  una  di  ri  me'  ftlpri  a  muìn'i,  si 
no  tempii  a  tre  dì   eju  soggu  mpipu.»  e  la  vilpra  à  rippipni;   «tutt'  alpini 
vozzu,  ma  d'ipus'd  un  sajpenti  no.»  tandu  s'è  ritiradda  ku   l'alptri  s'u- 
reddi  senza  di  nudda  e  ani  manaddu  in  pari,  a  l' aipjra  di  infattu  torrani 
a  alpittà  lu  babbu  a  mafia  e  da  gi  no  ru  bédini  bini,  e  andadda  ra  vilpra 
mizzana   a   kàmmara  s'pja   e   viipju    F  à  pinendi.    la   vilpra   ru  priggnta: 
<(  kos'e  ru  g'à,  babbu?»   «no  aggu  nudda;   vaH  e  maneddi  e  ilpeddi  al- 
legri.» ma  dabbpi  ki  la  vilpra  si  boni  a  pini,  a  pari  di  ru  babbu,  eddu  a 
dittu:  «e  no  vididdi  ki  kidda  boii  gì  ni'  e  isidda,  era  da  un  gran  sajpenti, 
ki  varia  una  di  ri  me'  fuori  a  miijeri?  tu  no  ru  boi  pa  mariddii?»  «no.» 
«  tandu  dasse'ddimi  kumenti  s'óggu.  »  la  dezza  di  e  andadda  ra  vilpra  mi- 
nori a  ra  §àmmara   di  ru   babbu   e   l' à  vilpu  pinendi  e  disia:  «kiipja    e 
V  l'ilpima  di  meja.»  tandu  ra  vilpra  l'  à  prigaddii  di  dilli  kos'e  ni  g' af^ia 
e  a  tanta  prigadcria  à  rlppipìu:  «kidda  bozi  era  da   un  gran  sajpenti,  ki 
viirìa  una  di  ri  me'  fiìpri  pa  m,ul(rri.  »  «e  pa  gissii,  babbu   pieni?  eju  pa 
libarallu  ni  bplii  tpiis'à  eju.  »  tandu  gi  ni  babbu  à  intes'ii  gilpa  bar  àura, 
e  faraddii  kiin  erìda  a  galdinu  e  andaddi  s'g  a  kiddu  maccoìii ,  uni  v'era 
ru  sajpenti.  a  sei  du  ki  mi  ^pi  pa  muleri?  »  lu  s'ajpenti  rtpondi  di  si.  tandu 
à  rlpplpu  cdda:  v  faradinni.»  si  ni  farà  e  andani  in  pari  kii'ru  s'ajpenti 
in  kàmmara.  lu  s'ajpenti  e  ilpaddu  ritiraddu  in  un  appus'entu  a  ra  s'pra 
e  eddi  s'o  andaddi  a  mand  tutl'in  famiria.  kand'ani  ìnanadxiu   ru  babbu  e 
edda  s'o  andaddi  dorrà  a  r' appus'entu  di  ru  s'ajpenti  dizéndiri:  «sajpenti, 
noi  afpdeìnmu  a  punt'a  pttu  d'i,  kantu  kumbidemmu  tutti  ri  nplp)ri  parenti  » 
lu  s'ajpenti  à  ripplpu  ki  emmii.  hi  re  à  kumbidaddu  tutti  ri  s'o'  parenti  e 
ankpra  l'amigli,  dize'ndiri  ki  da  inoggi  a  pttu   di  ipus'aba  ra  vilpra.  tutti 
a  kidd'pra  appuntimi  s'o  ilpjaddi  pronti  a  r'ipus'ariziu.  vénini  e  no  védini 
ne  l'ommu  ne  ra  fémmina   afpdendi;   lu  mezzu   di  vénini  a  matìà ,   tutti 
erani  a  tàura  e  no  videndi  r'ipps'u  ni  s'g  iHddi:  «e  kumenti?  l'ìpps'a  z'e 
er'ipps'u  no?»  tandu  lu  re  à  dittu:  «a^à  veni  r'ipps'u,  ma  dununìi  ilpoggia 
a  ru  s'o'  ppljju.»  akkollu  ki  védini  isì  kilpu  gran  sajpenti;    la  jenti  tutta 
assulfjadda  e  fuggendi,  ma  lu  re  à  dittu  s'ùbbidu:  «iljieddi  féjmi  uni  s'eddi 
e  no  àggaddi  nisuna  barua.  »  kandu  e  ilpaddu  finiddu  ru  manà,  vi  s'g  il- 
paddi  ri  baddi.  dabbpi  veni   l'pra  d'andà  a  kiihhassi;   dununu   e  andaddu 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Testi.  413 

a  ritiru  e  edcla  gi  s'è  vilpa  s'ora  hu  ru  s'ajpenti,  a^ia  pania  di  kuhhassi. 
cdda  s'i  boni  a  prigà  e  ni  s'ajpenti  ki  sinn'e  abbisiaddu  à  diilu  :  «  abbi/u 
iiieju  ki  tu  'li  barua?  si  no  in'ihhubiabi  ti  burla  ihhubià  una  ^Qs'a  ìneja, 
mo  no  volli  a  tradimmi.  »  allora  ra  gqbana  sinn'e  pis'adda  :  «  tu  da  me  no 
sarai  iJihubiaddu,  balpa  ^i  ini  ru  difjtji.'»  eju  no  soggii  s'ajpenti,  ki  soygu 
krilpianu,  kumenti  s'ei  du,  ma  e  piniddenzia ,  k'eju  de^u  fa  e  ankgra  vi 
iioni  tre  ìnes'i.  si  eju  s'araggu  tradiddu  primma  di  ri  tre  mes'i,  torr'a  prin- 
cipici la  piniddenzia  k' e  pa  tre  anni.»  tandu  edda  à  fattu  guramentu  §i 
d.a  edda  no  saria  iljjaddu  ihhubiaddu  e  eddu  s'è  ìpuladdu  di  ra  ì^ilpimenta 
di  s'ajpenti  e  era  un  godami  ki  no  zi  n'era  xm  alpru  più  beddu  di  gilpu. 
tandu  si  s'o  kulihaddi  e  si  {>  n~iani  più  be',  lu  mansanu  s'à  pgljni  torra  ra 
bilpnmenta  di  s'ajpenti  e  esi  fora  di  ra  gàmmara  kun  edda  a  brazzettu  e 
ri  s'ureddiani  ditlu:  «.  abbaidija  r'affrizioni  k' a  a  kilpu  s'ajpenti  !  »  duna 
d'i  ièìani  ìpassiggendi  in  pari  ìnaridd'e  muleri.  li  s'urcddi  g'ani  bilpu  sem~ 
pri  gussl  dizìani:  «abbaidda  kaatu  si  vani  be'  tutCe  dui;  bisoùa  ihhubid 
ra  notti,  kandu  s'i  gghhani,  a  vide'  s'è  krilpianu  o  sajpenti.  »  kiljni  ilpazia 
sottu  e  eddi  sobbra  e  ri  s'ureddi  ani  fattu  un'ilpampa  i'  ru  suraggu  a  flru 
a  ru  rettu  e  vìlp' ani  ra  notti,  kandu  s'è  ìpuladdu  ru  s'ajpenti,  k'era  un 
beddu  gobanu.  li  s'ureddi  diziani:  «  e  noi  no  r'abemmu  vuruddu,  kridén- 
diru  a  veni  un  sajpenti!  ma  dumani  ni  dimmii  a  ru  guzineri ,  ki  i'  ru 
piatili  dA  ru  s'ajpenti  e  di  ra.  muleri,  vi  bongia  ru  drummitóriu.  kandu  eddi 
sarani  kulihaddi ,  noi  intremmu  e  ni  ri  bilemmu  ra  ^il/jimenta  di  ru  s'aj- 
penti e  vi  ra  bruzemniu.  »  e  kussi  ani  fattu.  he  manzanu  si  s'o  isidaddi  ki 
ru  s'ori  era  mannu,  dizendi:  «.maria,  abbaidda  kant'  e  taldu ,  una  gos'a 
ki  no  mai.»  eddu  sinni  bes'a  pa  vilpissi  e  no  inkontra  ra  biljji menta  e  dizi: 
«ga  m.'ai  tradiddu,  maria!»  salpa  da  ni  baììTtoni  dizendi:  «no  zi  bida- 
remmu  mai  biù!»  inkil/i  n'esi  edda  pinendi  e  sinn'anda  a  un' e  ru  re  di- 
fendi: «lu  s'ajpenti  meju  sinn'e  fuggiddu.»  lu  babbu  d  ripplpti:  «anzi, 
kissa  e  ra  npljjra  alligrìa.»  no,  eju  andu  a  zilihallu,  pahlii  aggu  s'ajvaddu 
a  volfjé,  fìn'a  ki  r'inkóntria.  »  lu  babbu  sempri  rìpund'ia  a  iljjassi  in  kas'a 
spja,  ma  la  vilgra  dizia:  «eju  bglu  un  kabaddu  e  un  poggu  di  dina  pa 
andd  fin'  a  hi  rinkóntria.  »  kussi  d  fattu  ;  edda  s'i  ni  palpi  e  ilpazi  s'ei 
mes'i  aìidendi.  a  ri  s'ei  mes'i  azza  sobbra  un  monti  e  si  boni  a  camd  pa  tre 
volpi  ru  s'ajpenti,  ki  li  ripondi  d'andd  a.  ValJ)ru  monti  k'  era  più  avvizimi, 
uni  l'd  auddu  sotCuna  macca,  k'aì^ìa  fallii  torra  la  l/ilpimenta  di  s'ajpenti. 
eddu  dizìa:  «gei  S''i  gunta!  no  sei  du  ki  m'ai  tradiddu,  ki  so  ilpaddi  li  to' 
s'ureddi.  aljà  kos'a  fai  kun  meggu  ?  si  iljjai  kun  meg[)u  bisona  ki  mani  éjba 
kumenti  ra  manti  eju.  ti  breggii  tandu  ki  tinn'andi  a  kidd/i  ziddai  vizina; 
te'  kilpu  diamanti  e  kandu  tu  aì}arai  bisonti,  kal^adiru  da  diddii,  ki  ru 
diamanti   ti  ripondi,    in  kilpa  ziddai   def^i  ilpà  dui   anni,  sei   mesi   manku 


414  (jiiarnoi'io, 

tre  dk.  kandu  tu  aitare'  finiddji  hilpu  dempu,  tu  veni  a  inagrì,  pallili,  la 
me'  piniddenzia  iandu  fni.  »  rdda  palpi  e  e  andadda  a  kas'a  di  un  ^xinat- 
teri  difendi  si  si  piJà^ani  iota  s'ijoidora.  lu  panatteri  rìpundìa:  «hi  sijvi- 
dora  al}emìnu  a  pila,  hi  kilpa  f/gtta  di  ru  bani  k'a^emimi  fattu  e  ga  hu'in- 
dizi  di  e  senza  pudcllu  vindi?  »  e  cdda:  «pijeddimì,  hi  sa  hi  videndi  una 
hedda  gof)ana,  dununu  no  akhùdia  a  pila  ru  b  mi.  »  e  piìadda  ì'' ani.  handu 
edda  e  iljjadda  drentu,  diii  a  ru  p)anaUpri:  u  pìileddi  tantu  triggu  e  piìeddi 
ankgra  aljìri  dui  gobani  pa  fallu  s'ùbbidu  in  pani.  »  lu  baddronu  li  rì- 
pundìa: uabbaidda,  filpra,  humenti  fa^eddi  ;  tu  matessi  vedi  ki  hilpu  bani 
hi  z'  e  no  si  pg  manà  di  hantu  e  tglpti.  »  e  edda  forra  a  rìpundi  di  fa  hu- 
menti dista,  hi  ru  bani  ga  n'isia  duttu.  fati' ani  ru  bani  e  tandu  si  bo^ga 
ru  diamanti  da  diddu  e  dihi:  «diamanti,  tutti  gìddi  hi  pììani  bani,  vén- 
giani  a  kilpa  buttreja!  »  a  hiljìa  baràula  tutta  ra  jenti  andò,  a  inhiddd  e  di 
gantu  era  r' aburgttu,  s'ililuidiani  a  puni.  hilpu  era  hgs'a  di  duna  di  e  ri 
panatteri  s'g  i/unti  gran  rihhi.  una  di  hilpd go^ana  e  andadda  a  ru  ìnaUliaddu 
a  humparà  harri.  drent'a  ru  malihaddu  v'era  un  hapitanu  un  finenti  e  un 
ufiziari  e  l'ani  abbaidadda,  difendi:  «  hi  bedda  go^anal >'>  l'ufiziari  à  dittu: 
«si  vinìa  hun  -ìneggu  ri  dazia  vini' ilihicdi.  »  lu  Unenti:  «  eju  ni  ri  dazia 
huaranta.»  e  lu  hapitanu:  «eju  sissanta.»  kidda  d  intesti  tuttu  e  dizi: 
gggi  bglu  r' ufiziari  a  ri  dezi.  »  kussi  a  l'ora  fssadda  e  andaddu  r^ufìziari 
e  hand'eddu  era  drentu,  §dda  r'à  d/ittu:  «  alpe'ttia  tin  mumentii,  hantu  ab- 
baiddu  si  ri  baddroni  s'o  drummiddi;  pila  intantu  hilpu  burattu  e  burat- 
tegga.  »  handu  r'ufziari  al^'ia  ru  burattu  in  manu,  si  kaba  ru  diamanti  di- 
zendi:  «diamanti,  eju  humandu  ki  hilpu  ufiziari  iljjo'ggia  tutta  ra  notti 
buì'attendi»  e  edda  s'è  kuliìiadda.  lu  manzanu  s'è  isidadda  e  intendi  ankgra 
ru  burattu  andendi,  tandu  s'i  kal^a  ru  diamanti  e  ri  dizi:  «eju  kumandu 
hi  dàssia  ru  burattu  e  sinn' àndia.  »  la  jenti  cidendi  f/iljju  ufiziari  kurrendi 
pa  ri  karreri  tuttu  bianku  di  farina,  ru  fazia  un  vulj)addu  di  zajheddu. 
la  nglti  infattu  e  andaddu  ru  Unenti  a  ra  matessi  gra  e  la  gobana  li  a 
dittu:  «fózzia  ru  p)iazeri  di  tanhà  kidda  Janna,  h' eju  andu  a  vide'  si  ri 
baddroni  s'g  drummiddi.  »  lu  Unenti  d  piìadda  ra  Janna  pa  tankalla,  e  al- 
lora kidda  si  bogga  ru  diamanti  e  dizi:  «  eju  bglu  g'  ilpóggia  abbrcndi  e 
tankendi  ra  Janna  tutta  ra  ngtti  »  e  eddz  sinn' e  andadda  a  drummi.  lu 
vianzanu  s'isedda  e  intendi  ru  finenti  ankgra  ku'  ra  Janna  e  kunianda  ki 
sinn' àndia.  la  de  zza  ngtti  v'e  andaddu  ru  kapitatiu  e  l' à  fattu  ilpà  sem- 
pri  buffendi  ru  fgggu  e  ru  manzaiiu  si  l'à  fattu  andà  a  has'a  s'gja.  lu  fi- 
nenti, r' ufiziari  ku'ru  kapitanu  pa  kilpa  kulunella  va  di  infattu  ri  màn- 
dani  ri  suldaddi  pa  arriljìalla;  ma  edda  si  bogga  ru  diamanti  e  dizi  :  «eju 
bglu  ki  no  sinni  vejgia  di  gilpi  maìiku  anka.»  e  kuss'i  e  ilpaddu.  finaj- 
ìnenti  edda  à  fniddu  ru  dempu  d' ilpà  in  kilpa  ziddai  e  dizi  a  ri  baddroni: 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Testi.  415 

«  eju  dumani  palpu  a  kas'a  vipja.  »  lu  diiniani  palpi  hini  fjran  dlpiaseri 
di  ri  baddrnni  a  uni  era  ru  s'ajprnti  e  rd  auddu  hi  dubìa  atpitlà  ankpra 
tre  dì.  a  ri  trn  di  ru  s'ajpenti  e  turraddu  krilpianu  kumrni'e  lutti  r'alpri 
e  so  s'ùhbidu  palpuddi  a  uni  era  ru  babbn  d'rdd'ì.  kandu  s'n  nrribiddi  a 
kas'a,  ru  babbu  pinendi  di  r'alligria  a  daldu  una  gran  felpa  e  eju  m'aggu 
fattu  un  'paggu  d' ili  ha  pi  di  pahiru  e  a  kand'a  kas'a  no  n' aggu  auddu 
più  fìru. 

4.  góbbura  *. 

e  tutti  l'àini  boni 

piìaddi  a  kumandamenfu  ; 

e  pa  più  aumenlu 

la  gas'a  inibiankinadda 

a  nep'u  di  vummu... 

e  succu  di  gaurazza.  » 

In  s'akkoni  e  ra  dramazza 


i'  ru  salpu  m'inkuntres'i 
siininendi  bis' ibis' i, 
un  kumpanu  mi  vinis'i: 
«  kumpari,  s'ubbidu  azzeddi, 
in  kas'a  v' inkicntrareddi 
un  kriaddu  di  più.  » 
ini  bilu  ru  monti  in  su 
kurrendi  k'e  sajpinteri, 
e  inkontru  a  me'  muleri 
Tcaggendini  da  ru  rettu, 
e  inkontru,  in  bo'  ripettu, 
un  àinu  in  koljìi  mes'i. 
pa  fasallu  erani  dezi, 
pa  kulihazziru  diigttu, 
kuaranta  pòjmi  d'ilihgtlu 
piles'ini  pa  mantedda, 
la  fasa  di  funizedda 
fatta  da  ri  sinnar es'i; 
pa  karetta  tbiude  s  ini 
una  gran  zukka  tumbàrigga 
arrigadda  da  monti  kànigg a , 
ki  pis'a^a  dui  f)anta[ri]. 
a  pulpallu  a  battizà 
piJes'ini  un  karrattoni 


fatta  di  fgla  di  fgga 

kun  battiriugga  e  uljn^ga 

pa  kumpunì  li  fori. 

un     gran  paddrinii  dutfori 

k'e  nigggra  tral}aladdu , 

iiìora  firippa  kuz  z addii 

a  paddrina  kumbides'i. 

lon[)u  longu  komm' un  sakku 

e  grgssu  komm' una  rusa, 

kandu  ru  dókhani  rusa 

kument'e  un  kani  arelpu. 

kussl  nàsia  lu  relpu 

di  dutti  ri  zappadori, 

a  ilfìrallera  e  a  fori 

di  dutta  ra  jinia, 

e  duiia  pizzinnu  ri  dia 

un' ilxliuriftta  a  Tcuru. 


5.  rfóbbura. 


—  bona  sera,  ino  dutfori; 
un  kozzu  traljaTadori 
a  volpe  vg  fabiddà. 


e  lirrdu  gi  mi  farà 
gulpizia  §un  razoni; 
mólfiasi  a  kumpassioni 


*  Vedine    una    variante  in   Sp,  cps.  154;   e   circa   le  gobbure,   v.  Giorn. 
ligust.,  XVI  465. 


416  Guarnerio, 

d'un  pollar eltìi  affannaddu.  o  fradeddi  zappadori, 

poi  d'a^if  tra^aladdu  nisunu  iljna  fidaddu 

hitn  bragaritu  dutiori,  a  kissu  pplihu  dutfori, 

ini  rilprsi  dibiddori  trampgs'n  no  lu  hridia. 

di  setti  0  pttu  zurraddi;  kandu  a  vina  vinia 

afyendiri  tra^aladdi  mi  ni  fazìa  isi  mazza  e  peci, 

a^d  no  mi  ì}p  pagò ...  —  féndiini  fin'  a  gingcci 

—  borni  e  III  bplpru  huntaddu;  fundà  li  fondi  tiirraddi; 
bisoha  eddu  intindi;              '  l'àjbiiri  be'  tkazzaddi 
fózziaru  adunka  vini.  —  ga  vuria  di  kuntinu. 

—  la  rosoni  mi  darà,  tbrigaddi,  o  aguzzimi, 
palihi  no  mi  à  pagaddu.  oai  e  zehha  lu  duttori,  ecc 


B.  Gallurepi. 

1.  li  dui  frateddi  e  li  koranta  latri  '. 

kisti  crani  dui  frateddi,  unii  poni  e  unii  rikku;  dunka  lu  rikku  era 
invidipsu  di  lu  frateddu  e  lu  'ulia  assai  inali,  palki  era  poni,  kistu  an- 
dac  eia  duniìa  dì  a  Urina  pai  Rampassi,  una  di,  kandu  s' era  barriendi  lu 
habaddu,  intendi  kistu  ruìnpri;  timniis'i  e  sinn' alza  innantu  a  un  àlbum 
k'  aia  akhultu.  vidi  koranta  latri  vinendÀ  a  und'  era  iddu  e  intendi  fa'iddendi 
lu  kapu-latru,  ki  dici  a  un  monti:  «sèsamo ,  apriti!  y>  e  lu  monti  s'apris'i. 
li  latri  intre's'ini  tutti  ki,  poi  d,i  tant' ora  sinn'  isìs' ini  tutti  in  pari  e  fàcini 
kamniinu.  kidd'pmu  tandu  sinni  fales'i  da  l'àlburu,  s'akkosta  a  lu  monti  e 
dis'i:  sèsamo,  apriti!»  e  st'ibbilu  s'apris'i.  intra  indrentu  e  vidi  li  trisori 
ki  v'erani  in  kistu  monti;  no  faci  altu  ke  barriassi  lu  kabaddu  e  anda- 
sinni  a  kas'a  s'pja.  la  mudderi  allegra,  hand'à  visiti  kissu  trisoru,  l'à  dittu  : 
«kommu  se'  andatu?»  kiddu  li  dici  tuttu  lu  fattu  koimn' andac'c'ìa.  dunka 
a  lu  monti  si§is'i  a  andàni  pai  tanti  'olti ,  ma  dappi  no  v'andes'i  più,  ki 
di  dina  n' aia  abbastanza,  siibbitu  si  fabrikes'i  un  palazzu  e  fes'i  sum- 
m'  akuistu.  una  di  kiddu  frateddu  rikku  lu  dumandes'i  komm'aìa  inkun- 
tratu  kistu  dina,  «me  frateddu,  rispundis'i  kiddu,  kuss'i  e  kussi»  e  fatlu 
l'à  tuttu  lu  kontu  komm' era  andatu.  lu  frateddu  rikku  s'inkamines'i  e  anda 
e  lu  postu  e  dis'i:  «sèsamo,  apriti!»  e  s'apris'i.  si  fes'i  un  grcn  barriti 
di  dina  e  anda  par  isi,  ma  lu  monti  appena  k'iddu  era  intratu,  s'era  cù- 
siu;  vinis'i  a  isi  e  no  pudis'i  isi,  palki  no  s' ammintaa  di  di:  «sèsamo, 
apriti!»  iddu  tuttu  kunfusu  dAcia  un'alta   hos'a.  in  kistu  vènini  li  latri  e 


*  Raccontata  da  Giov.  Andrea  Pasella  Cordano,  contadino  di  Calangianus. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Testi.  417 

l'ammùzzani  e  l'app'ikkani.  tandu  disi  un  latru:  vgcldu  andà  a  iskupri  ha 
l'à  pres'u  lu  ngstrii  dina.»  d.is'ini  l'alti:  «  anda  a  hidda  citai»  e  iddi  pal- 
tia'iìii  sùbbitii.  intantu  lu  fratrdclu  poru,  da  ki  aspittes'i  tanti  di  e  vidis'i  hi 
lu  fratnldu  rìkku  niankaa  tanti  di  da  kas'a  s'gja,  kutninces'i  a  pinsd  mali 
e  diala  :  «  su  poru  ine  frateddu  Vani  moltu.  »  si  poni  in  kamminu  e  anda 
sglu  a  lu  monti  e  inkontra  In    frateddu  moltu.  lu  pidda   e  ni  V arrihes'i  a 
has'a  s'gja.  avvisa  la  muddrri  di  lu  moltu  e  li  l'onta,  Tcomm' era  andaiu  lu 
fattu.  la  mudderi  dis'i:  «no  sentii  k'e  moltu,  sentii  lu  k'd  a  di  lu  mundu.  » 
dAs'i  tanta   lu  kunnatu:   «lassa    fa  a    me  e   no  timmi.»   andat'e  sùbbitu    a 
und'  e  un  kahulaju  e  li  dis'i:  «vimf  voi  a  Uusimmu  mia  butacca  e  ti  foltu 
imbiudatu.»  dis'i  lu  kalzulaju:  «si,  ki  venfju.»  s' d  pjres'ii  la   lésina  e  lu 
spati  e  tokka  a  kas'n  di  kidd'gmu  e  kusitu  ani  lu  frateddu  moltu.  lu  hal- 
ziilaju  sinn'e  andatu  a  kas'a  s'gja,  e  kiddi  si  s'o  posti  a  (jridà,  unii  h'  era 
moltu  lu  frateddu  e  l'alta  h'era  moltu  lu  tnaritu.  ci    lu  pulte's'ini  a  kam- 
pusantu  e  lu  'ntarre's'ini  sùbbitu.  turremrnu  a  li  latri,  ande's'ini  a  lu  monti 
e  no  inkuntres'ini  kiddu   moltu.   «  vgddu   andà  a   hukanni  kapu   di  kista 
kos'a»  dici  unu  e  andes'i  siibbitu  a  kidda  citai,  hand'era  arriatu,   no  ais'i 
d'andà  ke  a  und'e  kiddu  kahulaju  e  lu  prikuntes'i:  «ìiihinu  ci  manka  da 
kista  citai?»  dis'i  l' altu  :  «si,  m' ani  pidtatu  a  kusi   icn  gmu   imbiudatu.» 
turres'i  a  di  lu  latru  :  «  ti  basta  V ànima  di  pultammi,  ki  ti  paku.  »  «  si,  dis'i, 
ajó»  pestìi  l'à  aia  Janna,  dicendi:  «  kista  e.»  lu  latru  fes'i  un  siiinu  ruju 
illu  muru  e  paltis'i  a  lu  monti,  kandii  l'alti   latri  hi  'idis'ini,  l'ani  ditlu: 
«be',  se  andatu?»  «si,  rispondi  kiddu,  accu  inkuntratu  hi  k'era  cilkendi 
e  pa.lkl  no  mi  smintikessi  la  kas'a  tendi  sta,  accu  fattu  un  sinnu  illu  muru.  » 
dis'ini  l'alti:  «dumani  aemmu  a  'ndà  tutti.»  la  s'ilvidgra  di  kiddu  palazzu 
intantu,  aendi  'istu  hissu  sinnu  Uhi  muru,  ni  fes'i  illi  kas'i  h'erani  akhultu. 
la  di  infattu,  komm' aìani  dittu,  ande's'ini  dui  latri  e  vidis'ini  li  kas'i  tutti 
sinnati;  si  faidde's'ini  tra  parti  e  dis'ini:  «  ngi  no  pudemmu  fa  nienti,  palki 
no  sapetnmu  ha  sia  la   ka^'a   hi  cilkemmu.  »  e   sinn' ande's'ini   a  lu   monti, 
dis'i   lu   hi   v'era   andatu  prima:   «aeti  inkuntratu?»  dis'ini:  «no,  palki 
aemmu  autu  tutti  li  kas'i  sihfiati.»  dis'i  kiddu:  «eu  di  sifiìiu  n' aceti  fattu 
unu  sglu.  »  «  no  e  veni,  rispundis'ini  kiddi,  l'ai  fattu  in  tutti  li  kas'i  »  e  lu 
pidde's'ini   tutti  e   l'ammazze's'ini.  faiddes'i  un  altu:   «vgddu  andà  euy>  e 
andes'i  a  kidda  citai,  xiniitu  a  lu  palazzu,  undi  staccia  lu  k'aìani  moltu, 
fes'i  un  sinnu  nirddu.  la  zirakka  vidi  kistu  sinnu  nieddu  e  ni  faci  tinti  in 
duniia  kas'a.  lu  latru   andes'i  a  hi  monti  e  dis'i:  «abà  (ja  semmu  sii) uri  ; 
stasera  andemmu,  accu  fattu  un  siniìu  nieddu.  »  la  sera  andes'ini  e  inkun- 
tratu ani  tutti  li  kas'i  sinnati  a  nieddu.  si  faidde'sini  tandu  tra  parti  e  kri- 
dendi  k'iddu  aia  fattu  kissa   kqs'a  pai  buffunalU ,  lu  plddani  e  l' ammàz- 
zani.  sinn'àndani  a  lu  monti  e  arrisles'ini  a  trent'gttu.  dis'i  lu  kapu-latru: 
Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  28 


418  Guarnerio, 

«  einmu  a  fa  una  kg/a  kommu  diku  eu.  voi  aeli  a  istà  intonili  a  lu  palazzu 
e  eu  accu  a  intra  indrentu  komm'e  amiku ;  kandu  poi  accu  a  cukkà.  la 
Janna,  voi  steti  pronti  e  intrrti  indrentu.»  d'is'ini  l'alti:  «si,  anda  beni.» 
la  di  infattu  andes'ini  e  lu  kapii-latru  intres'i  in  kas'a  e  l'alti  sle'sini  fora, 
kqmm'aiani  dittu.  lu  patronu  di  kas'a  kandu  'idi  kistu  gren  sinngru,  la 
fe/i  punì  in  taula  a  marina  e  iddu  si  puses'i  a  falli  kumpania.  la  sera  lu 
kulkes'i  in  una  stanzia  siparata;  ma  kun  tuttu  kistu  no  ptudis'i  fa  nienti, 
k'era  la  zirakka  un poku  avvista,  tandu  la  inani  lu  kapu-latru  dÀs'i ;  «vgddu 
andà  a  ispassu.»  dis'i  lu  patronu  di  kas'a:  «àndia.»  lu  kapu-latric  avvisa 
l'alti  kumpanni  e  li  dici  lu  mutiu  ki  no  li  aia  puduti  fa  intra,  jjer^  li 
dis'i:  vinili  a  notti  e  intreli  illu  kamasinu  di  l'pcu  indrentu  a  li  jorri,  ki 
vi  il' ci  una  par  pmu.»  «si,  kussì  femmu»  rispundls'ini  kiddi.  intantu  lu 
kapu-latru  si  ni  forra  itnd'e  l'amiku.  la  sera  tutti  l'alti  latri,  kommu  l'aia 
dittu,  andes'ini.  la  zirakka  sinn'avvidis'i  e  dis'i:  «  he  patronu,  ci  manka 
Vgcu  a  la  kandela,  deku  falò,  a  lu  kamasinu?  «dis'i  kiddu:  si,  fala.»  fa- 
lata  e  e  vist'à  tutti  kiddi  indrent'a  li  jorri.  idda  s'è  Jcalata;  a  pres'u  una 
lapìa,  pinata  l'à  d'ea,  buddita  l'à  senza  di  nienti  a  lu  patronu  e  'molti  à 
tutti  kiddi  k'e'rani  illi  jorri,  palkl  li  lampes'i  innantu  tutta  kidd'ea  k'aìa 
fattu  budd'i.  a  lu  kapu-latru  poi  k'era  iti  kas'a,  l'à  missu  unu  stillu  e 
moltu  e  sùbbitu.  kandu  la  patronu  sinn'e  avvistu.,  dis'i:  «kos'ai  fattu?» 
«  accu  fatili  be',  rispundis'i  idda,  véngia  kici.  »  dapoi  ki  lu  patronu  e  an- 
dalu,  la  zirakka  d  dittu:  «li  kunnosi  kisti?»  si,  ki  li  kunnosu.»  e  dapgi: 
«  tu  se'  me'  niudderi,  dis'i,  palk'i  m'ai  sfrankatu  la  molti.  »  iddi  si  stes'ini 
maritu  e  mudderi  e  a  me  no  m'ani  datu  nienti,  si  no  ke  un  kuliri  di  'imi 
e  un  fìasku  di  makkargni. 

2.  mussiù  lonfró  ^ 

kistu  dici  k'era  un  babbu  e  una  mamma  e  aiani  tre  fdd<jli,  unu  si  cam- 
maa  anioni,  unu  kr  imintinu,  e  l'altu  juannedd  u .  li  primi  dui  li 
manda  a  iskgla  e  lu  minori,  ko,nm'era  in  suspettu  dÀ  no  esse  sgju,  lu  manda 
a  valdià  li  pe'kuri  e  hi  tratta  a  iskacca  kani.  lu  steddu  vidéndisi  kussi  mal- 
trattatu,  pinses'i  d'andasinni  a  zirakku  a  un'alta  citai;  komìnii  fus'i.  una 
bedda  di  si  prisenta  a  la  mamma,  si  fes'i  dà  la  binidizigni  e  pallis'i.  kam- 
minu  fendi  li  pidda  notti  e  no  pudendi  più  andà,  fus'i  kustrintu  d/allu- 
cassi  in  una  kgnka.  kistu  steddu  aendi  ^rati  fami  si  bukes'i  da  busakka 
un  pani  ki  l'aia  datu  la  mamma  prima  di  paltissi  e  si  pgni  a  manna, 
mentr'era  piddendi  lu  primu  pezzu,  si  li  prisenta  un  ziu  'eccu  dumandén- 
dili  un  pezzu  di  pani,  e  iddu  tuttu  kuntentu  li  dis'i:  «piddeti,  ziu,  di  lu 


*  Raccontata  dallo  stesso. 


Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Testi.  419 

poku  k'ac'c'u.»  la  mani,  prima  hi  li  dui  si  jìimìs'ini  in  viarfg'u  e  si  sipa- 
re's'ini  di paru,  lu  ziu  'eccu  desi  unu stilili  a  kiddu  cganu  dicendili:  «pidda 
kistu  slillu  e  kandAi  'pi  ammazza  pidd/i  da  kista  palli,  kandu  li  'pi  turrà 
vìi,  tókkali  da  kist'alta  palti.  »  e  kussi  pallini  dufmunu  jìa  lu  so'  kamrninu. 
arriatu  ki  fus'i  juanneddu  a  la  citai  di  lu  re,  sapisi  ki  kistu  aia  hi- 
sonnu  d'un  pikuraccu;  si  prisenla  e  ku  lu  re  slabilWini  lu  kuntrattu 
k'era  di  kista  tnanera:  «centu  skudi  l'annu,  manna  frankii,  kalzamenti  e 
vistimenti  e  un  baddu  duniìa  sera  ku  la  fddpla  minori.  »  lu  re  akkunsin- 
tis'i  a  kistu,  pere,'  ki  no  fùssia  intratu  mai  in  kissi  tanki,  k'  (frani  akkultu 
a  lu  s'p'  larritpriu,  e  iddu  rispondi  di  no,  unu  di  infra  l'alti  kiddu  ci  mit~ 
tis'i  li  pe'kuri  in  una  di  kissi  tanki  e  kandu  lu  'idi  lu  magu ,  palrgnu  di 
la  tanka,  andes'i  par  ammazzallu  ;  iddn  si  diffondi  e  fes'i  kade  moltu  lu 
ma§u.  a  kista  'isla  la  mudderi  e  li  fiddpli  di  lu  ma^u  si  pimis'ini  a  grida 
folli,  ki  era  una  kos'a  skalminlps'a.  lu  sleddii  pikuraccu  dis'i  a  la  mud- 
deri: «basta  ki  tu  mi  p7'um)netli  ki  to'  maritti  no  mi  focca  nienti,  eu  lu 
lorru  'ìu.y>  la  mudderi  iskunsulata  dis'i  di  si.  g'uanneddu  lu  tukkei'i 
ku  la  kpda  di  kiddu  stillu  e  lu  torra  'ìu.  appena  ki  kiddu  si  ni  pis'es'i 
rikiinnusenti  di  lu  so'  benefattori  lu  kunvitc/i  a  gusta  in  kumpanuia  s'pja 
e  mentri  jìrani  li  sali  abitali  da  kistu,  g~uanned,du  vidis'i  tanti  pinnacci 
ruj  ku  unu  spinettu  e  li  dumanda  si  vi  li  daccia.  lu  maga  tutlu  kuntentu  li 
dib'i:  «piddali  puru  k'e  kissu  lu  me'  gustu.  torra  juanneddu  a  li  pe'kuri 
e  V ammazza  tutti,  li  pittinig'g'a  beni  e  a  lu  masti  l' attakka  lu  spinettu  e 
un  beddu  pinnaccu  ruju  a  li  korri,  e  tutti  tukkéndili  ku  la  kpda  di  lu 
slillu  li  torra  'ti.  a  l'ora  sòlita  s'affacca  lu  re  e  la  regina  a  lu  passiziu  e 
vidini  a  g'uanneddu  ki  pullaa  innanzi  li  pe'kuri,  k'e'rani  una  biddesa  a 
videlli  e  li  dumandeJi  komm'andaa  lu  fattu,  a  punì  a  li  s'p'  pe'kuri  kissu 
pinnaccu  ku  lu  spinettu.  iddu  no  irrispondi,  ma  faci  sima  lu  baddu  e 
badda  ku  la  fddgla  minori  di  lu  re,  ki  si  cammaa  Maria,  la  si§unda  e  la 
telza  di  fesi  lu  matessi  ;  passes'i  illi  tanki  di  l'alti  frateddi  di  lu  magu, 
sempri  fendi  lu  matessi,  lanlukl  tult'e  tre  lu  'uliani  tantit  be',  kgmmu  puru 
li  diclani  di  paskulà  illi  s'p'  tanki.  una  di  veni  un  aldini  a  lu  re  da  lu 
ò'alpenti  di  setti  kapi,  ki  li  'ùssia  stata  mandata  una  di  li  fddpli  femini  a 
la  jeza  kampeska  più  akkultu  pai  mahriasilla,  si  no  li  dioastaa  tutta  la 
citai,  lu  re  fendi  ^ran  pientu,  mandes'i  la  fddgla  manna  a  kidda  jeza,  in 
kumpannia  di  kistu  mussiù  lonfró  pai  diffindilla,  si  pudia.  ma  kistu, 
arriatu  ki  fus'i  a  una  macca,  si  piise^'i  e  dis'i:  «  anda  da  pai  leni.»  kan- 
d'era  la  piccinna  fendi  orazioni,  intendi  kistu  ^ren  rumori  e  kridendi  d'esse 
lu  s' alpe  liti,  si  punis'i  a  §ridd;  ma  kistu  kaaleri  'istutu  di  kurazza  {k'era 
juanneddu)  dis'i:  «.tio  timmi,  ki  ti  deku  diffindi.»  acc^  lu  s'alpenli,  ki 
dM  appena  k'd  vistu  kiddu  ku  la  kurazza:  «  no  vpddu  kista  più,  ma  l'alta.  » 


420  Guarncrio,  Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  còrso.  Testi. 

(fnanneddu  rispondi:  «ni  kista  ni  l'alti  fucini  pai  ieni!»  la  piccinna 
no  hunnisendi  In  n'o'  saloadpri,  palici  sult'a  la  kurazza,  he  'id'ia  pultà  idda 
a  la  palazzu  pai  fa  lu  kontu  a  iu  bahbu,  ma  iddu  no  vulis'i  dìcendi:  mi 
dia  piitpprestu  un  sinnali  e  sokìi  kuntentu.  »  idda  pidda  una  hedda  tabak- 
kera  d'oru  e  vi  la  dà.  illu  palli  la  piccinna  inkontra  a  mussiù  lonfró  illii 
tnatessi  Igku  e  li  dici:  «anhora  ki  no  in' acci  salvaiu  tu,  vi  ni  s'o  istati  di 
l'alti.  »  iddu  dis'i:  «si  no  dici  a  babbu  toju  e  a  tutti  ki  t'ac^cu  salvai' eu, 
t'ammazzu  abà  matessi.  »  idda  pa  no  ammazzalla  jure/i  di  dì  si  e  kommu 
fus'i.  la  jenti  appena  ki  vidìs'ini  a  miissiù  lonfrò  ku  la  fdd.nla  di  lu 
re,  kumince's'ini  a  akkramallu  e  iddu  tuttu  si  kuntintaa.  kuss'i  rf  uanneddu 
fes'i  pa  l'alti  dui  e  n'ala  in  donti  sempri  un  pinnu.  lu  più  beddu  era  lu 
di  la  minori  k'rra  lu  diamanti,  palkl  pai  kista  aia  kumbattutu  kun  più  ful- 
tadesa  e  aia  ììioUu  lu  i'alpenti,  pultèndisi  per(j  li  selli  Ungi,  mussiù  lon- 
fró sempri  aia  fallii  lu  matessi  e  a  la  minori  iddu  l'ubbrikes'i  a  pultallu 
a  la  jeza  e  jjiddassi  li  setti  kapi,  no  kridendi  di  'ine'  iskupialu.  pìddani  li 
setti  kapi  e  si  li  poni  illa  punta  di  la  sàbula  e  li  polta  a  lu  palazzu  di 
lu  re,  akkramatn  da  tultu  lu  ptopulu.  videndi  lu  re  e  la  regina  tanta  'it- 
tgria  di  mussiù  lonfrò,  si  kuntr aste' s' ini  di  dalli  la  s'g'  fddgla  minori  par 
ispos'a,  sendi  kisla  la  più  bedda.  prima  per^  di  spus'à  fcs'ini  una  cena  e 
invite' s ini  tutti  li  sinhgri  di  la  citai,  forra  j uanneddu  la  sera  di  paskuld 
li  pe'kuri  e  fes'i  subbilli  sunà  lu  baddii  e  si  pidda  la  fddgla  mingri  a  baddà. 
stancatu  lu  bnddu,  si  panini  a  cinà.  dunFucnu  konta  lu  b'g'  fatiti  e  g" uan- 
neddu fus'i  più  iskullatu,  ki  daccia  li  kos'i  più  be'  di  lu  s'g'  nimmiku; 
e  si  boka  da  busakka  lu  mikalgri  la  tabakkrra  e  lu  diamanti  e  par  ùltimu 
boka  li  selli  Ungi,  tantu  ki  mussiù  lonfrò  Uhi  stanti  parii  paldi  li  folzi. 
la  slrdda  mingri  a  kista  'ista  dis'i  ki  g" uanneddu  era  lu  ki  l'aia  sal- 
vata e  kussi  diò'ini  tutt'e  tre.  maria,  la  fddgla  mingri  di  lu  re  si  jetta  UH 
bracci  di  j uanneddu,  e  hi  retiréndisi  da  hi  kgddu  la  kurona,  la  poni 
ku  li  s'g'  mani  in  kgddu  a  g" uanneddu;  e  piddani  a  tnussiù  lonfrò 
e  lu  brùsani  'iu  e  bonu.  g''uanne  ddu  skrii  a  lu  babbu  e  a  la  mamma  e 
si  li  faci  'ine'  e  pa  tuttu  kiddu  maltrattu  li  piine/i  di  rikkesi  e  d'ungri. 
iddi  si  s'o  istati  e  eu  mi  ni  s'oku  'inula. 


Il  sassarese,  il  galhirese  e  il  còrso.  Correzioni.  421 


Correzioni  e  Aggiunte. 

Voi.  XIII,  pag.  127,  lin.  3  leggi:  nel  1863  —  131,  18  pienu, 
ib.  19  pieni  —  132,  33  pinsendi  cammendi  —  133,  32  fri- 
gala  —  134,  2  ipiccitti,  ib.  11  valli,  ib.  21  bujag'u  cin- 
naracju  —  135,   21    tredizi  sedizi  —  136,   2  ìpiena  — 

137,  18  ipesa,  ib.  21  liy^esi,  ib.  28  meìu,  ib.  37  meta  — 

138,  7  pessiggu,  ib.  24.  Anche  il  gerundio  dà  -endi:  hri- 
dendi  dizendi  —  139,  2  ipiccu  ipiccitti,  ib,  11  tpina,  ib.  12 
ipigga,  ib.  14  kussì,  ib.  15  figgadu  —  140,  3  peoaru,  ib.  4 
Uzitu. 

Yol.  XIV,  p.  131  1.  5:  kuindizi,  ib.  15  nettii,  ib.  16  kanelpru 
minelpra  —  132,  1  anche  in  iti  a  si  ha  e:  bicldezia  du- 
rezia  pi.  rikkezi  ecc.,  ib.  35  ampullitta  —  133,  4  v.  n.  82  n, 
ib.  7  soht  e  va  al  nm.  27,  ib.  12  dodizi,  ib.  21  kommu  e 
nommu  e  vanno  al  nm.  26  —  134,  5  ommu  ommini  e 
vanno  al  nm.  29,  ib.  7  ilpoggamuy  ib.  8  parò  pero,  ib.  22 
kp7'i  mori  e  spettano  al  nm.  28  —  135,  28  fojhiza,  ib.  30 
fossi,  ib.  34  dabbpi  —  137,  10  piobi,  ib.  19  alkotina  va 
al  nm.  35,  ib.  25  kùidu,  ib.  36  ilprpppiu  ilprpppia  — 
138,  3  onza,  ib.  5  ondizi,  ib.  15  dolce  —  139,  4  mendula 

—  140,  38  paro  —  141,  24  ondizi  dodizi  tredizi  —  143,  8 
merrula  —  144,  10  iinibbari  —  146,  8  zimbpina,  ib.  9 
zimbpnia,  ib.  11  limbpina,  ib.  n.  1  zimbpina  —  148,  14 
kalzetla  kazzetta  —  149,  8  rilpzu,  ib.  18  kussenzia  pinid- 
denzia  —  150,  16  mezzu,  ib.  32  ilprpppia  ilprpppiu  — 
153,  14  buccikoni,  ib.  23  dorce,  ib.  29  faldetta  —  155,  29 
fjrombulu  grembuhi  —    156,   21   piobi,   ib.  22   kuppiplu 

—  159,  1  folpi  —  160,  4  sejoi,  ib.  14  pessu,  ib.  15  ri- 
vessu  dibessu  invessu  —  161,  23  fpjbiza  —  162,  14  ab- 
bulouddd,  ib.  31  piphi.  —  164,  4  fpssa  tossa,  ib.  20  leljìru, 
23  drelpa,  ib.  29  ankuiina,  ib.  35  nommu  —  165,  4  pre- 
posizione, ib.  13  inzensu  —  166,  28  figgadu  ilpoggamu  — 
168,  5  akkankard  akkankaraddi  —  169,  11  fpjbiza,  ib. 
12  e  anche  ondizi  dodizi  tredizi  sedizi,  ib.  30  inzensu  — 


422         Guarnerio,  Il  sassarese,  il  gallurese  e  il  córso.  Correzioni. 

170,  4  vindelta,  ib.  18  prosimu  ib.  25  ilprpppia  ilprup- 
piegga  —  171,  6  kuattoldizi^  ib.  34  g'algastolu  valgastolu 

—  172,  35  gemma  —  174,  4  grossu  —  176,  33  dissimilato 

—  177,  7  velpigga,  ib.  12  zinWbari  —  181,  5  kori  gori, 
ib.  21  re  —  183,  16  kori  gori,  ib.  27  re,  ib.  28  re  — 
186,  36  arrahiegga  arruinegga  —  187,  11  leprii,  ib.  27 
uni  —  188,  2  rilpzu,  ib.  15  drelpa  —  189,  23  frebba  — 

191,  14   nieggii,   ib.  15   teggu,   ib.  27  paldmieggazi  — 

192,  35  d'eddis  —  195,  16  appeddrigegga,  ib.  17  huziegga 
kìfjubegga  minimegga  diuneggani  vbbaregga  —  200,  19 
voni,  ib.  29  molpu  mori  inori,  ib.  30  morini. 

Aggiunte   al   Lessico. 

àvia,  gali.,  incontro,  log.  òbia  obviam. 

homm'  e,  sass.e  gali.,  come,  nella  comparazione,  e  anche  hant'  e;  crs.  kumm' e^ 

tant'  e,  kuant'  e. 
fiamenti,  gali.,  finalmente,  con  immistione  di  tia,  che  vedesi  q.  s. 
infattu  0  fattn,  sass.  e  gali.,  dietro. 
in  lo^fjii,  sass.,  in  nessun  luogo,  gali,  in  loku  o  illoku,  crs.  in  Igkn  o  indoku^ 

commistione  di  inde  e  loku. 
in  dibacla,  sass.,  invano,  gali,  dibbata,  cfr.  fr.  ant.,  geo.  ecc.,  Diez  less.  s. 

badare. 
pa  ommu,  sass.,  per  ciascuno. 
tin'  e,  gali.,  fino  a,  da  ten[us]  et  con  Ve  in  i  per  l'accento  rimosso,  cfr. 

prtg.  té  Diez  less.  s.  v.  ;  anche  tia  a,  forma  sincopata  della  precedente 

con  V-a  analogico  delle  particelle,  Hofra.  16,  Arch.  XIII  109;  sass.  tiakl 

finché. 


A  PROPOSITO 
D'UNO  SPOGLIO  DI  NOMI  LOCALI. 

Note   fonetiche 

DI 

SILVIO   PIERI. 


l>iegV Indici  che  seguono  alla  'Toponom,  delle  Valli  del  Serchio 
e  della  Lima'  (Suppl.  Ardi.  Y  225-41),  mi  limitai,  come  dovevo, 
ad  assommare  i  risultati  di  maggiore  importanza.  Spero  perciò 
far  cosa  non  inutile,  se  aggiungo  ora  a  compimento  alcune  altre 
note,  che  nel  corso  del  lavoro  m'accadeva  di  mettere  insieme.  Il 
modo  che  si  tiene  nel  citare  i  singoli  esempj  è  lo  stesso  ;  e  con 
'Ind.  '  più  il  numero  rispettivo  si  rimanda  qualche  volta  di  qui 
agl'Indici  predetti. 

Vocali  toniche. 

E.  1 .  Col  ditt.  che  persiste  in  posizione  recente  :  Sierli  5  ser,  Pierle 
pe  (cfr.  lì. posti'^rla,  XIV  341  n).  È  l'è  per  effetto  della  seguente  pa- 
latina, in  Leccio  1^  Dee;  per  l'iato,  in  Macea  5  mace  (e  v.  anche 
Ce'oli  ecc.,  Ind.  nm.  27);  e  per  la  condizione  di  terzultima,  in  Tre'moli 
2  trem,  {^Negala  G  ne].  Ma  stona  in  tutto  l'è  di  Spelte  2  spe. 

I.  2.  D'età  longobardica,  venuto  pure  ad  e,  in  Bonezzori  P  Bono. 
--  3-4.  Silice  5  si,  Pollizzora  -e  2  poi.  Ma  l'iici  2  il,  ben  potrà  ri- 
specchiare il  class.  Ilice;  e  Tribbio  G  tre,  ripeterà  certo  Vi  dalle 
l'orme  arizotoniche  di  tribbiare.  Ha  Yr  contro  la  norma:  Sjì'^^zi  6  hos. 

0.  5.  [Vecciidlo  2  vie,  Rabbiùla  5  lab].  —  6.  L'a,  spiegabile  con  la 
■semiproclisia  sintattica',  in   Turrite  4  tor. 

U.  7-8.  Breve,  parrebbe  riflesso  da  u  in  questi  esempj  per  varia 
ragione  incerti:  Collura  2  coru,  Guìfa  -ari  5  gul,  Gurgite  gur.  Per 
Busso  -i  2  bu,  cfr.  XII  110.  Con  o  irrazionale:  Nocchi  2  nu,  [Kùndr- 
ioli  mur]. 

AE.  9.  In  e,  per  le  palatine  contigue,  in  Pianceci  V  Cae.  —  AU. 
1 0-2.  Chios'a  4  clau,  Pioto  plau.  -  Con  au  secondario  :  Pietrdula  ecc., 
v.  Ind.  nm.  27,  Contratto,  anche  in  Fo  e  Sofà  2  fag,  Polo  e  Frappola 
5  pah.  —  13.  AI  secondario,  in  Fdite  2  fag,  [Brdina  G  bra]. 


424  Pieri, 


Vocali  atone. 


A.  14.  In  e,  anche:  Ces'erana  1'  Caesa,  Ceres'f^Ua  2  cera,  Canevale 
6  canaba.  —  15-  In  ^:  Siteriano  1-  Sat,  [^Ghiviz'zano  Ola],  G ri- 
mi g  nana  Gram,  Gignano  Ja;  Fibbiaja  2  fab,  Grigneto  -étola  3  ara, 
Orlolimhértoli  1^  Lamb;  Marcinese  1~  Marcia,  Cerigiola2  cera,  Fal- 
ciprada  6  tal.  —  16-7.  In  o,  tu  Dioccigne  4  diacc,  [Ogneta  e  Ugn-  3 
agn]  ;  Ciciorana  \-  Ga.ei3i,  Segoreta  2  seca.  A  contatto  di  labiale: 
Volcascio  P  Gas,  Bolenzana  1-  Valen,  Botrognano  Vatr,  Scarapoleti 
2  palu,  Limolama  4  im,  Morsceta  mar,  Barburàtico  \-  Bar,  Busciano 
Bas,  IPulecchia  2  palu];  Compignano  1-  Gampan,  Gromignano  -a 
Grani,  CommóHoli  2  mur,  Malop'j'ta  e  Pianov^rti  4  ape,  Cavezza  e 
Covinaja  cav,  Gromigno  gra,  Comezzana  6  cas,  Subbieto  5  sab;  Afo- 
milio  1'  Ma.m,  Fobbiano  e  i^wM-  P  Fla.  —  18.  Postonico.  In  z:  iV/rtn- 
c^27a  -rrt  2  am.  Campa  cannab  (cfr.  XII  113),  Bùvili  3  bu. 

E.  19.  —  Protonico.  Intatto:  Ceriliano  \-  Caer,  Cericiana  Cere, 
Cerignano  Gerin,  Pelizzana  Pel,  Petignana  Petin,  Petrognana  -osciana 
Petro  -u,  Stefanatico  Steph,  Trevizzana  Trebid,  Verazzana  Vera, 
Vetrìano  Vetur,  Segoreta  2  seca.  Fé  minia  no  1-  Ferro,  Germagnana 
Ger,  Nestrignana  Ne,  Persiniano  e  Presign-  Pers,  Servigliana  Serv, 
Terpiliano  Trepill-  e  Treppignana  Terpil  -in,  Ventignana  Ven; 
Ceragna  V  Ger,  Metdlo  Motel,  Per  alla  1^  Peri,  Saggiane  Sei,  Tz-ec- 
c?rtno  Thre,  Metiano  Met,  Pezzano  Pett,  Sensano  Sen,  Veriana  Ver- 
ria,  Messala  1^  Mes,  Versilia  7,  Rezzano  e  Regnalla  1-  Hered  -en, 
Vellano  2  avel,  Serniana  1-  Sere,  Vergnana  Veri;  Vetreta  4  ve,  Fcc- 
chiano  1~  Vetul,  Verciano  Versic;  Juveriano  -ejano  \~  Juve,  Pa/- 
lerina  -oso  2  pale,  Valenzana  \-  Valen,  F.  Terenzana  Tere,  6^e- 
nestrule  2  gen;  Meati  5  mea.  —  20.  In  «:  sagoreto  2  seca,  Prrt- 
tafessa  4  fiss,  BatarHlo  2  ab;  Sansano  \-  Sen,  Sargiana  Sevg,  Quar- 
ceto  ecc.  2  qua,  [Bargiglio  7],  Vaneto  2  aven,  Salissimo  5  Au,  F«u- 
^«no  1-  Ave,  Ciarle'tori  2  cerr;  Palliaroso  e  Palareto  pale.  —  21. 
In  z:  Cirog nana  l-  Gerin  ^,  Livizzano  Lep,  [L/yorete  3  le],  -Snn- 
pruniano  ì-  Sem,  Trimigngni  6  ter;  Bigiano  P  Reg,  Piteglio  U 
Petil,  FiYo/o  Vetu,  Bitolla  -o  2  betull,  .S'/^ygoie  6  seg,  Miiiano  l-  Met, 
Liscaccio  -schela  2  es,  Siedala  secc,  [Bitecchio  -eto  ab],  i?^ae^^■  5  aren, 
Vitjana  -o  l-  Vetur,  Vitreta  4  ve,  Libbiajo  2  eb;  Cericiana   e  C/r/^- 


*  Ma  qui,  come  in  generale  pe'  nomi  che  s' adducono  dalle  carte  antiche, 
gioverà  non  dimenticare  che  in  esse  occorrono  z  ed  m  non  di  rado  anche 
per  e  ed  o,  secondo  che  fu  osservato  parecchie  volte. 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  425 

P  Cere,  Coriliano  Core,  PoalicQsi  F  Cau,  PaULdlo  2  palu,  Quar- 
quitana  e  CurcUano  que,  Gruviùano  rubu,  Duritana  5  bot,  Pivitano 
2  pir,  Sptnitajo  spi,  Vallicava  4  cav,  Ravilunga  lo,  Felcisecca  si,  Ce- 
rigliana  CirigUano  1-  Caer,  Scarpiglione  5  scar.  Moriglione  6  mu.  — 
22.  In  0,  M,  a  contatto  di  labiale:  [Borsigliana  1-  Versil],  Spoltale 
-ajo  2  spe,  Cipureta  cv,  Curcheta  que  ;  Giomignano  e  Gium-  1-  Com, 
Dobbione  -ale  5  deb,  Orbigliaja  2  erv,  [Giumeglio  1^  Geme],  Luviz- 
zani  1-  Lep,  Gruppeto  5  gre;  [Mobbiano  l-  Mev].  —  23-5.  Postonico. 
In  a:  xt'va/ie  5  adv.  Osare  Au,  Sdlabra  G  sale;-  in  z:  Oj^/n  2  cj;- 
in  o:   Cocórabola  2  cucum,  Sàgora  su,  O'hzori  5  Au. 

I.  26.  Dei  nomi  gentili  in  -ano,  intatto  di  regola  in  sec,  protonica; 
V.  passim.  -  Inoltre:  Culisiriano  \-  Hi;  Minazzana  e  -ucciano  Mina 
-u,  Vitaliano  Vite,  Lhnolania  4  im,  Piritano  2  pir^;  Pisàngola  Pi- 
agne l^  Pisa  -0,  Scimone  Sim,  Vineccio  Vin,  Livggno  Lib,  Filecchio 
-e'ttole  2  ni,  Sil^rchie  sile,  Pilgso  -dsori  4  pil.  Fi g latice  l~  Fil,  T^- 
tiana  Tit,  Vibbiana  Vib,  Pignano  Pin,  Piscilla  ecc.  3  pis,  Lizzano  1- 
Allid,  Nicciano  Ani,  Ricetri  2  eri,  Riciana  1~  Ari,  Risteto  2  ari;  3/rt- 
drigale  -iceto  mat,  Piansindtico  l-  Asina,  Brassicaja  2  bras,  Capitato 
-eto  capi,  Romicaja  -iceto  rum,  Fonclicacce  4  fun,  Campigligni  5  cam, 
Merizzaccldo  -zzino  mer;  Cilivano  V  Sii,  Liciniano  1-  Licin,  i\/«- 
nicciana  Minic,  Filicgso  -aja  2  fil.  —  27.  In  «,  anche:  Paretana  2  pir, 
Salieano  P  Sjlli  (isecond.;  e  cfv.  Salacagnana  1- Sj),  Salval^o  e 
Salvareggi  2  silv;  Vacciule  vie.  Salvano  silv,  Lancis'a  4  caos,  Ragala 
2  eri,  Lacciaja  il,  Falcigoli  -Icigne  fil,  Antrdccoli  5  aq.  —  28.  In  e: 
Scelivano  V  Sii,  Regolajo  -eto  5  riv  (e  cfr.  jRe-  =  rivu,  pass.),  i^t?/7- 
caje  2  fil,  Selicano  P  Svili  («  sec;  e  cfv.  Seracag n-  1-  Sy),  Ce»?- 
brìano  P  Cim,  Vencigliaja2  vinc,  Fescalino  4  fise;  Veneglia  P  Vi- 
nil,  Felecchio  2  fil,  Lecciana  P  Lic,  Pegnana  Pin,  I'<3ri:a>ia  e  -rdiana 
Vird,  Pescina  -Scilla  3  pis;  Materceta  2  mat,  Parezzana  1-  Patrie, 
Potezzana  Put,  Pomezzana  Pum,  Solegnano  Soli,  Capezzano  Capi, 
Do  me  ti  a  no  -ss  ano  Dom,  Invercta  2  vire.  —  29-30.  In  o:  Moto- 
Igne  e  -o^ato  4  mut.  In  o,  ?<,  a  contatto  di  labiale:  Formigndtica  \- 
Fir,  [Corèo^^gm  2  corb],  Barbugndtica  1-  Balbin,  Caniuliano  Carni, 
Doniuzano  Dom,  CiutHla  2  ci,  Fucecchia  e  Fugattaja  fìc,  Ramucina 
ram;  Promiana  1^  Prima,  Valpromaro  e  -prumaria  4  pri,  Ooj)- 
peto  6  cep,  Si  Invano  P  Sii,  L  umano  0  li;  Boveglio  1^  Biv,  Trrt- 
momgnti  5  tram.  Qui  anche:  Gagliano  P  Aq,  Culaja  3  aq.   —    31-2. 


*  Del  resto,  in  esemplari  come  il  presente  non  è  improbabile  un  ricorso; 
e  cioè  Pi'r/-  da  Peritano,  forse  per  assimil. 


426  Pieri , 

Postonico.  In  a:  Salisciamo  5  Au,  Pastano  G  pas,  Baiaci  5  bot;- 
in  o,  M,  a  contatto  di  labiale:  FocigmboU  4  humil,  Compoto  e  -uto 
6  com,  Rìpido  4  rip. 

0.  33.  Protonico,  viene  spesso  ad  a  in  sec.  protonica,  ove  sia  se- 
guito da  r:  DusciarHlo  2  bu,  Primar^Uci  pru,  LezzarHla  5  le,  e  pass. 
in  derivati  simili  ^;  Fondarmi  4  fun,  Debbiarino  5  deb,  Albarolo  2  ar- 
bor,  Acquarnla  5  aq,  ecc.;  Pratarozzo  2  pra;  Cassarotto  6  cap;  i^an- 
garaja  5  fan  ;  Erbareto  2  he,  Legareto  il,  Vergarelo  virg,  ecc.^.  Aggiungi  : 
[Carognano  ì~  Coro],  Caterozzo  Catar-  5  cot,  Cafaggiareggio  ga.  — 
34.  In  e:  Pomereta  2  pom,  Gombereto  6  cuna,  Camperano  5  cam,  Coi- 
Caterozzo  cot,  la'ergne  in  (cfr.  nm.  33  n).  —  35.  In  i:  Crescinàtico  2 
ere,  agrilegio  lau,  Fattilungo  Feti-  4  lo,  Buchignano  \-  Bue,  [  Orir2- 
gnano  Ho,  Bernicciolo  5  be].  —  36.  Oscurato  in  r(,  spesso:  Ciili- 
striano  1-  Hi^;  Juveriano  -ejano  Jo,  Pupiliana  Pop,  (Sif?/- 
gnano  Soli,  Susigliano  Sos,  Munistalli  1^  Bono,  Butrlnne  e  Burigatle  ecc. 
5  bot,  Trugoletli  6  truo,  Bulsiniana  1-  Vols;  Vergaturini  2  virg; 
Flujano  \-  Fio,  Fucicchia  5  fau,  Muzano  -iano  1-  Mod,  Ule'ttori'2 
ol,  Buecchio  3  bov,  Ubaca  e  Liipaga  4  op,  Lugliano  1-  Lo,  Puntiano 
Pon,  CrugnQlo  2  corn,  Curtina  6  cor,  Mugnano  1'^  Am,  Pugnano  Apo, 
Lugnano  Leo,  Lunceta  2  aln  (o  sec),  Mutrone  5  mal  (id.);  Lecciu- 
reto  2  il,  Calugnano  1-  Callo,  Feruniano  Ferro,  [Rampugnana  Lam]; 
Ciicurajo  2  eoe.  —  37-8.  Postonico.  In  a:  ^  Ibaro  2  arbor;  e  spesso 
l'o  secondario:  Grufalo  1'  Rufu,  Brancalo  2  bran,  Mortali  mur, 
Colle-lùngari  4  lo,  Cuccari  5  cuc,  Gulfari  gul.  Lemmari  lam,  ^fi- 
pan  sae,  Sassari  sax,  Tòfari  to,  [M?icrt/o  6  cum]  ;-  in  ?^  :  Ponte-cicuri 
4  eie,  Santichìés'uri  e  Liés'ure  G  ec  **. 

U  39.  Con  i(  intatto  °:  Lucigliano  1-  Lucil,  [Mutigliano  Mutil],  Mh- 
%wrtno  Mutin,  Cupigliaja  6  cop,  Cufiniano  V-  Cuf,  Surignano  Surin, 
Gruvitano  2  rubu,  Giustagnana  1-  Jus,  Ursiciano  Ursignana  Ursic 
-in,  Biisciarilo  2  bu,   Umbrìcaja  3  lum,  Cutigliano  l~  Acutil,  Ruspi- 


*  Cfr.  i  dim.  Ceccarello  (onde  il  cogn.  lucch.  Ceccarelli),  Mene-  e  Togna- 
rello,  occorrenti  anche  nella  toponomastica. 

^  Questi  esemplari  e  gli  analoghi  del  nm.  34  si  troveranno  qui  sopra  al 
posto  che  loro  spetta,  perchè  appajon  quasi  sempre  formazioni  seriori,  ove 
il  primo  de' due  suffissi  è  il  vivo  e  vegeto  -^o/o -a;  cfr.  Ind.  nm.  85 n. 

^  V.  però  nm.  21  n. 

*  Questo  ^iiro-a  è  fenomeno  affatto  normale  forse  all'intera  Val  di  Lima. 
^  Non  è  escluso  che  per  alcuno  degli  esemplari  seguenti  nel  testo  s'ab- 
bia a  supporre  un  ricorso.  E  v.  anche  nm.2ln. 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  427 

ciano  Ha,  Furicaja  6  furc;  Juliano  1-  Jul,  Luciano  -a  Lucia,  GuZ' 
zano  G\\i,  Miitiano  Mutia,  Pupiana  Pup,  Rabhiano  Rub ,  Buriano 
-ralla  Bur,  Furciana  Furc,  Murr-  e  Muriano  -ana  Murr,  Giu- 
vicchia  5  ju,  Gagnolo  cun,  Musceta  2  mus.  Bussato  bu.  Palla  V  Apu, 
Bugliano  -a  1-Apul,  Pagiana  Apus,  [^Bruciano  Eb],  Furlina  5  for;  Ca- 
tureglio  P  Cat,  Minucciano  1-  Mimi,  Veturiana  -o  Vetur,  Feruntia- 
nula  Ferru;  Giuncugnano  Juc.  — 40-1.  la  a,  v.  nm.  33.  Qui:  Sita- 
rianise  \~  Sat;  Sagroviigno  4  gra.  In  ?',  anche:  bifonchio  -a?'e  3 
bu;  Nicciola  2  nu,  —  42.  In  o:  Molazzana  -alla  1-  Mun,  Rofiliano 
Ruf,  Formentale  2  fru,  Moriglione  ecc.  6  mu,  Pomez'zana  1^  Pum,  Po- 
ticciano-  ezzana  Put,  Sorignana  Surin,  Romicaja  -iceto  2  rum,  il/or~ 
tigliani  1^  Murt,  Orsignana  Ursin,  Ombr'iana  Um,  Noncinato  4  un,  i^o- 
ricaja  6  furc;  Pornecchia  e  Proneta  2  pru,  Fojana  \~  Furi,  Roppiano 
Rup,  Robbiano  Rub,  Sorana  Suria,  Toggiano  Tud,  Mostioso  2  mus, 
Rosceto  rus,  Fondagno  1^  Fun,  Ombreglio  Um,  C orzano  -rsànico  1~ 
Curt,  Mariano  Murr,  Mortelo  2  mur.  Sorbano  4  sub,  F-  Orbana  ur, 
Razzano  P  Ab,  Ronzano  Arru  ;  Vicaniano  P  Cum,  Apolia  Apu, 
Petrosciana  Petru,  Satojano  Sat;  CoUoreto  2  coru,  Pomoreto  pom, 
Rivorela  riv,  Callorino  6  cali,  Gomborale  cum.  E  v.  gli  esiti  terziari, 
nm.  33-4.  —  43-4.  Postonico.  In  a:  v.  nm.  37;-  in  i:  Bronetira  2  pru, 
Bùvili  3  bu, 

AE,  OE.  45-6.  Iniziale:  [Migliano  l-Ae].  Interno:  Ces erana  1- 
Caesa,  Levigliani  Laevil,  Scpulicchia  5  sae;  Cepeto  2  cae.  Precuce 
Proc-  4  prae,  Sevigliori  Scepgni  ecc.  5  sae;  Capredosso  3  capr;  iv,'- 
wrt/a  2  foe;-  Cicignano  -ana  1-  Caec,  Cis ar ana  e  Cicior ana 
Caesa,  Livig liano  Luv-  Laevil;  Cie'tola  2  cae,  Sivigli  e  ScipìQla  5 
sae,  Ciciana  \~  Caesi,  Gridano  Grae,  Liliana  Lael,  Lignana 
Laen;  Capridosso  3  capr;  Finajola  2  foe.  —  AU,  47.  Iniziale  :  Ausularì 
Auserissola  Auserclo,  A  snlari  Asserissule,  Seressa  Salissimo 
Sarchio,  5  Au;  Uzano  1-  Au.  Interno:  Palagnana  1-  Pau;  Piazzano 
Plau;  [Tere^^io  1^  Tau],  Lerata  Reta  (e  agriligió)  2  lau;-  Codizzana 
\~  Cau;  Mozzano  Nau,  Pio  ssano  Plau,  Loreto  e  Orbaco  2  lau;-  Pw- 
lignano  P  Pau,  Turignano  -ana  Tau;  Plutiano  Plau.  Col  ditt. 
sorto  per  dileguo  di  y,  è  F augnano,  onde  Fagnano,  \-  Fav. 

N  Consonanti  continue. 

J.  48.  Iniziale:  Jdpori  P  Ja;  Juliano  1- Jul,  Junceto  -ita  2 
junc,  ne' quali  ultimi  vedremo  piuttosto  una  grafìa  tradizionale;-  6^?- 
gnano  1-  Ja,  Gioviano  Giuvinalla  Jove  -i,  Giuncugnano  Juc,  Giusta- 
gnana  Jus;  CampogióbboU  P  Job.  -  Mediano  :  [Palleggio  P  Pan].  —  49. 


428  Pieri, 

LJ  RJ  ecc.  Esito  nonnaie  nella  massima  parte  de'  casi.  In  Latrlani 
1-  Lat,  Vetrìano  Vetur,  l'ettlissi  della  vocal  protonica  potè  essere  an- 
teriore all'età  in  cui  cadde  r  di  -RJ-.  Ma  con  esito  che  pare  anor- 
male: Barhuràtico  1^  Bar,  Buralla  Bur,  Sorana  Suria,  Varano  e  Col- 
harano  Varia,  Peralla  Peri,  Maturaja  e  Matr-  5  mat;  Fior  anello 
1-  Fio;  Coltura  2  coru,  palerò  pale,  Valpromaro  4  pri,  Macera  5 
mace.  Inoltre:  Materraja  -rrata  5  mat.  —  50-3.  SJ.  Ciciana  1-  Caesi, 
Cericlaua  Cere;  Pugiana  Apus;-  Petrosciana  Petru.  E  qui  siano  an- 
che tollerati,  da  SI:  Cilivaao  o  Sciliv-  1^  Sii,  Scimone  Sim;  Acinaja 
3  as;  Massa  Graugi  1'^  Gra.  -  SSJ.  Casabasciana  ecc.  1-  Bas,  Ca- 
sciano  -a  Cass,  Misciano  Mes,  Sasciana  Sas;  Cascia  1^  Gas.  -  RSJ. 
Carsciana  Care-  Crasciana  \~  Cars.  —  54.  CJ.  Strani  molto:  Ca- 
nùciori  2  canna,  Pe'ciori  pie.  Male  assimilati,  anche  :  Luciano  -a  1- 
Lucia^  [Monticiano  Mon].  Ma  in  Bruciano  1-  Eb,  la  metatesi  potè 
aver  effetto  abbastanza  tardi  per  impedire  la  normal  riduzione  del 
nesso.  —  55.  GJ.  [^Chiazza  -e  5  plagi]. 

L,  56.  In  r  tra  vocali,  v.  Ind.  nm.  25.  Per  altri  esempj,  anche  a  se- 
rie continue,  v.  qui  nm.  3:3-4,  36  e  42.  Quest'alterazione  è  poi  affatto 
normale  in  penultima  di  sdrucciolo  (cfr.  XII  117);  v,  passim.  Din.  a 
consonante:  [Rio  Sur  do  4  so],  Farcelo  2  fìl.  Sorcino  5  su,  ecc.  — 
57.  Raddoppiato,  in  Bollogno  1'  Volu,  Melle'tori  2  msd,  Pallicelo  palu; 
Colloreto  2  coru,  Pallergso  -areta  pale,  Filliccigni  fìl;  Brgllo  bro,  [Tec- 
ciullo  vie].  —  58.  LL  jotizzato,  in  Vagli  5  vai,  Cpgli  6  cel.  —  59. 
Epentesi:  Wappalo  7  s.  Guapparo., 

R.  60.  In  l,  fra  vocali;  Salissimo  5  Au,  Bp'lice  -i  bot;  e  seguito  da 
consonante:  Balbano  4  bar.  —  61.  RR  sdoppiato:  Valleriana  ecc., 
V.  Ind.  nm.  12.  Inoltre:  Socc^ri  ecc.  2  cerr,  Poraglio  por,  Serini  -aja 
5  ser,  ecc.  (cfr.  XII  118).  —  62.  Epentesi:  Frascalino  4  fise,  [Crucco 
5  cuc].  —  63.  Dileguo,  per  ispinta  dissimilativa:  Fatérnita  6  fra;  Al- 
hatone  2  arbu,  Riàlflco  ecc.  5  Afr,  trasio  Inorasti  6  tra. 

V.  64-.  V'R  in  fr-  per  'attrazione  lessicale':  Frucardla  5  ver.  — 
65.  Epentesi:  Albdvola  1^  Alba,  Ce' voli  6  cel;  Cane'voli  ecc.,  v.  Ind. 
nm.  27;  Carivola  6  carr;  Nupdvola  4  op;  Buviti  -a  5  bue;  Campo- 
civoli  4  eie,  Gigvo  -etto  5  ju.  —  66.  Dileguo:  Bue  Ilio  V  Bi,  Pu- 
gnano 1-  Fav,  Buecchio  3  bov;  Suigliana  1-  Sab,  Cie'tola  2  cae,  Ciu- 
tdla  ci,  Faida  -glia  fab,  [Aorta  7],  Bisciolo  ecc.,  Sgmbra  ecc.  (cfr. 
Asc.  XIV  344),  v.  Ind.  nm.  76. 


*  Sennonché  si  potrebbe,  anche  per  questo  esempio,  tentare  una  dichia- 
razione simile  a  quella  che  già  proponemmo  per  Fabiano  1^  Fabi. 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  429 

S.  67.  Sonoro  <Va  vocali  passò  a  zz,  in  ChiQzza  4  clau,  O'zzori  5 
Au,  Contez'zora  7.  —  68.  Iniziale  o  doppio  mediano,  che  si  muti  in  z 
o  zz,  in  Zoccoroni  5  coro  {ah.  \t.  zolfo  ecc.);  Pontemdzzoli  e  Maz- 
zalucchio  5  massa;  co' quali  anche  sia  tollerato  :  £?<^;ìo  2  bu  {ss  d'e- 
voluzione romanza).  —  69.  Raddoppiato,  in  Basse'lica  4  bas. 

Z.  70.  Abbiamo  s  da  zz  longobardico,  in  due  sdruccioli;  Campo- 
le'misi  \^  Gri,  Ndmpiso  Lamp.  ^. 

N,  71.  NS:  Mesa  lore  5  men.  Con  cui  manderemo:  Moslerio  e 
Mustiolo  6  monas.  —  72.  RN:  Caresciale  6  carn.  —  73.  Epentesi: 
[Giuncugnano  1^  Juc];  Menz ornante  e  Menzallo  4  me.  —  74.  Sdop- 
piato, in  Cam'voli  Ricanajo  Chianelo  2  canna. 

M.  75.  M'L:  [Tolli  6  tumu].  —  76-7.  Radd.,  in  Làmmari  5  lam. 
Sdoppiato,  in  Momoreta  2  mam. 

Consonanti  esplosive. 

C.  78.  CR.  Ci  sia  permesso  di  rammentare,  sotto  questa  formola: 
Soraggio  -a  5  es,  ove  in  realtà  non  vediamo  che  l'ulteriore  vicenda  d'un 
-cr-  ottenuto  per  assai  lunga  trafila  [cfv.  Iscì^ agio  Ind.  nm.  31).  — 
79.  Radd.,  in  Fdccola  5  tau.  —  80.  SCE,  SCI.  Vengano  qui  :  Cer- 
paja  -età  2  sci;  Bruceto  rus.  E  ó  da  /  di  f.  a.  è  anche  in  Verciano 
12  Versic  (cfr.  Cilivano  ecc.,  nm.  51).  —  81.  Radd.  il  e,  in  FiLlìccioni 
2  fìl  (v.  invece  Acquicigni  5  aq),  —  82.  QV.  Perduto  l'elemento  la- 
biale: Gìigliano  1-  Aq,  Culaja  3  aq,  Diàccola  ecc.  5  aq.  Esempio  'sui 
generis':  Cerchia  -ola  ecc.  2  quer.  E  anche  si  considerino  ivi,  con  in- 
tegro l'elemento  labiale:  Quarqueta  Quer-  ecc.;  e  col  nesso  ridotto 
a  h:  Bercela  -e  -i. 

Cr.  83.  GR:  Campole'misi  P  Gri,  Massaro/a  Gra.  —  84.  Radd.  il 
g,  in  Roggio  V  Rog,  Cafaggiareggio  ecc.  0  reg;  Careygìne  ecc.,  v.  Ind. 
nm.  64. 

T.  85.  Intatto,  di  regola,  in  qualunque  condizione  si  trovi  rispetto 
alla  tonica;  e  ci  sia  lecito  di  richiamar  qui  in  parte  la  non  breve 
serie  dogli  esempj  "•  Protonico:  Baione  1^  Bat,  MeMlo  Metal,  Piteglio 
Petegna  Petil  -in,  Vitgio  Vetu,  Bilgllo  -a  2  betull.  Paterno  4  pat,  Co- 
tgne  5  cot,  Pitgne  pit,  Falérnita  G  fra;  Cipitale  2  cep.  Cerretano  ecc.,. 
V.  Ind.  nm.  84;  Petrurio  -ojo  6  prae;  Biteto  2  ab.  Capitelo  capi,  Vi- 


*  Lo  sdoppiamento  di  ss  da  :r;  (il  quale  passaggio  non  offro  nulla  d' in- 
solito; cfr.  Xn  117n),  si  fece  por  alleggerirò  d'una  'mora'  il  poso  posto- 
nico; del  resto,  cfr.  Ind.  nm.  71. 

^  Per  la  ragion  generalo,  v.  le  note  seguenti. 


430  Pieri , 

ie'toli  vitis,  Metalo  6  met;-  Catureglio  1^  Cat,  Cutigliano  \~  Acutil,  Ca- 
li zzano  -acciano  Calagnana  Catic-in,  Latrìani  Lat,  Metuciano  Matu, 
Mutigliano  -ignano  Mutil  -in,  Pitiliano  -egliani  Petignana  Petil  -in, 
Puticiano  e  Potezzana  Put,  Retignano  Ret,  Saioj ano  e  Sitiano 
Sat,  Vetrìano  e  Vitjana  Vetur,  Vitiliano  Vite,  Motolgne  -ato  4  mut, 
Puliceta  pu,  Vitreta  ve,  Cof-  Caternzzo  5  cot,  Modero  ni  mal,  Greta- 
■inasso  masso,  Matlaja  -uraja  mat.  Aggiungo  dal  Gap.  MI,  pure  con  t 
protonico  :  Batanna,  Bitosto,  Catagno,  Catossa,  Gretille  ;  Caritgso,  Corbi- 
toro,  Sahatano,  Suguitano,  Turitana;  Butagngni,  Nilercola,  Piticlato; 
Retorindnzoli;  Camjwtinora^.  —  Quanto  a  T  postonico,  son  superflui 
gli  esempj.  A  ogni  modo  rammentiamo  qui  la  serie  de' nomi  in  -ato 


'  Son  voci  senza  dubbio  oscure  o  mal  certe,  ma  non  si  potrà  negar  loro 
ogni  valore  di  prova  (cfr.  Quicherat,  8),  per  la  questione  di  cui  sùbito  ve- 
niamo a  far  cenno,  in  quanto  si  debba  presumer  che  nove  volte  su  dieci 
la  sorda  ivi  pure  sia  originaria,  risultando  tutt' al  più  alcun  poco  minore 
la  probabilità  in  alcuni  esempj  pel  fatto  che  qualche  volta  il  lucch.  ha  t 
da  D  in  penultima  di 'sdrucciolo  rovesciato' (cfr.  Ind.  nra.  68).  Del  resto,  il 
lungo  elenco  qui  sopra,  al  par  di  quello  che  è  dato  al  nm.  90,  contrasta 
singolarmente  al  principio  che  la  sorda  protonica  debba  per  norma  digra- 
dare nella  sonora  (cfr.  Asc.  X  86n;  JNIey.-L.  It.  graram.  122-3,  Grundr.  l 
531).  Per  T  e  P  almeno,  gli  esempj  in  contrario,  anche  a  lasciar  da  parte  i 
nomi  locali,  pajono  a  me  in  tal  numero,  da  suscitare  un  grave  sospetto  che 
per  avventura  obbediscano  essi  alla  regola,  e  che  bisogni  piuttosto  trovar 
la  via  di  spiegare  i  casi,  in  cui  la  sorda  non  si  mantenne.  A  ogni  modo, 
dagli  esempj  recati  dal  Mey.-L-  per  d  da  T  protonico,  vorrei  togliere  la- 
dino, padire,  mudare  e  gradella,  che  tutti  occorrono  in  significati  affatto 
specifici  e  almeno  da  gran  tempo  mancano  all'  uso  volgare  (il  terzo  per  di 
più  è  termine  della  caccia,  e  però  facilmente  esotico;  v.  Asc.  al  luogo  cit.); 
mentre  vivi  e  vegeti  sono  e  furon  sempre  lati}io,  patire,  ecc.  Quanto  a  j30- 
rìere 'praedium'  (lucch.  poi-),  non  andrà  taciuto  che  gli  sta  al  fianco  il  verbo 
con  la  sorda,  la  quale  per  giunta  non  ci  sarebbe  neanche  dato  di  ripetere 
dall'  efficacia  protettrice  di  forme  aventi  postonica  la  dentale  ;  giacché  il  ri- 
correre all'unico  e  arcaico  piiote  sarebbe  qui  un  vero  stento.  Spero  poi  mo- 
strare altra  volta  che  gli  esempj  inesplicabili  secondo  cotesta  dottrina  non 
si  riducono  già  a  cinque  o  sei  (anche  ammessi  tutti  gli 'appoggi'  possibili), 
ma  formano  una  schiera  assai  poderosa.  Del  resto,  riconosce  il  Mey.-L.  che 
nella  'lingua  moderna'  si  notano  parecchie  eccezioni.  Ma  che  altro  è  mai 
la  lingua  moderna,  se  non  la  parte  precipua,  e  più  genuina,  dell'antica? 
Oiacchè,  in  generale,  tra  due  forme  divariate  che  coesistevano  in  antico, 
quella  che  nella  lotta  è  sopravvissuta  si  deve  presumer  la  più  robusta  e  vi- 
tale, la  più  salda  cioè  nella  tradizione  volgare. 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  431 

-a,  Ind.  nm.  79  (e  cfr.  quelli  in  -atico  -a,  stesso  niu.).  Inoltre:  Meati  5 
mea;e  dal  Gap.  VII:  Agnolata,  Basati,  Bulata,  Corjolata,  Dirillato,  Fu- 
gata, Ghifata,  Grati,  Mato  e  Mdtola,  Reticata,  Rotata,  Z'atoK  —  86. 
Digradato  a  sonora,  ma  affatto  sporadicamente,  in  Perch'Iota  nm.  seg.  ; 
Prade  ecc.  2  pra;  Pre'dola  e  Perdina  pir;  Piddola  ap  -.  —  87.  TR:  Pa- 
treglio  -igugnc  1'  Patril  -in,  Potro'ttoii  4  pu,  Petrognola  -gnano  1^  e 
P  Petro,  Motrognana  1-  Matr,  Pietràula  e  Petrosciana  Petri  -u,  Se- 
trlana  Sitr,  B o trog nano  Ya-tv;  Valetreta  4  tet;-  Perde' tota  5pet^;  Ma- 
drigale -ceto  2  mat'*;-  Parezzana  -ignana  1^  Patrie  -in,  [Pariglidtica 
Patril];  Bòrici  5  bot. 

D.  88.  Notiamo  ancora  l'epentesi,  che  occorre  in  Padànico  1^  Pag. 
—  89.  DR:  Carohbio  6  qua. 

P.  90.  Di  regola  intatto,  pur  se  protonico:  Pid'ia  V-  Apu,  Pugnano  e 
Pugiana  P  Apo  -u,  Pezzina  1^  Op,  Piscopana  4  ep;  Popiglio  1'  Pop, 
Rapecchio  2  rap,  Rupina  -i  5  ru  ;  Capezzano  1-  Capi,  Popigliano  Pop, 
Sapiana  Sap,  Capiteto  2  capi,  Cipitale  cep,  Cipureta  cv,  Peporajo  pip. 


*  I  quali  ultimi  son  di  certo  i  più  conclusivi,  perchè  non  avendo  potuto 
codesti  nll.  a  causa  dell'ignota  loro  significazione  essere  sorretti  dall'ana- 
logia di  nessuna  serie  o  classe  congenere,  più  manifesto  appare  su  essi 
r  impero  della  norma  fonetica.  -  Mi  limito,  come  si  vede,  a  dare  esempj 
per  quella  forraola  ove  il  passaggio  della  sorda  in  sonora  è  riputato  nor- 
male, dall' Ascoli  qual  che  sia  la  vocale  d'uscita,  e  dal  Mey.-L.  nelle  pa- 
role aventi  -a  (cfr.  la  nota  preced.).  E  se  la  mia  non  dovesse  parere  troppo 
gran  presunzione,  osserverei  che  alcuni  esempj  anche  di  questa  serie  dati 
dal  Mey.-L.  a  me  non  pajono  del  tutto  sicuri.  Quanto  a  rugiada,  termine 
scelto  e  poetico  (volg.  guazza),  non  ho  alcun  dubbio  sulla  sua  provenienza 
iberica  (sp.  prt.  roci'ada  ecc.  ;  cfr.  Diez  s.  v.);  come  l'ant.  it.  rosate  deve  esser 
la 'traduzione  morfologica'  del  fvnc.  rosee.  A  ogni  modo  poi  parrà  fonetica- 
mente impossibile  la  diretta  sua  originazione  da  roscidus  (v.  Kórt.  6983) ; 
giacché, ammesso  anche  un  *rosciare,  questo  non  si  sarebbe  toscanamente 
ridotto  mai  a  *rugiare  (dov'  è  uno  -SCJ-,  anche  protonico,  che  all'it.  dia  gì). 
Nulla  invece,  per  questo  rispetto,  ci  sarebbe  da  opporre  a  *ros-i-ata 
(Ascoli),  11  -rj'  di  scuriada  (ali.  a  -«te),  mostra  che  essa  non  fu  voce  schiet- 
tamente volgare.  Quanto  a  strada  e  contrada,  e  a  costada  (ali.  a  -ata)  d'uso 
scarsissimo  o  nullo,  osserviamo  intanto  che  hanno  due  volte  il  t. 

^  Forme  queste  per  nulla  strane  là  dove  occorra  d  da  T  anche  al  prt.- 
passato  (cfr.  XII  122  n). 

'  La  sorda  ivi  potè  anche  scadere  posteriormente  alla  metatesi  che  sop- 
primeva il  nesso. 

*  Quanto  a  Materceta^  sorgerà  forse  il  dubbio  che  il  t  sia  un  ricorso  (cfr. 
Ind.  nm.  68): 


432  Pieri, 

Papiglioni  3  pa,  Lapideùo  5  lap,  Capigliaja  6  cop.  Ed  aggiungo,  dal 
Gap.  VII  (cfr.  nm.  85):  Capacchi,  Nipnla,  Papdccola,  Popéllora,  Tri- 
palla;  Capornano,  Capurlana,  Dopanala,  Papitano'^.  =  91.  Digradato 
ai  od  a  V,  ia  Bugliano  \-  Apu,  [Biàdola  2  ap],  Ohaca  ecc.  4  op,  Ba- 
liberla  e  Nabertina  ape-;-  Livi'zzano  V'  Lep,  [Livoreta  3  lep],  Pia- 
iioverti  e  Ripavértola  4  ape,  Tiévova  e  Tevernnc  tep,  Sìvigli  -iglìori  e 
Sìévoli  5  sae  ;  Cie'tola  2  cae,  Liégora  3  lep.  —  92.  In  /':  Refiibbri  V 
Publiu,  [Fprchia  4  ape].  —  93.  PR.  Venuto  a  br,  solo  in  Brom'tira 
2  pru;  Brddia  pra,  Brico-a  e  BriccMo  4  apr.  —  94.  Radd.,  in  Zo^> 
porrt  2  op. 

Accidenti  generali. 

95.  Dissimilazione.  Di  l-l:  Ceracdndoli  1'  Can,  Segarule  2  seca, 
Scarapoleti  palu,  Cuccurùzzolo  5  cuc,  Varicdla  vai,  Gasare  IH  6 
cas;  Merecchia  (ma  cfr.  J/6?reto)  2  mal,  Caranecchia  5  can;  Varvel- 
làndure  2  avel,  Sorcorajo  (da  -olajo  di  f.  a.)  5  su;  Namporaglia  2 
lam,  Carnporaglia  5  cam,  Baribuglia  4  bur  (ma  cfr.  Barigiana  5  vai); 
e  V.  Ind.  nm.  85  n;  Colleronsuio  1^  Lu,  Gallefiaari  4  fin;  Róppole  6 
ro;-  PanaJQla  2  palu;  Ceranicchio  2  cerr,  Navacchio  5  lab;  Candalla 
4  cai;  Valleg udndola  2  wa.  -  Di  r-?':  Valicorte  P  Var,  Licetro  2 
eri,  Veladro  ver,  [Céletra  7];    Velgareto  2  virg;  agrih^gio  lau,  ilfar- 


*  Cfi'.  am.85n.  -  Per  w  da  P  protonico,  degli  esempj  addotti  dal  Mey.-L. 
al  luogo  cit,  nessuno  mi  par  veramente  sicuro.  Infatti,  arrivare  andrà  ri- 
petuto da  nocr,  che  è  fuor  della  norma  e  dovuta  ad  infl.  di  rivus  (cfr.  Bian- 
chi, IX  418  n);  e  sticare,  come  voce  marinaresca  ch'ella  è,  ben  può  esser 
'navigata'.  Né  so  prestare  tanta  fede  agli  arcaici  covidigia,  coverta^  savore, 
quanta  a  cupidigia,  ecc.  A  giustificare  poi  capelli  (e  perchè,  se  mai,  non  an- 
che capestro^)  con  capo,  e  sapere  con  sappia,  e  a  metter  da  parte  sapone 
preferendo  il  sen.  ant.  savane,  confesso  che  io  stento  ad  indurmi.  Rimane 
caviglia,  il  quale,  a  giudizio  dei  più,  sarebbe  ivi  fuor  di  luogo  (cfr.  Kòrt. 
1762);  e  v.  a  ogni  modo  D'Ov.  XIII  392-3.  Agli  esempj  che  resterebbero  ine- 
splicati aggiungeremo  intanto  capace,  capire  (l'illustre  alemanno  bensì  ricor- 
rerebbe di  certo  a  capo,  e  all'  are.  cappia),  concepire,  capanna,  lupino.  Del 
resto,  resistendo  il  P  anche  in  A'PR  (it.  capra  ecc.),  cioè  dopo  quella  vocal 
tonica  e  in  quella  formola  dov'esso  appare  più  esposto  a  cedere  (cfr.  A'TR, 
ìt.  madre  ecc.),  non  può  far  meraviglia 'a  priori'  che  occorra  intatto  anche 
protonico.  Così,  per  quanto  fu  anche  osservato  del  T  protonico,  verrebbe 
rivendicato  al  toscano  un  altro  cospicuo  carattere  di  quella  sua  maggior 
fedeltà  al  tipo  latino,  che  tutti  dal  complesso  dei  fatti  a  ogni  modo  gli  ri- 


conoscono 

2 


Da  richiamare  a  parte  è  Sorr'ibula-ra  5  rip. 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  433 

molaja  6  mar,  Pretulio  prae;  A.rtale  alt';-  Frahbodo  6  fa.  -  Di 
n-a:  Licciano  \~  Ani,  Molazzana  Mun,  [Lumisiano  Nu],  Col- 
lemandina  1^  Cu;-  Lomassano  1-  Don.  -  Esemplari  'sui  generis': 
fojgnco  3  io,  Putilajo  4  pu.  —  96.  Assimilazione,  Di  e-s:  Cice- 
rana  \-  Caes.  Entro  la  parola:  Rlabbiani  \~  Albi,  Cuccitano  2  que, 
Laccajola  6  o.rc.  —  97.  Distrazione  di  cons.  doppia  per  r:  Ver- 
silia 7,  Bornósoro  P  Bonos.  —  98.  Prostesi.  Anche  :  [  Vu  Imìana 
e  Vormiana  1~  Ul]  ;-  Scarpinecchi  2  carp,  Spianessa  4  planu.  —  99. 
Epentesi.  Di  vocale.  Aggiungi:  [Sóndoro]  e  Sàndoro  2  son,  Viépori 
vep,  Gdbbori  -eri  4  già;  Mórlia  2  mo,  Sérlia  5  ber.  Di  consonante: 
nm.  59,  62  e  65.  E  inoltre:  Aqidleja  1'  Aq.  —  100.  Aferesi:  Pulia  e 
Bugliano  1^  e  1~  Apu,  {Rescio  1^  Ari],  Lizzano  1^  Allid,  Pugnano  Apo, 
Pugiana  Apus,  Gugliaìio  Aq,  Riana  é  Rongnatico  Arri  -o,  Suniana 
Aso,  *S«na  Att,  Fan-s^ano  Ave,  Ruspiciano  Ha,  Rughi  1^  Ara,  Bata- 
rello  ecc.  2  ab,  Grifoglio  acr,  Peate  -i  ecc.  2  ap,  Risteto  ari,  Vellano  av, 
Guilaja  e  C«^-  3  aq,  Qudlbola  4  alb.  Perlina  e  Pérchio  ap,  Sr«co  -a 
e  Bricchio  apr,  G^eZZo  5  ag;  [Bruciano  1-  Eb],  Rezzano  Hered,  Scleto 
2  escu,  Sciàcqui  5  aq;  Rontano  1'  Oro,  Tabbiano  1^  Oct,  Ne' cchiori  ecc. 
2  aln,  Vécoli  3  ov.  Bàcio  ecc.  4  op,  Sppzi  6  hos;  iV/eto  2  ulm.  Qui 
anche:  Mingale  4  domn.  —  101.  Ettlissi.  Di  vocale  protonica: 
Piajolo  2  palu,  Sermezzana  5  ser,  Caldraja  6  cai;  Frucarella  5  ve, 
Triccella  ecc.  5  ter,  [ iS'co?'eec7«a  6  secu],  Sprgnca  5  spe,  Arliano  \~ 
Arai,  Corliano  Core,  ^irmizca  At,  Latrlani  Lat,  Serniana  Sere,  Ce?'- 
^im  ecc.  2  cerr,  [Perc?ma  pir],  Prontaja  pru,  Carmagno  4  mag,  Fe- 
frcto  ve,  Matraja  5  mat;  Argetana  2  lar,  Pancellgrum  pan,  Torle- 
cava  4  tor,  Caldrineto  5  aren,  Boscarmani  1^  Ha,  Pontardeto  4  ar, 
Gragliana  1-  Garil,  Urs ciana  -o  Ursic,  Varliano  Varil,  Vergnana 
Verin,  Ver  ciano  Ver  sic,  Mar  ni  ano  Mar  in,  Colleronsino  1-^  Lu,  ìm«- 
cete  2  aln,  Galceto  galli,  Nardaglia  4  ar,  Mengale  domn,  Precchia  e 
Preto  2  pir,  Pralta  4  alt;  Cermaggigre  2  cerr,  Pcrbono  4  bo,  -lungo 
lo,  -mgzzo  moz;  Vetr'iano  \~  Vetur,  Triano  It,  Cerlecchio  2  cerr,  CoZ- 
c/;-io  coru,  Forlina  5  for,  Pallunga  e  -maggigre  palu,  Terlecchia  ter. 
Doppia  ettlissi  protonica  è  in  M ostesigr adi  ì?  Si.  -  Di  vocale  po- 
stonica: Cambra  6  cam;  Màrlia  P  Mari,  Pisàngola  Pisa,  Trassilco 
Sylli,  A'igola  2  al,  Riardo  4  ari,  Bisgrdo  -grta  bis,  [Co/'te^prca]  e  xSe- 
ravezza  7;  Morii  -rlia  2  mo,  Ambra  5  lam,  -S.Tte  ecc.  5  ser,  Murlo  6 
mu.  -  E  V.  Ind.  nm.  31-2,  35-7  e  59.  D' ettlissi  per  ispinta   dissimila- 


*  Se  da  artare  di  f.  a.,  per  dissimil.  Ma  potrebbe  anche,  senz'  altro,  essere 
una  metatesi  da  altare. 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  29 


434  l'ieri , 

tiva,  sono  esempj  :  Fibbiano  -alla  l'^  Fla,  Fiano  Fio  ;  Ramiaja  e  tnaa- 
najo  6  ra.  E  qui  vengano  anche:  Panappatreglio  1^  Pat,  Pampani- 
cala  2  pan;  [Fumalbi  V-  Albi].  -  Di  consonante:  nm.  63  e  66,  e  Ind. 
nm,  66-7.  —  D'una  intera  sillaba:  Premaggigre  2  pra,  Pravaccaglio 
3  va;  Canfìgre  V"  Fio,  Cadorso  Ors,  Cumfilicajo  2  fìl,  Commórtoli 
raur,  Campanice  pan,  Camajgre  -ajgne  4  mai,  [Campoggi  5  pod]  ;  Tra- 
ìnomgnti  5  tra;  Camaggiana  1^  Magi,  Camajana  Maria,  Comez'zana 
6  cas;  Vicomano  1^  Cu;  Stramazzata  A  moz.  —  102.  Apocope:  Ca- 
nape' 2  cannab.  Castagne'  cas;  Collare'  coru.  —  103.  Suoni  con- 
cresciuti. Mostrano  l  proveniente  dall'articolo:  Lunceta  2  aln,  Lib- 
biajo  eh,  Lisca  -chelta  ecc.  2  esca,  Loppia  -eto  op,  Lagnetri  3  ag,  Xf- 
molama  4  im,  Lajale  5  area,  Laccajola  6  are,  [ivam2)i<^^Mra  7  s. 
Ampollora].  Aggiungi:  Rilàffìco  6  Afr.  È  per  avventura  l'o  della  stessa 
origine,  in  Orio  5  riv.  -  E  v.  anche  Troggio  1^  Rog,  Trivellana  2 
uvei.  —  Bene  spesso,  com'  era  da  aspettare  in  nomi  locali,  troviamo 
concresciuta  una  preposizione.  Hanno  a  ad  o  apud:  Arzali  2  hord, 
Adaccori  e  Poacque  5  aq;-  di  de:  Biscandolaja  2  sca,  Didccola  5  aq, 
[^Disperai a  7;-  de  +  ab:  Tababrico  4  apr]  ;-  ex:  Sciacqid  5  a'q  ;-  extra: 
Stracolli  5  col;-  fori[s]:  Fur  porta  6  port;-  in:  Ino  ti  ano  \~  Nau, 
Impruneta  2  pru,  Inverata  vire,  Intrasti  6  tran.  Maggio  1^  Ai,  Nar- 
ciana  1^  Are,  Ndmpizzo  1^  Lamp,  [Namporaglia  2  lam],  Nappiaja  ap, 
[A^erèa  he].  Mortola  hort.  Magni  3  a^g,  Mabertina  4  ape,  Mardaglia 
ari,  Maspro  as,  Mobache  e  Mupdvola  op,  Moncinato  un,  Mdjora  e  Ma- 
jola  5  area,  Mdmola  lam,  Mis'ole  in,  Mdffrico  6  Afr.;-  intra  o  Inter: 
Trae'lici  2  il,  Trasalecchia  sali,  Trespignori  spi,  Trajégora  3  le,  yln- 
trdccoli  5  aq,  Traccglle  è  Trambicolli  col,  T radicelo  cuc,  Tramgnte 
mon,  Trape'nnori  pin,  £'«fri  riv,  Tras'_;rra  ser,  Trasglca  su,  [Té;r/?no 
6  fin,  Trambilari  e  -bisi^rra  7];-  per:  [Percaldino  4  cali.  Perdo nica 
domn,  Permaccia  5  maci];-  post:  [Postomela  2ul;  Porrinajo  porr], 
Posdlia  2  sali,  Povigna  vine,  Poscaldano  4  cali,  Pomgnte  -i  -a  5  mon, 
[Pmliq/'a  5  re], Possn'ra  ser.  Posse' dici  6Nu,  Postabbio  -a  sta;-  sub, 
V.  pass,  (e  Ind.  nm.  76);-  subtus:  [iSosfeito  e  -tecchio  6  tee];-  supra: 
Sopraja  -aglia  5  area,  SoperteccMa  tee;-  trans:  Trassilico  V  Sylli, 
Tresconi  5  col,  Tresserata  5  ser;-  fer'  versus:  [ Feri/rtncana  4  bia, 
Vergaliggine  6  cali].  —  104.  Dileguo  di  /-  i7-  to-  fe-  presunto  arti- 
colo: Cme  G'ay'o  ecc.  2  il,  Amponeta  lam,  Re'ggina  e  Argetana  lar. 
Orata  Reta  ecc.  2  lau,  Mard sciala  4  rus,  Coscdla  Guscigna  ecc.  5  lac, 
A'mote  ecc.  5  lam.  Qui  anche:  Màmpizzo  1^  Lamp.  -  Di  ^  interno, 
per  dissimilazione,  in  Vagliunga  5  vai,  [Ciglie' mpori  7].  —  105.  Me- 
tatesi. D'i  precedente  la  tonica,  il  quale  passa  din.  alla  vocal  finale: 


A  proposito  d'uno  spoglio  di  nomi  locali.  435 

Sévlia  5  ser,  Mnstollio  6  monas.  W i  postonico  in  jato,  che  passa 
din.  alla  tonica:  hiuhbo  G  biv.  Di  l  yi  una  particolar  condizione:  CMa- 
neto  2  canna,  Schi^ppori  sco,  Piércola  4  ape,  [Pi tonta  5  pu].  -  Di  r: 
Gragliaaa  \~  Caril,  Crasciana  Cars,  Bruciano  Eb,  Presignano  Pers, 
Tre  pili  ano  -ppignana  Terpil  -in,  Crugnolo  2  corn,  Trirnigngni  6 
ter;-  Preta- fessa  4  fis,  Pretalata  lat,  Prede' tola  5  pet,  Valetreta  ecc. 
4  tet,  Ritràffvco  é  Valdrdffia  6  Afr,  Frahbodo  fab,  Grgmbo  cum.  -  Me- 
tatesi 'emiliana':  Formeniale  2  fru,  Matercela  mat,  Permaggiore  pra, 
Pornecchìa  pru,  Burldtica  5  gru,  Perde'tola  5  pet,  So^iertecchia  tee, 
A'rfico  6  Afr.  -  Metatesi  mutua  di  consonanti:  Colloreto  2  coru  (cfr. 
Flechia  s.  v. ),  Asulari  5  Au;  {^Namporaglia  2  lam],  Calanecchia  5 
can;  Malop'jrta  4  ape;  Pégalo  5  pel;  Birdfflca  6  Afr;  Vighizzano  1~ 
Clav;  [Gordici  7]. 


106.  Quanto  alla  Morfologia,  notiamo  pure  i  Metaplasmi.  Masch. 
di  3*  in  2*:  Trdmito  5  tra.  Bugino  6  bue.  -  Fem.  di  3^  in  1^:  Fe'licia 
2  fil,  Ve'ticia  e  Fefy-  vitex,  Sdliga  e  Pósalia  salix,  Fo^-  e  Gnlpa  3 
vulp,  i^rtua  5  lab,  [Per>n«ce?a  maci],  Padula  palu.  Calla-grande  6  cali. 
-  Esempj  varj  :  Pe'pola  -ra  2  pip  ;  Rigala  Forment'ald  ecc.,  Linara, 
V.  Ind.  nm.  79.  Qui  anche  per  la  cambiata  desinenza,  comunque  siano 
da  illustrare  :  Qrtola  2  hort,  Pomgnta  5  mon. 

107.  Appunti  lessicali^.  —  acqiiajo  138;-  agril^gio  93;-  barancli 
SO;-  *barga  139;-  boccio  80;-  bofonchio  111;-  bonrjsoro  80;-  èoò^'o 
140;-  bozzo  141;-  brdnia  e  brano  173;-  bronco  80;-  buclta  141;- 
■canùcioro  81;-  capitórsolo  112;-  cazza  -uola  -eruola  155;-  cervastro 
e  Ciri t dia  84;-  cocco  -ola  e  coccia  -o  'oro  202;-  coriiccJiio  -a  178;- 
ct<23o  124;-  cutérzola  113;-  debbio  146-7;-  dogajo  -a  179;-  domale 
(fico-)  125;-  fegna  88;-  fojgnco  113;-  fondone  127;-  frasso  89;-  /"r^f- 
^9ne  12Q;-  fregiane  114;-  frizzare  126;-  gerbo  -a  90;-  grecchia  e  ^7'h«- 
glioSG;-  imbréntina  ecc.  92;-  *monachiatTcu  183;-  «occ«  95-6;-  or- 
Z^aco  93;-  orbiglio  86;-  pale'o  -ero  97;-  pastinac2llo  -cino  98;-  piddola 
-enaVÒ2;-  pitone  pitt- 160;- polle' zzola  -izzora99;-  ìnscio  16;-  reirio 
162;-  *rondo-a  114;-  rd ssolo -a  102;-  rubizzo  99;-  saZa  (pianta)  103;- 
saldgne  134;-  sborniare  121;-  schiava  (vitigno)  104;-  sculérzola  113;- 
^eccia  104-5;-  selvano  -a  e  *silercula  105;-  sillora  116;-  tecchia 
167;-  tizzósoro  -a  106;-  trebbio  tri-  e  treggia  192;  vetriuola  107. 


*  Ci  riferiamo,  pe'  nomi  che  seguono,  alla  pag.  rispettiva  del  testo. 


436  Salvioni  e  Ascoli:  Etimologie. 

Etimt)logie. 

1.  —  lomb.  de  ria,  raonf.  dòrla,  mallo,  noce  smallata. 

Nel  milanese,  c'è  anche  derlón',  e  allato  al  sostantivo,  s'iia 
un  verbo:  lomb.  derld  sd-,  monf.  sdoì^ée,  smallare.  Il  nome  è 
estratto  dal  verbo,  il  quale  deve  rivenire  a  *deroldre  ^.  Poiché 
la  base  di  derla  ecc.  andrà  pur  cercata  in  quel  sost.  róla  (Ti- 
cino) -  0  rota  (Piemonte) ,  che  appunto  significa  '  mallo  ',  e  nel 
Ticino  anche  'bacello  di  fava'  e  'guscio  di  castagna'.  Dove  gio- 
verà avvertire,  che  a  S.  Vittore  di  Mesolcina,  p.  es. ,  manchi 
dirla ,  ma  s'abbiano  di  fronte  il  sost.  reta,  mallo,  e  il  verbo 
zdarlà  smallare.  —  Ora,  cos'è  questo  ròlaì  E  prima  di  tutto, 
posson  combinarsi,  e  come,  Vó  ticinese  e  Ve  pedemontano?  Per 
via  diretta,  no;  ma  si  può  ammettere  questo:  che  il  piem.  abbia 
avuto  dapprincipio  *rp7a;  che  Vó  di  desrolè  si  convertisse,  nelle 
voci  rizotoniche,  in  6  {desróla),  sulla  norma,  p.  es.,  di  volé-vóla', 
e  che  il  verbo  rifluisse  quindi  sul  sostantivo.  Potremmo  allora 
pensare,  con  molta  ragione,  a  tyla.  rovere  (cfr.  tic.  e  piem.  rpi 
rovere),  in  quanto  'rovere'  fosse  venuto  prima  a  significare  'cor- 
teccia'. È  noto  che  fra  gli  alberi,  di  cui  si  metta  a  profìtto  la 
corteccia,  la  rovere  è  fra  noi  il  più  importante.        C.  Salvioni. 

2. —  Sante. 

In  più  regioni  italiane  è  frequente  oggi  ancora  Sante  per  nome 
di  persona,  che  è  ritenuto  un  mero  sinonimo  di  Santo;  cosi  nel 
Tramater:  Santo  Sante  Zante  Santi.  Sarà  egli  invece  da  aS^^- 
ctius,  come  Vincente -centi  da  Vinc entius  {B'mnchì,  IX370n)? 
Temo  che  no.  Sante  potrebb'  essere  semplicemente  un  vocativo, 
proveniente  dalle  litanie,  e  tale  perciò  da  fare  il  pajo  con  domine 
domineddio,  il  qual  domine  (cfr.  Criste,  Flechia  X  158)  suscita 
alla  sua  volta  l'eufemistico  diamine.  G.  I.  A. 


*  Per  la  forma  monferrina,  tanto  si  può  pensare  a  un  *dorolée,  colle 
atone  assimilate,  quanto  a  *drolée,  poi  metatetizzato  in  dorlée.  —  Il  piem. 
desrolè  dev'esser  formazione  di  età  recente.  *  Nel  Ticino,  ho  sempre  udito 
r^la  0  rùla,  e  andrà  accolto  con  diffidenza  il  róla  del  Monti. 


DEL  POSTO  DA  ASSEGNARSI  AL  SANFRATELLANO,  NEL 
SISTEMA  DE' DIALETTI  GALLO-ITALICI; 

PEK 

C.  SALTIONI. 


Spetta  all'Archivio  (Vili  304-16;  407-22;  IX  437-9)  e  ai  suoi 
collaboratori,  Giacomo  de  Gregorio  e  Giuseppe  Morosi  ^,  il  vanto 
d'averci  data  la  prima  esposizione  sistematica  e  scientificamente 


*  Quello  del  Morosi,  presentato  nella  modesta  forma  di  osservazioni  e 
di  aggiunte  al  de  G.,  è  tuttavia  lavoro  originale  e  ben  importante.  Duole 
perciò  vedere  che  il  de  G. ,  nelle  successive  sue  scritture  intorno  al  san- 
fratellano,  ricordi  a  mala  pena  il  Morosi,  attribuendo  a  sé  medesimo  il 
merito  esclusivo  di  rivelatore  de'  parlari  gallo-italici  della  Sicilia,  e  anzi 
affermando,  nel  più  recente  opuscolo  (p.  26),  che  senza  di  lui  nessun  ro- 
manologo  avrebbe  mai  gettato  l'occhio  su  que'  dialetti.  Ora  è  indubitato, 
all'incontro,  che  il  Morosi  ha  raccolto  i  proprj  materiali  assai  prima  che 
il  de  G.  rendesse  pubbliche  le  sue  ricerche  e  che  tosto  o  tardi  essi  avreb- 
bero finito  per  vedere  la  luce.  —  Rincresce  altresì,  che  il  de  G.  si  compiaccia 
di  allegare,  intorno  alle  note  sanfratellane  del  Morosi,  il  giudizio  sfavore- 
vole di  L.  Vasi,  la  cui  autorità  nelle  cose  nostre  è  davvero  troppo  scarsa. 
Il  Morosi  non  avrà  speso,  per  giungere  al  sanfratellane,  le  ardue  fatiche 
durate  dal  de  G.;  ma  ha  cura  di  indicarci  i  suoi  fonti  e  soggiunge  d'averli 
ben  sindacati.  Orbene,  nessuno  che  conosca  l'accuratezza  scrupolosa,  la 
ponderazione,  il  senso  critico,  che  soleva  adoperare  il  povero  Morosi  nelle 
sue  ricerche,  crederà  ch'egli  se  ne  sia  scostato  in  queste  sul  sanfratellano; 
e  tanto  meno  lo  crederà,  quanto  più  un  attento  studio  l'avrà  convinto 
della  loro  saviezza  e  delle  lacune  di  varia  natura  che  son  venute  a  col- 
mare. Tanto  sono  esse  meritorie,  che,  se  non  le  possedessimo,  la  nostra 
conoscenza  del  sanfratellano  si  dovrebbe  considerare  molto  imperfetta.  — 
Gli  appunti  del  Vasi  (Studi  storici  e  filologici,  Palermo  1889,  pp.  193-4), 
a  chi  li  esamini  da  vicino,  appajono  poi  cosa  ben  poca,  e  in  parte  dipen- 
dono da  ciò,  che  il  Vasi  mal  si  raccapezza  in  mezzo  alle  nostre  grafie. 
Altri  riguardano  piccole  sviste  e  forse  errori  di  stampa.  E  per  qualche 
divario  tra  i  profferimenti  del  Vasi  e  quelli  attestati  al  Morosi  da'  suoi 
fonti  sanfratoUani,  mi  sia  lecito  di  qui  annotare  che,  Jori  stesso,  in  un 
interrogatorio  di  due  contadini  dello  stesso  paese,  della  stessa  età,  della 
stessa  condizione  e  professione,  mi  accadeva  di  udire  dall'uno  urà'(ja  (orec- 
chio) ecc.,  dall'altro  uràija  ecc. 


438  Salvioni, 

concepita  dei  dialetti  gallo-italici  di  Sicilia,  e  più  specialmente 
della  parlata  sanfratellana.  Circa  la  precisa  patria  di  questa,  il  M. 
s'astiene  da  ogni  giudizio.  Non  così  il  de  G.,  che  prima  (Vili  305) 
ebbe  a  riconoscervi  il  «  pedemontano  settentrionale  in  una  fase 
ben  più  genuina  che  la  madre  patria  più  non  ci  serbi»  ;  poi^, 
l'emiliano  in  genere;  e  infine,  nell'opuscolo^  da  cui  prendon  ve- 
ramente pretesto  le  nostre  pagine,  l'emiliano  qual  si  ode  a  Bo- 
logna, 

Contro  le  quali  conclusioni,  in  quanto  riguardassero  l'emiliano, 
già  era  insorto  il  Meyer-Lùbke ,  it.  gr.  pag.  8  n ,  con  tali  e  si 
perentorj  argomenti,  che  ognuno  di  noi  vi  si  sarebbe  arreso.  Non 
però  il  de  G.,  che  anzi,  sforzandosi  insieme  di  ribattere  gli  ar- 
gomenti dell'avversario,  riaccampa  fresco  fresco  le  vecchie  con- 
clusioni ,  restringendole  però  all'  emiliano  di  Bologna,  come  s'  è 
detto.  Queste  conlusioni,  dice  il  de  G.,  «  sono  tanto  rigorose,  che 
siamo  pienamente  convinti,  che  lo  stesso  Meyer-Lùbke  ricono- 
scerà di  doverle  accettare  »  (Or.  52). 

Gli  lascio  volontieri  questa  convinzione.  Ma  quanto  a  me,  devo 
subito  aggiungere,  essere  appunto  il  rigore  la  qualità  che  più 
manca  nella  dimostrazione  del  de  G.,  e  soprattutto  il  rigore  nel- 
l'apprezzare  e  nell' applicare  que' criterj  fondamentali,  che  soli 
l'avrebbero  preservato  dall'ammannirci  come  prove  incontroverti- 
bili dei  fatti  che  non  dicon  nulla  o  hanno  tutt'  al  più  un  valore 
indiziario.  Il  de  G.  ha  dimenticato,  che  nel  caso  nostro  non  pos- 
sono valer  di  prova  se  non  quei  fatti  che  risultino  propriamente 
caratteristici  e  nel  sanfratellano  e  nella  parlata  gallo-italica  colla 
quale  il  sanfratellano  sia  confrontato;  fatti  che  devono  andare 
immuni  dal  sospetto  di  una  coincidenza  meramente  fortuita;  de- 
vono andar  sincerati  alla  luce  della  cronologia,  perchè  ne  venga 
la  convinzione,  sin  dove  i  documenti  e  il  raziocinio  il  consen- 
tono, che  già  invalessero  o  potessero  invalere,  nel  sanfratellano 


*  Affinità  del  dialetto  di  San  Fratello  con  qitelli  dell'Emilia;  Torino,  1886. 
Si  cita  per  'Aff.'.  —  Saggio  di  fonetica  siciliana,  Palermo  1890,  pp.  40-42  n. 

^  Sulla  varia  origine  dei  dialetti  gallo-italici  di  Sicilia,  con  osservazioni 
sui  pedemontani  e  gli  emiliani,  Palermo  1897  (Estr.:  dall'Archivio  stor.  sic, 
N.  S.,  ami.  XXII).  Si  cita  l'Estratto,  per  'Or'. 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  439 

e  nella  parlata  con  esso  confrontata,  al  momento  del  distacco. 
Ha  egli  ancora  dimenticato,  che  (senza  dire  dei  fenomeni  comuni 
a  tutti  i  parlari  gallo-italici)  non  possono  valere  se  non  come 
semplici  indizj  quei  fenomeni  che  siano  distintivi  di  S.  Fratello 
e  di  più  d' un  punto ,  —  fra  quelli  che  entrano  nella  contro- 
versia, —  del  territorio  gallo-italico,  o  ricorrano  insieme  nel 
sanfratellano ,  nel  territorio  gallo-italico  con  cui  si  istituisce  il 
paragone,  e  nel  siciliano.  Onde  è  venuto  che  degli  argomenti 
addotti  dal  de  G.  in  favore  della  particolare  affinità  tra  sanfra- 
tellano e  emiliano  o  bolognese,  nessuno  si  regga.  Gli  argomenti 
son  questi: 

1.  Il  volgersi  dell'à  verso  a  (VITI  306;  408-9;  cfr.  Aff.  5-7, 
Or.  30-34).  È  fenomeno  assoluto  nel  sanfratell.,  tanto  che  a  mala 
pena  vi  si  trovi  un  à  etimologico.  È  invece  limitata  all'à  di  sil- 
laba aperta  e  alle  formolo  ar  +  cons.  e  a^  +  cons.  l'alterazione 
emiliana.  A  questa  obiezione,  già  mossa  dal  Meyer-Lùbke,  il  de 
G.  risponde  in  modo  inconcludente;  anzi,  a  farlo  apposta,  cita 
de'  nuovi  esempj  di  ci  nei  quali  appunto  non  s'esce  dalle  solite  for- 
molo. Del  resto,  l'alterazione  di  à  a  formola  aperta  è  pure  nelle 
Alpi  lombarde  (v.  Morf,  Gòttingische  gelehrte  anzeigen,  1885, 
pp.  853-4),  e  doveva  estendersi  un  giorno  fin  quasi  a  Milano 
(Ascoli,  I  297  n).  A  formola  aperta,  il  fenomeno  è  costante,  e  a 
formola  chiusa,  in  certe  congiunture,  pur  dell'Alta  Leventina  ^ 
Il  che  naturalmente  conferisce  ancora  a  toglier  valore  al  raf- 
fronto del  de  G. 

Una  speciale  importanza  attribuisce  il  de  G.  (Or.  40)  alla  con- 
gruenza tra  sanfr.  e  boi.  per  quanto  è  dell'ai  di  -are  e  di  -àriu. 
E  non  s'avvede  circa  al  primo  caso,  che  Va  emil.  vi  ha  lo  stesso 
motivo  di  ogni  altro  a  in  sillaba  aperta  {cantar  come  aitar)  ^ 
mentre  nel  sanfrat.  si  tratta  di  motivi  ben  diversi  [amer  amare, 
ma  amar  amaro).  Né  s'avvede,  circa  il  secondo,  che  V-aer  -aeri 


*  neg,  naso,  cef  chiave,  scéra  scala,  stréda,  cane  'canale'  truogolo,  -é  = 
-are,  ecc.;  bérba,  bérca,  ìtiérca  'marca',  élp  alpe,  élba  alba, pm  panno,  e'.sp« 
naspo,  bres  braccio,  ecc.  —  Una  particolareggiata  conoscenza  de' dialetti 
dell'Alta  Leventina,  dove  solo  ricorre  il  fenomeno  di  e  da  a,  mi  permetto 
di  l'iconoscere  che  questo  s'  è  svolto  indipendentemente  dalla  palatina  pre- 
cedente (v.  Ascoli,  I  2G0-61). 


440  Salvie  ni, 

rappresentan  nel  boi.  le  forme  men  popolari  -dr  -ari,  cóìV ae 
che  vSecondo  la  grafia  del  Gaudenzi  corrisponde  ad  a,  e  che  è 
il  solito  riflesso  di  d  in  sillaba  aperta.  Nel  sanfratelL,  la  forma 
popolare  del  suffisso  {-e)')  nuli'  ha  a  che  vedere  con  questo  -clr 
-ari;  col  quale,  secondo  la  teoria  sua,  il  de  G.  avrebbe  invece 
dovuto  confrontare  i  sanfr.  pucuràar,  jindar  (Morosi,  Vili  407). 
2.  I  dittonghi  dell'e'  e  dellV,  e  di  ^  e  d  davanti  a  nasale  se- 
guita da  consonante  (Vili  307-8;  410,  412;  cfr.  Aff.  9-12,  Or.  40- 
45).  —  Per  quant'è  dell'e'  di  sillaba  aperta,  parmi  che  il  de  G., 
più  che  al  dittongo  in  se,  tenga  alla  special  determinazione  san- 
fratellana,  cioè  ai]  e  a  ogni  modo  egli  vorrebbe  farci  credere, 
che  il  boi.  abbia  Vai  esso  pure.  Sennonché,  la  testimonianza  del 
bolognese  Gaudenzi,  «  competentissimo  nel  suo  dialetto  »  (Or.  33), 
è  esplicita,  e  si  tratta,  in  questo  dittongo,  di  un  a  piegato  verso 
e  ben  più  che  non  sia  Va.  Ma  fosse  pure  di,  ciò  non  proverebbe 
nulla;  prima,  perchè  Vai  è  pure  d'altri  dialetti  gallo-italici,  e 
cos'i  del  raonregalese  ^  e  di  varietà  canavesane  -  ;  poi  perchè  Va 
bolognese  sarebbe  a  ogni  modo  assai  recente,  coni'  è  provato 
dalla  grafia  tradizionale,  ei,  conservata  in  quel  dialetto  fino  ai 
nostri  giorni.  Del  resto ,  per  tenerci  tanto  a  queste  piccolezze , 
bisogna  aver  dimenticato  quanto  sia  facilmente  mutabile  il  primo 
elemento  del  dittongo  ei  (v.  Ascoli  Vili  116-7,  Meyer-Lùbke, 
rom.  gr.  I  §  76,  77,  78,  it.  gr.  §  24  ;  e  cfr.  di  da  ei  pure  nel 


*  A  pp.  170-73  delle  'Poesie  italiane  e  piemontesi  di  Fed.  Garelli',  To- 
rino 1882,  son  quattro  sonetti  in  dialetto  di  Mondovi,  dai  quali  ricavo: 
taira  tela,  vai  vero,  puai  potere,  sorpraisa,  a  tacere  di  vnaismo,  niandaiàsa, 
dove  Vei  era  d'origine  diversa. 

^  Valchiusella  (Pap.):  avai,  in  cui  è  forse  una  particolar  riduzione  delV-éi 
riuscito  finale  (cfr.  poeisse,  e  m),  riduzione  ch'è  anche  ne'  testi  di  Chiari. 
Ma  il  mio  amico  prof.  Uccelli,  provveditore  agli  studj  per  la  prov.  di  Pa- 
via, m'assicura  che  al  suo  paese  (Barbania-Canav.)  si  burlino  del  dialetto 
dei  vicini  di  Corio,  citando  il  loro  bàive  bere.  —  Quanto  al  dittongo  della 
formola  é  +  nas.  +  cons. ,  esso  era  dell'  a.  piem.  (e  ne  proviene  Ve  del  mo- 
derno :  temp  veni  ecc.),  e  ritorna  modernamente,  proprio  sotto  la  forma  di 
ai,  a  Valchiusella  {dasfaindar,  antaidar  [sic!],  Pap.)  e  a  Vico-Canavese  (sain- 
tou  'io  sento',  sainfa  senza,  maloajaint  'mal-valente',  lamaint,  painsaa, 
Pap.).  Né  il  dittongo,  né  il  suo  determinarsi  in  ai,  rappresentano  dunque, 
pur  qui,  una  peculiarità  emiliana. 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  441 

tedesco),  e  quanto  sia  perciò  legittimo  il  sospetto  di  coincidenze 
fortuite. 

Passando  al  dittongo  dell'ó,  il  de  G.  pare  annettere  un'impor- 
tanza grande  al  fatto  stesso  del  dittongo  ^  Ma,  se  non  è  un  po- 
stulato necessario,  è  pur  sempre  assai  probabile  che  quei  terri- 
tori cui  è  proprio  il  dittongo   dell'e'  abbiano  avuto  un  giorno 
anche  quello  dell'p.  E  cosi  l'Ascoli,  Vili  116-7,  riconosce  questo 
dittongo  neìVeu  frane,  di  fleur  ecc.,  e  con  lui  s'accorda  il  Meyer- 
Lùbke,  presso  il  quale  (rom.  gr.  I   §  120  sgg. ,   it.  gr.   §§  27 
28  29)  si  può  leggere  la  istruttiva  storia  del  dittongo  dell'ó  nelle 
lingue  neo-latine.  La  diversità   nello  sviluppo  dei  due  dittonghi 
ei  ed  ou,  —  diversità  che  poi  importava  la  monottongazione  del 
secondo,  —  deve  ripetersi  da  una  differenza  fisiologica  ne'  rap- 
porti che  corrono  tra  e  ed  i  da  una  parte  e  tra  p  ed  u  dall'altra  ; 
la  quale  importava  una   maggior  propensione   del  u  a  lasciarsi 
assorbire  dal  suono  attiguo  -.  E  infatti  vediamo  i  dialetti  ridurre 
anc'oggi  ad  o  Vgu,  secondario,  comunque  nato.  Così:  sgra  *sÓHra 
è  di  tutta  l'Alta  Italia  ;  otlore  *oUóare,  ottobre,  trovo  in  antichi 
testi  di  Forlì  e  d'Orvieto,  e  vi  corrisponde  nel  tic:  ucà  {-ù  da 
-ur  = -Olir)]  il  qual  tic.  ha  pure   rùra  rovere,  zona  fera,  'gio- 
vine' (cfr.  zono  masc,  a  Romagnano),  pn*  =  *prpzf  *tu   provi', 
IX  214,  256,;  e  il  piem.  ha  rul  rovere  *rpul,  a  tacere  di  dioQ 
dolce,  ecc.,  da  *dóuQ.  Rimane  invece,  nel  Ticino  e  nel  Piemonte, 
Vei  secondario  (tic.  péyra  pecora,  piem.  héyka  'guarda',  ecc.)  ^ 
—  Il  dittongo  del  sanfr.  non  prova  adunque  se  non  questo:  che 
quando  quel  ramo  si  staccò  dal  suo  tronco,  questo  possedeva  an* 
Cora  il  dittongo  dell'ó,  che  non  l'aveva  ancora  chiuso  in  o. 


*  Circa  la  determinazione  e  la  mobilità  del  primo  elemento  àirju^  si  ripeto 
quanto  è  detto  nel  testo  a  proposito  di  r'L  —  Pur  qui  il  boi.  dà  at«,  con 
a  piegato  verso  o;  e  vige  pur  qui  la  grafia  tradizionale:  òu. 

^  E  vuol  dire  che  *(?(  inclinò  sùbito  e  dappertutto  a  dissimilarsi  in  ^i_, 
laddove  il  fenomeno  analogo  s'ebbe  per  V*gu  in  qualche  territorio  soltanto. 

^  Che  le  vicende  di  ei  e  di  ou  non  siano  sempre  e  necessariamente  pa- 
rallele, lo  arguisco  dal  non  parallelo  svolgimento  che  hanno  -a[t]u  e  -a[t]i 
nelle  Alpi  lombarde.  Così,  a  Arbedo,  sing.  prò  pi.  pre,  dove  la  diversa  quan- 
tità dell'-o  G  dell'-i  accenna  a  una  diversa  età  della  chiusa  del  dittongo; 
in  Elenio,  c'è  ludóu,  con  o  più  aporto  dell' e  di  lude'i^,  e  della  Verzasca 
ebbi  -Qiji  ma  -é£. 


442  Salvioni, 

3.  La  risoluzione  di  et  in  ^^  o  ^  (Vili  314;  417;  cfr.  Or.  46). 
Questa  è  il  tipo  siciliano.  Ma  la  vera  risoluzione  sanfr.  si  vede 
nel  ddaccùa,  lattuga,  che  il  de  G.  stesso  registra  (Vili  313)  e  col 
quale  s'accompagnano  più  altri  esemplari  raccolti  dal  Morosi 
(Vili  417),  esemplari  che  non  vedo  perchè  il  de  G.  trascuri  ^ 
Ma  ce  distoglie  da  Bologna. 

4.  6-  g-  in  z  z  (Vili  313-4;  cfr.  Or.  47-8).  Gli  odierni  q  s' 
di  molta  parte  dell'Alta  Italia  sono  indubbiamente  da  3:  i  ante- 
riore; di  che  fanno  fede  le  grafìe  {e  e  e  z)  degli  antichi  monu- 
menti lombardi,  piemontesi  e  genovesi.  Attualmente,  z  i  s'odon 
sempre  nella  Lombardia  occidentale,  alpina  e  prealpina,  e  in 
qualche  varietà  pedemontana  ^. 


Prima  che  all'emiliano,  abbiam  visto  che  il  de  G.  aveva  pen- 
sato al  piemontese  ^.  Questa  ipotesi  fu  poi  fatta  sua  dal  Meyer- 
Lùbke,  nel  I  voi.  della  Rom.  Gramm.  (p.  es.  a  pp.  10  13),  dove 
però  già  fa  capolino  qualche  più  speciale  accenno  al  Monferrato 
(p.  es.  §§  646  648).  La  preferenza  assoluta  per  questa  regione, 
come  patria  delle  colonie  gallo-italiche  di  Sicilia,  il  Meyer-Lùbke 
non  l'ha  però  esplicitamente  manifestata  che  in  séguito,  nella 
It.  Gramm.,  pp.  6-7,  e  nel  II  voi.  della  Rom.  Gramm.;  nelle  quali 
scritture,  l'ipotesi  monferrina  diventa  una  convinzione  cosi  si- 
cura, che   molti  e  molti   fenomeni  vi  son   dati   per  monferrini,. 


*  C'è  anche  mardait,  maledetto,  intorno  al  quale  il  de  G.  molto  si  con- 
fonde. È  sicuramente  un  caso  di  et  in  jt,  che  altrimenti  si  vorrebbe  mar- 
dot  (cfr.  strot  stretto). 

^  A  Murazzano  (Langhe).  In  Pap.,  202-203,  abbiamo:  zou  ciò,  zi  ecce  hic^ 
za  già;  e  sieno  insieme  ricordati,  poiché  si  tratta  di  cose  identiche,  lo  z  da 
TI  CJ  ecc.:  d'nanz,  pianzand,  fazza  'faciat',  comtjwsand,  otìiazzoun ,  pazi- 
einza;  i  quali  esemplari  mi  sono  stati  tutti  confermati,  col  loro  z,  da  gente 
nativa  di  Murazzano. 

^  Gli  argomenti  invocati  dal  de  G.,  Vili  305,  sono  tutti  ridotti  al  loro- 
giusto  valore  nel  corso  di  queste  mie  osservazioni,  tranne  quello  per  cui 
ivi  si  rimanda  al  nra.  31,  circa  il  quale  non  mi  raccapezzo.  Ma  è  molto 
strano,  che  tra  le  spie  piemontesi  egli  ne  omettesse  due,  che  dovevan» 
allora  sembrare  capitali:  quella  di  -ulo  -éno  in  -u,  e  la  desinenza  di  1.* 
jilur.  in  -uòma. 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  443 

solo  perchè  sanfratellani  (p.  es.,  it.  gv.  §§  169  260,  rom.  gr.  II 
§  135,  ecc.).  Gli  argomenti,  sui  quali  si  fonda  l' ipotesi  piemon- 
tese-monferrina,  ipotesi  cui  propende  anche  il  Renier  ('Il  Ge- 
lindo  ',  p.  5  n),  sono  enumerati  dal  Meyer-Lùbke  a  pp.  6-7  della 
It.  Gramm.,  e  si  riassumono  cosi: 

A.  Argomenti  validi  per  il  piemontese  in  generale,  e  quindi 
anche  per  il  monferrino: 

a.-  L'd  di  -are  in  è.  Il  fenomeno  ricorre  anche  in  Lom- 
bardia, come  vedremo. 

b.  -  -IO  quale  ultima  risultanza  di  iulo-^eno.  Sarebbe  la 
prova  più  poderosa  in  favore  del  Piemonte.  Ma  anche  di  questo 
fenomeno  non  mancan  sicure  e  abondanti  traccio  nelle  Alpi  lom- 
barde e  al  di  qua  dalla  Sesia.  Così,  -a  da  -^ulo  è  costante  in  Val- 
lemaggia  (IX  213);  e  la  Parabola  nel  dial.  di  Vanzone  nell'Os- 
sola  (Rusconi,  ^I  parlari  del  Novarese  e  della  Lomellina',  Novara 
1878)  ci  dà  intanto:  ghiui  12,  13,  ordì  29,  mangiavi  16, 
vóli  17,  vlevi  26.  Da  altri  luoghi  più  a  mezzogiorno,  in  Valle 
Strona,  lungo  l'Agogna  o  tra  la  Sesia  l'Agogna  e  il  Ticino,  ho 
pur  raccolti  esempj  (sempre  nel  Rusconi):  portu,  vestii  [ma 
giovan]sL  Massiola  (Strona) ;- ^riwo  11,  12,  mangio  17,  disio  li, 
calao  14,  caragnavo  20,  a  Suno  (sponda  sinistra  dell'Agogna) ;- 
mangevo  -giavo  16,  sonevo  hallèvo  25  (ma  gioono  -a  12,  13  ^), 
a  Trecate  e  Cerano  (a  oriente  di  Novara);-  sgiov  ^  12,  13,  man- 
gio 17,  a  Cameri  (a  settentrione  di  Novara,  poco  discosto  dal 
Ticino). 


*  La  limitazione  del  fenomeno  alle  forme  verbali  è  anche  lungo  la  Sesia: 
hallavou  ma  giouvnu  a  Grignasco,  giovtiò  e  mangiavo  a.  Carpignano,  ^rz'oM»- 
noii  e  davo  a  Maggiora  (qui,  secondo  il  saggio  del  Papanti,  anche  aso)ì 
gioono  e  mangìèvo  a  Borgosesia,  e  cosi  sarebbe  a  Agnona,  Foresto,  Va- 
rallo,  sempre  secondo  la  Parabola  del  Rusconi.  —  Il  Tonetti,  Diz.  valses., 
accoglie  giovnu  e  giovu,  ma  ha  del  resto  frassu,  caliggiu  caliggine,  peccix 
pettino,  asu,  tertnu  'termine',  cantu  'cantano',  ecc.  E  cosi  puro  garofu,  diau, 
allato  a  ni'wlu,  tavlu, 

*  sgiov  sarà  egli  *ioM,  cioè  *zoihi  con  -mi  fognato,  oppur  *zovn  con  -u 
caduto,  come  adoperan  più  dialetti  coU'-w  secondario  di  vcakti,  ridotto  a 
vesk  ì 


444  Salvioiii, 

c.  -  L  in  «^  dav.  a  dentali,  in  r  dav,  a  gutturali  e  labiali. 
Il  primo  è  anche  leventinese,  ossolano,  e  del  novarese  ^  ;  il  se- 
condo, come  s'impara  dallo  stesso  Meyer-Lùbke,  it.  gr.  §  233, 
anche  lombardo  ^. 

d.-  La  risoluzione  di  e  t  in  ;7 ,  anziché  in  e.  Qui  giova  no- 
tare, che  il  e  è  pure  di  gran  parte  del  Piemonte,  come  dal  Me- 
yer-Lùbke, it.  gr.  221,  è  stato  riconosciuto;  e  d'altronde  pur  nel 
sanfr.  abbiamo  e,  di  contro  al  jt  di  altre  parlate  gallo-italiche 
di  Sicilia.  —  Non  giova  del  resto  dare  a  cotesto  fenomeno  più 
importanza  che  non  meriti.  Poiché  j7  sta  molto  semplicemente  a 
é  come  fase  anteriore  a  fase  seriore.  Non  mancano  infatti  le 
traccio  della  fase  jt  fra  i  Lombardi  (v.  Ascoli,  I  265,  e  aggiungi  : 
mil.  frid  trùta  da  frùjt  ecc.),  e  la  più  importante  è  ne'  partic. 
faj  traj  (onde  poi  staj  daj  andaj) ,  che  vanno  attraverso  l'in- 
tiera Lombardia  occidentale;  per  i  quali  io  tengo  più  che  mai 
fermo  alla  dichiarazione  che  n'é  data  in  Krit.  jahresb.,  I  125-6  ^ 

e.-  Il  /  da  -g-  'come  nel  piemontese  e  nel  ladino'  dice  il 
Meyer-Lùbke  *,  e  come  ne'  dialetti  ossolani  e  ticinesi,  soggiungo 
io;  V.  IX  219-20. 

f.  -  La  V-^  plur.  in  -uóma.  Vedi  più  avanti. 

B.  Argomenti  validi  per  il  solo  monferrino  : 

g.  -  MJ  in  n.  Il  fenomeno  sarà  dovuto  all'influenza  del  si- 
ciliano 

h.-  BJ  pj  in  g  e.  Vedi  più  avanti. 

i.  -  -D-  in  r;  il  quale  r  sarebbe  per  et,  come  a  d  pur  ritor- 
nerebbe il  monf.  -]-.  Più  che  d'un  argomento,  qui  si  tratta  d'un'opi- 
nione.  Ma  é  in  ogni  modo  ben  probabile  che  il  r  sia  fenomeno 
siciliano. 


*  Ameno:  auzarò;  Orta:  cauzel  saulavan;  Massiola:  causu;  Nonio  e  Ome- 
gna:  aut;  Suno:  cozzei  aut;  Borgomanero:  cauzelu;  Oleggio:  sauté;  Bellin- 
zago:  cuzei;  Fara.:  cozej  cozoj.  Vedi  i  saggi  di  questi  paesi  ap.  Rusconi  ce. 

^  Anche  dal  Mal  Cantone  (Lugano)  ho  vorp  e  carco,  calcare. 

^  Mi  preme  di  ricordare  il  fait ,  che  compar  due  volte  (v.  12,  20)  nella 
versione  di  Suno  ap.  Rusconi,  allato  al  sost.  face,  v.  16,  al  partic.  dai 
(v.  29),  e  da  (ib.)  col  pronome  affisso  (dame). 

*  E  curioso  che  il  Meyer-Lùbke  qui  non  scinda  il  fenomeno  piemontese 
dal  ladino,  ma  che  poi  diversamente  l'interpreti,  it.  gr.  §§  201  203. 


La  patria  dei  Galli-Italici  di  Sicilia.  445 

La  nostra  critica  ci  ha  dunque  condotti  a  negare,  tanto  l'ipo- 
tesi emiliano-bolognese,  quanto  la  ipotesi  pedemontano-monfer- 
rina.  Nessuno  degli  argomenti  prodotti  in  favore  dell'una  e  del- 
l'altra ha  valore  più  che  d'indizio.  In  favore  del  piemontese  po- 
tevano fin  qui  testimoniare,  con  diritto  d'essere  creduti,  1'^*  da 
-ìlio  ecc.,  e  Y-aóma  di  1"^  plur.  Ma  noi  abbiamo  già  incomin- 
ciato a  vedere  e  vediamo  compiutamente  in  séguito,  che  queste 
due  particolarità  ritornano  pure  in  terra  lombarda,  e  proprio  in 
quella  parte  della  regione  lombarda  alla  quale  noi  miriamo  (ci 
avremmo  del  resto  mirato  anche  senza  l'ajuto  di  que'due  indizj) 
come  a  vero  punto  di  partenza  della  parlata  sanfratellana. 

Questo  territorio  lo  costituiscono  le  alpi  e  prealpi  novaresi,  nelle 
quali  comprendo  anche  la  Valmaggia,  politicamente  inchiusa  nel 
Canton  Ticino,  ma  in  strettissimi  rapporti  geografici  e  dialettali 
con  le  valli  ossolane.  Gli  è  in  questo  territorio,  e  più  precisa- 
mente nella  sezione  alpina,  che  ricorrono  i  seguenti  fatti  capitali  : 

I.  A  che  s'altera  in  è  (de  G.  Vili  306;  anche  in  ié,  secondo 
il  Morosi  ib.  408),  preceduto  che  sia  da  consonante  palatina. 
Questo  fenomeno  è  pure  tipico  di  molta  parte  della  Valmaggia 
(Ascoli,  1  257-8;  IX  195). 

II.  La  palatina  per  la  gutturale  nella  formola  ka-.  Quasi  tutte 
le  valli  ossolane  ^,  come  si  vedrà  presto  da  un  mio  lavoruccio 
sulla  risoluzione  palatina  di  k  e  g  nelle  Alpi  lombarde,  conoscon 
questo  fenomeno.  Ma  il  sanfr.  limita  l'alterazione  a  ka-  tonico; 
ora,  lo  stesso  avviene  in  Vallemaggia  (IX  216). 

III.  -e-  in  z  (Vili  313;  417).  È  fenomeno  che  guizza  attra- 
verso tutte  le  Alpi  lombarde  (v.,  per  la  sezione  orientale,  Ascoli  I 
279  n,  291).  Il  glossario  vallanzasco  del  Belli  mi  dà  arsgentà  = 
lomb.  res'entd  recent-,  e  lasgert  ramarro;  dódaz,  sdlaz,  li  ha 
da  Villa  (Ossola),  e  son  certo  esempj  che  stanno  per  intiere  serie. 
Nella  Valmaggia,  è  normale  a  Pecia  e  a  Cavergno  ^,  nel  qual  ul- 


*  Tutto  lo  indicazioni  relativo  all'Ossola  e  ad  altri  territori  alpino-Lom- 
bardi, son  desunto  da  mie  note  personali,  quando  non  sia  avvertita  o  no- 
toria un'altra  fonte. 

^  V.  IX  218  n.  Ma  le  mio  informazioni  sono  oggi  assai  più  compiote  e 
sicuro;  v.  Boll.  st.  d.  Svizz.  it.,  XIX  135-36. 


446  Salvioni, 

timo  paese  s'ha  però  un  suono  intermedio  tra  s'  e  i;  eie  pure 
nella  Valle  di  Canobbio  ^. 

IV.  -L  -LL  in  -a.  E  òit  nella  Valmaggia  (IX  202)  la  risposta 
di  -51  o;  e  ciiv,  culus,  ne  è  dal  Mej-er-Lùbke  ben  ricondotto  a 
*kim  (cfr.  kiiic  a  Quinto  nella  Leventina).  Per  -ll  posso  aggiun- 
gere, da  Carvegno,  éto?  e  àu?  è  egli?,  ha  egli?, corrispondenti  alle 
forme  interrogative  lombarde  el?  ài? 

Queste  le  prove;  di  fronte  alle  quali  fa  ben  meschina  figura 
tutto  quanto  si  addusse  per  altri  territorj.  Ma  alle  prove  s'ag- 
giungono tali  indizj,  da  risultarne  una  dimostrazione  inoppugna- 
bile. Ed  eccoci  a  enumerarli  ^, 

1.  L'd  di  -are  in  è^.  Lo  ritrovo  in  Valle  Divedrò,  in  Valle 
Antigono,  nell'Ossola,  e  nella  Verzasca,  sul  Verbano,  IX  196; 
inoltre  a  Trecate,  Galliate,  Oleggio,  Cerano,  Bellinzago,  Marano, 
Cameri,  Romentino,  Borgomanero,  e  altri  luoghi  nel  circuito  di 
Novara;  v.  la  Parabola  in  Rusconi,  o.  e. 

2.  Il  dittongo  dell'e.  Oltre  parselo,  presepe,  di  Vallanzasca 
(I  254),  avremo  py^imavèira  a  Pecia,  IX  198,  di  cui  ora  più 
non  dubiterei.  Per  la  Leventina,  e  principalmente  per  quella 
parte  della  Leventina  che  mette  nell'Ossola,  ho  poi  udito  io  stesso 
~èi  =  -ère.  —  E  la  messe  si  farà  molto  più  abondante  quando  si 


*  Andando  verso  oriente,  ritrovo  il  fenomeno  a  Lodrino  (Biasca),  in  Valle 
Pontirone  (Elenio),  in  Valle  Calanca  (Mesolcina). 

^  Non  s'enumerano  alcuni  de'  fenomeni  novaresi  o  alpino-novaresi,  che 
già  s'ebbe  occasione  di  ricordare  nelle  pagine  precedenti.  —  Così  non  mi 
fermo  su  certe  coincidenze  minute,  ma  pur  singolari,  come  sarebbe  quella  di 
sanfr.  pirsed/H  (Vili  419)  piselli,  col  vallantron.  pils'él  (altrove  pis'élpis'ó'  ecc.) 
pera,  di  scravég  (Vili  312)  scarabeo,  col  valm.  scravàg.  —  Una  coincidenza 
negativa  tra  sanfr.  e  ossolano-valmaggino  è  quella  del  -l-  inalterato,  cioè 
non  ridotto  a  r,  che  il  Meyer-Lùbke,  dal  suo  punto  di  vista  monferrino, 
trova  sorprendente,  it.  gr.  §  217.  Anche  Vù  inalterato,  che  per  il  de  G.  è 
una  coincidenza  col  bolognese,  e  che  il  Meyer-Lùbke  trova  modo  di  porre 
in  relazione  coli' 4  monferrino,  ritorna  alle  Alpi  (IX  204;  I  290);  ma  sarà 
da  vedervi  influenza  siciliana. 

^  Poiché  il  de  G.  par  tener  molto  anche  al  mantenersi  di  -R,  sappia  che 
questo  si  conserva  bene,  in  quasi  tutto  il  Canavese,  e,  sul  territorio  no- 
stro, in  Valle  Strona  (v.  la  versione  di  Massiola,  ap.  Rusconi;  io  stesso  l'ho 
trovato  a  Luzzogno). 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  447 

segua  il  Meyer-Lùbke,  rom.  gr.  I  97,  che  ripete  a  buon  dritto 
da  ei  Ve  di  Vallemaggia  e  d'altre  parti  del  Ticino  (v.  Bollett. 
st.  di  Svizz.  it.,  XVII  74),  riflettente  assai  spesso  im  e  origina- 
rio. —  Col  dittongo  dell'*?'  manderemo  poi  quello  della  formola 
è  +  nas.  +  cons.  Il  quale  ricompare  in  Valle  Anzasca  (Ascoli ,  I 
253-4  ;  e  Meyer-Lùbke,  it.  gr.,  §  74,  dove  son  gli  esempj  di  Cep- 
pomorelli  :  indiferoint  ecc.),  e,  sotto  la  specie  di  e,  nel  contado 
bellinzonese  {ténka  tinca ,  brènta,  a  Sant' Antonino  ;  parén  =  pa- 
renc  parenti,  clen  =  denc  denti,  a  Preonzo,  cfr.  Bollett.  st.  d. 
Svizz.  it.,  XVIII  33-4)'. 

3.  0  per  e'  nella  posizione.  Già  il  Meyer-Lùbke ,  it.  gr.  §  92, 
associa  per  questo  fenomeno  Sanfratello  e  Ceppomorelli  (Valle 
Anzasca).  E  con  Ceppomorelli  va  la  vicina  Valle  Antrona  ^:  séga 
secchia,  uróga  orecchio,  móga  messa,  posa  peccia,  vóskuf  ve- 
scovo, meta  mettere,  bróta  berretto.  Mar  jota  Marietta,  kavcj 
capelli,  son  segno  (cfr.  sanfrat.  vinnóna);  inoltre  hx  credere, 
1)0  vedere,  da  paragonarsi  forse  col  sanfr.  fa  fede.  —  Pongo 
questo  fenomeno  fra  gli  indizj,  anziché  tra  le  prove,  perchè  non 
si  sottrae  al  sospetto  d'essere  recente,  e  a  Sanfratello  e  in  Val- 
lantrona. 

4.  Il  dittongo  dell'e.  Il  de  G.  ha  dimenticato  questo  indizio,  o 
almeno  non  s'  è  avveduto  che  l'a.  boi.  conosceva  il  dittongo  ie^ 
al  quale  risale  il  moderno  /  =  e.  —  Ma  il  dittongo  ritorna  sul 
territorio  nostro,  nell'Onsernone  (IX  197-9,  252)  ^. 

5.  L'abondante  espunzione  di  vocali  atone.  Il  fenomeno  è  stato 
invocato  anche  dal  de  G.  (Or.  34).  Ma,  com'è  del  piemontese  e 
dell'emiliano,  cos'i  anche  della  regione  novarese;  v.  IX  204-5, 
252,  aggiungendo  i  numerosi  altri  esemplari  che  si  ricavan  dai 
saggi  del  Rusconi. 


^  In  Valle  Antrona,  ricorre  o  anche  per  e'  fuori  di  posiziono  e  per  é  della 
formola  é  +  nas.  +  cons.  Ma  la  coincidenza  dei  due  riflessi  è  meramente  for- 
tuita; poiché  IV  di  tota  tela,  ecc.,  di  frumont  frumento,  ecc.,  sia  da  ói  an- 
teriore (cfr.  -oint  a  Ceppomorelli),  e  quello  di  brnta,  ecc.  provenga  all'in- 
contro dalla  vocal  turbata  e.  Vedine  Meyer-Lùbke,  it.  gr,  §  92. 

^  Cfr.  ancora  lo  spiec,  specchio,  di  Pecia,  o  il  piei  della  Verzasca,  IX 
198  n.  —  Io  credo  poi  che  rivenga  al  dittongo  Ve'  odierno  nelle  Alpi  ti- 
cinesi por  e:  ve'ò  (fem.  vérja),  Ic'c  letto,  spec  aspetto,  mez  mezzo,  -c'l  = 
-óUu. 


448  Salvioni, 

6.  -ani  -éni  -óni  -uni  -ini  in  él,  uói,  ùi,  l  (Vili  313,  413, 
417  *).  Emerge  quest'esito  nelle  Valli  ossolane,  nella  Valmaggia, 
IX  211-2,  255,  Meyer-Lùbke,  it.  gr.  §  260,  nella  Levantina  e  in 
Elenio  ^  U-i  -  -ini  mi  pare  però  che  non  ricorra  se  non  a  Varzo 
in  Valle  Divedrò  {visi  vicini,  ecc.). 

7.  -§•  in  j;  v.  più  indietro.  —  Con  -g-  manderemo  -^r-  (Vili 
314),  di  cui  V.  IX  221,  e  che  ha  uguale  risoluzione  nel  Piemonte. 

8.  s  +  cons.  in  s  (rispettiv.  i);  v.  Vili  312-3,  e  IX  214,  sog- 
giungendo che  il  fenomeno  è  pure  ossolano,  e  ritorna,  almeno  per 
st,  su  quel  di  Novara  (cfr.  sctuma  visctil  cusct  ecc.,  nelle  ver- 
sioni di  Cerano  e  Bellinzago,  in  Rusconi  o.  e).  È  anche  siciliano; 
ma,  secondo  lo  Schneegans,  'Laute  und  lautentwikl.  d.  sicil.  dial.', 
p.  118,  dipende  da  speciali  condizioni  che  non  valgono  pel  san- 
fratellano. 

9.  sj  in  z  (Vili  311);  si  in  si  (ib.  416);  cs  in  s  (ib.  314)  ». 
I  tre  esiti   ritornan  nell' Ossola,  nella  Valcanobbina  e  in  Val- 


*  Da  Piazza  Armerina  (Roccella,  Vocab.  di  Piazza  Armerina,  pp.  16-7) 
ho  ancora: pangh  pai,  mulónghmulòi,  parringh  parrii;  da  Sanfratello  (Vasi, 
o.  e):  malazijuoi  male  azioni,  gilicuoi  sorta  di  giubboni  (cfr.  il  sic.  gileccu 
abito  senza  maniche),  canzuoi,  marruoi  marroni,  nazijnoi,  cristien  pi.  -ei, 
ruffiei,  puvrin  pi.  -«,  carusin  fanciullo,  pi.  -sgì;  arcui,  alcuni,  è  registrata 
dal  Morosi,  Vili  419. 

^  cozoi  calzoni,  a  Fara  (circond.  di  Novara),  e  mattai,  figli,  a  Borgover- 
celli.  —  In  Piemonte,  il  fenomeno  ricompare  a  Garessio  (Mondovl):  ìndj 
mani,  boj  buoni,  ecc.  —  Ma  nell'astigiano  dell'AIione,  s"ha  -ain  -oin,  siamo 
cioè  a  condizioni  liguri.  E  siccome  questa  potrebb'essere  benissimo  la  fase 
anteriore  della  risoluzione  nostra  (cfr.  I  378-9,  414),  cosi  m'astengo  dal- 
l'addurre  questo  fenomeno  tra  le  prove.  Non  da  sottacere  però,  che  mentre 
il  gen.  e  l'Alione  limitano  il  fenomeno  ad  -ani  e  -óni,  Sanfratello  e  la  re- 
gion  nostra  s'cccordano  a  estenderlo  ad  -éni  e  -ini. 

^  I  presenti  fenomeni,  gli  altri  che  si  considerano  al  num.  10  e  ancora 
lo  i  da  -e-,  e  soprattutto  lo  -zi  da  -si,  son  quelli  che  più  decisamente  ri- 
cordino il  genovese,  al  quale  tuttavia  bisogna  rinunciare  per  più  e  più  mo- 
tivi. Qui  mi  limito  a  notare,  che  l'unico  esempio  di  -gì  in  -si,  occorsomi 
fuori  di  Genova,  sia  il  plur.  gros  (sing.  grog)  in  Valle  Travaglia,  e  cioè  in 
Lombardia;  e  che  lo  s  del  condizionale  in  Valcanobbina  (arus  avrebbe, 
sariìsa)n  saremmo,  ecc.  j  cfr.  mil.  acrég,  sarérum)  difficilmente  si  spiega  se 
non  ricorrendo  alla  2^  pers.  del  sing.  (arùs,  ecc.;  -s  =  -gi;  cfr.  Vili  416 ^ 
419;  2^  -esi,  ma  dass,  ecc.). 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  449 

maggia:  ossol.  sas  sasso,  valm.  kazd  fare  il  cacio,  valm.  (Ca- 
vergno)  si  sì,  smeli  sindaco,  ecc. ;cfr.  IX  214,  218,  257,  nel 
primo  de' quali  passi  anche  sono  esempj  di  s  da  so'  {inscuUsi\  cfr. 
valcanobb.  pes  pesce,  ecc.). 

10.  pj  Bj  in  e  ^r  ^  È  fenomeno  pure  monferrino,  e  del  resto 
il  sanfrat.  potrebbe  qui  avere  adottato  e  adattato  il  kj  e  gj  sici- 
liano. Ma  anche  la  valle  del  Ticino,  fin  quasi  all'imboccatura 
della  Verzasca,  conosce  il  fenomeno,  cfr.  IX  209,  e  lo  conosce 
Romagnano-Sesia  '-^j  il  che  vuol  dire,  che  il  nostro  territorio  ri- 
mane come  rinchiuso  in  mezzo  a  territorj  à.\  e  g  =  pj  bj. 

11.  -TR-  in  r/'  (Vili  314),  Ancora  nell'Ossola:  Idr  ladro,  mr  = 
poschiav.  sach'u,  saturu,  satollo.  Ma  il  fenomeno  è  anche  pie- 
montese. 

12.  La  desinenza  -ihna  di  1^  plur.  Fra  le  parabole  del  Rusconi 
si  vede  in  quelle  di  Borgolavezzaro,  Vespolate,  Terdobbiate,  Tre- 
cate,  Novara,  Romentino,  Cameri,  Bellinzago,  Galliate,  Borgo- 
manero.  Maggiora,  Oleggiu,  Cerano,  Suno,  Nonio,  Castelletto- 
Ticino  ^,  Ameno,  Orta,  Omegna,  Massiola  (e  per  Valle  Strona  ho 
cantùma  anche  nelle  mie  note  da  Luzzogno),  Belgirate.  Colla 
Valle  Strona  raggiungiamo  i  confini  dell'Ossola,  e  con  Belgirate 
il  Verbano,  a  non  molta  distanza  dallo  sbocco  della  Tóce  nel  lago. 
Sino  a  questi  confini,  è  dunque  una  desinenza  ben  comune.  Che  se 
quindinnanzi  Vù  più  non  par  ritornare,  non  va  tuttavia  dimen- 
ticato almeno  che  V-a  è  ancora  nell'Ossola;  v.  nel  Rusconi  le 
versioni  di  Domodossola  e  di  Vanzone:  mangema,  stema;  stemma'^. 


Ora,  io  non  so  se   m'illudo,  ma  l'insieme  di  queste   prove  e 
di  questi  indizj  mi  pare  molto  eloquente:  la  parlata  sanfratellana 


*  Sarà  siciliano  lo  gi/j  (o  f/hj  secondo  il  Morosi)  di  pagga.  Ma  devo  ri- 
cordare che  la  Valsesia  (Tonetti)  ha  duggiu  doglio. 

2  carùggiu  =-\o\rih.  kar^bi  'quadruviu'  è  nel  Diz.  valses.  del  Tonetti.  Per 
il  quale,  il  sospetto  d'essere  un  accatto  genovese  è  certo  meno  impellente 
che  non  per  il  vogher.  carùgu. 

^  Qui  veramente:  mangiumm  e  fiimm,  23. 

*  Non  so  rendermi  conto,  e  perciò  non  posso  far  nessun  caso  di  un 
vòmm  andiamo,  che  il  Monti,  s.  'dsùo',  attribuisce  alla  Valmaggia. 

Archivio  glottol.  ital.,  XIV.  30 


450  Salvioni, 

trova  in  generale  le  sue  rispondenze  più  caratteristiche  e  più 
numerose  nelle  alpi  e  prealpi  novaresi.  Più  specialmente  è  però 
indicato  il  tipo  ossolano-valmaggino,  e  specialissimamente  il  val- 
maggino,  il  quale  concorda  col  sanfratellano,  a  tacer  degli  in- 
dizj,  ne'  quattro  fenomeni  che  a  noi  son  parsi  più  specifici  e  per- 
ciò abbiamo  portato  come  prove.  Non  si  vuol  di  certo  affermare 
perciò  che  il  sanfratellano  sia  il  valmaggino.  Nel  giudicare  di 
fatti  che  risalgono  a  più  secoli  addietro,  bisogna  adoperare  una 
certa  larghezza;  e  ben  possiamo  ammettere  che  alcuni  fenomeni, 
i  quali  oggi  hanno  trovato  in  questa  o  quella  valle  un  ultimo 
rifugio ,  avessero  un  giorno  confini  più  estesi.  Il  Meyer-Lùbke, 
rom.  gr.  I  413,  ammette  cosi  senz'altro  che  il  Ticino  meridio- 
nale fosse  un  giorno  territorio  di  ca-  da  ca.  Ma  Ticino  meridio- 
nale vuol  dire  un  dominio  che  arriva  fino  a  Como;  e  logica 
vuole  che  ciò  che  si  concede  per  il  Ticino  meridionale  si  con- 
ceda, a  cagion  d'esempio,  anche  per  le  regioni  che  stanno  al- 
l'alta Adda  e  alla  Tòce  così  come  sta  il  Ticino  meridionale  al 
settentrionale.  Abbracceremmo  cosi  l'intiera  regione  dei  Laghi 
Lombardi. 

Può  veramente  far  meraviglia  che  nessuno  abbia  fin  qui  nem- 
meno supposto  il  fatto  che  esplicitamente  da  noi  s'afferma.  Si 
trattava  cioè  di  trovare  un  territorio,  in  cui  certe  carattei'istiche 
ladine  e  franco-provenzali  s'incontrassero  colle  caratteristiche 
italiane  dell'abbandono  di  .v  e  ^  finali,  e  del  predominio  del  no- 
minativo plurale  ^.  Ora  tal  territorio,  per  quanto  è  lecito  vedere, 
non  s'affacciava  se  non  nelle  alpi  lombarde.  Il  Meyer-Lùbke  se 
ne  doveva  tanto  più  accorgere,  in  quanto  la  materia  di  due  ben 
importanti  paragrafi  della  It.  Gr.  (81,  169),  gli  era  appunto  for- 
nita dal  valmaggino  e  dal  sanfratellano  insieme,  e  da  questi 
soli.  Ma  forse  il  pregiudizio  storico  dell'origine  monferrina  (di 
cui  V.  il  de  G.,  Or.  3-5)  ha  impedito  all'illustre  romanologo  di 
riconoscere  limpidamente  il  vero. 


*  Che  le  condizioni  del  sanfratellano  per  quanto  riguarda  Y-i  siano  ori- 
ginarie, cioè  non  dovute  all'influenza  del  siciliano,  lo  provano  i  continui 
e  sensibili  effetti  che  dellV  risentono  e  la  precedente  consonante,  e  anche 
la  tonica;  effetti  che  durano  malgrado  il  siciliano,  e  non  possono  non  es- 
sere antichi. 


La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  451 

Il  nostro  discorso  ha  versato  pressoché  esclusivamente  intorno 
al  sanfratellano,  che  tra  le  parlate  gallo-Italiche  di  Sicilia  è  la 
più  genuina  e  insieme  la  meglio  esplorata.  Ma  è  noto  che  un 
linguaggio  gallo-italico,  più  o  meno  intinto  di  siciliano,  si  parla 
pure  a  Nicosia  ^,  Piazza  Armerina,  Novara,  Aidone,  ed  è  pur  noto 
che  questi  dialetti  differiscono  in  parecchi  punti  dal  sanfratel- 
lano. I  primi  due  sono  stati  considerati  dal  de  G.  ne' numeri  che 
accompagnano  a  pie  di  pagina  l'esposizione  del  dialetto  di  S.  Fra- 
tello; gli  altri  io  non  conosco  se  non  per  le  versioni  della  solita 
Novella  nel  Papanti  (Novara,  a  pp.  280-281;  Aidone  a  pp.  168-9). 
Le  differenze  che  separan  questi  dialetti  tra  di  loro  e  dal  san- 
fratellano sono  parecchie  ;  ma  non  poche  provengono  certamente 
da  una  influenza  maggiore  che  il  siciliano  ha  esercitato  sulle  al- 
tre parlate  gallo-italiche,  sopratutto  sul  novarese.  Altre  differenze, 
che  direi  negative,  dipendono  all'opposto  dal  fatto  che  il  comun 
fondo  gallo-italico  appaja  meno  alterato  negli  altri  dialetti  che 
non  nel  sanfratellano.  Tuttavolta  l'accordo  persiste,  ed  è  ben  no- 
tevole, in  parecchi  punti.  Cosi  nella  riduzione  di  -e-  (Vili  313  n; 
Piazza  Armerina:  fasgèa  -èanu  dasgèa  Pap.  171,  Aidone :pi«- 
sgir  fasgiss,  Novara  :  pagi  pace,  piagè  piacere,  dove  il  g,  se  non 
è  mero  vezzo  grafico,  sarà  una  riduzione  ulteriore  di  i);  in  quella 
di  ^L  (Vili  311  n;  Aidone:  sua  solo,  cdic  quale);  nell'-e  da  -are 
(a  Novara  però  un  solo  esempio  di  -è,  di  fronte  a  molti  -«);  nel  -r- 
da  -d-,  limitato  però  a  Aidone  e  San  Fratello,  ma  di  certo  signifi- 
cativo assai;  ecc.  ^.  Le  difìerenze  positive,  tra  il  sanfrat.  e  gli  altri 
•dialetti,  unitamente  o  singolarmente  presi,  sono  queste  :  Vi  aidonese 

da  e  +  nas  +  cons.  {ddint  lento,  timp,  ecc.)  ; 1-  in  r  {scunsuada 

sconsolata,  dehui  debole;  tra  testa  nella  testa),  e  dileguo  di  -r-, 
primario  e  secondario,  a  Novara  (Meyer-Lùbke,  it.  gr.  §  218);  — 
l'estensione  analogica  del  tipo  participiale  factu,  a  Nicosia, 
Piazza  e  Aidone  (Vili  313  n,  Meyer-Lùbke,  it.  gr.,  §  407;  Nicosia: 
resveghiaito,  so  fruito,  Pap.;  Aidone:  annditissini,  niimindit)^. 


*  E  a  Sperlinga;  v.  de  G.  Vili  305.  ^  Un  accordo  di  Nicosia,  Piazza  e 
Aidone  (Novara  ha  il  tt  siciliano)  di  contro  a  S.  Fratello,  h  jt  da  et;  di  che 
si  è  già  toccato  a  p.  444.  '  Par  tuttavia,  che  questa  analogia  non  tocchi 
il  feminilc,  poiché  da  Piazza  Armerina  (Pap.)  s'ha  sautàda  scunurtàda  ecc.. 


452       Salvioni,  La  patria  dei  Gallo-Italici  di  Sicilia.  —  homb.  praa'i.    ' 

Tutti  i  quali  fatti,  positivi  e  negativi,  non  si  può  dire  che  ci 
allontanino  dalla  regione  alla  quale  assegnavamo  il  sanfratellano, 
e  anzi  avviene  che  in  parte  ci  riaccostino  ad  essa.  L'/  aidonese 
di  mt  imp  ecc.,  ritorna  appunto  in  Vallemaggia  (IX  199-200);  e, 
anche  ammesso  che  la  riduzione  di  *ei  in  i  (Krit.  jahresb.  1  123, 
Meyer-Lùbke,  it.  gr.  §  74)  si  compisse  in  Sicilia,  ne  viene  pur 
sempre  un  indizio  non  ispregevole.  —  Il  dileguo  del  -r-  (per  il 
quale  non  può  invocarsi  il  genovese,  dove  è  di  età  assai  tarda, 
Arch.  II  122,  Mever-Lùbke,  it,  gr.,  §  218)  potrebbe  ricondurci 
a  quella  sezione  della  sponda  sinistra  del  Ticino  che  appunto  pro- 
spetta il  novarese,  cioè  a  Busto-Arsizio  e  paesi  contermini,  dove 
suol  tacere  il  -;•-  (v.  intanto  la  mia  Fon.  Mil.  189  n;  e  molti  altri 
esempj  e  d'altri  paesi  ho  ancora  in  serbo).  —  Infine,  l'estensione 
analogica  del  tipo  factu  è  un  fenomeno,  per  quanto  so,  esclu- 
sivamente lombardo,  e  apparisce  pur  nel  valmaggino  (I  258  ;  IX 
233  ;  dove  soggiungo  che  finic  l'ho  udito  a  Montecarasso  di  Bel- 
linzona).  E  poi  anche  della  Valtellina  {deveniacc  l ornacela ,  a 
Tirano  ;  v.  il  Pap.),  e  del  contado  occidentale  di  Milano,  p.  es. 
a  Lucernate ,  dove  -àj  (cfr.  faj ,  e  ciò  che  di  questa  forma  s'  è 
detto  qui  sopra)  è  normal  desinenza  del  partic.  di  1.^  conju- 
ffazione  ^. 


lomb.  pras'i. 

Ho  udito  questa  voce  in  Valle  Bedreto  (Alta  Leventina),  dove 
ha  il  significato  di  'mietere,  levar  da  terra  e  legare  in  covoni 
la  segale',  l'unico  cereale  che  alligni  colà.  Devon  confluire  in 
questa  voce  due  basi  sinonimo:  pragé  'apparecchiare',  termine 
ormai  confinato  alla  cucina,  col  senso  di  'cucinare  con  maggior 
finezza,  aggiunger  qualche  condimento  ecc.';  e  agio,  col  valore 
eh' è  venuto  acquistando  nel  ven.  asiar  preparare,  mil.  zia  id., 
vaiteli,  descl  acconciare.  C.  Salvioni. 


da  Nicosia:  ortraggiada  desperada,  àa.  X.\ào\\Q:  riddintara  vaWQwikìa.,  vinni- 
cara,  ecc.  —  E  un'altra  limitazione  è  a  Piazza,  dove  il  Roccella,  o.  e.  29  n, 
afferma  adoperarsi  -ait  -uit  coll'ausiliare  'avere',  -à  -ù  con  'essere'. 

*  Deve  qui  spettare  anche  il  buvreceui  'abbeverato',  che  il  Rusconi,  o.  e, 
p.  XX,  attribuisce  a  Borgomanero.  E  ancora  Novara  ! 


UN  PROBLEMA 
DI  SINTASSI  COMPARATA  DIALETTALE. 


DI 

G.  I.  A. 


§  I.  —  Alla  costruzione  letteraria  di  un  verbo  di  moto  {an- 
dare^  molto  più  raramente  venire,  e  solo  per  eccezione  qualche 
altro),  in  ispecie  nella  funzione  imperativa,  ma  anche  nell'  indi- 
cativa 0  congiuntiva ,  reggente  l' infinito  con  la  preposizione  a 
=  ad  (come  per  esempio:  va  a  diiamare!;  io  vo  a  chiamare, 
tu  vai  a  chiamare,  ecc.),  l'Italia  dialettale  contrappone  tre  lo- 
cuzioni diverse:  1.^  la  particolare  frequenza  della  foggia  asin- 
detica {va  chiama;  vo  chiamo);  2.^  il  tipo  va  e  chiama!,  io  vo 
e  chiamo;  3.^  il  tipo  va  a  chiama!,  vo  a  chiamo  ecc. 

Le  prime  due  di  queste  maniere,  non  presentano  alcuna  parti- 
colare difficoltà;  ma  la  terza  {va  a  chiama!;  vai  a  chiasmi  ecc.) 
apparisce  singolare,  in  se  e  per  se  ;  è  stata  d' inciampo  all'  inda- 
gine storiale,  e  rimase  enigmatica. 

Un' unica  voce  di  codesta  singoiar  maniera  divenne  d'uso  ben 
fermo  nel  linguaggio  letterario  italiano,  ed  è  vattelappesca 
(va-te-l'-a-pesca),  voce  d'imperativo,  proveniente,  com'  è  naturale, 
dalla  parlata  toscana.  Oggi  ancora  qualche  osservatore,  non  punto 
inesperto,  si  ferma  a  questo  esempio  come  a  un  fenomeno  stra- 
vagante e  solitario.  Vero  è  però  che  da  più  decennj  la  filologia 
italiana  ha  avvertito  la  frequenza  di  tal  costrutto  nella  parlata 
toscana,  e  insieme  ha  avvertito  delle  concordanze  che  anche  per 
questo  particolare  s'incontrino  tra  il  toscano  e  questa  o  quella 
delle  altre  parlate  italiane  (v.  §  III).  Ma  un'indagine  più  larga 
e  insistente  oggi  porta  a  sentenziare  che  il  tipo  va  a  chiama  o 
vai  a  chiami  rappresenti  un  costrutto  da  riportarsi  addirittura  al 
fondo  comune  di  tutti  i  nostri  dialetti.  Guizza  oggi  ancora  da 
Venezia  a  Palermo.  E  nelle  presenti  righe  si  tenta  di  seguire  e 
appurare  la  distensione  del  curioso  fenomeno  e  di  chiarirne  il 
fondamento  originale. 


454  Ascoli, 

L'uso  di  questa  maniera  di  dire,  oggi  si  riduce  variamente 
secondo  le  regioni  diverse.  Nell'Italia  settentrionale,  dove  è  sullo 
spegnersi,  non  se  ne  sente  se  non  l'applicazione  imperativa.  E 
questa  prevale  anche  in  Toscana,  ma  non  senza  che  pur  la  indi- 
cativa riesca  a  far  capolino.  Similmente  nel  Lazio;  e  ancora  più 
soverchiante  è  l'uso  imperativo  nel  Napolitano.  Nella  Sicilia,  al- 
l'incontro, se  non  è  addirittura  estinta,  l'applicazione  impera- 
tiva s'avverte  appena;  e  l'abituale  è  l'indicativa.  Ma  nell'Alta 
Italia,  come  nelle  Provincie  Meridionali,  se  nell'ordine  logico 
prevale  o  riman  sola  la  dicitura  imperativa ,  pajono  però  bale- 
nare le  traccio  fonetiche  della  indicativa,  che  ne  andava  logica- 
mente assorbita.  Di  che  si  veda  il  §  III. 

§  II.  —  Ora  passiamo  a  rintracciare  partitamente  il  nostro 
costrutto  nelle  diverse  contrade  italiane.  È  questo  però  un  Sag- 
gio affatto  iniziale,  e  giova  sperare  che  altri  non  tardino  a  rac- 
cogliere, in  ispecie  per  la  parte  antica,  di  più  e  di  meglio. 

A.  —  Regione  veneziana  e  regioni  galloitaliche. 

Il  Nardo,  tra  gli  'Accenni  sull'  indole  e  proprietà  del  dialetto 
de' pescatori  di  Chioggia'^,  scrive:  «L'infinito  di  taluni  verbi 
«viene  spesso  sincopato,  elidendo  la  particella  desinenziale  re, 
«convertendo  però  in  i  la  vocale  che  la  precede;  p.  es.  invece 
«  che  dire,  come  pur  avviene  talvolta,  va  a  trova,  in  luogo  di 
«va  a  trovare,  dicono  va  a  trovi,  e  cosi  di  altri  verbi.  Dicono 
«  poi  per  va  a  spogliarti,  a  vestirti,  a  goderti  ecc.,  vate  a  spogif 
«  vate  a  vesti,  vate  a  godi.  Alla  troncatura  per  altro  della  pa- 
«  rola  supplisce  sovente  l'accentuazione  nel  modo  di  pronun- 
«  ziarla.  »  Questa  importante  notizia ,  della  quale  nessun  altro 
indagatore  s'è  più  forse  accorto  e  di  cui  più  in  là  si  ritocca 
(§  III),  merita  sicuramente  piena  fede,  offerta  com'era  da  un  cul- 
tore serio  ed  attento  delle  parlate  dell'estuario  veneziano.  A  me 
però  manca  il  modo  di  aggiungere  esempj  del  tipo  vate  a  spógi  ^. 


^  La  pesca  del  pesce  ne'  valli  della  veneta  lagioia  ecc.,  del  dott.  Giando- 
menico Nardo,  Venezia  1871,  p.  xv. 

*  S'imaginerebbe,  che  Goldoni,  attento  a  rispettare  le  caratteristiche  del 
dialetto  nelle  'Barufe  chiozote',  non  avesse  trascurato  questa  dei  tipi  va 
a  trova,  va  a  trovi,  o  avesse  anzi  insistito  a  porla  in  particolare  evidenza; 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §§  I-II.  455 

Quanto  al  tipo  va  a  trova,  gli  risponderanno  sicuramente,  con 
la  particola  a  come  assorbita  dall' a  che  le  precede,  gli  esempj 
veneziani  dati  dal  Boerio  (s.  cercar  e  catàr):  vaiela  cerca 
^vattela  a  cérca',  vatela  cala  'vattela  a  catta  (=  trova)',  come  a 
dire  'indovinala  grillo'.  Gli  stessi  due  esempj  nel  bergamasco 
(TiRABOscHi)  :  iiàtel  a  sirca,  vàtel  a  cala.  Nel  milanese:  vàltel 
a  calta  (Cherubini  s.  vàttel;  cfr.  Angiolini  s.  càta);  nel  cana- 
vese:  va  a  serka  (Nigra  '  ;  e  qui  andrà,  benché  alterato  per 
la  seduzione  del  sostantivo  omofono,  il  piem.  vaine  an  serca... 
'Modo  di  dire  quando  si  vorrebbe  esprimere  un  nome  od  altrOy 
di  cui  uno  non  si  ricorda.  Che  so  io...'.  Di  Sant'Albino);  nel 
parmigiano:  vatt'l  a  càia  (Malaspina).  Nel  milanese  ancora: 
vàttel  a  lava,  quasi  'lavatene  la  bocca'  (Cherub.);  vatl'impicca 
(Cherub.  s.  vatt';  cfr.  Angiol.  s.  impicà)^;  bolognese:  oat  a 
impècca  (  Coronedi-Berti  ).  —  Aggiungerò  :  manda  a  càma 
'mandare  a  chiamare',  nella  parlata  di  Bedano,  contado  (ìi  Lu- 
gano (Salvioni),  rimandandone  al  §  III. 

B.  —  Toscana. 

Pure  in  ordine  al  nostro  costrutto,  la  Toscana  può  vantare 
una  certa  preminenza,  perciò  ch'egli  non  vi  oltrepassi  i  confini 
che  ci  risulteranno  normali  (cfr.  II,  C)  e  vi  si  mostri  nitida- 
mente in  tutte  le  conjugazioni. 

Per  gli  esempj  'letterarj'  di  vecchia  età,  si  ricorra  in  prima 
al  Gherardini  e  al  Nannucci,  citati  ancora  al  §  III.  Senza  ci- 
tazione letteraria  sono  addotti  dal  Nannucci,  nel  luogo  ivi  indi- 
cato: va  a  pesca,  va  a  dormi,  valli  appicca  (Petrocchi:  valli 
a  impicca^).  Nei  'Lucidi'  di  Angiolo  Firenzuola,  Atto  V,  se.  v, 


ma  all'incontro,  nei  due  luoghi  che  no  olIVivano  occasione  (II,  iv,  [vj,  III,  ni), 
si  legge,  sin  dalle  edizioni  del  1777  e   1789:  vali  a  avisare,  vate  a  relirare. 

*  I  nomi  non  seguiti  da  citazione  e  non  conosciuti  come  d'autori  di  les- 
sici a  stampa  delle  rispettive  parlate,  si  riferiscono  a  comunicazioni  epi- 
stolari di  cortesi  e  dotte  persone. 

^  Ancora,  se  si  tollera  un  esempio  di  bassa  lega:  va  oìi  poo  a  caga, 
'escimi  d'attorno',  Cherub.  s.  andà,  I  23;  nel  piem.  all'incontro:  va'n  pò  a 
caghé.  Di  Sant'  Albino,  83  a. 

'  Di  vati' impicca  c'è  esempio  anche  nella  'Clizia'  di  Machiavelli,  IV,  vi 
{miti' impiccila  nell'ed.  del  1537,  vatt'impicca  in  quella  del  1588),  che  fu  poi 


456  Ascoli, 

un  faccliino  dice:  vaitelo  mena  da  te  stesso.  Dal  Dizionario 
di  Tommaseo  e  Bellini  (1865)  I  426  a:  vaiti  a  riposa,  Cellin. 
Vit.  2.  44,  vaiti  annega  ecc.,  vedi  più  in  là,  al  §  III.  Dal  Pe- 
trocchi ancora,  'Diz.  univ.  della  lingua  italiana  (1887)',  per 
modi  popolari:  vali' a  mangia,  valV a  indovina  \c,ìv.vat'il  a  in- 
devinar,  tra  i  'Canti  pop.  tose'  del  Tigri,  383],  vali' a  rac- 
conta, vali' a  vedi,  vali' a  credi,  vali' a  fai.  Ora  dal  Nerucci, 
'Sessanta  Novelle  popolari  montalesi':  vaitelo  a  pèsca  un  paese 
con  questo  nome! ,  92  (cfr.  Guerrazzi,  'La  figlia  di  Curzio 
Picchena',  Milano,  Sonzogno,  1878,  p.  32:  fu  mandato  in  Ispa- 
gna  e  a  Vienila;  a  che  farci,  vaitelo  a  pesca,  o  piuttosto  non 
ai  andare)',  va'  a  ricérca  il  tu' pettine,  316;  va'  a  vedi  chi  è, 
310;  sia  a  vedi  quel  che  no'  si  pole  fare,  365;  va'  a  metti  il 
'ini'  anello,  344.  Tatti  esempj  d'imperativo,  come  i  seguenti,  che 
provengono  da  Tommaseo,  'Canti  popolari  toscani':  viemmi  a  pi- 
glia, 362;  va  a  dormi  155  n  (cfr.  Nann.  358);  ma  ivi  s'ag- 
giunge d'indicativo:  e  se  la  morte  non  ci  viene  a  trova,  155. 
Dai  '  Canti  popolari  toscani,  raccolti  e  annotati  da  Giuseppe  Ti- 
gri': vaiti  a  confessa  23  (due  volte),  vaitene  a  confessa  337 
(ma:  va  a  confessarti  110);  valli  a  impalca  337,  coìne  l'an- 
dieite  vaiila  a  cerca  tu  396,  viemmi  a  piglia  331  =  Tomm.  362 
{viemmene  a  cavare  199,  in  rima). 

C.  —  Lazio  ^ 

Qui  è  molto  notevole   una  particolare  estensione   dell'uso  del 
tipico  a  tiì^óva  oltre  ai  confini   della  formola  va  a  tirava  (sia 


scorrettamente  corretto  in  vati' impiccare ,  sin  dall' ed.  del  1783,  per  non 
dire  di  quella  dei  'Classici  Italiani';  ma  è  giustamento  va  t'impicca  nel- 
l'ed.  milan.  del  1850,  dove  all'incontro  sta  malamente  mogliema  per  mo- 
glieta.  E  poiché  ci  avvien  di  citare  un  esempio  di  possessivo  enclitico  an- 
che d'autore  toscano,  sia  lecito  qui  avvertire  che  il  GiambuUari,  il  quale 
vedeva  in  questo  fenomeno  nientemeno  che  un  argomento  di  affinità  tra 
il  toscano  e  l'arameo,  ne  parla,  nel  Gello,  con  una  distinzione  cronologica 
di  cui  le  nostre  grammatiche  storiche  non  tennero  coito:  «noi  diciamo 
«.fratehno  fratello;  q  si  gnor  so  disse  Dante,  cioè  signor  suo;  e  signoria  il 
«  Boccaccio  nella  novella  45.» 

'  Gli  esempj,  so  altrimenti  non  è  indicato,   provengono  dai  'Sonetti  ro- 
maneschi' del  Belli,    e  le  citazioni  si  riferiscono  alla  bellissima  edizione 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  II.  457 

d'imperativo  e  sia  di  terza  singolare  dell'indicativo),  per  modo 
ch'egli  sussegua  indifferentemente  anche  a  forme  d'altra  persona 
(come  la  seconda  plurale,  la  prima  singolare)  o  d'altra  ragione 
di  tempo  e  modo,  e  insomma  ne  venga  una  generale  identità 
di  funzione  tra  a  ttròva  e  a  ttrovch^e.  Nel  prospetto  che  ora  se- 
gue, si  distingue  la  categoria  dell'uso  che  brevemente  per  ora 
diciamo  normale  (I.),  da  quella  di  particolare  estensione,  che  di- 
remmo anormale  (IL).  Ancora  avvertirò,  che  non  mi  è  mai  oc- 
corso il  parallelo  di  a  Urova  da  verbi  in  -ire,  come  per  es.  sa- 
rebbe a  ddórmi  ^.  E  di  più  al  §  III. 

I.  D'imperativo:  oh  vva  a  ccerca  un  po'  5299,  va  a  ccerca 
come  ecc.  6264,  va' a  cerca  in  der  lihhro  ecc.  145;  vatte  a 
rriposa  (:  cosa)  1 103;-  va'  a  ccet^ca  un  zorfarolo  4340,  cfr,  4379  ;- 
«  vatt'-a-ccerca-chi-U'-ha-ddato  »  1129,  vatte  a  tirava  la  porta 
2186,  vamm  a  ccerca  un  paese  2210,  vamm  a  ccerca  st'  ari- 
casco (quest'incerto)  2210,  vatte  a  ccerca  chi  ite  porti  6272, 
vali'  a  indovina  (:  sordina)  382,  tu  vièmme  a  ttrova  3320,  viècce 
a  ttrova  6303,  vati'  a  ffida  5180,  vali'  a  rripìjja  694;-  vam- 
meV  attrova  15,  vatteV  a  ppesca  3126,  vàtteV  a  mmaggna  5262. 
—  D'indicativo:  hhisoggna  vede  come  me  va  a  ttrova  la  sca- 
tola 378,  mica  poi  sce  va  a  ttrova  la  commare  4202,  perchè, 
Aggnessa,  nun  me  vienghi  a  ppijja  (rfijja)  4322^. 

II.  annàtevelo  a  ttrova  4435,  annàteveV  a  mmaggna  674,  an- 
natemene  a  ttrova  la  siconna  358;-  se  le  vadino  a  magna 
bbelV  e  monne  110;-  lo  verrò  a  trova  (:  nova)  5119;-  lei  manna 


che  ne  ha  dato  il  Moraxui.  Con  la  prima  cifra  si  cita  il  volume,  e  con 
l'altra  o  le  altre  la  pagina  (p.  es.  375  =  voi.  Ili,  p.  75). 

*  valla  a  ccapì  110,  vàlida  ccapì  6264,  valli  a  ccapì  2107,  vacce  a  sentì 
6144.  Similmente,  di  verbo  che  ò  fermo  ali" -ere  di  seconda  latina:  vallea 
itene  4301,  cfr.  annattev'  a  itene  5303. —  Superfluo  soggiungere,  che  anche 
di  verbi  in  -are  si  mantiene  frequentemente  il  vero  infinito  pur  nella  co- 
struzione col  va  imperativo:  va'  n  sperà  3176,  va*  a  ccerca  adesso  3353,  va 
a  ppenzà  adesso  .5366,  e  vvàjjello  a  cerca  618,  oh  vvatlelo  a  pijjà  619,  vatte 
a  ffidà  4351;-  viècce  a  ttrovacce  614;-  senza  dire  di  annntesce  a  luparia 
3358  0  di  valla  a  ddesiderà  6139. 

'  Nei  'Canti  popolari  delle  Provincie  meridionali',  che  si  citano  più  in 
là,  è  un  rispetto  romanesco  (li  161)  in  cui  si  logge:  E  se  lo  sa  il  Re  te 
manda  a  piglia'  [pijja]. 


458  Ascoli, 

a  ttrova  (  :  nova)  360,  ci  anno  a  cchiama  Danielle  3248  ;-  an- 
naleve  a  ffà  squarta  (  :  carta)  4228 ,  cfr.  580  ;  si  pproprio  er 
monno  nun  ze  va  a  ffà  squayHa  (  :  carta)  5445,  eppoi  min  lo 
'inannate  a  ffasse  squarta  (  :  carta)  375 ,  a  ffà  la  serva  e  an- 
nà'mmesce  a  ffà  squarta  (:  carta)  4397;  vòrzi  annà  a  trova 
388,  è  vuorzàto  annà  a  ttrova  la  Reggina  3240  ^ 

D,  —  Provincie  napolitane  ^ 

Nel  teramano,  la  particola  («)  parrebbe  costantemente  sen- 
tita: vatt' a  ccumhisse,  'va  a  confessarti',  vatt' a  'mbinne  'va 
ad  irapenderti',  secondo  la  regola  del  Savini,  Dial.  teram.,  pag.  92 
(circa  la  ragione  del  secondo  termine  verbale  di  ciascun  esem- 
pio, V.  qui  sotto,  al  §  HI).  Sono  esempj,  nei  quali  a  va  s'accom- 
pagna il  pronome  enclitico.  Così  in  Finamore,  'Vocabolario  del- 
l'uso abruzzese'  (1^  ediz.,  p.  292):  vàtt"  a  repòse  (=  riposa),  e 
'Tradizioni  popolari  abruzzesi'^:  vajj'  a  ppuorte  ^ valle  a  por- 
tare' 10,  vali' a  ppìjje  155,  allato  a  vatt' a  cculecà\  vatt'  a 
ddurmì\  15*.  Il  tipo  abruzzese  senza  appendice  enclitica:  va 
ppuorte  'Tradiz.  '  11,  va  rymve  (=  lava)  10^,  conterrebbe  anch'egli 
la  particola  (va-a-porta,  ecc.),  e  ugualmente  il  tipo  parallelo  del 
napolitano,  trascritto  dallo  Subak  per  loaftrówe  (allato  a  loat- 
trùoive,  di  che  vedi  il  §  III),  quando  s'abbia  a  ritenere  che  al 
va  pur  qui  non  si  possa  attribuire  la  facoltà  di  raddoppiare  la 
consonante  successiva  (cfr.  D'Ovidio,  Arch.  IV  180,  grundr.  496), 


'  Nella  stessa  collezione  (II  160),  in  un  altro  rispetto  romanesco:  Co- 
lonna cì/or  mi  sei  venuto  a  trova'  [1.  trova]. —  Cfr,  B.  Campanelli  'Fone- 
tica del  dialetto  reatino',  Torino  1896,  p.  188:  Che  hbò  che  bhaje  a  ìnmagna 
a  ccasa  sea  'che  vuole  che  io  vada  a  mangiare  a  casa  sua',  e  p.  180:  lu 
mannò  a  cchjama,  entrambi  gli  esempj  di  dial.  reatino  (Umbria  meri- 
dionale). 

^  Gii  esempj,  allato  ai  quali  non  è  citata  altra  fonte,  provengono  dal 
secondo  volume  dei  Canti  popolari  delle  Provincie  meridionali,  raccolti  da 
Antonio  Casetti  e   Vittorio  Lmbriani,  e  il  numero  ne  cita  la  pagina. 

^  Gli  esempj  che  da  codeste  'Tradizioni'  si  citano  nel  testo,  son  dalla 
prima  parte  del  primo  volume  (1882).  Quelli  che  si  aggiungono  in  nota, 
son  dalla  seconda  (1885). 

*  vaiV  a  cconfèssa'  tu  mo'  89  (Aquila)  vallea  ttuojfa  lu...  8  (Montene- 
rodomo). 

^  té,  va  vvénne"  87  (Aquila). 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  II.  459 

Ma,  data  l'appendice  enclitica,  la  quale  suole  esser*  doppia,  non 
è  frequente  che  s'abbia  o  si  mantenga  la  particola,  prescindendo 
dai  territori  abruzzesi,  che  son  territorj  settentrionali  rispetto  alle 
Provincie  napolitane.  Cosi  nel  tipo  napolitano,  che  lo  Subak 
trascrive  per  iuaUupe'sk[e]^  abbiamo  realmente  '  vatte-lo-pesca', 
non  'vatte-lo-a-pesca'.  Similmente:  vattence  corca  'vattene  a  co- 
ricarti' 401  (Napoli),  Dcitte  nce  spassa  387  (ib.);  né  vorremo 
cercare  Va  in  tu  va  'te  'a  sana  chesla  mala  rogna  ^  che  dirà 
semplicemente:  'tu  vattela  ecc.',  393  (ib.).  Ancora  senza  la  par- 
ticola: ca  osci  l'hai  e  crai  va  ti  lu  piglia  'che  oggi  l'hai  e  do- 
mani vattelo  a  pigliare',  ca  osci  l'hai  e  crai  va  ti  lu  trova,  79  (Spi- 
noso, Basilicata);  va  ti  la  trova,  va,  'n'ata  cchiù  bella  81  (ib.); 
vanni  chiamma  lo  salassatore  309  (Bagnoli  Irpino,  Principato 
Ulteriore)^.  All'incontro,  con  r«  ben  pronunziato:  ^ja^^ene,  brutta 
mmia,  vattene  a  fila  229  (S.  Donato,  Terra  d'Otranto);  e  in  co- 
struzione congiuntiva:  ci  mme  tradisci,  e  mme  lu  'egna  a  dica 
*se  mi  tradisci,  me  lo  venga  a  dire'  370  (Lecce  e  Caballino). 
Finalmente,  da  Potenza  mi  sono  segnati:  vaitelo  a  trova,  vai- 
telo a  piglia,  benché  non  di  rado  o  più  solitamente  manchi  Va 

(ClCCOTTl). 

Una  particolare  costruzione,  in  cui  il  verbo  finito  riesce  a  funzione 
di  infinito  o  di  gerundio,  è  quella  che  s'ottiene,  con  particolare  fre- 
quenza in  Terra  d'Otranto,  facendo  susseguire  la  forma  finita  a  un'u- 
nica forma  di  'stare'  o  'vadere'  (sta,  va),  divenuta  come  indifferente 
alla  ragione  della  persona  o  del  tempo.  Eccone  eserapj,  tutti  dal  già  ci- 
tato volume  dei  'Canti  delle  Provincie  meridionali': 

sta.  —  eccu  sta'  passa  lu  'otabandiere  'ecco  viene  a  passare,  sta  pas- 
sando, il  voltabandiera,  12  (Lecce  e  Caballino);  se  stae  durmendu  vui 
hi  risvigliate ,  se  nu'  sta  dorme  l' accumpagnerete  '  se  non  sta  dor- 
mendo ecc.'  26  (Caballino);  sta  parlic  'sto  parlando'  62  (Lecce  e  Ca- 
ballino); 'ssetlatn  a  'na  lucerna  e  sta   etisia  'seduta   a   una   lucerna  e 


*  Dalla  'Collezione  di  tutti  i  poemi  in  lingua  napoletana',  mi  son  notato: 
va  tu  'nnevina  'vatte-lo  indovina'  XX  139,  allato  a  va  nnevina  XXI  253 
(due  volte);  va  te  ^nforna  XX  38;  va  nce  miette  mogliei-eta  XXI  274;  va 
stirate  lo  vr accio  e  bantatenne  XXI  245,  cfr.  XX  292,  va  tornattenne  XX 
244  246;  va  te  fida  XX  289;  va  corcate  XXI  276;  va  toccale  lo  naso  XXI 
235;  va  tilleca  XXI  235;  ecc. 


460  .  Ascoli, 

stava  cucendo'  84  (Lecce  e  Caballino)*;  lassa  lu  liettu  ci  sia  stai  cur- 
cata  'lascia  il  letto  che  stai  [in  cui  ti  trovi]  stando  coricata' [?J  123  (ib.); 
ino'  ci  sta  tieni  lu  mmiu  core  a  'mmanu  130  (Arnesano,  Terra  d'O- 
tranto); lu  bene  mmiu  sta  mete  alla  funtana  209  (Lecce  e  Caballino); 
quandu  lu  sta  'nducìa,  amore  mmia,  tu  sta' cuntai  .  ,  .  'quando  io 
stava  portandolo,  tu  stavi  contando'  250  (ib.)?'  sta  chiangia  'stava 
piangendo'  258-9  (Otranto  ecc.);  ca  tie  sta  pati  'che  tu  stai  soifrendo' 
264  (Lecce);  sta  hegnu  cu  ve  pigghiu  'eccomi  [sto  venendo]  a  pi- 
gliarvi' 286  (Mordano,  Terra  d'Otranto);  mamma  pe'  ci  sta  sona  'sta 
campana?  'per  chi  sta  sonando  questa  campana?' 371  (Merine,  Terra 
d'Otranto);  la  catiniglia  m,mia  sta  ssi  lavora  'si  sta  lavorando'  389 
(Nardo,  Terra  d'Otranto);  la  figghia  de  lu  re  sse  sta  'mmariia  'si  sta 
maritando'  396  (Lecce  e  Caballino).  Ancora:  mi'  mme  sta  dae  lu  core 
de  partire  'non  mi  dà  il  cuore'  399  (Novoli,  Terra  d'Otranto). 

va. —  Qui  la  funzione  della  seconda  voce  risolvendosi  nella  fun- 
zione di  uno  schietto  infinito,  si  potrebbe  imaginare  una  costruzione 
con  r  a,  non  dissimile  da  quella  che  in  questo  articolo  si  viene  stu- 
diando, in  cui  la  particola  andasse  assorbita  dalla  vocal  finale  della 
prima  voce.  Ma  allora  vorremmo  raddoppiata  la  consonante  iniziale 
della  seconda,  di  che  non  ho  esempio  sicuro.  Si  osservino  :  e  sse  ba 
mira  allu  specchiaru ,  subitu  ss' abbà  'mmera  allu  specchiaru,  12-13 
(Chieti);  alle  furche  d'amore  mme  ba'  'ppendu  71  (Arnesano,  Terra 
d'Otranto);  ci  te  ba  bisciu  'se  mi  faccio  a  vederti  [se  vo  te  vedo,  te 
vedere]'  104  (Lecce  e  Caballino);  jeu  mme  ba'  mintu  'io  mi  vo  a 
mettere'  131  (Monteroni,  Terra  d'Otranto);  tu  te  ba'  pigghia  'tu  ti 
vai  a  pigliare'  176  (Lecce  e  Caballino);  e  ba  chiama  'e  va  a  chia- 
mare' 380  (Spinoso,  Basilicata)  ;  ca  ci  mo'  'n'  autra  fiata  sse  bba  'ddhuma 
'che  se  ora  un'altra  volta  si  va  a  accendere  [allumare]'  393  (Lecce 
e  Caballino);  e  te  ba' miìiti  'e  ti  vai  a  mettere'  437  (ib.).  In  effetto 
saremo  sempre  a  una  particolar  foggia  di  espressione  asindetica,  in 
significazione  indicativa.  Cosi  forse  nell'imperativa:  mamma,  va  campa 
come  vole  'ddiu  63  (Lecce  e  Caballino). 

Similmente,  nella  costruzione  indicativa,  la  prima  voce  essendo  re- 
golarmente conjugata:  mme  mintu  cangiu  amante  'mi  metto  a  can- 
giare amante'  322  (Lecce  e  Caballino);  ma  qui  veramente  si  rasenta 
la  perifrasi  dell'infinito  che  s'ottiene  col  finito  preceduto  da  una  con- 
giunzione, congiunzione  che  alla  sua  volta  si  può  stimare   elisa;  cfr. 


*  nnanz'  a  na  luc^rneddf  ste  kus'eoe,  in  Lovarini,  Canti  popolari  taran- 
tini (5.°),  'Miscellanea  nuziale  Rossi-Teiss',  Bergamo  1897. 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  IL  461 

per  es  :  fede  nu'  bogghiu  dau  cchiù  'fede  non  voglio    più   dare'  347 
(Caballino  e  Lecce),  allato  a  nun  bogghhc  cclùù  te  sentu  e  nu'  cu  i' odu 
'non  vo-lio  più  sentirti  né  udirti'  322  (ib.);  serva  'oggUu  bessu  'serva 
voo-lio  e°ssere'  355  (ib.),  allato  a  ^ogghiu  cu  sacciu  'voglio  sapere    436 
(ib)    ^ulia  eie  sacci» 'vorrei   sapere  [voleva  che   io   so]'   445   (ib.); 
mmemisi  doi  tre  vote  te  la  cercu,  mme  misi  doi  o  tre  hote  cu'  la  cercu, 
319  (Martano,   Mordano;  T.  d'O.)-  Ancora:   egnn   cu   canti',  'vengo  a 
cantare'     vinni  cu  caniu^mnni  a  cantare.  219  (Arnesano,  Martano, 
Carpi'^nlno  Salentino  ;  Terra  d'Otranto);   vinni   cu'  te  visita  'venni  a 
visitarti'  207  (Martano,  T.  d'O.),  su'  benutu  te  dau  'me  contrassegnu 
'son  venuto  a  darti'  443-44  (Caballino  ecc.,  T.  d'O.);  -  c«  hegnu  bt- 
scit'  tie  'per  venire  a  vederti'  350  (Lecce  e  Caballino).  Ancora  esempj 
di  'volere':  'alia  te  parlu,  cu  tie  'ulia  cu  parlu  276  (ib.);  bessu  o.c- 
cellu  vulia  'essere  uccello  vorrei'  275  (ib.);  'ulia  faz.u  'vorrei  fare' 
388   cfr  41^  (ib  );  vulia  mimi  'vorrei  menare'  168  (Morciano,  T.  d  0.), 
r^uUa  te  manduim  (Carpignano  Salentino,  T.  d'O.),  'ulia  cu  sia  'vor- 
rei essere'  183  (Arnesano,  T.  d'O.),  se  'ulisse  cu' mme   lea  'stu   fiore 
«se  volesse  levarmi  [togliermi]   questo  fiore'  218  (Lecce  e   Cab.),   se 
nei  scansi  'se  vuoi  causare'  186  (ib.),  ci  'uei  la  'idi  'se  vuoi  vederla 
059  (\rnesano,  T.  d'O.);  ecc.  -  A  Paracorio  (Calabria  Ultra  Prima) 
la  congiunzione  è  m«,  cfr.  §  li,  E,  in  n.  Così:  si  mentinu  mu  cantanu 
'si  mettono  a  cantare'  360,  e  ieu  mu  parru  a  tia  non  vogghiu  maz    e 
io  parlare  a  te   non   voglio   mai'  436.-   Cfr.  Meyer-Lùbke,  Roman, 
abhandlung.,    110-11. 

E. —  Sicilia. 

Siamo,  come  già  era  avvertito,  esclusivamente  0  quasi,  alla  co- 
struzione indicativa;  e  non  mai  senza  particola.  La  quale  e  sem- 
pre e  nei  pochi  esempj  che  io  trassi  da  testi  in  vecchio  siciliano, 
e  oscilla  tra  a  ed  e  (per  ben  altro  motivo  che  non  sia  quello 
delle  regioni  diverse,  v.  §  IV)  nel  moderno.  Ecco  la  mia  scarsa 
suppellettile. 

Vecchio  siciliano.-  D^^  'Vita  Beati  Conradi-,  in  Avo- 
Lio,  Canti  popolari  di  Noto,  Noto  1875  (pp.  3o5-378);  cu  m  lu 
vo4u  et  portu  'io  ve  lo  vado  e  porto',  cioè  'vado  a  portarvelo 
360.  -  Dalla  'Serie  di  scritture  in  dialetto  vecchio  s"=' 'fo  ' '" 
AvoLio,  Introduzione  allo  studio  del  dialetto  siciliano,  Noto  1882 
(PO  127-224):  «  cormdu  vini  et  vidi  'venne  e  vide  Corrado  , 
cioè  'venne  a  veder  Corrado',  173;  poy  so  patrj  xia,  e  gndau. 


462  Ascoli, 

et  chamau  a  corrau  beatit  'poi  suo  padre  usci  a  gridare  e  chia- 
mare il  beato  Corrado'  182;  un  suo  servo  andau  et  chiamau 
lu  prelatu^  210.  —  Dal  'Rebellamento  di  Sichilia',  in  Amari,  La 
guerra  del  Vespro  Siciliano,  Milano  1886  (111,  pp.  26-196):  se 
fami  e  dimandanu  pacti  'si  fanno  a  domandar  patti',  152.  Meno 
evidenti:  eu  stayu  et  vìdu  ib.  40;  vatindj  a  la  regìiu  effa  tua 
annata  'vattene  al  Regno,  a  farvi  tua  armata'  ib.  130*. 

Siciliano  moderno.  —  Dai  'Canti  popolari  di  Noto'  del- 
l'AvoLio  (v.  s.)  :  Slitta  li  to'  fìnesci  iu  vegnu  e  muoru  '  sotto  le 
tue  finestre  io  vengo  a  morire',  202.  —  Dai  'Canti  popolari  delle 
Isole  Eolie  ecc.',  di  L.  Lizio-Bruno,  Messina  1871:  vi  vegnu  e 
rohu  'vengo  a  rapirvi',  101  (Isole  Eolie),  cà  ti  toì'n  e  vìu  'qui 
ti  torno  a  vedere'-^  199  (Rocca-Valdina);  imni  va  e  posa?  'dove 
va  a  posare?,  205  (Villagg.  Gesso).  —  Dai  'Canti  popolari  del  cir- 
condario di  Modica',  di  Serafino  Amabile  Guastella,  Modica, 
1876:  iu  vaiu  a  piggiu  'vado  a  pigliare'  xxiv,  ti  va'  (=  vaiu  a) 
piggiu  'ti  vado  a  pigliare'  98,  viegnu  a  fazzu,  va  a  trova, 
veni  a  mangia,  xxiv,  e  si  va  a  ccurca  'e  si  va  a  coricare'  33^. 
—  Dai  'Canti  scelti  del  popolo  siciliano'  di  L.  Lizio-Bruno, 
Messina  1867:  si  vimii  a  ìnisi  'ntra  la  frunti  a  vui  'si  venne 
a  mettere  ecc.'  56.  —  Dal  primo  volume  delle  'Fiabe,  novelle 
e  racconti  popolari  siciliani'  di  G.  Purè,  Palermo  1875^:  vaju 


*  Poco  direbbe  ugualmente  il  córso:  veni  e  guarda  Feliantone,  vieni  a 
guardar  Feliceantonio;  Tommaseo,  Canti  córsi,  p.  106. 

^  acciaila  'ncielu  e  trooa  li  to  pari  'sali  al  cielo  ecc.',  23,  è  forse  un  esem- 
pio incerto;  ma  1'  e,  anziché  a,  potrebb' essere  tutt'altro  che  un  argomento 
contro  la  sua  validità. 

'  Dice  qui  il  Pitrè  a  p.  ccxxvi  :  «Nelle  frasi  italiane  vengo  a  vedere^ 
«torna  a  cercare,  composte  d'un  verbo  di  moto  di  tempo  presente  del- 
«  l'indicativo  e  d'un  altro  di  modo  infinito  preceduto  da  preposizione  a, 
«quest'ultimo  si  porta  allo  stesso  modo,  tempo  e  persona  del  primo:  vegnu 
«a  viju,  torna  a  cerca  nel  Ciitanese;  e  nel  Messinese  anche  vegnu  mi  viju, 
«.iornu  mi  cercu,  solo  nella  1.  persona.  »  Ma  la  frase  messinese  riesce  ve- 
ramente a  dire:  'vengo  che  vedo,  torno  che  cerco";  v.  sopra,  §  II,  D,  in 
fine;  e  cfr.  per  es.  :  mi  s'affacciassi  almenu  mi  mi  vidi  'che  mi  vede  [vegga], 
mi  ti  cuntu  'per  raccontarti  (che  ti  conto)',  in  'Canti  scelti  ecc.'  testé  ci- 
tati, p,  78  98,  Messina;  e  in  'Canti  pop.  delle  Isole  Eolie  ecc.':  Jò  vaju 
mi   mi  slrogghiu  e  cchiù  ini  'nlricu  'vado    che    mi    disciolgo    [per  discio- 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  III.  463 

a  viju  *vo  a  vedere'  16,  vajit  a  pigghiu  'vo  a  pigliare'  320; 
tni  vaju  a  tegnu  a  he  palazzu  130,  io  ti  imju  a  pigghiu  114; 
unni  la  vai  a  porti?  'dove  la  vai  a  portare?'  156;  chi  si  va 
a  scorda?  'che  cosa  si  dimentica?'  11  16,  si  va  a  'ppatta  'si 
va  a  indettare'  (Ficarazzi)  36,  si  va  a  'nfìla  55,  si  va  a  lava 
125,  si  va  a  curca  'si  va  a  coricare'  150  (61,  Borgetto),  va  a 
pigghia  'egli  va  ecc.'  96  157,  va  a  'mmazza  'egli  va  ecc.'  96, 
cu  va  a  'lloggia  'chi  va  a  alloggiare'  129,  cci  va  a  conza  lu 
lettu  172  {e  cci  va  a  cunta  lu  tuttu  IV  123,  e  cci  va  a  posa 
IV  192,  Termini-Imerese) ;  manna  a  chiama  'essa  manda  ecc.'  75; 
tmni  si  va  a  'rriduci?  'dove  si  va  a  ridurre?  19;  l'accezione 
imperativa  è  forse  in  e  la  va'  a  lassi  'e  vai  a  lasciarla'  156.  — 
Dalla  prima  parte  de  La  storia  di  li  Nurmanni  'n  Sicilia  di 
A.  Palomes,  Palermo  1883:  unni  mi  vaju  a  tegnu?  15,  e  va 
a  trova  'egli  va  ecc.'  55  74;  ma:  e  lu  jiu  a  truvari  'e  l'andò 
a  trovare'  62. 

§  III.  —  Ora,  per  accostarci  alla  soluzione  del  problema,  farà 
d'uopo  sincerare  la  qualità  della  forma  verbale  che  viene  seconda 
nel  nostro  costrutto. 

Quanto  alla  Sicilia,  nessun  dubbio  è  possibile.  La  seconda 
forma  è  nella  stessa  condizione  flessionale  della  prima:  umii  la 
vai  a  porti  ?  =  '  dove  la  vai  a  porti  ?  '  si  va  a  curca  =  '  si  va  a 
corica  '. 

Per  la  Toscana,  all'incontro,  è  invalsa  una  dottrina,  che  io 
reputo  erronea;  secondo  la  quale,  nella  seconda  forma  s'avrebbe 
un  infinito  apocopato,  retto  dall'imperativo,   che  è  nella  prima. 

Così  la  intese  il  Gherardini,  che  ha  studiato  con  insistenza 
il  nostro  costrutto.  Neil' '  Appendice  alle  grammatiche  italiane 
(sec.  ediz.,  1847)'  egli  dice  a  p.  186:  «Quando  un  infinitivo  è 
retto  dal  verbo  andare  nel  modo  imperativo,  si  usa  talvolta,  nello 
stil  famigliare  e  pedestre,  di  troncargli  l'ultima  sillaba.»  Cfr. 
le  sue  'Voci  e  maniere  di  dire  italiane,  additate  ecc.  (1838)', 
I  661-62,  e  i  suoi  'Supplimenti  a'Vocabolarj  italiani  (1852  sgg.)', 


gliermi]  e  più  mi  intrico',  vaju  mi  vi  sdisamu,  e  v'amu  cclmù  'vado  per 
disamarvi  e  v'amo  più',  p.  185,  Venetico  (Messinese).  —  Gli  esempj,  che 
tolgo  al  Pitrè,  sono  da  testi  attribuiti  a  Palermo,  se  altrimenti  non  avverto. 


464  Ascoli, 

I  360.  Similmente  il  Nannucci,  'Analisi  critica  dei  Verbi  ita- 
liani (1843)  ',  p.  357-8,  che  lo  cita  e  lo  segue  o  riproduce.  E  il 
Dizionario  di  Tommaseo  e  Bellini,  I  426  a  (1865),  ci  dice  alla 
sua  volta:  «  Vaiti  a  yHposa  [Cellin.  Vit.  2.  44]  soglion  dire  anco 
«  i  Toscani  idioticamente  per  Vaiti  a  riposare.  Pare  che  con 
«  r  imperativo  vaiti  abbiano  in  uso  di  mangiarsi  per  apocope 
«l'ultima  sillaba  dell'infinito  che  segue,  come  vaiti  annega,  e 
«  cento  e  cento.  » 

Questa  dichiarazione  della  seconda  forma  avrebbe  intanto,  quasi 
'  a  priori  ',  contro  di  sé,  che  disgiungerebbe  il  caso  della  Toscana 
da  quello  della  Sicilia,  quando,  all'incontro,  sarebbe  manifesta- 
mente da  preferire  una  dichiarazione  che  insieme  valesse  per 
entrambi.  Ma  c'è  dell'altro  e  non  poco.  Nessuno  di  codesti  va- 
lentuomini, tutti  valorosissimi  di  certo,  nessuno  (ed  è  un  fatto 
propriamente  caratteristico  della  differenza  tra  la  vecchia  scuola 
e  l'odierna)  badò  a  distinguere  la  diversa  ragione  dell'accento.  Un 
infinito  come  chiamare,  che  senz'altro  perda  il  -re,  secondo  che 
avviene  anche  in  Toscana,  si  riduce  a  chiama,  e  nel  costrutto 
nostro  si  sarebbe  all'incontro  ridotto  a  chiama.  Anzi  il  Nannucci, 
con  singoiar  confusione,  dice  nel  1.  e.  357:  «S'usò  talvolta  tron- 
«  care  l'infinito  dell'ultima  sillaba,  come  mostra  o  mostra, 
«vede  0  vede  ec.  in  luogo  di  mostrare,  vedere;  e  particolar- 
«  mente  quando  è  retto  dal  verbo  andare.  »  E  cosi  egli  come  più 
d'un  altro,  dopo  avere  ben  combinato  il  mil.  vaiV impicca  cogli 
esempj  toscani  che  venimmo  raccogliendo,  credono  ancora  che  in- 
sieme vada  senza  più  il  mil.  vati' a  scond,  dove  scond  è  la  forma 
in  cui  regolarmente  coincidono  l' infinito  e  altre  voci  dello  stesso 
verbo,  e  perciò  si  tratta  di  caso  ben  diverso  da  quello  di  impicca. 

II  Pieri,  'Morfologia  lucchese',  Arch.  XII  168,  segue  bensì  egli 
pure  questa  dottrina  che  diremmo  dell'  infinito,  ma  naturaknente 
avverte  la  ragione  dell'accento,  e  scrive:  «L'accento  è  ritratto 
«sul  tema,  dietro  all'imperativo  d'alcuni  verbi  ('andare'  've- 
«nire'  ecc.),  nell'infinito  di  alcuni  altri,  per  lo  più  di  I  conj. 
«  e  pigliare  '  '  cercare  '  '  vedere  '  ecc.)  :  vali'  a  piglia  ecc.  »  L'av- 
verte, ma  non  la  spiega;  e  come  del  resto  spiegare  italianamente 
0  pur  ammettere  un  fenomeno,  così  strano  in  sé  e  per  sé,  e  co- 
mune d'altronde,  secondo  che  ora  si  riconosce,  a  tanta  serie  di 
parlate  e  in  questo  solo  costrutto? 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  III.  465 

La  «teoria  dell'infinito»  è  invalsa,  perchè  illusoriamente  rin- 
francata dalla  particolar  frequenza  degli  eserapj  di  prima  con- 
jugazione.  Che  se  nel  tipo  valtel'a  cèrea  avessimo  davvero  un 
cèrea  =  cercare,  i  verbi  in  -ere  dovrebbero  darci  alla  lor  volta, 
in  simile  costrutto,  una  forma  in  -e,  come  appunto  la  danno,  in 
costrutti  affatto  diversi,  dove  essi  perdano  il  -re;  e  cosi  negli 
esempj  letterarj  che  cita  lo  stesso  Nannucci  :  e  dee  legare  e  dee 
scioglie,  ecc.,  o  nei  popolari  :  a  piange',  a  sospira  son  sempre  a 
tempo,  vd  ride'  e  cantare,  non  ci  posso  giunge,  Tigri,  o.  c.  101, 
206.  Ma  all'incontro,  nel  nostro  costrutto,  la  forma  dei  verbi 
in  ^ere  ed  -ère  è  sempre  in  -i.  Cosi  negli  esempj  antichi:  va  a 
giaci,  va  a  prendi,  vaiti  a  nascondi,  dove  il  Nannucci,  per  di- 
sperata ipotesi,  pensa  a  infiniti  in  -ire  {prendire  ecc.)  ;  e  cosi 
nei  moderni:  Dall'  a  vedi;  va  a  metti,  vali' a  a  credi,  e  insieme: 
vali' a  fai.  In  altri  termini,  noi  qui  abbiamo  schietta  schietta  la 
seconda  dell'imperativo  (tale  è  pur  fai),  come  è  altrettanto  schietta 
la  seconda  dell'imperativo  nel  tipo  vatteV  a  cèrea,  o  schietta  la 
terza  dell'indicativo  nel  raro  tipo  toscano  ci  viene  a  trova  e 
nel  consueto  siciliano  e  va  a  trova  ^.  Non  rimane  se  non  di  chia- 
rire la  particola,  ed  è  l'uffizio  del  §  IV. 

Il  Sa  VINI,  scaltrito  dalla  metafonesi  del  proprio  dialetto,  avrà 
giustamente  riconosciuto  una  seconda  persona  dell'indicativo  nel 
tipo  dell'Abruzzo  (vatf  a'  ccum'bisse  =  ^YaXì\  a  confessi',  ecc.; 
V.  §  II,  D)  ^.  Ma  quand'egli  soggiunge:  «  questo  eziandio  è  uso 
toscano»,  non  resta  propriamente  nel  vero,  poiché  nel  costrutto 
imperativo  del  toscano  s'abbia  in  realtà  una  seconda  d'impera- 
tivo {vatti  a  confessa)  e  non  d'indicativo^.  Come  poi  si  spiega 
questa  differenza?  Dal  semplice  fatto  di  una  forma  indicativa  che 
assuma  anche  la  funzione  imperativa  (coma  fai  ecc.  nel  toscano. 


*  Similmente  il  bolognese  vai'  a  impècca  (§  II,  A),  dirimpetto  all'infin. 
vnpicàr,  sarà  schiettamente  la  seconda  dell'imperativo,  col  legittimo  riflesso 
della  vocale  accontata. 

*  Non  è  giusta,  all'incontro,  l'affermazione  del  dotto  abruzzese ,  che  an- 
che la  terza  dell'  indicativo  abbia  la  stessa  funzione.  E  semplicemente  un 
infinito  normale  il  leffffg  del  suo  esempio:  va  a"  Uetjgg  =  ''\3.  a  leggere'.  — 
Cfr.  del  resto,  §  II,  D,  in  nota. 

'  Cfr.  il  consimile  ragguaglio  in  Guastella,  o.  c,  p.  93  n. 

Archivio  ^lottol.  ital.,  XIV.  31 


466  Ascoli, 

0  la  seconda  plurale  nel  provenzale  e  nel  francese),  o  non  piut- 
tosto da  antichi  incrociamenti  tra  il  tipo  d'imperativo  '  va  a  chia- 
ma '  e  il  tipo  d'indicativo  '  tu  vai  a  chiami  '  ?  La  presenza  della 
seconda  d'indicativo,  in  funzione  imperativa,  nel  solo  nostro  co- 
strutto e  in  diverse  contrade  {vate  a  spogi  §  II,  A  ;  loattrùowe 
§  II,  D),  potrebbe  far  propendere  alla  seconda  alternativa.  Sem- 
pre però  siamo  ancora,  pure  in  tutti  questi  tipi,  a  una  seconda 
persona  di  verbo  finito,  e  non  punto  a  una  riduzione  della  forma 
infinitiva. 

Rimane  il  Lazio.  Come  già  a  suo  luogo  s'avvertiva  (§  II,  C), 
qui  si  fa  caratteristica  una  particolare  estensione  del  tipo  a 
ttróva,  in  quanto  il  costrutto  oltrepassi  i  limiti  altrove  osservati 
e  certamente  originar].  Come  il  participio  trovato  pareva  avere 
accanto  a  se  una  forma  ridotta,  e  con  accento  sulla  prima,  nel 
sinonimo  trovo,  cosi  l'infinito  trova  parve  trasformato,  con  l'ac- 
cento sulla  prima,  nel  tipo  vati' a  ttróva,  viècce  a  tb^óva,  e  molto 
agevolmente  cosi  si  venne  all'equivalenza  di  a  tirava  per  ogni 
altro  uso  di  a  trovare  (§  II,  C.  II)  ^.  Ma  non  e'  è  nulla  che  per- 
suada a  riconoscere  un  privilegio  d'antichità  in  questa  esube- 
ranza, per  la  quale  il  romanesco  si  disgiunge  da  tutte  le  altre 
parlate  ^.  L' aversi,  per  entro  allo  stesso  romanesco,  una  singo- 
lare mobilità  d'accento  in  qualche  infinito  di  verbi  in  -ère  {vede  e 
vede,  godè  e  gode),  non  può  dar  sufficiente  ragione  d'un  a  ttróva 
che  venga  da  a  ttrovà,  tra  perchè  altrove,  pur  avendosi  il  tipo 
a  trova,  codesto  argomento  mancherebbe,  e  tra  perchè  non  si 
scorge  alcuna  ferma  relazione  tra  le  oscillazioni  di  qualche  verbo 


^  trovo  =  trovato,  come  tutti  sanno,  non  è  punto  peculiare  al  romanesco. 
Ma  vi  occorre  con  singolarissima  frequenza.  Nei  Sonetti  del  Belli ,  notai 
una  volta  sola  tramonto  per  'tramontato'  1199;  tre  volte  compro  (erompo) 
per  'comprato'  134  5409  656;  quattro  volte  tocco  per  'toccato'  3264  3348 
5173  5436;  sei  volte  provo  per  'provato'  1116  3264  3282  4283  5258  6263; 
e  trentasette  volte  trovo  per  'trovato'  1115  1147  1164  1197  1223  349 
363  398  3126  3164  3224  3229  3243  3258  3282  3361  4143  4225  54  574  5100 
5106  5172  5178  5218  5228  5234  5276  5334  631  637  6249  6298  6310  (aritròvo 
3100  3175  3261). 

^  Notevole  è  la  concordanza  tra  un  esempio  romanesco  della  specie  di 
anno  a  chiama  (§  II,  C.  II),  e  il  ticin.  manda  a  càma  (§  II,  A,  in  fine);  ma 
questo  è  per  ora  troppo  isolato  perchè  sia  prudente  lo  specularci  intorno. 


Un  problema  di  sintassi  comparata  dialettale.  -  §  IV.  4G7 

in  -ère  e  il  costrutto  di  cui  si  studia,  senza  dire  che  sarebbe 
troppo  strano  l'attribuire  tanta  efficacia  a  una  cosi  impercettibile 
minoranza.  Non  saprei  citare  a  questo  proposito  se  non  vie  a 
vvede  3104  514;  e  vi  avremo,  in  realtà,  non  altro  che  uno 
schietto  infinito,  come  in  vali'  a  intenne  5259  ^  E  cosi  usciamo 
anche  dal  territorio  del  Lazio,  senza  che  in  noi  si  rimutino  le 
conclusioni  a  cui  eravamo  giunti  dianzi,  nel  considerare  più  spe- 
cialmente il  territorio  toscano  e  il  siciliano. 

§  IV.  Un'influenza  della  costruzione  col  vero  infinito  [va  a 
pigliare)  si  potrà  tuttavolta  vedere  nel  fatto  che  i  pronomi  in 
elisi  sempre  vadano,  nel  nostro  costrutto,  con  la  prima  delle  due 
voci  verbali.  Come  vallo  a  pigliare,  lo  vai  a  pigliare,  cosi  i 
tipi  vallo  a  piglia,  lo  vai  a  pigli.  Ma  non  bisogna  d'altronde 
dimenticare,  prescindendo  per  ora  dalla  speciale  considerazione 
della  particola  a,  che  tanto  nel  costrutto  semplicemente  apposi- 
tivo, quanto  nel  congiunzionale  {va  porta,  tu  vai  poìHi;  va  e 
porta,  tic  vai  e  porti),  la  prima  delle  due  forme  ha  una  fun- 
zione principalmente  esortativa  o  dispositiva,  di  guisa  che  gli  ac- 
compagnamenti in  elisi,  in  quanto  riflettano,  come  tanto  spesso 
avviene,  il  soggetto  cui  è  rivolta  la  esortazione  o  di  cui  è  espressa 
la  disposizione,  sono  di  naturale  spettanza  della  prima  delle  due 
forme  verbali  {vattene  porta]  vaiti  e  porta,  te  ne  vai  e  porti). 

E  in  conclusione,  se  noi  abbiamo  ragionato  bene,  come  è  no- 
stra speranza  naturale,  ecco  starci  dinanzi,  appurata  ogni  cosa, 
queste  tre  maniere  equivalenti:  va  piglia,  va  e  piglia,  va  a 
piglia,  per  l'imperativo,  nella  Toscana  ecc.,  e  \vo  piglio],  vo  e 
piglio,  vo  a  piglio,  ecc.,  per  l'indicativo,  principalmente  nella  Si- 
cilia. Il  problema  cosi  si  riduce  alla  ricerca  del  come  la  parti- 
cola a,  che  parrebbe  il  latino  ad,  possa  equivalere  alla  parti- 
cola e,  lat.  et.  E  il  fenomeno  essendo  estesissimo  e  perciò  molto 
antico,  riesce  esclusa,  come  'a  priori'  ogni  dichiarazione,  sia 
d'ordine  fonetico,  sia  d'ordine  logico,  la  quale  pretendesse  di  an- 
dar legittimata  per  tali  argomenti  che  più  o  meno  stentatamente 
paressero  convenire  a  limitate  ragioni  di  tempo  e  di  spazio. 


*  Cfr.  che  l'arriveno  a  vvede  3131,  ve  farò  vvede  4427,  ecc.;  pò  vvede  4243 
(:  crede),  4359  (:  fede)  ;  pò  vvedé  4387  (:  n'è),  pe'  vvedé  (:  Nove);  ecc.  ecc. 


468      Ascoli,  Un  problema  di  sintassi  dialettale  comparata.  -  §  IV.    " 

Ma  aver  posto  il  problema  in  tali  termini,  è  come  averlo  ri- 
soluto. Poiché  il  latino  a  e,  e  vuol  dire  un  sinonimo  di  et,  si 
riduceva  normalmente  a  un  semplice  a  di  fase  moderna,  dotato 
di  facoltà  raddoppiati  va;  onde  un  a  cldórmi,  per  esempio,  risulta 
il  riflesso  normale  di  un  lat.  a  e  dormi.  Se  poi  si  pensa,  che 
atque,  non  punto  diverso  da  ac,  ha  in  Plauto,  cioè  nell'antico 
linguaggio  popolare,  la  funzione  specifica  di  star  tra  due 
forme  parallele  d'imperativo,  la  prima  delle  quali  sia  di 
verbo  di  moto  (ire  abire  exire  adire)  ^,  la  convenienza 
tra  codesto  tipo  latino  e  il  tipo  dialettale  italiano,  di  cui  abbiamo 
studiato,  risulta  così  grande,  da  dover  certamente  suscitare  non 
poca  maraviglia.  Le  tre  maniere  dei  nostri  parlari:  va  dormi,  va 
e  ddórmi,  va  a  ddór^ni,  sono  latinamente:  i  dormi,  i  et  dormi, 
i  ac  dormi.  L'adattamento  di  codeste  Maniere  volgari  agli 
schietti  usi  dell'indicativo,  come  in  ispecie  si  vede  nella  Sicilia, 
è  manifesto  che  non  presenti  alcuna  difficoltà,  né  sotto  il  rispetto 
logico,  né  sotto  il  rispetto  grammaticale.  L' a  geminativo  sarebbe 
dunque,  in  tutte  le  combinazioni  da  noi  considerate,  un  cimelio 
latino;  cimelio  d'ordine  sintattico,  mantenutosi  (pare)  nella  sola 
Italia,  come  si  hanno  tanti  cimelj  meramente  lessicali,  limitati 
a  singole  e  anche  ben  ristrette  contrade.  Pochi  e  molto  frequenti 
esemplari  di  questa  costruzione  risaliranno  direttamente  al  la- 
tino. Staranno  essi  tra  quelli,  che  ancora  si  ritrovano  molto  dif- 
fusi per  le  diverse  regioni  italiane,  e  che  in  antica  forma  vol- 
gare sonerebbero  per  esempio:  vad'  ac  pili  a,  vad'  ac  capta, 
vad'  a  e  clama,  ecc.  Sopra  questi  se  ne  foggiavano  poi  infi- 
niti altri,  smarrita  ch'era  ormai  la  coscienza  etimologica  dell' a  e. 


*  exi...  atque...  aufer  Most.  294,  exi  atque  educe  Persa  459,  ecc.; 
V.  A.  Dkaeger,  Hist.  synt.  der  lat.  spr.,  II,  1,  p.  25.  Circa  l'alternare  di 
atque  ed  ac  secondo  l'elemento  iniziale  della  voce  successiva,  fenomeno 
a  ogni  modo  nel  caso  nostro  assolutamente  trascurabile,  v.  ib.  p.  44. 


DUE    PAROLE    D  ANTICRITICA. 

Mi  permetto  qualche  parola,  in  risposta  di  alcuni  appunti  che 
mi  furon  mossi  da  un  critico  insigne  ed  amico. 

Qui  sopra,  a  pag.  336,  aveva  io  messo  innanzi  un  italico,  ma 
non  latino,  cdpor  capare,  cui  accennavano  più  continuatori 
neolatini  e  che  finalmente  riusciva  attestato  dal  cum  capo7^e 
di  una  pergamena  barese. 

Ora  lo  Schuchardt,  Zeitschr.  XXII  394-5,  sorge  a  dire,  che 
quanto  a  caporale  caporano  egli  reputava  tra  le  cose  acquisite 
la  loro  molto  semplice  derivazione  da  capora,  ant.  pi.  ital.  di 
capo,  come  alla  lor  volta  nerboruto  noderoso  ramoruto  prove- 
nivano da  nerbora  nodo)-a  ramora;  e  mostra  insieme  di  mera- 
vigliarsi che  cu7n  capare  non  m'avesse  piuttosto  portato  a  pen- 
sare a  una  tarda  estrazione  di  forma  singolare  dal  plurale  in 
^ora,  citando  a  questo  proposito  stióro  pugnóro  da  stajora  pu- 
gnora. 

Di  certo,  io  rispondo,  ognuno  ha  potuto  leggere,  in  vecchi  li- 
bri, per  esempio  nel  dizionario  del  Tramater  (1830) ,  che  capo- 
rale venga  da  capora.  Ma,  più  tardi,  tutti  leggemmo  un  articolo 
di  Federico  Diez ,  che  punto  non  s' acquietava  a  cotesta  dichia- 
razione. E  manifestamente  non  vi  si  acquietava,  perchè  ne  lo 
distoglievano  le  intime  ragioni  del  sentimento  grammaticale.  Nes- 
suno ignora  che  le  derivazioni  provengono  da  un  tema  e  non  da 
un  caso.  Tutti  così  sanno,  per  esempio,  che  il  lat.  temporali  non 
sia  già  tempora+li  o  tempora  +  ali,  ma  bensì  tempor  +  ali. 
E  anche  imaginata  una  derivazione  neolatina  che  muova  dalla 
forma  del  plurale,  cioè  da  una  base  che  aveva  le  apparenze  di 
un  tema  di  plurale  {capor-a  di  contro  a  capo),  ne  verrebbe  di 
naturai  conseguenza  che  nel  derivato  si  sentisse  questo  fonda- 
mento di  pluralità.  Così  non  ripugna  che  si  tiri  ramoruto  da 
ramora,  poiché  ramoruto  dice  'pien  di  rami'.  Ma  caporale  o 
caporano  non  vuol  già  dire  'pieno  di  teste'  o  'che  ha  più  teste'; 
è  anzi,  al  contrario,  'quello  che  è  alla  testa' ^  E  'la  unità  del 


*  [Vedine  ora  Salvioni,  in  Zeit?chr,  XXII  4G5  n.] 


470  Ascoli, 

capo'  non  è  meno  manifesta  in  caperozzolo  di  quello  che  sia  in 
capitozza)  e  sarebbe  troppo  arbitrario  il  volere  che  il  contenuto 
ideale  di  caporello  (capezzolo)  fosse  comunque  diverso  da  quello 
di  capitello,  friul.  caoidjél;  ecc.  Piuttosto  balenerebbe,  per  ta- 
luna di  codeste  voci,  l'idea  di  un  diminutivo  (cfr.  osserello,  e 
in  ispecie  l'agnon.  lukaìnelle  diminut.  di  luoke  luogo,  pi.  lókera). 
Ma  caporale  o  caporano  nuli' hanno  in  se  di  diminutivo,  sia 
per  la  ragione  ideale  o  per  la  grammaticale. 

Rimane  la  presunzione  di  un  singolare,  estratto  anorganica- 
mente dal  plurale,  che  vorrebbe  dire  un  cdporo ,  o  peggio  un 
capóro,  da  càpova.  Non  sarebbe,  a  ogni  modo,  il  caso  di  cuìn 
capare)  mdi  questa  presunzione,  d'altronde,  non  va  addebitata 
al  nostro  critico ,  se  non  in  quanto  egli  s'  è  lasciato  sedurre  da 
un  pensiero  non  suo,  il  quale  è  privo  d'ogni  consistenza. 

Egli  cioè  rimanda  a  Meyer-Lùbke,  gr.  li  51,  col  qual  luogo  va 
confrontato  il  luogo  corrispondente  dell' 'it.  gr. '.  Nelle  future  edi- 
zioni degli  ottimi  libri  del  M.-L.,  codesto  passo  mancherà,  secondo 
che  fermamente  io  spero  ;  e  la  questione  merita  intanto  che  vi 
si  ragioni  intorno.  —  I  romanologi,  in  ispecie  gl'italiani,  pos- 
son  ricordare,  che  la  relazione  tra  un  singolare  come  stajoro 
(stàjoro)  e  il  rispettivo  plurale  stdjora  'staja'  era  stortamente 
giudicata  dal  Nannucci  ('Teorica  dei  nomi'  360)  nel  senso  che 
il  secondo  provenisse  dal  primo.  Gli  esempj,  che  il  Nannucci  ad- 
duceva,  oltre  stajoro,  al  quale  sùbito  ritorniamo,  erano  questi: 
càmporo,  onde  il  pi.  cdmpora,  ed  è  un  singolare  ch'egli  sembra 
avere  pescato  nella  propria  fantasia;  hórgoro  (pi.  bórgora,  borghi), 
che  ha  un .  esempio  nella  Crusca,  e  un  preteso  bassolatino  la- 
corus  (cfr.  DC.  s.  lacus  lacora).  Ora,  appunto  di  questi  tre  po- 
veri esempj  il  Meyer-Lùbke  non  si  vale,  e  fa  benissimo.  Ma  in- 
vece egli  imagina  che  stdiora  e  pùgnora  abbiano  dato,  con  l'ac- 
cento risospinto,  i  sing.  staióro  stióro,  pugnerò.  Dei  quali  tre 
parossitoni ,  va  intanto  escluso  o  appartato ,  per  quanto  è  del- 
l'accento, il  primo,  voce  non  viva,  che  i  lessici  danno  per  pro- 
parossitona ,  accentuazione  che  si  confermerebbe  per  1'  e  del  si- 
nonimo stajero.  Ma,  dato  pure  che  questa  voce  avesse  oscillato 
tra  il  parossitono  e  il  proparossitono ,  e  come  parossitona  si 
schieri  coi  viventi  stióro  e  pugnerò,  c'è  egli  da  vincere,  in  que- 


Due  parole  d'anticritica.  471 

sti  tre  casi  di  parossitonia,  la  sola  e  gravissima  difficoltà  dell'ac- 
cento trasposto  ^  ?  Per  il  senso  come  andiamo  ?  Si  tratta  egli  dav- 
vero di  voci  che  dicano  al  singolare  quello  che  dicevano  al  plu- 
rale stdjora  e  pùgnoraì  Neppure  per  ombra.  La  traduzione  del 
vecchio  5/a;oro  suona:  'tanto  terreno  che  vi  si  semini  uno  stajo 
di  grano'  (Tomm.-Bell.),  e  sfioro  è  'la  quarta  parte  dello  stajoro; 
e  misura  geometrica  legale,  presso  alcuni  in  uso  tuttavia,  cor- 
rispondente a  braccia  quadre  1541  e  un  terzo'  (ib.),  A  pugnóro, 
che  dice  alla  sua  volta:  'tanta  terra  per  un  pugno  di  seme;  sorta 
di  misura  agraria',  il  Petrocchi  aggiunge  l'equivalente  pugnalo. 
E  sopravviene,  o  sopravveniva,  in  questa  curiosa  compagnia,  il 
panóro  («lo  stajoro,  il  panoro,  il  pugnerò»,  v.  Tomm.-Bell.  s. 
panerò),  che  avrebbe  ad  essere  la  duodecima  parte  dello  stajoro. 
Si  tratta  dunque  di  particolari  significazioni,  come  si  tratterà  di 
un  particolare  tipo  di  formazione,  dipendente  chissà  da  quali 
analogie! 

Ancora  qui  sopra,  a  pag.  352,  io  avvertiva  che  ripugna,  dal- 
l'un  canto,  il  separare  la  ragione  etimologica  delle  due  diverse 
basi,  coclario  e  coslario,  a  cui  risalgono  i  termini  dialettali 
italiani  per  'cucchiajo',  e  che  dall'altro  cessa  ogni  difficoltà 
quando  si  ammetta  che  la  base  coslaino  fosse  umbra,  cioè  voce 
paleoitalica  di  color  fonetico  diverso  dal  latino,  concorrente  col 
sinonimo  latino,  com'è  di  popina  allato  a  coquina  e  d'altri 
che  si  sono  passati  in  rassegna  nel  primo  articolo  del  X  volume 
AqW Archivio.  Di  codeste  voci,  che  in  parte  vivono  nei  nostri 
parlari,  si  potrebbe  anche  formare,  se  non  paresse  una  celia, 
qualche  intiera  proposizione  (un  legionario  non  laziare,  per  esem- 
pio, sifilava  nella  popina  e  iafjìai'a  col  suo  coslario). 

Orbene,  lo  Schuchardt  sorge  a  chiedere,  1.  e.  398,  se  non  si 
tratti  invece  di  un  lat.  *cociliario  (concorrente  con  cocla- 
rio), determinato  da   un   fenomeno   d'anaptissi:  hi  kit  cil  sl^. 


*  Non  dimentico  già,  nel  dir  questo,  i  sardi  lìittùrra,  pittórra;  v.  p.  190. 

*  'Wenn  coculea  als  Nebenform  von  cochlea  bezeugt  ist,  so  làsst  sich 
'zuniichst  fiir  cochlearhim  ein  *coculeariuìn  ansetzen;  und  hierfùr  wieder, 
'sobald  -le-  zu  -li-  oder  -Ij-  geworden  war,  *cociljarium  (mit  Einmischung 
'etwa  von  *coc]iì/lium)' ;  eccetera. 


472  Ascoli,  Due  parole  d'anticritica. 

Ma  dove  mai  s'  è  avuto  nulla  di  consimile  ?  Da  quale  età  o  da 
qual  contrada  si  può  mai  addurre  un'analogia  qualunque  per 
un  lil  latino  che  per  via  di  kil  diventi  uno  si  italiano  o  anzi 
toscano?  Il  vero  è,  mi  pare,  che  ponendo  la  figura  umbra,  come 
io  ho  fatto,  si  viene  a  una  soluzione  razionale  del  problema,  e 
che  all'incontro  è  una  soluzione  irrazionale  quella  che  muove 
da  uno  svolgimento  latino  il  quale  va  tra  le  cose  inaudite. 

Finalmente,  lo  Schuchardt,  nel  1.  e,  397,  venendo  a  dire  della 
dichiarazione  storica  di  toccare  e  laccare,  ch'era  qui  data  a 
p.  337-8,  riconosce  bensì  una  parentela  originaria  tra  tangere 
e  laccare,  ma  crede  insieme  che  laccare^  e  ugualmente  toccare^ 
s'abbiano  a  ricondurre  a  ragioni  'onomatopeiche'.  Ora,  che  devo 
io  replicare,  per  questa  parte,  senza  avventurarmi  di  soverchio? 
Non  altro  se  non  questo  :  che  il  critico  non  s'  è  provato  ad  ap- 
plicare la  propria  teoria  agli  altri  verbi  che  nel  citato  luogo 
eran  chiariti  insieme  con  toccare  e  laccare  ^. 

G.  I.  A. 


'  [V.  ora,   nel  XV  voi.,  la  3.^  serie  delle  Note  etimologiche  e   lessicali 
del  NiGRA,  all'articolo  'Verbi  in  -ccare'.l 


INDICI   DEL    VOLUME. 


e.  SALVIONI. 


I.    S  IX  o  n  i. 


<i  ìq  a:  439. 

«  di  sillaba  aperta,  in  e:  439  n. 

à,  per  effetto  della  palatina  che  gli 
precede,  in  e:  445. 

à,  per  gli  effetti  di  -i,  in  e:  217:  in 
i:  217  n. 

à  della  desinenza  infin.  -are,  in  e: 
443,  446,  451. 

«  protonico  e  postonico,  in  e:  5,  140, 
223,  244. 

a  atono,  in  i:  424. 

a  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  0  ti:  140,  223,  424. 

-a  in  e:  140. 

Accento:  13,  186,  214,  238  n,  357, 
381  ;  protosillabico  e  di  quartul- 
tima: 342,  355;  ritratto  sulla  pri- 
ma di  due  vocali  attigue:  113 
(marjéure  =  *marjaóra  ecc.);  riso- 
spinto sulla  seconda  di  due  con- 
sonanti attigue  :  123,  166,  371  ;  pro- 
gredito in  voci  proparossitone  :  368  ; 
non  rispettato  nella  penultima: 
341;  dipendente  da  motivi  d'ana- 
logia: 197  n  ;  influenza  sua  nel  de- 
torminare    le    consonanti    vicino  : 


320  sgg. ;  voci  proclitiche:  221  n, 
222  n;  di  due  pronomi  affissi  il 
primo  attira  a  sé  V  accento  ver- 
bale :  191-2;  semiproclisia:  423. 

Accidenti  fonetici  d'ordine  sintattico 
0  transitorio:  151,  157-8,  160,  163, 
164,  180-85. 

Accidenti  generali:  11,  141,  163, 
186,  223  n,  226  n,  225,  337-8,  341, 
342  sgg.,  389,  433  (Assimilazione, 
transultoria  o  no,  tra  vocali  o  tra 
consonanti);  11,  114,  128-9,  143, 
147,  151,  154,  155,  157,  164,  186, 
207,  226  n,  229  n,  239-40,  290,  335, 
373,  388,  391,  397,  428,  432-3, 
433-4  (Dissimilazione  tra  conso- 
nanti vicine  0  lontane);  127-8  (Dis- 
similazione tra  vocali);  186,  270 
(Sdoppiamenti);  8,  113  [krave,  an- 
treje,  haréje],  Ìì4[frauimi,  fré'm- 
mi,  prigi;  cfr.  lomb.  pidria],  164, 
176,  178,  179,  188,  209,  239,  332, 
395,  434-5  (Metatesi);  11,  146,  162, 
188,  294,  352,  353,  361,  365,  366, 
391,  392  (Metatesi  reciproca);  188, 
239,  366,  389,  435  (Metatesi   tra 


474 


Indici.  —  I.  Suoni. 


vocali);  113,  117,  239  (Attrazione); 

113  [aì'jundele,  arsele],  163,  186, 
238,  393,  433  (Prostesi);  187,  239 
(Epitesi);    113  landja;   cuwe?ide], 

114  [hruwi ,  druwi ,  duwi,  numi, 
sansitwi],  164,  166  n,  179,  187, 
238,  270,  299,  334,  342-3,  366,  368, 
388,  428,  429,  431,  433  (Epentesi); 
187,238  (Epentesi  di  vocale);  123, 
179,  187,209,210,  309  n,  368  [^anA- 
lois'o),  369  [lajol]  387,  401-2,  434 
(Elementi  concresciuti);  188,  237, 
369,  382,  433  (Aferesi);  143,  434 
(Apocope);  11,  165,  188,  373,  434 
(Caduta  d'intiera  sillaba,  iniziale 
o  finale);  187,  395,  434  (Caduta 
di  elementi  iniziali  per  l'illusione 
che  si  trattasse  di  elementi  for- 
mali); 113  [Indne ,  leisne,  sauge, 
vrere  sleure],  114,  116,  117  [ineu- 
ro], 188,  237-8,  433,  447  (Espun- 
zione di  vocale  atona);  108,  113 
(lande,  holke),  237,  367  (Assorbi- 
menti e  contrazioni);  114,  181, 
186,  408,  428  (Geminazione)  ;  433 
(Geminazione  distratta);  147,  186, 
233  n,  387  (Riduzioni  fonetiche  non 
normali  in  certe  categorie  di  voci). 

ce  139,  per  la  vicinanza  di  palatina, 
in  e:  423. 

ce  atono,  in  i  :  143. 

ce  atono,  nella  vicinanza  di  conso- 
nante labiale,  in  w.   143. 

a-i:  108. 

àj  intatto:  113,  423;  in  ae:  113  {aeve, 
aere,  fiacre  ecc.):  in  ei\  441  n. 

•àj  in  e:  217,  221. 

aj  atono,  in  i;  370. 

flZ  +  cons.:  218,  229,  313,  439,  443; 
va.  a  e:  439. 

ALT    ALD    ecc.   7;    in    aut   ecc.:    113 


{aule,  faude,  sauge,  ecc.),   316  n  ; 

in  olt  ecc.:  330. 
Analogie  fonetiche:  341  n, 
an  atono,  intatto:  223;  protonico,  in 

en:  140. 
ank  atono,  in  ink:  331-2. 
ar  +  cons.,  in  er  ecc.:  2,   106,  439, 

439  n. 
ar  atono,  intatto  :  223,  protonico,  in 

er:   140. 
-ARiu   -aria:   2,   106,   218.   Diverso 

trattamento  della  formola  con  -a: 

218. 
-as:  124-5. 
-a[t|u  -i:  441  n. 
du,  au,  primario  o  secondario:  3-4, 

109,  139,  220,  143,  317,  368,  423, 

427,  441  n. 

&-  in  ^:   179. 

-b-  in  v:  11,  236;  in  ^:   178;  in  bb: 

178;   in  2^:    179;    dileguato:    178, 

179. 
bj  :  7;  in  bbj  :  151;  ìxipj:  ib.  ;  ìnj: 

ib.;  in  g:  151,  444,  448-9;  in  gg: 

151;  in  g^g":  ib.  ;  in  cV:  ib. 
bl:  8,  156,  230. 
br-  in  fr:  179;  in  r:  ib.  ; 
-br-  in  bbr:  179;  in  vr:  ib.  ;  in  pr: 

ib.  ;  in  rr,  r:  ib. 

e  in  ^:  232-4. 

e-  intatto:  168;  in^:  ib.  ;  in  e":  169; 

in  z:  168,  442  n;  in  s:  HA  (sioiUi, 

suwetti)  ;  in  ^  :  363. 
-e-  intatto,:  169;  raddoppiato:  429; 

in  e:  169;    in  i:  445,  451;  in  /: 

234,  271;  in  z:  169;  in  i;  ib.  ;  di 

legnato:  113  (vgje). 
g  in  r:  350,  350  n. 
c~:  144  n. 


Indici. 


I.  Suoni. 


475 


e:  146  n. 

ce  in  zz\  169;  in  ne:  407. 

ce  ci:  10,  ecc. 

cj:  6,  428;  in  g,  z:  228;  in  zz:  148; 

in  ce:  ib.  ;  in  co':  148-9;  in  xi:  228. 
ci:  7-8,  153,  229-30. 
ci-  ine:  153-4;  in  ^:   154;   in  c~:  ib. 
-c^  in  j:  114  {lantiji,  pliji),  154;  in 

^:  114  (amnigi,  ugi);  in  gy\  154; 

in  ^i"/":  154-5;  in  ce:  154;  in  ce: 

ib.  ;  in  i:  155;  in  l:  ib. 
cr:  429. 

cs  in  5:  170,  448-9;  in  ss:  170. 
et:  170;  in  jt:  9,  234  n  ,  364,  444, 

442 n;  in  ce:  442;  in  e:  1 13 (Aoc5, 

docs,  starccere),  114  (kulici,  siici), 

234-5,  364,  444;   inj:  444;  in  «: 

442. 
cij:  229. 
E  V,  s.  'k'. 

-d-  dileguato:  113  {hoje,  keine,  seje, 
viaere,  vaje,  arjundele,  fjavje,  §ra- 
vje,  iceoe,  meure,  niarjeure,  ecc.), 
114  (dija,  niins'ìni),  ecc.,  176,  235- 
6,  331,  387,  441  n.;  in  dd:  176;  in 
t:  176-7;  in  r:  444,  451.  Età  di- 
versa del  dileguo  di  -t-  e  di  -d-: 
226  n,  235  n. 

Dileguo  di  vocali  atone:  188,  222-3, 
237-8,  447. 

Dittonghi  secondari:  312  n. 

dj:  6-7,  229. 

dj-  in  g:  150;  in  g":  ib.;  in  e:  ib.  ; 
in  e:  ib. 

-dj-  in  e:  150;  in  g":  ib.  ;  in  gg:  ib.  ; 
in  g''g~:  ib.;  in  zz:  ib.  ;  in  j:  ib.; 
secondario,  in  ^:  140  (prigi  =  *pri- 
dji;  cfr.  lomb.  jndria). 

-dr-:  431;  in  r:  113  (pc'^e,  vrere) , 
236;  in  <r:  339. 


c^M-  in  d:  343. 
-d^-  in  rfd:  343. 
dv  in  6&:  162. 

è  in  ei:  3,  107,  113  (veitie ,  leisné), 
446. 

e  in  ie:  107,  341  n,  447;  in  e:  107; 
in  e:  447;  in  i:  ib. 

e  di  terzultima,  in  e:  423. 

è  in  z:  107,  218. 

é,  per  gli  effetti  di  -z,  in  z:  217, 
229-30. 

é,  nella  vicinanza  di  consonante  la- 
biale, in  u:  114  (vandumji,  fumni). 

è,  davanti  a  w,  e,  </,  in  t:  114  {hu- 
liùi,  kulici,  fngi,  kastini). 

e',  davanti  a  j,  intatto:  113  ecc.  {seje, 
bute'je,  te'je). 

e  di  posizione,  in  e:  114  ecc.  (asselli 
blpssi,  cresti,  freski,  frenimi,  mes- 
si). 

è  di  posizione,  in  e:  113  {berte,  erbe^ 
pertje,  verne),  115  {e'rpe,  pruve'r- 
be,  ecc.). 

é,  nell'iato  o  per  effetto  della  pala- 
tina successiva,  in  e:  423. 

e'  in  £?:  447. 

e-  in  a:  116  {arede),  140. 

e  atomo,  in  a:  113  {dasdoc) ,  141, 
223-4,  424,  425;  in  k  115  {ni^oge), 
140-41,  424,  425;  in  o:  425;  in  u: 
141. 

e  atono,  nell'iato  e  nella  vicinanza 
di  palatina,  in  i:  114  {arjundi) , 
224,  225. 

e  atono,  nella  vicinanza  di  labiale, 
in  0  u:  141,  223,  261  n,  425. 

e  protonico,  pspunto:  WA  {blessi,  pli- 
ji), 142,  ecc. 

-e  conservato:  331;  in. -i:  141.  Suo 
dominio  nel  Piemonte:  111. 


476 


Indici.  —  I.  Suoni. 


-e,  dati  à,  é,  e',  o,  de,  di,  du,  éi,  èu, 

òi:  112  sgg. 
-e,  ultima  risultanza  dell'infin.  -ere, 

in  a:  194. 
è  +  n  0  m  +  cons.,  in  éj:  440,  440  n; 

in  oj:  ib.  ;  in  o  :  ib,;  in  e;  ib.  ;  in 

i:  451. 
e  atono  +  n  o   m+-cons. ,   in  «:    114 

{lantiji,  zannivi,  vandumji). 
e  atono  +  r,  in  a  :  140-41  ;  in  o  :  223  n. 
e-i:  108. 
éj  in  aj:  440-41;  in  oj:  447  n.;  in  e: 

446;  in  i:  451. 
ej  atono,  in  i:  114  {minimi),   246  n. 
éj  da  a-ì:  214. 
-éj  in  i:  217. 
éu,  eù,  in  ou,  iou:  109. 

/■:  306. 

-f-  in  u:  161,  231;  quindi  dileguato: 

161. 
fi:  8,  230;  in  fj:  156;   in  fr:  156, 

157. 
9)  in  j9;  347. 

(j-  'mg:  166,  171;  in  J:  166;  in  g': 
166,  171,  172;  in  b:  172;  caduto 
0  fognato:  166,  171. 

-y-  in  j:  117  (èoZ/o,  AoZ»,  444,  448; 
in  gg:  166-7;  dileguato:  9,  172, 
233. 

fi'":  144  n. 

g:  146  n. 

^  in  d:  270. 

//  intatto:  172;  in  g:  172;  in  ^~:  ib. ; 
in  e:  ib.;  in  i:  234,  408,  442  n; 
caduto:  172. 

-g-  in  i:  234,  173;  in  s':  324;  rad- 
doppiato: 173,  429;  dileguato:  113 
(lande,  roide),  234;  in  g~,  gg:  173; 
in  c~:  ib. 


ga-  in  ^a:  366. 

^d:  233. 

gè  gi\   10. 

5y":  149,  228,  428. 

0  +  voc.:   125-6. 

gì:  7-8,  230,  283-4. 

g'Z-  in  g:  155  ;  in  ^~:  ib. 

-gì-  in  ^:  115  {zunigi)'^  in  ^//:   155; 

in  /y'^'":   156. 
gm:  233. 
^n:  233;  in  ù:  174;   in  nn:    ib  ;  in 

nn:  ib. 
gr-  in  r:   174. 
-^r-:   117  {cero,   mcero;  neiro) ,  233, 

429. 
-gu-:  114  (?<5i,  t<^z). 
^u  :  343. 
^10-  9,  233. 

i  in  e:  3. 

i  ei:  108;   in  e:   3,    108;   in   e:  295; 

in  e:  421. 
«  d'età  longobardica,  in  e:  423. 
4  di  posizione,  in  è:  108,  218-9. 
i,  nella  vicinanza  di   consonante   la- 
biale, in  ii:  108,  ì\A.{trùpi  sihnji). 
i  atono,  in  a:  142,  223-4,  425,  426, 

426;  in  e:  5,  142,  225,  425;  in  0: 

142;  in  n:  ib. 
«  atono,  nella  vicinanza  di  consonante 

labiale,  in  0  m  ù:  115  {gumutere), 

223,  425,  426. 
i  atono,  espunto:  143,  337-8. 
i  ascitizio:  147. 
-7:  4. 
-i  nel  piemontese.  Sua  età:  119,  sua 

patria  originaria:  119,  suoi  motivi: 

119,  suo  dominio:  IH. 
-i,  dati  e'  t  ù  il':  112  sgg. 
-i  in  e:  226. 
-i,  ultima  risultanza  di  -èno  ecc.:  443. 


Indici.  — 

-i  caduto:  115. 

-i  attratto:  4,  o  ripercosso  dietro  la 
tonica:  217. 

Iato:  144,  172,  179,  187,  368. 

ié  in  e:  447 n;  in  i:  447. 

ié  toscano,  che  persiste  nella  posi- 
zione recente:  423. 

in-  in  en:  ^. 

-in  intatto:  226. 

Influenze  varie  della  vocale  finale, 
principalmente  di  -ì,  nella  deter- 
minazione della  tonica:  217,  329- 
30 ,  448  n,  4.58,  465,  e  dell'  atona 
protonica:  329. 

Influenza  dell'X  di  iato  nella  deter- 
minazione della  tonica:  218. 

Influenza  della  tonica  nella  deter- 
minazione   dell' atona    finale:    112 

sgg- 
-is:  127. 
iù  in  iou:  109. 

/:  6,  228. 

j-  in  g:  143,  283,    332,   427;   in  (f: 

144;  in  z  ib. 
-j-  in  y:  235  n.  ;  in  {/g:  144;  in  e  ce: 

ib.;  in  g~  gg:  ib. 
j  che  estirpa  l'iato:    144,  172,  179, 

187,  368. 
-jt:  113  (yoje). 
ni  in  t:  220. 

h-\xig:  166,  277,  368,  322,  323. 

-h-  il)  ^:  9,  166-7,  232;  in  Kk:  167; 
in  y:  113  {fraje,  teje,  naje,  kare'je, 
anireje,  melje,  pertje,  ecc.),  114 
(urtiji),  ecc.;  dileguato:  167,  108, 
233.  E  V.  s.  'g'. 

ha  in  ca:  364  n,  370-71;  in  ca,  a 
formola  tonica:  445. 

hi-:  114  (kluhi).  E  v.  'ci'. 


I.  Suoni.  477 

kr  in  §)•:   170. 

kit^:  343. 

kv-  in  b:  429. 

kw:  9,  232. 

kw-  in  k:  170,  1-71;  in^io:  171. 

-kw-  in  gic:  171;    in  A/c:   ib. ;  in  ^ 

99 n,  171;  in  gg:  171;   in  bb:  ib.; 

in  If:  ib.;  onde  il  dileguo:  ib. 

l-  soppiantato    da   d:    151;    caduto: 

157. 
-l-  raddoppiato:   151-2,  428;    quindi 

in  dd:  152. 
-l-  in  r:  7,  151,  229,428,  451  ;  quindi 

dileguato:  451;  intatto:  446 n. 
-l-  di  -ìlio,  in  r:   313,  426  n;   età  e 

limiti  del  fenomeno:  313. 
l  +  cons.,  in  r:  7,  153,  229,  428,  443- 

4;  in  j:  315. 
l  complicato;  v.  'ci',  ecc. 
-l,  caduto:   152,  229;  in  «:  446,  451. 

I  in  n:   145. 

/ò  inji>:  159-60. 

Id  in  ZZ:   153;  in  Id:  159. 

Z'c^  in  Z?:  153. 

Leggi  fonetiche  ineccepibili:  302 sgg. 
Come  s'abbiano  a  spiegare  le  ec- 
cezioni: ib. 

If  in  ;Y:   159-60. 

l§  in  JJ:  158. 

-li:  228. 

ZJ:  228,  271,  428;  in  g:  6,  145;  in 
e:  145;  in  s':  ib. ;  in  g~ :  ib.;  in 
gg:  448  n;  in  gg:  ib. ;  in  /:  144; 
in  dd:  ib. 

II  in  ?:428;  in  dd:  152,  153;  in  t«Z: 
313. 

-Il  in  «:  440;  caduto:  213. 

-Ili:  228. 

?(;■  ili  gOr-  315. 

Z/i  in  /i/i:  158. 


478 


Im  in  jm:   159-GO. 

In:  160. 

l'n  in  II:  7. 

Ip  in  jp:  159-60. 

It  176;  in  Zj5:  158-9. 

lo  in  tó:  162;  inju:  159-60. 

Iz  in  xt;;:  153. 

m-  in  n:   165. 

-OT-  in  mm  :  165,  429. 

mj  in  w:  6,  332,  444;  in  mmi:  148; 

in  nn:  ib.;  intatto:  ib. 
m'^:  429. 
mm  in  m:  429. 

mn:  165,  231;  in  »1:  114  (kulini). 
ìnnj  in  n^~:  165;  in  n:  ib. 
}«/)  in  mb:   177. 

■^n  +  voc,  in  n:  12,  118;  in  nw:  118. 

-n-  di  -am  ecc.,  fognato  :  447-8,  448  n. 

-n-  in  nn:  164. 

M  estinto:  211. 

-n  davanti  a  labiale,  in  m:  232. 

«e  in  nz:  169. 

«c<  in  wc:   114  {unci  punci). 

nd:  165. 

-nd:  236. 

ndj:  150,  229. 

Nessi  quadruplici:  344  n. 

ng:  165. 

ng  in  w:  174;  in  nrf:  ib.;  in  no":  ib.; 

in  ng:  ib.;  in  nn:  ib. 
ngl:   155,  156;  in  ng:   114  (ungi), 
ngv  in  n^:  172. 
-m:  228. 
#y  intatto:    147;  in  n:    114   (nuni) , 

147,  228,  117  (mw);   in   nn:   147; 

in  ni:  148. 
nk:  168. 

nZ  in  U:  298,  165. 
nn  in  n:  232,  429. 


Indici.  —  I.  Suoni. 

ns:   165,  429;  in  ni:  165. 
ns/"  in  nf:  237. 
«ij  in  nn:  148  n,  342-3. 
'        nv  in  7nb:   162. 


d  in  Ito:  341  n;  in  o:  109;  in  p:  ib.; 
in  e:  113  (neve,  selje,  steré),  115 
(eue);  in  o:  113  (vgje,  virole);  in 
e:  219  n. 

ó  in  m:  219. 

^  in  u:  108,  114  (&wj;",  hrnsti,  hluki, 
sivuh\  duwi,  muski^  murfluni,  rii- 
bji,  turtuli,  unci,  ungi),  115  (dubi, 
stumi,  gumi,  upi,  urubi),  116  (mi- 
zi),  ecc.;  in  o:  113  (bolke,  koje, 
gito  se),  116  (kgre). 

^,  per  gli  effetti  di  -i,  in  u:  217, 
330. 

ò'  in  e:  115  (eie,  sele,  ecc.),  ecc. 

0-  in  a:  393,  142. 

0  atono,  in  a:  142,  226,  426;  in  e: 
226-7,  426;  in  i:  142-3,  227  n,  426; 
in  u:  114  (kulini,  urtiji,  kidici), 
115  (kumerge,  pruverbe),  142,227, 
426;  in  u:  227  n. 

-0  in  m:   142;  caduto:  115. 

-0,  ultima  risultanza  di  -ulo ,  ecc.  : 
117,  443. 

oe:  139. 

-ój  in  u:  217. 

-p!;-:  219. 

c;<  in  p:  441. 

p-  in  v:  177,  359-60;  in  &:  177. 
-p-  in  v:   11,  236,  177,  432;  quindi 

dileguato:  177;    in  b:  373 n,  432; 

bb:  178;  in  f:  432;  intatto:  431-2, 

432  n. 
pj:  150-51,  373  n;  in  e:  444,  449. 
pi:  8,  230,  374;  in  pj:  156;  in  pr:  ib. 
pi--  in  &r:   116  (sbremti),  359,  432. 


Indici.  —  I.  Suoni.                                            479 

-pr-:  432  n;  \n  vr:    11,  178;  in   br:  -s:  8,  1G3-4;  sua  vita  in  Italia:  127. 

178;  in  brr:  ib.  -s'-  in   e  (j:  144;  in    'z'z\  429;   in  r: 

Propagginazione  di  i  da  {«  e  da  7  in-  349-50;  in  d\  368. 

terni:  123.  «'•in  r:  349-50. 

l^s  in  ss:  178;  in  s:  ib.  sce  sci:  8,  164,  237,  429,  449. 

pt:   178.  sci  in  se":  155;  in  5:  ib. 

ptj:  6.  st:  428;  in  si:  448. 

-si  in  si:  448 n. 

qu:  113  (aeve);  429.  E  v.  'kw\  sj:  6,  229,  315,  428;  in  i:  146,  448; 

Quantità:  100  sgg.  in    s:    146;  in  g:    146-7;   in    rf^f: 

147;  in  e:  146. 

r  +  cons.,  in  l:  113  (bolke),  157-8;  in  sA-  in  5^:  232. 

s:  407.  5AJ  in  s<;':   155. 

r  di  /r  s?r,  dileguato:  300.  sp  in  /":  298. 

-r-  in  ^:  428;  in  s':  350;  in  rr:  157;  Spandimento  di  i  da  s:   122. 

dileguato:  451,  452.  ss:  164;  in  zz:  429. 

-r  caduto:  230,   261-2,  446  n  ;  assi-  ssj:  229,  428. 

milato  alla  successiva  consonante:  st:   164,  176. 

161.  stj:  229. 

rè  in  rp:  179.  s<;'  in  s:  150;  in  i:  ib. ;  ia  e:  ib. ;  in 

rd/:  250.  y:  ib. 

ry  in  rg":    174;   in  ^^:   173;     quindi  str:  164, 

f:  ib.  su:  343-4. 

rA^  :  155.  su  in  sb:  162. 
rj:  146,  228,  428. 

ri  in  rr:   158.  -t-  in  c^:   10,   175,  235,  430n,  431;  in 

rn  in  rr:  160-61;  in  r:  161,  429.  dcZ:  175;  dileguato:  10-11,235,  115 

ro-  in  or:  117  (icrsizu).  (tebi,  sele,  zumi, pjove,  ecc.),  ecc.; 

rr  in  r:  8,  157,  428.  intatto:  429-30-31. 

rs  in  ss:  160,  115  (pessje);  in  s:  160;  -<;  sua  vita  in  Italia:  127. 

in  rz:  160.  -ti:  22Ò. 

r<:  176.  tj:  6,  228,    315;   in  :;:   126,    149;  in 

rv  in  rb:  162.  22:  149;  in  zj:  149;  in  s:  149;  in 

r;:  in  zz :  160.  i:  ib.;  in  g:  149,  150;  in  ^^Y:  149; 

rz  in  ii:  160.  in  ce:  ib.;  in  ò':  ib. 

t'I:  371. 

5-  in  s:   163;  in  e:  429;  in  t:  40G.  <r:  11,  354,  431,  432n;  in  dr:  176; 

s-  intensivo:  275,  278.  in  ddr:  ib.;  in  /<r:  ib.;  in  r:  449. 

.s  impuro,  in  s:  448.  <m:  343. 
-s-  in  ss:  429. 

s,  preceduto  da  liquida,  in  2:  153,237.  u  intatto:  137,  446n;  in  0:  137. 


480  Indici.  — 

n:  423;  in  o:   137,  340;   in   u:  109, 

340;  in  o:  137. 
u  di  posiz.,  intatto  :  127,  138. 
n  di  posizione,  in  p:   138;  in  o:  137- 

8;  intatto:  138. 
u  di  posizione,  in  o:  219-20. 
?"(',  davanti  a  «f,  in  m:    114  (hruioi, 

druioi,  nuici,  nuici,  sansuwi,  mei), 
u-  in  a:  143. 
u  atono,  in  a:  143,  226;  in  e:  226-7; 

in  i:  143,  227,  427;  in  o:  227,  427; 

intatto:  143,  426-7. 
u  atono,  in  i:  5. 
-ù:  324. 
tie:  342,  345. 
uè;  345. 
ùi:  312  n. 
MO  in  o;  317;  sua  età,  nel  toscano: 

317. 


11.  Forme. 

*ìnainja\  cfr.  piem.  màfia). 
-V-  vocalizzato:  163;  in  {>:  162,  162- 

3,  172;  in^uj:230;  in^:  170,230- 

31,  370;  in  f:  163;  dileguato:  162, 

172,  230,  315,  428. 
vj:  228;  in  by.  284;  in  bbi:   151;  in 

pj:   ib.;  in   yg:  ib.;  in  e:  ib.;  in 

ff:  ib. 
Vocali    finali ,    cadute  :    4  ,    221-2 , 

256. 

w:  10,  306. 

IO  intatto:  113  (loersje),  384. 
IO  in  ffw:  163,  384;  in  §:  ib. ;   in  v: 
ib.  ;  in  k:  163. 

.r:  9.  E.  v.  'cs.'. 

y:  3,  139,  373. 


V  assorbito:  230  n. 

V  in  b:  332. 

V-  in  b:   161-2,  270;   in  ^:  162;  in 
w:   113  (weue;  ioamja=  *vamja,  = 


z  in  s  q:  237 n,  313;  in  e  e  ^:  144, 
155. 

zz  in  s:  429. 


II-    Forme. 


-aca:  401.  -àa'co:  116,  226. 

-acw.  5.  -à<<o:  281. 

-àculu:  402.  -a<w:  220. 

-àgine:  118,  173.  -ehkjo:  154  n. 

-àkkjo:  154  n.  -eno  14. 

-a^e:   190.  -éo  -éa:  310. 

-a^^o:  14.  -énsis:  300. 

•ànko:  190.  -étum:   175,  216. 

-ànu:  16.  -ew:   123. 
-àrw<:  113,  128,  e  v.  il  1°  di  questi      -ìcti:  115,  .337. 

Indici.  -mZi<:  226  n. 

-àsco:  13-4.  -in/io  -a:  123. 

-a<e:   175,  331.  -inku:  190-91. 


Indici.  —  li.  Forme. 


481 


-iu:  115,  123,  124. 

-iólu:   123. 

-itia:  108,  421. 

-ities:  108. 

-ìtu  :  226  n. 

-?nen:   164-5. 

-ókkjo:  154  n. 

-óne:  165  191,. 

-óre:  175. 

-l'iclu:  138. 

'Ilio:  357,  426  n. 

-ute:  175. 

-utto:  335. 

-?Ì350  :  335. 

sub-:  344. 

Scambio  tra  prefissi,  suffissi  o  fini- 
menti nominali:  5,  142,  143,  146, 
152,  154n,  157,  161,  164,  176,  186, 
224  n,  240  sgg.,  332,  405. 

Deverbali:  215,  243,  344. 

Tipi  nominativali:  246,  324,  332,  343; 
in  voci  dotte:  232 n. 

Tipo  di  caso  obliquo:  246,  332. 

Genitivo  :  207. 

Vocativo  in  voci  dotte:  246,  436;  in 
nomi  proprj  :  436. 

Livellamento  analogico  tra  forme  ori- 
ginarie da  casi  diversi  :  124. 

Plurali  con  distinzione  interna:  217, 
329-30. 

Sing.  figlio,  plur.  figliò:  228  n,  246. 

Plurale  nel  singolare:  114. 

Singolare  nel  plurale:  246. 

Il  tipo  di  declinazione  germanica  -o 
-óne,  -a  -dne,  -i  -ine:  307. 

-u  di  4^  declin.,  nel  toscano  :  324. 

Genere  mutato:  245,  214,  208, 

Mascolini  di  2%  alla  3^:  189;  di  3% 
alla  2^:  244,  435. 

Femminili  di  3%  alla  1^:  189,  244, 
435. 


-i  plur.  di  2%  esteso  a  ogni  genere 
e  declinazione:  189-90. 

-e  del  plur.  fem.  al  plur.  masc.  :   190. 

-a  di  plur.  neutro,  esteso  a  ogni  ge- 
nere e  declinazione:  190. 

Forme  neutrali:   13,  24.5. 

Neutro  plurale:   114,  190,  469  sgg. 

Femminile  plurale  in  -e  dal  neutro 
plurale:  114-5,  245. 

Femminile  singolare  da  plur.  neutro: 
190,  245. 

Mascolino  singolare  in  -a  da  plur. 
neutro:  114. 

Articolo:  12,  121-2,  151,  153,  189, 
246-7,  247 n.  diversità  tra  forma 
prevocalica  e  forma  preconsonan- 
tica dell'articolo:  247,  247 n. 

Pronome  :  13,  191-3,  ecc. 

Pronome  enclitico:  116-7,  118. 

Pronomi  personali:  191-2,  248  sgg. 

ego:  224  n. 

me,  in  funzione  nominativale  enfa- 
tica: 332. 

tu,  all'obbliquo:  332. 

a  di  3^  persona:  251  n. 

ghe  dativo  d'ogni  genere  e  numero: 
250  n. 

Diverso  esito  di  illae,  secondo  che 
preceda  a  vocale  o  a  consonante: 
250,  250  n. 

Pronomi  dimostrativi:  193,  251-2. 

Pronomi  relativi:  193,  252-3. 

Pronomi  interrogativi:  252-3. 

QUis:  122. 

qui:  122. 

'cui'  come  nominativo:  332. 

Pronomi  possessivi:  142,  192-3,  253. 

Possessivo  enclitico  aderente:  193, 
456  n. 

'mio'  indeclinabile:  332. 

'tuo'  'suo'  su  'mio':   142. 


Archivio  g-lottol.  ital.  XIV. 


32 


482  Indici.  — 

Riflessivi;  se  come    riflessivo  di    1^ 

plur.:  248  n. 
Aggettivi  pronominali:  193. 
dtmunu:  193. 
Comparazione:  13,  253-4. 
Superlativo:  332. 
beletissima  :  332. 

Verbo. 

-ieare:  167,  244,  337. 

-eggiare:  155  n,  168  n,  244. 

Influenze  analogiche  nella  conjuga- 
zione:  165,  194  sgg.,  194-5,  218, 
219,  239  n,  255  ecc.,  257,  448  n,  ecc.  ; 
conguagli  accentuali:  116,  117-8. 

Il  tema  del  presente  esteso  all'infi- 
nito e  al  gerundio:  114  Ibùji),  262; 
e  airimperf.  :  195. 

Verbi  che  passano  dalla  2-3  conjug. 
alla  4»:  194,  262. 

Infinito:  194;  di  2»  alla  3^:  ib.;  di 
4.^  alla  3^:  ib.:  -re  dell'infinito: 
1 16,  333,  446  n. 

Participio:  330-31;  debole:  194;  for- 
te: ib. ;  accorciato:  ib. 

Participio  sul  tipo  'factus':  444,  451, 
452. 

^CADITU:  13. 

Partic.  sing.  lem.  della  1^  in  -àgia: 
330-31. 

Il  gerundio  della  1*  esteso  a  -èndo: 
333  (cfr.  ancora  laìide  113). 

-égg  nel  pres.  dell'indie.:  195;  quindi 
nel  cong.,  imperai,  e  infinito:  ib. 

Il  tipo  'facit'  esteso  a  altri  verbi: 
195. 

Il  cong.  pres.  nell'analogia  dell'indie: 
195. 

Il  cong.  pres.  in  lia:  196. 

Imperfetto:  195. 


II.  Forme. 

L'imperfetto  indie,  in-c'ja:  113; della 

P,  nell'analogia  della  2-3*:  333. 
-ibam  in  -ta:  178. 
L' imperf.   cong.    della   1*  nell'anal. 

della  2-3^:  333. 
L'imp.  cong.  sul  tipo  'f-ùssi':  196. 
L'imp.   cong.   in  -eiq-:   116;   in  -ùs: 

448  n. 
Perfetto:    195-6,  ecc.;   debole:   195, 

257-8;  forte:  195-6,  258-9. 
Il  perfetto  sul  tipo  'dedi':  195-6. 
Il  perfetto  sigmatico   esteso  a  ogni 

verbo:  195. 
Perfetto  della  1%  in  -à:  258  n. 
Perfetto  perifrastico:  195. 
Futuro:  259,  ecc.;  colla  perifrasi  allo 

stato  sciolto:  196,  259. 
Condizionale:  196,  333-4,  ecc.;  colla 

perifrasi   allo  stato  sciolto:    196, 

259. 
Condizionale  perifrastico  coU'imper- 

fetto  di  'dovere'  e  l'infinito:  196. 
Seconde  persone  con  distinzione  in- 
terna: 217,  255,  329-30,  458,  465. 
La  1^  sing.  del  perfetto,  in  u:  142. 
La  1**  plur.  in  -a:  449;  in  -mna  ecc.: 

444,  449;  in  -onx  334;  in  -no:  333, 

334;  in  -u:  194. 
La  2^  sing.,  in  -e:  126-7;  in  -i:  125-6. 
La  2=^  plur.,   in  -e:    128,  194;  in   -i: 

194. 
La  3^  plur.  in  -i:  143,  194. 
La  3^  sing.  dell'imperf.  cong.,  in  -a: 

333. 
La  3^  sing.  dell'imperf.  cong.  e  del 

condizionale,  in  -o:  333. 
Gonjugazione  incoativa:  255 n. 
Verbi  irregolari:  198-200. 
'essere':  196-7,  ecc. 
'fosti,  fosse',  ecc.:  312-3. 
*son'  per  'sei':  333  n. 


Indici.  —  III.  Funzione  e  Sintassi. 

*avere':   197,  ecc.  'e  sl':265n. 

Interjezioni:  268. 
Avverbi:  171,  263-5. 
-mentre:  334. 
come:  265  n. 
ibi:  191,  253. 
gè:  191  n.,  253. 
hi:  191. 
189.  inde:  253,  265 n. 

'tandu'  su  'kandu': 
Neorazione:  265. 


483 


Numerali:  245,  254. 
*sette'  su  '  dieci':  141. 

Indeclinabili. 


Preposizioni:  265-6. 
Preposizioni  articolate; 
Congiunzioni:  266-8. 

ac:  468. 


165. 


III.   Fixiizione   e   Sintassi- 


li  pronome  enclitico  ripetuto  dopo  il 
complemento  del  verbo:  116-7,  118. 

Di  due   pronomi  enclitici,  l'accusa- 
tivo precede  al  dativo:   13. 

Posto  del  pronome  enclitico:  467. 

*suo'  per  'loro':  253. 

-òne,  in  funzione  di  diminutivo:  191. 

L'imperfetto  congiuntivo  in  funzione 
di  imperativo  proibitivo  :  260, 260  n. 

L'imperfetto  congiuntivo  in  funzione 
di  condizionale:  261  n. 

Il  futuro  in  funzione  d'imperativo:259n. 

Voce  finita  per  l'infinito  o  il  gerun- 
dio :  459-60. 

Il  tipo  'homo  cantat'  per  'cantamus': 
255. 

La  3*  sing.  per  la  3^  plur.  :  255. 

Il  tipo  sintattico  'vattelappesca':  453 
sgg.  ;  sua  estensione  :  454  sgg.  ;  il 
costrutto  applicato  all'indicativo: 
454,  461-2  ;  portato  ad  altri  tempi 
e  modi:  457-8,  459;  ad  altre  per- 
sone che  non  sia  la  2^:  457-8;  ri- 
sale al  tipo  latino  'i  ac  dormi':  468. 
Confusione  tra  il  tipo  'va  a  pesca' 
e  il  tipo  'va  a  pescare':  457. 


Il  tipo  '  vado  dico  '  per  '  vado  a  dire  '  : 

460-61. 
Il  nome  d'un  animale  per  quello  d'un 

altro:  270-71,  357. 
'agnello'  per  'ariete':  357. 
'asino'  per  'bue,  toro':  357. 
'  cane  '  per  '  bruco,  ciniglia,  baco  '  :  280. 
'cervo-volante  '  per  'melolonta  '  :  276. 
'gatto'  per  'bruco':  279. 
'porco'  per  'cinghiale':  156. 
'  tarantola  '  per  '  ragno,  scorpione  ':  405. 
'acqua,  per  'pioggia':  151  n. 
'angoscia'  per  'nausea':  205. 
'argilla'  per  'focolare':  408. 
'benedizione'  per  'focaccia':  206 n. 
'bruma'  per  'notte,  sera':  275. 
'candela'  per  'lagrime':  152. 
'candela'  per  'persona  cara':  152. 
'candela,  candelabro'  per 'ghiacciuo- 

lo':  390. 
'cavagna'  per  'custode':  207. 
'cibo'  per  'midollo':  179. 
'cibo'  per  'trippa':  179. 
'ceduto'  per  'diavolo':  374. 
'collare'  per  'fauci':  368. 
'congegno'  per  'aratro':  148. 


484 


Indici.  IV.  —  Lessico. 


'corto,  schiacciato'  per  'pietra,  mas- 
so': 406;  per  'pezzo':  ib. 

'crusca'  per  'briciola':  394. 

'decano'  per  'usciere':  208. 

'diacono'  per  'sacrista':   150. 

'falso-nemico'  per  'diavolo':  209. 

'foglia'  per  'cavolo':  145. 

'gatto'  per  'amento':  279. 

'  ghiottone  'per'  cattivo  soggetto  ': 209. 

'gola'  per  'viottolo':  171. 

'grembo'  per  'corporazione  d'arte': 
148. 

'lavoro'  per  'biada':  178. 

'lombardo'  per  'italiano':  210,  310. 

'moccioso'  per  'bimbo':  138. 

'molle'  per  'pioggia':  151  n. 

'novello'  per  'giovenco':  152. 

'parola'  per  'permesso':  212. 

'portello'  per  'finestra':  152. 

'pozzo'  per  'mare':  138. 

'pupillo'  per  'padrone':  402. 

'raggio'  per  'saetta':  150. 

'rettorica'  per  'arroganza':  355. 

'rovere'  per  'corteccia,  guscio':  436. 

'rugiada'  per  'pioggia':  151. 

'saliceto'  per  'greto':  342  n. 

'senno'  per  'senso':  214  n. 

'spino'  per  'orzajuolo':  148. 

'squarcio'  per  'tasca':  377. 

'stazione'  per  'fucina  di  fabbro':  404. 


'tavola'  per  'bara':  139. 

'tegola'  per  'schiaccia';  405. 

'veicolo'  per  'culla':  407. 

'vittoria'  per  'spossatezza':  216. 

'altro'  per  'reliquus':  255 n. 

'guercio'  per  'storto':  113;  per  'stor- 
pio': 384. 

'intrepido'  per  'dappoco':  115. 

'rosso'  per  'giallo':  115. 

'solido'  per  'liscio':  115. 

'troppo'  per  'molto':  216, 

'turchino'  per  'livido':  113. 

'vecchio'  per  '  sodivo':  216. 

'compire'  per  'arrivare':  154;  per 
'  perire':  156. 

'condurre  il  bestiame'  per  'stimola- 
re, mandar  via':  406. 

'covare'  per  'nascondere':  137;  cfr. 
scovare. 

'lacerare'  per  'smagrire':  397. 

'mungere'  per  'battere':  174. 

'parlare'  per  'amoreggiare':  162. 

'predicare,  annunciare'  per  'parla- 
re': 404. 

'spruzzare'  per  'sbuffare':  403;  per 
'russare':  ib. 

'stimare'  per  'amare':  143. 

'studiare'  per  'pulire':  118. 

'in  cima'  per  'sopra':  117. 

'insieme'  per  'reciprocamente':  209. 


IV.    Lessico'. 


abaiizar  ecc.  376-7. 
ahbuata  171. 
ahbuddronci  176. 
abbuerà  391. 
abeille  373  n. 


*abete  20. 
abocar  211. 
*  ab  ó  culo  379-70. 
abortire  178. 
abriinho  123. 


accia  296. 
accivire  310. 
achaque  387. 
*acia  387. 
acuto  322. 


^  Non  si  tien   conto,  di   regola,  delle   voci  che  aprono  i  singoli  articoli 
delle  serie  alfabetiche  ricorrenti  a  pp.  14-8,  19-21,  204-16,  386-408,  435. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


485 


ciddegi  169. 
adèsso  269. 
* adjacicare  338. 
* adrenecar e  388. 
*adretraliere  354, 
aestlvu  143.       * 
afflishata  395. 
affuenle  402. 
aggiaccare  338. 
aggravogliare  277. 
a^o  323. 
agrezà  204. 
aguaitar  386. 
àm  162. 
aigua  ecc.  218. 
^intf  163. 
aizzare  389. 
<y-ó'^  369-70. 
ajone  395. 
«Ji  ecc.  217  n. 
akkabidare  ìli. 
akherare  ecc.  391. 
akòrdiu  11. 
albata  143. 
albicocco  123. 
alberato  387. 
alcipresso  123. 
alejoro  276. 
alienu  145. 
«  Zi  /ìae  245  n. 
alhglina  176. 
aZZoro  123. 
almogala  19. 
altr  edoni  191. 
a  1 V  e  u  355. 
alvu  355. 

ambcrlifar  ecc.  296. 
ambossé  376-7. 
ambossùr  376-7. 
ambulato'i'ium  14. 
amynucciari  361. 


amniga  114. 
àmpia  205. 
c'unpula  152. 
ómMa  20. 
ànace  130. 
auassi  174. 
andóttalo  123. 
ancZe  115. 
anditu  115. 
angarll  277. 
angassa  281. 
angela  237  n. 
an^ersé  367. 
angossi  205. 
angòu  14. 
angravalì  277. 
ankaniljar  353. 
ankanivlar  353. 
ahkìs'e  109. 
anku'izu  117. 
anhil's'en  ecc.   368. 
ankwìjo  368. 
anhw'i^en  368   (cfr.    l'n- 

^wiVi'n  XII  409). 
annannareddi  153. 
annattd  141. 
annec'c'i^  154. 
anniculu  154. 
anone  ecc.  174,  191. 
ansì'i'ma  117. 
anterdod  210. 
anterpe  115. 
antru  152. 
onuwi  230  n. 
anzenu  145. 
aparegd  211. 
apiola  296. 
à/ya  ecc.  296. 
appicciare  400. 
apresurar  387. 
apretar  387. 


aprii  178. 
apuente  402. 
aqua  151  n. 
arazzu   170. 
*arbltu  388. 
are  354. 
ar^entolu  395. 
ar^oi  353. 
arjundele  113. 
à>'wa  355. 
arneuggiée  206. 
àrnm  355. 
arpa§à  167. 
arragai  404. 
arrai  ecc.  354. 
arraiottr  354. 
arredo  ecc.  354. 
«rri  355. 
arringare  388. 
arritranca  397. 
arrivare  432  n. 
«>Tjé  354. 
arronsar  388. 
arronzare  ecc.  388. 
arj'osò  376. 
arrug'g'à  ecc.   150. 
artòlika  355. 
aia  155. 
ascltero  205. 
asia'-  452. 
askamu  ecc.  388. 
àsmilgd  399. 
fissa  296. 
assare  388. 
astula  155. 
a<echo  209. 
atrasar  406. 
atreverse  388. 
atropeìiai  406. 
atropellar  406. 
a«a««  149. 


486 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


attecchire  215. 
altrassare  406. 
attumbai  ecc.  403. 
atturi^are  407. 
atunu  147. 
auvir  230  n. 
auzzare  389. 
avalanche  284. 
avale  171. 
averiguar  389. 
aveugle  ecc.  369. 
avocalo  369. 
aurzf  178. 
avuljo  369. 
avvrigvegga  389. 
a;;otó  389. 
rt^^a  296. 

hàbhiocco  389. 
òfl&e  115.  . 
baboni  141. 
bàgigu  ecc.  389. 
badalar  386. 
&a/fa  403. 
fta^ra  389. 
bagadìu  407. 
bagantia  ecc.  407. 
bagattella  389. 
bdihu  407. 

bakkamundu  162,  188. 
JaZca/-  206. 
balcàr  ecc.  355. 
balkar  ecc.  355-6. 
baldovino  270. 
&am&o  389. 
bandìga  206  n. 
baquer  356. 
6ar  357. 
&arà  356. 
barababau  375  n. 
baraban  374  n.. 


barabàu  374,  375  u. 
barabìjo  374. 
barabù'  374. 
'barakah  20. 
barajuo  374. 
barato  300. 
barbairou  283. 
barbani  14. 
barbatare  ecc.  387. 
barisco  374. 
barletta  356. 
barnif  ecc.  374. 
barnik  374. 
barami  137,  193. 
barrachel  389. 
battile  ecc.  393. 
bàttola  274. 
baucar  206,  356. 
bai'ico  206. 
&aMd  269-70,  274. 
&awde  269-70. 
&aMt^e<  269-70. 
&aMrfz>  270. 
baudouin  270. 
bauquer  356. 
beccia  ecc.  357. 
*bedale  358. 
*bedum  358. 
fcé^ra  365. 
&éJAe  ecc.  356. 
&3ZZe<  ecc.  356  n. 
'benedicione'  206. 
'beneventano'  118. 
&enis  206  n. 
&eo  358. 
&e;-a  270. 

^EQ^£QÌTÌ^U    270. 

berbihhinà  162. 
&erm  ecc.  357. 
bei-jola  ecc.  294. 
fte'Wa  114. 


6erZa  295-6. 
&é>Zi7a  296. 
èèrZiA/j  374. 
&erZMn  296. 
be'rna  114. 
&eròu"  356-7. 
&frro  ecc.  356-7. 
ber r  Ti  357. 
bertalotas  390. 
&e50  358. 
&eM  14. 

&(?jaZ  ecc.  358. 
biaridrd  358. 
biàsimo  344. 
&2&m  18. 
bibjar  358. 
&jrfa  206. 
ft/don  206. 
^ieci  ecc.  358. 
bigarré  278. 
&t^«<<o  280. 
bigutta  322. 
&(/m  ecc.  154. 
binda  219  n. 
binelu  14. 
&tOì;e  113. 
birillo  359, 
&irZa  294-5. 
è?rò7  ecc.  294. 
&i'rw  117. 
birun  ecc.  294. 
bisboccia  389. 
&/se  276. 
bissa-ròsa  361. 
bisua  109. 
&/«Z  ecc.  358. 
bj alerà  ecc.  358. 
&Zando  271. 
blandan  390. 
blaqul  355-6. 
bocconi  377. 


bódisùh  390, 

bo'ja  113. 

holcionare  390. 

hòmho  390. 

bómbola  ecc.  390. 

§óu^v'kog  390. 

&órea  391. 

boreas  390-91. 

borgne  272. 

òór^/t  272. 

borno  ecc.  274. 

bórno  117. 

&orri  357. 

èosse  ecc.  377. 

bot  ecc.  377. 

6o«a  390. 

botte  362. 

§ÓTQvg  176. 

?)o«M  390. 

bovàta  360. 

iosa  376. 

6?*an  276. 

brandirla  ecc.  390. 

brame  162. 

bregoldin  361. 

brègue  365. 

^>ren  276. 

breneux  276. 

?7re5^e  139. 

*  briga  390    (cfp.    ait. 

brega). 
brilà  295. 
brillante  359. 
brillare  359. 
/^rise  276. 
hriser  214. 
broccia  276. 
brocius  390. 
/^ró7a  295. 
i/r%i  206. 
bruna  275. 


ludici.  —  IV.  Lessico. 

brunaga  150. 
hrììsa  276. 
brusta  179. 
bruwantanna  ]  18. 
èm  ecc.  359-60. 
&Maé  276. 

&i<ato  ecc.  360,  390. 
&MCC  376. 
bucchie  149. 
bucertola  188. 
bucius  14-5. 
buddroni  176. 
bi}!de^«  390. 
buffavpg^u  161. 
&M^^(Ì    161. 

buggiancare  396. 
bugliolo  396. 
bugno  274. 
bulig~u  396. 
bulle  a  145. 
ftim  274. 
&Mra  ecc.  391. 
&Mre  357. 
burenfe  115. 
buriana  ecc.  390-91. 
buriu  389. 
*bur  rlcu  s  357. 
&«ia  286. 
busika  163. 
busnarde  113. 
&;^5se  15. 
6z<<«  m  ec  206. 
buvoni  101. 
&t'aoa  114. 
&t««;i  114. 
6MÌa  145,  396. 
&WCO  15. 
buzzo  376. 

caftZe  282. 
caborno  274, 


487 
cabosser  275. 
caccabu  179. 
cacchione  391. 
cachorro  393. 
'cacio'  289. 
cadelepo  206. 
cadellieto  206. 
cadenìl  369. 
cadlég  206. 
caeddu  154. 
caecilia  114,  271-2. 
e  accula  378. 
caixal  391. 
calabobos  211, 
calabourno  274. 
calabrina  276. 
calabris  276. 
calabrosa  ecc.  275-6. 
calabrun  275. 
cala.gozo  211. 
calaix  391. 

calamachon  ecc.  274  n. 
calamagna  271. 
calamandreu  277. 
calamarsa  277. 
calaìnoco  275. 
calaynorra  277. 
calavera  239  n. 
calaverna  ecc.  276. 
calebasse  277. 
calebote  ecc.  362. 
caleffamititi  209. 
calembredaine  277. 
calibari  277. 
califourchon  273. 
calimafrée  277. 
calimande  274. 
callar  391. 
callamberto  277. 
calmousète  361. 
calo fur cium  270. 


488 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


calorgno  275. 
calosson  361. 
calprus  274. 
caluscerta  274. 
calzoppo  360. 
camiscio  206. 
campo rna  347. 
candaletto  206. 
candidu  115. 
canteriu  391. 
cancara  407. 
cangiare  310. 
capace  432  n. 
capanna  432  n. 
cape;  378. 
capela  378. 
capelli  432  n. 
caperello  336. 
caperozzolo  336. 
capestro  432  n. 
capetielle  336,  cfr.  470. 
capi-nera  ecc.  127-8. 
capire  432  n. 
capitulu  154. 
capolar  ecc.  378. 
*cap  ore     ecc. ,     336 , 

336-7,  469  sgg. 
caporale  caporano  336. 
caporello  336. 
cajjp  378. 
(Tappa  154. 
cappind  ecc.  392. 
cappio  282. 
cap  r  eu  392. 
énpuleura  113. 
capillé  ecc.  378. 
capurat§  336. 
carabàttole  21  A. 
carahougno  274. 
carahosse  275. 
e  a  r  a  b  u  275,  277-8. 


caracollare  391. 
caracollo  211. 
caragolo  391. 
caramaniA  ecc.  362. 
caramógio  275. 
carbonio  211. 
carenon  363. 
caribo  348  sgg. 
caridulu  161. 
carileto  206. 
carillon  362-3. 
carino  391. 
carron  363. 
caru'ga  ecc.  360-61. 
carùggiu  139,  449  n. 
carulècc  206. 
carùs'ola  361. 
e  a  r  y  0  p  h  y  1 1  u  366. 
cfl!S5  363. 
cassar  378. 
castegna  3. 
ca^eZZa  282. 
catellu  175. 
*catenabula  368. 
catorchio  392. 
catarzo  392. 
Cairo  392. 
e  a  t  u  1  u  39 1 . 
cavela  363. 
caviglia  432  n. 
cavója  20. 
cavretto  311. 
cavriuolo  311. 
cea  364. 
cecw  158. 

centipellio  400. 
gengala  ecc.  207. 
cera  ecc.  233. 
cera  391. 
cereale  17. 
cerharia  21  ì,  378. 


qernegiju  ecc.  155. 
cernere  160. 
cerniculu  141,  155. 
ccrwsia  214. 
cespes  177. 
chachara  407. 
chacota  392. 
chalaverna  276. 
chapler  378. 
chapucear  392. 
charivari  277. 
charramagnon  362. 
chavon  ecc.  282. 
chenille  353. 
c7ief.j  297. 
chiasso  363. 
chieppa  395. 
c/u'er  218  n. 
chifonie  347. 
chifournie  347. 
chinfoun'io  348. 
chioccare  154. 
chordu  113. 
chupar  387. 
cm&a  392. 
ciabattino  392. 
ciarpa  288. 
cibu  179. 
e  i  e  e  u  408. 
cicigna  272. 
ciddika  392. 
ciglieri  392. 
cignale  207. 
ciliegio  130. 
cillero  392. 
ctma  392. 
cimborio  146. 
citnpój  346. 
cincianella  392. 
cinghiale   121  n. 
ciniglia  353. 


ciochée  207. 
ciodàra  ecc.  207. 
dottare  389. 
ciprioto  283. 
citiu  149. 
ciuco  392. 
civanza  310. 
clabaud  274. 
clapiera  ecc.  378. 
*clariu  113. 
*classu  363. 
clathru  392. 
clavellu  154. 
*cleta  364. 
clochea  149. 
cloporte  211. 
caccilo  322. 
cocùzzolo  322. 
goenda  21. 
cogner  ecc.  335. 
cognesser  ecc.  219. 
cagno  393. 
cogote  393. 
coi  297. 

colimagon  274  n. 
collare  393. 
co  11  ec  tu  114. 
colu  392. 
colubra  179. 
comare  221  n. 
compare  221  n. 
concepire  432  n. 
conchier  207. 
'confessorium'  207. 
e  0  n  g  i  u  393. 
conhortar  387. 
conjugare  1 47. 
consobrinu  344-5. 
co>2Sourin  345  n. 
consuere  345. 
cosu escere  344. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

consueta  344. 

contrada  431  n. 

corazon  393. 

cornamusa  373-4. 

cornjo  1 23. 

coriizzola  361. 

*  co  slari  u  352,  471-2. 

costada  431  n. 

costume  343. 

e"  ava  155. 

coverta  432  n. 

covidigia  432  n. 

cozedra  20. 

crabrone  17. 

e  r  a  t  e  s  367" 

craticea  367. 

craveido  207  (cfr.  an- 
cora il  valdost.  tse- 
■wm;  e  ceoréj  III  30). 

craueo  207,  110. 

crena  404. 

crialeso  368. 

cribru  179. 

cròs'u  -a  15. 

cruentu  342. 

crima  345. 

crunt  342. 

cuccio  393. 

ct'«ccMma  322. 

cucire  345. 

cuculo  322. 

cugino  345  n. 

cuidar  393. 

cuhkettu  154. 

culter  371. 

cuna  114. 

cuncé  207. 

ci<oco  324. 

cupidigia  432  n. 

cwrZe  208. 

cws'rf>'m  345  n. 


489 

cKs'ya  ecc.  271-2,  378. 
cusoliere  ecc.  352. 
ci«s5i  227  n. 
cuytar  393. 
cijfoine  347. 

f?a^à  151. 
dagan  208. 
dampà  151. 
dàrdan  ecc.  283. 
darder  208. 
dasdóc  113. 
dassà  151. 

ddeju  ecc.  181  n,  184  n. 
débauché  389. 
decere  169. 
t^fda  139,  175. 
dengue  393. 
denzani  187. 
derecau  ecc.  364. 
dérhò  364. 
tZerZa  436. 
rfesa  452. 
desbarato  394. 
desbauccia  389. 
descansar  393. 
descouQQO  218. 
desdójt  ecc.  364. 
desfrasso  209. 
desgiard  279. 
deslegar  297. 
desmayar  394. 
desmentega  ecc.  208. 
despedir  394. 
desrolée  436  n. 
desrubant  208. 
desruble  208. 
desso  269. 
desùtol  209. 
de<e  381. 
diaconu   150. 


490 

diamine  436. 

dileguare  297. 

diliku  ecc.  1G7. 

diruhbiato  208. 

disdiente  208. 

dischiattare  406. 

discu  387. 

disette  393. 

diskua  387. 

dispera  215. 

dissdpitu  176-7. 

tits^eZ/  381. 

rf'Ào  364. 

doc  113. 

doca  ecc.  211. 

doctu  361. 

dodici  343. 

dogare  387. 

dòjì  ecc.  364. 

£?ofco  364  n. 

dominante  239  n. 

d'ondra  334. 

dosmengà  ecc.  208. 

dórZa  436. 

draghe  231  n. 

(?re  355. 

dringolare  406. 

dm  1 14. 

diic  364. 

-dùcere  239 n,  234 n. 

duna  165. 

dMfo  ecc.  335. 

ècarboiiiller  ecc.  S78. 
échancrer  278. 
écharpe  288. 
écheoeau  281-2. 
échevelle  282. 
écraboui  278. 
ec'tf  154. 
edw  154. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

égaré  379. 
eicaravilld  ecc.  277. 
e/uja  381. 
emberlifìcoter  296. 
embrener  276. 
embut  377. 
emparar  396. 
empechier  337. 
enfadar  397. 
e'nse  115. 
entregar  397. 
épingle  ecc.  298. 
equu  171. 
er^oi  353. 
e'r;5e  115. 
err«  217. 
en-es  217. 
Brìi  e  a  361. 
escarbillard  ecc.  277. 
escarcelle  377. 
escariu  403. 
escharpe  287. 
eschavoir  282. 
esc/ue/"  282. 
escopir  345. 
es/bra  212. 
esparrancar  404. 
esperiolus  ecc.  296. 
es^i7^e  298. 
espìnoro  ecc.  298. 
esquerpe  287. 
esqiiitxar  396. 
estouble  374. 
estribo  ecc.  299. 
étó/)e  382. 
étrape  382. 
étraper  382. 
étrivière  300. 
e-<«</  ecc.  365» 
eijj'er  297. 
excutere  404. 


exquadrare  379. 
*ea;<r oczcare  338. 

faceure  113. 
facula  489  n. 
fàgola  489  n. 
falo'spa  113. 
falsinimich  209. 
faluppa  365. 
fanfougnias  347  n. 
farinalla  394. 
f arnia  123. 
farrunha  394. 
fastildi  115. 
'  fattoca  154  n. 
/edare  394. 
/edif  ecc.  139. 
/erra  113. 
(psqvri  395. 
ferrajo  179. 
/ersi  114. 
fiadone  156. 
fiaera  113. 
fiaDgd  ecc.   156,   157. 
ficcare  338. 
fidicà  ecc.  394. 
/ìe^o^  208. 
*figicare  338. 
fildiìu  ecc.  147. 
filumela  147. 
filumena  392. 
/?oco  324. 
fiogia  302. 
/?apa  365. 
flapar  365. 
/?èc;ie  383. 
flexir  395. 
flexu  395. 
fio  ce  s  302. 
foedu  139. 
folvica  161. 


forbottare  208. 
forrajare  ecc.  154. 
fòulu  17. 
founfòni  347  n, 
fragga  ecc.  150. 
*fragicare  338. 
fràgol  208. 
fragrare  156-7. 
frailaggu  179. 
frahà  338. 
francisotto  283. 
francolino  283. 
frangelar  237  n. 
frappa  365. 
frastimare  156. 
frauéina  114. 
frazada  394. 
frazare  394, 
fra'z'zu  394. 
fraito  394. 
/reno  395. 
frères  baudes  270. 
fresada  394. 
/rèssa  209. 
frezetu  ecc.  395. 
/>"2>e  215. 
friscello  394. 
frixoria  170. 
fronzolo  401. 
froppa  365. 
/rua  173  n. 
/rwc  234  n. 
fructu  234  n. 
frue'dda  173  n. 
frui  173  n. 
fruito  234  n. 
/rw^a  173  n. 
frullo  395. 
fr  lisina  156. 
/TMSf   114. 
fugitu  340. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

fujfaro  157. 
fuUone  275. 
fumacca  148. 
funtumà  162. 
/moco  324. 
furfur  1.57,  394. 
fiisarò  212. 
fascina  156. 
fustlculu  154. 
fustìju  ecc.  154. 
/w<o  340. 

gaabisu  275. 
gaamuslu  ecc.  275. 
gabata  113. 
gaganu  150. 
gasava  397. 
^a^re  216. 
§aicii  395. 
Qaida  113,  366. 
^cyw  143-4. 
galaberno  274. 
galabrim  27.5. 
galabuaé  21 Q. 
galapantin  275. 
galaverna  ecc.  276. 
galavesso  275. 
galavrina  275. 
galifoulo  275. 
galigorqo  211. 
galimatias  211. 
galivrogìa  ecc.  275. 
galizabia  277. 
g''almn  162. 
galoluna  275. 
gaio  fé  gè  275. 
galomerlus  275. 
galopastre  275. 
galzopp  360. 
gamind  408. 
Dandula  363. 


491 


ganderimi  141. 
gangola  155. 
ganna  143. 
garabàttel  361. 
garabbi  362. 
garabija  277. 
garapiùar  391. 
garbuglio  ecc.  277-8. 
garbiìs'ell  361. 
gargali  ecc.  172. 
<yari  ecc.  278-9. 
garibàje  361. 
gariboldin  ecc.  361. 
garip  348,  3-50  n. 
garòfalo   130. 
garofanata  366. 
garò'sola  ecc.  361. 
garott  353. 
garra  353. 
garrafa  391. 
trarre  278. 
garrettu  ecc.  407. 
^rarri  278-9. 
garron  ecc.  353. 
garuvla  360-61. 
gassa  281. 
gàttice  279. 
galtilier  279. 
5ra<z^to  279. 
g  a  u  d  i  u  1 39. 
gautlen  281. 
gavass  281. 
gavela  363. 
gavela  363. 
gavetta  ecc.  281. 
gacilla  363. 
gavine  -gne  281. 
gavine  ecc.  281. 
(Javja  113. 
Oebra  365. 
^eda  366. 


492 

yeddu  117. 
geisla  ecc.  383. 
g'elda  168. 
geléjvro  282. 
gelibre  ecc.  282. 
*gelivitrum  282. 
gemere  116. 
genofleya  366. 
gerres  407. 
§érsa  366-7. 
§érsé  367. 
g''esa  ecc.  154. 
ghetta  365-6. 
giar  279. 
gibbu  407. 
gt§a  349,  351. 
giglio  128-9. 
gilicuoi  448. 
gilofràda  366. 
giocondjO  323. 
gioglio  128-9. 
giroflée  366. 
giscle  ecc.  383. 
giucco  392. 
giuoco  324. 
^rmi  209. 
^rtwre  282. 
Qizzu  151. 
glans  284. 
glapir  21  A. 
glo  mulu  388. 
gnabat  293. 
/7wa&ó<  292,  293. 
gobbura  415n. 
^^Za  113. 
golifràda  366. 
^oVa  113. 
§or§oena  ecc.  395. 
gourme  291. 
govito  137. 
g  rubila   15.5. 


ludici.  —  IV.  Lessico. 

gradella  430  n. 
/^rae  209. 
graeca  283. 
^ra^asta  395. 
tjran§iljun  278. 
§ranc)ja  278. 
granajo  124. 
grange  124. 
graso  367. 
grateron  297. 
gravalùn  17, 
greisiu  20. 
greisso  ecc.  367. 
grémbulu  155. 
gresd  ecc.  204. 
grimandello  ecc.  361. 
grinotu  17. 
grinta  395. 
§rissa  366-7. 
^rissja  366-7. 
^rissin  366-7. 
^n'to  17. 
^^rtue  ecc.  283. 
grivela  113. 
grizela  20. 
grivolà  283. 
§rnja  113. 
grómbulu  155. 
groumel  ecc.  291. 
groviglio  ecc.  277. 
^ruìzu  117. 
grilmell  291. 
gruogo  324. 
^w  357. 
guado  306. 
guait-  234  n. 
gualdo  306. 
guarre  378. 
guastare  306. 
guavella  363. 
guazza  431  n. 


Québra  365. 
guétre  365-6. 
guiche  384. 
p'tiA  273. 
^wZa  283-4. 
gurla  -li  208. 
guttur  171. 

/mc/ie  296. 
hacienda  404. 
*haediolus  357. 
haedu  154. 
hapiette  296. 
hebdoma  398. 
*hordT  115. 

ilice  423. 
illierà  178. 
ilpincanu  ecc.  151. 
u^ìm  143. 
ilprumminu  147. 
imbìa  162. 
imbosà  376. 
imbossii'  ecc.  377. 
imbuto  ZÌI. 

impagliuolata  ecc.  400. 
inclosto  209. 
*incudic'lo  368. 
'incudiggine'  368. 
incùdine  368. 
infiarà  157. 
ingiarmare  397. 
invizzì  151. 
ingÒQa  205. 
ingiiìu  157. 
inkavriulassi  178,  392. 
inno  150. 
innogiée  206. 
m  oeugia  209. 
ino()fji  166-7. 
inorià  211. 


inpaiha  209. 
inserere  15. 
intraj  210. 
intrinà  179. 
ìntuìierecà  179. 
inzigare  408. 
inzin^unata  408. 
inziimhare  ecc.  408. 
ir^ustolu  395. 
isappa  155. 
ischio  129. 
iskarzare  403. 
ispisare  404. 
ispi solare  404. 
ispugunà  145. 
i<oz<  ecc.  365. 
«Viari  annócchiu  206. 

Janna  343. 

Jan  uà  143,  148 n,  343. 

janvier  343  n. 

jaro  279. 

jrtrre  278-9. 

javelle  363. 

jejùnare  316. 

jéncu  342  n. 

j  uglans  283-4. 

juniflado  ecc.  366. 

juvencus  -a  342. 

kahiju  ecc.,  154. 
kabouila  152. 
hahra  365. 
habriola  365. 
hàccavu  179. 
kaccurru  393. 
hahkammà  179. 
AaZ-  279  sgg.,  360-62. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

halànka  190. 
kalegìlke  273. 
kale'izii  117. 
kanàula  ecc.  368-9. 
kdnde  115. 
hantafànna  118. 
kànva  368-9. 
hapami  147. 
kàpul  379. 
kapulà  177. 
kapumiddu  152. 
karamusa  273. 
hàrdo  117. 
harra  170. 
^rrà  363. 

karrngii  ecc-  9-10,  151. 
Rasale  190. 
kaslejer  367. 
hastiila  114. 
hateddii  175. 
kdtero  391. 
hatiljun  282. 
kavanzola  392. 
kavéta  281. 
kavjun  282. 
/faii  448. 

kentupuzone  ecc.  400. 
xeQccatov  130. 
kerkera  140. 
herugu  139. 
kessa  153. 
kesva  ecc.   177. 
kintàha  16. 
kiuoppeto  115. 
^i:rct«  149. 
hlapìne  378. 
kluka  114. 
koìa'aìka    152. 


49c 


y^£/a  113. 
ftq/M  20. 
korizone  393. 
7jo)"e  113. 
Ap?  371. 

kottilesa  -osu  393. 
koczi^ina  ecc.  393. 
Ari&j  115. 
krijalésim  368. 
kròccula  149. 
kuaira  113. 
kujulfà  ecc.  147. 
kujuì}unu  147. 
kuhil'ja  114. 
kuliri  179. 
kulisdida  152. 
^wZora  138,  179. 
kultale  190. 
kil'na  114. 
kuntaddu  165. 
hùnulu  145. 
kunzare  397. 
kiipussu  107. 
kurdané  5. 
kurs'etii  17. 
kuseida  344. 
kus'eser  344. 
Atfiej  371. 
Aloè)"  297. 

Za&/e  284. 
labreno  274. 
Zodtn  205. 
ladino  430  n. 
Ztì/-  284. 
Zrt^ro  323. 
?a^ó'  370. 
?a«7«na  322*. 


*  Un  laguna,  spazio  bianco  in  una  scrittura,  è  registrato  dal  Fanfani,  Voc. 
dell'uso  tose.  E  qui  mi  si  lasci  annotare  anche  un  fagola,  fiaccola,  ap. 
Ugolini,  Voc.  di  modi  errati,  ecc. 


494 

lajòl  369-70. 
Xuxxog  397. 
làmpia  226. 
lan  cea  285. 
lancétt  285. 
lancila  285. 
lanciare  ecc.  214. 
lande  284, 
/«n^re  124  n. 
laniare  397. 
lanka  285. 
lanx  285. 

lapides  lausiae  285. 
lapjass  284. 
làs'  286. 
Z«s'a  ecc.  286. 
las'àna  287. 
lastima  397. 
Zawey  369-70. 
*lausa  285. 
lausanier  285. 
lausisso  285. 
laiisun  290. 
lautumiae  284. 
lauvà  ecc.  284. 
lauvan  ecc.  287. 
lauze  ecc.  285. 
Za»a  284  sgg. 
*Zauace  286. 
lavagna  284. 
lavanca  ecc.  284. 
XùJas  il  8  4. 
lavassiero  284. 
lavénca  210. 
lavesg  284. 
lavéss  284. 
Zarina  ecc.  284. 
Zatydw  284. 
Zauo  ecc.  284. 
Zàuj-a  284. 
Zasanio  287. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

Zaiia  286  n. 
leccare  338. 
*IegiminG  234. 
Ze>ni  234. 
Zenc^a  173. 
lensenger  210.     ' 
lentiscu  141,  151. 
Zej^a  286  n. 
lézzora  397. 
%ar  218,  108. 
Uggia  286. 
*  1 1  g  i  e  a  r  e  338. 
limachon  ecc.  274  n. 
limande  274. 
limhoina  146. 
limbuda  146. 
limesinar  371. 
limoca  370-71. 
limocé  371-2. 
limpi  210. 
1  r  m  u  I  a  370-7 1 . 
li  ne  tu  397. 
Zm^e  124  n. 
Vipera  162. 
lisciva  129. 
livina  284. 
Zocto  398. 
Zoi're  113. 
lolium  151. 
lorgne  275. 
lórumu  ecc.  388. 
Zosa  ecc.  285. 
losange  286  n. 
Zo^a  285  n. 
^05:^^«  137,  138. 
Maro  179. 
lucignola  271. 
lucinale  190. 
lucu  137. 

lìlmassa  rablojra  375. 
luogo  324. 


lupino  432  n. 
lurgnon  400. 
liist'inhu  ecc.  141. 
lìiteu  137,  138. 
Zmu  114. 
Zwut  114. 

ma  210. 
maddrigga  166. 
madoni  152. 
ìnadunà  163. 
magnali  280,  281  n. 
magnatto  280. 
magnien  362. 
magnocca  388. 
ma  gnu  176. 
tnagrun  18. 
mainira  210. 
maisowier  ecc.  371. 
■malave  115. 
'maledicione'  210. 
male  habitus  115. 
mal  leu  145,  398. 
inalma  162. 
ìnalnatt  372. 
malvegierius  210. 
maìnmoni  141. 
manca  154. 
màncza  341. 
mandruni  398. 
Tnanehte  17.' 
mangazzona  402. 
mangun  290. 
■maniskerpa  388. 
mawissa  341. 
mannaja  342-3. 
mannerinu  ecc.  341. 
»7za?7o  288. 
manovale  343. 
manso  343. 
m«Msi«  165. 


*mansuariu  344,  371. 
man  su  e  s  343. 
mansuetu  165,343. 
maramàn  374  n. 
rnaramdu  374. 
mare  398. 
tnarela  113. 
mar  etti  138. 
marisci  210. 
marjéura  113. 
marminattu  153. 
raarrubium  151. 
'martedì  ecc.  127-8. 
maseddu  165. 
masedu  343. 
masedumen  343. 
maskdrpa  ecc.  288,  377. 
wiasharpon  288. 
masoni  146. 
massaro  344,  371. 
mas'uvé  344,  371. 
mato  210. 
maion  289. 
matta  398. 
mattoi  448. 
mawwai  372. 
maitre  398. 
»wa3;^d  145. 
mazzero  145. 
medi  u  3  n. 
meja  371. 
meZo  123. 
melja  371. 
menare  124. 
menchedi  290. 
mencm  290. 
menfonea  241  n. 
■menga  398. 
mengun  290. 
mengun  e  menssun  290. 
menssun  290. 


ludici.  —  IV.  Lessico. 

me n tuia  378,  399. 
merolla  ecc.  176,  177. 
mésere  ecc.  398. 
me  tu  la  371. 
meule  371. 
me5:ena  20-21. 
m,ezzédùna  398. 
f/.rj^.of  123. 
«il  a  233  n. 
ìnicciusu  ecc.  399. 
mignatta  -o  281. 
mt'nrt  233  n. 
mma  279,  280. 
minca  372. 
ììiinchiale  290. 
minerà  210. 
minette  281. 
mingun  e  lansun  290. 
mm/fa  289-90. 
minka-  372. 
minon  281. 
-mmM  ecc.  280. 
'mmM  117. 
miìiuec  288. 
minugatt  280. 
wzre  280. 
j;iire<  280. 
missiau  ecc.  163. 
m;s««  210. 
mitaille  300. 
mognon  280. 
??ioie  371. 
mola  371. 
mo?M  399. 
monatt  372. 
móndulu  138. 
monia  148,  399. 
»npr  ecc.  399. 
mora  399. 
morfell  291. 
morigessa  153. 


495 


morue  291. 
'mosse  361. 
ìnóssén  361. 
moto  289. 
motina  152. 
moife  ecc.  289. 
mouserote  361. 
mousl  361. 
mwccrr  ecc.  361. 
muchi  361. 
mudare  430  n. 
m,uddina  ecc.  151  n. 
muga  ecc.  279. 
mukkunpsu  138. 
mulca  138. 
murfluni  114. 
murta  14. 
musa  211. 
muscia  279-80. 
musette  273. 
musser  301. 
*  m  ustiu  275. 

wa&of  ecc.  292. 
«di&i  291-3. 
naikà  163. 
ndipes  291. 
nambot  292. 
napin  292. 
«asAicani  379. 
nassion  211. 
«aué  116. 
nepta  178. 
vr^niov  292. 
nf?ra  399. 
nidihale  190. 
nigella  386. 
n'//i&o<  292. 
m'mmo  193. 
«m/ta  289-90. 
«tpjw  292. 


496 


Indici.  —  IV.  Lessic 


ìtoca  211. 

ìioihé  ecc.  15. 

nonta  211. 

'  non  -  so  -  che  '  ecc.  279. 

nota  219  n. 

nuh  114. 

nuni  114. 

nuta  211,  219. 

ohja  372. 

obviam  372,  422. 
0  et  a  va  234. 
odesèll  211. 
ogna  244  n. 
*oir  115. 

omiimca  289-90,  372. 
orbada  387. 
orbe/iola  ecc.  272. 
orvdri  272. 
oyei  407  n. 

pabulum  115. 
padire  430  n. 
pagina  234. 
paina  234. 
pàis'e  3. 
palmuzza  162. 
paltieri  293. 
pampinu  401. 
pandulà  ecc.  400. 
pannolano  124. 
pannolino  124. 
panar 0  471. 
papeu  139. 
parar  fora  211. 
paruta  212. 
^as  212. 
pdse  115. 
pastinu  400. 
pastocchia  400. 
pasùh  16. 


patann'  114,  293. 
pataud  294. 
pa<(?  293. 
^a<2n  294. 
jpfl^k»  294. 
j3a</a  ecc.  293  sgg. 
j3«^fó  ecc.  293. 
pallone  ecc.  294. 
patuja  ecc.  293. 
pecoìil  ecc.  357. 
pecten  212. 
pedazo  400. 
peglio  404. 
pellicula  114. 
p  e  n  d  i  t  u  400. 
pe'nkna  113. 
pensare  401. 
pentone  400. 
péntuma  ecc.  400. 
pepolino  373. 
peppere  140. 
percàntel  212. 
percantare  212. 
^er?a  295. 
perolli  352. 
perra  404. 
pérrias  404. 
perru  398. 
pesadi[)e  402. 
petazza  ecc.  400. 
pezade  212. 
piacentiero  212. 
piaseole  212. 
piasàr  212. 
J5ZC-  401. 
piegga  151  n. 
pigàìi  231  n. 
pignolet  373. 
pigritia  149. 
pigru  401. 
pi;'«  400. 


pttó  18. 
p'ikol  ecc.  357. 
pi  leu  404. 
'pillàccoro  401. 
pillolet  373. 
pillolti  401. 
pils'él  446. 
pilu  401. 
pimaccio  ecc.  213. 
pimpinella  401. 
pindaccu  ecc.  402. 
pìndula  152. 
pin§u  172. 
pingais  172. 
2')innacu  154  n. 
j«'n:a  401. 
pigbja  113. 
jjtoZa  139. 
jpi'oia  113. 
piòve  115. 
pipìlare  177  n. 
pzrZo  294. 
pirolo  294. 
pirolo  ecc.  294-5. 
pirolus  296. 
piron  295. 
pirone  ecc.  294-5. 
piru  294-6,  359. 
^ts  212. 
pisaròla  212. 
jt;mnw  ecc.  162. 
pisticcioro  401. 
j32^  401. 
ptó  401. 
pittaci u  400. 
pittile  ecc.  401. 
piulu  177  n. 
pnuolo  294-5. 
p>ivan  ecc.  359. 
piuo  ecc.  359-60. 
p«i;«  404. 


Indici. 


IV.  Lessico. 


497 


pizzùga  323. 
l'i] ola  ecc.  29G. 
pjuloU  294. 
placa  355-6. 
placare  355-6. 
plachenhini  212. 
plaro'l  373. 
jìleito  401. 
jìlija  114. 
*pluvito   115. 
pluvia  113. 
poal  401. 
póddine  394  n. 
podere  430  n. 
poina  288,  360. 
poja  360. 
pojolu  401. 
lìowara  138. 
pollen  394  n. 
poZ<ro  138. 
pomaies  402. 
p  0  n  d  u  s  402. 
porci  cigniiti  207. 
pgrQu  137. 
postierla  341  n. 
poussicre  373. 
pouina  ecc.  288-9. 
praecantare  212. 
praecordia  150. 
praedi  care  404. 
p  raesepe  446. 
prayè  452. 
pras'%  452. 
predaca  402. 
preganto  212. 
pregatitela  212. 
preizza  149. 
prestre  344. 
prìga  114. 
prihoggi  150. 
prillare  294,  359. 

Archivio  glottol.  ital. 


pr/Z^o  294-5. 
lìrincliar  213,  404. 
prizzosu  174. 
^M'ouocn  213. 
prugno  122-3,  124. 
prugnuòlo  123-4. 
prtoz  296. 
priiss  274. 
pzm  ecc.  359-60. 
^iVa  300. 
25Mra  153. 
pz<fn  116. 

jìugnora  ecc.  470-71. 
piigunà  ecc.  145. 
piiinna  ecc.  360. 
/)MZa   177. 
piilga  213. 
pillila  161. 
pullu  390. 
pulsa  373. 
punca  396. 
punctiono  396. 
piinj'ùl  ecc   373. 
pf.pa  289,  360. 
pupillu  402. 
piissa  373. 
puvata  360. 

quadra  393. 
quadra  363. 
quadruvium     9-10, 

151,  449  n. 
*quaestare  367. 
^-Mo;  ecc.  217  n. 
quarreignon  363. 
quedo  297. 
*quetu  297. 
(jfi/e<c  ^rweif  297. 
quinice  213. 

rabarchio  ecc.  375. 
XIV. 


rabdcher  375. 
ra&ai  375. 
ràbaiun  375. 
rabajin  ecc.  374. 
rabascé  375. 
rahassar  375. 
rabast  375. 
rabastar  ecc.  375. 
ra&«<  375. 
rabattà  375. 
rabazèr  375. 
rabbui  375. 
rnbbuccett  375. 
ra&e  373  n. 
rabell  375. 
rabileri  375. 
ràbjo  367. 
raòZa  374. 
rablar  ecc.  375. 
r«&Ze  374. 
r«&o  373. 
raboino  ecc.  374. 
ra^o;  375. 
rabondell  561. 
ra&o«  375. 
rabozz  374. 
ragazé  213. 
rat  354. 
ra/i<  150. 
r«Ze  402. 
ramentum  140. 
ramillete  403. 
ranco  ecc.  402. 
randa  402. 
ranfjunà  402. 
rapagon  375. 
raparigo  375. 
rapaz  375. 
rapici  u  402. 
rapo  sa  373. 
*  rari  il  113. 


33 


498 

rascare  ecc.  402. 
rastru  154. 
rasula  402. 
ratavuléura  113. 
rati  170,  402. 
ravizzone  402. 
ravolt  374. 
rebell  378. 
rebelld  ecc.  375. 
rè&Ze  274. 
?'e6M/b  213. 
recentar  ecc.  380. 
receiioclo  220. 
rerf  214. 
re/e  345. 
regagnar  402. 
regamo  164. 
re^^^e  213. 
rezdt  214. 
ré/«"  297. 
rella  297. 
renino,  ecc.  388. 
reosso  376. 
*roquare  297. 
requevit  297. 
rer  354. 
res'a  361. 
rés'es  213. 
restis   148. 
restuju  ecc.   154. 
retrorsum  376. 
réver  297. 
r evenir  213. 
rewt  297. 
reza  213. 
razzola  397. 
ribeba  351. 
nèja  377. 
?-té  354. 
rièft^e  ecc.  297. 
rilpu::u  148. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

rimandclu  361. 

rimedire  213, 

ritìcer  380. 

?-ort&&i  362. 

roana  214. 

rociada  431  n, 

rodanna  214. 

roz(ia  113. 

ro/a  436. 

jf^a  436. 

romanello  ecc.  283. 

roncare  388. 

ros  151  n. 

rosata  431. 

rosa  ìnarina  361. 

roscidu  403,  431  n. 

roso  376. 

rosola  361. 

rubeu  114,  115,  151. 

r«iZ;j  114,  115. 

riiciola  403. 

ruddulinu  175. 

r  ù  dis  137. 

niella  ecc.  214,  403. 

r/fr/rt  361. 

rugiada  431  n. 

rumba  407. 

rùmbulu  ecc.  388. 

rumell  291. 

ruméntulu  140. 

runkdzo  117. 

rus'ina  ecc.  151. 

rùska  402. 

rùskidu  403. 

rustagga  ecc.  140. 

rustraìu  ecc.  154. 

r  u  t  a  b  u  1  u  ni  362. 

sa&a  226  n. 
sabjun  382. 
saburé  373  n. 


sacra  tu  403. 
saepes  16. 
sdgou  11. 
saguegga  378. 
sagii'ggu  ecc.  344. 
srtj.ta  152. 
sflA;é  379. 
srtH  379. 
salcèto  ecc.  342. 
salétte  ecc.  342  n. 
sali  cetum  342  n. 
salictum  342  n. 
sampogna  ecc.  346  sgg. 
sampuón  346. 
sana  172. 
sanforgno  347. 
sawm  172. 
saoMs  379. 
sapere  432  n. 
sapone  432  n. 
saquaìitz  379. 
sarabanda  351. 
sardiscu  241. 
sar  gu  11. 
sarragare  405. 
sartagine  173. 
sartia  ecc.  403. 
sarvis'i  228. 
fftt^f  403. 
sas'illja  378. 
satur  449. 
sauglio  ecc.  381. 
Sfu'y  344. 
srtyzo  302. 
savane  432  n. 
savore  432  n. 
sbaffiare  403. 
sbarnéura  113. 
sbérlacun  296. 
sbigornre  299. 
sbrina  276. 


scalabrùsa  275. 
scangéo  310  n. 
scapoccu  151  n. 
s  e  a  p  u  282. 
scarabocchio  278. 
scaravaso  214. 
scarpa  288. 
scarsella  ZÌI. 
scass  ecc.  378. 
séàssah  ecc.  378. 
scassar  378. 
scassar  ecc.  378. 
scaveta  282. 
scawt^^à  214. 
scheruolo  ecc.  206. 
schiacciare  378. 
schigar  ecc.  306. 
schinco  ecc.  403. 
schirato  ecc.  296. 
schirru  271. 
sciabica  403. 
sciabigotto  403. 
sciagatiare  403. 
sciarpa  288. 
sciur u  296. 
sciapa  378. 
sconchigarse  207. 
scòVs  214. 
5cor2  214. 
scracchiare  391. 
seravogliare  277. 
scrépia  ecc.  377. 
sculier  352  n. 
scuriada  431  n. 
scMsà  214. 
irforZee  436. 
secondo  323. 
sèdano  130. 
sedilo  400. 
segna  214. 
seisella  378. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

se/a  371. 
5e//'  ecc.  381. 
sc7e  115. 
semita  175. 
semniida  ecc.  175. 
s'ehbu  9. 
sènec  ecc.  214. 
Seneca  214. 
seneciàt  214,  234. 
seneghir  214. 
.s'en<«  404. 
sert^r  222  n. 
sermollino  361,  373. 
seta  113. 
s  e  t  u  1  a  37 1 , 
s/bJ"o  212, 
sgalaverna  276. 
sgallissi  161. 
s'garamr  217. 
sgarbùljar  278. 
sgariol  296  n. 
sgarùzule  296  n. 
sgaveta  282. 
sghelefà  209. 
sghignare  404. 
sgorbio  278. 
sguarà  ecc.  395. 
s guisa  215. 
sicuro  323. 
si^ne  299. 
sigòrbola  271. 
siguella  378. 
jj^Mj  ecc.  381. 
sikutn  156. 
simana  178. 
stm&wZa  394  n. 
si  mi' la  394  n. 
singli  150, 
singiilu  156. 
singuni  156. 
sinzigà  408. 


499 


sin'su  165. 
sigilli  ecc.  152. 
*  sic  arpa  287  sgg. 
sherpa  ecc.  377. 
sJcinhellu  403. 
^kravàg  446  n. 
skiiasi  187. 
sfcwica  114. 
ifcwrt^  379. 
skwaré  379. 
skwant  379, 
sfczoe  379, 

skwintapp  ecc.  380, 
s'ZeJue  297, 
sleura  113. 
smq/  399. 
smucciare  361. 
so^e<  214. 
SjoZdw  ecc.  137. 
solidu  115. 
sollingoro  404. 
sombra  344. 
som  116. 
sórnaca  405. 
soróse  332. 
sorra  157. 
sosegar  388. 
sovente  344. 
spadée  371. 
spantdsima  18. 
S[)araver  232  ii. 
sparrancai  404. 
spaveccu  154  n. 
spTca  299. 
spTculu  298. 
spìdu  16. 
'spillo'  298-9. 
s^'ma  299. 

spinga  ecc.  114,  298. 
spinglott  299. 
s  p  In  u  1  a  298, 


500 


Indici.  —  IV.  Lessico. 


spiro  n  296. 
spresella  215. 
s  p  u  e  r  e  345. 
squadrare  ecc.  379. 
squedela  205. 
squillar  404, 
squiriolus  296. 
s'rejnsar  380. 
stabulum  8. 
stakka  18&. 
stajora  ecc.  470  sg. 
staladì  215. 
stalas'én  ecc.  381. 
stalèjd  ecc.  380. 
stalis'ej  380. 
slampita  349. 
stanca  166,  166  n. 
stapell  380. 
slaplar  380. 
slarlèze  ecc.  381, 
stallai  ecc.  163. 
stocco  404. 
stoxr^t*  149. 
stazzunacu  404. 
sf^f^^M  142. 
stégola  323. 
stellarla  215, 
sterne  115, 
*s<erwto  115. 
s<i6i  573  n. 
sh'Wrt  153. 

stillicidiuin  380-81. 
stivale  ecc.  299. 
stivare  432  n. 
stombolo  215. 
strada  431  n. 
stragegna  381. 
stralezari  381. 
strangé  215. 
strassepate  293. 
sirewa  300. 


*strigicarG  338. 
strikàr  338. 
strival  ecc.  299. 
strivass  300. 
strivera  300. 
strizzare  338. 
strizzeàrie  381. 
strizzai  ecc.  381. 
slromend  215. 
s  t  r  u  e  r  e  239  n. 
strugé  215. 
strugiun  -ciun  215. 
strukdr  338. 
strilpi  115-16. 
siw/a  118. 
subflare  403. 
su  bh  ir  cu  404. 
sw&i  115. 
subilla  ecc.  381. 
sublenis  143,  404. 
st«&ri   116. 
subula  381,  178. 
suceroni  141. 
snello  ecc.  381. 
swercK  404. 
sugare  322. 
SM^o  323. 
swZa  178. 
sumbriva  344. 
*sumpónia  347. 
av/j,(pwyi«  346  sgg. 
siìn/lulu  165, 
stìnta  114, 
supatc  294. 
supitione  215. 
suqué  379. 
surrusare  ecc.  404. 
sif.fa  403. 
swò'io  388. 
sùìi'ija  114. 


toccare  338,  472. 
<c?c/ie  405. 
taeda  139,  175. 
*tagicare  338. 
iofcfcct  405. 
talolku  ecc.  405. 
talu  405. 
i«ma  215, 
tamagn  215-6. 
tambóran  216. 
tàhkiia  405, 
tapell  381. 
iapm  294. 
tapine  294, 
taplar  382. 
tappa  382. 
tappasd  294, 
tarantola  405, 
taraska  ecc.  187. 
tarpare  382. 
tartaruga  323. 
tàrter  ecc.  283. 
iaj-<wca  323. 
iarwj^ass  216. 
tote  405. 
to^to  405. 
ie^a  405. 
</6i  115,  373  n. 
tecchio  ecc.  405. 
teccola  397. 
te§adtn  ecc.  406. 
t  e  g  u  1  a  405. 
t  e  n  u  s  422. 
t^pjsa  405. 
ier^a  406. 
i/icca  113,  406. 
<ìa  422. 
a'&tar  300.- 
tizzibukku  160, 
tnéska  114. 
toccare  ecc.  337,  472. 


todeschin  283. 
tornar  280. 
tornine  ecc.  280. 
tonto  380. 
tóiìia  16. 

topu  pinniitu  130. 
tfjraru  341  n. 
torqiiez  300. 
turulu  341  n. 
touillcr  300. 
«oii^^e^  407. 
/o."o  406. 
trabentu  400. 
tradii  216. 
tragittare  215. 
tragóndar  216. 
tragu  406. 
trahere  354. 
traniaz  215. 
traynezera  210. 
trantol  216. 
trashun  300. 
trassa  406. 
<raM<  224. 
travacch  216. 
travuonddr  216. 
Irèhul  341. 
<rè/?e  341. 
<rfin<  367. 
tresgeteor  215. 
<ri6o  244  n. 
tribulare  178. 
tri  e  ari  406. 
trichila  154. 
tricoises  300. 
trifurciu  161. 
trig^u  166. 
<ri/a  ecc.  154. 
«n'ndwtó  216. 
triticu  166. 
^riw^as  178. 


Indici.  —  IV.  Lessico. 

triuzzu  ecc.  101. 
<ro&&a  406. 
trpddlu  152. 
irojj  ecc.  216. 
troyna  16-7. 
<ri«&a  406. 
Iruciare  406. 
t  rìic-s  339  11. 
trudda  176. 
*lrueUare  300. 
trìl'ila  234  n. 
triUejs'e  300. 
truppa  406. 
tuber  178. 
tudesch  205. 
*t  ti  dicare  337. 
zvrflivri  272. 
i^y're  300. 
<;yt(  ecc.  407. 
<»ma  114,  289. 
tiitndla  ecc.  402. 
tuorlo  341  n. 
turchese  300. 
turcoise  300. 
turtifidi  114. 
iiiocjra  178. 

uber  179. 
«caoa  234. 
wes/ia  162. 
ugulà  394. 
*uizga  383. 
ulex  18. 
ulora  382. 
ura  bracai  UHI  135. 
umbragu  155. 
ihnùa  21 1. 
tendale  190, 
ungarcsin  283. 
wpM  401. 
upuale  401. 


501 


Mrsiiii  117. 
i«r?'c6i  115. 
urvu  143,  387. 
Msc'w  155. 
US  tuia  re  155. 
liSìje/  231  n. 
j<<<MrmM  ecc.   171. 
t<M;(?Z  297. 
tfc:;are  389. 

u«///e  367. 
vacare  407. 
vaclvu  114. 
valanga  284. 
uaZet  356. 
■yapw  179. 
varlet  356. 
vassel  da  aoe  216. 
uaiiwa  114. 
veder-giazz  282. 
vedretta^  ecc.  282, 
ve^oZ  407. 
ut'^ro  210. 
vnhhainu  177. 
vehiculum  407, 
venim  ecc.  300. 

*  V  e  n  T  lu  e  n  300. 
ver  bum  162. 
veì'chione  394. 
vergdppa  ecc.  270. 
uerglas  282. 

ver  meli  291. 
ve' ma  113. 
-uerna  270. 
V  e  r  r  0  s  357, 

*  y  erri  e  a  ce  a  270. 
oes/j  230  11. 

ycò'i'rt  357. 
ve  te  re  216. 
veoerUa  270. 

V(?ÌÌM   U7. 


502 


Indici. 


Varia, 


viceré  113. 
viciória  216. 
vidàscia  216. 
vidna  108. 
Vieri  216. 
vigin  ti  219  n. 
'villaneta'  216. 
vinvóra  270-71. 
vidi  369. 
vira  114. 
virgultu  342n. 
visca  ecc.  383. 
viscla  383-4. 
vi'^trina  276. 
VI  tulli  154. 
viverra  270-71. 
v'ioi  115. 
vivi  du  1 15. 
vli'ip  365. 
voghe  ecc    16. 


vrera  282. 
vrew  21. 
vrim  300. 
*  voci  tu   169. 
vdle  115. 
vorma  291. 

wajar  384.     . 
wamja  1 1 3. 
wamp  384. 
toè'M  384. 
icisca  383-4. 

xabeca  403. 

zàcchera  407. 
zafand'  209. 
.s«wAanM  392. 
zankone  392. 
srtnsi'fcà  ecc.  389. 


zelarla  ecc.  436. 
zeccola  397. 
zenbu  407. 
zerigare  407. 
iero  350.* 
4;erro  ecc.  407. 
ila  452. 
:rzca  ecc.  408. 
zimbgina  146,  421, 
zingaresca  349. 
zinzino  408. 
;tn  207. 
zombare  408. 
^ofto  389. 
òOj;7a   155. 
zumba  407. 
iwnc  342. 
ziirikiài  406. 
zurumba  407. 


V.  Varia. 


La  lingua  italiana.  Cosa  si  debba  in- 
tendere sotto  questo  nome:  304 
sgg.  ;  quale  sia  il  nucleo  storico 
dell'italiano  letterario:  312. 

La  quistione  della  lingua:  308  sgg., 
315. 

I  Manzoniani:  309-10;  loro  abbagli 
ed  errori:  317. 

II  'latino  volgare'  d'Italia:  304. 

Il  'longobardico'  e  il  'latin  volgare 
d'Italia':  395. 

Dialetti  toscani:  312  sgg.;  a  quale 
età  risalga  la  divisione  dialettale 
del  toscano:  312-3;  maggiore  no- 
biltà istorica  del  tipo  toscano  :  432  n. 

Il  dialetto  pisano-lucchese:  313. 

Il  dialetto  senese:  313. 

11  dialetto  arrotino:  313. 

Il  dialetto  fiorentino:  313;  sue  vi- 
cende :  314-7. 

Veneziano  e  friulano:  328. 

Gradese  e  friulano  :  334-5. 


Il  dialetto  piemontese.  Secondo  quali 
criterj  si  possa  suddividere:  111. 

Il  dialetto  canavesano  di  Piverone: 
112.  Condizioni  fonetiche  sue,  de- 
terminate dalla  sua  condizione  to- 
pografica:   119. 

Il  sanfratellano  :  437  sgg.  ;  sua  pa- 
tria: 445  sgg. 

Il  sanfratellano  e  il  piemontese-mon- 
ferrino  :  442  sgg. 

Il  sanfratellano  e  l'emiliano-bologne- 
se  :  439  sgg. 

Il  sanfratellano  e  il  genovese:  448  n. 

Il  sanfratellano  s'identifica  coU'alto- 
novarese  :  445  sgg. 

Le  altre  colonie  gallo-italiche  di  Si- 
cilia: 451-52;  in  che  differisca  il 
loro  dialetto  da  quello  di  S.  Fra- 
tello :  451;  loro  patria:  452. 

Sassarese  e  logudorese:  385-6. 

Sassarese  e  gallurese:  385-6. 

Gallurese  e  logudorese  :  385-6. 


Indici.  —  V.   Varia. 


503 


Forma  italica  diversa  dalla  latina:  345. 

Voci  neolatine  di  italicità  non  la- 
tina: 352,  471. 

Germanismi  nel  latino  volgare  :  304-5. 

Incontro  di  base  latina  con  base  ger- 
manica: 319. 

Voci  arabiche:  349 sgg. 

Voci  latine  venute  a  noi  con  elabo- 
razione arabica:  123. 

Arabismi  che  mancano  alla  Spagna 
e  sono  altrove:  351, 

Grecismi  nell'italiano:  130  n,  390; 
nel  calabrese:  292;  nel  córso:  395, 
403;  nel  sardo:  397. 

Influenze  longobardiche  nell'italiano: 
305-6. 

Germanismi  in  Italia:  296,  297,  299, 
300,  349,  351,  377,  380,  382,  383-4. 

Influenze  galliche  nella  morfologia 
italiana:  311-2  n. 

L'antico  francese  e  il  provenzale  nel 
lessico  italiano:  307  sgg.  ;  età  e 
origine  di  qualche  gallicismo:  310. 

Gallicismi  in  Italia:  166,  234  n,  384, 
389;  nel  piemontese:  ]\7  (drglo); 
nel    córso  :   402 ,   405  ;  nel  sardo  : 

389,  390. 

Provenzalismi  in  Italia:  216,  283,  372. 
Voci  catalane   nel  sardo:  389,  391, 

393,  396,  401,  404,  405,  406. 
Spagnolismi  nell'italiano:  323,  431  n.; 

nel  sardo:  146,  154,  158,388,389, 

390,  391,  392,  393,  394,  395,  397, 
401  ,  402,  403,  404,  406,  407;  nel 
genovese:  19. 

Italianismi  in  Francia:  359;  in  Ispa- 
gna:  ib.;  in  Inghilterra:  293  n. 

Voci  dialettali  nell'italiano:  322,323. 

Voci  letterarie  ne' dialetti:  144,  145, 
148;  nel  córso:  156;  nel  sardo: 
152,   160,   165,  173,  175,   178.  179. 

Influenze  siciliano  nel  sanfratcllano: 
444. 

Voci  genovesi  nel  córso:  139,  163, 
403,  408;  nel  sardo:  151;  nel  vo- 
gherese:  449  n. 

Influenze  logudoresi  nel  sassarese: 
144,  148,  150,  151,  154,  155,  150, 
162,  166,  167,  168,  169,  172,  173, 
177,  178;  nel  gallurese:  144,  146, 
155,  164,  166,  171,  175. 


Influenze  campidanesi  nel  sassarese: 
155. 

Nomi  di  piante.  Loro  ragioni  logi- 
che e  storiche:  123. 

Nomi  del  cacio  derivati  dalla  sua 
forma:  289. 

Nomi  di  uccelli  derivati  dal  luogo 
di  provenienza  o  d'arrivo:  283. 

Nomi  del  gatto:  279-80. 

Leggi  fonetiche  assolute:  120. 

Azioni  analogiche  che  perturbano  le 
leggi  fonetiche  :  321-2,  ecc. 

Radici  raddoppiate.  Si  sottraggono 
agli  effetti  delle  leggi  fonetiche  : 
322. 

Effetti  fonetici  che  persistono,  pur  es- 
sendone obliterata  la  causa:  341  n. 

Ragioni  topografiche  di  fenomeni 
fonetici:  119. 

Alterazioni  fonetiche  dipendenti  da 
alterazione  lessicale:  428. 

Restituzioni  e  ricostruzioni  :  222, 227, 
232  n,  235  n,  236  n. 

False  ricostruzioni:  316  n. 

Cronologia  relativa  de'  fenomeni  fo- 
netici:  11-2,  226  n,  235  n,  321. 

Doppioni  morfologici  dipendenti  da 
ragioni  cronologiche:  314. 

Grafie:  98-100,  144  n,  146  n,  183, 
232  n,  231,  231  n,  237,  440,  441. 

Attrazione  lessicale:  428. 

Etimologie  popolari:  162,  188,  360, 
365,  366. 

Commistione  di  temi:   11. 

'ampolla'  e  'anfora':   152. 

'angelo'  e  'vergine,  giovine':  239. 

'buco'  in  'lucertola':   188. 

'cagna'  e  'scrofa':  357. 

'capra'  e  'pecora':  357. 

'cinghia'  e  'cinghiale":   121  n. 

'coda,  deretano'  e  'strascico'  375. 

'concordia'  in  'accordo'   11. 

'cura'  in  'sicuro':  323. 

'gamba'  e  'sgabello':  187. 

'  fulmine  '  e  '  folgore  '  :  109. 

'gibbu'  e  'gubbu':  407. 

'in'  e  'intus':  247. 

'nero,  oscuro'  e  'misero':  386. 

'nausea'  e  'brama':  205. 

'prunu'  e  'aprugnus':  123. 

'pectus'  e  'pecten':  360. 


504 


Indici.  —  Giunto  e  corrozioni. 


'pomo'  e  'tornata':  402. 

'riva'  e  'rivo  ':  432 n. 

'russare,  e  'rantolare':  405. 

'seco'  in  'secondo':  323. 

'sèrenus'  e  'sublenis':  404. 

'sorore'  e  'morosa'  ecc.:  332. 

'tremolare'  e  'scintillare':  3.59. 

'ufo'  e  'buffo':  390. 

'uguale'  e  'affuente':  402. 

'urvu'  e  'vervactu':  387. 

'zampogna'  e  'sinfonia':  340-8. 

Il  composto  del  tipo  'pettirosso':  190. 

Primitivo  sul  derivato:  436;  dal  de- 
rivato: 401-2. 

Conguaglio  tra  primitivo  rizotonico 
e  derivato  arizotonico:  129. 

Nomi  locali:  2,  3,  4,  117,  124,  137, 


228,  2G9,  270,  283,  281,  285,  280, 
306,  323,  339  sgg.  (Truentu),  339  n. 
340,  341-2  ,  342  n  ,  344  ,  350  ,  374 
(Grenoble),  390,  400,  423  sgg. 

Nomi  proprj:2,3,  7;  li,  17,  115, 
117,  322,  436. 

Cognomi:  117,  426. 

Nomi  proprj  e  cognomi  italiani  d'ori- 
gine gallica:  311. 

Omioteleuti:  397  {lintu  e  jìinUi). 

La  rima  nell'ant.  genovese  :  100  sgg. 

Testi  antico-genovesi  :  22-97. 

Documento  latino-genovese:   18-9. 

Testi  galluresi:  416-20. 

Testi  sassaresi:  408-16. 

Bibliografia:  1-2,  97-8,  180  n,  201-4, 
326-7,  438  n. 


GIUNTE  E  CORREZIONI. 


Pag.  206  1.  10:  per  '■maleeson,  1.  'ìnaleeson'. 

»      228  1.   10:  togli  'num.  36  n.'. 

»     246  1.  15:  per  '36'  1.  '27'. 

»      246  1.  21:  V.  pag.  268. 

»      255  num.  142  1.  4:  per  'non'  1.  'uon\ 

»      284      »     44  1.  19:  per  '■lavesg'  1,  Havcsg'. 

»      439  1.  5:  per  'quelli'  1.  'quelli'. 

»  439  n.  Il  fenomeno  di  e  da  ó  è  veramente  anche  in  qualche  parte 
della  bassa  Leventina,  p.  es.  a  Gavagnago  (Kavanek). 

»  440,  n.  2.  Per  ai  da  ei,  v.  le  versioni  di  Brosso,  Ruoglio,  Mondovì,  nel 
Saggio  del  Biondelli.  Per  Mondovì,  anche  il  saggio  a  p.  650. 

»     441,  n.  3,  1.  5:  per  'della'  1.  'dalla'. 

»     443,  n.  2:  per  sovn  I.  j^ovu. 

»      446,  1.  6:  per  'Carvegno'  1.  'Cavergno*. 

»  446,  n.  2,  1.  5.  Circa  scravà;),  m'incombe  di  avvertire  che  riflessi  ana- 
loghi soccorrono  in  più  altri  dialetti;  v.  le  mie  'Postille'  al  Kor- 
ting  s.  '*scarabajus',  aggiungendo  il  vogher.  sr/ravàs'. 

»  446,  n.  3.  Anche  V -à  della  Valmaggia  di  fronte  aW-d  comuno-loml)ardo 
(valm.  hantd  =  mil.  kantci,  ecc.)  accenna  certamente  a  una  più 
lunga  persistenza  del  -?'. 

»     447,  n.  1,  1.  5:  per  e'  1.  e'. 

»  448,  n.  2,  1.  2:  per  ìnàj  1.  màj.  —  ib.,  1.  8:  per  'cccordano'  1.  'ac- 
cordano'. 

»  448,  n.  3,  1.  9:  per  '419;'  1.  '419:'.  —  Circa  -sii  da  -?{,  cfr.  il  caso 
analogo  di  -:(i)  da  -//  nel  pure   valcanobb.  a.ik''ts  (=  *-(i:)  quasi. 


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A7 
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